Sull'anti-intellettualismo di sinistra.
Quando si parla dell'anti-intellettualismo in genere tutti parlano del Kennedy che dice boiate sui vaccini e sull'autismo (e fanno bene, perche' e' un esempio), ma spesso si dimentica dell'esistenza di un vastissimo anti-intellettualismo radicato tra movimenti di sinistra, rivolto principalmente a quelle branche della scienza che negano le tesi di quei movimenti.
Questa e' la ragione per la quale non penso che gli USA, se dovessero anche perdere le elezioni i MAGA, migliorerebbero di molto. L'altra fazione, cioe', e' altrettanto anti-intellettualista, specialmente quando si parla di scienza. E vorrei far notare che, per esempio, il pensiero anti-vax e la diffusione dell'omeopatia non sono legati alla cultura di destra, bensi' storicamente hanno sempre trovato posto a sinistra, tra i sostenitori delle "medicine alternative".
Gli esempi di questi anti-intellettualismo non mancano, piu' o meno in ogni settore.
L’opposizione “di sinistra” agli OGM è un buon caso di anti‑intellettualismo: esiste un consenso tecnico piuttosto robusto sulla loro sicurezza, ma una parte del mondo ambientalista e consumerista continua a dipingerli come intrinsecamente nocivi e a delegittimare chi produce questi risultati. Questo finisce per logorare la credibilità della stessa scienza che, in altri ambiti (clima, inquinamento), gli stessi attori dicono di voler difendere.
Il consenso scientifico sugli OGM
Accademie e agenzie come le National Academies statunitensi, l’EFSA europea e vari organismi regolatori nazionali affermano da anni che i cibi OGM approvati non presentano rischi sanitari speciali rispetto agli equivalenti convenzionali, purché valutati caso per caso. Una rassegna di dichiarazioni di accademie di scienze di diversi paesi mostra una posizione convergente: l’ingegneria genetica è una tecnica di miglioramento come le altre, non una categoria “maledetta” di per sé.
Sondaggi tra scienziati indicano che una vasta maggioranza di ricercatori ritiene sicuri i cibi geneticamente modificati che hanno superato i controlli, con percentuali addirittura paragonate o superiori a quelle sul consenso climatico. A fronte di ciò, il pubblico generale rimane molto più diffidente, con ampi segmenti che considerano gli OGM “non sicuri” nonostante la mancanza di prove di danno nella popolazione.
La narrazione militante anti‑OGM
Una parte consistente dell’ambientalismo radicale e di organizzazioni “food activist” continua però a presentare gli OGM come minaccia sistemica alla salute e all’ambiente, indipendentemente dal tipo di coltura o dal tratto genetico inserito. In questo frame, il consenso scientifico non è la sintesi di centinaia di studi, ma il prodotto di accademie e agenzie “catturate” dalle multinazionali, quindi intrinsecamente sospetto.
Si vedono così campagne che parlano di ingegneria genetica come di una delle “più grandi sfide ambientali del XXI secolo”, usando un linguaggio apocalittico che non distingue tra singoli progetti (es. Golden Rice, colture resistenti alla siccità) e uno scenario indistinto di catastrofe alimentare e sanitaria. Il punto non è una critica specifica a un dossier di rischio, ma il rifiuto del principio stesso di valutare caso per caso, sostituito da un giudizio morale globale (“artificiale = male”, “Monsanto = male, quindi la genetica = male”).
Demonizzazione e cancellazione di scienziati e studi
Quando genetisti, agronomi o tossicologi comunicano pubblicamente che i dati disponibili non supportano l’idea di rischi sanitari peculiari per i cibi OGM autorizzati, vengono spesso descritti da questi ambienti come “venduti” all’industria, “scienziati di regime” o parte di un complotto per avvelenare la popolazione. Reti e ONG anti‑OGM arrivano ad attaccare gruppi di ricerca e accademie che sostengono il consenso, accusandoli di “negare” la verità allo stesso modo in cui denunciano i negazionisti climatici, solo nella direzione opposta.
In casi estremi, campagne militanti hanno cercato di far interrompere o distruggere sperimentazioni in campo aperto proprio con l’argomento che “queste piante non devono nemmeno essere testate”, impedendo di raccogliere i dati che potrebbero rassicurare o correggere l’opinione pubblica. Questa ostilità verso il semplice atto di sperimentare è l’aspetto più chiaramente anti‑intellettuale: invece di criticare i risultati, si cerca di impedire che la conoscenza venga prodotta.
Effetti sulla credibilità della scienza
Il paradosso è evidente: molte delle stesse organizzazioni che chiedono di “seguire la scienza” sul clima o sull’inquinamento liquideranno il consenso sugli OGM come frutto di interessi oscuri quando non conferma la narrativa desiderata. Questo doppio standard comunica al pubblico un messaggio implicito: la scienza è autorevole solo quando conferma ciò che il mio gruppo già crede, altrimenti è “corrotta” e va ignorata.
Nel lungo periodo, un tale uso selettivo della scienza mina la fiducia negli stessi istituti, metodi e comunità che servono per difendere politiche ambientali fondate sui dati. Se il cittadino impara che le dichiarazioni delle accademie possono essere scartate come propaganda ogni volta che urtano un totem ideologico (OGM oggi, qualcos’altro domani), allora anche il consenso sul clima, sui vaccini o su altre questioni cruciali diventa percepito come “una posizione di parte”, non come il risultato di un lavoro collettivo di ricerca.
In questo senso, il rifiuto pregiudiziale degli OGM da parte di una certa sinistra non è solo un errore fattuale, ma un attacco alle stesse condizioni culturali che rendono possibile una scienza credibile: libertà di ricerca, valutazione basata sulle prove e fiducia nel fatto che il metodo critico valga anche quando i risultati non piacciono.
Anti‑intellettualismo antinucleare
Dal punto di vista quantitativo, il nucleare civile ha un tasso di morti per unità di energia molto inferiore a carbone, petrolio e gas, e emissioni di CO₂ per kWh comparabili alle rinnovabili. L’uso storico del nucleare ha evitato milioni di morti da inquinamento e decine di gigatonnellate di CO₂, e la maggior parte degli scenari IPCC vede il nucleare almeno come opzione low‑carbon plausibile.
Una parte della sinistra ecologista continua però a trattare il nucleare come “nemico assoluto”, basandosi quasi solo su immagini di Chernobyl/Fukushima e su argomenti simbolici (scorie “eterne”, “tecnologia militarista”) senza confronto serio con dati comparativi di rischio e benefici climatici. Chi, dall’interno della sinistra, propone di riconsiderarlo come uno degli strumenti contro il climate change viene spesso dipinto come “venduto alla lobby nucleare” o “eco‑modernista traditore”, invece di essere affrontato sul merito (costi, tempi, benchmark reali).
Questo diventa anti‑intellettualismo perché:
- si rifiutano metriche quantitative (morti/TWh, gCO₂/kWh, LCA delle scorie) in favore di un rifiuto morale di principio, impermeabile a dati nuovi;
- si delegittimano in blocco agenzie e studi che mostrano il vantaggio climatico del mix con nucleare, mentre le stesse agenzie sono celebrate quando parlano di rinnovabili o di climate science.
Anti‑intellettualismo sull’“inesistenza del sesso biologico”
La biologia di base parte da un fatto semplice: nei mammiferi esistono due tipi di gameti (ovuli e spermatozoi) e la quasi totalità degli individui ha assetti riproduttivi coerenti con due categorie di sesso, pur con una piccola quota di variazioni/intersex. La ricerca recente discute come rappresentare in modo più accurato queste eccezioni e la relazione fra sesso (categoria biologica) e genere (categoria sociale), non l’abolizione del concetto di sesso biologico.
In alcune bolle accademico‑attiviste di sinistra si è però affermata una retorica per cui parlare di sesso biologico come realtà materiale robusta sarebbe “cattiva scienza” o “biologismo oppressivo”, e si arriva a sostenere che il sesso sia del tutto “spettro” o costruzione linguistica. Quando biologi evoluzionisti o medici ricordano che la riproduzione sessuata umana resta organizzata intorno a due classi principali, vengono accusati di fare “politica reazionaria travestita da scienza”, e talvolta pannelli o conferenze che difendono l’utilità del concetto di sesso in medicina sono cancellati per protesta.
Qui l’anti‑intellettualismo sta nel sostituire il lavoro faticoso di chiarire concetti (binarietà a livello di gameti, variabilità intersex, distinzione sesso/genere) con uno slogan politico (“il sesso biologico non esiste”) che entra in contraddizione con la pratica clinica, la genetica, la farmacologia. Così si manda al pubblico un messaggio devastante: se la biologia non dice quello che serve alla mia agenda, allora “la biologia è falsa”, alimentando la percezione che la scienza sia pura retorica di parte.
L’anti‑intellettualismo “naturalista” rappresenta una delle espressioni più evidenti di ostilità alla scienza nella sinistra eco‑militante contemporanea. In questa visione del mondo, tutto ciò che viene percepito come “naturale” è ritenuto spontaneamente buono e puro, mentre ogni prodotto o processo industriale è guardato con sospetto, come se la sola origine “di fabbrica” bastasse a decretarne la pericolosità morale e sanitaria.
Psicologi, divulgatori e filosofi della scienza descrivono questo atteggiamento come “appeal to nature fallacy”: l’idea che il criterio “naturale vs artificiale” possa sostituire la valutazione empirica di rischi e benefici. In campo ambientale e sanitario questo si traduce in campagne contro pesticidi di nuova generazione, fertilizzanti di sintesi, additivi alimentari, farmaci, cosmetici o materiali tecnologici, spesso senza distinguere tra sostanze con profili tossicologici molto diversi e senza considerare che molte alternative “rustiche” o tradizionali sono meno controllate, meno pure o più pericolose. L’industria viene rappresentata come una macchina di corruzione antropologica ed ecologica, mentre la “vita semplice” o la produzione artigianale diventano feticci morali a prescindere dai numeri.
Quando chimici, tossicologi, epidemiologi o ingegneri ricordano che una molecola è identica, sia che provenga da una pianta, sia che venga sintetizzata in un reattore, e che la sicurezza dipende da dose, esposizione, metabolismo e controllo qualità, non dalla provenienza romantica o industriale, la reazione in questi ambienti è spesso di delegittimazione personale. Invece di criticare metodi, campioni o statistiche, si passa direttamente all’accusa: “scienza mercenaria”, “esperti comprati dalle multinazionali”, “studio commissionato per coprire la verità”. Che esistano casi reali di conflitto di interessi e “science‑for‑hire” è documentato e merita analisi rigorosa; il salto anti‑intellettuale sta nel trasformare l’esistenza di abusi in una presunzione generale di colpevolezza verso chiunque produca dati favorevoli a una certa tecnologia o prodotto industriale.
Questo meccanismo non mira a migliorare i controlli, ma a sostituire la valutazione scientifica con un tribunale morale fondato su appartenenze tribali: il contadino “naturale” e l’erborista sono per definizione dalla parte giusta, l’industriale e lo scienziato che lo difende dalla parte sbagliata, qualunque cosa dicano i numeri. Il conflitto di interessi, da tema reale da documentare caso per caso, diventa un insulto passe‑partout che esonera dal dover entrare nel merito di studi, revisioni indipendenti, metanalisi o linee guida regolatorie. È esattamente la dinamica che si vede anche su OGM e nucleare: l’evidenza viene accettata soltanto quando conferma un istinto estetico e morale preesistente, e respinta come “venduta” quando lo contraddice.
Il danno di lungo periodo è duplice. Sul piano materiale, si ostacola l’adozione di tecnologie che potrebbero ridurre inquinamento, incidenti, sprechi o esposizione a rischi effettivi rispetto alle soluzioni “naturali” idealizzate. Sul piano culturale, si indebolisce la stessa idea di scienza come istanza comune di realtà: se una parte della sinistra ascolta gli esperti solo quando certificano la bontà del “naturale” e li demonizza quando mostrano che un prodotto industriale ben progettato è più sicuro, allora la scienza appare al pubblico non come metodo per correggere i pregiudizi, ma come strumento retorico al servizio della fazione di turno. In questo clima, ogni perizia, ogni valutazione del rischio, ogni linea guida sanitaria o ambientale finisce per essere percepita come “opinione interessata”, e non come il risultato di un processo collettivo di controllo incrociato, proprio nel momento storico in cui sarebbe più urgente avere istituzioni scientifiche credibili per affrontare crisi climatiche, sanitarie ed energetiche.
La morale di tutto questo e' abbastanza semplice: quando si pensa che gli USA usciranno dall'abisso di ignoranza e incompetenza della loro classe politica, o si pensa che questa tendenza sia destinata a morire in Europa grazie a qualche "sinistra" illuminata o filoscientifica che andrebbe al potere, bisogna sempre ricordare una cosa: la differenza non e' molta, cambiano semplicemente gli oggetti dell'attenzione.
Tra dire che i vaccini fanno male o dire che gli OGM fanno male, in entrambi i casi senza prove scientifiche, non c'e' molta differenza. In entrambi i casi e' odio verso quelle istituzioni scientifiche che certificano il contrario.
Per cui mi spiace, ma non vedo moltissime differenze tra Kennedy Jr e Bonelli, alla fine dei conti sono solo due diversi volti politici dello stesso amore per ignoranza e incompetenza.
E questo vale anche per il discorso sulla AI, sia chiaro.