Difesa ok, ma facciamo politica?

Il Generale August, col mio cappello preferito. Una perla del fashion prussiano.

Una delle cose più irritanti — nonché uno dei punti deboli della politica nell’era sovranista — è questa abitudine di parlare delle proprie idee senza fare politica. Cioè senza mai arrivare al punto essenziale: dire, o almeno suggerire, quale dovrebbe essere la politica conseguente a quelle idee. Quali dovrebbero essere, cioè, le azioni concrete del governo nazionale, una volta che quelle idee diventano programma, maggioranza, potere esecutivo, firma su un decreto, ordine dato a un funzionario, istruzione mandata a una questura, norma scritta in Gazzetta Ufficiale.

Certo, farlo a volte è disastroso. Quando la Meloni cercò di identificare le conseguenze pratiche delle sue idee politiche sulla migrazione, propose il “blocco navale delle coste libiche”, che, al di là di ogni considerazione di politica internazionale, sarebbe un atto di guerra, e quindi proibito prima dalla Costituzione italiana, e poi anche dai trattati. Ma almeno, in quel caso, la traduzione politica dell’idea era visibile: sbagliata, impraticabile, pericolosa, propagandistica quanto si vuole, ma visibile. Si capiva quale fosse l’azione immaginata.

Oppure, se prendiamo Vannacci, troviamo il caso opposto. Ha sproloquiato su Paola Egonu per un intero libro, senza mai suggerire, ispirare o anche solo lasciar intravedere un’azione davvero politica. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa dovrebbe fare, il governo, di preciso, visto che la Egonu ha la pelle scura? Istituire una cittadinanza di secondo ordine? Oppure, come dicevano gli inglesi secoli fa, una “cittadinanza speciale”? Togliere la cittadinanza? Obbligarla a cantare l’inno nazionale ogni mattina all’alba, magari davanti a un funzionario del Ministero dell’Identità Nazionale con cronometro e sopracciglio alzato?

Cosa?

Manca una proposta. Manca il passaggio dall’invettiva alla norma, dal fastidio personale alla decisione pubblica, dalla posa ideologica all’azione di governo.


E questo spostamento della discussione verso la vuota retorica diventa almeno allarmante quando si parla della nuova difesa europea. Nel senso che va bene, supponiamo pure che l’Europa si faccia un esercito possente. Supponiamo che, da domani mattina, secondo alcuni, “pesi di più sullo scacchiere internazionale”. Benissimo. Belle parole. Frase da conferenza, da editoriale, da panel con il cartellino col nome davanti e la bottiglietta d’acqua minerale.

Ora, però, i casi sono due: o davvero il problema era il peso fisico dell’Europa, e allora bisogna capire quante tonnellate di peso geopolitico servano per essere presi sul serio, oppure non state dicendo che cosa implichi davvero quello che proponete.

Quando partì la guerra contro l’Ucraina, si disse che l’Europa era irrilevante perché troppo debole militarmente, e che sarebbe stato tutto diverso se l’Europa avesse avuto un esercito potente.

In che senso?

In pratica, che cosa state dicendo? Che avremmo dovuto iniziare una guerra per proteggere l’Ucraina, che non era — e non è — membro dell’Unione Europea? Che policy state proponendo, di preciso? Perché qui non siamo più nel dominio della postura, della dichiarazione muscolare, del “dobbiamo farci rispettare”. Qui siamo nel dominio delle conseguenze. E le conseguenze, purtroppo per i retori, hanno la pessima abitudine di somigliare molto ai morti, ai missili, alle città bombardate e agli ultimatum.

Avendo questo esercito potentissimo, ovevamo fare guerra alla Russia? E specialmente, faremo guerra alla Russia quando/se lo avremo?

[ ] SÌ

[ ] NO

Perché il punto è questo. Non avendo alcun trattato di mutua difesa con l’Ucraina nel momento dell’attacco russo, fare guerra alla Russia sarebbe stato un evento decisivo nel senso più pieno del termine: non sarebbe stato un automatismo giuridico, non sarebbe stata l’applicazione di una clausola già scritta, non sarebbe stata la conseguenza di un obbligo assunto in precedenza. Sarebbe stata una decisione politica chiara, volontaria, deliberata.

E allora?

È per questo che volete un esercito europeo forte? Per poter decidere, quando serve o quando vi sembra che serva, di fare la guerra alla Russia?


Lo stesso dicasi per quanto riguarda la crisi di Gaza, o la crisi mediorientale in genere. I giornali italiani sono pieni di “analisti” — e ormai sospetto che il termine “analista” si riferisca più alla sodomia che al ragionamento, onestamente — i quali ripetono: “Eh, se l’Europa avesse un esercito unico, potremmo finalmente dire la nostra”.

Benissimo.

Ma se vuoi “dire la tua” solo perché hai un esercito, allora significa che quell’esercito intendi usarlo. Altrimenti non stai parlando di politica estera, stai parlando di teatro. Stai dicendo che vuoi stare al tavolo con una pistola nella fondina, ma poi, quando qualcuno ti chiede se sei disposto a estrarla, inizi a parlare di valori, di presenza, di autorevolezza, di peso strategico, di ruolo dell’Europa nel mondo, cioè di quella nebbia lessicale dentro la quale i commentatori italiani riescono a nascondere qualsiasi cosa, tranne una decisione.

Quindi?

Avreste fatto una guerra contro Israele per difendere Gaza? Possiamo discutere del principio morale, certo. Possiamo discutere di diritto internazionale, di proporzionalità, di crimini di guerra, di responsabilità storiche, di confini, di occupazione, di terrorismo, di civili, di tutto quello che volete. Ma dobbiamo sempre tenere in conto le conseguenze. Perché appena si passa dal “l’Europa deve contare di più” al “l’Europa deve agire”, improvvisamente il verbo “agire” smette di essere una parola elegante da convegno e comincia ad assomigliare a qualcosa di molto più concreto.

Dovevamo fare guerra, avendo un esercito potente che ci fa “pesare”, contro Israele?

[ ] SÌ

[ ] NO

Perché quando usciamo dal dominio della retorica entriamo nel dominio delle conseguenze. E nel dominio delle conseguenze non basta dire che l’Europa deve avere una voce. Bisogna dire che cosa dovrebbe dire quella voce, a chi dovrebbe dirlo, con quali strumenti dovrebbe imporlo, e soprattutto che cosa dovrebbe fare se l’interlocutore risponde: “No”.

È lì che comincia la politica. Non nel comunicato indignato. Non nell’editoriale con tre citazioni di Kissinger e due di Altiero Spinelli. Non nella frase secondo cui “l’Europa deve essere protagonista”. La politica comincia quando si dice quale azione pratica deve compiere il governo, europeo o italiano che sia, e quando si accetta di parlare delle conseguenze di quell’azione.

Quindi, cari “analisti” della debolezza europea sulle vicende di Gaza, quale politica suggerite?

Guerra contro Israele, sì o no?


E lo stesso dicasi della questione Iran/Hormuz. Anche questa crisi sveglia immediatamente gli anal-isti che riempiono i giornali di articoli neanche un po’ triti e ritriti, e tutti, con mirabile originalità da gregge, finiscono col dire la stessa cosa: se solo l’Europa avesse forze armate potenti, avremmo voce in capitolo.

Ma non si vuole capire una cosa, oppure la si capisce benissimo e si preferisce non dirla, perché dirla costringerebbe tutti a uscire dal brodino caldo della retorica e a mettere i piedi nel fango della decisione politica.

Le forze armate non basta “averle”. Se vuoi contare grazie alle tue forze armate, occorre anche una credibile attitudine a usarle.

 

Un esercito non è un soprammobile istituzionale, non è il centrotavola della sovranità, non è una bandierina da mettere dietro al ministro durante le conferenze stampa. Un esercito è uno strumento di coercizione, cioè uno strumento che serve, in ultima istanza, a costringere qualcuno a fare qualcosa che non vuole fare, o a impedirgli di fare qualcosa che vuole fare. E questa cosa, curiosamente, implica la possibilità concreta della guerra.

E allora, come le avreste usate, di preciso, nel caso di Hormuz?

Guerra all’Iran?

Guerra a Israele?

Guerra agli Stati Uniti?

Perché, a seconda di quale sia la risposta, cambia tutto. Cambia la politica estera, cambia la posizione dell’Europa nel mondo, cambia il rapporto con la NATO, cambia il rapporto con gli USA, cambia il rapporto con il Golfo, cambia il rapporto con l’energia, cambia il rapporto con l’opinione pubblica europea, che magari ama moltissimo l’idea astratta dell’Europa “forte”, ma potrebbe amare un pochino meno l’idea concreta dei suoi figli mandati a combattere nello stretto di Hormuz per dimostrare che finalmente “abbiamo voce in capitolo”.

Questa è la parte politica che manca all’idea del “facciamoci un esercito forte per contare”. Manca il seguito della frase. Contare per fare cosa? Contare contro chi? Contare con quale mandato? Contare fino a che punto? E soprattutto: quando arriva il momento in cui il “peso” deve trasformarsi in azione, quale azione state proponendo davvero?


Un discorso politico, o anche solo un discorso in tema politico, dovrebbe sempre chiedere, indicare o almeno ispirare qualche azione della classe politica al governo. Altrimenti non è politica: è commento, è umore, è sfogo, è posa da salotto televisivo, è quella cosa per cui uno pronuncia parole solenni come “strategia”, “visione”, “peso internazionale”, “autonomia”, e poi, appena gli chiedi che cosa debba fare concretamente il governo lunedì mattina, comincia a tossire dentro il fazzoletto.

Il discorso “spendiamo soldi nella difesa”, finora, si traduce in qualcosa di abbastanza chiaro: spendiamo di più per la difesa, possibilmente comprando da aziende europee. Viste le ricadute occupazionali, industriali e tecnologiche, la cosa potrebbe anche andare bene. Si può essere d’accordo o meno, si può discutere di priorità, di bilanci pubblici, di welfare, di sanità, di scuole, di infrastrutture, ma almeno il nesso politico è comprensibile: si investe in un settore, si crea o si sostiene una filiera, si genera occupazione, si produce capacità industriale, e magari si evita anche di dipendere sempre dal fornitore americano di turno, che oggi ti vende il missile e domani ti spiega su Truth Social che forse non sei abbastanza simpatico.

Il guaio viene quando gli anal-isti — ormai una categoria di YouPorn, tipo “sesso analista”, o qualcosa del genere — continuano ad appiccicare a questo ragionamento la clausola secondo cui occorre avere un esercito potente “per contare di più” in questa vicenda o in quella.

Perché qui casca l’asino. Se vuoi contare di più perché hai un esercito europeo forte, devi mostrare anche una spiccata attitudine a usarlo. Non basta possedere lo strumento; bisogna rendere credibile la possibilità di impiegarlo. E adesso la domanda diventa: come mostriamo questa spiccata attitudine?

Con quale politica estera?

E a chi dovremmo muovere guerra, di preciso, per “pesare di più”, visto il nostro ipotetico potente esercito? Chi è il destinatario concreto di questo peso? La Russia? L’Iran? Israele? Gli Stati Uniti? Qualche milizia nel Mediterraneo? Qualche governo del Nord Africa? Oppure l’esercito europeo deve esistere soltanto come un grosso soprammobile armato, da esibire nelle foto ufficiali mentre tutti annuiscono gravemente e dicono che finalmente l’Europa “parla con una voce sola”?

Perché la voce sola, se dietro ha i cannoni, prima o poi deve anche dire qualcosa. E quel qualcosa, in politica estera, non può restare eternamente una metafora.


Quando faccio questa domanda, gli analisti anali se ne escono sempre con un’altra frase trita e ritrita, cioè col famoso motto latino: si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace, prepara la guerra.

Ok, bel motto. Suona bene. Ha quella compattezza da iscrizione su marmo, quella solennità da manuale di educazione civica scritto da un colonnello in pensione, quella patina di saggezza antica che in Italia basta sempre a far sembrare profonda qualsiasi banalità. Sembra sensato.

No, non lo è.

Non funziona e non ha mai funzionato. Infatti Roma, che di guerra ne preparava parecchia e con una certa convinzione, di pace ne ha chiesta, voluta e avuta ben poca. Figuriamoci costruirla, cosa nella quale — se escludiamo i vari e frequenti genocidi, le deportazioni, le città rase al suolo, gli schiavi trascinati a migliaia e l’occasionale trasformazione di un popolo vicino in concime geopolitico — Roma era abbastanza, come dire, scarsina.

No, mi spiace: la storia di Roma smentisce catastroficamente il “motto latino”. Se preparare la guerra doveva produrre la pace, allora l’Impero romano è stato un esperimento durato undici secoli per dimostrare il contrario. Una macchina politica e militare continuamente costretta a combattere, reprimere, conquistare, difendere confini, sedare rivolte, massacrare nemici esterni e interni, spostare legioni da una provincia all’altra, inventarsi nuovi fronti, nuovi barbari, nuovi traditori, nuovi casus belli.

Chiaramente non ha funzionato.

Non ha funzionato per undici secoli di fila. Mi sembra una prova chiara: non tutti i motti latini sono affidabili. 

Corollario:  sarebbe ora che gli analisti anali la smettessero di pensare che se devi dire una troiata, meglio dirla in latino. No, non funziona.

Stercus accidit.

OPS!


Questo ammasso di nostalgie militariste, onestamente, anche quando viene servito in salsa politica, strategica o addirittura “scientifica”, ha stufato. Ha stufato perché si presenta come realismo, ma troppo spesso è solo romanticismo bellico con la cravatta. Ha stufato perché finge di parlare il linguaggio della responsabilità, mentre evita sistematicamente la domanda più responsabile di tutte: quale azione concreta state proponendo, e quali conseguenze siete disposti ad accettare?

Appartiene tutto al grande filone del “discutiamo sulla politica, ma non di politica”, che ormai ha trasformato il dibattito pubblico in una cagnara insopportabile. Tutti parlano di postura, di peso, di deterrenza, di credibilità, di autonomia strategica, di voce europea, di proiezione internazionale. Ma appena si chiede quale governo debba fare cosa, contro chi, con quali strumenti, con quale mandato e con quali rischi, cala improvvisamente una nebbia lessicale densissima, nella quale il carro armato diventa “capacità”, la guerra diventa “presenza”, il bombardamento diventa “opzione”, e i morti diventano “costo strategico”.

E sarebbe ora di darci un taglio, perché quando la retorica comanda gli eserciti, finisce male. Finisce male perché gli eserciti non sono metafore, non sono argomenti da talk show, non sono puntelli emotivi per opinionisti desiderosi di sentirsi Churchill per dieci minuti. Gli eserciti sono strumenti reali, fatti di persone reali, armi reali, ordini reali e conseguenze reali.

E quando li si invoca solo per “pesare di più”, senza avere il coraggio di dire dove, come, contro chi e fino a quale punto, non si sta facendo politica estera.

Si sta giocando con la guerra.