Das Böse Büro

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Bezos, il male, e l'Horror vaqui.

Sono venuto a contatto coi transumanisti anni fa. Credo vivessi ancora in Italia. All’inizio l’idea mi intrigava, e mi intrigavano le domande che l’idea poneva. Ma sebbene provassi un certo interesse per l’argomento, non riuscivo a stare sui loro forum a lungo perché, se ricordate, già una ventina di anni fa la mia diagnosi fu: “posto irrimediabilmente infetto da nazismo”. Presi quindi la decisione di non frequentare, nemmeno digitalmente, quella gente. Mi sembravano intrinsecamente nazisti o, meglio, credevo che la loro traiettoria li avrebbe portati inevitabilmente al nazismo.

E oggi, più passa il tempo, più mi rendo conto di quanto quella sensazione fosse corretta. E sia chiaro: la mia era solo una sensazione. Non avevo, allora, una dimostrazione formale in mano. Non avevo il documento firmato, il manifesto programmatico, la tessera nascosta nel cassetto, la foto col braccio teso e la mascella da cattivo casting. Era un’impressione, un odore, una direzione del discorso.

Non per nulla, quando fui “sfidato” a un confronto dialettico, faticai a dimostrare che fossero più nazisti di qualsiasi altro gruppo di persone preso a caso su Internet. Perché, messi davanti all’accusa, erano abbastanza furbi da non presentarsi come nazisti. Nessuno arrivava dicendo: buongiorno, siamo qui per rifare l’eugenetica con la fibra ottica. Anzi, loro proponevano come paradigma uno strano parlamento universale, nel quale avevano posto ANCHE i fascisti politici. E questo, secondo loro, significava democrazia e libertà.

Questo parlamento conteneva le differenti “correnti” del transumanesimo: per elencarle tutte, queste.

  • C’erano gli extropiani, quelli della crescita continua, dell’ottimismo tecnologico, dell’entropia da prendere a calci nel sedere e della convinzione che ogni limite umano fosse soltanto un bug in attesa di patch.
  • C’erano gli immortalisti, convinti che la morte fosse una specie di problema tecnico, un difetto di progettazione, e che quindi il primo dovere morale dell’umanità fosse quello di abolirla, o almeno di rimandarla abbastanza da poter vendere un secondo corso.
  • C’erano i singularitarians, quelli della Singolarità tecnologica: l’idea che, prima o poi, l’intelligenza artificiale o qualche altra forma di accelerazione tecnologica avrebbe prodotto un salto tale da rendere il mondo successivo incomprensibile al mondo precedente.
  • C’erano i transumanisti libertari, per i quali il problema non era tanto “chi controllerà queste tecnologie?”, ma “come facciamo a impedire allo Stato di metterci il naso?”. Il che, tradotto, spesso significava: lasciamo decidere al mercato, cioè a chi ha più soldi.
  • C’erano i transumanisti democratici, che invece cercavano di tenere insieme potenziamento umano, welfare, uguaglianza di accesso e qualche forma di controllo pubblico. Una specie di socialdemocrazia con esoscheletro, CRISPR e abbonamento alla palestra cognitiva.
  • C’erano gli abolizionisti, non nel senso storico del termine, ma nel senso di abolire la sofferenza: usare biotecnologie, neuroscienze e farmacologia per eliminare dolore, depressione, angoscia, paura, forse perfino la tristezza. Una promessa bellissima, se non fosse che ogni promessa di eliminare la sofferenza dovrebbe sempre far venire voglia di controllare dove tengono le siringhe.
  • C’erano i postgenderisti, convinti che anche il genere fosse una vecchia infrastruttura biologica, un residuo dell’hardware evolutivo, e che prima o poi sarebbe stato possibile superarlo tramite biotecnologie, riproduzione artificiale e modifiche del corpo.
  • C’erano i tecnogaiani, quelli che tentavano la fusione tra ecologismo e tecnologia estrema: non “torniamo alla natura”, ma “salviamo Gaia con nanotecnologie, energia pulita, geoingegneria e qualche altra cosa che, normalmente, in un film di fantascienza esplode al secondo atto”.
  • C’erano gli equalisti, convinti che la tecnologia avrebbe finito per abolire le gerarchie sociali, perché l’abbondanza avrebbe reso inutili scarsità, classi e privilegi. Cioè il comunismo, ma con più server e meno riunioni di condominio.
  • E poi c’erano i postpolitici, quelli che già allora sognavano un superamento della democrazia rappresentativa in nome della ragione, dell’efficienza, della competenza e dell’accesso razionale alle tecnologie di potenziamento. Che è sempre un modo elegante per dire: basta con questa gente che vota male.

Insomma, sulla carta sembrava davvero un parlamento. C’era il liberale, il socialista, il libertario, l’ecologista, il mistico della Singolarità, il medico dell’immortalità, il farmacista della felicità obbligatoria e il sociologo del corpo nuovo. E, naturalmente, c’era posto anche per il fascista politico. Secondo loro, questo significava democrazia e libertà.



Col senno di poi, posso dire a cosa corrispondesse questa sensazione. Ma, come sto imparando, le nostre “sensazioni”, le nostre “euristiche”, sono così difficili da spiegare perché spesso non riusciamo a risalire alla causa.

Ci chiediamo che cosa ci abbia portato a quella sensazione, quale ne sia l’origine. Ci interroghiamo sulla presenza di qualcosa che dovrebbe esserne la causa. Cerchiamo l’oggetto, il segnale, l’indizio, la cosa che era lì e che ci ha fatto reagire in quel modo. Ma non ci rendiamo conto di un fatto.

Questa ricerca della causa delle nostre sensazioni, del “cosa mi fa sentire così”, è viziata dal problema della presenza. Noi ci chiediamo che cosa sia presente, che cosa esista, che cosa stia agendo su di noi per farci sentire in un certo modo.

Quello di cui non ci rendiamo conto è che molto spesso, quasi sempre, queste “sensazioni” non sono causate da qualcosa che è presente, ma dalla reazione a qualcosa che è assente.

È come se, quando la nostra mente nota un “buco”, la nostra razionalità non riuscisse a considerare quel buco come una cosa, o quell’assenza come una causa. Allora ci mette sopra qualcosa di inspiegabile. Ma ci mette qualcosa di inspiegabile solo perché siamo forsennatamente abituati a cercare le cause in qualcosa che esiste, e fatichiamo a capire che anche l’assenza di qualcosa può essere una causa.

Ed ecco, anziché chiedermi a quale cosa presente dovessi quella sensazione, sto imparando che, quando ho una sensazione inspiegabile, devo cercare invece l’assenza di qualcosa.

Perché dalla presenza di cose possiamo dedurre e ragionare. Dalla loro assenza, invece, se non capiamo come originano le sensazioni, non possiamo dedurre quasi niente. Almeno sino a quando non abbiamo capito che la sensazione non significa necessariamente “c’è qualcosa di strano”, bensì: “stranamente, manca qualcosa”.

A quale assenza mi riferisco?


Leggete questo articolo.

https://theprint.in/feature/jeff-bezos-water-consumption-amazon-ai-potential/2964266/

In questo articolo, Bezos ci illumina con un argomento tipico dei transumanisti. E' vero, qualche milione di persone potrebbe morire di sete, magari qualche altro milione di persone potrebbe finire in poverta', ma quando avremo la nostra superintelligenza artificiale , che non puo' esistere per via di alcuni teoremi che non si sono posti il disturbo di imparare, essa risolvera' TUTTI i nostri problemi.

Questo ragionamento, in realta' non e' per nulla nuovo, in quanto basta cambiare “Singolarita' ” con “Dio” e improvvisamente e' chiaro che ci stanno promettendo il paradiso , se solo sacrifichiamo abbastanza gente al dio in questione. E cosi' chi se ne frega se moriranno milioni di persone per la sete, o per la poverta': poi arriva Dio, e crea il paradiso.

Su questo piano, i transumanisti miliardari non possono vantare nessuna originalita', credo. Roba che era gia' vecchia, se non arcaica, quando io ero giovane.

Certo, ci sono tante cose che non dicono. Omettono sempre il numero di vite umane da dare in olocausto al loro Dio, omettono di chiedersi che succede se la loro singolarita' risolvesse problemi insoluti dell'umanita', ci spiega se disporre la carta igienica con il rotolo verso il muro oppure verso l'esterno, e poi si ferma. Ha risolto un problema insoluto dell'umanita'. giusto?

Oppure, se si limitasse a dire “miao”. Ho sempre sospettato che i gatti siano la cosa piu' vicina alla superintelligenza che conosciamo. Se non mi credete, provate a convincerne uno a trovarsi un lavoro.

Ci sono altre omissioni presenti, per esempio non si spiega mai quanto costeranno queste miracolose tecnologie, e chi se le potra' permettere. E a proposito, che fine faranno quelli che non se le possono permettere nella societa' di Bezos? Niente, problemi, ci pensa la Singolarita'-DIo a creare il paradiso. Poi, che la loro idea di Paradiso mi ricordi molto quella di Gentrificazione, e' tutto da ridere. O forse no.

Ma torniamo alla mia sensazione. Che era la sensazione di nazismo. Quale mancanza ho notato. Quale assenza? Quale assenza noto nel discorso di Bezos?



Se andate da Uriel Fanelli e gli sottoponete il problema di raffreddare i data center, Uriel Fanelli cosa fa?

Ragiona.

E dice: “mettiamoli in un posto molto freddo”.

Geniale, eh?

Scandinavia, Alaska, Groenlandia, Siberia, giusto per citare l’emisfero settentrionale. Anche il Sud America ha posti freddi e interessanti, se proprio volete fare gli originali.

Certo, occorre ancora acqua per raffreddarli. Ma mi concederete che raffreddare qualcosa che vive in un range dai 15 ai 50°C è diverso dal raffreddare qualcosa che vive tra i -30 e i 15°C. La fisica, questa sconosciuta, ogni tanto aiuta.

E l’acqua?

Esistono gli oceani. Il 70% del pianeta ne è ricoperto. Non abbiamo davvero bisogno di usare l’acqua che si beve per raffreddare un data center. I data center non bevono. Esistono gli oceani, ed esistono gli scambiatori di calore. E gli scambiatori di calore funzionano anche con acqua salata. Altrimenti non avremmo i dissalatori.

E così, qualsiasi costa nel circolo polare artico, o antartico, diventa un buon posto per costruire un data center. Almeno, se il problema è il calore e la presenza di acqua.

E l’energia? Come la portiamo lì?

La soluzione esiste sin dai tempi dell’Unione Sovietica, che aveva cominciato a progettare e usare l’idea di reattori navali e unità energetiche galleggianti. Oggi l’esempio concreto si chiama Akademik Lomonosov: una centrale nucleare galleggiante russa, ormeggiata a Pevek, nell’Artico, fatta apposta per dare elettricità e calore a zone remote. Non stiamo parlando di magia nera, ma di una cosa che esiste.

I costi non sono poi così stravaganti, se li confrontiamo con quelli necessari a costruire centrali nucleari sul suolo, portandoci strade, cemento, permessi, sindaci, comitati, ricorsi al TAR e la signora del terzo piano che non vuole il traliccio perché le rovina il karma.

E le persone? Come le portiamo lì a lavorare?

Esistono delle cose che si chiamano “navi da crociera”. La gente ci vive per anni. Ci mettete dentro uffici, connessioni, mense, alloggi, e adesso avete gli uffici. Se consideriamo i cubicoli in colocation della Silicon Valley, sarebbe persino una soluzione di lusso.

Vi consuma troppo suolo?

Nemmeno questo problema è così difficile. Non dico “Venezia” per dire che il suolo, se si vuole, si crea. Ma potrei citare gli aeroporti giapponesi costruiti su isole artificiali: Kansai International Airport, in mezzo alla baia di Osaka, oppure Kobe Airport, costruito su un’isola artificiale davanti alla città. Non è fantascienza: ci atterrano gli aerei.

Oppure possiamo citare Dubai, che ha costruito Palm Jumeirah e le World Islands, cioè isole artificiali nel Golfo Persico, non per salvare l’umanità, ma per vendere case, hotel e panorami marini (cioe' l'acqua. Che e' orizzontale. E l'orizzonte. CHe e' una linea orizzontale, appunto. Per loro e' “un panoram” Oook.) a gente con troppi soldi e troppo poco senso del ridicolo. Quindi sì: la tecnica esiste.

Quindi.

Volete un megadatacenter che dovete raffreddare?

Prendiamo una costa artica, o antartica. Ci costruiamo delle isole artificiali. Ci portiamo navi con reattori. Poi le navi col personale. Ci mettiamo gli scambiatori di calore, sia con l’aria dell’ambiente, sia con l’acqua “vagamente freschina” di quelle parti.

Infine, quando il data center è acceso, l’acqua calda che risulta dal raffreddamento la versiamo nello stesso porto dove sono ferme le navi. E non ghiaccia più.

Ecco quello che manca nel discorso sui data center.

MA PERCHÉ CAZZO LI VOLETE IN CALIFORNIA?


Questa mancanza di ricerca delle soluzioni è la cosa che manca davvero. Il problema dei data center, in teoria, non dovrebbe nemmeno esistere. In un luogo freddissimo, raffreddare qualcosa non può essere il problema principale. Voglio dire: prendiamo la Siberia. Ci sono città che scendono tranquillamente sotto i -40°C. Yakutsk, per dire, ha una temperatura media annua intorno ai -8,8°C, e un periodo di riscaldamento che dura circa 256 giorni l’anno. Non stiamo parlando di “fa freschino, mettiti una felpa”. Stiamo parlando di posti dove il freddo è una parte dell’urbanistica.

Eppure la gente ci vive.

Come mai?

Perché sono collegate a sistemi di teleriscaldamento. Arriva un tubone di acqua calda e riscalda le case. A Pevek, nell’Artico russo, la centrale nucleare galleggiante Akademik Lomonosov è stata usata proprio anche per fornire calore alla città. Quindi non siamo nel mondo delle idee bizzarre: siamo nel mondo delle cose già fatte, che funzionano abbastanza da essere noiose.

Benissimo. Perché quell’acqua calda non può venire da un data center?

Perché dobbiamo considerare il calore prodotto dai server come un rifiuto, e non come una risorsa? Se avete un oggetto che produce calore in un luogo dove il calore serve per non morire congelati, forse il problema non è l’oggetto. Forse il problema è il modo idiota in cui lo state guardando.

E quando è estate?

A parte che, da quelle parti, la parola “estate” non ha esattamente lo stesso significato che ha in California. A Norilsk, per esempio, in luglio le massime medie stanno intorno ai 18°C, e le minime intorno ai 9-10°C. È estate, sì. Ma è un’estate che a Los Angeles verrebbe probabilmente classificata come “problema tecnico del meteo”.

La mia risposta sarebbe: serre.

Perché da quelle parti l’agricoltura non è precisamente la Pianura Padana. Nelle regioni settentrionali e nell’Estremo Oriente russo, la FAO segnala proprio i problemi classici: stagione vegetativa molto breve, permafrost, suoli paludosi, e quindi difficoltà o impossibilità di coltivare molte colture. L’Arctic Institute dice la stessa cosa in modo più generale: temperature basse e permafrost accorciano la stagione di crescita e rallentano i processi agricoli.

Quindi avete calore in eccesso, avete acqua, avete energia, avete infrastruttura. E avete anche posti dove il problema non è “fa troppo caldo”, ma “se voglio un pomodoro devo farlo arrivare da molto lontano, pagandolo come se fosse un organo di ricambio”.

E allora usateli. Scaldate serre. Coltivateci qualcosa. Trasformate un problema termico in un pezzo di economia locale.

Perché se il problema è “questi cosi scaldano troppo”, forse la prima domanda non dovrebbe essere “come li raffreddiamo in mezzo della California?”, ma “dove possiamo mettere del calore in un posto in cui il calore serve?”.

E allora perché non si fa così?

La risposta è che, in parte, si fa già. Solo che lo si fa come sempre: a pezzetti, con prudenza, come se fosse una stranezza locale invece che una conseguenza abbastanza ovvia della fisica.

In Olanda, per esempio, Microsoft ha un grande data center a Middenmeer, nell’area di Agriport A7, cioè dentro una zona dove ci sono anche serre industriali di dimensioni importanti. E lì il discorso non è teorico: il calore residuo dei data center viene considerato una risorsa per le serre, non semplicemente un fastidio da buttare via.

Agriport A7, del resto, non è il campo del contadino col cappello di paglia. È un distretto agroindustriale dove convivono serre ad alta tecnologia, infrastrutture energetiche, fibra, data center, reti elettriche e gestione dell’acqua. Cioè esattamente quel genere di posto dove una persona normale direbbe: se da una parte produco calore e dall’altra parte ho bisogno di calore, forse posso fare incontrare le due cose senza convocare un congresso mondiale di consulenti.

E se volete sapere come mai l’Olanda esporti così tanti pomodori, più della Spagna in valore e spesso anche in certe classifiche di volume, la risposta non è “il sole olandese”, perché il sole olandese è una barzelletta meteorologica.

La risposta è: serre, energia, logistica, tecnologia, controllo dell’ambiente, catene del freddo, porti, camion, export, e tutta quella roba noiosa che non entra nei comunicati stampa dove si parla di “innovazione” con le lucine blu.

Non perché ChatGPT coltivi pomodori. Ma perché lo stesso calore che trattiamo come problema quando esce da un data center diventa improvvisamente risorsa quando lo metti vicino a una serra di un posto freddo.

Ed è esattamente questo il punto: non manca la tecnologia.

Manca la voglia di ragionare sul sistema intero.



E come si chiama questa “mancanza di volontà di ragionare sul sistema intero”?

Ha un nome: malvagità.

Non credo minimamente che gente che vive di tecnologia abbia bisogno della Singolarità-Dio per capire che una cosa si raffredda meglio al freddo. O per capire che, se vuoi acqua, devi avvicinarti al mare. Sono concetti triviali, persino per un americano.

Ok, alcuni hanno bisogno di una scritta per capire che non devono bere l’acido della batteria dell’auto. Lo so. Ma se proprio non ci arrivano, se davvero non riescono a capire che in un posto freddo c’è meno caldo, esistono i consulenti. Esistono gli esperti. Esistono i report. Esistono intere aziende che si fanno pagare cifre oscene per dire, con un PowerPoint, che il ghiaccio tende a essere freddo.

Quindi no: non è ignoranza.

Il problema è che queste persone scelgono deliberatamente il male. Scelgono deliberatamente di fare la cosa che produce più sofferenza, più devastazione, più miseria, più sete, più spreco. E la scelgono anche quando l’alternativa esiste, è nota, è industrialmente possibile, e in alcuni casi funziona già.

La scelgono persino quando potrebbero guadagnare anche facendo la cosa sensata. Le serre olandesi, il calore, lo pagano a Microsoft. Non è nemmeno un discorso da frati francescani scalzi che vogliono salvare il mondo vendendo candele al mercato equo e solidale. È business. È infrastruttura. È integrazione industriale. È denaro.

E tuttavia, quando devono scegliere tra un sistema che riduce il danno e un sistema che lo concentra, tra una soluzione che usa il calore e una che lo butta via, tra un territorio che potrebbe ricevere qualcosa e un territorio che deve solo subire, scelgono la seconda.

Scelgono la sete. Scelgono lo spreco. Scelgono il calore disperso. Scelgono il data center nel posto sbagliato, la pipeline nel posto sbagliato, l’acqua nel posto sbagliato, l’energia nel posto sbagliato.

E poi chiamano tutto questo “innovazione”.

No.

Questo ha un nome: malvagità.

Sono persone malvage. Non confuse. Non ingenue. Non vittime di un errore tecnico.

Malvage.

La malvagita' che percepivo nei transumanisti che ho incontrato, e che avevo identificato come “nazismo intrinseco”.



Il discorso della malvagità appartiene al discorso di prima.

Che cos’è?

Nel tempo ho sviluppato una congettura mia.

Sappiamo di certo quando l’abbiamo di fronte, perché ci fa inorridire. Un latino direbbe: horror. Ma non sapremmo dire esattamente di cosa sia fatta. E questo, a mio avviso, è legato al fatto che la malvagità non è qualcosa, ma è la mancanza di qualcosa.

Per questo non sappiamo dire cosa sia. Perché è qualcosa che manca.

Hannah Arendt, in Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, parlava appunto della “banalità del male”: non il male come demone metafisico, non il cattivo con la risata da melodramma, ma il male amministrativo, ordinario, procedurale, quello che compila moduli e obbedisce a un flusso di lavoro.

Io penso che il male sia semplicemente vuoto. E siccome l’insieme vuoto appartiene a ogni possibile insieme, allora il male può stare ovunque. Banale, come diceva Arendt. Ma banale proprio perché vuoto.

Semplicemente vuoto.

E qui torna utile un’espressione antica: horror vacui. In filosofia naturale e nella fisica antica, il concetto viene associato alla tradizione aristotelica e alla formula, poi diventata proverbiale, secondo cui “la natura aborrisce il vuoto”. L’idea era che il vuoto non potesse davvero esistere, perché la natura tenderebbe sempre a riempirlo.

Poi l’espressione è passata anche nell’estetica. Mario Praz la usò per descrivere quella specie di terrore decorativo del vuoto, tipico di certi interni vittoriani: riempire ogni spazio, ogni parete, ogni superficie, come se lasciare un vuoto fosse già un cedimento morale.

E quindi, se la guardiamo dal punto di vista dell’osservatore, la nostra malvagità non è altro che un concetto parecchio alchimistico: horror vacui, l’orrore che la natura, e quindi anche noi, ha per il vuoto.

Noi lo sentiamo. Non perché vediamo qualcosa, ma perché manca qualcosa. Manca il limite. Manca la pietà. Manca la vergogna. Manca la capacità di vedere l’altro come parte del sistema, e non come materiale di scarto.

E allora il nostro orrore non è la reazione a una presenza mostruosa. È la reazione a un’assenza mostruosa.

È questo il vuoto, l' ASSENZA che chiamiamo male.





Un americano mi chiederebbe come mai queste persone malvage abbiano così tanto successo. Ed è spiegato proprio dal vuoto.

Avete mai riflettuto sul “distraction free”, quel pattern di design delle UI sul web?

È molto facile avere successo se non ci si lascia distrarre da alcune cose. Per esempio, dal fatto che stai assetando un posto. Che lo stai distruggendo. Che lì c’era della gente. Che nel ghetto di Varsavia quelle erano persone. Che nel tuo forno crematorio ci entravano anche i bambini.

È facile sganciare bombe e uccidere ventimila bambini a Gaza, se non ti lasci distrarre dal fatto che sono bambini, che piangono, che chiamano mamma mentre bruciano.

L’assenza aiuta. Aiuta anche la coscienza.

Tanti dicono di averla pulita, ma dimenticano che il modo più semplice per avere una coscienza pulita è tenerla chiusa nella scatola. Mai usata. Perfetta. Immacolata. Pulita.

Chi ha una coscienza, invece, sa di avere fatto dei casini. È umano, se ne rammarica, ci torna sopra, ci perde sonno. Diffidate molto di chi dice di avere una coscienza pulita, perché spesso quella pulizia non è virtù: è inutilizzo.

Ancora una volta, la mancanza di problemi di coscienza, la mancanza, è malvagia.

Ma rimane il punto: se non siete distratti da alcune cose, potete focalizzarvi ed essere efficienti. Ed ecco per quale motivo certe persone hanno più successo: sono più focalizzate perché non si lasciano distrarre dalla sofferenza altrui.

Non chiamateli “psicopatici”. Non dite che i manager di successo sono psicopatici.

Sono semplicemente “malvagi”.




Siamo umani. Siamo quindi vivi nello stesso universo e sottoposti alle stesse leggi fisiche. E l’universo, se proprio vogliamo personalizzarlo, si comporta come se avesse orrore del vuoto.

E questo deve riflettersi, in qualche modo, nel nostro rapporto con l’Universo. La sensazione che proviamo di fronte al “male” è semplicemente il modo in cui viviamo l’horror vacui. Il male non “esiste”.

Il male… “manca”.

E quando avevo iniziato a frequentare i transumanisti, era proprio questa mancanza ad avermi dato una sensazione di malvagio. Non diventeranno solo nazisti. Quello è soltanto un tipo di malvagio.

Diventeranno ogni tipo di malvagio possibile.

Un parlamento di malvagi, appunto.

E non perché la tecnologia sia inerentemente malvagia.

Perché è finita nelle loro mani.




Uriel Fanelli


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