Epstein e i suoi file.
Non ho ancora voluto scrivere del discorso di Epstein perché mi sembra una montatura inutile, che cerca di riempire il vuoto di molte teorie del complotto inutili. Il problema è che siamo nel mondo della "post-verità", ovvero nel mondo delle fregnacce, e quindi a determinare la verità non è l'offerta, ma la domanda.
Inizialmente, avevo pensato che la bizzarra coincidenza tra le teorie del complotto (come la teoria della pizzeria ping-pong, o Pizzagate) e quello che poi puntualmente veniva scoperto fosse dovuta al fatto che fosse tutto vero, e che in qualche modo venisse filtrato da una imperfetta gestione del segreto stesso.
Poiché tenere il segreto su quanto si dice dell'isola di Epstein è praticamente impossibile, pensavo che le "voci" si sarebbero diffuse e poi "consolidate" in queste teorie del complotto. Il problema è che vedere un dossier di tre milioni di pagine, senza contare quelle "redacted", ha superato i limiti sperimentali della mia teoria, per cui sono costretto a rimodellarla da capo.
Partiamo da un'ipotesi: nel mondo della "post-verità" a dominare il mercato non è l'offerta, ma la domanda. Il principio dominante è il famoso "I WANT to believe".

Altra ipotesi: siamo nel mondo del consumismo, quindi anche il valore logico di "verità" è un prodotto che si può comprare e consumare, e dunque produrre a piacimento. Il consumismo funziona solo grazie al produttivismo.
Di conseguenza, sono arrivato a pensare che siano state le teorie del complotto a creare il fenomeno "Epstein", perché la domanda produce l'offerta, e tutti quelli che volevano credere a una teoria del complotto adesso potranno comprare il prodotto, confezionato per loro, della "Verità su Epstein", e consumarlo.
A convincermi è stata l’enorme mole di dati raccolti: una quantità tale da far sorgere una domanda banale, ma inevitabile. Non si capisce bene da chi e per quale motivo, soprattutto perché le fonti vengono citate di rado, o quasi mai: chi ha intercettato o prelevato le email? Chi ha scattato le foto? Chi ha avuto accesso ai documenti grezzi, e con quale catena di custodia? E così via.
La verità, per come la vedo io, è abbastanza ovvia. Quando un’isola è frequentata da VIP di quel livello, a sorvegliarla non c’è “una” sicurezza: ce ne sono molte, sovrapposte, spesso in competizione e quasi sempre ridondanti. Non mandi nello stesso posto miliardari, fondatori di aziende geostrategiche, politici, membri del Congresso, elementi della nobiltà internazionale, senza che qualche servizio di sicurezza — o qualche servizio segreto — se ne occupi in modo sistematico.
Anche solo per un motivo pratico: un commando ben strutturato e armato potrebbe arrivare sull’isola con dei gommoni e causare una strage epocale. È quindi naturale pensare che l’isola fosse protetta in modo serio, visibile e invisibile. Del resto, dopo l’11 settembre, per gli aerei (anche privati) era diventato assolutamente obbligatorio depositare l’intera lista passeggeri per ogni volo presso il Dipartimento dei Trasporti; e chi gestiva l’aereo era obbligato al KYC, cioè a sapere con precisione chi ci fosse a bordo, senza ambiguità e senza scuse.
Del resto, la presenza di prostitute russe che avrebbero — secondo alcune cronache — compromesso Gates, dovrebbe parlare da sola. Se delle cittadine russe hanno potuto prendere parte a quelle feste a sfondo pedofilo, allora oggi tutti i partecipanti diventano, in linea di principio, ricattabili: basta una foto, un video, una registrazione, e il gioco è fatto. E le spie russe, per quanto si racconti, sono un tema fin troppo noto. È difficile credere che una CIA, una NSA o un FBI qualunque vedano membri del Congresso e presidenti (o ex presidenti) finire in situazioni del genere con cittadine russe, e restino con le mani in mano, come se fosse un dettaglio folkloristico.
Tantomeno i servizi britannici lascerebbero il “principe” Andrea frequentare un ambiente del genere senza avere un quadro chiaro di ciò che succede, soprattutto nel momento in cui rilevano la presenza di spie russe e, quindi, un potenziale vettore di ricatto internazionale. Perché qui non si parla di moralismo: si parla di sicurezza, vulnerabilità, leverage. E una vulnerabilità, quando riguarda figure di quel profilo, viene trattata come tale.
E non sto neppure esaurendo il ventaglio dei servizi potenzialmente coinvolti. Anche senza avere “qualcuno di importante” direttamente presente alla festa, altri apparati potrebbero comunque essere interessati a ottenere materiale compromettente: non per curiosità, ma per avere una leva, costruire dossier, attivare pressioni future, o semplicemente mappare reti di contatti e dipendenze. L’idea che tutto questo avvenga nel vuoto, senza occhi addosso e senza raccolta sistematica di informazioni, è — per come la vedo io — la parte meno credibile dell’intera storia.
E quindi siamo al punto: perché TRE MILIONI di pagine su attività criminali escono allo scoperto proprio ora? La risposta, per come la vedo io, è che c’è stata una domanda spaventosa, partita dalle persone comuni e poi riflessa sulla politica. Prima questa domanda non c’era, e quindi questa “verità” non è emersa — ammesso che sia una verità, e ammesso che sia davvero emersa.
La popolazione voleva sapere di un complotto di élite pedofile — di destra o di sinistra, a seconda del consumatore — e in qualche modo bisognava produrne uno e venderglielo. Non importa che sia la verità: sarà il nulla che significa “verità” nella società odierna.
Qualcuno ha qualche garanzia di veridicità, o può garantire che quei tre milioni di pagine non siano state artefatte?
La cultura americana, e anglosassone in generale — che, per me, appartiene alla famiglia delle culture provinciali — si regge su tre cose:
- Gossip: il pettegolezzo come fonte di piacere, e come rivalsa per non essere “lì”.
- Pornografia: una civiltà di repressi, alla perenne ricerca di onanismo.
- Linciaggio: il piacere di giudicare e condannare; è meglio del sesso anale.
Date a un americano queste tre cose, e l’orgasmo è assicurato. Su questi tre principi si costruiscono le teorie del complotto che parlano di orge tremende, immorali, sataniste!!! Qualcosa che tutti possano condannare. Uomini e donne che cornificano allegramente il partner potranno così alzare l’asticella dell’illecito, sentirsi puri e condannare duramente qualcun altro.
L'inconsistenza di questa societa' e' ovvia. Prendiamo per esempio i cosiddetti "baby pageants", cioe' i concorsi di bellezza per bambine, che si celebrano negli USA, concorsi di bellezza nei quali ogni madre competitiva farebbe salti mortali per mandare le figlie.
Roba di questo tipo:

Tralasciando l’opportunità estetica di dare a una bambina il make-up di un’adulta, poniamoci una domanda.
Ma secondo voi, a guardare questi concorsi, tra il pubblico, ci sono più fornai o più pedofili?
(Sia chiaro: ho usato “fornai” come categoria a caso; potete metterci dentisti, ingegneri, architetti, e non cambia nulla).
Gli USA hanno una lunga storia di fenomeni di questo tipo: basti pensare a “Toddlers & Tiaras”, un reality costruito attorno ai concorsi di bellezza infantili e alle polemiche che si porta dietro. Oppure al caso JonBenét Ramsey, che partecipava a vari concorsi di bellezza per bambine, e la cui esposizione mediatica rese quel mondo ancora più visibile

Ma il punto, per me, è semplice.
Nella società anglosassone non si percepisce un ribrezzo operativo verso la pedofilia: altrimenti cose simili non sarebbero possibili, né socialmente tollerabili. Voglio dire: pensate allo scandalo di “Non è la Rai”, e adesso chiedetevi cosa sarebbe successo se si fosse scesi agli 8 anni, o meno.
E quindi ricapitoliamo: la società americana, nei fatti, non mostra lo stesso livello di repulsione verso la pedofilia che pretende di esibire a parole.
E non mostra nemmeno un particolare ribrezzo verso la prostituzione, né verso l’idea stessa di sesso come consumo e spettacolo: tanto è vero che gli USA sono il principale produttore di pornografia.
Gli scandali di Berlusconi, per esempio, furono “scandali” soprattutto perché da un lato c’era il bigottismo sessuofobo cattolico, dall’altro c’era il bigottismo sessuofobo di sinistra, discendente diretto del grigiore comunista sovietico.
Nella società italiana, cioè, c’era un ribrezzo verso queste cose, sia dal lato conservatore sia da quello “progressista”. Ma il vero salto di qualità dello scandalo fu quello di Ruby, dal momento che si supponeva minorenne al momento di alcune prestazioni.
Altrimenti, il fatto che avvengano feste orgiastiche tra i potenti di Roma sarebbe stato accolto con un’alzata di spalle. Vi basta leggere dagospia per farvi un'idea, e dagospia si limita nel racconto, per non essere soggetto a vendette.
Cosa voglio dire? Voglio dire che la società americana, quando si parla del caso Epstein, non ha alcuna sete di giustizia: ha soprattutto voglia di consumare la storia, come un qualsiasi prodotto semipornografico. Ha voglia di masturbarsi su un genere di pornografia che forse non è esplicita quanto quella “vera”, ma che può comunque dare soddisfazione — una soddisfazione del tutto rispettabile, purché la si chiami col suo nome.
Voglio dire: immaginate di essere uno di quei “sei gruppi” che, grazie ad una gestione finanziaria oligopolista, costituiscono l’intero mondo dei media americani. Immaginate che qualcuno dica ai vostri commercial director che la gente vuole vedere scandali sessuali con dei VIP: meglio se a base di orge, droga e prostitute minorenni. O addirittura povere ragazze liceali rapite per fare le orge. In un mondo consumista che si propone di offrire al cliente la soddisfazione immediata delle sue richieste, cosa farà l'azienda?
Farà esattamente ciò che fa sempre il mercato quando intercetta un desiderio forte e ripetibile: lo produce, lo impacchetta, lo standardizza, lo “brandizza”, e lo rivende. Prima come notizia, poi come specialone, poi come docuserie, poi come podcast, poi come talk show, poi come dibattito “serio” — e a ogni giro ci mette dentro un gancetto nuovo, un nome nuovo, un volto nuovo, un presunto dettaglio “esclusivo” che giustifichi il prossimo click. Il prodotto cambia forma, ma la funzione resta la stessa: massimizzare attenzione, permanenza, pubblicità, e quindi fatturato.
Aspettatevi la serie TV su Epstein: c'e' ancora molto da monetizzare.
E a quel punto non conta più nemmeno cosa sia vero: conta cosa “tiene” il pubblico, cosa fa conversazione, cosa fa indignazione, cosa fa eccitazione. È qui che la post-verità diventa un modello di business, e la verità (quella verificabile, noiosa, con le fonti, con le responsabilità) diventa un optional.
Cosa intendo dire? Intendo dire che lo scandalo di Epstein somiglia troppo al prodotto mediatico perfetto per essere vero, almeno così come ce lo stanno raccontando.
È troppo vendibile, troppo monetizzabile, troppo perfetto: sembra modellato sulla domanda.
Non è un’inchiesta: è chiaramente un prodotto. Un prodotto fatto per essere venduto, cioè per accontentare la domanda del pubblico. E come tutti i prodotti di questo tipo, deve funzionare in un modo preciso, con una meccanica ripetibile e scalabile.
- Ciclo della dopamina: anticipazione. Queste “rivelazioni” devono arrivare poco alla volta, a gocce, lasciando intendere che ci sia sempre dell’altro — che “manca ancora il pezzo grosso” — così da aumentare la libidine dell’attesa, il desiderio prima della scarica di piacere.
- Ciclo della serotonina: quando arrivano finalmente “i file”. Che magari non contengono nulla di decisivo, ma alludono, suggeriscono, strizzano l’occhio; e comunque, ogni tanto, ci scappa qualche rivelazione beefy, tipo Gates che si prende lo scolo. (Lasciamo perdere l’idea di dare antibiotici di nascosto alla moglie: è un dettaglio talmente grottesco da sembrare scritto apposta per far discutere.)
- E poi di nuovo: perché non rilasciamo certo i file tutti insieme. Li rilasciamo a puntate, lentamente, in modo da rientrare nel ciclo dopamina-serotonina, e poi di nuovo dopamina-serotonina, finché il pubblico resta agganciato e il prodotto continua a rendere.
E nel frattempo, nel complesso televisivo e mediatico, si vendono pubblicità per cifre che stanno nell’ordine delle centinaia di miliardi: per esempio, Magna stima ricavi pubblicitari dei media owner negli USA , durante lo scandalo Epstein, a 398 miliardi di dollari nel 2025.
Un "piccolo" dettaglio, eh?
La politica, poi, ci marcia eccome. Sia chiaro: ci sono richieste di impeachment in gioco? No. Clinton ormai è troppo vecchio; il Principe Andrea, ormai, è il signor Andrea: la sua disgrazia rende la monarchia più prudente e la narrazione sulla successione di Carlo un po’ più complicata — ma non abbastanza da cambiare davvero la traiettoria.
E in ogni caso non è che il Congresso americano abbia investigato sul serio se, in quei file, compaiano membri eletti o figure istituzionali in carica. La verità è che la gente conosce Musk, conosce Gates, conosce Clinton e conosce Trump (o Hillary): dei pesci piccoli non le importa nulla.
Eppure è altamente improbabile che un lobbista come Epstein sia arrivato a Trump o a Clinton o al principe Andrea senza mai toccare governatori, senatori o deputati. Ma non importa: il prodotto Epstein è confezionato per colpire in un certo modo, e lo farà. Vendendo miliardi di pubblicità nel frattempo.
Provo a sintetizzare — e stavolta, sì, lo dico esplicitamente: sto cercando di compattare il ragionamento senza tagliarne il senso. Probabilmente qualcosa è successo, nel senso banale del termine: probabilmente su quell’isola si sono tenute davvero feste con prostitute. Esistono ovunque, e ci va un sacco di gente.
Quelli che darebbero un braccio per andarci ma non possono, rimangono a rosicare col gossip; e il “Caso Epstein” li soddisfa proprio così: con la sua pornografia latente, che eccita, intrattiene, e in un certo senso assolve. Un paese nel quale nasce e prospera un servizio come Ashley Madison — lanciato nel 2002 e rivolto esplicitamente a persone sposate in cerca di relazioni extraconiugali — non ha un tabù serio verso il tradimento del consorte, quantomeno non nel suo mercato dei desideri. E un paese che, secondo varie analisi e ricostruzioni, è tra i principali poli della pornografia mondiale non ha un tabù reale verso orge e feste sessuali.
E nemmeno lo ha verso la pedofilia — non nel senso “ideologico”, ma nel senso pratico di cosa tollera come spettacolo e come costume — altrimenti non esisterebbero i baby pageants, e non avrebbero avuto neppure la normalizzazione pop di format televisivi centrati su quel circuito, tipo “Toddlers & Tiaras”.
È un po’ come quelli che criticavano Berlusconi per le sue feste bunga bunga, ma poi, se gli chiedevi di uscire per andare in un locale, ti rispondevano: “Mah, c’è della bella figa?”.
In pratica: indignazione a parole, domanda a mercato.
Ritengo che lo scandalo Epstein sia il prodotto mediatico perfetto.
Che “il prodotto perfetto” si realizzi da solo può succedere, certo. Conosco un campo di zucche dove ogni tanto crescono delle Lamborghini, per dire. Purtroppo non è sul nostro pianeta.
Ma se usciamo da quel campo di zucche, le Lamborghini vanno costruite in una fabbrica; una fabbrica che cerca di incontrare i gusti del cliente, e di farlo in modo affidabile, replicabile, industriale. E secondo me questo è il meccanismo principale del sistema mediatico: intercettare la domanda, darle una forma, impacchettarla, e rivenderla come se fosse inevitabile.
Ah, giusto. Un'ultima cosa.
Vi ho già parlato dell’account OnlyFans della proprietaria del locale bruciato a Crans-Montana?
No?
Beh, anche quello sarebbe un prodotto perfetto. Così perfetto che mi meraviglio che qualcuno non ci abbia ancora pensato.
Ma non vi preoccupate, non siamo ancora alla fine.
Non è detta l'ultima parola.
