Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Davvero vi mancherà lo Star System?

Adesso che Google ha messo soldi e tecnologia dentro la produzione cinematografica, tramite l’accordo tra DeepMind e A24, tutti cominciano, come al solito, a strillare che così “si distrugge il cinema”. E potrebbero anche avere ragione, se dicessero: “si distrugge QUESTO cinema”. Invece, per qualche motivo, scelgono l’assoluto, e dicono: “si distrugge IL cinema”. E quindi la prima domanda è: ma, di preciso, che cosa vi mancherà dello Star System?

Perché, come direbbe Bersani, il camion di prosciutti che gira in tondo nell’androne del condominio a Cesena è questo: il “Cinema” odierno, quello Grande, quello degli Oscar, quello che si presenta come arte assoluta e poi ragiona come una multinazionale del lusso, è descritto benissimo da una sua peculiarità centrale: lo Star System.

E quindi la domanda sorge spontanea: ma cosa vi mancherà, di preciso, dello Star System?

Non riesco davvero a capirvi. Da un lato dite che aziende di AI come Alphabet o Nvidia stanno facendo troppi soldi, una quantità di soldi poco etica, quasi oscena; dall’altro glissate tranquillamente sul fatto che un’attrice possa guadagnare cifre superiori a quelle di intere équipe ospedaliere perché, in un certo film, ha aperto le gambe senza indossare mutande per un secondo e qualcosa di pelo intravisto.

Dov’è, esattamente, la vostra soglia morale?

Perché se il problema è che qualcuno guadagna troppo rispetto al valore sociale prodotto, allora lo Star System dovrebbe essere il primo imputato. Non il primo monumento da proteggere.

Se invece il problema è solo che a guadagnare troppo non sono più i vostri idoli, ma aziende antipatiche della Silicon Valley, allora diciamolo chiaramente: non state difendendo il cinema. State difendendo una vecchia aristocrazia dello spettacolo contro una nuova aristocrazia della tecnologia.

Che è una posizione legittima, per carità.

Ma almeno non chiamatela amore per l’arte.

Non ho dubbi sulle qualità salvifiche, profetiche e medicinali del pelo di Sharon Stone. Però, se consideriamo che si parla di circa 1,3 secondi di pelo intravisto, e proviamo a rapportarlo a quanto Sharon Stone ha guadagnato tra cachet, ritorni di carriera e stime sulle royalty, viene fuori una cifra abbastanza istruttiva: qualcosa nell’ordine di decine di milioni di dollari l’ora.

Secondo alcune stime, si potrebbe arrivare attorno ai 47 milioni di dollari l’ora.

Se Sharon Stone non è diventata Elon Musk, insomma, è solo perché la scena è durata poco.

E allora la domanda resta lì, enorme, ridicola e fastidiosa: dov’è, di preciso, la meritocrazia?

Dov’è l’etica?

Perché se il problema è che qualcuno guadagna cifre spropositate rispetto al valore sociale prodotto, allora lo Star System non è un’alternativa morale alla Silicon Valley.

È semplicemente un’altra aristocrazia. Solo più fotogenica.



Vorrei che prendessimo dieci minuti per leggere questa tabella. Poi la lasciamo decantare dentro di noi.

Posizione Attore/attrice Guadagni stimati 2025 Nota
1 Adam Sandler $48 milioni Netflix, Happy Gilmore 2, Jay Kelly
2 Tom Cruise $46 milioni Mission: Impossible — The Final Reckoning
3 Mark Wahlberg $44 milioni The Family Plan, Play Dirty, Flight Risk
4 Scarlett Johansson $43 milioni Jurassic World: Rebirth, The Phoenician Scheme
5 Brad Pitt $41 milioni F1
6 Denzel Washington $38 milioni Highest 2 Lowest
7 Jack Black $28 milioni A Minecraft Movie, Anaconda
8 Jason Momoa $28 milioni A Minecraft Movie
9 Daniel Craig $27 milioni Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery
10 Millie Bobby Brown $26 milioni Stranger Things, The Electric State

Adam Sandler, almeno, sembra uno stakanovista: tre opere in un anno. Uno può discutere il risultato, ma non il fatto che abbia timbrato il cartellino. Tom Cruise, invece, ha guadagnato 46 milioni di dollari con il solito “missione-che-sembra-impossibile-ma-dopo-otto-film-uguali-è-statisticamente-dimostrato-che-è-fattibile”.

Sul serio?

Tralascio, per pietà, i 28 milioni di dollari per A Minecraft Movie.

Minecraft.

Movie.

Lasciate che questa consapevolezza decanti dentro di voi. Lentamente. 28 milioni. A.Minecraft.Movie.

Apriamo una breve parentesi: mi chiedo cosa stia aspettando LEGO™ a fare il suo equivalente di Minecraft e spaccare il culo a tutti. Chiusa parentesi.



Ma sul serio: cosa vi mancherà di tutto questo?

Di preciso.

Supponiamo di arrivare a una situazione in cui un’azienda come Netflix vi offre un sito web dove caricare il vostro libro in PDF, e l’AI lo trasforma direttamente in un film. Non una clip, non un trailer finto, non un giocattolo da social: un film intero, con scene, dialoghi, montaggio, colonna sonora e tutto il resto.

A quel punto, ovviamente, il sistema collasserebbe. Come sta già succedendo alla musica su Spotify, per dirne una: produzione infinita, costi marginali bassissimi, distribuzione immediata, attenzione frammentata, valore economico per singola opera sempre più vicino allo zero.

E un libro, come testo scritto, sarebbe un prompt eccezionale. Molto più preciso di una frase buttata dentro una casella di testo. Un romanzo contiene personaggi, ambienti, ritmo, dialoghi, struttura, atmosfera, conflitti, svolte narrative.

Contiene già il mondo. L’AI dovrebbe “solo” trasformarlo in immagini in movimento.

Dicevamo: il sistema collasserebbe.

Bene.

Una volta collassato il settore, cosa vi mancherà?

Di preciso?



Qualcuno dirà che il cinema è cultura.

Certo.

Però nessuno dice mai quale cultura.

Perché, se giro per le strade oggi, vedo tre o quattro grandi famiglie morfologiche dell’immaginario femminile americano esportato nel mondo: le Kardashian, le Beyoncé, le Paltrow. E, per il segmento nero della rispettabilità televisiva, le Oprah.

Anzi, dobbiamo essere coerenti.

Le kardashomorfe. Le beyconciformi. Le paltrowoidi.

E poi, più istituzionali, più materne, più televisivamente sacramentali: le oprahgrafe.

Questa sarebbe la grande cultura da salvare? Questa fabbrica planetaria di silhouette, posture, trucco, chirurgia, wellness, empowerment da centro commerciale e aspirazioni prefabbricate?

Dite che il cinema è cultura.

E forse potrei anche darvi ragione, se parlassimo di certe forme di cinema ormai classico. Che so: Il grande dittatore. Lì sì, possiamo discutere seriamente di cinema come intervento culturale, politico, storico, perfino morale.

Ma negli ultimi trent’anni qual è stata, precisamente, la presenza culturale dello Star System?

Non del cinema.

Dello Star System.

Che cosa ha prodotto, oltre a modelli di consumo, modelli corporei, mitologie sentimentali, pose da imitare, scandali da seguire, corpi da desiderare, corpi da rifare, corpi da vendere, corpi da comprare?

Quale cultura ha davvero diffuso?

La cultura del red carpet? La cultura dell’intervista confessionale? La cultura del “tell-all”? La cultura del corpo come capitale? La cultura del trauma monetizzabile? La cultura del gossip trasformato in curriculum? La cultura della coppia famosa come prodotto derivato?

Perché se parliamo di Chaplin, di Kubrick, di Fellini, di Kurosawa, di Pasolini, di Welles, di Bergman, allora possiamo anche usare la parola “cultura” senza vergognarci troppo.

Ma se parliamo dello Star System degli ultimi trent’anni, allora forse dovremmo essere più precisi.

Non ha prodotto cultura.

ZERO.



Sveliamo il bias.

Come misuro, esattamente, la bellezza o l’impatto di un film?

Con il sogno.

Esattamente come farei con un libro. O con un fumetto. Sempre il sogno.

Quando leggete un libro, quando guardate un film, quando entrate davvero dentro un’opera narrativa, se quell’opera è grande, prima o poi vi farà sognare. Non necessariamente la notte stessa. Non necessariamente con una scena identica. Ma vi lascerà addosso una materia onirica. Una sostanza mentale che continua a lavorare anche dopo.

La stessa esperienza di guardare un grande film, in fondo, è già onirica. Siete seduti al buio, immobili, davanti a immagini che non esistono, e per due ore accettate che siano più vere della sala in cui vi trovate.

Ebbi questa esperienza in modo violentissimo con The Matrix. Quel film mi costrinse poi a farmi la stessa domanda anche su altre opere: quali film, quali libri, quali fumetti avevano continuato a lavorare dentro la mia testa dopo la fine?

La risposta era semplice.

Le opere davvero forti producono sogni.

E producono anche un effetto collaterale curioso: se non le riguardate o non le rileggete per un po’, la vostra mente comincia ad “allucinare”, come si dice oggi. Ricordate parti dell’opera che non sono mai esistite.

Sul serio.

Il film ve lo ricordate. Il libro ve lo ricordate. Però, intanto, vi ha fatto sognare. E la differenza tra sogno e memoria è molto più labile di quanto ci piaccia ammettere. Così, quando le memorie cominciano ad affievolirsi, i sogni entrano nelle fessure. Completano. Correggono. Inventano. E voi finite per ricordare una scena che non c’è mai stata, ma che avrebbe potuto esserci benissimo.

Mi è successo con diversi libri, film e fumetti. A distanza di cinque o dieci anni, ricordavo parti inesistenti. Scene che, tornando all’opera originale, semplicemente non c’erano.

E allora la conclusione è inevitabile: se le ho sognate, quell’opera fa sognare.

E se un’opera fa sognare, allora ha avuto un impatto reale. Non promozionale. Non industriale. Non da red carpet.

Reale.

Paradossalmente: “reale” nel senso di “onirica”.

Certo, misurare un film basandosi sull’effetto che produce sul tuo cervello può sembrare strano.

Ma, se ci pensiamo bene, che diavolo dovrebbe fare un film, se non avere un effetto sul tuo cervello?

Cucinarti un sandwich?

Un film non è una mensola. Non è una lavatrice. Non è un utensile da officina. Non si misura per la robustezza del telaio o per il numero di giri al minuto. Un film entra da occhi e orecchie, attraversa memoria, linguaggio, emozione, immaginazione, e poi lascia qualcosa lì dentro. O non lascia niente.

Se non lascia niente, era multimedia volatile.

Se lascia immagini che ritornano, sogni che si attaccano alla memoria, scene inesistenti che la mente continua a produrre anni dopo, allora qualcosa ha fatto.

E quel qualcosa è precisamente il suo mestiere.

Secondo me.


E quando giudico il cinema da questo punto di vista, so che alcuni film fanno sognare, e altri no.

Guardo Metropolis, con effetti speciali che oggi — diciamolo — fanno quasi tenerezza, e mi innamoro di un robot.

Guardo Avatar, e passo il tempo a elencare tecniche di CGI. Z-buffer. Morphing. Green screen. Motion capture. Rendering.

E via dicendo.

Il primo mi lascia un fantasma.

Il secondo mi lascia una scheda tecnica.

E questo, per me, fa tutta la differenza.

Avatar fa sognare, certo.

Ma non ti lascia nessun sogno.

È un sogno che non genera altri sogni. Un sogno sterile, se volete. Perfetto mentre lo guardi, enorme mentre ti attraversa, tecnicamente impressionante, visivamente sontuoso. Ma poi finisce lì. Si chiude. Si consuma dentro il proprio splendore.

Metropolis, invece, non è un sogno. (parlo di quello antico, diciamo pure classico. vecchio, se volete).

Almeno, non nel senso moderno del termine. Non ti avvolge con una perfezione sensoriale continua. Non ti ipnotizza con mondi fotorealistici. Non ti dà l’impressione di essere entrato fisicamente in un altro pianeta.

Eppure ti scatena tantissimi sogni.

Perché non completa tutto. Non riempie ogni fessura. Non ti serve il mondo già renderizzato fino all’ultima foglia. Ti lascia spazio. Ti lascia mancanze. Ti lascia ombre nelle quali la mente può entrare e continuare il lavoro.

E questa è, forse, la differenza tra uno spettacolo gigantesco e un’immagine davvero fertile.

Il primo ti mostra un sogno.

La seconda ti insegna a sognare.


E allora la domanda diventa: quando arriveranno migliaia di libri, magari pieni di altre fantasie, altri mondi, altri immaginari, che cosa succederà?

Perché non parliamo necessariamente di fantasie così stravaganti.

Avatar uscì qualche anno dopo Anno XIII. E in Anno XIII c’era una foresta mutata da un virus “cambriano”, con alberi alti duecento metri, un ecosistema forsennatamente energetico, una biosfera che non era scenario, ma forza ostile, macchina biologica, ambiente impossibile da abitare.

Quando uscì Avatar, guardandolo pensai: “Ehi, ma io questo l’ho già sognato. L’ho già sognato per scrivere il libro”.

Solo che quello di Avatar, ai miei occhi, era un brodino annacquato. Una versione Disney per bambini americani di ogni età: bellissima, certo, ma addomesticata. Almeno io ero stato coerente con la premessa: in un’ecologia del genere nessun essere umano sopravvive. Per circa un mese ce la fanno i maschi mutati cambriani, ma solo perché hanno il potere d’impatto di un main battle tank.

Quindi no, Avatar, come sogno, non era poi così alieno. Non era poi così impensabile. Era una delle forme possibili di un immaginario che, evidentemente, girava già nell’aria, o nelle teste, o nei sogni.

E se è successo a me di costruire un worldbuilding del genere, sarà successo anche ad altri.

Non credo di essere un genio creativo.

Credo piuttosto che il mondo sia pieno di immaginari rimasti chiusi nei cassetti, nei file, nei romanzi autopubblicati, nei fumetti mai finiti, nei GDR giocati da vent’anni tra quattro amici, nelle wiki private, nei quaderni pieni di mappe, nelle teste di persone che non hanno mai avuto accesso alla macchina industriale del cinema.

La differenza è che, finora, tra quei sogni e lo schermo c’era un muro.

La carriera da star del cinema, sia come attori che come registi che come sceneggiatori.

Domani quel muro potrebbe diventare molto più basso.

E allora scopriremo una cosa molto semplice: forse Hollywood non era la fabbrica dei sogni.

Forse era solo il collo di bottiglia.




Sono andato su Spotify, per pregustare il disastro, ad ascoltare musica fatta con l’AI.

E ho notato una cosa.

Non c’è un solo brano cantato con l’autotune.

Ripeto:

non c’è un solo brano cantato con l’autotune.

Lasciate che questa frase decanti dentro di voi.

Cercate di capirla.

Di capirla bene.

Perché i cantanti fatti con l’AI cantano, mentre quelli reali ormai spesso cantano con l’autotune?

La risposta è semplice:

l’industria musicale ha abbassato così tanto l’asticella della qualità che persino l’AI, quando imita un cantante,

imita qualcuno che sa cantare, e ottiene un risultato migliore.

E questa è una sentenza.

Non contro l’AI.

Contro l’industria musicale.

Perché se il prodotto sintetico risulta più “cantato” del prodotto umano, allora forse il problema non è che la macchina sta sostituendo l’artista. Forse il problema è che l’industria aveva già sostituito l’artista con un pacchetto di produzione, immagine, correzione, posa e marketing.

La macchina arriva dopo.

Non distrugge il tempio.

Trova già le rovine, ci mette sopra un tetto di plastica e vende i biglietti.

E diciamolo apertamente: se questo succedesse anche al cinema, se l’AI producesse immagini meno morte, meno prefabbricate, meno ciniche e meno industrialmente svuotate di quelle che oggi ci vengono vendute come grande spettacolo, nessuno rimpiangerà davvero quel cinema.

Rimpiangeranno il sistema delle tette d'oro e delle coppie miliardarie. Rimpiangeranno i privilegi del divorzio miliardario. Rimpiangeranno il monopolio delle Major.

Ma il cinema?

No.

Uriel Fanelli


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