Contro la tirannia dietologica.
Non so se ci avete fatto caso, ma l’Occidente di oggi vive sotto una tirannia ideologica. E non si tratta di un -ismo, come il fascismo, il comunismo, il liberalismo, il socialismo, il capitalismo, il veganesimo armato o qualsiasi altra cosa finisca bene nei talk show del martedì sera. No, no. Troppo facile così. Se osservate i giornali, la sensazione arriva abbastanza in fretta. Ovunque c’è il dietologo. Il dietologo con la bilancia. Il dietologo con la patologia. Il dietologo con l’indice glicemico, il colesterolo, il metabolismo basale, la circonferenza addominale e quell’aria sacerdotale di chi non ti sta soltanto dicendo cosa mangiare, ma sta misurando la tua colpa in centimetri. Un tempo il dietologo, almeno formalmente, si occupava di dieta. Cioè di alimentazione. Uno andava lì, magari perché aveva un problema medico, magari perché voleva dimagrire, magari perché gli esami del sangue sembravano scritti da Lovecraft, e riceveva indicazioni su cosa mangiare, quanto mangiare, quando mangiare. Fin qui, tutto sommato, ci poteva anche stare.
Ma ultimamente siamo andati oltre. Molto oltre. Oggi il dietologo non si limita più a dirti cosa mettere nel piatto. Arriva a spiegarti la vita, l’universo e tutto quanto. Ti spiega come dormire, come lavorare, come pensare, come desiderare, come sentirti, come interpretare la tua infanzia, come riconoscere i tuoi traumi, come gestire la dopamina, come evitare la serotonina sbagliata, come respirare quando passi davanti a una pasticceria, e probabilmente anche come votare, purché il voto abbia un buon rapporto tra fibre e proteine.
Vediamo un attimo quali sono i bastioni delle dittature. Se il comunismo aveva il controllo del pensiero e la persecuzione politica, e il fascismo aveva la violenza e la prepotenza, quali sono i bastioni di questa dittatura?
Vediamoli, uno ad uno.
La chimica, ovvero la sostanza maledetta del giorno.
In principio erano i carboidrati. Il male primigenio. La mela dell’Eden, solo che era una rosetta. Poi però abbiamo scoperto che anche le proteine non scherzano: troppe, troppo poche, animali, vegetali, complete, incomplete, nobili, ignobili, con la fedina penale pulita o con precedenti per associazione a delinquere metabolica.
I grassi, ovviamente, non se ne parla: lo dice la parola. Se sei grasso, allora i grassi sono brutti. È una logica talmente elementare che potrebbe essere stata scritta su una tovaglietta dell’Autogrill, e infatti funziona benissimo in televisione. Grasso uguale grassi. Magro uguale insalata. Obeso uguale colpa. Fine della scienza, applausi, pubblicità dello yogurt.
Poi però le cose cambiano, perché si “scopre” che anche le fibre sono carboidrati, e allora il carboidrato non è più soltanto il demonio, ma anche quella cosa che il dietologo ti ordina di mangiare per fare pace col colon. E si “scopre” anche che tra i grassi ci sono gli omega tre, che fanno un gran bene, e allora un olio come quello di lino, che ha circa il 50% in peso di omega tre — il che implica che, se non lo tenete in frigo, si ossida rapidamente e diventa una specie di reliquia rancida del salutismo — può essere considerato nutrizionalmente migliore dell’olio di oliva.
Tah-dah.
Ma non importa. Perché la coerenza, in queste cose, è secondaria. In ultima analisi occorre eleggere la “sostanza chimica del male”. Una alla volta. Il male vero, quello maligno, quello subdolo, quello che non si limita a esistere nel cibo, ma trama nell’ombra, ti allarga la pancia mentre dormi e fa in modo che le mutande ti stringano le palle appena ti siedi. Ebbravi i Romani, che almeno non le usavano.
Anche questo blog, ovviamente, intende fare la sua parte nella grande tirannia dietologica contemporanea, e quindi propone ufficialmente la sua sostanza bastarda del giorno: gli alcani.
Gli alcani sono bastardi, falsi, ingannatori. Portano sfiga. Hanno un nome da setta gnostica del secondo secolo e, diciamolo, quei legami doppi. Ommioddio, i legami doppi. Una roba che appena la vedi disegnata su un foglio capisci subito che non può volerti bene. Vanno aboliti gli alcani.
Guerra agli alcani. ANATEMA sugli alcani. Che vengano espulsi dalla comunità civile, radiati dagli alimenti, cancellati dai libri di chimica e costretti a vivere nei margini oscuri della tavola periodica, insieme agli elementi che nessuno invita mai alle feste.
So bene che non sapreste riconoscere un alcanoo neanche se vi si presentasse in giacca, cravatta e biglietto da visita. Ma alla fine dei conti non sapevate nemmeno che le proteine vengono smontate in aminoacidi prima di essere riutilizzate dal corpo, e credevate davvero che bastasse mangiare una bistecca perché un filetto di bicipite entrasse direttamente nel circolo sanguigno e andasse a parcheggiarsi sul deltoide.
Comunque, se credevate che gli alcheni fossero cattivi, sappiate che gli alcani sono i veri bastardi che vi fanno ingrassare.
Dove si trovano gli alcani? Lo sapete? No. Lo sapevo. Nessuno lo sa davvero. In generale vengono da San Benedetto del Tronto, ma oggi come oggi, tra immigrazione, teoria del gender e degrado della chimica occidentale, escono dai fottuti muri.
Quindi: ostilità ai muri. Evviva la tenda. Vivere sotto un ponte fa dimagrire. Credetemi. Non perché sia sano, non perché sia consigliabile, non perché un influencer del benessere vi abbia venduto il “protocollo urbano ancestrale”, ma per una ragione molto più semplice: senza i muri, gli alcani non escono dai fottuti muri.
E se non escono dai fottuti muri, avete vinto.
La dieta no-wall è fondamentale.
Cibo no-wall, ristoranti no-wall, SPA no-wall. Avanti, marsch!!!
La zona del mondo del momento.
Esiste sempre un posto da cui viene la dieta migliore del mondo. Sempre. Non si sa bene perché, ma da qualche parte, su questo pianeta, deve per forza esistere un popolo che mangia nel modo giusto, vive cent’anni, non ha mai visto un trigliceride e muore soltanto quando decide di aver finito il percorso.
E quando si dice che in un posto la dieta è fantastica, allora è fantastica. Punto. Non servono prove: serve una cartina geografica, due fotografie di vecchi rugosi che sorridono davanti a una ciotola, e un giornalista che scriva “il segreto della longevità”. A quel punto si creano le tifoserie.
E cominciano gli Ultrà della Dieta Mediterranea, i Drughi della Dieta Americana, i Vikinghi del Porridge Nordico, i Samurai del Riso Integrale, tutti lì a urlare dagli spalti della nutrizione: aleee aleeee, aleee aleeee, colesterolo vaffanculo, aleee aleeee.
Questo blog, naturalmente, non vuole essere da meno, e ha una dieta fantastica da proporvi: la dieta cartaginese.
Non importa che Cartagine sia delenda. Anzi, forse proprio per quello. In qualche modo, delenda era magra, chiunque fosse, e bisogna dire chiaramente che — a parte quelli che erano a Cartagine proprio quel giorno — tutti gli altri campavano cent’anni. Non male, eh?
I centenari cartaginesi. Diventa anche tu un centenario cartaginese!
Ah! La tauromachia! La dieta mediterranea prima che diventasse romana, quindi ancora più autentica, più ancestrale, più bio, più pre-imperialista, più priva di glutine amministrativo. Una dieta basata su fichi, olive, mare, sacrifici umani, commercio fenicio e quella sana paura quotidiana che Scipione Emiliano ti venga a spiegare il deficit calorico con una legione.
Scipione Emiliano is the new Suor Germana.
Gli ingredienti della dieta cartaginese sono, di base, tre.
Il primo è l’elefante. Si può cucinare in tanti modi: arrosto, brasato, alla griglia, in umido, oppure nel buonissimo carpaccio di elefante, che consiglio con una spruzzata di limone, due bacche di ginepro e la consapevolezza di stare commettendo un crimine internazionale. C’è poi la famosa insalata di elefante e topinambur, che è la morte sua. Anche vostra, probabilmente, ma questi sono dettagli che la dietologia moderna tende a chiamare “effetti collaterali del percorso”.
Vi fate una dieta cartaginese a base di elefante, e siete a posto. Dimagrirete moltissimo.
E non lasciatevi distrarre da domande capziose, tipo: “Ma se l’elefante è proibito, cosa mangio? Niente?”.Ecco. Stai cominciando a capire.
La dieta cartaginese funziona proprio così: elimina il problema alla radice, eliminando la possibilità materiale di mangiare. È una dieta pulita, rigorosa, sostenibile, a chilometro impossibile. Niente calorie, niente grassi, niente carboidrati, niente proteine, niente spesa, niente digestione. Una rivoluzione.
E comunque, prima di mettervi a fare i pignoli con l’elefante, ricordatevi che la roba che avete mangiato per anni come quinoa non era mai stata quinoa. Era probabilmente miglio travestito, segatura andina, ghiaia equosolidale, o una vendetta commerciale con etichetta beige.
Per cui siamo pari.
Peruviani di merda.
La pratica sportiva impossibile.
Molti stanno ancora cercando di capire come fare dieci minuti di movimento in ufficio, e già si comincia con il tai-chi sulla sedia. Che è una di quelle idee che sembrano innocue solo finché non immaginate davvero trenta adulti stipendiati, in open space, che ondeggiano lentamente tra una call su Teams e una stampante inceppata.
Spopolano ovunque queste pratiche onirico-sportive impossibili: yoga alla scrivania, stretching consapevole tra due mail passive-aggressive, respirazione diaframmatica davanti a Jira, mindfulness vicino alla macchinetta del caffè, pilates da riunione, micro-meditazione aziendale e altre forme di ginnastica mistica pensate da qualcuno che evidentemente non ha mai avuto un collega.
Perché alla fine dei conti queste cose non vi rilassano. Vi riempiono di frustrazione, odio verso i colleghi, odio dei colleghi, odio dei superiori, odio ergonomico, odio posturale, odio certificato ISO 9001, e infine cassa integrazione. Che, a pensarci bene, è l’unica vera forma di work-life balance mai prodotta dall’Occidente industriale.
Questo blog ha, come è ovvio, una pratica sportiva impossibile da suggerirvi: la partita di hockey durante la Messa.
È semplicissima, e non serve a molto. Proprio per questo ha tutte le caratteristiche necessarie per diventare una disciplina wellness del 2026. Andate a Messa la domenica mattina, possibilmente in tenuta completa da hockey: casco, paraspalle, guanti, stecca, pattini, magari anche un paradenti, così se vi chiedono qualcosa potete rispondere solo con dei rumori gutturali abbastanza mistici. Nessuno farà davvero caso al fatto che siate vestiti in maniera almeno stravagante. Cristo è per tutti, no?
A quel punto, quando comincia l’omelia, non dovete fare altro che allagare il pavimento della chiesa con l’acqua santa. Sì, tutta. Non siate tirchi: la spiritualità richiede idratazione. Poi la ghiacciate rapidamente, in modo da ottenere il ghiaccio santo, che i fratelli eschimesi amano tanto, e infatti non hanno neanche la prova costume.
A quel punto, via: una breve partitella di hockey su ghiaccio, tra vecchiette surgelate, inginocchiatoi trasformati in balaustre, confessionali usati come panchina puniti, e i chierichetti di Capitan Findus che entrano in campo con l’incenso come effetto nebbia.
Un’esperienza completa: cardio, spiritualità, traumi minori, tonificazione degli adduttori e possibilità concreta di essere scomunicati prima del Credo. Che, rispetto a molte attività aziendali di team building, rimane comunque più dignitosa.
Hockey da Messa.
Atto di dolore e Padre Nostro diviso icing liturgico, uguale six pack.
La famosa equazione di Paolo di Tarso il pattinatore, che i dietologi moderni cercano ancora di nascondervi perché distruggerebbe il mercato degli abbonamenti in palestra: due genuflessioni, tre mea culpa, una comunione ben eseguita, e addominali scolpiti come un capitello corinzio.
Naturalmente serve costanza. Non potete pretendere risultati se andate a Messa solo a Natale, Pasqua e funerali di parenti con patrimonio immobiliare. La fede, come il core training, richiede disciplina. E soprattutto richiede ghiaccio santo in quantità industriali.
La pianta improbabile di luoghi remoti.
Abbiamo avuto la quinoa, l’avocado, il tofu, i semi di chia, il latte di mandorla che non ha mai visto una mammella in vita sua, e tutto il resto dell’arredamento spirituale del supermercato biologico. Ma sia chiaro: l’Occidente non va trascurato. Anche noi abbiamo una tradizione. Anche noi abbiamo una campagna. Anche noi abbiamo qualcosa da mettere in una ciotola beige e vendere a dodici euro l’etto.
E quindi, per unire la modernità alla tradizione, questo blog vi consiglia un nuovo superfood. Tradizionale. Emiliano.
Il bagai.
Per chi non lo sapesse, il bagai è una pianta un fungo un animale un uccello una pietra un pesce un bagai facilmente riconoscibile della pianura padana emiliana, che si trova un po’ ovunque: ai bordi delle strade, vicino ai fossi, dietro le rotonde, lungo le provinciali, accanto ai capannoni, e in generale in tutti quei luoghi dove la natura cerca disperatamente di sopravvivere tra una zona industriale e un concessionario di trattori.
È un vegetale parietale del ceppo dei suzzaroidi: catarifrangente, termoplastico, carbonitrurato, anisotropo, viscoelastico, fotocatalitico, piezoelettrico, igroscopico, baroclinico, laminare, isostatico, paramagnetico, tribologico, peristaltico, granulometrico, entropico, ferromagnetico e metastabile.
In pratica, una specie di spinacio polemico, ma con più supercazzola.
Poiché cresce un pochino ovunque, il bagai può essere avvistato praticamente in ogni luogo, ed è così diventato parte integrante della dieta emiliano-romagnola, responsabile dei fisici scolpiti tipici di Modena.
Poi discuteremo del termine “scolpito”. Ma ora no, che ci sono i bambini.
Il bagai e' il nuovo superfood, autunno-inverno 2026. Dimenticate il tofu, che e' solo stucco per le fughe delle piastrelle travestito da cibo. Dimenticate quel frutto orrendo e verdastro, che sembra una scatarrata aliena, che e' l'avocado. Lanciate fuori dalla finestra la quinoa.Che le fiamme cadano sul chia. Låt Napalmen Regna, come dicono in svezia.
Andate in qualsiasi luogo, in Emilia, e chiedete qualsiasi cibo con l’aggiunta di un bagai. O due bagai. O quanti bagai volete. Non ponete limiti alla sperimentazione gastronomica: la tradizione nasce sempre così, da qualcuno che entra in una trattoria e pronuncia una frase abbastanza incomprensibile da diventare patrimonio immateriale dell’UNESCO.
Tortellini col bagai. Crescentine e bagai. Gnocco fritto con doppio bagai. Lasagne al forno con bagai a parte. Tigelle, lardo, squacquerone e una spolverata di bagai termoplastico. Lambrusco e bagai in purezza, per chi vuole davvero ascoltare il proprio corpo mentre chiama i carabinieri.
Tranquilli: sarete sorpresi dal risultato, e dimagrirete moltissimo.
In alcuni casi perché il cameriere vi caccerà prima dell’antipasto. In altri perché il cuoco uscirà dalla cucina brandendo una mestola. Nei casi migliori, perché l’intero locale smetterà di servirvi e avrete finalmente raggiunto il nirvana dietologico: zero calorie per incompatibilità ambientale.
La filosofia pataecologica raffazzonata evoluzionistica del mese.
Oggi come oggi, non c’è dieta che non arrivi con una filosofia di vita allegata. Una volta c’erano le istruzioni per cuocere la pasta. Oggi c’è l’ontologia del farro.
Che il guru sia Berrino, o che sia la famosa dietologa-virologa-whateverologa italiana emigrata negli USA dopo essere stata perseguitata, ma evidentemente non abbastanza, ecco che per mangiare bene non basta più mangiare bene.
Dovete seguire una filosofia. Dovete abbracciare una visione del mondo. Dovete trasformare il pranzo in una presa di posizione esistenziale.
Ora, se fossero filosofie vere, nel senso classico del termine, che so io: Epicuro, Platone, Plotino, Plotano, Plotoide, Plo* e Plo-schwa, allora ci starebbe anche. La dieta di Aristotele suona benissimo. Ipse dixit uguale six pack. Sillogismi fritti, paralogismi in umido, categorie al vapore, metafisica con contorno di cicoria. Tutta roba salutare.
Ma no. La dieta arriva con una filosofia, e questa filosofia deve avere ingredienti precisi. Altrimenti non funziona. Altrimenti è solo alimentazione, e l’alimentazione, da sola, non ha abbastanza margine editoriale.
Il primo ingrediente è l’ecologia.
La vostra dieta, per motivi stravaganti, fa bene all’ambiente. Sempre. Non importa cosa mangiate, da dove arrivi, quanta acqua abbia richiesto, quanta logistica internazionale abbia attraversato, quanta plastica beige abbia consumato per sembrare sostenibile. Se la filosofia è quella giusta, allora la vostra dieta fa bene al pianeta.
Certo, i consumi alimentari di otto miliardi di persone potrebbero influire vagamente sull’ecosistema. Vagamente. Diciamo che non è del tutto impossibile che una specie di primati industriali, moltiplicata per otto miliardi, abbia un qualche rapporto con il suolo, l’acqua, l’energia, gli allevamenti, i trasporti e il clima. Ma non cambia nulla. Perché qui non stiamo parlando di agronomia, logistica o bilanci energetici. Stiamo parlando di filosofia dietologica.
E quindi, se la filosofia è quella giusta, la vostra dieta è giusta perché riallinea i chakra con l’asse terrestre, riduce l’impronta carbonica dell’anima, fa la raccolta differenziata dei trigliceridi e combatte il cambiamento climatico direttamente dal vostro intestino tenue.
È l’Antropocene, darling.
Il secondo ingrediente è l’evoluzione.
Ma non evoluzione nel senso di selezione naturale, o nel senso di epigenetica, o nel senso di quella roba noiosa fatta di popolazioni, pressioni ambientali, frequenze alleliche, tempi lunghissimi e gente che misura le cose. No. Troppo scientifico. Troppo misurabile. Troppo poco adatto a vendere un corso da 499 euro sul ritorno alla nostra vera natura ancestrale.
L’idea di evoluzione che hanno loro è razionalistica e dialettica. Cioè: se, agendo senza alcuna misura delle quantità — perché le quantità fanno ingrassare, non per caso la bilancia misura una quantità — riuscite a intravedere un qualche vantaggio “evoluzionistico” in un comportamento, allora quel comportamento è evoluzionisticamente coerente, quindi naturale, quindi sano, quindi obbligatorio nella vostra dieta-filosofia di vita.
Per esempio: le scarpe Manolo col tacco alto hanno sicuramente una spiegazione evoluzionistica. Nella savana del Dubai, essere più alte di quei dodici centimetri aumenta le probabilità di riprodursi. O, per essere più precisi, di accoppiarsi. Che nel Dubai significa avere accesso a soldi, e quindi alla possibilità di mantenere meglio la prole, oppure almeno di mantenerla in una scuola internazionale dove insegnano ai bambini a pronunciare “portfolio immobiliare” prima di “mamma”.
Vedete? Funziona.
Basta prendere una cosa qualsiasi, letteralmente qualsiasi cosa, e associarla con qualche capriola dialettica a un immaginifico vantaggio evolutivo. A quel punto diventa naturale. E se è naturale, va fatto. Se poi è anche costoso, allora è ancora più naturale, perché evidentemente la natura ha sempre avuto un rapporto molto chiaro con le carte platinum.
Quindi tutto può diventare evolutivo. Mangiare bacche alle sei del mattino. Dormire per terra. Camminare scalzi su ghiaia appuntita. Fare digiuno intermittente perché i nostri antenati non avevano Glovo. Comprare integratori perché i nostri antenati non avevano Glovo, ma sicuramente avevano un codice sconto. Bere brodo di ossa perché nella preistoria nessuno buttava via niente, tranne la mortalità infantile, che però nei podcast viene citata poco.
Qualsiasi cazzata riusciate a coprire con la parola “evoluzionistico” diventa improvvisamente credibile. È il nuovo “quantistico”. Solo più peloso, più paleo, più adatto a essere fotografato vicino a una pietra, una barba e una tazza di tisana funzionale.
E quindi eccoci qui: non si mangia più perché si ha fame. Si mangia perché il Pleistocene lo vuole.
Perche' nessuno si aspetta l'inquisizione del cibo.

Uriel Fanelli
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