E discutiamo di “woke”?
In questi giorni stiamo vedendo sui giornali italiani una conferma, quasi a fortiori, di quello che sostenevo qualche post fa: l’Italia ha la singolare abitudine di fare propri i problemi degli americani, anziché preoccuparsi prima dei propri. Un esempio è la discussione, esplosa recentemente anche in Italia, sulla questione “woke”. Discussione che potrei tranquillamente liquidare dicendo: a nessuno frega un cazzo, tranne che a qualche migliaio di studenti universitari. E questo, con proporzioni diverse, vale sia qui sia negli Stati Uniti.
O, se preferite una formulazione meno brutale: è essenzialmente una questione liberal, nel significato americano del termine. Riguarda soprattutto battaglie culturali, linguistiche, identitarie e accademiche che appartengono alla tradizione politica liberal statunitense. Il problema è che tutto questo ha ben poco a che vedere con le tradizionali istanze socialdemocratiche europee: salari, lavoro, pensioni, sanità, scuola, casa, welfare, redistribuzione e sicurezza economica. Che sono poi, molto più concretamente, il genere di aspettative che una larga parte degli italiani continua ad avere quando pensa alla politica e, soprattutto, quando pensa a ciò che dovrebbe fare una sinistra.
Chi invoca la questione “woke”, invece, dimentica spesso due grossi convitati di pietra storici.
- Quando una sinistra sposta il proprio baricentro dal conflitto sociale alla battaglia culturale, la destra radicale tende molto spesso a beneficiarne. Forse non sempre, ma il meccanismo ricorre con una regolarità abbastanza inquietante: quando la sinistra comincia a parlare soprattutto il linguaggio di minoranze politicizzate, ambienti universitari e avanguardie culturali, lasciando alla destra il linguaggio del lavoro, dell’ordine, della sicurezza e della vita quotidiana, la destra finisce spesso per raccogliere precisamente gli elettori che la sinistra ha smesso di rappresentare. E qualche volta, storicamente, il risultato è stato molto peggiore di una semplice sconfitta elettorale.
- Il meccanismo del comunicare-tramite-fastidio può forse funzionare negli Stati Uniti, ma in Italia ha pochissimo senso, e storicamente ha quasi sempre funzionato male. L’idea è quella di ottenere visibilità provocando deliberatamente una reazione: modificare il linguaggio, violare convenzioni, imporre continuamente nuovi codici sociali, costringere l’interlocutore a prendere posizione. Negli Stati Uniti, dove politica, università, media e industria culturale sono fortemente intrecciati e dove la polarizzazione stessa produce pubblico, denaro e mobilitazione, una strategia del genere può perfino avere una sua razionalità.
In Italia, molto meno. Qui il fastidio raramente viene interpretato come pedagogia politica: viene interpretato come fastidio. E quando una forza politica dà l’impressione di voler educare, correggere o disciplinare linguisticamente persone che non le hanno chiesto nulla, queste persone non diventano automaticamente più progressiste. Molto più facilmente, smettono di ascoltarla oppure votano qualcun altro.
Certo, dopo anni di Trump, gli americani voterebbero forse per chiunque. Ma bisogna ricordarsi una caratteristica abbastanza curiosa dell’elettorato americano: le elezioni di Mid-Term vengono usate molto spesso per punire il presidente in carica, senza che questo significhi necessariamente volerlo cacciare due anni dopo.
Anzi, storicamente è quasi la norma che il partito del presidente perda terreno alle Mid-Term. È successo in 20 delle ultime 22 elezioni di metà mandato a partire dal 1938.
E gli esempi più recenti sono piuttosto istruttivi.
Nel 1982 i repubblicani di Reagan persero 26 seggi alla Camera. Due anni dopo Reagan venne rieletto travolgendo Walter Mondale e conquistando 49 Stati su 50.
Nel 1994 arrivò la famosa Republican Revolution di Newt Gingrich: i democratici di Bill Clinton persero 54 seggi alla Camera e il controllo del Congresso. Sembrava quasi il certificato di morte della presidenza Clinton. Nel 1996, invece, Clinton venne rieletto comodamente.
Nel 2010 arrivò un’altra catastrofe: i democratici di Obama persero 63 seggi alla Camera, una delle peggiori sconfitte di Mid-Term dell’epoca moderna. Due anni dopo Obama batté comunque Mitt Romney e rimase alla Casa Bianca.
Questo perché Mid-Term e presidenziali sono elezioni diverse, con elettorati parzialmente diversi e soprattutto con una funzione politica diversa. Alle Mid-Term l’americano può permettersi di dire al presidente: “mi stai sulle palle, adesso ti tolgo il Congresso”. Alle presidenziali, due anni dopo, la domanda diventa invece: “bene, ma tra questi due chi voglio alla Casa Bianca?”
Sono due giudizi che possono tranquillamente produrre risultati opposti.
Perciò una possibile sconfitta repubblicana alle Mid-Term non sarebbe, da sola, la dimostrazione dell’esistenza di una gigantesca conversione ideologica dell’America. Potrebbe essere semplicemente l’ennesima applicazione di un comportamento elettorale che gli americani praticano da decenni: bastonare il presidente a metà mandato, e poi eventualmente rieleggerlo.
Ma il problema, ripeto, rimane essenzialmente americano.
È negli Stati Uniti che stanno vincendo candidati definibili, dentro le coordinate politiche americane, come “woke”. È lì che questa categoria descrive realmente una corrente politica, un elettorato, un pezzo del mondo universitario e mediatico e, in alcuni casi, candidati che su quelle battaglie costruiscono una parte consistente della propria identità politica.
In Italia, semplicemente, non sta succedendo la stessa cosa.
Se anche volessimo forzare l’analogia e considerare le elezioni locali italiane come una specie di equivalente delle Mid-Term americane, bisognerebbe poi andare a vedere chi si presenta davvero alle elezioni. E di questa fantomatica ondata “woke”, tra i candidati italiani, se ne vede piuttosto poca.
E nemmeno la presidenza del PD fornisce un grande sostegno alla tesi. Elly Schlein è certamente molto più sensibile ai temi dei diritti civili rispetto a parecchi suoi predecessori, ma il resto del PD gioca un gioco diverso. Chi sarebbero “woke” del PD?
Se poi allarghiamo il cosiddetto “campo progressista” e ci mettiamo dentro anche il Movimento 5 Stelle, la faccenda diventa ancora più evidente. Le priorità che il M5S sta discutendo per il proprio programma riguardano sanità, lavoro, welfare, crescita economica, piccole imprese, disabilità, agricoltura, scuola, evasione fiscale, giustizia e politica europea. Potrà piacere o non piacere Conte, ma chiamare tutto questo “woke” richiede ormai una definizione della parola talmente larga da renderla praticamente inutile.
E quanto agli altri cespugli della sinistra italiana: se è lì che dovrebbe nascondersi la grande avanzata politica del woke, beh, auguri.
Perché a quel punto non stiamo più descrivendo una forza politica capace di conquistare il paese. Stiamo descrivendo qualche percentuale elettorale, qualche assemblea universitaria e parecchie discussioni sui giornali.
Che è precisamente il mio punto: abbiamo importato dagli Stati Uniti persino il dibattito sull’esistenza di un fenomeno politico che, nelle dimensioni nelle quali viene raccontato, in Italia praticamente non esiste.
E ripeto: praticamente.
E se pensate il contrario, allora facciamo una cosa semplice: indicatemi chi sarebbero, concretamente, i politici “woke” del PD.
Nomi e cognomi, possibilmente. Non impressioni, non aggettivi, non il fatto che qualcuno abbia partecipato a un Pride o abbia parlato di diritti civili.
Perché se dentro questa categoria ci mettete automaticamente anche Elly Schlein, allora abbiamo un problema molto semplice: la parola “woke” non significa più nulla.
Schlein può essere definita progressista, liberal sui diritti civili, ecologista, socialdemocratica su molte questioni economiche. Ma se basta questo per diventare “woke”, allora “woke” finisce per significare semplicemente “politico di sinistra che non piace alla destra”.
E a quel punto non è più una categoria politica: è un insulto generico.
E come se non bastasse, il woke tende spesso ad adottare una tattica politica che, storicamente, ha dimostrato di funzionare molto male da almeno un secolo: grosso modo dalla rivolta spartachista in poi.
Non sto dicendo che il woke sia marxista-leninista in senso dottrinario. Sto dicendo che il meccanismo politico della provocazione e dell’escalation assomiglia molto a quello della tradizione rivoluzionaria novecentesca.
Funziona più o meno così:
- Una parte comincia alzando deliberatamente il livello dello scontro. Il linguaggio diventa militante, aggressivo: lotta, rivoluzione, resistenza, combattere. Anche le manifestazioni cercano esplicitamente di essere provocatorie, disturbanti, oltraggiose.
- La controparte reagisce e comincia a usare un linguaggio altrettanto violento.
- A quel punto la tensione sale ancora, e questa sinistra scende in piazza nella maniera più provocatoria possibile.
- Prima o poi qualcuno, dall’altra parte, cede alla violenza.
- A quel punto si denuncia la violenza subita, si alza ulteriormente il volume dello scontro e contemporaneamente si presenta la propria provocazione come qualcosa di “allegro, colorato e pacifico”.
- Lo scontro verbale diventa scontro fisico.
- Qualcuno, prima o poi, ci lascia la pelle.
- E nella mitologia rivoluzionaria dovrebbe essere proprio quella la scintilla: il morto che rende intollerabile la situazione, mobilita le masse e fa partire qualcosa di molto più grande.
È uno schema che ha un precedente reale nella politica rivoluzionaria europea, ma bisogna stare attenti a non trasformarlo in una caricatura della Rivoluzione russa: i bolscevichi non abbatterono lo zar semplicemente irritando abbastanza la controparte. Nel 1917 c’erano una guerra mondiale, un esercito allo sfascio, carestie, una crisi dello Stato e una rivoluzione già in corso. Insomma, condizioni leggermente più sostanziose di qualche slogan particolarmente irritante.
Il problema è che, quando questo modello incontra una destra organizzata e disposta a usare una violenza molto superiore, il finale cambia completamente.
La rivolta berlinese del gennaio 1919 — quella tradizionalmente chiamata “spartachista”, anche se gli storici discutono quanto sia corretto attribuirne la direzione agli spartachisti — finì nel giro di pochi giorni sotto i colpi dell’esercito e dei Freikorps. Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht vennero poi assassinati.
In Italia il fenomeno fu ancora più evidente nel passaggio dal Biennio Rosso al Biennio Nero. Scioperi, occupazioni e retorica rivoluzionaria non produssero la rivoluzione socialista: produssero anche una reazione organizzata, finanziata e armata, cioè lo squadrismo fascista, che attaccò sistematicamente sedi sindacali, cooperative, amministrazioni socialiste e organizzazioni della sinistra.
I fatti di Parma del 1922, a essere precisi, sono un caso particolarmente interessante proprio perché localmente andarono al contrario: gli Arditi del Popolo e gli abitanti dei quartieri popolari riuscirono a respingere migliaia di squadristi fascisti e costrinsero Italo Balbo alla ritirata. Fu una vittoria militare antifascista.
Solo che due mesi dopo ci fu la Marcia su Roma.
Ed è proprio questo il dettaglio istruttivo: puoi anche vincere la battaglia di strada. Non significa affatto che tu stia vincendo politicamente il paese.
La Spagna di Franco costituisce poi una prova a fortiori: quando la polarizzazione politica sfocia nella logica secondo cui lo scontro definitivo è ormai inevitabile, e dall’altra parte esistono esercito, milizie, apparati e forze politiche perfettamente disposte a combatterlo davvero, non è affatto garantito che la “scintilla rivoluzionaria” accenda la rivoluzione che avevi ordinato dal catalogo. Può benissimo accendere quella degli altri.
Nella realtà, quindi, il processo tende a rompersi circa a metà.
A un certo punto entra in campo una controparte che non considera più la provocazione un gioco comunicativo, e risponde con una violenza sproporzionata. Oppure intervengono gli apparati dello Stato con manganelli, arresti e repressione. In Italia repubblicana questo ruolo verrà svolto, in altri contesti e in un’altra epoca, anche dai reparti celeri della polizia: ma la Celere appartiene al dopoguerra e non va confusa con lo squadrismo fascista.
Ed è lì che le velleità rivoluzionarie normalmente finiscono: non nella presa del Palazzo d’Inverno, ma in qualche cassonetto incendiato, qualche vetrina sfondata, qualche ferito e una gigantesca caciara televisiva nella quale nessuno ricorda più quale fosse il problema iniziale.
Con un ulteriore dettaglio: quasi sempre, a quel punto, la maggioranza della popolazione non vede la “rivoluzione”.
Vede il caos.
E al potere vanno i fascisti, promettendo di riportare ordine.
Ci-cascano-sempre.
Su questo si innesta un altro problema grave del woke: la perdita del senso del ridicolo, o forse del patetico. Cioè l’incapacità di distinguere tra una rivendicazione ragionevole e una formulazione talmente esagerata da rendere ridicola perfino la rivendicazione originaria.
Per fare un esempio.
Un conto è dire che le persone trans non devono essere aggredite, picchiate o discriminate per strada. Su questo, direi, qualsiasi persona ragionevole può aderire senza bisogno di una teoria politica particolarmente sofisticata: non si picchiano le persone perché sono trans. Fine.
Un altro conto è sostenere che, siccome la biologia della riproduzione sessuata è complessa e presenta eccezioni, varianti dello sviluppo sessuale e casi che non rientrano perfettamente nelle classificazioni più semplici, allora la scienza direbbe che non esistono differenze tra maschi e femmine.
La scienza non dice questo.
La biologia distingue normalmente il sesso sulla base dell’organizzazione riproduttiva: produzione di gameti grandi o piccoli, insieme alle strutture anatomiche e fisiologiche collegate. Il fatto che esistano condizioni intersessuali, anomalie cromosomiche o variazioni dello sviluppo sessuale rende la realtà biologica più complessa; non rende inesistente la distinzione sessuale.
Allo stesso modo, bisogna stare molto attenti a frasi come “la scienza dice che i maschi possono rimanere gravidi”. Un uomo trans può certamente rimanere incinto se conserva utero e ovaie funzionanti: questo è un fatto medico. Ma questo non significa che un organismo maschile, nel significato biologico e riproduttivo del termine, abbia acquisito improvvisamente la capacità di gestare. Significa che stiamo usando “uomo” come categoria di identità di genere e “maschio” come categoria biologica, e che confondere deliberatamente i due piani produce soltanto rumore.
Sono due cose diverse.
Ed è precisamente qui che nasce il problema politico: una battaglia perfettamente comprensibile — non aggredite e non discriminate le persone trans — viene appesantita da affermazioni pseudoscientifiche o da giochi semantici che non sono necessari per sostenerla.
E quando per difendere una posizione moralmente semplice siete costretti a pretendere che la biologia dica qualcosa che non dice, non state rendendo più forte quella posizione.
La state rendendo più facile da ridicolizzare.
Anche il fatto che, sui temi più delicati, si tenda a estremizzare tutto è devastante.
Prendiamo l’aborto. La destra americana, su questo tema, riesce tranquillamente a produrre posizioni deliranti: divieti quasi assoluti, attacchi all’autonomia delle donne, legislazioni costruite come se una gravidanza fosse una questione astratta e non una faccenda medica, personale e spesso traumatica.
Ma proporre come alternativa culturale Lena Dunham che dice “I still haven’t had an abortion, but I wish I had” non è esattamente un modo meno delirante di affrontare la questione.
La frase è autentica. Dunham la pronunciò nel 2016, durante il suo podcast Women of the Hour, in un episodio dedicato allo stigma sull’aborto. Il contesto era questo: raccontava di essersi resa conto di provare lei stessa una specie di imbarazzo nel precisare di non avere mai abortito, nonostante fosse attivista pro-choice. Da lì arrivò quella frase, che voleva essere una provocazione contro lo stigma.
Il problema è che la provocazione divorò completamente il messaggio.
Tanto che Dunham stessa, il giorno dopo, si scusò definendola una “distasteful joke”, precisando di non voler banalizzare le difficoltà fisiche ed emotive legate all’interruzione di gravidanza.
E infatti la domanda rimane: per chi parlava Lena Dunham?
Perché io non ho mai sentito una donna che abbia davvero dovuto affrontare un aborto dire: “bella esperienza, facciamo un altro giro?”. E naturalmente le esperienze individuali sono diversissime: per alcune donne può prevalere il sollievo, per altre il dolore, per altre ancora entrambe le cose. Ma proprio per questo trasformare l’aborto in una specie di distintivo identitario, qualcosa che quasi si dovrebbe desiderare per dimostrare di essere abbastanza emancipati, è una caricatura persino della posizione pro-choice.
La posizione ragionevole sarebbe molto più semplice: una donna deve poter interrompere una gravidanza quando decide che quella è la scelta giusta per lei, senza che lo Stato, una chiesa o qualche invasato politico glielo impediscano.
Non occorre desiderare un aborto.
Non occorre celebrarlo.
Occorre poterlo scegliere.
Ma quando il bisogno di essere provocatori diventa più importante del tema di cui state parlando, riuscite nel piccolo miracolo politico di prendere una posizione largamente difendibile e trasformarla in qualcosa che persino molte persone favorevoli al diritto all’aborto trovano grottesco.
E ancora una volta il problema diventa quello di prima: il senso del ridicolo.
E quello della misura, anche.
Infine, il problema del femminicidio offre a Vannacci la possibilità di attaccare tutto il tema, nonostante dovrebbe essere, per la sinistra, un ariete politico formidabile.
Chiunque sia sano di mente riconoscerà che uccidere una donna approfittando anche della propria maggiore forza fisica e della maggiore capacità di infliggere violenza letale sia qualcosa da reprimere con estrema decisione.
Eppure Vannacci riesce comunque a qualificarsi politicamente su questo argomento.
Come fa?
Anche perché una parte della sinistra cosiddetta woke riesce a trasformare il problema in una questione principalmente nominalistica, come se il punto decisivo fosse stabilire come debba chiamarsi il reato. “Femminicidio” oppure “omicidio”? Una fattispecie autonoma oppure un’aggravante? Il nome descrive correttamente il fenomeno oppure introduce una distinzione artificiale?
Dategli pure il contentino al botolo militare.
Chiamatelo “omicidio misogino”, se proprio il termine femminicidio gli procura l’orticaria. Oppure trovate un’altra formulazione giuridicamente sensata. Il nome, rispetto al problema concreto, è secondario.
Perché il problema importante non è vincere una gara terminologica.
Il problema importante è capire quali omicidi di donne costituiscano un fenomeno specifico, quali siano davvero le cause di quel fenomeno e quali strumenti funzionino realmente per impedirli.
Ed è proprio qui che la discussione dovrebbe diventare interessante.
Invece, se passate il tempo a litigare sulla parola da stampare sull’etichetta, regalate alla destra il terreno ideale. La discussione non riguarda più donne morte, cause, prevenzione, efficacia delle leggi o capacità delle istituzioni di intervenire.
Riguarda un vocabolo.
E su un vocabolo Vannacci può fare quello che vuole: può costruire paradossi, analogie, battute, casi-limite e tutta la consueta artiglieria retorica.
Perché i fascisti, quando si tratta di retorica, sono storicamente piuttosto allenati.
Casomai nessuno lo avesse notato.
E su questo tema si innesta un’altra ideologia zombie. Zombie nel senso letterale del termine: morta, putrefatta, ma ancora perfettamente capace di mangiarti il cervello.
Secondo questa lettura, lo schema sarebbe più o meno questo:
DONNA SE NE VA –> IDEOLOGIA MASCHILISTA –> PATRIARCATO / POSSESSO / CONTROLLO –> VIOLENZA –> UCCISIONE
Il maschio, cioè, ucciderebbe la donna perché non ne accetta l’autonomia, l’indipendenza, la libertà di andarsene; e questa incapacità di accettarla sarebbe a sua volta il prodotto del patriarcato.
Il problema è che presentare questo schema come la spiegazione della violenza maschile è una puttanata.
Non perché controllo, possesso, gelosia o modelli tradizionali di genere non possano entrare in gioco. La ricerca trova associazioni anche con questi fattori. Ma trova contemporaneamente rabbia, gelosia, paura dell’abbandono, umiliazione, stress relazionale e, soprattutto, difficoltà nella regolazione delle emozioni. Una meta-analisi su 62 campioni trova infatti un’associazione significativa, da piccola a moderata, fra difficoltà di regolazione emotiva e violenza di coppia; altre revisioni mostrano che gelosia, rabbia, bisogno di controllo e disregolazione emotiva possono coesistere nello stesso meccanismo.
Ed è proprio per questo che ridurre tutto a “patriarcato e possesso” produce immediatamente l’abbandono di gran parte del pubblico maschile.
Perché moltissimi uomini non si riconoscono affatto in quello schema.
Se volete costruire un modello che almeno descriva una parte importante di ciò che succede nella testa di un uomo quando una relazione collassa, lo schema può essere molto più banalmente questo:
DONNA SE NE VA –> SOFFERENZA –> NON RIESCO A GESTIRE LA SOFFERENZA –> RABBIA / DISREGOLAZIONE –> VIOLENZA –> UCCISIONE
Questo, almeno, descrive un meccanismo psicologico riconoscibile.
Essere lasciati, sentirsi umiliati, sentire certe parole, vedere la persona con qualcun altro, percepire di aver perso definitivamente una relazione: tutto questo può produrre gelosia, certo, ma la gelosia stessa non è una sostanza misteriosa. È un impasto di rabbia, tristezza, paura, vergogna, senso di perdita, impotenza e umiliazione. La letteratura psicologica sulla gelosia romantica descrive infatti proprio questa combinazione di emozioni, e collega gelosia e sospetta infedeltà a un aumento del rischio di violenza di coppia.
Il punto, quindi, non è assolvere chi diventa violento perché “stava soffrendo”. La sofferenza può essere comprensibile oppure assurda, proporzionata oppure patologica: non giustifica comunque la violenza.
Il punto è capire quale meccanismo si debba interrompere.
Perché se il percorso reale, almeno in molti casi, passa attraverso l’incapacità di gestire perdita, rifiuto, rabbia, umiliazione e dolore emotivo, allora una politica di prevenzione che parli soltanto di “decostruire il patriarcato” rischia di mancare una parte enorme del bersaglio.
Ed è qui che arriviamo alla famosa educazione affettiva.
Che io, peraltro, penso sia utile e che andrebbe fatta.
Ma dovrebbe comprendere molto più esplicitamente qualcosa che potremmo chiamare educazione alla gestione della sofferenza: cosa succede quando vieni lasciato; cosa fai quando non dormi perché continui a ripeterti in testa una conversazione; cosa fai quando senti salire rabbia e umiliazione; come riconosci il momento in cui stai perdendo il controllo; come ti allontani fisicamente dalla situazione; come chiedi aiuto prima di trasformare una crisi emotiva in violenza.
Questo sarebbe un linguaggio nel quale molti uomini potrebbero riconoscersi.
Dire invece a un ragazzo:
“Potresti diventare violento perché sei stato educato dal patriarcato a considerare la donna una tua proprietà”
può magari descrivere alcuni individui e alcuni contesti, ma se viene proposto come spiegazione universale produce un problema ovvio: la maggioranza degli uomini non riconosce la propria esperienza interiore in quella descrizione.
E quando una teoria pretende di spiegare le persone meglio di quanto quelle persone riescano a riconoscersi nella teoria, forse vale la pena chiedersi se non sia la teoria ad avere bisogno di una revisione.
La vecchia spiegazione del possesso e dell’onore aveva certamente molto più senso in una società nella quale il delitto d’onore era persino riconosciuto dall’ordinamento e nella quale la sessualità e il comportamento della moglie erano considerati anche socialmente parte dell’onore maschile. Ma non possiamo semplicemente prendere il modello culturale di due o tre generazioni fa, sostituire la parola “onore” con “patriarcato” e presumere che spieghi automaticamente ogni omicidio di coppia contemporaneo.
La realtà sembra essere molto più sporca e molto meno ideologicamente elegante. E la disregolazione emotiva (cosi' la scienza chiama quello che ho descritto come “eccesso di sofferenza”) è effettivamente un fattore documentato nella violenza di coppia.
E proprio per questo la famosa educazione affettiva, se significa soltanto spiegare ai maschi che devono rispettare l’autonomia femminile, rischia di funzionare poco. Non perché rispettare l’autonomia femminile sia sbagliato — evidentemente — ma perché non basta a insegnare cosa fare quando il dolore diventa ingestibile.
Il mondo femminista woke, invece, tende troppo spesso a partire da una spiegazione ideologica già pronta e a trattarla come verità assoluta.
E il risultato politico è prevedibile: moltissimi uomini ascoltano la descrizione che viene fatta di loro e pensano semplicemente:
“Io non funziono così.”
Dopodiché smettono di ascoltare anche tutto il resto.
Infine, c’è il concetto di purezza ideologica.
Pietro Nenni lo riassunse in una frase diventata proverbiale:
“C’è sempre un puro più puro che ti epura.”
La frase gli viene attribuita da decenni ed è entrata stabilmente perfino nel linguaggio parlamentare italiano.
Nenni è morto nel 1980. Insomma, questa cosa avremmo dovuto impararla parecchio tempo fa.
E invece siamo qui a parlarne nel 2026.
Perché una delle caratteristiche più autodistruttive di certa cultura woke è precisamente questa: la politica viene sostituita dall’esame di purezza.
Non basta essere d’accordo sull’obiettivo. Bisogna essere d’accordo anche sulle parole, sulle definizioni, sui simboli, sulle sfumature, sulla genealogia corretta dell’argomento e possibilmente persino sulle motivazioni interiori per le quali siete arrivati alla conclusione giusta.
Non basta dire che non bisogna discriminare una persona trans: bisogna dirlo usando il vocabolario corretto.
Non basta essere favorevoli al diritto all’aborto: bisogna avere anche il giusto atteggiamento culturale nei confronti dell’aborto.
Non basta voler ridurre la violenza contro le donne: bisogna accettare anche la spiegazione ideologica corretta delle sue cause.
E se per caso siete d’accordo sul risultato ma non sulla dottrina che dovrebbe giustificarlo, comincia immediatamente il processo.
Non siete abbastanza informati.
Non avete ancora “decostruito” qualcosa.
State riproducendo qualche struttura.
Dovete educarvi.
Dovete ascoltare.
Dovete fare un percorso.
E soprattutto, prima o poi, arriva qualcuno ancora più puro di quello che vi stava facendo l’esame, e comincia a fare l’esame a lui.
Nenni aveva già descritto perfettamente il meccanismo.
C’è sempre un puro più puro che ti epura.
Il risultato politico è devastante, perché una coalizione dovrebbe funzionare esattamente al contrario: mettere insieme persone che hanno motivazioni, culture e perfino valori differenti, ma che su alcuni obiettivi concreti riescono comunque a votare dalla stessa parte.
La purezza ideologica, invece, restringe continuamente il recinto.
Ogni nuovo requisito serve a espellere qualcuno.
Ogni nuova definizione produce un eretico.
Ogni nuova parola d’ordine crea immediatamente qualcuno che la pronuncia male.
E alla fine rimangono in pochi.
Purissimi.
E sconfitti.
E se volete una conferma di questo meccanismo, basta ricordare che cosa successe con il DDL Zan.
Perché anche lì comparve immediatamente il problema del puro più puro.
Il disegno di legge nasceva per estendere le tutele contro discriminazione e violenza motivate da sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. E ci si aspetterebbe che, almeno dentro il campo progressista, una legge del genere incontrasse soprattutto il problema di come farla approvare.
Invece cominciò anche una guerra intestina sulle definizioni.
Una parte del femminismo contestò in particolare il concetto di “identità di genere”, sostenendo che potesse entrare in conflitto con la categoria politica e giuridica di sesso. E questa discussione arrivò anche dentro il PD: la senatrice dem Valeria Valente, allora presidente della Commissione parlamentare sul femminicidio, chiese modifiche al testo e propose, tra le altre cose, di eliminare sia il riferimento alle donne sia quello all’identità di genere. Paola Concia sostenne posizioni analoghe.
Ora, attenzione: dire che “le femministe del PD hanno cassato la legge Zan” sarebbe troppo semplice, perché tecnicamente non sappiamo chi votò cosa. Il DDL venne fermato al Senato il 27 ottobre 2021 con la cosiddetta tagliola, approvata a scrutinio segreto con 154 voti contro 131. Il centrosinistra perse parecchi voti rispetto ai numeri teoricamente disponibili, ma proprio perché il voto era segreto non possiamo distribuire con certezza le responsabilità individuali.
Il punto politico, però, rimane.
Una legge nata per proteggere omosessuali, transessuali, donne e altre categorie dalla discriminazione si trovò sotto il fuoco non soltanto della destra, ma anche di persone appartenenti allo stesso campo politico che avrebbero dovuto sostenerla, perché la definizione usata non era ideologicamente abbastanza pura.
E qui torna Nenni.
Non basta avere davanti una legge che, magari imperfetta, va nella direzione che dici di volere.
Bisogna che sia formulata con le categorie corrette.
Bisogna che la definizione di donna sia quella corretta.
Bisogna che la definizione di genere sia quella corretta.
Bisogna che nessun pezzo della propria teoria venga contaminato da quella dell’altro.
E se il compromesso necessario per far passare la legge implica concedere qualcosa all’altra corrente, allora improvvisamente il compromesso diventa tradimento.
Il risultato?
La destra presenta la tagliola.
Il testo cade.
E tutti tornano a casa con la propria purezza teorica perfettamente intatta.
Tranne la legge, che non esiste più.
C’è sempre un puro più puro che ti epura.
A volte epura anche la legge che diceva di voler approvare.
E quindi il problema non è nemmeno discutere se il woke, in Italia, vada abbandonato oppure no.
Un sistema ideologico del genere, costruito in modo tale da respingere il consenso attraverso la ricerca continua della purezza, da riproporre schemi politici nei quali non si riconosce quasi più nessuno, e da usare l’irritazione come tattica comunicativa nella speranza che l’escalation produca mobilitazione, semplicemente non può funzionare.
O, quantomeno, non può funzionare come strategia per conquistare una maggioranza.
Volete pensare che esista davvero, questo woke italiano?
Fatelo.
E allora lo vedrete prima o poi disintegrarsi sotto il peso della propria antipatia, delle proprie contraddizioni interne e della propria capacità quasi scientifica di cacciare chiunque non superi l’ennesimo esame di purezza.
Volete invece sostenere che non esista affatto?
Fatelo pure.
Ma allora dovrete almeno spiegare perché, ogni volta che qualcuno riconducibile a quel linguaggio apre bocca, una parte consistente del pubblico sviluppa immediatamente l’orticaria.
Perché qualcosa, evidentemente, sta reagendo.
Può essere un movimento politico vero e proprio, può essere una sottocultura universitaria e mediatica, può essere un insieme di tic linguistici, categorie importate dagli Stati Uniti e comportamenti sociali. Possiamo anche discutere per giorni su quale sia il nome corretto.
Ma torniamo sempre allo stesso punto.
In Italia, politicamente, il problema è irrilevante. Il woke”
- Non sta conquistando il paese.
- Non sta producendo una nuova maggioranza.
- Non sta sostituendo la socialdemocrazia come domanda politica degli italiani.
- Sta soprattutto occupando spazio nella discussione pubblica, spesso grazie a chi lo combatte con più entusiasmo di quanto venga praticato da chi dovrebbe sostenerlo.
E così finiamo ancora una volta per discutere di un problema americano come se fosse il centro della politica italiana.
Che, guarda caso, era esattamente il punto da cui eravamo partiti.
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