Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Emma Bonino.

Mentre scrivo, i leader della sinistra non hanno ancora commentato la sua morte e, se leggete i giornali italiani che pure ne parlano, vi accorgerete della sintesi estrema con cui raccontano la sua vita e quella dei Radicali. E c'è un motivo per questo, anche se probabilmente bisogna aver vissuto gli anni Ottanta e Novanta per ricordare bene quale fosse il punto.

I Radicali venivano spesso venduti come una fazione particolarmente, appunto, radicale della sinistra, ma con la sinistra del periodo — e probabilmente anche con quella di oggi — non andavano affatto così d'accordo. Certo, tutti ricordano la loro partecipazione rumorosa alle battaglie per il divorzio, l'aborto e, più in generale, per i cosiddetti diritti civili. Quello che si dimentica molto più facilmente sono le motivazioni, perché quelle motivazioni NON coincidevano affatto con quelle della sinistra.

I Radicali avevano essenzialmente due nemici: lo Stato e la Chiesa.

E c'era una ragione precisa. Mentre PCI e PSI ragionavano soprattutto in termini di masse, classi sociali, lavoratori, rapporti di produzione e interessi collettivi, i Radicali erano probabilmente la forza politica italiana che più esplicitamente metteva l'individuo al centro del discorso politico.

Non erano necessariamente edonisti, ma erano certamente pro-edonismo: difendevano cioè il diritto dell'individuo a cercare la propria felicità, il proprio piacere e il proprio modo di vivere, purché questo non richiedesse che lo Stato, la Chiesa o qualcun altro venissero a spiegargli come farlo.

La differenza sembra piccola, ma politicamente è enorme.

Per PCI e PSI il problema fondamentale era che le classi sociali, e in particolare le masse lavoratrici, avevano di fronte degli avversari: i padroni, il capitale, determinate strutture economiche e, spesso, la Chiesa come parte dell'ordine sociale esistente.

Per i Radicali il punto di partenza era diverso: era la singola persona ad avere contro lo Stato e la Chiesa, entrambi perfettamente disposti a farsi i cazzi suoi e, soprattutto, a legiferare sulla sua sfera privata. Sul matrimonio, sul sesso, sulla contraccezione, sull'aborto, sulla religione, sul servizio militare, sulle droghe, sul modo di vivere e, più tardi, persino sul modo di morire.

Non la classe, non il popolo, non le masse. Tu.

E come se non bastasse, i Radicali osservavano una seconda cosa: quello che si chiamava semplicemente «lo Stato» era spesso, nella pratica italiana, il paravento dietro il quale agivano i partiti. Da qui nasce una parola che nel radicalismo pannelliano diventerà fondamentale: partitocrazia.

Il problema non era soltanto uno Stato astratto che invadeva la vita privata. Era uno Stato occupato, amministrato e distribuito dai grandi partiti della Prima Repubblica attraverso apparati, enti pubblici, televisioni, clientele, nomine e organizzazioni collaterali.

Di conseguenza, gli avversari diventavano due, ma uno dei due aveva parecchie facce: da una parte i grandi partiti del periodo — certamente la DC, ma anche PCI e PSI quando partecipavano a quella stessa logica di occupazione delle istituzioni — e dall'altra la Chiesa cattolica.

Da questo punto di vista i Radicali erano profondamente anti-statalisti, ma in un senso particolare.

Non nel senso americano del «lo Stato non deve costruire le strade», e nemmeno necessariamente nel senso economico liberista.

Erano anti-statalisti soprattutto quando lo Stato pretendeva di diventare Stato etico, cioè quando decideva come dovesse vivere l'individuo. Ed erano anti-partitocratici perché, nell'Italia di allora, ogni volta che lo Stato entrava pesantemente in una materia privata, insieme allo Stato entravano inevitabilmente i partiti.

E con la Democrazia Cristiana entrava, altrettanto inevitabilmente, la Chiesa cattolica.



E qui cominciano i problemi.

Il PSI, specialmente prima di Craxi, non era davvero un partito organizzato nello stesso modo. Era molto più composito, correntizio, litigioso, attraversato da culture politiche diverse e spesso in concorrenza tra loro. Non era affatto una macchina ideologica compatta. I l PCI era un'altra cosa. Era un partito verticistico, piramidale, capillare e soffocante, nella maniera più incredibilmente dispregiativa e liberticida che si possa dare al termine organizzazione. Aveva sezioni territoriali, cellule di fabbrica, una presenza enorme nel sindacato, negli enti locali e in un'intera costellazione di organizzazioni collaterali; soprattutto, funzionava secondo il principio del centralismo democratico.

E “centralismo democratico” voleva dire una cosa molto precisa: si poteva discutere prima, ma una volta che il partito aveva deciso, la decisione diventava vincolante anche per la minoranza.

Ed è qui che compare un'altra caratteristica importante di quella cultura politica: il massimalismo.

Non uso il termine soltanto nel senso storico stretto del socialismo italiano, quello del “programma massimo” contrapposto ai riformisti. Lo uso anche nel suo significato politico più generale: l'idea che esista una linea giusta, che quella linea possa essere stabilita collettivamente e che, una volta stabilita, il dissenso smetta di avere particolare dignità politica.

In pratica: si discute finché si deve decidere. Poi si decide. E da quel momento la maggioranza ha ragione.

La minoranza può anche continuare a esistere, naturalmente. Nessuno deve necessariamente venire a prendervi di notte.

Ma deve tacere.

Non è nemmeno casuale che tutta questa famiglia politica venga da una tradizione nella quale le parole stesse parlavano continuamente di maggioranze e minoranze. “Bolscevico” viene da bol’ševik, cioè maggioritario; “menscevico” da men’ševik, cioè minoritario. Nella vecchia terminologia politica italiana il bolscevismo veniva perfino reso come “massimalismo”, anche se il massimalismo italiano ebbe poi una propria storia specifica.

Il punto, comunque, non è fare filologia russa.

Il punto è il modello mentale.

Per il PCI l'individuo, come categoria politica autonoma, praticamente non esisteva. O appartenevate a una classe — classe operaia, borghesia, proletariato — oppure, quando si voleva usare un linguaggio un po' meno ottocentesco e sentirsi più moderni, diventavate una massa: masse popolari, masse lavoratrici, massa operaia.

Così non si citava Marx ogni tre righe e ci si sentiva meno vetero, ma il soggetto politico rimaneva comunque collettivo.

Non c'era quasi mai “io”. C'era “noi”, ma soprattutto c'era il gruppo al quale qualcuno aveva deciso che apparteneste.

Ed è esattamente qui che il radicalismo diventava quasi incompatibile col comunismo italiano: perché per un radicale il punto di partenza non era sapere a quale classe appartenesse una persona. Il punto di partenza era che quella persona era una persona.


Quando i Radicali parteciparono alle battaglie per il divorzio o per l'aborto, il loro problema non era liberare le donne come classe, come massa o come soggetto collettivo.

Il problema era liberare la donna.

Quella donna.

Come persona. Come individuo.

La differenza non è cosmetica, e non è neppure una questione di parole. È una differenza radicale nel modo di concepire la politica.

Per una parte consistente della sinistra, il problema poteva essere descritto come l'oppressione della Chiesa sulle donne, del patriarcato sulle donne, della società borghese sulle donne. Il soggetto politico rimaneva comunque collettivo: le donne.

Per i Radicali, invece, il punto era molto più elementare e molto più feroce: chi cazzo sei tu per decidere cosa deve fare quella persona della propria vita?

Non serviva costruire una teoria generale dell'oppressione femminile per arrivarci. Bastava riconoscere che una persona adulta doveva poter decidere se sposarsi, se divorziare, se portare avanti una gravidanza, se usare contraccettivi, se avere una determinata vita sessuale, senza che Stato e Chiesa entrassero in camera da letto a deliberare.

Anche il linguaggio tendeva quindi a essere diverso.

Il linguaggio collettivista dice facilmente: «quello che dici offende le donne».

Il linguaggio radicale tende molto più naturalmente a dire: «quello che dici offende ME».(a quei tempi sapevamo con certezza se qualcuno fosse una donna oppure no).

Perché il soggetto politico non è una categoria sociologica alla quale appartengo.

Sono io.



Per le sinistre, cioè, la libertà di abortire rimaneva in larga misura una questione collettiva. Non doveva essere la Chiesa, quell'«oppio dei popoli» che continuava a mettere bocca nella vita civile, a decidere per le donne; ma questo non significava affatto che lo Stato dovesse semplicemente togliersi di mezzo. Al contrario: lo Stato doveva intervenire, regolamentare, stabilire procedure, condizioni, limiti e strutture pubbliche attraverso le quali quella libertà potesse essere esercitata.

Per i Radicali il problema era precisamente lì.

Perché, nel loro modo di vedere le cose, quando dicevate «lo Stato» stavate molto spesso dicendo i partiti. E quindi affermare che lo Stato dovesse decidere in quali condizioni una donna potesse abortire significava, in pratica, dire che il destino del vostro utero sarebbe stato deciso dalla DC, dal PCI, dal PSI o da qualche compromesso raggiunto tra loro.

In ogni caso, dal partito.

Ed è per questo che il rapporto fra i Radicali e la legge 194 fu molto più complicato di quanto oggi venga normalmente ricordato. I Radicali avevano combattuto per la depenalizzazione dell'aborto, ma non considerarono affatto la 194 il punto di arrivo ideale della loro battaglia. La giudicavano ancora troppo regolatoria, troppo compromissoria e troppo legata all'idea che lo Stato dovesse concedere, disciplinare e sorvegliare una decisione che essi tendevano invece a considerare appartenente alla sfera individuale.

Non è un dettaglio storico: nel 1981 furono proprio i Radicali a promuovere un referendum per liberalizzare ulteriormente alcune disposizioni della 194, mentre dall'altra parte il Movimento per la Vita promuoveva un referendum per restringerla. Entrambi furono respinti.

E questo rende bene la posizione radicale.

Non stavano dicendo semplicemente: «lo Stato deve permettere l'aborto».

Stavano dicendo qualcosa di molto più fastidioso per tutti gli altri: perché dovrebbe essere lo Stato a decidere?



Per i Radicali, insomma, la legge 194 aveva un difetto originario.

Sì, cacciava la Chiesa dall'utero. Ma per farlo autorizzava a entrarci lo Stato.

E per un radicale italiano degli anni Settanta e Ottanta «lo Stato» non era affatto un'entità neutrale, sospesa nel cielo delle istituzioni. Lo Stato voleva dire partiti. Voleva dire DC, PCI, PSI, ministeri, assessorati, amministrazioni, ospedali pubblici occupati secondo gli equilibri politici del momento. E nel caso della DC significava che, dopo aver cacciato la Chiesa dalla porta, rischiavate di vederla rientrare dalla finestra sotto forma di partito, amministrazione e personale sanitario.

Il sospetto radicale era esattamente questo: una volta riconosciuto allo Stato il potere di regolamentare quella scelta, anche in maniera relativamente permissiva, gli avevate comunque riconosciuto il principio fondamentale, cioè che quella materia fosse affar suo.

E una volta stabilito questo principio, bastava cambiare i rapporti di forza politici per restringere progressivamente ciò che prima era stato concesso.

Non era una paura inventata. La stessa legge 194 conteneva fin dall'origine l'obiezione di coscienza del personale sanitario, e già pochi anni dopo la sua approvazione l'obiezione veniva indicata come uno dei problemi concreti della sua applicazione. Ancora oggi esistono strutture nelle quali la percentuale degli obiettori è talmente alta da rendere l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza molto più difficile di quanto la semplice esistenza della legge lascerebbe immaginare.

Ed era esattamente il genere di fenomeno che i Radicali temevano: non serve necessariamente abolire un diritto per renderlo inutilizzabile. È sufficiente conservare formalmente la legge e occupare, amministrare o condizionare gli strumenti attraverso i quali quel diritto dovrebbe essere esercitato.

Ma con la DC lo scontro era quasi scontato. La DC e i Radicali si odiavano già abbastanza.

Il problema interessante era il PCI.

Perché il PCI era Partito. Lo era nella maniera più ossessiva, organizzata, monolitica e regolatoria possibile. Perciò, quando i Radicali dicevano che lo Stato avrebbe dovuto semplicemente NON OCCUPARSI dell'aborto come scelta individuale, non stavano soltanto buttando fuori la Chiesa.

Stavano buttando fuori anche il PCI.

Il PCI non considerava sbagliato, in sé, che la politica stabilisse regole, procedure, strutture e limiti entro i quali l'aborto dovesse essere praticato. Considerava importante che quelle regole fossero quelle giuste, elaborate attraverso la politica, il Parlamento, il servizio sanitario e quindi, inevitabilmente, anche attraverso i partiti.

Dal punto di vista radicale era proprio questo il problema: al radicale interessava sottrarre quella decisione alla politica. Al PCI interessava fare la politica giusta su quella decisione: sono due idee completamente diverse di libertà.

E quindi lo scontro era inevitabile.


La rottura materiale, quella che ricordo come il momento in cui nelle vecchie sezioni comuniste si cominciò davvero a dire peste e corna dei Radicali, arrivò negli anni di Tangentopoli e trovò uno dei suoi momenti più evidenti nel referendum del 1993 sul finanziamento pubblico dei partiti.

Nel 1993, naturalmente, il PCI non esisteva più: si chiamava PDS. Ma le sedi, gran parte dell'apparato, molti militanti e soprattutto una certa concezione del Partito erano ancora lì.

Ufficialmente il PDS finì per schierarsi per il Sì.

Ma fece, secondo me, buon viso a cattivo gioco.

Io in quel periodo ero a Bologna, in piazza, a raccogliere firme per quel referendum. E non ricordo esattamente le folle di giovani provenienti dall'ex organizzazione comunista accorrere ad aiutarci. La FGCI, tecnicamente, era stata già sciolta nel 1990 e trasformata nelle nuove organizzazioni della Sinistra Giovanile, ma il mondo politico e militante era quello. E quel mondo non era precisamente innamorato dell'idea radicale di togliere allo Stato il compito di mantenere economicamente i partiti.

Del resto basta leggere ciò che dicevano loro stessi.

Ancora nel gennaio 1993, sulle pagine dell'Unità, esponenti del PDS sostenevano esplicitamente che il finanziamento pubblico della politica fosse necessario. Volevano cambiare il meccanismo, renderlo più controllabile, sostituire il trasferimento diretto alle segreterie con rimborsi elettorali, servizi pubblici e forme volontarie di contribuzione.

Ma l'idea che lo Stato dovesse contribuire economicamente alla vita politica rimaneva perfettamente intatta.

E a marzo la posizione veniva espressa ancora più chiaramente: avrebbero preferito riformare il finanziamento pubblico piuttosto che abolirlo, ma Tangentopoli era al suo culmine, il sistema dei partiti stava crollando sotto gli scandali e mettersi pubblicamente a difendere i soldi ai partiti sarebbe stato politicamente suicida.

Quindi il PDS disse Sì.

Ma quel Sì non significava affatto: «avevano ragione i Radicali».

Significava piuttosto: questa battaglia ormai è persa, cerchiamo almeno di governarne le conseguenze.

Ed è esattamente quello che avvenne dopo: il finanziamento ordinario ai partiti venne abolito, ma rimasero e vennero sviluppati altri meccanismi di sostegno pubblico, soprattutto attraverso i rimborsi elettorali.

Dal punto di vista radicale era la classica pezza messa dal Partito dopo che gli elettori avevano sfondato la porta.

Perché il principio rimaneva quello: il Partito continuava a considerarsi qualcosa di talmente necessario alla democrazia da avere diritto a una qualche forma di sostegno pubblico.

I Radicali partivano invece dalla domanda opposta: se nessuno vuole finanziarti volontariamente, perché dovrei finanziarti io attraverso lo Stato?

Immaginate quanto piacere potesse fare una domanda del genere a un apparato che proprio in quegli anni stava scoprendo quanto costasse mantenere sedi, funzionari, giornali e strutture costruite nei decenni precedenti.


E dopo questo sgarro, difficilmente avete continuato a sentire parlare dei Radicali come di una forza semplicemente «di sinistra». Ma in realtà il problema era venuto fuori già anni prima, con la candidatura di Ilona Staller, Cicciolina, nelle liste radicali del 1987. Non soltanto venne candidata: fu eletta alla Camera, e Pannella la volle esplicitamente nelle liste del partito.

Per il PCI una candidatura del genere era difficilissima da comprendere, perché entrava in conflitto con il suo modo di concepire la rappresentanza politica. Quando il PCI decideva che una donna stava dalla parte giusta, quella donna tendeva immediatamente a diventare rappresentativa di qualcosa: delle lavoratrici, delle donne emancipate, delle donne di sinistra. Il simbolo rimandava sempre a una categoria, mai soltanto alla persona.

Ma Cicciolina non rappresentava «le donne». Rappresentava Cicciolina.

Ed era proprio questo il punto radicale. Pannella non stava dicendo che il porno fosse politicamente positivo per tutte le donne, né che tutte dovessero farlo, né che la pornografia fosse una forma superiore di emancipazione. Stava dicendo qualcosa di molto più semplice: una donna può decidere di fare porno, se vuole, e non sono cazzi né dello Stato né dei partiti.

All'epoca, tra l'altro, non era affatto una libertà teorica. Le norme sugli atti osceni, sulle pubblicazioni e sugli spettacoli osceni rendevano ancora possibile sequestri, denunce e interventi dell'autorità, e chi lavorava nella pornografia viveva continuamente sul confine di una legislazione che oggi appare in larga parte delirante.

Il punto radicale, però, non era stabilire se quella vita fosse «buona». Era stabilire chi avesse il diritto di giudicarla e, soprattutto, di impedirla. E non era lo stato, ovvero i partiti.

Qui la distanza con il PCI diventava enorme. Nel linguaggio collettivista, se Cicciolina fosse stata politicamente positiva, bisognava inevitabilmente chiedersi che cosa rappresentasse per le donne. Per Pannella, invece, la domanda era quasi priva di senso: non diceva nulla delle donne, diceva qualcosa di quella donna. Poteva fare porno, smettere, candidarsi, essere volgare, esibizionista, intelligente o stupida. Ma erano fatti suoi.

Ed è proprio questa la differenza: per il PCI una libertà tendeva sempre a diventare una questione politica riguardante una categoria. Per i Radicali poteva essere semplicemente la libertà di una persona. Il problema, per loro, non era decidere se il porno fosse buono per tutte le donne oppure cattivo per tutte.

Il problema per i radicali era molto più semplice: perché cazzo dovrebbe occuparsene lo stato?


Questo ferocissimo odio radicale per lo Stato — che, nella loro lettura, voleva dire soprattutto odio per l'occupazione dello Stato da parte dei partiti — non poteva convivere bene con un partito come il PCI, e poi con il PDS. Tanto più che il PCI aveva costruito una parte importante della propria identità sull'idea della propria «diversità»: non semplicemente un partito tra gli altri, ma una forza moralmente diversa dagli altri partiti, meno corrotta, più disciplinata, più seria, quasi autorizzata proprio da questa superiorità a esercitare il potere in maniera diversa. Berlinguer parlava esplicitamente dell'«essere diversi» del PCI quando poneva la questione morale.

Da questo punto di vista, per il PCI il problema non era necessariamente che i partiti entrassero nella vita privata del cittadino. Il problema era quale partito lo facesse e con quale linea politica. Se lo Stato regolava l'aborto, la famiglia, la vita di coppia o altri aspetti della sfera privata secondo una linea considerata progressista, allora l'intervento pubblico poteva essere perfettamente legittimo. Per i Radicali, invece, il sospetto cominciava un passo prima: perché cazzo deve entrarci il partito?

Ed è qui che la mentalità collettivista riaffiora ancora oggi, anche se fortunatamente non si sente quasi più lo slogan «il privato è politico». Se insultate una donna, molto spesso il discorso politico trasforma immediatamente quell'insulto in un insulto rivolto a tutte le donne, anche se non è affatto detto che tutte le donne si sentano rappresentate da quella persona, condividano le sue idee o reagiscano nello stesso modo.

Se date della troia a Valentina Nappi, per esempio, è persino possibile che sia lei per prima a rispondervi qualcosa del tipo: «grazie, ma ho anche dei difetti».

Ed è proprio qui il cortocircuito.

La mentalità collettivista continua a ragionare come i Minions: ne colpisci uno e hai colpito tutti. Se offendi una donna, hai offeso LE DONNE. Il radicale, invece, partirebbe da una domanda molto più semplice: ma avete chiesto a quella donna se si sente offesa?

E quello fu il senso di candidare Cicciolina, per l'appunto.


In generale, credo che il vendicativo silenzio della sinistra di oggi venga proprio da qui. Le sinistre e il Partito Radicale hanno camminato insieme per un tratto di strada, soprattutto quando si trattava di combattere alcuni avversari comuni: la Chiesa, la morale cattolica imposta per legge, certe forme di autoritarismo dello Stato. Poi hanno divorziato.

E dietro quel divorzio c'erano, come spesso succede in politica, sia una questione di soldi sia una questione di idee. I soldi erano quelli del finanziamento pubblico, delle strutture, degli apparati, dei giornali e di tutto ciò che teneva in piedi i grandi partiti di massa. Le idee, però, erano forse ancora più importanti: da una parte una sinistra che continuava a pensare la politica attraverso classi, categorie, organizzazioni e partiti; dall'altra i Radicali, che continuavano ostinatamente a partire dall'individuo e a chiedersi perché mai Stato, Chiesa o Partito dovessero avere il diritto di decidere al posto suo.

Finché i nemici coincidevano, potevano sembrare alleati.

Quando si arrivò alla domanda fondamentale — chi deve avere l'ultima parola sulla vita della singola persona? — si scoprì che erano molto meno vicini di quanto sembrasse.

E le sinistre di oggi hanno ancora MOLTO bisogno di collettivismo, e molta, molta PAURA dell'individualismo.

Ancora peggio se edonista.

Uriel Fanelli

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