Ah, il mito dell'autarchia.
Da quando in EU si comincia ad approcciare il discorso di rendersi indipendenti dagli USA, ecco che arrivano quelli che si chiedono (ma solo a meta') se sia davvero possibile per la EU "emanciparsi" dagli americani sul piano delle tecnologie. Il problema di questi intellettuali e' che lo fanno a meta', e usando idee del 1943 e ponendosi una domanda diversa.
Questo e' un esempio:

Allora: se vogliamo davvero capire se l’Unione Europea possa “emanciparsi” dalle tecnologie americane, la prima cosa da fare è rimettere in fila il contesto, invece di ridurre tutto a una curva da stadio in cui si “tifa Trump” (o chi per lui).
Perché nell’articolo — ed è un vizio ricorrente, non un dettaglio — “emancipazione” viene trattata come sinonimo di “fare da soli”, cioè di autarchia. Ma è un’equivalenza sbagliata, e porta fuori strada già al primo passo. “Fare a meno degli USA” e “fare tutto da soli” non sono la stessa cosa: nel primo caso parli di dipendenze, leve, catene di fornitura, standard, controllo e potere contrattuale; nel secondo stai immaginando un’Europa chiusa in casa che si ricostruisce da zero ogni bullone, ogni microchip e ogni riga di software.
Persino Trump — che continua a raccontarsi e a raccontare agli altri di poterlo fare — ha appena incassato una sonora smentita nel momento in cui ha provato a “negoziare” la sua solita guerra commerciale con il Canada. E qui il punto non è nemmeno la scenografia: è l’esito, e cioè che il Canada non è rimasto seduto ad aspettare che la baracca cadesse.
Si è alzato dal tavolo e, invece di restare incastrato nel teatrino, ha iniziato a muoversi altrove, mettendo sul piatto accordi con altri blocchi: Unione Europea da un lato, Giappone e Corea del Sud dall’altro, su energia, filiere, infrastrutture e standard tecnologici.
Con l’UE, Ottawa sta lavorando attivamente a un Digital Trade Agreement che modernizzi la relazione post‑CETA, centrato su AI, cybersecurity, conformità e standard, con un impegno esplicito a “riconoscere” in modo reciproco le certificazioni di prodotti digitali, riducendo i test duplicati e l’attrito burocratico. Parallelamente, il quadro UE–Canada su materie prime critiche (lithio, cobalto, grafite, terre rare) è rinforzato da accordi strategici pensati per diversificare l’offerta europea e ridurre il rischio di nuova dipendenza unilaterale.
Sul fronte indo‑pacifico, il MOU Canada–Corea del Sud firmato a fine gennaio 2026 punta su “future mobility”: cooperazione industriale tra i due Paesi in auto elettrica e a idrogeno, batterie e catene del litio, con un comitato specifico per la collaborazione industriale e un impegno a rafforzare le catene di approvvigionamento di minerali critici, clean energy e sicurezza energetica. Allo stesso tempo, un accordo bilaterale energia–LNG con il Giappone (MOU e forum di dialogo) alimenta il flusso di gas naturale liquefatto dal Canada verso Tokyo, inserendosi in un’architettura più ampia di partnership energetica trans‑pacifiche.
Di conseguenza, gli articoli che si chiedono se un’autarchia europea sia realisticamente possibile non hanno torto, e anzi partono da un’osservazione inattaccabile: nessuna vera autarchia è possibile, oggi come oggi, in un mondo dove le filiere, le standards e le dipendenze tecnologiche sono intrinsecamente globali.
Il punto, però, è che la domanda di partenza è sbagliata, o almeno imprecisa. Nessuno, in verità, sta chiedendo se l’UE possa isolarsi in una specie di bunker tecnologico autosufficiente; il vero quesito è: può l’Unione Europea emanciparsi dalle tecnologie americane in modo strategico, senza però cadere nel sogno illusorio di fare tutto da sola?
Cambiando la domanda, la risposta diventa molto più chiara: non si tratta di “vivere in autarchia” — cosa impossibile e inutile — ma di riposizionare le dipendenze, diversificare le fonti, costruire capacità interne laddove si trattano settori critici e, in generale, trasformare la relazione con gli Stati Uniti da asymmetria patologica in relazione di potere negoziabile
Prima di affrontare il problema, però, smontiamo anche una convinzione ancora molto diffusa. Negli anni ’80 è entrata nel DNA del dibattito politico‑economico l’idea che l’influenza geopolitica ed economica di un paese dipenda principalmente, se non esclusivamente, dalla sua dimensione, o dal peso del suo mercato interno.
Ma il grande cambiamento che è avvenuto è proprio questo: nel mondo globalizzato, la dimensione conta meno delle connessioni. E con “connessioni” intendo in modo esplicito relazioni commerciali, filiere condivise, accordi politici e coalizioni di interesse. Ci sono nazioni piccole ma immensamente potenti, perché sono nodi chiave di sistemi molto più grandi: basta pensare a Taiwan, con la sua posizione dominante nella produzione di semiconduttori, o a Singapore, con la sua rete di hub finanziari e logistici, o ancora alla Corea del Sud, che pesa in modo sproporzionato rispetto al proprio territorio grazie a industrie chiave come i semiconduttori, le batterie e l’elettronica avanzata.
Nel mondo globale, la dimensione conta meno delle connessioni, e questo cambia il colore della domanda “come potrebbe l’UE fare a meno degli USA”? I commentatori continuano a leggerla come una sfida a ingrandire in modo sterico la propria industria, a forzare una “crescita tecnologica” o una “espansione energetica” che si risolve in slogan più che in strategia. Ma la semplice verità è che fare a meno degli Stati Uniti non significa prima di tutto diventare più grandi, ma riposizionare la posizione dell’UE sul piano delle alleanze, degli accordi, delle specializzazioni e delle filiere, in modo da non essere presa in ostaggio in un numero ridotto di punti critici.
Abituati a pensare che "size matters", tutti ovviamente saltano su dicendo "ma allora tu vuoi allearti con la Cina". Ma non e' vero. Per eliminare dipendenze da elettronica o informatica, Taiwan e Corea del Sud sono piu' che sufficienti.
Forse nel campo dei cloud e del software la cosa sarebbe piu' orientata verso la Cina, ma sarebbe, appunto, UNA delle connessioni commerciali.
Ma il punto rimane questo: la dimensione di un blocco economico pesa MENO delle connessioni economiche con gli altri paesi/blocchi.
Per questa ragione, la credenza secondo la quale tutto quello che abbiamo da fare e' di costruire un blocco economico grande e potente, oppure un mercato unico enorme, e via dicendo, potrebbe essere smentito dalla realta': insieme, l'accordo UE-India e UE-Mercosur sono molto piu' significativi di quanto verra' fatto l'anno prossimo per creare "il mercato finanziario unico", nel senso che in ultima analisi, a vincere lo scontro non sara' il piu' grosso, come crede trump, ma quello con piu' trattati, meno dazi, e piu' relazioni.
"Size does not matter anymore."
