Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Da soli non ce la facciamo.

Ho letto di questa tragedia, dei commenti e delle discussioni che ne sono nate, alcuni giorni fa, e da allora c' è un pensiero che continua a girarmi per la testa. Perché dentro questo fenomeno ci sono talmente tante componenti culturali, sociali e familiari che, per provare a capirlo davvero, bisogna smontarlo pezzo per pezzo. E soprattutto bisogna parlare della struttura familiare: di come funzionava, di cosa è rimasto dopo il suo progressivo indebolimento e, soprattutto, di quanto siamo riusciti — o non siamo riusciti — a sostituire le funzioni che quella struttura svolgeva. Perché una cosa è demolire o superare un modello familiare che non funziona più. Un'altra è costruire qualcosa che ne prenda il posto. Ed è proprio lì, secondo me, che comincia il problema.


Partiamo dalla famiglia tradizionale.

La famiglia tradizionale italiana, specialmente quella rurale, era molto spesso una famiglia trigenerazionale, e in alcune zone anche qualcosa di più: nonni, genitori, figli, fratelli non ancora sposati, qualche zio, qualche vedova rimasta in casa.

All'inizio del Novecento l'Italia era ancora un paese enormemente agricolo. Non il 95% della popolazione, come si potrebbe essere tentati di dire guardando quell'Italia con gli occhi di oggi: nel 1901 circa il 60% della popolazione attiva lavorava direttamente nell'agricoltura, e pochi decenni prima la percentuale sfiorava il 70%. Ma se aggiungiamo tutto l'indotto economico e sociale che gravitava attorno alla campagna, capiamo quanto profondamente agricola fosse ancora la società italiana.

E la “famiglia”, molto spesso, non coincideva affatto con quella che oggi chiameremmo famiglia nucleare.

Era la cascina al Nord, il podere nelle zone mezzadrili, la masseria nel Mezzogiorno, il baglio in Sicilia: strutture diverse da regione a regione, ma accomunate dal fatto che abitazione, famiglia e unità produttiva tendevano a sovrapporsi. Nel sistema mezzadrile, per esempio, podere, casa rurale e famiglia colonica costituivano praticamente una sola unità economica.

Dentro potevate quindi trovare da uno a quattro nonni, a seconda di chi fosse ancora vivo e di come si fosse formata la famiglia.

La generazione di mia madre, nelle zone rurali, considerava perfettamente normale avere cinque o sei fratelli e sorelle. E questo significava poi una nuova generazione di giovani altrettanto numerosa: cinque, sei figli non erano affatto qualcosa di straordinario.

Naturalmente la composizione cambiava continuamente. Le figlie, in particolare, tendevano a lasciare la casa con il matrimonio e a entrare nella famiglia del marito, secondo un modello patrilocale molto diffuso nelle campagne italiane. I figli maschi potevano invece rimanere, sposarsi e portare nella casa una moglie, continuando ad allargare la famiglia.

Capite quindi cosa poteva diventare una riunione di Natale.

Nonni, figli, nuore, generi, nipoti, fratelli e sorelle tornati per le feste, cugini in quantità industriale: una normale occasione familiare poteva tranquillamente trasformarsi in una piccola assemblea condominiale con trenta persone.

Ed è in quel genere di universo che acquistano almeno un senso antropologico anche certi proverbi italiani sulla pericolosa prossimità delle cugine — compreso l'immortale “non c'è cosa più divina...” — senza che sia necessario attribuirgli una data di nascita precisa.

Ma c'era anche un'altra cosa.

In famiglie così grandi comparivano non di rado bambini che oggi definiremmo, con molta approssimazione, adottati ufficiosamente: figli di parenti morti, di famiglie troppo povere per mantenerli, bambini affidati a uno zio, a una nonna o a una famiglia economicamente un poco più solida. Non necessariamente attraverso un'adozione nel significato giuridico moderno: semplicemente, a un certo punto quel bambino viveva lì, mangiava lì, lavorava con gli altri e veniva cresciuto insieme agli altri.

Perché quella famiglia non era soltanto un insieme di legami affettivi.

Era contemporaneamente una casa, un'azienda, un sistema previdenziale, un asilo, un ricovero per anziani e una rete di assistenza sociale.



In questo senso, anche la nascita di un figlio con problemi mentali relativamente limitati — quello che una volta, con l'immancabile delicatezza della terminologia popolare, sarebbe stato chiamato “il picchiatello” — veniva in qualche modo assorbita dallo stesso sistema di welfare familiare che proteggeva i vecchi, i malati e gli invalidi.

Naturalmente, se nasceva Hannibal Lecter il problema era diverso: quello finiva in manicomio. E nei manicomi dell'epoca gli sarebbe probabilmente passata abbastanza rapidamente la voglia di provocare un agente di polizia, perché non erano esattamente dei villaggi vacanze.

Ma non tutti quelli che oggi definiremmo disabili psichici, neurodivergenti o semplicemente persone con una ridotta autonomia finivano in manicomio. La stessa legge italiana del 1904 prevedeva l'internamento soprattutto per chi fosse considerato pericoloso per sé o per gli altri, oppure di “pubblico scandalo”, e non potesse essere custodito diversamente. Per moltissimi altri la soluzione rimaneva la famiglia.

Ed era possibile proprio perché quella famiglia aveva abbastanza persone da assorbire anche un individuo che producesse poco o nulla.

Lo stesso valeva per i vecchi, prima che il sistema pensionistico moderno diventasse abbastanza esteso da sostituire quella funzione.

Poi questa struttura comincia a rompersi.

Arriva l'industrializzazione, arrivano le città, e milioni di persone si spostano dalla campagna verso i centri industriali. Non succede in un giorno e non succede dappertutto nello stesso momento: in Italia il processo è relativamente lento fino alla prima metà del Novecento e poi accelera brutalmente nel secondo dopoguerra. Ancora nel 1936 circa metà degli occupati italiani lavorava nell'agricoltura; nel 1961 l'industria era già diventata il primo settore per numero di occupati.

È una gigantesca operazione di urbanizzazione spinta dalla povertà, dalla differenza dei salari e dalla trasformazione dell'agricoltura. L'aumento della produttività agricola e industriale abbassa il valore relativo di una quantità di lavoro contadino; il mercato diventa sempre meno capace di mantenere una popolazione enorme sulla terra, mentre le fabbriche chiedono operai.

E quindi la gente parte.

Parte per Torino, Milano, Genova. Parte dal Veneto. Parte dal Mezzogiorno. Parte anche per la Francia, il Belgio, la Germania, la Svizzera, le Americhe.

E quando parte, non si porta dietro la cascina.

Si porta dietro una moglie, un marito e i bambini. Svuotando la cascina e lasciando i vecchi in sospeso.

Qui succede contemporaneamente un'altra cosa gigantesca: crolla la mortalità infantile.

Bisogna stare attenti a dire che furono semplicemente “i vaccini”, perché il fenomeno fu molto più grande. Arrivarono certamente i vaccini, ma insieme arrivarono acqua potabile, fognature, migliore alimentazione, igiene, ostetricia più sicura, antibiotici più tardi, assistenza medica e una capacità sempre maggiore di impedire che una banale infezione ammazzasse un bambino.

Alla fine dell'Ottocento, in Italia, la mortalità sotto i cinque anni era spaventosa: nel 1887 morivano circa 347 bambini ogni mille nati vivi. Oltre un terzo.

Questo significa che quando diciamo che una donna “aveva sei figli” spesso dimentichiamo un dettaglio: poteva averne messi al mondo molti di più.

Avere cinque o sei figli sopravvissuti poteva significare aver affrontato otto, nove, dieci gravidanze, perdendo bambini durante il parto, nei primi mesi o nei primi anni.

Poi arrivano i vaccini, arriva l'ostetricia-che-non-uccide-la-madre-e-neanche-il-bambino, arriva l'acqua pulita, arrivano gli antibiotici, e improvvisamente quella contabilità cambia.

Non diventano letteralmente dieci su dieci, naturalmente.

Ma da un sistema demografico nel quale mettere al mondo molti bambini era necessario anche perché una quantità impressionante non sarebbe arrivata all'età adulta, si passa gradualmente a un sistema nel quale quasi tutti sopravvivono.

Magari uno è tubercolotico. Magari uno cammina male perché la poliomielite gli ha lasciato dei danni. Magari uno ha problemi cognitivi. Ma sono vivi.

E devono essere mantenuti.

La famiglia che arriva in città nel periodo industriale, però, non è più quella enorme unità produttiva della campagna.

È sempre più spesso un nucleo composto da DUE adulti più i figli.

Ed è precisamente in questo periodo che lo Stato comincia ad assumersi pezzi delle funzioni che prima appartenevano alla famiglia allargata. Pensioni. Assicurazioni contro l'invalidità. Assistenza sanitaria. Scuola obbligatoria. Ospedali. Previdenza.

Non è una coincidenza che i primi sistemi moderni di welfare compaiano insieme all'industrializzazione.

La Germania arriva molto presto: non Federico di Prussia, ma Bismarck, che nel 1889 introduce l'assicurazione obbligatoria contro invalidità e vecchiaia, dopo aver già introdotto assicurazione sanitaria e contro gli infortuni sul lavoro.

In Italia il processo parte prima del fascismo: nel 1898 nasce la Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai, e nel 1919 l'assicurazione diventa obbligatoria per vaste categorie di lavoratori. Mussolini quindi non “inventa” le pensioni italiane: il fascismo eredita quel sistema, lo amplia, lo riorganizza e nel 1933 crea l'INFPS, l'antenato diretto dell'INPS.

E questo avviene mentre il fascismo stesso ha un rapporto quasi schizofrenico con l'urbanizzazione.

All'inizio è movimento urbano e modernizzatore; poi diventa sempre più ruralista, celebra la campagna, combatte l'“urbanesimo”, lancia la battaglia del grano e tenta persino di frenare amministrativamente le migrazioni verso le città. Ma intanto la gente continua a spostarsi comunque, perché l'economia va esattamente nella direzione opposta.

Su tutto questo si somma infine l'emigrazione.

Ogni figlio che parte per Buenos Aires, Liegi, Zurigo, Torino o Milano è un altro pezzo sottratto a quella vecchia macchina assistenziale.

La grande famiglia contadina aveva la forma di una piramide: molti giovani sotto, pochi vecchi sopra.

Emigrazione, urbanizzazione e riduzione delle nascite la trasformano progressivamente in un palo.

E a un certo punto quel palo diventa troppo sottile per reggere il peso di due, tre o quattro anziani, di un malato cronico, di un disabile e magari anche di qualcuno che semplicemente non riesce a cavarsela da solo.

A quel punto deve arrivare qualcun altro.

E quel qualcun altro si chiama welfare state.


I paesi più industrializzati, quindi, finiscono per dotarsi di welfare state sempre più possenti, perché sanno — o imparano molto rapidamente — che industrializzazione significa anche urbanizzazione, mobilità della forza lavoro e dissoluzione della vecchia rete familiare.

E non intendono fermare questo processo.

Anzi, in larga misura intendono sostenerlo, perché senza una popolazione abbastanza mobile non si costruisce una grande industria moderna. Se un operaio deve rimanere tutta la vita nel villaggio perché è l'unico che può mantenere i genitori anziani, quello è un problema economico oltre che sociale.

Su questo si innesta anche l'emigrazione, che in molti paesi europei sottrae proprio le generazioni giovani alle famiglie rurali. Ma nel caso di Bismarck il punto centrale era ancora più politico: il nuovo proletariato industriale andava integrato nello Stato prima che lo facesse la socialdemocrazia.

Il welfare tedesco nasce anche così: non soltanto come assistenza, ma come tecnologia di stabilizzazione politica.

In Italia la faccenda diventa invece molto più contraddittoria.

Il fascismo, in particolare, attraversa due fasi abbastanza diverse.

Nella prima fase c'è una forte componente modernizzatrice: riforma della scuola, razionalizzazione amministrativa, ampliamento di alcuni strumenti previdenziali e assistenziali, organizzazione del tempo libero attraverso strutture come l'Opera Nazionale Dopolavoro, interventi infrastrutturali e una retorica molto forte della modernizzazione dello Stato.

Questo non significa, naturalmente, che si trattasse di un moderno welfare state democratico: era assistenza inserita dentro un regime autoritario, corporativo e fortemente gerarchico. Ma la direzione iniziale era comunque quella di costruire istituzioni capaci di organizzare una società che stava diventando industriale.

Poi qualcosa cambia.

Durante gli anni Trenta il regime diventa sempre più ruralista, autarchico, demografico e conservatore. La città comincia a essere descritta come luogo di decadenza, mentre la campagna viene trasformata ideologicamente nel serbatoio biologico e morale della nazione.

È in questo clima che Mussolini formula il celebre contrasto fra “stracittà” e “strapaese” — più precisamente questi erano i termini della polemica culturale del periodo — schierandosi sempre più nettamente dalla parte della ruralizzazione.

Il concetto, comunque, era chiarissimo: tra l'Italia urbana, industriale e cosmopolita e quella rurale, contadina e tradizionale, il fascismo maturo preferisce sempre più la seconda.

Non riesce davvero a fermare l'urbanizzazione, naturalmente.

Perché quando un sistema economico sta spostando milioni di persone dalla terra alla fabbrica, potete fare tutti i discorsi sul contadino sano e prolifico che volete.

La gente va comunque dove trova il salario.



Come si finisce oggi? Si finisce in un mondo che ospita tre culture politiche.

Quella fascista.

Questa è forse la più bugiarda di tutte, perché elimina alla radice il dibattito sulla necessità del welfare semplicemente negando che sia mai esistito ciò che il welfare ha dovuto sostituire. Quando parlano di “famiglia tradizionale”, contrapponendola per esempio alle famiglie omosessuali, ricostituite o comunque non conformi al modello padre-madre-figli, non stanno quasi mai parlando della famiglia tradizionale italiana nel senso storico del termine.Perché la famiglia tradizionale italiana, specialmente quella rurale, era molto spesso proprio quella che abbiamo descritto sopra: una famiglia estesa, frequentemente trigenerazionale, inserita dentro una rete di parentela e spesso anche dentro una stessa unità economica. Nonni, genitori, figli, fratelli, cognati, nipoti. In alcune aree italiane il modello patriarcale della famiglia rurale estesa era talmente importante da diventare esso stesso oggetto di celebrazione durante il fascismo.

Quella che oggi viene venduta come “famiglia tradizionale” è invece, nella maggior parte dei casi, la famiglia nucleare industriale: due adulti e i loro figli. Quando dicono che la “famiglia tradizionale italiana” e' fatta da un uomo e una donna, dimenticano di dire il vero: era fatta da due/tre anziani, tre o quattro figli maschi, con relative mogli, e una ventina di marmocchi dai due ai diciotto anni.

Cioè precisamente la forma familiare che si afferma e si generalizza insieme alla modernizzazione, alla mobilità del lavoro, all'urbanizzazione e alla progressiva separazione fra casa e unità produttiva. È la famiglia che rimane quando una parte delle funzioni della vecchia famiglia estesa viene trasferita altrove: alla scuola, all'ospedale, al sistema pensionistico, ai servizi sociali, alle assicurazioni e allo Stato.

Ed è qui che avviene il piccolo miracolo ideologico.

Basta spostare l'anno zero.

Se decidete che la “famiglia tradizionale” è quella successiva all'industrializzazione, non dovete più discutere di cosa sia andato perso durante l'industrializzazione.

Non dovete chiedervi chi accudisse i vecchi quando in casa c'erano dieci o quindici adulti e chi debba farlo adesso che ce ne sono due.

Non dovete chiedervi chi si occupasse del figlio con problemi psichici, del disabile, della vedova, dell'orfano, del malato cronico.

Non dovete chiedervi soprattutto quale infrastruttura sociale abbia preso il posto della famiglia estesa nel momento in cui quella famiglia si è ridotta.

Perché avete semplicemente cancellato la famiglia precedente dalla definizione di “tradizione”.

Il risultato è abbastanza comodo.

Si prende una struttura sociale nata durante la modernizzazione industriale, la si sposta arbitrariamente indietro nel tempo e la si chiama tradizionale.

Dopodiché si può sostenere contemporaneamente che bisogna “tornare alla famiglia tradizionale” e che il welfare può essere ridotto, privatizzato o scaricato nuovamente sulla famiglia.

Ma la famiglia sulla quale state scaricando quel lavoro non è più quella di prima.

Prima c'erano magari tre generazioni e una dozzina di adulti.

Adesso ce ne sono due.

Ed è esattamente questo il pezzo della storia che bisogna far sparire, perché altrimenti la domanda successiva diventa inevitabile: se avete eliminato dieci persone dalla famiglia, chi fa il lavoro che facevano quelle dieci persone?

Molto comodo, nei confronti della crescita delle sinistre, che avevano delle idee molto chiare sul welfare. E ne avevano molte.



La visione “centrista”, ovvero cattolica.

Qui il racconto cambia ancora.

L'industrializzazione diventa Satana. Ha distrutto tutto ciò che c'era di buono nel vecchio mondo rurale cattolico: la comunità, la famiglia, la solidarietà di vicinato, la parrocchia, i ritmi umani, il paese nel quale tutti conoscevano tutti.

Quindi, se il problema nasce dalla modernizzazione, la soluzione diventa molto semplice: fare marcia indietro.

Prima era meglio.

Ah, se solo esistessero ancora le famiglie di una volta.

Ah, se i figli restassero vicino ai genitori.

Ah, se le donne potessero occuparsi di nuovo della casa, dei bambini, degli anziani, dei malati e magari anche del cugino scemo.

In questa lettura il problema non viene realmente risolto: viene moralizzato.

Non ci si chiede quali funzioni concrete svolgesse la famiglia estesa, quante persone servissero per svolgerle, quante ore di lavoro richiedessero e chi debba farsene carico oggi.

Si dice semplicemente che quelle funzioni dovrebbero tornare alla famiglia.

E se la famiglia non ce la fa, evidentemente è perché la famiglia moderna è diventata egoista, individualista, materialista, secolarizzata, consumista e probabilmente guarda troppa televisione.

Basta affrontare tutto con un bel “vade retro Satana” e un sonoro “noi ve l'avevamo detto”, e si può tranquillamente arrivare alla conclusione che il welfare non serva davvero.

Basta la famiglia.

Poi la Provvidenza.

E, se proprio proprio, la parrocchia.

Il problema è che questa soluzione funziona benissimo soltanto finché qualcuno presta gratuitamente il lavoro che il welfare dovrebbe fornire.

Qualcuno deve badare ai bambini. Qualcuno deve assistere i vecchi. Qualcuno deve seguire il disabile. Qualcuno deve occuparsi del malato cronico. Qualcuno deve accompagnare, cucinare, pulire, sorvegliare, medicare, organizzare.

Storicamente quel “qualcuno” era molto spesso una rete familiare grande e, dentro quella rete, molto spesso erano soprattutto le donne.

Quando però la famiglia passa da quindici persone a quattro, e quei quattro adulti devono anche lavorare fuori casa, non basta invocare la famiglia tradizionale.

Bisogna materialmente trovare le persone e il tempo necessari a fare quel lavoro.

Oppure ammettere che quel lavoro verrà semplicemente scaricato su qualcuno.

Di solito gratis.



La visione delle sinistre.

Che, almeno in teoria, ha dei piani grandiosi: se la famiglia non riesce più a svolgere tutte quelle funzioni, allora interviene lo Stato. Asili, assistenza agli anziani, disabilità, disoccupazione, sanità, sostegno al reddito, case popolari, servizi sociali. Il problema è che in Italia il concetto di welfare finisce spesso per essere associato a una spesa pubblica costruita più o meno così. Su dieci euro:

  • il bisognoso riceve un euro;
  • uno va al sindacato, uno al partito, uno a qualche cooperativa;
  • gli altri sei vanno “allo Stato”, cioè alla gigantesca macchina amministrativa necessaria a decidere chi abbia diritto a quell'euro, con quali documenti, attraverso quale graduatoria, con quale ISEE, quale sportello, quale convenzione e quale ente territoriale.

Naturalmente non sono percentuali reali. È una caricatura.

Ma la caricatura nasce da un problema reale: il welfare italiano è straordinariamente frammentato. Competenze divise tra Stato, Regioni e Comuni, previdenza separata dall'assistenza, sanità separata dai servizi sociali, prestazioni monetarie separate dai servizi, decine di criteri di accesso diversi e capacità amministrative enormemente differenti da un territorio all'altro.

Persino l'OCSE continua a descrivere l'accesso alla protezione sociale italiana come complicato da procedure burocratiche pesanti e da una forte frammentazione delle responsabilità tra enti e livelli di governo.

E naturalmente, intorno a questa macchina, prospera un'intera costellazione di intermediari: patronati, CAF, sindacati, cooperative, associazioni, enti convenzionati, società partecipate, fornitori.

Non significa che siano tutti inutili o che “rubino” quei nove euro. Molto spesso stanno fornendo servizi reali.

Il problema è un altro: più il sistema diventa complesso, più una quota crescente dello sforzo viene impiegata per amministrare il welfare invece che per produrre welfare.

E la cosa diventa ancora più evidente perché l'Italia spende moltissimo in protezione sociale, ma quella spesa è fortemente sbilanciata sulle pensioni. Per famiglie, povertà, abitazione, disabilità e altri servizi, in diversi casi si spendono meno soldi di altri paesi europei.

Quindi il cittadino vede una macchina enorme.

Vede tasse elevate, contributi elevati, migliaia di dipendenti, enti, uffici, moduli, bandi, cooperative e intermediari.

Poi, quando ha bisogno di qualcuno che tenga sua madre non autosufficiente otto ore al giorno, scopre che qualcuno deve comunque farlo in famiglia.

Ed è lì che il welfare diventa politicamente vulnerabile.

Perché appare catastroficamente pesante senza apparire altrettanto efficace.

Partono dieci euro.

Magari non ne arriva letteralmente uno.

Ma al cittadino sembra che ne arrivi uno.

E a quel punto quello che dovrebbe essere l'argomento migliore a favore del welfare diventa l'argomento migliore di chi vuole smantellarlo:

“Vedete? Costa un'enormità e non funziona.”

E il bello è che, costruito in quel modo, rischia persino di dargli ragione.


In questo modo, il welfare si stacca progressivamente dalla questione iniziale, che era in fondo meramente umanitaria, e finisce dentro la politica. Diventa una scelta politica, e come tutte le scelte politiche viene immediatamente infilato dentro le solite gabbie ideologiche: la destra parla di famiglia, la sinistra di Stato, i cattolici di comunità e sussidiarietà, i liberali di mercato, assicurazioni e responsabilità individuale.

A quel punto il problema cambia natura. Non si discute più di quale rete serva concretamente a una società nella quale la vecchia famiglia estesa è scomparsa, ma di quale visione del mondo debba prevalere. E siccome le visioni ideologiche tendono facilmente a diventare manichee, ciascuno finisce per difendere il proprio modello dimenticando la sorgente materiale del problema.

La sorgente, invece, è molto semplice: la famiglia tradizionale italiana, quella rurale, estesa e spesso trigenerazionale, non esiste più come struttura dominante. È stata sostituita, attraverso industrializzazione, urbanizzazione, emigrazione interna ed esterna, mobilità lavorativa e trasformazione demografica, da una famiglia nucleare composta essenzialmente da due adulti e dai loro figli. Oggi riusciamo persino a trasformare in questione ideologica il problema di stabilire di quale sesso debbano essere quelle due persone, ma nel frattempo abbiamo dimenticato il problema fondamentale.

Da soli non ce la facciamo.

È un modo semplice di esprimere un concetto molto più pesante: questa struttura familiare non ci offre più la rete e il paracadute che offriva quella precedente. Non c'è più, incorporata nella famiglia stessa, una quantità sufficiente di persone capace di assorbire naturalmente i problemi che prima venivano distribuiti tra nonni, fratelli, cognati, zii, figli adulti e parenti vari.

Quando arriva un bambino, quando un anziano perde autonomia, quando qualcuno si ammala, quando compare una disabilità, quando una persona perde il lavoro o attraversa una crisi mentale, la famiglia nucleare contemporanea deve affrontare quasi tutto con due soli adulti. E spesso quei due adulti lavorano entrambi, magari lontano da casa, mentre i nonni vivono a centinaia di chilometri e il resto della parentela è disperso altrove.

La rete che una volta era incorporata nella struttura familiare dovrebbe quindi essere almeno in parte sostituita da qualcos'altro. Quel qualcosa, nelle società industriali moderne, dovrebbe essere il welfare. Eppure lo Stato sembra spesso comportarsi come se questa trasformazione non fosse mai avvenuta.

Quando qualcuno dice che “è sempre stato così”, infatti, quasi sempre ha in mente una famiglia che non esiste più: una casa nella quale vivevano più generazioni, con qualcuno che poteva badare ai bambini, qualcuno che poteva occuparsi dei vecchi, qualcuno che poteva ospitare per qualche mese un fratello rimasto senza lavoro e qualcuno che, semplicemente, era disponibile quando un altro componente della famiglia non riusciva più a reggere.

Poi prende quella memoria e la applica a una famiglia contemporanea composta da due persone, pretendendo che produca gli stessi risultati.

Ha dimenticato l'industrializzazione, ha dimenticato l'urbanizzazione, ha dimenticato l'emigrazione e soprattutto ha dimenticato che la famiglia ha perso persone, ridondanza e funzioni.

E così, quando qualcuno non riesce più a sostenere da solo tutto quel peso, la risposta diventa qualcosa del tipo: “Ehi, ma guarda che è sempre stato così. Man up.”

No. Non è sempre stato così.

Prima eravamo in molti. Adesso siamo in due.

E quindi, prima o poi, arriva la tragedia.

È la tragedia di un pensiero politico che NON È CAPACE DI CAPIRE IN CHE ANNO SIAMO.

Uriel Fanelli

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