Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Estremisti opportuni.

Ho sempre avuto un pessimo rapporto con i centrosocialati e con i centri sociali, occupati o meno. Le ragioni affondano parecchio indietro, nella mia prima adolescenza.Probabilmente, almeno in parte, si tratta di un bias nato allora e mai più corretto. Resta il fatto che, sebbene abbia vissuto a poca distanza da luoghi come piazza Verdi, a Bologna, e sia persino andato all’Isola per un paio di concerti, non sono mai riuscito a percepire quei posti come luoghi «veri». Non abbastanza veri, almeno, da potervi stabilire il centro delle mie amicizie, delle mie conoscenze o, più semplicemente, di una parte della mia vita.

Le ragioni, come dicevo, sono molteplici.

Era il settembre del 1984 e io avevo appena cominciato il liceo. Non capivo assolutamente nulla di politica, avevo tredici anni — ne avrei compiuti quattordici il 31 ottobre — e ignoravo completamente che alcuni gruppi di autonomi stessero cercando di convincere un centro sociale per anziani, il Resistenza, in via della Resistenza — perché la fantasia al potere — che anche loro avessero diritto a uno spazio.

Per ottenere quello spazio dovevano dimostrare di rappresentare «i giovani». E per dimostrare di rappresentare i giovani servivano, appunto, dei giovani: persone che li seguissero, scendessero in piazza con loro, partecipassero ai cortei e fornissero l’indispensabile scenografia della mobilitazione popolare.

Così tentarono di organizzare nella mia scuola uno «sciopero» con relativo corteo, del tutto inutile. La rappresentante d’istituto rifiutò, dal momento che le motivazioni erano qualcosa del tipo «solidarietà al glorioso popolo sarcazzistano nella sua lotta contro i tarzanelli imperialisti», o roba del genere.

Siccome non facemmo sciopero, qualche giorno dopo vennero a picchiare la rappresentante d’istituto. E, già che c’erano, distribuirono mazzate con chiavi inglesi e spranghe di ferro anche a noialtri.

Tutta la storia mi venne poi spiegata da un piccolo politicante dei Radicali. Da quel momento ho sviluppato una certa idiosincrasia verso quelle persone di merda. Non riuscivo, e non riesco tuttora, a trovare una dimensione umana in gente che va in giro a picchiare tredicenni a caso soltanto perché, essendo primini, aspettano normalmente l’apertura della scuola vicino all’ingresso.

In ogni caso, il livello di protezione del quale hanno goduto, almeno da quando ho memoria, è sempre stato molto, diciamo, imbarazzante.

La stampa, per esempio, non raccontava mai davvero ciò che accadeva. Persino il Resto del Carlino, che con la sinistra non è mai andato particolarmente a nozze, tendeva sistematicamente ad annacquare qualsiasi notizia li riguardasse.

Sembrava non accorgersi che quei posti fossero il cartello dell’eroina dell’epoca. Sembrava non accorgersi dei pestaggi. Sull’episodio che ho appena raccontato uscì a malapena un trafiletto nel quale si parlava di ipotetici «scontri fra autonomi e fascisti».

Peccato che io non ricordi di avere visto alcun fascista. Ricordo invece perfettamente che sfigurarono la rappresentante d’istituto e picchiarono a casaccio decine di primini, tra i quali il sottoscritto, senza alcun motivo particolare.

Nel cortile, quelli armati erano soltanto loro: giacca di pelle, casco integrale da motociclista e, in mano, una sbarra di ferro oppure una grossa chiave inglese.

Mi sono sempre chiesto quale fosse il livello di protezione governativa di cui dovevano godere. I giornali raccontavano invariabilmente una versione edulcorata dei fatti; la polizia sembrava lasciarli liberi di fare ciò che volevano e di muoversi come meglio ritenevano; e l’impunità di cui godevano era talmente strana da farmeli considerare, in qualche misura, perfettamente istituzionali.

C’era sempre questa tendenza delle forze dell’ordine a non vedere ciò che tutti vedevano, ciò che tutti sapevano e ciò che, naturalmente, anche loro sapevano.

Mi colpiva soprattutto la facilità con cui potevano fare cose che, a chiunque altro, sarebbero costate mesi o anni di carcere, senza venire mai seriamente importunati.

Io e i miei amici, per esempio, organizzavamo delle feste dentro un fienile che affittavamo da un contadino. Era un posto sperduto nella nebbia, senza case nelle vicinanze, uno di quei luoghi dove in teoria sarebbe stato possibile nascondersi per mesi senza essere trovati.

Eppure, puntualmente, arrivava la SIAE a rompere i coglioni oppure arrivavano i carabinieri a dirci che facevamo troppo rumore.

Loro, invece, facevano letteralmente il cazzo che volevano con la musica, molto spesso a spese del vicinato. Le band che ospitavano non erano nemmeno band, la SIAE chi la conosceva, e nessuno aveva mai nulla da obiettare.

Il garage nel quale smanettavamo con i computer venne visitato diverse volte dai carabinieri, preoccupati che potessimo costruire uno «scrambler» per i «terroristi». Nei centri sociali si organizzavano giornate degli hacker, corsi per scassinare serrature e iniziative analoghe, e invece andava tutto benissimo.

Locali perfettamente normali venivano chiusi dall’ufficio d’igiene per infrazioni minime. All’Isola, invece, gli addetti alla pulizia dei cessi erano, in pratica, pantegane con gli stivali, e tutto continuava a funzionare tranquillamente.

La Guardia di Finanza poteva chiuderti un bar per uno scontrino non battuto. Loro smerciavano alcolici, vendevano cibo cucinato in cucine da incubo, avevano una contabilità sostanzialmente inesistente e utilizzavano magari corrente elettrica rubata al Comune, come accadeva all’Isola. E nessuno diceva nulla.

Un qualsiasi gruppetto che avesse provocato una rissa, anche soltanto per rivalità calcistiche, sarebbe stato schedato e sottoposto a una pressione continua da parte delle forze dell’ordine.

A gente che sprangava studenti a caso e possedeva un curriculum di violenza politica da far paura, invece, non succedeva praticamente niente.

Per questa ragione mi è sempre sembrato abbastanza ovvio che fossero semplicemente un braccio in incognito dello Stato. A parte i fessi che ci credevano davvero, per me non erano altro (e sono) che un dipartimento del Ministero dell’Interno in borghese.



Così, quando in seguito all’uccisione di Fakir i soliti sono scesi in piazza a fare casino e a devastare un po’ di tutto, non mi sono stupito più di tanto.

La polizia era sotto i riflettori, sottoposta a una forte pressione da parte dell’opinione pubblica; la città di Bologna si stava mobilitando, e l’attenzione era concentrata proprio sulla violenza delle forze dell’ordine.

E guarda caso, chi ti spunta?

Succede esattamente la cosa più opportuna per i sostenitori della violenza poliziesca: arrivano i centri sociali e cominciano a spaccare un pochino tutto a casaccio.

Ma che strano.

Davvero strano.

Una coincidenza buffa, quasi commovente nella sua precisione.

La polizia finisce sotto accusa, l’opinione pubblica comincia a discutere dei suoi metodi, e immediatamente compare qualcuno disposto a devastare qualche vetrina, incendiare qualcosa e regalare ai giornali le immagini necessarie a cambiare argomento.

A quel punto non si parla più di quello che ha fatto la polizia. Si parla della violenza dei manifestanti, dell’ordine pubblico, della città ostaggio dei facinorosi e della povera polizia costretta, ancora una volta, a difenderci.

E siccome il sindaco di Bologna, che avevano cercato di far apparire complice o quantomeno indulgente verso quelle violenze, è riuscito a sgusciare fuori dalla presa come un’anguilla, allora hanno fatto entrare in scena i No TAV.

I No TAV, ci hanno raccontato, avrebbero compiuto una specie di strage di agenti, lasciandone feriti a centinaia.

Ora, io sono del tutto convinto che, andando a cercare uno per uno i referti di tali «ferite», troveremmo qualche taglietto sul ditino, povero bambino, qualche escoriazione, qualche contusione e ogni genere di acciacco dell’età spacciato per ferita riportata in combattimento.

Magari anche il mal di schiena del giorno prima, il ginocchio che faceva già male e quella vecchia cervicale che, in simili circostanze, diventa improvvisamente una lesione subita in servizio.

Ma guarda caso, anche i No TAV sono arrivati esattamente quando servivano alla narrazione necessaria per liberare la polizia dall’immagine di corpo composto da picchiatori violenti.

Prima c’è la violenza della polizia.

Poi arrivano le proteste.

Poi, con puntualità quasi amministrativa, compare qualcuno che rende possibile spostare il discorso dalla violenza della polizia alla violenza contro la polizia.

Guarda caso.



Quando sul giornale dei ricchi italiani leggo questo:

https://video.corriere.it/ci-hanno-riempito-di-pietre-non-ne-ho-mai-prese-cosi-tante-hanno-dato-fuoco-a-tutto-l-audio-esclusivo-di-uno-degli-agenti-coinvolti-negli-scontri-no-tav/108816d1-3734-4a8d-9a15-b72c84089xlk

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Effettivamente, il poliziotto dell’intervista riportata sopra è stato fortunato.

Se questi manifestanti riuscivano davvero a lanciare con una fionda pietre da cinque, sei o sette chili, allora forse era meglio non caricarli affatto e lasciare che la famiglia di Godzilla facesse per qualche ora ciò che voleva.

Perché una pietra da sette chili lanciata con una fionda non è esattamente un sampietrino: è artiglieria d’assedio assirobabilonese. A quel punto non stai affrontando dei manifestanti, ma un manipolo di romani.

E poi ci sono questi agenti che sparano cinquecento lacrimogeni e li finiscono praticamente subito.

Non so quanti fossero gli agenti, né quanti lanciatori avessero a disposizione, ma gli frombolieri romani, al confronto, gli facevano una pippa. Quelli almeno dovevano caricare, prendere la mira, calcolare la distanza. Qui, a sentire il racconto, i lacrimogeni piovevano con la densità di un bombardamento d’artiglieria.

Del resto, come scriveva Sven Hassel, quando il nemico ti sconfigge i suoi carri armati sono sempre migliaia, le sue mitragliatrici sono milioni e i suoi soldati piovono dal cielo.

È una legge universale delle sconfitte: chi ti ha battuto non può mai essere stato semplicemente più efficace. Deve essere stato un esercito sterminato, mostruosamente armato e dotato di risorse sovrumane.

Mi sfugge inoltre un piccolo dettaglio.

In che modo i manifestanti disponevano di queste enormi pietre da lanciare?

Non le avevano portate loro: erano, a quanto si dice, le pietre del cantiere dello scavo.

E allora sorvegliare un pochino quelli che sarebbero diventati i futuri depositi di munizioni dell’avversario no, eh?

Se sai che dentro un cantiere esistono tonnellate di pietre, materiali da costruzione, ferraglia e oggetti utilizzabili come armi, e sai anche che la zona sarà teatro di scontri, forse mettere qualcuno a presidiare il materiale non sarebbe stata un’idea completamente rivoluzionaria.

Oppure dobbiamo credere che nessuno avesse previsto che i manifestanti potessero raccogliere da terra ciò che trovavano già lì?

La verità è che servivano alla politica un centinaio di agenti «feriti».

E un centinaio di agenti feriti è arrivato.

Provvidenziale, eh?



Leggo qui che:

Erano quasi tutti francesi, vestiti di nero dalla testa ai piedi. Non si vedevano neanche gli occhi, coperti dalle maschere antigas e dagli occhialini da piscina necessari per non arretrare in mezzo a una fitta coltre di lacrimogeni. I principali protagonisti della guerriglia contro i cantieri dell’Alta velocità all’interno del cantiere di Chiomonte sono stati gli attivisti del «blocco nero», circa 700 persone. Un grande classico delle manifestazioni che degenerano in violenza, i «professionisti del disordine» che lungo il percorso riescono a travisarsi per sfuggire alle telecamere della polizia.

Quindi settecento stranieri entrano in Italia, raggiungono il cantiere, devastano un pochino le forze dell’ordine, causano centotrenta feriti e poi se ne vanno tranquillamente, dopo avere bombardato gli agenti con pietre da cinque, sei o sette chili lanciate mediante fionda.

Settecento.

Non sette. Non settanta.

Settecento francesi vestiti di nero, equipaggiati per una battaglia campale, che attraversano il confine, raggiungono Chiomonte, si organizzano, si travisano, montano le loro macchine da guerra e spariscono senza che si riesca apparentemente a fermarne quasi nessuno.

Poi, va bene: l’ultima volta che ho visto una maschera antigas realmente utile contro i lacrimogeni, aveva anche una protezione integrale per gli occhi.

Temere i lacrimogeni, andare in battaglia con una maschera che copre soltanto il muso e rimediare aggiungendo un paio di occhialini da piscina mi sembra invece il modo migliore per ritrovarsi con gli occhialini pieni di lacrime e gli occhi che bruciano il doppio.

Ma evidentemente questi professionisti del disordine possiedono tecnologie che noi comuni mortali non comprendiamo.

Sorprendente, comunque, questa mobilità internazionale di gente che arriva in Italia portandosi dietro macchine d’assedio medievali, le introduce nella zona del cantiere, le prepara, le carica con le pietre trovate sul posto e comincia a bombardare la polizia, senza che nessuno si accorga prima di qualcosa.

Perché, ricordiamolo, una pietra da sette chili non si lancia con la fionda che tenevate nella tasca posteriore da bambini. Per scagliare un proiettile del genere a una distanza utile serve un attrezzo piuttosto serio, visibile e ingombrante. Qualcosa che bisogna trasportare, assemblare oppure predisporre.

Me li immagino alla frontiera.

«Avete qualcosa da dichiarare?»

«Soltanto una macchina d’assedio, due o tre baliste e qualche centinaio di maschere antigas.»

«Scopo del viaggio?»

«Turismo. A che altro serve una catapulta, altrimenti?»

«Benissimo. Prego, passate.»



Nel tempo, la cosa si e' fatta cosi' ripetitiva e noiosa che mi meraviglio qualcuno ci caschi ancora.

Perche' succede sempre. Con una regolarita' da orologio svizzero. Ogni volta che la polizia e' nel mirino per la violenza, succede che arrivano quelli dei centri sociali a fare casino, arrivano ovviamente indisturbati, fanno disastri, ma poi se ne vanno tranquilli, e dei “francesi” identificati, non se ne arrestera' nessuno, esattamente come non si arrestera' nessuno di quelli che hanno causato i disordini di Bologna subito dopo l'uccisione di Fakir.

Del resto , lo stesso giornale dice:

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Del resto, anche gli slogan non lasciano molto spazio alle interpretazioni:

Il «blocco nero» l’ha scritto sul muro dei cantieri: «Fakir ti abbiamo vendicato». Ma anche tra le tende piantate una accanto all’altra nella spianata di Venaus c’è un altro striscione: «La polizia uccide Fakir». Evidente la saldatura con i fatti di Bologna. Una ragazza racconta che era in piazza la sera della protesta dopo la morte del 42enne. Ma quando le chiedi di spiegare cosa lega le due battaglie, nega anche di essere di Bologna. E si va oltre. Fino al G7 di Genova. «Da Carlo a Fakir, resistenza», recita un altro striscione. Come dire: agli occhi di tanti giovani lo Stato ha solo il volto della repressione. «Qui è tutto perfetto, come dovrebbe essere la società», dice con aria di sfida Vittoria, che viene da Torino. E gli scontri? «Ma perché parlate solo di quello? La cosa bella del festival è fare qualcosa di collettivo che funziona». Anche Samir, esponente del movimento Extinction Rebellion di Pisa, lamenta la «cecità e sordità da parte delle istituzioni nell’ascoltare le voci che vengono dal basso». Tra i giovani si respira una grande voglia di incontrarsi. Spesso al di là delle battaglie politiche. E così, mentre Francesca Albanese si accalora parlando del genocidio di Gaza, a due metri di distanza c’è chi stende una corda e prova a camminare sul filo. Altri ci danno dentro in una lunghissima partita a pallavolo. Insomma c’è di tutto: il visionario che vuole cambiare il mondo e chi cerca solo l’occasione per condividere tre giorni in un’atmosfera che ha tanto il sapore del rave party.

Cioè, il tentativo di saldare le due vicende è così plateale da non richiedere nemmeno un’interpretazione particolarmente maliziosa.

Non siamo noi a costruire il collegamento.

Non occorre insinuarlo, dedurlo o andare a cercarlo tra le righe. Lo scrivono direttamente sui muri: «Fakir ti abbiamo vendicato». Lo ripetono sugli striscioni: «La polizia uccide Fakir». E il Corriere stesso parla di una «evidente saldatura con i fatti di Bologna».

Più evidente di così avrebbero potuto soltanto stampare il programma dell’operazione su carta intestata.

Il meccanismo, del resto, è perfetto. A Bologna un uomo muore durante un intervento di polizia, l’opinione pubblica comincia a discutere del comportamento degli agenti e la città si mobilita. Subito dopo, a centinaia di chilometri di distanza, compaiono settecento professionisti stranieri del disordine, equipaggiati per una battaglia campale, che devastano un cantiere, feriscono — secondo il racconto ufficiale — centotrenta agenti e si premurano persino di scrivere che lo stanno facendo per vendicare Fakir.

Non potevano essere più utili alla polizia nemmeno se fossero arrivati con il contratto.

E infatti il racconto cambia immediatamente. Non si parla più dell’uomo morto a Bologna, delle circostanze della sua morte, della violenza esercitata dagli agenti o delle responsabilità istituzionali.

Si parla dei black bloc, dei francesi, delle pietre da sette chili, delle fionde d’assedio, dei cinquecento lacrimogeni e dei centotrenta poliziotti feriti. Il morto scompare. Restano i poliziotti aggrediti.

Missione compiuta.

Il resto dell’articolo, poi, è un piccolo capolavoro di normalizzazione narrativa. Dopo avere descritto una specie di invasione barbarica internazionale, con settecento uomini in nero che assaltano il cantiere e fanno strage di agenti, il tono improvvisamente cambia.

Ci sono i ragazzi che vogliono incontrarsi. La pallavolo. La corda tesa per camminare in equilibrio. Francesca Albanese che parla di Gaza. Il «visionario che vuole cambiare il mondo». L’atmosfera da rave party. Insomma, da una parte settecento professionisti della guerriglia, dall’altra un campeggio giovanile con giochi, dibattiti e socializzazione.

Una specie di Club Méditerranée con le baliste.

E naturalmente, quando una ragazza ammette di essere stata alla manifestazione di Bologna ma le viene chiesto quale sia il legame fra le due battaglie, improvvisamente nega persino di essere bolognese.

Comprensibile.

Dopotutto, scrivere «Fakir ti abbiamo vendicato» sul muro è un’espressione politica limpida e inequivocabile. Spiegare chi abbia organizzato la vendetta, come si siano mossi settecento stranieri e perché questa formidabile macchina internazionale della guerriglia sia comparsa esattamente nel momento più utile alla polizia, invece, diventa improvvisamente una questione privata.

Ma guarda caso.

Ma che roba strana. Se non ci fossero stati loro,, bisognava inventarli.




E la cosa più assurda, dentro questa insalata di parole, è che sullo sfondo si intravede chiaramente un «festival».

Non un raduno clandestino comparso dal nulla nel cuore della notte. Non un gruppo di commandos paracadutato dietro le linee. Un festival, con tende, striscioni, interventi politici, partite a pallavolo, gente che cammina sulla corda e un’atmosfera descritta dallo stesso giornale come simile a quella di un rave party.

Quindi qualcosa di annunciato, visibile, organizzato e abbastanza grande da attirare centinaia di persone, comprese — secondo il racconto — settecento francesi vestiti di nero.

Eppure gli agenti parlano come se fossero stati colti completamente di sorpresa. Come se, durante una tranquilla giornata di sorveglianza, fossero improvvisamente emersi dai boschi reparti speciali nemici, equipaggiati con maschere antigas, occhialini, fionde pesanti e macchine d’assedio.

Non sapevano nulla.

Non si aspettavano nulla.

Non avevano previsto nulla.

Poi, improvvisamente, settecento persone si sarebbero travisate, coordinate e lanciate all’assalto, utilizzando come munizioni le pietre del cantiere, mentre la polizia si trovava costretta a consumare cinquecento lacrimogeni e a contare centotrenta feriti.

Ma dietro c’era un festival.

Un festival abbastanza noto da avere un programma, degli ospiti, degli striscioni politici e un campeggio. Abbastanza visibile da essere raccontato dai giornali come un grande momento collettivo. Abbastanza frequentato da contenere al proprio interno una lunghissima partita a pallavolo.

Però non abbastanza prevedibile da indurre qualcuno a chiedersi se fosse il caso di prepararsi a qualche scontro, controllare gli accessi, sorvegliare il materiale del cantiere o impedire a settecento presunti professionisti stranieri della guerriglia di raggiungere indisturbati il luogo dell’assalto.

È questo che non torna.

Il racconto pretende contemporaneamente che l’evento fosse pubblico, organizzato, affollato e perfettamente visibile, ma che la violenza sia arrivata come un fulmine a ciel sereno.

Da una parte il festival.

Dall’altra l’imboscata.

Da una parte tende, dibattiti e pallavolo.

Dall’altra la battaglia di Isandlwana.

E nessuno, apparentemente, aveva visto arrivare nulla.

Come sempre,, quando ci sono di mezzo loro.




In realtà, credo che si tratti di un rituale tanto stanco, monotono e ripetitivo quanto prevedibile, e non ho alcuna intenzione di andare a leggere tutto.

Perché so già come va a finire.

È sempre stato così.

Dal 1984 sono passati, ormai, più di quarant’anni. E siamo ancora qui a leggere le notizie nello stesso modo, con le stesse parole, gli stessi riflessi automatici, gli stessi metodi e, soprattutto, lo stesso copione.

Cambiano i nomi. Cambiano le città. Cambiano gli slogan, le sigle, le cause da difendere e i morti da evocare.

Ma la rappresentazione è sempre quella.

La polizia sorpresa.

I manifestanti violenti.

Gli agenti feriti a centinaia.

I professionisti del disordine arrivati da lontano.

Le devastazioni.

Le condanne rituali.

Le richieste di fermezza.

E nessuno che abbia il coraggio di alzarsi e rompere questa consuetudine, che era già vecchia quando io ero giovane.

Sentivo parlare della polizia e dei manifestanti esattamente in questo modo quarant’anni fa. Le stesse formule, la stessa costruzione del racconto, la stessa distribuzione preventiva delle parti: da una parte l’ordine, dall’altra il caos.

E già allora sapevo benissimo che erano tutte balle.



E se non volete che il dopolavoro del Ministero dell’Interno devasti piazze e cantieri, non avete che da ordinargli di non farlo.

Oppure, più semplicemente, smettere di ordinargli di farlo.

Ma davvero non avete ancora capito che non ci crede più nessuno?


Uriel Fanelli


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