Coltelli.
La storia del ragazzo che ha ammazzato un altro ragazzo perché la “sua” ragazza gli avrebbe piantato le corna (a detta sua: oggi basta una foto insieme sui social e diventa tradimento, ma su questo magari ci torniamo) sta scatenando il solito coretto di persone che pensano di essere intelligenti, o almeno di sembrarlo, parlando di “disagio” e di “educazione”.
Ora: siccome ritengo la setta dei fanatici — che in questo periodo si fanno chiamare “rieducatori” con un entusiasmo che fa venire i brividi — come una delle cose più pericolose in circolazione, mettiamo in chiaro un punto semplice. L’educazione, intesa come atto unidirezionale, non esiste. Non esiste un ente attivo AA che “educa” un ente passivo BB. Esiste solo la favola consolatoria che ci raccontiamo per far finta che basti “intervenire” sulle persone come si aggiorna un firmware.
Se davvero funzionasse così, l’evoluzione avrebbe selezionato e potenziato fino all’estremo il paradigma imitativo: “fai ciò che fa lui”, poi “impara osservando”, poi ancora “fatti spiegare che cosa fa lui e perché”. Ma l’evoluzione non è una divinità benevola né un principio poetico: è un meccanismo che ottimizza la sopravvivenza, e in questo senso è una forma di intelligenza. (E sì: esistono anche sistemi di IA detti “evolutivi”, costruiti sugli stessi principi; quindi l’evoluzione non esclude affatto l’idea di intelligenza, la incarna in un modo spietatamente pratico.)
Solo che un sistema del genere sarebbe, banalmente, stupido. Perché se l’apprendimento dipendesse dall’esistenza dell’esempio, l’uccisione dell’esempio causerebbe la morte della prole: niente adulto, niente modello, niente “educazione”, fine della linea. Un meccanismo così fragile non avrebbe retto nemmeno cinque minuti nel mondo reale, figuriamoci diventare il paradigma dominante della specie.
E infatti non funziona. Non è mai funzionato.
Non esiste l’educazione: esiste l’apprendimento. E non è una differenza da pedanti, è una differenza strutturale. Non è l’insegnante AA, attivo, che educa lo studente BB, passivo. È lo studente BB che apprende, ed è attivo. L’insegnante, se c’è, può diventare la fonte più comoda, più veloce, più efficiente per imparare — può perfino diventare la migliore scorciatoia disponibile — ma questa scelta la fa lo studente. Non la fa il ministero, non la fa l’editorialista indignato, non la fa il terapeuta da talk show, non la fa la folla che invoca “educazione” come invocava la pioggia.
E quando sentite ripetere la parola “educazione” come se fosse una leva che, tirata con la giusta forza, sposta l’essere umano dove vogliamo noi, state ascoltando una superstizione moderna: l’idea che esista un telecomando morale, e che il problema sia solo trovare chi lo tiene in mano.
La costruzione di un sistema educativo non e' altro , se non la costruzione di un sistema materiale ove si avvicina al ragazzo (costruito per cercare di imparare le strategie migliori) una sorgente che fornisca le strategie migliori, piu' comode, piu' efficaci, piu' semplici da imparare.
Cosa succede se ci sono più sorgenti? Il ragazzo, cioè chi apprende, fa una scelta e decide quale fonte è la migliore. E lo fa usando criteri esclusivamente pratici.
Allora, ecco che possiamo cominciare a ragionare davvero.
Il ragazzo che ha ucciso il compagno di classe aveva un conflitto. La “sua” ragazza si è fatta fotografare su un social con un altro ragazzo. Ma omettiamo i particolari svianti: il punto è che l’assassino aveva un conflitto con la vittima, cioè con l’altro ragazzo, non con Instagram e nemmeno con la fotografia.
Per risolvere quel conflitto doveva adottare una strategia. La strategia scelta è stata: minacciare, e se necessario uccidere, l’altro. Tradotto: ottenere con la forza — anche letale — quello che voleva.
I dettagli morbosi (social, ragazza, fotografia, gelosia, possesso) non mi interessano: ho materiale migliore su cui masturbarmi.
Allora supponiamo che esista una strategia XX — la migliore, o almeno quella che noi auspichiamo — per risolvere quel conflitto. E anche qui: i dettagli non mi interessano. Mi basta dire che una strategia XX esiste, e che quasi tutti la preferiremmo alla strategia “minaccio/ammazzo”.
Bene.
Dove la apprende, il ragazzo, questa strategia XX? Smettiamo di chiederci “chi gliela insegna”. La domanda vera è: un ragazzo, osservando, viene a conoscenza di strategie per risolvere un conflitto qualsiasi? E soprattutto: dove le osserva, queste strategie?
Dove si osservano strategie
Una risposta “tecnica” (non moralista) è che si osservano dove si osserva il comportamento umano in azione: nelle relazioni e nelle gerarchie quotidiane, cioè in famiglia e tra pari, dove il conflitto è frequente e le soluzioni diventano abitudini.
In particolare, c’è letteratura che collega le modalità di gestione dei conflitti in famiglia (tolleranza, negoziazione, punizione, aggressività) alle strategie che poi i figli tendono a usare con i coetanei, inclusa la propensione a strategie negative o aggressive.
Perché l’osservazione conta
L’idea che l’aggressività (e più in generale una “strategia”) possa essere appresa per osservazione non è una metafora: è uno dei risultati classici associati alla teoria dell’apprendimento sociale di Bandura e agli esperimenti della “Bobo doll”, in cui l’esposizione a modelli aggressivi aumentava l’imitazione e anche l’aggressività in generale.
Questo non significa “se guardi una scena violenta diventi assassino”, ma significa che il cervello umano è capace di registrare un repertorio di mosse possibili — e di abbassare le inibizioni — quando vede che una mossa viene eseguita da qualcuno e, soprattutto, quando sembra funzionare.
Bene. Allora, cosa stanno osservando i ragazzi di oggi?
Direi tre cose:
- Il (gruppo) più forte vince sempre.
- La violenza (spettacolare) è la migliore asserzione di forza.
- Le “più efficaci” strategie comprendono forza e violenza.
Ogni fottuto media dice la stessa identica cosa. Ogni discorso pubblico ripete lo stesso spartito. Ogni conversazione tra adulti, quando si parla sul serio, finisce per tornare lì: quelle tre cose, sempre quelle tre.
E il problema non è: “esistono altre strategie, ma non le insegnano”. Il problema è più radicale: non le mostrano. Nemmeno per sbaglio. E quando anche qualcuno prova a mostrarle, lo fa come eccezione decorativa, come parentesi educativa dentro un mondo che premia sistematicamente altro. Persino la scuola, oggi, gronda di bullismo e sopraffazione: non come deviazione, ma come linguaggio sociale quotidiano, come moneta di scambio.
Non voglio più sentir parlare di disagio giovanile, malattie mentali o droghe. Quei ragazzi sono sani, lucidi e “educati” — nel senso preciso e tragico del termine: hanno assorbito benissimo gli esempi che vedono, letteralmente tutti, e letteralmente ovunque.
Non esiste alcun disagio: scommetto che troverete l’assassino perfettamente integrato e socializzato. Non esiste alcun problema di droga: scommetto che non troverete nell’assassino segni di tossicodipendenza. E non esistono problemi di malattia mentale: sono convinto che lo troverete perfettamente capace di intendere e di volere, completamente lucido.
Questi ragazzi uccidono perché sono cresciuti apprendendo — da ciò che viene detto, testimoniato o rappresentato ovunque — tre assiomi che la società ripete anche quando finge di negarlo.
Questi:
- Il (gruppo) più forte vince sempre.
- La violenza (spettacolare) è la migliore asserzione di forza.
- Le “più efficaci” strategie comprendono forza e violenza.
L’unico motivo per cui non tutti si ammazzano a coltellate è banale: “forza” e “violenza” vengono declinate in modi diversi, spesso subdoli, striscianti, poco appariscenti, ma sempre coerenti con quegli assiomi.
Per curiosità: quando fate politica e dite — che so — che la UE deve dotarsi di un esercito micidiale per “contare”, non state forse enunciando, in forma elegante, esattamente gli stessi tre punti? E quando un discorso pubblico ripete che la pace “si ottiene attraverso la forza”, sta davvero parlando di un concetto diverso, o sta soltanto nobilitando l’idea che la forza sia l’argomento finale, quello che chiude la discussione?
Proviamo a seguire il paradigma fino in fondo: se la UE, per contare qualcosa, deve dotarsi di capacità militari credibili e di un apparato di difesa imponente, allora io e i miei amici cosa dobbiamo fare per contare, nel nostro piccolo? Qual è la versione “locale”, “da cortile”, “da corridoio di scuola”, di quel messaggio?
Questo è un esempio di come il messaggio — i tre punti di cui parlo — passi anche quando sembra riferirsi a tutt’altro: nascosto, annidato, travestito da ragionamento alto, da geopolitica, da realismo, da responsabilità.Ma sono sempre quei tre punti.
Non dico che il ragazzo abbia pensato: “Poiché Putin si prende l’Ucraina ammazzando, allora io adesso ammazzo il mio compagno di classe”. No: non ha bisogno di riferirsi a Putin, dal momento che Putin non è un assioma di base; al massimo è un esempio, una prova a fortiori.
Il problema è che il ragazzo è cresciuto nel mondo di Putin: un mondo in cui sente ripetere che gli ucraini devono arrendersi perché Putin è più forte, e pazienza se questo significa massacri e stupri.
Morale:
- Il (gruppo) più forte vince sempre.
- La violenza (spettacolare) è la migliore asserzione di forza.
- Le “più efficaci” strategie comprendono forza e violenza.
Ovviamente adesso arriveranno i “realisti” a dirmi: “stacce fra, è così che va il mondo”.
Gli stessi realisti, però, si arrabbiano moltissimo se vengono rapinati; se qualcuno gli entra in casa e gli ruba tutto; se la banca gli frega i soldi; se il figlio viene bullizzato fino al suicidio, se venite stuprate.
Ma allora, se davvero pensate che quello sia “è così che va il mondo”, di che cosa vi lamentate? Perché adesso non accettate “stacce fra, è così che va il mondo” anche per il disastro di Crans-Montana, che ha causato decine di morti e molti feriti? Dopotutto è comunque un discorso di rapporto tra forti e deboli — o, se preferite, tra ricchi e poveri — e c’è sempre qualcuno che paga il prezzo più alto.
Siete sicuri che “stacce fra, è così che va il mondo” sia così bello quando toccherà a voi? E state tranquilli: toccherà anche a voi.
I “ragazzi di oggi” — e solo gli dèi sanno quanto odio questa espressione — non sono né disagiati né drogati né malati di mente. Sono semplicemente un distillato del mondo in cui sono cresciuti: la sua quintessenza, il suo concentrato più puro e coerente.
E sia chiaro: non dico “lo specchio”. Dico “un distillato”, qualcosa di più puro e più forte, perché ha eliminato quasi tutte le ipocrisie intermedie e ha tenuto solo il principio attivo.
Non c’entra il disagio.
Non c’entra la droga.
Non c’entra la sanità mentale.
Quei ragazzi che state trovando così straordinariamente violenti stanno solo facendo… un compito in classe. Un compito nel quale vi stanno restituendo, con una chiarezza spietata, che cosa hanno capito del mondo.
Ed è davvero difficile che possiate contestare questo distillato, perché il distillato di un mondo dominato da forza e violenza non può che essere estremamente forte ed estremamente violento. In un mondo di alcolici, vincono i superalcolici. Ed è inutile continuare a ribattere che i superalcolici distillati sono “troppo forti”, se prima avete riempito il mondo di alcolici normali.
Vedo che sono arrivati quelli del “ma se le pene fossero più dure”.
Ma il vostro problema è il concetto stesso di “giovane”.
Heinlein, in Fanteria dello Spazio (il libro, non quella specie di “spara all’insettone” del film, che aborro), fa un esempio interessante.
Supponete di prendere un cucciolo. Di crescerlo lasciandolo cagare qui e lì, lasciandolo libero di mordere chiunque, di disturbare la notte e di distruggere il mobilio.
E finché è giovane lo lasciate stare, o gli date delle pene alternative, che dovrebbero “rieducarlo”. A un certo punto, però, il cucciolo diventa un cane adulto.
E quando morde la vicina di casa, prendete un fucile e gli sparate in testa. Perché nel mondo degli adulti le pene sono più dure.
Avrebbe senso comportarsi in questo modo? Ovviamente no. Possiamo distinguere l’età evolutiva in cui puoi essere minimamente capace di intendere e di volere, ma oltre un certo limite le pene dovrebbero essere omogenee, senza categorie diverse come “i giovani”.
Bene. Ma adesso andiamo a punire tutti come se fossero adulti, diciamo dai 12 anni in su.
Che succede?
Che adesso, però, nel proporre pene più dure, stiamo andando a proporre pene più dure per tutti. Anche per gli adulti che le propongono.
E qui si realizza il paradosso della democrazia. Nessun popolo voterà mai, a maggioranza, “pene più dure per tutti”. Quello che potete far passare è “pene più dure per alcuni”, ma dovete definire “alcuni” in modo tale che chi vota per la durezza possa illudersi di non essere colpito.
Così, la categoria “giovani” è comodissima: se dite “pene più dure ai giovani”, essendo gli elettori maggiorenni, non troverete quasi resistenza. Se volete mettere pene più dure per il porto del coltello, e applicarle solo ai giovani, probabilmente passerà senza troppi intoppi.
E così vi state illudendo:
- per motivi elettorali avete inventato la categoria “giovani”
- adesso che diventano violenti e bulli quanto gli adulti, però volete legiferare solo sui giovani,
- e vi inventate le scuse del “disagio”, della “malattia mentale”, della “droga”.
Così vi convincete che si tratti di un problema dei giovani, che stanno avendo “problemi da giovani”. E vi credete intelligenti mentre vi chiedete per quale motivo i giovani stiano diventando così violenti, avanzando le solite ipotesi su malattie mentali, disagio e droghe.
Se solo, un giorno, qualche rappresentante dei giovani si fosse alzato in piedi a chiedere: “Ma perché voi adulti state diventando sempre più violenti e prevaricatori? È un problema di disagio, di malattia mentale o di droga?”.
Avrei voluto vedervi, a dimostrare che gli adulti non hanno problemi di disagio, di droghe o di malattie mentali.
Medico, cura te stesso.