Dazi e controdazi.
La narrativa muscolare della stampa – e sì, la chiamo fascista, perché il fascismo strisciante entra ovunque proprio quando ti convince che esiste un solo modo “virile” di fare politica – consiste nel dipingere come perdente chiunque non si muova in maniera chiaramente muscolare. La politica, a quanto pare, viene raccontata dai giornali (specialmente italiani) come una specie di show di testosterone, o se volete come la caricatura eterna del discorso di Mussolini da Palazzo Venezia: voce grossa, mascella in avanti, e poi si vede.
Descriviamo un attimo la questione, in termini banali e concreti, cioè nel linguaggio in cui la propaganda si inceppa. Nel luglio 2025 la UE ha approvato un pacchetto di dazi/contromisure contro gli USA (si parla di circa 93 miliardi, non 95), con una struttura che viene descritta come “automatica”. E qui bisogna capirsi: “automatico” non significa “misterioso”, significa esattamente una cosa: una volta che la decisione è stata presa e messa a norma, il sistema è costruito in modo che se nessuno fa niente allora la misura scatta. Non devi “decidere di reagire” ogni volta; devi decidere, semmai, di impedire che la reazione avvenga.
Quindi: da quando sono stati approvati, questi dazi possono essere sospesi, rinviati, rimodulati, in parte attivati o in parte congelati. Ma il senso dell’architettura resta quello: l’inerzia non produce “pace”, produce “entrata in vigore”. È la differenza tra una risposta che richiede volontà politica attiva per partire e una risposta che richiede volontà politica attiva per NON partire.
Perché hanno agito in questo modo? Perché sapevano benissimo che dentro l’Unione ci sono paesi che, per ragioni interne, possono paralizzare decisioni scomode; e sapevano anche che la paralisi, in Europa, non è un incidente: è spesso un metodo. Allora invece di costruire un sistema in cui i dazi entrano in vigore se qualcuno FA qualcosa (e quindi basta non fare niente per sterilizzare la risposta), hanno costruito un sistema in cui i dazi entrano in vigore se nessuno fa niente. Occorre cioè rimandarli di continuo, rinnovare la sospensione, mantenere esplicitamente la moratoria: altrimenti scattano.
Questo evita – o almeno rende più difficile – che paesi “ben oliati” da interessi esterni (che siano americani, russi o di qualunque altro tipo) possano bloccare la decisione semplicemente lasciando marcire il processo. E infatti il punto politico è esattamente questo: spostare il peso dell’azione dal “fare” al “disfare”. Se vuoi impedire l’escalation, devi metterci la firma, devi assumerti la responsabilità, devi spiegare perché stai rinviando; non puoi nasconderti dietro il nulla.
Il 7 febbraio, se nessuno fa niente, entrano in vigore contromisure per circa 93 miliardi contro gli USA. A meno che la contesa non sia risolta – o, più precisamente, a meno che non si decida esplicitamente di prorogare la sospensione. E qui arriva la parte che manda fuori giri i giornalisti da palestra: la UE non ha bisogno di “decidere” o di “annunciare” una risposta in stile western. Si trova nella situazione in cui la risposta è già lì, incorporata nel meccanismo, e arriva per default se non viene fatto nulla.
Questo modo di fare, però, è assolutamente difficile da vendere per la stampa, perché non offre quasi nessuno degli appigli iconografici che i media cercano quando devono costruire un personaggio “forte” e immediatamente riconoscibile. La stampa italiana, figlia di un Ordine dei Giornalisti di discendenza fascista, è perfettamente in grado di vendere Trump, o Mussolini, come modelli muscolari di nazioni forti: voce alta, slogan brevi, gesti larghi, promessa di disciplina e gerarchia. Ma entra già in crisi quando si trova ad avere a che fare con l’immagine relativamente frugale del presidente cinese, che parla poco e con calma, e non riesce a vendere l’immagine europea, che per definizione non si presta alla retorica della mascella. L’Europa è procedura, compromesso, architettura istituzionale: roba che richiede tempo, contesto e pazienza, cioè l’opposto della narrazione “a pugno chiuso” che fa clic.
La stampa italiana riesce a vendere una leader donna solo se è “vendibile” dentro quel frame, cioè se può essere tradotta in un cliché di comando riconoscibile: come lo fu la Thatcher, trasformata nella “dama di ferro”. Ok: poca mascella, pochi muscoli, ma pur sempre… “le palle”, anche se in senso metaforico. E, soprattutto, un’estetica del comando compatibile con la caricatura che il giornalismo muscolare pretende: il potere come posa, più che come struttura. Se non c’è un gesto, un soprannome, una foto da prima pagina che gridi “dominanza”, allora la macchina narrativa si inceppa, e al posto dell’analisi torna la solita scorciatoia: personalizzare tutto, ridurre tutto a temperamento, e chiamare “leadership” ciò che in realtà è solo teatralità ben confezionata.
Quindi, la narrativa (fascista) dei giornali italiani e' "america sparta forte, europa atene debole".
Questa è una contrapposizione che abbiamo visto tra Atene e Sparta. Sebbene fossero militarmente bravissimi, gli spartani avevano un problema grande quanto una casa: un modello sociale insostenibile.
Questo fece sì che attorno a Sparta, che cercava l’egemonia, si radunassero alleanze, anche pericolose. Il risultato, ovviamente, fu che, dopo una serie di battaglie in cui Atene perse, alla fine Sparta ne uscì esanime, e Atene ripristinò la sua egemonia.
- Rinascita della flotta ateniese (390–370 a.C.)
Dopo la sconfitta del 404 a.C., Atene ricostruì la sua flotta grazie a finanziamenti persiani e alla Seconda Lega Ateniese (378/7 a.C.).
Battaglia di Cnido (394 a.C.): Atene e i suoi alleati sconfissero la flotta spartana, dimostrando che Sparta non poteva competere sul mare.
Battaglia di Nasso (376 a.C.): la flotta ateniese, guidata da Cabria, sconfisse nuovamente Sparta, consolidando il controllo ateniese sull’Egeo. - Guerra Sociale (357–355 a.C.)
Atene dovette affrontare una rivolta degli alleati (la cosiddetta Guerra Sociale), ma riuscì a mantenere il controllo del mare e a preservare la sua influenza, mentre Sparta era ormai marginalizzata. - Sparta: debolezza militare e sociale
Battaglia di Leuttra (371 a.C.): Sparta fu sconfitta da Tebe, ma questa sconfitta mostrò al mondo greco che l’invincibilità spartana era finita.
Battaglia di Mantinea (362 a.C.): Sparta subì un’altra grave sconfitta, questa volta contro Tebe e i suoi alleati (tra cui Argo e Mantinea). Atene, pur non partecipando direttamente. - Atene come potenza egemone (fine IV secolo a.C.)
Mentre Sparta era ridotta a una potenza regionale, Atene ripristinò la sua egemonia culturale, economica e navale, per quanto possibile.
La Seconda Lega Ateniese (378–355 a.C.) fu un segno tangibile di questa rinascita, anche se non durò a lungo a causa delle tensioni interne.
Alla fine, cioè, ne rimase in piedi uno solo. E non era Sparta.
Di conseguenza al suo innato fascismo, la stampa italiana e, per certi versi, europea non può spiegare fino in fondo questa dinamica. Non può spiegare che, a differenza di ciò che pensano i fascisti, la politica internazionale non è basata sul problema di “vincere la partita di oggi”, ma su quello, molto più concreto e spesso meno spettacolare, di “essere ancora in piedi domani”. E non è una distinzione filosofica: è la differenza tra un sistema che cerca l’applauso immediato e uno che costruisce continuità, riserve, margini di manovra.
Sparta, dicevo, collassò perché aveva un modello sociale insostenibile, mentre Atene rimase in piedi grazie alla sua resilienza e al fatto di avere un modello che consentiva più facilmente di reggere gli urti. Un’economia più adatta a sostenere guerre lunghe, una capacità maggiore di assorbire sconfitte senza trasformarle subito in crisi interne, una classe dirigente meno separata dal resto della popolazione, e quindi meno esposta a un odio strutturale. In altre parole: Sparta puntava sull’idea di forza come immagine, Atene su un’idea di forza come infrastruttura; e alla lunga, quando il conto arriva, sopravvive chi ha ancora basi materiali e sociali su cui ricostruire, non chi ha solo disciplina e propaganda.
In parole povere, se foste stati mercanti alla ricerca di un posto dove emigrare e aprire bottega, sareste andati ad Atene, non a Sparta.
Ma i giornalisti non leggono libri di storia. E questo, per quanto in questo periodo stiano martellando con qualche filosofo greco per “dare una cultura” agli italiani — e sia chiaro: solo roba noiosa — li porta a insistere con una visione di stampo mussoliniano, fatta di pose e di mitologie muscolari. Siccome dalla UE non arrivano parole forti e gesti “maschi”, allora dev’essere debole: come se la forza si misurasse dal volume della voce, e non dalla tenuta dei meccanismi.
L’analogia potrà sembrare azzardata, ma personalmente non faccio fatica a riconoscere, nel comportamento della UE, le “leghe” che si radunavano attorno ad Atene: anche le leghe ateniesi erano piuttosto litigiose al loro interno, piene di veti, sospetti, gelosie e contabilità spicciola. Ma diventavano coriacee quando venivano pressate dall’esterno, perché il punto non era l’armonia, era l’interesse condiviso a non farsi schiacciare. In altre parole, il conflitto interno non è necessariamente segno di fragilità: spesso è solo il prezzo di un sistema plurale che discute sempre, e che proprio per questo — quando serve — riesce comunque a compattarsi senza dover fingere unità a colpi di propaganda.
Per capire quanto miope sia stata la visione offerta agli italiani, posso fare un altro esempio. Venezuela e Mercosur.
Il Venezuela, infatti, non solo voleva entrare nel Mercosur: ci è effettivamente entrato come membro a pieno titolo, per poi essere sospeso.
In breve:
- Il Venezuela è stato ammesso come primo Stato non fondatore del Mercosur a metà anni 2000 e ha completato il processo di adesione formalmente nel 2012.
- La sua partecipazione è stata poi sospesa per motivi politico‑democratici (violazione degli impegni sul rispetto dell’ordine democratico previsti dal blocco) a partire dalla seconda metà degli anni 2010.
Ora, nel momento in cui gli USA occupavano il Venezuela e, poche settimane dopo, si firmava un documento storico di libero commercio (e sul piano economico lo è davvero), avete visto UN SOLO giornalista chiedersi per quale motivo ci fosse questa strana coincidenza? L’assalto al Venezuela è stato pianificato, tempistica compresa. E la trattativa UE‑Mercosur va avanti da 25 anni, non è certo nata ieri mattina.
E bisogna capire una cosa: se il Venezuela dovesse tornare a essere un paese democratico e di libero mercato, potrebbe essere riammesso nel Mercosur, garantendo così un accesso commerciale ordinato e protetto alle risorse venezuelane. In altre parole, basterebbe una transizione “corretta” per trasformare un territorio occupato e instabile in un tassello integrato di un blocco commerciale sudamericano, prontamente agganciato al mercato europeo.
Davvero, ripeto: non varrebbe la pena chiedersi se per caso non ci sia un nesso tra l’invasione del Venezuela e l’arrivo del trattato UE‑Mercosur? Non dico che la spiegazione si esaurisca lì, ma il fatto che quasi nessuno ponga nemmeno la domanda è, di per sé, un sintomo perfetto di come funziona oggi l’ecosistema mediatico.
Ma non e' successo.
Nel Parlamento europeo le forze fuori maggioranza, a sinistra della sinistra, hanno cominciato a parlare di fornire una maggioranza più ampia, che consenta di denunciare il trattato dell’anno scorso con gli USA. Questo non sta venendo detto: la maggioranza critica verso quel trattato si sta accrescendo proprio a sinistra. Significa che anche l’opposizione del PPE, oggi, diventa sempre meno rilevante.
Ma ovviamente, nemmeno di questo si fa parola. La stampa italiana sta dando a tutti la sensazione di un “Trump che vince”, quando la crescita reale degli USA, strombazzata come altissima nell’ultimo trimestre, è in realtà stata modesta, il dollaro affonda e l’America ha sempre meno alleati disposti a seguirla nei fatti, non solo nei comunicati.
Ma nemmeno di questo troverete traccia.
Gli italiani sono sempre stati considerati dalla politica con un termine decisamente insultante: “le famiglie”. Quando qualcuno vi dice che una trasmissione è “per famiglie”, o vi parla di un film per famiglie, o di un programma televisivo per famiglie, vi sta dicendo che, se non siete dei celenterati, lo troverete inutile, noioso, stupido, emotivamente melenso e assolutamente privo di contenuti.
Un programma per famiglie ha un solo obiettivo, da confessionale cattolico: evitare che qualcuno provi emozioni troppo forti, che senta delle pulsioni, che pensi che sia il momento di fare qualcosa, di prendere posizione. Perché, ehi, va tutto bene, rilassiamoci, la nostra idea di epica è Star Trek Academy. (Di questa specie di serie farlocco‑ritardata riparlerò.) Il top del programma per famiglie, per loro, era “Domenica In”: una trasmissione che poteva addormentare un giaguaro in calore, rilassare un battaglione di SS sotto anfetamine, tanto era proibito qualsiasi slancio emotivo.
Una volta, quando ero all’università, vivevo in via Remorsella, di fronte a un collegio di suore. Era un collegio femminile. Il collegio aveva una mensa in cui tutto, sistematicamente, ciò che aveva un sapore forte veniva soppresso: le cipolle, e non sto scherzando, erano sempre e comunque bollite per non diventare troppo “forti”. Cipolle sì, ma solo bollite. Non sia mai che potessero “eccitare troppo”.
Ecco, quella che state vedendo adesso è un’informazione politica “per famiglie”: la Domenica In dell’informazione. Un paese entrato in una domenica pomeriggio eterna, il pippobaudismo elevato a costante dell’universo. E non è ancora cominciato Superclassifica Show, con Maurizio Seymandi.
E questo è come vi stanno raccontando la vicenda sulla Groenlandia e sui dazi. Le borse crollano, chissà come mai: alla fine dei conti, cosa starà mai succedendo di così eccitante da causare un crollo di borsa? Cipolle bollite, ovviamente. Dipolle Bollite e Maurizio Seymandi.
E perché mai, per prima cosa, si mandano soldati in giro? Sempre cipolla bollita. Cipolla bollita e Domenica In. E Pippo Baudo.
E il 7 febbraio, quando andranno in vigore i dazi europei – a meno di miracoli – e quindi Trump si ecciterà e si inventerà dazi spaventosamente alti, tipo diecimila per cento, per impressionare il suo pubblico di scimmie, ricordate.
Cipolle bollite. Cipolle bollite e Domenica In. Non bisogna scandalizzare le famiglie con cose assurde, tipo le emozioni, o l’interesse, o le prese di posizione.
E adesso, la linea al Superclassifica Show, con Maurizio Seymandi.