Caldo, abitudini ed esercenti.
Nelle recriminazioni riguardanti il caldo torrido che ha cominciato a flagellare l’estate europea, ovviamente non manca quella secondo cui “i politici sapevano ma non hanno fatto nulla”. La solita merdina Greta-like, confezionata per raccogliere il popolo del “ma nessuno pensa mai ai bambini?”. Cioè: i politici che, pur sapendo tutto, non avrebbero convertito tutta l’economia a carbon-free. Si potrebbe anche discutere dell’idea del “ma perché non è avvenuto un cambio di policy su scala globale, coerente e scientificamente sistematico?”, e la risposta sarebbe piuttosto semplice: nella storia umana non è mai avvenuto un cambio su scala mondiale, coerente, organizzato e sistematico. Quindi, banalmente, nessuno sa come farne uno.
Il problema, cioè, è la governance.
Ma questo non è il vero problema riguardo alla calura. Ci sono cose che sapremmo fare perché le abbiamo già fatte, ma che apparentemente nessuno vuole più fare.
La prima è molto semplice: adattarsi. Ed è strano, perché la specie umana deve il suo straordinario successo evolutivo proprio alla capacità di adattarsi, cioè di cambiare le proprie abitudini. È una cosa che noto spesso, avendo lavorato in diverse, diciamo, “sfumature di afa”.
Lavorai diverso tempo in un posto del Sud Italia, o meglio del Sud Sicilia, dove molto facilmente le temperature estive stavano attorno ai 45, 46 gradi. Ora che vivo in un posto dove le temperature sono decisamente più basse, la loro “calura” onestamente è commovente. E noto chiaramente una gigantesca differenza di abitudini. Non solo alimentari, ma anche di organizzazione del tempo, e persino nel modo di costruire le case e le città.
Per prima cosa, al Sud si partiva a lavorare presto, fino a mezzogiorno. Poi si fermava tutto fino, per alcuni negozi, alle 16:00 o 16:30. Si evitava quindi di lavorare nelle ore in cui la temperatura diventava semplicemente disumana. Poi, dalle 16:30, si arrivava sino alle 19:30, 20:00, e a casa.
Questo ritardava molto il momento della cena. Poi, quando possibile, si usciva di nuovo la sera, buttandosi per le strade fresche della sera e della notte. Questo significava andare a dormire molto più tardi.
Le finestre venivano, in estate, tenute rigorosamente chiuse. Le stanze inutilizzate restavano al buio, quelle utilizzate in penombra, in modo che di giorno il calore non entrasse. Poi, di sera, venivano spalancate per far uscire il calore accumulato ed entrare aria più fresca.
Una sofisticatissima tecnologia fatta così:

E potrà sembrare strano, ma con quelle abitudini il caldo tornava ad essere “estate”.
Ora, ho notato come anche la città, o almeno il centro storico, fosse costruita in modo da avere certe caratteristiche termiche. A partire dall’orientamento est/ovest di alcune strade, dal fatto che le case antiche fossero fatte in pietra, dai muri spessi, dalle strade strette, dall’ombra proiettata da un edificio sull’altro. Tutte cose che non nascevano da un convegno sulla sostenibilità, ma da secoli di gente che aveva capito una cosa molto semplice: se fuori fa caldo, devi impedire al sole di entrare in casa.
Certo, non possiamo ricostruire le città da zero. Non posso pretendere che ci siano portici ovunque, o che si butti giù mezza Europa per rifarla con la saggezza climatica di un borgo siciliano. Non è questo il punto.
Il vero problema, però, è che se cambiano le condizioni di contorno, mi aspetterei che cambino anche le abitudini. E invece no. Perché alcune aziende costringono ancora le persone ad un certo dress code? Perché, con quaranta gradi fuori, bisogna ancora vedere esseri umani impacchettati in giacca, camicia, cravatta, scarpe chiuse, come se dovessero firmare un trattato austro-ungarico nel 1911?
Sono entrato in banca per sbrigare una pratica pochi giorni fa, e la gente era in giacca e cravatta, o taiileur. E certo: aria condizionata a 12 gradi, parcheggio sotterraneo per le auto, auto con aria condizionata, uffici refrigerati, ascensori refrigerati, sale d’attesa refrigerate. Un isolamento dalle condizioni ambientali che mi aspetterei da una base costruita su Marte, non da una filiale bancaria in una città europea.
A quel punto non stai più vivendo in estate. Stai vivendo dentro una capsula climatica, e ogni tanto attraversi l’atmosfera ostile correndo da un modulo pressurizzato all’altro. La vita su una colonia marziana.
In anteprima.
E sebbene queste persone abbiano un caldo estremo, e un Mannesmannufer che è bellissimo e fresco per via della brezza fluviale, perché non escono in massa la sera a prendere il fresco?
Perché non si vede quella migrazione naturale verso il fiume, verso l’aria che finalmente si muove, verso il fresco della sera? Perché non ci sono famiglie, coppie, vecchi, ragazzi, impiegati sudati e bambini insonni che si riversano lì, semplicemente per sedersi, camminare, respirare, perdere tempo come si deve perdere tempo quando il sole ha smesso di picchiare?
Hanno il caldo, hanno il fiume, hanno la brezza, hanno un posto perfetto per trasformare una giornata invivibile in una sera quasi piacevole. Ma non hanno l’abitudine. E quando una società perde l’abitudine di adattarsi, nemmeno la soluzione più ovvia viene vista come una soluzione.
La verità è semplice. Se escludiamo alcuni prati, sul Mannesmannufer, se non entri in un locale a spendere soldi, hai poco da fare. Non è pensato come un posto dove stare: è pensato come un posto dove consumare. E infatti, la sera, lo trovate pienissimo, ma non di tedeschi. Lo trovate pieno di popoli che, venendo da sud, hanno visto questo spazio enorme e fresco, hanno sentito la brezza del fiume, e ne hanno fatto l’uso che sono abituati a fare.
Cioè viverlo.
I locali, invece, devono abbassare le saracinesche alle 18:00, andare a casa, cenare alle 17:00 o poco dopo, e poi prepararsi spiritualmente al sonno, come se il coprifuoco fosse stato scritto nella Costituzione. Il sole è ancora alto, l’asfalto è ancora caldo, le case hanno accumulato calore per tutto il giorno, ma la giornata sociale è finita. Tutti dentro.
Il che, in un clima freddo e invernale, può andare benissimo. Se fuori hai vento, pioggia, buio e cinque gradi, cenare presto, chiudere tutto e mettersi al riparo è una strategia sensata. Ma se hai un’estate afosa, se hai il problema che i vecchi schiattano per le strade, se le case diventano forni e l’unico momento vivibile comincia proprio quando loro hanno già deciso che la giornata è finita, allora forse il problema non è solo il clima.
È l’abitudine che non cambia.
Perché chiudere le saracinesche alle 18:00, dopo aver tenuto per tutto il giorno finestre spalancate grandi come pareti, significa fare entrare il caldo, conservarlo, e poi rinunciare proprio al momento in cui potresti liberartene.

Invece no,
esiste un feticismo tremendo verso le abitudini correnti, che nessuno vuole cambiare. Se non si e' mai fatto e non si e' fatto ovunque, allora si rimane. A costo di vivere in una bolla condizionata di aria fresca, come se si fosse in una base costruita su Marte, come se si volesse negare l'idea che le cose sono cambiate e le abitudini – che oggi sono confuse con la tradizione, che e' una cosa diversa – dovrebbero a loro volta cambiare.
E ci sono due principali gatekeeprs che si occupano di questo.
Il primo gatekeeper e' il mondo degli esercenti. Certo, potrebbero cambiare il mannesmannhufer per ospitare piu' persone sedute su muretti, panchine ed altro, anziche' quegli enormi spazi senza nulla che non sia il selciato, e rendere gli spazi pubblici piu' vivibili.
Se osservate la foto del mannesmannhufer, infatti, l'opera di gentrificazione e' evidente:

Lo vedete chiaramente nelle foto: perché sì, esistono spazi molto vasti, ma sono semplicemente dei piani orizzontali. Superfici. Vuoti pavimentati. Posti dove tecnicamente potete stare, ma senza che nessuno abbia davvero previsto che ci stiate.
Sedersi? Tavolini di pietra? Panche larghe, ombra, muretti, gradinate, qualcosa che dica “questo spazio è anche vostro”? No. Le panchine sono pochissime, ridicole rispetto alla capacità del posto. Come se l’obiettivo fosse quello di farvi attraversare l’area, guardarla, fotografarla, magari spenderci qualcosa, ma non semplicemente viverla.
Il resto è commerciale: se volete stare lì a lungo, o vi sedete per terra, magari sul prato, oppure entrate in un locale a bere. E anche il prato è lottizzato. Guardate i cerchi al suolo. Persino l’erba, che dovrebbe essere la cosa più stupida, libera e democratica del mondo, viene trasformata in una specie di parcheggio per corpi umani.
Se volete, potete comprare un ombrellone. Oppure potete stare sull’erba, ma nel cerchietto. Non sia mai che qualcuno confonda uno spazio pubblico con uno spazio libero.

Sarebbe possibile fare diversamente. Sì, certo. Basterebbe decidere che la città serve agli abitanti, e aumentare il numero di gazebo, di sedute pubbliche, di arredamento urbano in pietra, di tavoli, di spazi ombreggiati. Insomma, basterebbe lasciare spazio alle persone.
Non spazio ai clienti. Spazio alle persone.
Ma qui entrano in gioco gli esercenti, cioè i profeti della città invivibile, quelli che rispondono a qualsiasi bisogno urbano trasformandolo in una transazione commerciale. Vuoi più sicurezza? Entra in un locale e sei al sicuro. Vuoi sederti con gli amici a un tavolo grande? Nessun problema: c’è il Biergarten. Entri, compri, consumi, e sei a posto.
Vuoi stare al fresco? Terrazza del bar. Vuoi sederti all’ombra? Ordina qualcosa. Vuoi incontrare persone senza dover prenotare, pagare, chiedere permesso, essere servito, lasciare mancia, consumare abbastanza da non sentirti un abusivo? Mi spiace: quello non è previsto.
Perché l’idea di fondo è questa: la città pubblica non deve essere abitabile, deve essere monetizzabile. E se un luogo è fresco, bello, comodo, sicuro e piacevole, allora deve immediatamente diventare un servizio. Non un bene comune, non una possibilità offerta a chi vive lì, ma un prodotto da vendere a ore, a bicchieri, a coperti, a consumazioni.
I primi, quindi, a voler tenere le cose come stanno, e le abitudini — ormai inadatte al nuovo clima — esattamente come sono, sono gli esercenti.
Perché questo modello funziona benissimo, per loro. La città resta scomoda, lo spazio pubblico resta povero, le panchine restano poche, l’ombra resta insufficiente, i tavoli gratuiti non esistono, i bagni pubblici sono un miraggio, e qualsiasi bisogno elementare — sedersi, bere, stare al fresco, incontrare qualcuno, aspettare che passi il peggio della giornata — viene immediatamente trasformato in consumo.
Non è un difetto del sistema. È il sistema.
Una città davvero abitabile farebbe concorrenza ai locali. Una città con abbastanza sedute, ombra, fontanelle, bagni, tavoli pubblici e spazi freschi permetterebbe alle persone di stare insieme senza pagare il pedaggio. E questa, per chi campa sulla privatizzazione di ogni gesto umano, è una prospettiva intollerabile.
Gli altri gatekeeper sono, ovviamente, gli uomini del business.
Non mi sentirei particolarmente offeso se, entrando nella mia banca, la persona con cui ho appuntamento mi ricevesse in un abbigliamento comodo. E fresco. Se invece delle scarpe chiuse con le calze quel poveretto avesse dei semplici mocassini a sandalo, se quella poveretta non dovesse tenere un fazzoletto attorno al collo, se non dovesse esibire quel dress code business-power da catalogo motivazionale per middle manager, io non mi sentirei diminuito oppure insultato.
Non li troverei poco professionali. Mi interessa il servizio, non il vestito. Mi interessa che sappiano spiegarmi una pratica, che non perdano i documenti, che non mi facciano firmare roba a caso, che non mi dicano “il sistema non lo permette” quando il sistema lo permetterebbe benissimo se solo sapessero usarlo. Il resto è teatro.
E questo vale ovunque. Anche con i quaranta gradi assassini, negli uffici del centro io ci trovo i soliti giacchicravatti e powersuit per le donne empowered, ad alta temperatura suppongo. Tutti lì, vestiti come se dovessero entrare in una sala riunioni climatizzata del 1987 per convincere un consiglio di amministrazione che il fax è il futuro. Perché bisogna “dare un’immagine”. Ma l’immagine che danno, ormai, non è più quella della professionalità. È quella di una società che preferisce refrigerare edifici interi, consumare energia, sigillarsi dal mondo esterno e fingere che fuori non ci siano quaranta gradi, piuttosto che ammettere una cosa banale: quando cambia il clima, deve cambiare anche il costume. Anche quello letterale.
E non parliamo degli orari. Per il tedesco, ripartire il tempo come si fa nei paesi caldi e' considerato “la siesta” ed e' simbolo di pigrizia e fancazzismo. Quando dite che ci dovrebbe essere questa lunga pausa in mezzo alla giornata, vi dicono che cosi' si interrompe il lavoro. Come se avere una teekuche per caffe', cappuccini e lunghe pause non fosse il loro sport preferito.
Ma la logica tecnica delle corporation va oltre, perché produce un altro rituale migratorio: il commuting.
Siccome moltissimi usano i mezzi pubblici — che è un bene — e hanno tempi di commuting alti, quando proponi di spezzare diversamente la giornata ti rispondono subito che così, prima, dovevi viaggiare due volte, mentre adesso dovresti viaggiare quattro volte.
Brivido, terrore, raccapriccio.
Certo, ci sarebbero di sicuro più persone per le strade in certi orari, e sarebbe un problema di capacità per i mezzi pubblici. Non lo nego. Non sto dicendo che basti schioccare le dita e trasformare Düsseldorf in Palermo, o in Catania, o in un qualsiasi posto dove la giornata si organizza tenendo conto del fatto che il sole, a mezzogiorno, non è esattamente un amico personale.
Ma almeno vediamo il problema nella sua interezza. Perché la soluzione attuale quale sarebbe? Tenere freddi edifici interi, uffici, torri di vetro, open space, sale riunioni, corridoi, reception e ascensori, per consentire a gente che si ostina a portare la cravatta a quaranta gradi di continuare a fingere che il clima non sia cambiato.
Quello ha senso, invece?
Ha senso spostare ogni mattina masse di persone verso edifici refrigerati, tenerle lì dentro per otto ore con addosso un’uniforme termicamente idiota, e poi rimandarle a casa quando la città comincia appena a diventare vivibile? Ha senso chiamare “efficienza” un sistema che risolve il caldo non cambiando abitudini, ma costruendo frigoriferi abitabili per colletti bianchi?
Il commuting, allora, non è solo uno spostamento. È un rito. Ogni mattina il fedele del business lascia la casa, entra nel tubo climatizzato, scende nel parcheggio o nella stazione, raggiunge il tempio aziendale, indossa il costume corretto e partecipa alla liturgia dell’aria condizionata.
E vorrei anche capire come mai questi, appena hanno la pausa pranzo, schizzano in palestra per fare trentanove virgola venticinque minuti di sport, mentre se avessero quattro orette buone a disposizione, evidentemente gli farebbe schifo.
Arrivati all’ora di pranzo, li vedi schizzare in bagno a cambiarsi. Escono attrezzatissimi, con la precisione logistica di un reparto speciale: scarpe tecniche, maglietta tecnica, orologio tecnico, borraccia tecnica, auricolari tecnici, app tecnica che misura anche il senso di colpa per chilometro. Tutto questo per fare trentanove virgola venticinque minuti di jogging, o di palestra, o di qualsiasi altra attività fisica incastrata tra una call e un’insalata triste.
Ora, capisco che col caldo aumentare il jogging non sia esattamente saggio. Non sto proponendo di correre sotto il sole a mezzogiorno come legionari romani puniti dal centurione. Ma santiddio: se invece di essere trentanove virgola venticinque minuti di qualsiasi cosa fossero sessanta, magari fatti nel momento giusto della giornata, e poi la doccia te la facessi con comodo invece di infilarti sotto l’acqua trafelato, rosso, ansimante, già in ritardo per la prossima riunione, sarebbe davvero così distruttivo?
Crollerebbe il PIL?
Fallirebbe la banca? Si spezzerebbe la supply chain del power point? Oppure scopriremmo semplicemente che molte di queste rigidità non sono necessità produttive, ma superstizioni organizzative travestite da efficienza?
Ma la verità è che hanno già problemi con l’home office, che hanno accettato come male necessario solo perché i costi dell’ufficio diminuiscono. E se prima diminuivano solo per il riscaldamento, oggi diminuiscono anche per il condizionamento.
Quindi sono tutti disponibilissimi a fare home office, certo. Modernissimi, flessibilissimi, digitalissimi. Però si vede chiaramente che lo mandano giù come se fosse un rospo. Ho visto bambini più felici di mangiare broccoli.
Perché il punto non è mai stato soltanto lavorare. Il punto era vedersi lavorare. Controllare che il corpo del dipendente fosse nel posto giusto, seduto alla scrivania giusta, nell’orario giusto, vestito nel modo giusto, dentro il contenitore giusto. L’ufficio non è solo un luogo produttivo: è un teatro di obbedienza.
Il rituale è il rituale, i paramenti sacri sono paramenti sacri, ed ecchissenefrega della termodinamica esterna. Fuori può esserci l’asfalto che frigge, l’aria che sembra uscita dal retro di un server rack, il sole che trasforma le piazze in bistecchiere urbane. Ma dentro si continua come prima: badge, scrivania, riunione, camicia, cravatta, tailleur, open space, aria condizionata.
Non si cambia e basta. Perché cambiare significherebbe ammettere che una parte enorme della cosiddetta organizzazione del lavoro non era razionalità, ma liturgia.
Ho già parlato degli edifici?
I vecchi edifici tedeschi erano in pietra. Ma pietra quella pietra. Grossa. Seria. Roba che il calore non sfuggiva, manco ci fossero le torrette con la mitragliatrice e il filo spinato elettrificato.
Erano edifici pensati per trattenere. Per resistere. Per opporsi all’esterno. In inverno trattenevano il calore, in estate rallentavano l’ingresso del caldo. Non erano perfetti, certo, ma avevano una massa termica. Avevano inerzia. Avevano quella cosa primitiva e meravigliosa che si chiama “non comportarsi come una scatola di plastica lasciata al sole”.
Ma poi è arrivata l’Ammeriga.
E l’Ammeriga ama le serre. Ama che le persone lavorino in una serra. Ama i muri di vetro, le facciate trasparenti, gli atrii vetrati, le torri che sembrano acquari per consulenti. Incapaci di costruire qualcosa di decente, gli americani credono davvero che se costruisci una serra e poi hai il problema di raffreddarla, questo significhi che sei intelligente nel design.
Ed ecco il colpo di genio.

Trovo che sia una delle serre più belle che io abbia mai visto. Ho anche provato a chiedere dove potessi comprare delle piante, ma alla reception non hanno molto senso dell’umorismo.
Comunque, voi direte che è un “grattacielo”, ma siccome non arriva al cielo e il cielo non ha bisogno di grattarsi, useremo il nome corretto: una serra.
Si tratta chiaramente di una serra, architettonicamente, ingegneristicamente e termodinamicamente. Una serra, appunto. Solo che a un certo punto qualcuno ha deciso che questo fosse anche lo spazio giusto per metterci degli uffici. E allora la domanda diventa inevitabile: come mai una serra dovrebbe essere il posto ideale per lavorare?
La risposta che ottengo è sempre la stessa: “ma c’è un impianto di aria condizionata che fa paura, con le cascate d’acqua che, se vuoi, puoi persino visitare, e un raffreddamento così intelligente del palazzo che, se non stanno attenti, vincono il Nobel”.
Ed è qui che casca l’asino.
Perché ci si dimentica una cosa fondamentale. Anche ammettendo che il raffreddamento a cascate del Niagara abbia un senso, e perfino che sia efficiente, resta il fatto che si tratta della soluzione a un problema CHE ABBIAMO CREATO.
Prima costruisci una serra. Poi scopri che d’estate dentro si muore. Poi spendi una montagna di soldi, energia, impianti, manutenzione, pompe, condotti, sensori e ingegneri per impedire alla serra di comportarsi come una serra. E a quel punto pretendi pure un applauso, perché hai trovato un modo molto sofisticato di rimediare alla tua stessa idea cretina, di far lavorare le persone dentro una serra.
È questo il punto che mi fa impazzire: non stiamo parlando di adattarsi al clima, ma di dichiarargli guerra per non dover ammettere che magari era meglio costruire un edificio sensato.
È il trionfo del genio organizzativo americano: inventare un problema perfettamente evitabile, e poi vantarsi dell’enorme complessità tecnica necessaria a contenerlo.
Un giorno, probabilmente, arriverà questa benedetta superintelligenza artificiale detta “singolarità”, quella che secondo i profeti della Valley dovrebbe risolvere i problemi dell’umanità.
E allora noi, finalmente umili, ci inginocchieremo davanti al grande oracolo di silicio.
- “Oh, superintelligenza, ti chiediamo aiuto. Dicci come fare a risolvere i grandi problemi dell’umanità. Il clima, l’energia, le città invivibili, il traffico, gli uffici-serra, il lavoro organizzato come una processione medievale con badge e cravatta. Illuminaci.”
E la superintelligenza, dopo aver analizzato secoli di urbanistica, termodinamica, sociologia, economia, idiozia manageriale e architettura da acquario per consulenti, risponderà: - “Sono problemi causati da voi. Smettete di causarli, pila di idioti.”
E a quel punto Sam Altman dirà che gli servono altri 300 miliardi per migliorarla.
In definitiva, credo che il punto che sto sollevando sia chiaro.
Questo caldo sarebbe molto più sopportabile se non ci ostinassimo a seguire abitudini assurde. Abitudini nate per altri climi, altri edifici, altri ritmi sociali, altre città, altri inverni. Abitudini che forse avevano senso quando il problema principale era scaldarsi, non evitare di cuocere lentamente dentro un ufficio di vetro.
Ma non vogliamo cambiarle.
Non vogliamo cambiare gli orari. Non vogliamo cambiare il modo di vestirci. Non vogliamo cambiare l’uso degli spazi pubblici. Non vogliamo cambiare l’idea che la città serva prima a vendere qualcosa e solo dopo, eventualmente, a far vivere chi ci abita. Non vogliamo cambiare gli edifici, perché poi bisognerebbe ammettere che molte architetture “moderne” sono semplicemente errori termodinamici con una reception.
Per pigrizia, principalmente mentale.
E per questioni di lobby, principalmente per avidità.
Perché adattarsi richiede intelligenza, mentre comprare condizionatori richiede solo denaro.
E siccome il denaro, a differenza dell’intelligenza, ha sempre una lobby pronta a difenderlo, continueremo a chiamare “emergenza climatica” anche quella parte del problema che in realtà è soltanto ostinazione organizzata.
Uriel Fanelli
—Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei
Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.net
XMPP: uriel@keinpfusch.net
vecchio blog: https://blog.keinpfusch.net
email: blog@keinpfusch.net