Calcio piagnisteo.

Questo continuo piagnisteo per l’Italia fuori dal Mondiale per l’ennesima volta, questa stravagante e inutile tristezza di gente che guarda i figli e dice: “Ma vi rendete conto che sono cresciuti senza mai tifare Italia ai Mondiali?”, sta cominciando, diciamolo, a darmi ai nervi.

Prima di tutto perché quello che è successo è semplicemente un rating: non sei abbastanza forte per arrivare ai Mondiali. Punto.

Voglio dire: non è che puoi fare ricorso al TAR del Lazio. Ti è stato chiesto di dimostrare quanto vali. Vali troppo poco, e quindi non vai ai Mondiali. È semplice, no?

Certo, poi secondo le abitudini italiane possiamo fare il processo del lunedì, l’appello del martedì, la Cassazione del mercoledì e magari pure la commissione parlamentare d’inchiesta. Ma, come in tutti gli sport, non si tratta di una cosa che potete portare davanti a un avvocato.

Il bello — o forse il brutto — del calcio è che alla fine della partita c’è un risultato chiaro. Due numeri. E su quei due numeri c’è poco da discutere: attenuanti, aggravanti, cavilli, interpretazioni, contesto, destino cinico e baro. I due numeri sono quelli.

Ma visto che amici di altri paesi — che ai Mondiali invece partecipano — ti chiedono come mai, nonostante una certa tradizione, “siete fuori”, alla fine non puoi cavartela sempre con “non mi interesso di calcio” o “a me interessano judo e rugby”.

Vero, magari è anche vero. Ma dopo un po’ sembra quasi che tu ti stia inventando una scusa per salvare l’orgoglio.


Cosi' provi a capire le ragioni di un declino, per rispondere con qualcosa di intelligente. E provi a capire il problema del calcio italiano. E per farlo osservi il calcio italiano. E scopri una cosa.

Non esiste un calcio italiano.

Esiste uno show business italiano che parla di calcio e calciatori, e per quanto riguarda questi ultimi, non esiste una cosa come “vivaio di talenti”, o “area sportiva”, ma semplicemente uno star system.

Adesso immaginate una cosa: che ai mondiali di calcio di quest'anno, gli USA mandino un team composto dagli undici piu' popolari elementi dello star system americano. Una squadra fatta cosi':

Nazionale USA dello show business — modulo 4-3-3

Portiere — Dwayne Johnson

Il muro commerciale. Brand, muscoli, franchise, presenza fisica.

rock

Terzino destro — Tom Cruise

Corre, salta, si appende agli aerei, non muore mai. Terzino da pressing impossibile.

cruise

Centrale — Leonardo DiCaprio

dica

Il difensore da Oscar: prestigio, controllo, carriera lunga, status intoccabile.

Centrale — Jennifer Lawrence

Fisica, popolare, credibile, capace di stare sia nel blockbuster sia nel film “serio”.

jenni

Terzino sinistro — Zendaya

La star generazionale: cinema, serie, moda, pubblico giovane, estetica globale.

arrakis

Mediano — Beyoncé

Capitana tattica. Non gioca solo la partita: organizza lo stadio, le luci, il merchandising e la liturgia.

beyonce

Mezzala — Lady Gaga

Trasformismo puro. Può fare pop, cinema, scandalo, Oscar, teatro e cabaret nello stesso contropiede.

gaga

Mezzala — Marilyn Manson

Qui entra il lato gotico-industriale della squadra. Non è il più “quotato” in senso commerciale oggi, ma come figura iconografica americana è perfetto: il disturbatore, il provocatore, quello che non sai mai se stia giocando a calcio o celebrando una messa nera a centrocampo.

manson

Ala destra — Rihanna

La tocchi poco, ma ogni tocco vale un marchio globale. Musica, cosmetica, moda, aura.

rihanna

Centravanti — Taylor Swift

La macchina da gol: fanbase, tour, narrativa, vendite, culto personale. Fa reparto da sola. La Ronaldo dello star system.

taylor

Ala sinistra — Jenna Jameson

Un pelino vecchia, ma distrae l'avversario, e gioca a uomo. E negli spogliatoi e' imbattibile. Bisogna dire altro?

jenna

Panchina

Adam Sandler resta in panchina come dodicesimo uomo commerciale: entra al 70’ e scopri che ha già fatturato più di tutti.
Jay-Z direttore sportivo.
Oprah presidente.
Spielberg e James Cameron staff tecnico, perché ormai sono più federazioni che giocatori.


Avrei fatto uno squadrone? Assolutamente sì.

È il top del top dello star system americano.

Potrebbero vincere una partita di calcio?

Ehm.

Il problema, sia chiaro, non sta solo nelle doti atletiche. In Italia esiste, che so, la Nazionale Cantanti. Quindi no: non è impossibile immaginare delle celebrità che, allenate adeguatamente (ehm), riescano almeno a giocare una partita senza trasformarla subito in un incidente diplomatico.

Il guaio è un altro.

Lo sport e lo star system rappresentano sistemi di valori diversi. Certo: potete costruire uno show business sullo sport. È quello che succede continuamente.

Ma non potete costruire uno sport sullo show business.


Tutto quello che vedo, quando osservo lo sport italiano, è semplicemente questo: show business.

Piccoli pezzi di show business si concentrano anche attorno ad altri sport, sia chiaro. Non è che il calcio abbia il monopolio assoluto della pagliacciata.

Sinner sta con una modella, e quindi abbiamo la fidanzata gnoccolona. Come nel calcio. La differenza è che, nel resto del tempo, Sinner si allena così duramente da arrivare a consumarsi. Con conseguenze visibili.

Certo, anche lì esiste uno show business. Ma è costruito attorno a gente che si allena fino a farsi male, dentro uno degli sport più tecnici che esistano. E forse mi annoia proprio per questo: faccio cose tecniche tutto il giorno, non ho voglia di passare il tempo libero a osservare altri tecnicismi. E poi seguo già il judo.

La Formula 1, invece, è praticamente uno show dichiarato. La parte atletica esiste, eccome, ma viene nascosta dal rombo dei motori, dalla macchina, dalla scuderia, dagli ingegneri, dagli sponsor, dal box, dalle gomme, dalla strategia, dalla telemetria.

E va benissimo così.

Ci sono gli sponsor, c’è il mondiale costruttori distinto dal mondiale piloti, c’è l’industria, c’è il marchio, c’è tutto quello che serve per fare un business della parola business.

Forse nel calcio servirebbe un mondiale fidanzate?

Il punto è semplice.

Negli altri sport riesco ancora a vedere i valori fondamentali dello sport: il sacrificio per la vittoria, la dedizione, la trasformazione di sé stessi, la disciplina, il lavoro oscuro, la fatica che non finisce in copertina.

Quando guardo il calcio italiano, invece, vedo solo show business.

È come se al tennis toglieste la parte tecnica, e Sinner si allenasse solo nel weekend. O come se in Formula 1 i piloti avessero il fisico da camionista, e le automobili girassero con lo stereo a palla da tamarri, la Formula Ape Piaggio.

Il problema del calcio italiano è che dello sport, e dei suoi valori, non è rimasto niente

Il problema non è che ci siano soldi. E non è neppure che ce ne siano troppi. Tennis e Formula 1 non scherzano, da quel punto di vista.

Il problema è che mancano gli altri valori.

Manca il sacrificio visibile. Manca l’idea che qualcuno stia davvero consumando sé stesso per diventare migliore. Manca la dedizione feroce. Manca la trasformazione tecnica, fisica, mentale. Manca quella sensazione, tipica dello sport vero, che chi vince abbia attraversato qualcosa. Che abbia superato una prova.

Nel calcio italiano vedo invece il rumore attorno alla prestazione. Il circo prima della partita, il circo durante, il circo dopo. Le fidanzate, le interviste, le polemiche, i procuratori, i tatuaggi, le pose da rapper, le ospitate, i processi televisivi, i giornalisti che fanno i sacerdoti del nulla.

Ma lo sport?

Lo sport sembra diventato l’alibi narrativo per mandare avanti lo spettacolo.


In breve, il calcio italiano non e' piu' uno sport, e' uno show business.

I giocatori non incarnano più doti sportive. Incarnano uno star system.

E allora torniamo alla squadra di cui sopra: quella americana fatta di attori, cantanti, icone pop, provocatori professionali e brand ambulanti. Poi ci meravigliamo che non vinca.

Ovvio che non vince.

Non sono calciatori. Come potrebbero vincere?

E così la mia analisi si ferma subito.

Mi dicono: “Analizza lo sport con mentalità sistematica, e dimmi cosa ne pensi”.

Va bene. Apro la scatola.

E dentro non trovo lo sport.

Cosa dovrei analizzare? Uno sport che non c’è?

Come fai a farti un’opinione su uno sport, se quello che hai davanti non è più uno sport?

Forse un tempo lo era. Ma oggi non più. Oggi è show business. È narrazione. È personaggio. È marchio. È fidanzata. È sponsor. È procuratore. È polemica. È conferenza stampa. È giornalismo sportivo che parla di tutto tranne che di sport.

E quindi non vince.

Perché alla fine puoi costruire tutto il rumore che vuoi attorno alla partita. Puoi costruire il mito, il dramma, la nostalgia, il piagnisteo nazionale, il processo del lunedì, l’epica del “non siamo più quelli di una volta”.

Ma poi arriva qualcuno che si allena davvero, gioca davvero, corre davvero, soffre davvero, e ti batte.

Se non mi credete, provate a mandare direttamente la Nazionale Cantanti ai mondiali.


Ho visto oggi un articolo che si lamentava del fatto che esistano ragazzini italiani che non hanno mai potuto tifare Italia ai Mondiali.

Beh, è un progresso.

A me dicevano che dovevo mangiare la verdura perché in Africa c’erano bambini che morivano di fame.

Secondo me è un progresso.

Ma non ho intenzione di mangiare i broccoli per questo.

Che poi, se ci pensate, la storia del “mangia i broccoli perché in Africa ci sono bambini che muoiono di fame” secondo me ha fatto danni enormi. Moltissimi italiani, tipo Vannacci, vedono la Egonu e cominciano a sbavare: “Maledettahhhh! I broccolihhhh! Per colpa tuahhhh!”, e secondo me questa cosa ha creato infanzie traumatiche, razziste e pure narcisistiche.

Perché diciamolo: alla fine dei conti, se la Egonu è viva e non è morta di fame in Africa, è perché io, da piccolo, ho sempre mangiato i broccoli; un piccolo eroe, anche se poi la Egonu non è cresciuta in Africa, quindi non è chiarissimo chi io abbia salvato. Sarcazzo. Ehi, tu, bambino africano che ho salvato mangiando i broccoli: alza la mano, maledetto. Fatti riconoscere. Esci con le mani in alto!!

E non vorrei che ora questo piagnisteo sui bambini italiani producesse lo stesso effetto, capite?

Cioè: adesso, nei paesi che a calcio vanno forte, qualcuno dirà ai piccoli calciatori della primavera o dei pulcini di mangiare i broccoli perché in Italia ci sono bambini che non possono tifare la nazionale ai Mondiali.

E così crescerà una generazione di inglesi, spagnoli, francesi o tedeschi che, quando vedranno un italiano, proveranno un antico e inspiegabile odio.

Un odio primordiale.

Un odio verde.

Un odio che puzza di broccoli.


E tutto questo per dire una cosa molto semplice.

Il motivo per cui il calcio italiano non arriva più ai Mondiali è che il calcio italiano non è più uno sport.

E per giocare ai Mondiali di uno sport, bisogna praticare uno sport.

Tutto qui.

Uriel Fanelli

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