Discoteche & soffitti.
Sta diventando insopportabile il comportamento dei maggiori giornali nel riportare la vicenda di Crans-Montana, per la semplice ragione che, ormai è chiaro, il loro intento è quello di utilizzare la tragedia per intrattenere, e non per informare degnamente il pubblico.
Come padre, trovo spesso rivoltanti i commenti degli abbonati - a questo punto, se quello è il vostro pubblico, cari signori di Repubblica, vendervi ad un trumpiano MAGA di ferro non rappresenta un cambio di identità del giornale, ma un consolidamento e una naturale evoluzione.
Ci vedo gente che vomita odio sui genitori che hanno consentito ai figli di andare a ballare a Capodanno, come se la colpa della tragedia ricadesse su chi ha permesso ai propri ragazzi di festeggiare l'arrivo del nuovo anno.
Come padre, mi viene spontaneo chiedermi cosa avrei fatto se mia figlia mi avesse chiesto di andare a ballare in una discoteca in Svizzera. Le avrei detto di no, "perché le discoteche svizzere prendono fuoco come ridere"? Cosa le avrei detto, esattamente? Forse che i locali alpini sono pericolosi per definizione? Che doveva restare a casa per principio di precauzione?
Ebbene, in questo preciso momento mia figlia si trova in Nuova Zelanda, dove ha trascorso il Capodanno. Le discoteche neozelandesi sono infiammabili? Boh. Non lo so. Ma lei è lì, dall'altra parte del pianeta, con tutto quel che ne consegue in termini di distanza e impossibilità di controllo diretto. Ed è da idioti anche solo pensare di rinchiudere in casa i figli per proteggerli da ogni eventualità.
La verità è che altri dovevano proteggerli. E non tenendoli confinati tra le mura domestiche, ma garantendo che i locali pubblici fossero sicuri, dotati di uscite di emergenza funzionanti, materiali ignifughi, sistemi antincendio adeguati e personale formato. Quella responsabilità non ricadeva sui genitori che hanno autorizzato i propri figli a festeggiare, ma su chi gestiva il locale e su chi doveva controllare che le normative di sicurezza fossero rispettate.
Accusate i genitori?
Vi puzza l'anima.
Trovo ancora più vomitevoli gli articoli sul perché i ragazzi fossero lì a filmare, come se documentare l'inizio di un incendio fosse il vero scandalo di quella notte. A parte il fatto che stavano filmando le bottiglie fiammeggianti portate ai tavoli come spettacolo, e ci è finito di mezzo anche il soffitto della morte rivestito di materiale isolante altamente infiammabile, ma... e adesso? Perché non sono scappati subito, si chiedono gli esperti da tastiera?E psichiatri coglioni che rispondono con teorie stravaganti, tipo "sono adolescenti". Ma andate a cagare, esperti delle mie palle pelose. Come mai non sono scappati?
Perché qualche geniaccio aveva chiuso a chiave l'uscita di emergenza, ecco perché. Se anche fossero scappati immediatamente, appena si sono accorti del fuoco, come hanno del resto fatto, semplicemente... si sarebbero schiacciati a vicenda attraverso l'unica scala disponibile, già resa ancora più angusta dai lavori di ristrutturazione del 2015. Come hanno fatto, purtroppo. Due ex dipendenti del locale hanno confermato che l'uscita antincendio sul retro veniva "sempre chiusa a chiave", e che far evacuare 200 persone in dieci minuti attraverso quelle scale strette era "impossibile".
Ma gli odiatori da tastiera sono quelli che sono: preferiscono puntare il dito contro ragazzini che hanno ripreso qualche secondo di video prima di rendersi conto della gravità della situazione, piuttosto che contro chi ha violato le più elementari norme di sicurezza. È più facile, evidentemente, indignarsi per un cellulare puntato verso le fiamme che per uscite di emergenza sbarrate, estintori inaccessibili, materiali infiammabili al soffitto e personale non formato.
Vi puzza l'anima.
Le polemiche sulle leggi e sui regolamenti, invece, le trovo volutamente stupide. E dico volutamente perché quello che è successo in Italia dovrebbe far riflettere chiunque abbia un minimo di memoria storica. Sto forse dicendo che i regolamenti italiani sono più stretti? Che sono migliori di quelli svizzeri?
No. Ma circa nel 1996, tornavo dal mio servizio militare, e contattai il mio PR di solito, che mi dava da lavorare come addetto alla security nelle discoteche. E imparai una cosa che mi rimase impressa. Era uscito un regolamento nuovo, che stava facendo letteralmente strage di discoteche, specialmente quelle messe su con due lire, improvvisate prima della stagione estiva della riviera. Quelle grandi erano già a norma, o comunque avevano i capitali per adeguarsi, mentre quelle piccole stavano chiudendo i battenti per non accollarsi i costi di ristrutturazione che non potevano sostenere.
Ma cosa diceva quella norma? Riguardava aspetti tecnici innovativi? Introduceva parametri di sicurezza sconosciuti?
No.
Quella norma dava semplicemente un ruolo nuovo, e soprattutto vincolante, ai pompieri. Perché le regole italiane per aprire una discoteca in sicurezza esistevano già da tempo. Il problema era che il compito di farle rispettare era lasciato ai comuni. E i comuni hanno i sindaci. E ci sono le elezioni. E le discoteche portano bella gente che spende soldi, che magari si ferma la sera a dormire in albergo, che fa girare l'economia locale. È praticamente impossibile, per un comune, fare qualcosa di impopolare come "far rispettare le norme" contro dei locali del genere, specialmente in località turistiche. Fino al 1996, dunque, le regole c'erano. Ma nessuno aveva davvero il potere, o la volontà, di farle rispettare.
Ma. Ricordate il 1996. Cosa succede?
Una nuova normativa, il Decreto Ministeriale del 19 agosto 1996, crea un sistema completamente diverso. Questa norma stabilisce che tutti i locali di intrattenimento e pubblico spettacolo con capienza superiore a 100 persone devono obbligatoriamente ottenere il Certificato di Prevenzione Incendi (CPI) rilasciato direttamente dai Vigili del Fuoco. Non più dai comuni, non più attraverso commissioni locali facilmente influenzabili, ma dai Vigili del Fuoco. Il successivo DPR 37 del 12 gennaio 1998 ha poi disciplinato le procedure di controllo, dando ai pompieri il potere concreto di ispezionare, approvare i progetti, e soprattutto di negare, revocare o non rinnovare la licenza di un locale che non rispetta i requisiti.
Grazie a questo meccanismo, i Vigili del Fuoco possono finalmente togliere la licenza ad un locale, o impedirgli di rinnovarla, o impedirgli di aprire del tutto, senza che il sindaco di turno possa farci assolutamente nulla. È un cambiamento radicale di paradigma: non si tratta di norme più severe, ma di norme finalmente applicabili, sottratte alla discrezionalità e alle pressioni politiche locali.
Ma in due anni chiusero circa la metà delle discoteche, cominciando un declino da cui il settore non si è mai più rialzato. Questo era "dove andavano i vostri figli", prima del 1996. Locali improvvisati, messi su con due lire e materiali di risulta, con uscite di emergenza inesistenti o bloccate, gestiti da gente che pensava più a risparmiare sui costi che alla sicurezza delle persone.
Il resto del declino lo fece la cocaina, che dalla fine degli anni '90 divenne un fenomeno di massa nelle discoteche italiane, e le normative successive legate alle cosiddette "stragi del sabato sera". Nel 2003-2004 arrivarono nuove misure repressive: controlli massicci con etilometri, oltre 93.000 test in pochi mesi, la patente a punti che fece sottrarre oltre 1,6 milioni di punti in nove mesi. Nel 2004 si discusse persino di vietare la vendita di superalcolici nelle discoteche e di limitare gli orari di apertura. Alcuni locali storici come il Domina in Piemonte furono chiusi più volte per droga, risse e sparatorie.
Il combinato di norme sulla sicurezza antincendio finalmente applicate, repressione della droga, controlli stradali serrati e stigma sociale ha praticamente ucciso il modello della discoteca degli anni '80 e '90. Negli ultimi 14 anni sono state chiuse oltre 2.100 discoteche italiane, trasformate in supermercati, chiese o lasciate abbandonate
Ovviamente non ricordo a memoria le date precise o i numeri dei DPR, io sentii solo dire al mio amico che c'era stata una strage di chiusure nel settore, ma secondo lui era meglio così, perché dopotutto stavano morendo solo i piccoli, i cialtroni e quelli che esistevano senza mai investire davvero, di fatto - si diceva ma non si poteva dire apertamente - riciclando denaro sporco in Riviera. Per i dati precisi, just google.
Ma il punto vero è questo: non vennero cambiati i regolamenti, né i requisiti tecnici fondamentali. Venne semplicemente messo qualcuno con il potere effettivo di vigilare, qualcuno che non poteva essere fermato dal sindaco locale con le sue pressioni elettorali.
Quello è il punto cruciale che tutti fingono di non capire. Non è minimamente rilevante che in Svizzera le norme siano più o meno severe rispetto a quelle italiane, tedesche o francesi, se poi non c'è la parte fondamentale del sistema: quella che consente concretamente di controllare e chiudere i locali non conformi. Potete continuare a discutere di norme svizzere quanto volete, potete scrivere fiumi di articoli sulle leggi cantonali e federali, sui requisiti tecnici e sui materiali ignifughi. Se non ci mettete qualcuno di motivato, indipendente e dotato di potere reale a controllare e chiudere chi non rispetta le regole, non cambia assolutamente niente.
E infatti non è cambiato niente a Crans-Montana, dove le uscite di emergenza erano sbarrate, il soffitto rivestito di materiale altamente infiammabile, e nessuno ha impedito a quel locale di aprire la sera di Capodanno. Le norme probabilmente c'erano anche lì.
Quello che mancava era chi aveva il potere e la volontà di farle rispettare davvero.
Anche dopo le stragi degli anni 80, infatti, fino al 1996 le norme esistevano, ma nessuno le faceva rispettare. I sindaci se ne fregavano. In un posto come la riviera romagnola, nessun sindaco va contro albergatori e discotecari.
Come mai affidandolo ai Vigili del Fuoco in Italia funzionò così bene? Non lo so con certezza. Ho solo due teorie.
- La prima è che i pompieri, se brucia una discoteca, sono quelli che devono entrarci dentro e spegnerla. E magari vorrebbero tornare a casa vivi la sera, rivedere la loro famiglia, cenare con i loro figli. E quindi, sono particolarmente motivati ad evitare di dover entrare in qualche forno improvvisato, costruito con schiuma di poliuretano, magari verniciata con le bombolette spray dal genio del graffito locale, che vuole rendere cool il soffitto senza sapere nulla di infiammabilità dei materiali. La pelle è la loro, letteralmente. Ci sta, che siano particolarmente feroci con queste variazioni sul tema della sicurezza. Ma come padre, mi piace moltissimo l'idea di un tizio che tratta la vita di mia figlia con la stessa attenzione scrupolosa che farebbe per proteggere la propria.
- La seconda teoria è che i pompieri sviluppano nel tempo un occhio clinico, un'esperienza pratica che il geometra o l'ingegnere di qualche ente certificatore semplicemente non possono avere. Dopotutto, passano la vita professionale, dopo ogni incendio che spengono, a fare una specie di rapporto dettagliato - per la polizia, o il tribunale, o l'assicurazione - dove devono anche ricostruire e spiegare l'origine del fuoco. Cosa ha appiccato il fuoco, e soprattutto come si è propagato attraverso i materiali, le strutture, gli spazi. E in genere ci mettono, quando è possibile e utile, le fotografie precise dei punti da dove il fuoco è partito e dei percorsi che ha seguito.
Fare questo lavoro in continuazione, secondo me, gli fa saltare all'occhio delle cose che anche al tecnico preparato e studiato, magari fresco di laurea con tutti i suoi calcoli teorici, non saltano immediatamente all'occhio. Vedere dal vivo cosa succede quando un materiale prende fuoco, come si propagano le fiamme, quanto velocemente può svilupparsi un incendio in determinate condizioni, crea una competenza che non si trova sui manuali.
Forse è valida la prima teoria, forse la seconda, forse entrambe si sommano e si rinforzano a vicenda. Ma il fatto è che dopo aver dato quel potere concreto ai pompieri, dopo le tragedie degli anni '80 che portarono al cambio normativo, è praticamente finita l'era delle discoteche improvvisate e insicure. Credo che poi ci sia stato anche un altro inasprimento normativo negli anni successivi, ma non sono sicuro dei dettagli e non voglio inventare date
Quindi no, non credo affatto che le norme svizzere siano meno rigide, o meno dettagliate, o meno valide di quelle italiane. Ma dopo aver fatto dei lavori di ristrutturazione al locale, in Italia arrivano fisicamente i Vigili del Fuoco a dare un'occhiata approfondita, prima della riapertura. E quella roba che si vede nelle fotografie di Crans-Montana - il soffitto rivestito di materiale fonoassorbente altamente infiammabile, le uscite di emergenza bloccate o chiuse a chiave, gli spazi ristretti dopo le ristrutturazioni - semplicemente non te la passano. Non ottieni il Certificato di Prevenzione Incendi, e senza quello non apri. Punto.
Il direttore della prevenzione dei Vigili del Fuoco italiani ha sottolineato che il modello italiano si basa su un "rapporto sinergico" dove lo Stato definisce regole chiare, le autorità pubbliche (i VVF) vigilano costantemente, e i gestori devono applicarle quotidianamente. Questo sistema triplo non sembra esistere in Svizzera con la stessa struttura e frequenza.
Non sono migliori o peggiori le leggi in sé, i parametri tecnici o i regolamenti scritti sulla carta. Ad essere migliore è la decisione politica di dare potere reale, indipendente e vincolante ai pompieri. È quella scelta organizzativa, quel cambiamento di sistema, che ha fatto la differenza tra discoteche che bruciano con decine di morti e discoteche che rispettano davvero le norme di sicurezza. Il resto sono chiacchiere da talk show e articoli di giornale scritti per riempire pagine e generare click.
Ci sono poi quelli che, sempre nei commenti sotto gli articoli dei giornali, vanno a vedere che adesso ai gestori daranno vent'anni di galera. E quindi? Dategli anche la pena di morte, se vi fa sentire meglio. La ghigliottina. La ghigliottina elettrica. La ghigliottina elettrica dentro una camera a gas piena di serpenti velenosi.
Ma la pena arriva dopo. E quei quaranta ragazzi sono già morti. Volete la soddisfazione personale di vedere impiccati per i piedi i titolari della discoteca? Benissimo. Fatelo. E poi? I ragazzi sono già morti, sepolti, pianti dalle loro famiglie. A cosa serve davvero arrivare dopo il disastro, qualsiasi pena possiate comminare, qualsiasi vendetta possiate immaginare?
Ho visto gente rispondere a questo ragionamento dicendo "ma se punisci duramente questi, la prossima volta un altro ci pensa due volte". Certo. La prossima volta. Un altro locale. Altri gestori. Altri ragazzi che magari si salveranno perché qualcuno avrà avuto paura della galera.
Ma quei quaranta ragazzi sono morti. Questa volta. In quel locale specifico. Non la prossima volta, non in un altro posto. E da padre vi posso dire una cosa che forse non avete mai considerato.
Se vi muore la moglie, siete vedovi. Se vi muoiono i genitori, siete orfani. Ma se vi muoiono i figli... che parola si usa? Quale termine esiste per definire un genitore che ha perso un figlio?
Non c'è. Non esiste una parola per questo in italiano, come in quasi nessuna lingua. E non c'è perché nessuno ha mai voluto crearla, perché è un'eventualità talmente disumana, talmente contro natura, che non vogliamo nemmeno pensarci. Non vogliamo che esista un termine per una cosa del genere, perché darle un nome significherebbe ammettere che può accadere.
E allora smettetela di dire sempre le solite, identiche porcherie da giornalismo-intrattenimento, e di scrivere commenti da sconfinata distesa di miseria umana. Smettetela di cercare vendetta, capri espiatori, genitori da incolpare, ragazzi da accusare per aver filmato qualche secondo di video.
Perché onestamente, ve lo dico senza giri di parole: quando parlate in quel modo, quando fate i "giornalisti" e trasformate queste cose in mero intrattenimento, quando commentate sui forum,