E rieccomi
Dopo una settimana e qualche severa bruciatura da sole, sono tornato in Germania, dove ho trovato pioggia e freschino. E siccome ho ancora ferie per riposarmi dalle ferie, vi faccio un post per raccontare alcuni aneddoti. Poi riparto a scrivere cose meno divertenti. Userò il metodo esagerativo dello sfottò siciliano, in onore di Licata, il posto dove ho passato la settimana lunga, e descriverò i miei amici in maniera volutamente divertente, senza fare nomi.
Prima, una doverosa premessa: la città di Licata sembra avere un problema con l’immondizia, con la pulizia delle strade e con la loro manutenzione. L’ultima volta che ci sono stato, all’inizio degli anni Duemila, non era così. Ma, per quello che ho potuto vedere, è come se il sindaco non ci provasse nemmeno. E siccome ha anche tolto i cassonetti per passare alla raccolta porta a porta, se volete essere civili e tentare di facilitare le cose, semplicemente non serve a nulla.Non avete altro posto dove lasciare i vostri rifiuti, e, non esistendo un calendario vero, prima o poi verranno raccolti. Questo, con una temperatura da forno a legna, produce una fragranza che piace moltissimo ai turisti. Ma, ripeto, non lasciatevi ingannare: la gente non ha colpa. Anche noi tre abbiamo cercato di smaltirla nel modo dovuto: semplicemente, non esiste il modo dovuto. Chi vi dice che è anche colpa della gente incivile appartiene all'insieme dei leccapiedi del sindaco, che onestamente andrebbe impalato. Col faro che c’è al porto. Una parte fondamentale del panorama.
Descrizione della compagnia. Ci sono io, che faro' da traduttore. Poi c'e' “il Corto”, un tedesco che appunto non e' alto, fa il preside di una scuola superiore, suona heavy metal, ha gli avambracci tatuati con motivi maori, ha l'hobby delle motociclette Triumph, e accetta di venire con noi anche usando un mezzo ignobile, opportunista e codardo come un aereoplano.
Poi c'e' il lungo. Alto, sempre biondo, ma di mestiere e' un manager per una gloriosa assicurazione, ritiene che la Polo sia l'equivalente casual di quello che per me e' una canottiera del Manowar con le borchie sopra. Ovviamente, shorts con le pinces, e occhiali rettangolari. Ama le regole. Adora le regole. PENSA in termini di regole. E vuole che lo sappiate. Non gi basta avere un piano,
vuole un piano perfetto. Fino nei dettagli. Nonostante io lo abbia avvisato che andremo in un posto dove i piani falliscono proprio nei dettagli. Ma lui dice che allora e' un cattivo piano. Ma lui e' un manager. Oh, yeah.
Comunque, ci siamo conosciuti in palestra, facendo Judo, e dopo un decennio di bevute, mangiate, Wacken e ippon ci consideriamo amici. Che, in Germania, è una cosa importante: non è affatto facile avere un amico qui.
E si parte.
Il piano fallisce immediatamente: prima ci si mette l’Etna, che decide di eruttare. E quindi chiudono l’aeroporto di Catania. Mentre noi siamo già in volo.
Morale? Dovremmo atterrare a Lamezia Terme, ma non c’è abbastanza carburante, e quindi andiamo prima a Brindisi a fare rifornimento. Si perdono tre ore buone, poi finalmente arriviamo a Lamezia. Di andare a Catania non se ne parla nemmeno, e l’aeroporto di Palermo è completamente nel panico. Io e il Grosso, che prendiamo la vita con sarcasmo, ci mettiamo a dire cazzate e a sghignazzare per tutto il tempo. A volte anche troppo.
Per esempio, a un certo punto lui chiede a una signora italo-tedesca, che sta urlando al telefono, per quale motivo stia usando il telefono, visto che da Catania la sentono benissimo anche senza. In compenso, questo aiuta l’aria condizionata di bordo a raffreddare.
E poi via, perché quando un aereo si ferma tutti sentono improvvisamente il bisogno di alzarsi: quelli seduti davanti devono andare in fondo, quelli seduti in fondo devono andare davanti, e quelli in mezzo hanno uno spin -1. E si sente la voce del Grosso che dice:
„Schönes Wetter zum Spazierengehen, oder?“
Ovvero: “Tempo fantastico per una bella passeggiata, eh?”
Penso di avervi descritto il carattere del Corto. Divertentissimo, piace alle donne – ricambiato – e ha sempre la battutaccia pronta.
Il Lungo, invece, la prende con grazia. Discussione con me, tipo:
- Ma il vulcano a Catania non esiste da oggi, vero?
- No, credo siano milioni di anni.
- E quindi a Catania lo sanno che c’è un vulcano, giusto?
- Credo sospettino qualcosa, sì.
- E allora perché chiudono l’aeroporto per l’Etna, se sanno che potrebbe eruttare? Non e' normale che erutti? Non ci sono abituati?
- È gente strana, amico mio. È gente strana.
- Io non lo capisco.
- Genau.
Credo di aver descritto la combriccola.
Allora, arriviamo troppo tardi a Lamezia, quindi prendiamo un albergo per una notte. L’indomani prendiamo il treno fino a Villa San Giovanni, da lì il traghetto veloce, e poi finalmente Catania. Nessuno fa ritardo, nessuno perde coincidenze, anche se il Lungo continua a ripetere che, essendo il viaggio assicurato, riuscirà a farci risarcire tutte le spese aggiuntive.
Ok.
Arriviamo all’aeroporto di Catania, perché il Lungo ha prenotato online un’automobile. E naturalmente conosce a memoria ogni singola clausola del contratto firmato online.
Peccato che fosse una truffa.
Nel senso che quello, a detta del losco individuo che troviamo lì, era soltanto un “broccheRRR”, e quindi:
“Adesso il contratto nuovo lo fate con ME.”
Accento sul ME. Lo pronuncia come se fosse “ammia” nel Padrino.
Io capisco immediatamente l’antifona. Guardo davanti al posto dove dovrebbe esserci il “broccheRRR” e vedo una discreta fila di gente incazzata. A quel punto il quadro generale mi sembra abbastanza chiaro.
E, naturalmente, il tipo cerca di fregarci tirando fuori clausole assicurative improbabili, condizioni assurde e altre amenità che sembrano inventate sul momento.
Ma commette un errore.
Lo dice al Lungo.
Il risultato è una discussione forbita di mezz’ora, durante la quale il Lungo cerca pazientemente di dimostrare al tipo — che era chiaramente un ciarlatano — che stava dicendo delle stronzate.
Punto per punto.
Clausola per clausola.
Con metodo.
Il problema è che non c’era verso di portarlo via da lì. Il Lungo aveva ormai trasformato il noleggio auto in una questione di principio, e probabilmente sarebbe ancora lì a discutere di condizioni contrattuali se, a un certo punto, non lo avessimo praticamente trascinato fuori.
Insomma, cosi'

Comunque, usciamo fuori e, mentre cerchiamo di pianificare una strategia — come dice il Lungo — passa un autobus.
In alto c’è scritto:
LICATA
Sorpresa: non c’è affatto bisogno di un’auto.
Con 9,80 euro a cranio si parte e si arriva direttamente a Licata.
Fine della necessità strategica.
Il Lungo dice qualcosa del tipo che non poteva certo prevedere che in Sicilia ci fossero degli autobus.
È ovvio.
Come sarebbe a dire, il motore a scoppio?
Ovviamente lo prendiamo, e io e il Corto prenderemo per il culo l’organizzazione perfetta del Lungo per circa due ore.
Ma due ore con l’aria condizionata.
E credetemi: da quelle parti serviva. Ma non “era meglio averla”. Serviva tipo DEVS LO VULT.
Insomma, il tipo che ci affitta l’appartamento viene preso da pietà e ci viene a prendere all’autostazione di Licata, e noi finalmente raggiungiamo il posto. La macchina è molto piccola, ma esiste una ragione.
Si tratta di un quartiere antichissimo, estremamente pittoresco, con strade larghe mediamente due metri, due metri e mezzo, e curve ad angolo assurdamente strette. Si trova giusto un paio di traverse prima di Via Palma, diciamo vicino al municipio.
Se siete di Licata avete già capito dove. Altrimenti dovete immaginare un quartiere medievale siciliano fatto di strade strettissime, case addossate l’una all’altra e svolte nelle quali una macchina normale sembra improvvisamente una petroliera.
Ne esiste un altro simile, detto la Marina, che dà sul porto.
Io e il Corto siamo lì a fare fotografie, perché il posto è veramente bello. Il Lungo, visto il posto, chiede dove affittare un’auto.
Io e il Corto, invece, decidiamo di cambiare il piano.
Molto meglio degli scooter.
Così chiediamo al nostro oste, gentilissimo, dove si possano affittare degli scooter, e lui ci porta in un posto dove si affittano gommoni per i tour turistici, ma anche scooter.
Il Corto, ovviamente, non ha la sua Triumph, ma sono sempre due ruote. A me va benone il 125 cc.
Il Lungo, però, ci ricorda che:
- Ma non basta la patente B per guidare un 125. Occorre anche uno Schlüsselzahl 196, cioè quella roba che esiste in Germania e permette di guidare un 125 con la patente B dopo la formazione prevista.
- Non siamo in Germania, casomai ti fosse sfuggito. E levati quei calzini: siamo vicini alla temperatura di fusione dello zinco.
- Ma le assicurazioni come fanno ad assicurarti? Magari poi non ci pagano se abbiamo un incidente.
- Non lo so come fanno. Ma qui si fa così, QUINDI si fa così. Secondo te cosa dovremmo fare?
- Andare in auto. Il piano era di avere un’auto.
Risponde il Corto:
— E sticazzi del piano. (Scheiß auf die Planung.)
Insomma, io affitto un 125 cc, come il Lungo, mentre il Corto, che ha la patente per le moto, si prende un 250 cc.
Ma ormai siamo usciti dalla pianificazione.
E quindi il Lungo, da questo momento in poi, si aspetta delle catastrofi.
Che non avverranno.
Almeno una volta capito come si guida a Licata.
Diciamo che, come dice il corto, loro non violano le regole del codice. Le migliorano, ecco tutto.
A quel punto torniamo al nostro appartamento. Il tipo, gentilissimo, ci mostra il garage dove possiamo mettere gli scooter.
Non per i ladri.
Per evitare che fondano nell’asfalto.
La temperatura è attorno ai 49 gradi.
Convinto finalmente il Corto a togliersi i calzini, andiamo a un chiosco che avevamo visto a un incrocio, con anche qualche tavolino. Vende granite.
Io so bene che la granita al limone non contiene latte, e il Lungo è allergico al latte di mucca. Ma non so bene cosa contenga la famosa brioscia col tuppo.
Così lo dico alla signora del chiosco, che per tutta risposta ci mostra il garage dietro al chiosco, dove fanno letteralmente le briosce.
Niente latte.
E così la brioscia con la granita diventa la nostra colazione.
Peccato che nel piano ci fosse scritto di andare in qualche pasticceria, comprare qualcosa per colazione e mangiarlo a casa.
Scheiß auf die Planung.
Siccome però il piano esiste ancora, almeno formalmente, e dopotutto vale la pena assaggiare il cibo locale, andiamo ANCHE in una pasticceria a chiedere se abbiano cannoli fatti con ricotta di sola pecora.
La signora non parla inglese, ma chiama la figlia.
Io sto zitto, sfruttando quello che ormai chiamo il gradiente di ospitalità: a Licata, più siete stranieri, più la popolazione si fa in quattro per voi.
No, sul serio: va provato.
Se non lo provate, non sapete davvero cosa sia l’ospitalità.
Kudos ai licatesi.
La signora, intanto, ci guarda con un’espressione che tradotta dal siciliano universale significa più o meno:
“Voi malvagi settentrionali del demonio state forse insinuando che io metta dell’orrido latte di mucca nella ricotta dei MIEI cannoli? È questo che state insinuando? Eh? Eh? Volete litigare?”
A quel punto intervengo io e spiego, in italiano con accento chiaramente non locale, che il Lungo sta veramente male se mangia latte di mucca e quindi, semplicemente, ha paura.
Detto fatto.
La signora sparisce nel laboratorio e ricompare sulla porta con un cucchiaino da assaggio da consegnare al Lungo.
Il Lungo assaggia.
Aspetta due minuti.
E infine conclude che sì: chiaramente non c’è latte di mucca.
Nel frattempo il Corto era entrato nel negozio e aveva già fatto amicizia con la figlia.
La scena che troviamo, quindi, è praticamente questa:

No, non c'era la mitragliatrice e nemmeno l'elmetto. Ma il Corto stava comprando cibo. TANTO Cibo. E riesce a legare benissimo con le donne. Anche a Licata, pare.
Nel senso che nel frattempo Il Corto si e' procurato uno sconto-simpatia e ha comprato cosi' tanti dolci, da mastazzoli (Für Deutsche: Gebäck, das nach Glühwein verlangt!!!! WOW!!!) a tutto quello che c'era con le mandorle, che abbiamo riempito due ripiani del frigo. Per merenda. La colazione era presa dal chiosco delle granite.
Scheiß auf die Diät.
Così decidiamo che è arrivato il momento di andare in spiaggia.
Chiediamo indicazioni a un passante, subito dopo un ponte, e ci spiega come arrivare alla Playa.
Ok. Come inizio può andare.
Ma prima occorre un negozio per attrezzarsi. Troviamo un “bangla” e compriamo un ombrellone da lasciare lì, mentre il Lungo compra un secondo asciugamano e noi da Sidis per creme protettive 50+.
Precisiamo.
Il Lungo, nel bagaglio in stiva, ha messo LA SUA crema. Quella che funziona. L’UNICA che funziona sulla sua pelle.
Effettivamente, gente così bianca l’avevo vista solo in Irlanda. Quindi, in effetti, ci sta.
Arriviamo in questa spiaggia libera, ci ricopriamo di crema 50+, mentre il Lungo si passa addosso il suo spray miracoloso.
L’acqua è limpidissima, ha praticamente la temperatura del corpo umano e, siccome ormai è pomeriggio, ti ci immergi che è una meraviglia. Specialmente dopo una mattinata passata prima in autobus, dalle sette alle dieci, a sudare, e poi in giro per la città fino a quando finalmente siamo riusciti a procurarci gli scooter.
Kudos per le spiagge di Licata.
Usciamo dall’acqua, ci mettiamo magliette e cappelli comprati dai bangla, prendiamo qualche birra dall’ambulante del caso, mentre il Lungo comincia lentamente ad assumere una posizione difensiva.
Io e il Corto ci mettiamo a giocare a carte sull’asciugamano e, dopo un po’, cominciamo a notare degli sguardi straniti da parte dei passanti e della gente seduta attorno.
Il problema è che il Lungo ha la pelle TROPPO sensibile.
E ha appena scoperto che il suo spray del cazzo può anche andare benissimo sulle spiagge olandesi o sul Baltico, ma lì il sole gioca decisamente in un altro campionato.
Anziché chiedere le nostre creme — comprate sul posto, quindi quantomeno testate empiricamente da una popolazione che, se guardate il colore della pelle, di sole qualcosa deve capire — decide di mettere un asciugamano sotto di sé, un asciugamano sopra di sé e una maglietta sulla faccia.
- Cosa fai?
- Mi sono messo al riparo. Ho visto che mi sto bruciando.
- Vuoi che andiamo a casa?
- No. Oggi pomeriggio avevamo detto di venire in spiaggia. Non voglio rovinarvi la vacanza.
- Ok. Allora vuoi le nostre creme? Le abbiamo comprate qui. È roba che usa la gente del posto e, se guardi le pelli, di abbronzatura se ne intendono.
- No, no. Quello spray è quello che uso sempre, ed è L’UNICO che io uso. Uso solo e sempre quello. Non conosco queste creme. (Sarebbe capacissimo di leggere il manuale e tutte le avvertenze delle creme solari, credetemi. Lo Stiftung Warentest è la sua droga.)
- Ok, ma qui non funziona. Usa le creme.
- No. Userò il MIO spray, che conosco bene, e mi coprirò così, usando gli asciugamani.
A quel punto, ovviamente, il Corto — che reagisce SEMPRE al ridicolo — si alza, va da alcuni ragazzi e ragazze sotto altri ombrelloni e chiede se può prendere un cartone della pizza che hanno appena finito.
Con un residuo di pomodoro ci scrive sopra:
RIP
aiutato dai ragazzi, che nel frattempo stanno ridendo.
Poi sistema la lapide accanto al Lungo.
Che, avvolto negli asciugamani con la maglietta sulla faccia, sembra ormai una mummia egizia lasciata a essiccare sulla spiaggia.
La scena appare più o meno così:

Tutto sembra andare bene, quando improvvisamente si sente:
“Morumamma, morumamma, morumamma, morumamma, morumamma, morumamma…”
e via così, una quarantina di volte.
Non so esattamente cosa sia una “morumamma”, ma si avvicina una signora piuttosto sferica, sulla cinquantina, abbronzatissima, costume intero con un cappello di paglia dalla tesa enorme, che ci chiede molto allarmata cosa sia successo al Lungo.
Allora le spiego in italiano che il Lungo sta benissimo. La signora parla un mix italiano-dialetto, che capisco agevolmente, tranne alcune parole. Comunque, dico, il lungo sta bene.
Lo evochiamo dal suo sonno sotto gli asciugamani, lui riemerge lentamente dal bozzolo e dimostra di essere ancora vivo.
La signora, rassicurata solo fino a un certo punto, ci intima di non fare mai scherzi coi morti, perché le è preso uno “scanto”.
Ok. Qualsiasi cosa sia. Ma capisco il punto.
Il Corto riesce a farsi perdonare pronunciando due o tre parole in italiano, più o meno:
— Ouhhh… mmi tispiacce, Sinn-iora..
Ma è praticamente impossibile resistere al Corto quando fa quella faccia.
Io, nel frattempo, spiego che con il colore della pelle del Lungo — che ora è emerso almeno parzialmente dagli asciugamani — quella protezione diventa necessaria, altrimenti finisce in ospedale.
La signora lo guarda attentamente.
Constata che sì, effettivamente il Lungo ha il pallore dei morti.
Poi, però, aggiunge che un po’ di sole gli farebbe bene. E che si deve abituare al sole, deve stare in spiaggia, e cominciare almeno ad aprile, che gli viene la salute. Io immagino il Lungo su una spiaggia del Baltico o del Mare del Nord ad Aprile, mentre muore assiderato, ma traduco spiegando che la signora era sinceramente preoccupata, e mentre per farmi perdonare insisto con la donna, che la sua pelle bianca – letteralmente – comunque non ha speranze contro il sole di Licata.
Io traduco e basta, ma il Lungo non sembra apprezzare particolarmente il consiglio medico.
La signora, soddisfatta di aver verificato che il cadavere respirasse ancora, finalmente se ne va. Ma ci dice che con la morte non si scherza.
Non si sa mai che lo dimentichiamo.
Arriva sera. Torniamo a casa.
Sulla via del ritorno, il Lungo vede un supermercato.
E vuole entrare per comprare la cena.
Dialogo:
- Cena? Ma andremo fuori a mangiare. Non hai visto la trattoria vicino a casa?
- Ma così spenderemo moltissimo.
- E che cazzo sei venuto qui in ferie, per risparmiare?
- (Faccio notare che il Lungo sta sui 250K euro l’anno.)
- Ma non ha senso buttare via soldi, no?
- Buttare via? Aspetta di aver mangiato in un ristorante italiano.
- Ma li conosco i ristoranti italiani. A Düsseldorf ce ne sono tanti.
- No.
- Come, no?
- Non ce n’è nemmeno uno. E stasera capirai.
Insomma, andiamo da Donna Rosa, che ha principalmente un menu di pesce.
Io parto con una pasta alla Norma (perche' sono stanco e il pesce richiede concentrazione) , ma durante quella settimana abbiamo fatto metodicamente il giro: varie paste al pesce spada, pasta con le sarde alla licatese, Norma, Bella Donna, poi i secondi, il pesce, tutto quello che capitava.
Fino a quando il Lungo non si è reso conto che, effettivamente, lui un vero ristorante italiano probabilmente non l’aveva mai visto.
Tant’è vero che non conosce nemmeno il sorbetto.
E allora io, ormai promosso a guida turistica, interprete e responsabile delle relazioni interculturali, gli spiego che serve anche a togliersi dalla bocca il sapore del pesce prima di passare ad altro.
Potrei andare avanti per parecchio con gli aneddoti sulla collisione culturale tra un tedesco “etnico”, o comunque decisamente “del Nord”, come il Lungo, uno più “del Sud”, quasi di impostazione bavarese, come il Grosso, e un italiano che passa metà del tempo a fare da guida e l’altra metà a tradurre non tanto le parole, quanto il modo di vivere.
Insomma, abbiamo preso chili.
E risate.
Prima di chiudere questa parte: in effetti siamo davvero amici, e non ho idea di cosa scriverebbero loro di me. A me fa molto ridere il Lungo, ma è un vero amico: uno di quelli sempre disponibili ad aiutare — previa pianificazione perfetta, naturalmente. Se dovessi affidare a qualcuno una valigetta con dentro dieci milioni di euro e dirgli di portarla in banca, la darei a lui. E lui la porterebbe in banca. Tutta. Perché rubare è vietato. Anche il Corto è una persona bellissima, e uno di quelli con cui puoi passare ore a dire cazzate senza che la cosa perda qualità. Ma le dinamiche Nord-Sud in Germania sono davvero troppo divertenti per non prenderle in giro. E se io sfotto loro, probabilmente dovrei sentire cosa dicono di me.
Prima di finire, una recensione.
- Al nostro oste, Davide. Una persona incredibile, che crede di essere normale e invece si è fatto in quattro per noi molto più del normale. Per poco non si offriva di darci un secondo frigorifero. A un certo punto abbiamo dovuto limitarlo noi.
- Alla cittadinanza licatese. Ospitalità incredibile. Mentre a Catania hanno cercato di impallinarci perché stranieri, a Licata non siamo riusciti a comprare nulla — nemmeno della frutta in un coloratissimo negozio all’angolo — senza che qualcuno ci regalasse qualcosa. Persino un tizio abbastanza incomprensibile che girava in Ape e ci ha venduto dell’uva con chicchi grandi come proiettili ci ha aggiunto qualche pesca. Perché sì.
- Cibo licatese. Fuori scala. E lo dico io, che sono romagnolo.
- Licata. Una potenzialità turistica e culturale tremenda, rovinata da una giunta comunale che andrebbe usata come preservativo per somari. Sembra quasi che intendano boicottare deliberatamente la crescita turistica della città.
- Al sindaco di Licata e alla giunta comunale. Dovete morire. Male. E poi dovete finire all’inferno. Dove ogni donna deve chiamarsi Lexington Steele. Quella città merita di meglio, cazzo. E se non riuscite a provvedere almeno alla pulizia delle strade, alla manutenzione e alla rimozione dei rifiuti — che sono davvero il minimo sindacale — allora uscite dalla politica e datevi all’abigeato. Veramente: quella città merita di più.
- Etna: e vaffanculo, eh. Proprio quel lunedì dovevi scoppiare?
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