Autocoscienza emotiva.

Autocoscienza emotiva.
Photo by Rob Griffin / Unsplash

Nello scorso articolo ho utilizzato un'espressione particolare, quella di "emotivamente autocosciente", riferendomi a quel tipo di maschio che non riesce a vivere all'interno di una socialità positiva, oppure che cresce trasformandosi in un demente iper-performante ma completamente privo di dimensione emotiva. Mi sono però reso conto di aver dato per scontato un concetto che ho appreso durante un corso tenuto da una bravissima psicologa, e ovviamente non posso aspettarmi che tutti sappiano esattamente cosa significhi.

Il corso in questione era incentrato sulla risoluzione dei conflitti, nella sua versione avanzata. Per intenderci, esisteva un primo livello molto "pratico", operativo, mentre il secondo era decisamente più teorico e profondo, quello che chiamavano "advanced". È stato proprio lì che ho imparato quel termine, e mi sono reso conto di quanto fosse centrale per comprendere certe dinamiche.

Quindi andiamo a chiarire: cos'è l'autocoscienza emotiva? E cosa significa, concretamente, essere "emotivamente autocoscienti"? Sia chiaro fin da subito: anche pochissime donne possiedono questa qualità, ma nel caso maschile la sua assenza crea dinamiche particolari, tipicamente connesse al modo in cui gli uomini gestiscono (o meglio, non gestiscono) le proprie emozioni e relazioni.

Ma veniamo al dunque. Di cosa sto parlando esattamente?


Quando si parla di autocoscienza, in genere il primo test che viene proposto consiste nel verificare se una determinata specie (cani, gatti, o persino robot) sia capace di comprendere che l'immagine vista allo specchio rappresenti se stessa. Ma perché proprio questo costituisce uno dei test fondamentali di autocoscienza?

Il punto è che essere autocoscienti significa, in qualche modo, sapere di esistere. Tuttavia, "sapere di esistere" è una frase incompleta se non aggiungiamo un elemento cruciale: "sapere di esistere in un certo contesto". Non si richiede, sia chiaro, che la persona comprenda appieno il contesto stesso in tutte le sue sfaccettature, ma che riconosca il fatto basilare che "io esisto all'interno di questo specifico contesto". Per esempio, uno spazio tridimensionale nel quale mi trovo fisicamente collocato.

Se so di esistere nello spazio in cui mi trovo, allora necessariamente so anche in quale posizione mi colloco, so dove inizio e dove finisco come entità fisica. E se mi muovo, sono consapevole di come mi sto muovendo e verso quale direzione sto andando. È una consapevolezza spaziale che diventa consapevolezza di sé.

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0921889021001238

https://www.bbc.com/news/technology-19354994

https://pub.towardsai.net/mirror-mirror-a-self-aware-ai-robot-just-recognized-itself-6d2a45f653ab

https://projects.research-and-innovation.ec.europa.eu/en/horizon-magazine/why-robots-are-being-trained-self-awareness

https://en.wikipedia.org/wiki/Mirror_test

Per dirla in termini semplici e concreti, se avete mai osservato un robot aspirapolvere in azione, avrete notato la differenza tra un modello dotato di LiDAR e uno che ne è privo: nel primo caso il sensore fornisce misure geometriche dell’ambiente che permettono di fare SLAM (Simultaneous Localization and Mapping), cioè costruire una mappa mentre si stima in continuo la posa del robot (posizione e orientamento) rispetto a quella mappa. In pratica, il robot non “sa” soltanto che esiste uno spazio: mantiene una stima coerente di dove si trova adesso, e la corregge quando riconosce luoghi già visti (loop closure) per ridurre la deriva accumulata dall’odometria. Un modello senza LiDAR, invece, spesso si basa su navigazione reattiva: sensori di urto/prossimità e una logica “rimbalzo” che finisce per coprire l’area in modo quasi casuale, senza una mappa esplicita. Anche quando ci sono giroscopio e accelerometro (una IMU), questi aiutano a stimare i cambi di direzione e a rendere il movimento più “ordinato”, ma restano una misura indiretta e soggetta a errori cumulativi se non viene ancorata a riferimenti esterni (mappa/landmark). (Questo è un esempio di consapevolezza spaziale operativa—localizzazione e mappatura—ma non esaurisce né dimostra l’autocoscienza in senso forte, che è un tema diverso.)


Se trasportiamo questo concetto nel mondo delle emozioni, possiamo dire che l’autocoscienza emotiva comincia quando non soltanto sappiamo che esistiamo (cioè che possiamo soffrire o provare emozioni), ma sappiamo di esistere anche nei confronti degli altri: dentro una rete di relazioni, aspettative, fragilità e conseguenze.

Così come, se siamo davvero coscienti, sappiamo di trovarci in una cristalleria e quindi dobbiamo muoverci senza urtare nulla che potrebbe rompersi e cadere — perché siamo consapevoli che nello stesso spazio in cui ci muoviamo esistono anche altre entità, altri vincoli, altre “cose” che non sono estensioni del nostro corpo — allo stesso modo, se siamo emotivamente autocoscienti, sappiamo che attorno a noi esistono altre persone, altre personalità, altri mondi interiori capaci di emozioni.

Ma non è solo una questione di urti, o di “non fare danni”. Nel paragone precedente, il robot dotato di LiDAR si costruisce una mappa dell’ambiente e stima dove si trova: quindi non reagisce soltanto all’ostacolo quando ci sbatte contro, ma tratta lo spazio come una struttura con regole, vincoli, percorsi possibili.

(E qui serve una precisazione netta, senza ipocrisie: un robot da pavimento non è autocosciente. Punto. Quello che fa — anche quando fa SLAM benissimo — è localizzazione e navigazione, non coscienza, non intenzionalità, non responsabilità, non “sé”. Lo cito solo come analogia didattica per visualizzare una forma minima di orientamento nel contesto: l’idea di stare da qualche parte e di doverci stare in un certo modo.)


Anche nel campo delle emozioni le cose funzionano in modo analogo: essere emotivamente autocoscienti significa, in sintesi, almeno tre cose molto concrete (e tutte, a loro modo, “misurabili” nella vita quotidiana).​

  1. Sapere di esistere emotivamente: cioè riconoscere di essere capaci di emozioni e, soprattutto, saper nominare quelle che si stanno provando in quel momento (non a posteriori, non quando ormai è tardi, non quando il danno è fatto). Questa parte include anche accorgersi dei segnali corporei e comportamentali che accompagnano l’emozione, perché spesso l’emozione arriva prima del nostro racconto razionale su di essa.​
  2. Sapere che attorno esistono altri soggetti capaci di emozioni — persone, certo, ma anche animali domestici — e accettare che il loro “interno” non è un dettaglio, né una decorazione, né un accessorio della nostra giornata. Significa provare a capire cosa stanno vivendo (con empatia, con osservazione, con esperienza), oppure — quando non lo si capisce — avere la maturità di chiederlo invece di inventarselo.​
  3. Riconoscere che lo “spazio” emotivo in cui ci muoviamo ha regole e vincoli, esattamente come lo spazio geometrico: così come non possiamo volare o attraversare i muri nella realtà fisica, nella realtà emotiva non possiamo fare qualsiasi cosa e poi pretendere che non abbia conseguenze. Esistono limiti, tempi di recupero, ferite, memorie, soglie di tolleranza, e ignorarle non è libertà: è soltanto irresponsabilità travestita da spontaneità.​

Per comodità, d’ora in avanti chiamerò “gruppo”, o “ambiente”, o “società” questo spazio emotivamente regolato; ma, a seconda dei casi, potrebbe benissimo chiamarsi “famiglia” o “coppia”. Il concetto di base è che non sono soltanto gli altri esseri capaci di emozioni ad avere regole e stati interni propri: anche lo spazio relazionale in cui ci muoviamo ha regole, e sono regole — appunto — di natura emotiva.

Quando si dice che un gruppo è “welcoming”, per esempio, non si sta descrivendo solo la somma aritmetica di persone gentili. Si sta dicendo che l’ambiente, come sistema, tende a scoraggiare (o a sanzionare) movimenti emotivi di respingimento, di umiliazione, di ridicolizzazione: in altre parole, che esiste una norma implicita per cui, al netto delle frizioni inevitabili, l’esito complessivo delle interazioni dovrebbe restare entro un perimetro di accoglienza. Questo assomiglia a ciò che in ambito organizzativo viene spesso chiamato “sicurezza psicologica”: un clima in cui le persone percepiscono di poter parlare, esporsi e anche sbagliare senza essere punite o umiliate.


Andiamo al pratico: come si comporta una persona che non ha autocoscienza emotiva? Io, per capirci, distinguo due livelli: alcuni comportamenti sono generali, trasversali; altri, invece, li vedo comparire più spesso nel maschile per ragioni culturali e di educazione emotiva (non per “natura”, e non come condanna collettiva).​

Partiamo dai comportamenti generici. La prima cosa che noto è questa: chi non ha autocoscienza emotiva entra in un gruppo senza chiedersi come sia regolato lo spazio. Non si domanda “che posto è?”, “che clima c’è?”, “che cosa qui è considerato invasivo, o aggressivo, o semplicemente fuori luogo?”.

Non si interroga quindi sulla "cultura" di quel posto, ovvero sulla struttura di quello spazio emotivo.

Al massimo cerca delle regole strumentali con cui interagire con gli altri — e spesso le cerca per piegarle a proprio vantaggio, non per abitarle. Nel mio lessico questa cosa si chiama opportunismo emotivo: la tendenza a trattare le emozioni altrui come variabili da sfruttare, non come realtà da rispettare.​

  • A quel punto, per questa persona, lo spazio “non ha regole” finché non ci sbatti contro. È un po’ come il robot per pavimenti che tenta di attraversare i muri: il muro esiste solo nel momento in cui lo blocca. Ma, anche quando lo blocca, il problema non diventa “ah, quindi il mondo ha dei vincoli”: il problema diventa la punizione. Non sono i muri a contare: conta il proprietario — quello che ti riporta al negozio se non rendi, se non performi, se rovini la reputazione della macchina. L’importante è non sbattere contro il proprietario; dei muri, poi, eventualmente, si può anche parlare. (Sì: è un’analogia, volutamente cattiva, e serve solo a rendere l’idea.)​
  • Dopo aver ignorato l’esigenza di capire quali siano le regole dello spazio — tanto “sbatterci” è seccante ma, nella sua testa, non fa troppo danno — la persona senza coscienza emotiva si orienta in maniera completamente individuale. Sa benissimo perché  è lì, e quel motivo lo conosce e lo ripete con precisione; ma non si sforza minimamente di chiedersi per quale motivo gli altri siano in quello stesso spazio. Quindi cerca di raggiungere i propri scopi incurante del fatto che altri abbiano i loro obiettivi emotivi: magari gli altri cercavano uno spazio “welcoming”, accogliente, o almeno non ostile; ma siccome la persona cercava uno spazio per competere, vincere, primeggiare o “portare a casa qualcosa”, allora chissenefrega se questo mette a disagio qualcuno. E non è nemmeno cattiveria consapevole: è cecità, è mancanza di autocoscienza emotiva.

Questo effetto è generale, e lo vedo sia negli uomini sia nelle donne. Li riconoscete quando parlano, perché qualunque frase comincia per “io”: io penso, io voglio, io ho fatto, io ho subito, io ho ragione; e tutto il resto — se va bene — entra come contorno. Li riconoscete anche perché, mentre ascoltano qualcuno che sta raccontando qualcosa di personale, non fanno quasi mai domande del tipo: “e tu come ti senti?”, oppure “e tu come ti sei sentito, in quel momento?”. E non parlo di domande “da manuale”, recitate: parlo di quella curiosità minima che ti fa capire che davanti non hai un pubblico, ma una persona.

Questa assenza di interesse, nella mia esperienza, non è sempre cattiveria deliberata: molto spesso è proprio mancanza di consapevolezza del fatto che le altre persone si siano sentite in un certo modo, e che abbiano a loro volta emozioni — non accessori narrativi, ma stati interni reali. La psicologa che teneva il corso mi disse che una parte di questo fenomeno viene descritta con concetti come l’alessitimia (difficoltà a identificare e descrivere le emozioni), che in diversi studi è stata associata anche a difficoltà empatiche e di “perspective taking”, cioè a una minore capacità di mettersi nei panni dell’altro. In pratica: se non riesci a leggere bene quello che succede dentro di te, finisci per leggere ancora peggio quello che succede dentro gli altri, e ti sembra perfino normale.


Quando la persona che non ha autocoscienza emotiva è un maschio, spesso il comportamento che emerge è quello della conquista dello spazio: uno spazio che viene, di fatto, tolto agli altri, perché l’uomo non autocosciente tende a dividere chi ha davanti in due sole categorie — opportunità e pericoli.​

Di conseguenza, il soggetto cercherà di ristrutturare l’ambiente ignorandone le regole implicite, e tenterà di “posizionare” le altre persone come pedine, a prescindere dal loro stato emotivo: stato emotivo che non gli interessa e, soprattutto, non percepisce. La sua metrica non è “come stiamo insieme”, ma “quanto mi serve” e “quanto mi minaccia”: il grado di pericolo e il livello di opportunità diventano l’unico metro di lettura, l’unico radar acceso.

A quel punto lo spazio viene marcato. E qui uso volutamente un’immagine sgradevole, perché è sgradevole anche il fenomeno: come fanno certi animali con gli escrementi, l’obiettivo non è solo essere presenti, ma coprire le regole precedenti e sostituirle con le proprie. Non è “tossicità”, parola che ormai è una bestemmia passe-partout buona per ogni litigio; è qualcosa di più simile a un comportamento virale. Nel senso che, se quel tipo umano non viene espulso immediatamente — cosa paradossalmente difficile proprio negli spazi “welcoming”, dove si tende a concedere sempre un’altra chance e a scambiare l’aggressione per “carattere” — allora i non autocoscienti colonizzano lo spazio, lo saturano, lo rendono inutilizzabile per chiunque non sia lì per fare performance sociale.

A quel punto lo spazio è perso. E se tu eri lì per altri scopi — amicizia, confronto, collaborazione, crescita, persino semplice serenità — la scelta più razionale è abbandonarlo immediatamente.

Perché? Perché non vale la pena tentare di sanarlo?

Per una ragione semplice, e qui bisogna tenere distinti i piani: un conto è insegnare a qualcuno dei comportamenti “corretti” (fare domande, ascoltare, non interrompere, non umiliare), un altro è avere una socializzazione emotiva. La socializzazione emotiva non è un manuale di buone maniere: è un’abitudine profonda, un riflesso, una grammatica interiore che si forma prestissimo nella vita.

Io la metto giù così: le competenze sociali che producono l’autocoscienza emotiva si imparano entro l’infanzia — diciamo entro i dieci anni — e dopo non è che sia “difficile” acquisirle: è un’altra cosa. È come cercare di raddrizzare un ulivo centenario: puoi anche provarci, ma non si fa. Ormai è storto, e soprattutto è convinto che quella curvatura sia la normalità.

Queste persone, per compensare la mancanza di autocoscienza emotiva, spesso sviluppano altre competenze: retorica, faccia tosta, capacità di dominare la scena, fiuto per i rapporti di forza. E anche se tu usassi l’autorità per cacciarle, siccome vogliono quello spazio emotivo, torneranno a intrufolarsi in qualche modo; oppure faranno quello che succede in ogni conflitto quando non si riesce a prevalere sul merito: la ricerca di alleati. È quando cominciano a cercare alleati nell’audience che sai di avere davanti un conflitto irrisolvibile: non stanno più parlando con te, stanno costruendo consenso contro qualcuno, e lo “spazio” diventa un palco.

Se sei in un’azienda, appena vedi la caccia agli alleati puoi tagliare corto e cacciare la persona: il conflitto non rientra, e non vale la pena lasciarlo fermentare. Ma in un ambiente come un dudes club, dove l’adesione è volontaria, spesso è inutile: non hai davvero leve, e l’energia per “bonificare” lo spazio la paghi tu, non lui.

Quindi, per ragioni di economia emotiva, conviene pensare a te stesso e salvare la tua peace of mind: abbandona lo spazio e non curartene più.


Per fare un esempio di quanto sia fondamentale — e, soprattutto, comune — questo problema, posso usare lo stesso concetto per leggere dei fenomeni pratici, che probabilmente avrete incontrato anche voi, centinaia di volte.

Chi fallisce a sviluppare autocoscienza emotiva resta fermo a un livello infantile dello sviluppo personale: non nel senso “carino” del termine, ma nel senso che continua a muoversi negli spazi relazionali con la logica dei dieci anni. Prende, spinge, marca, conquista. E questo, inevitabilmente, fa fallire anche un passaggio che dovrebbe arrivare con la crescita: diventare un maschio adulto davvero.

Siccome tra gli spazi di cui parlo ci sono anche “famiglia” e “coppia”, questa cosa produce una difficoltà maschile molto concreta (di genere, sì): nell’interazione con l’altro sesso, con i figli, e più in generale con chiunque si aspetti una convivenza emotiva regolata. Perché un conto è voler essere al centro. Un altro è saper stare in un contesto senza trasformarlo in una palestra per il proprio ego.

Il punto è che queste persone spesso vogliono lo status e le opportunità del maschio adulto — autorevolezza, attenzione, accesso, riconoscimento — senza pagarne il prezzo: acquisire le competenze della maturità emotiva. E allora cercano una scorciatoia: un travestimento.

Un travestimento possibile (e, storicamente, molto comodo), un vestito da maschio molto economico, è quello fascista. Siccome non riesci a diventare un maschio adulto, usi una maschera virile a basso costo: prendi la rabbia, la trasformi in identità; prendi l’insicurezza, la trasformi in disciplina; prendi la paura, la trasformi in aggressione. Spacchi tutto, fai il pugile, urli, minacci, “spezzi le reni alla Grecia” e altre fantasie da operetta muscolare: ed ecco che ti senti un uomo adulto, senza aver imparato a esserlo. O meglio, credi di sembrare un maschio adulto. Si tratta di un travestimento.

Ovviamente esiste anche un altro travestimento, per maschi emotivamente incompetenti: quello da donna. È una strada socialmente molto più costosa — quindi, per definizione, minoritaria — e proprio perché costa viene scelta da pochi.​

In ogni caso, schematicamente, non c’è molta differenza fra travestirsi da donna e travestirsi da uomo: in entrambi i casi il maschio emotivamente incompetente deve travestirsi, o da uomo o da donna, deve mettersi addosso una maschera identitaria che supplisca a ciò che non ha costruito dentro. Oppure deve convivere amaramente con la propria incompetenza, senza più pretendere che il mondo gli paghi il conto.

Per questo il travestimento da fascisti ha tutto questo successo tra quei maschi, e ne saranno quasi sempre attratti, in qualche misura.


Il punto, per me, resta semplice: la mancanza di competenze emotive impedisce a queste persone di diventare adulti completi, o emotivamente autocoscienti. E per compensare devono trovare una strategia. La più economica è la performance: pseudo-mascolinità aggressiva da una parte, recite identitarie woke dall’altra, sempre con la stessa logica sotto — ottenere lo status senza passare dalla maturazione. In entrambi i casi, io ci leggo la stessa radice: incompetenza emotiva e incapacità di vivere in uno spazio regolato.

Questo serve anche a spiegare perché, alla fine, certi spazi muoiono.

Dover chiudere un forum mi ha mostrato qualcosa che avrei dovuto capire prima, visto tutto il training che ho subito avuto, che forse ho sbagliato a non agire subito per il desiderio di riempire di speranze quello che stavo facendo.

In compenso, il corso che ho fatto ha funzionato: quando ho capito cosa stava succedendo, ho applicato la tecnica più utile che mi abbiano mai insegnato: pensare a me stesso. Come diceva la trainer

Du musst funktionieren.

Quando ti rendi conto che lo spazio è stato rovinato da questi pseudoadulti, la cosa sensata è stabilire un limite massimo al “costo emotivo” dell’interazione. Lo stabilisci prima. E quando arrivi a quel limite, molli.

“Ok, whatever”.

Perché a quel punto non puoi più far nulla per salvare quello spazio — che sia un forum, un team aziendale, una coppia o una famiglia. Devi abbandonarlo. Non ha più senso investirci energia emotiva: devi frenare l’emorragia prima che diventi depressione da esaurimento.​

La parola d'ordine rimane quella: Du musst funktionieren.


E qui apro una parentesi importante, perché altrimenti sembra che “mollare” sia una resa o, peggio, un capriccio.

Un corso di conflict management (gestione del conflitto) non ti insegna solo a evitare i conflitti o a spegnerli quando compaiono: ti insegna anche a riconoscere quelli che non possono essere eliminati e che vanno, semplicemente, gestiti. E “gestire” non significa performare: significa scegliere dove mettere energie, dove mettere limiti, e soprattutto quando smettere. In altre parole, ti insegna che l’evitamento sistematico è spesso una strategia sbagliata, ma ti insegna anche che a volte l’uscita veloce è la strategia più economica.

Ed è per questo che, molto prima di perderci l’equilibrio, la presenza di maschi emotivamente incompetenti (o emotivamente non-autocoscienti) mi ha spinto a prendere la decisione di chiudere l’intero forum.

Lo spazio conteso è scomparso, prima che mi costasse troppo in termini energetici mantenerlo funzionale.

Du musst funktionieren.


Doloroso, certo. Ma era la strategia a danno minore per me: in quel momento, l’unica scelta razionale era fermare l’emorragia, prima che diventasse esaurimento, cinismo, o una forma più sottile di depressione da consumo emotivo.​

Du musst funktionieren.

E purtroppo ho potuto toccare con mano la quantità — e la varietà — di questi maschi emotivamente incompetenti, o non-autocoscienti. Non parlo di “casi rari”, né di eccezioni statistiche: parlo di un campionario abbastanza ampio da rendere impossibile liquidare tutto come sfortuna.​

Non credo che ripeterò ancora l’errore di creare uno spazio simile. Anche perché un corso serio di gestione del conflitto, se ti insegna qualcosa, ti insegna anche questo: gestire un conflitto significa anche uscirne vivi.

Du musst funktionieren.

Il bello degli esperimenti è che impari. E quando impari davvero, la lezione non resta un pensiero: diventa una decisione strutturale.