Ah, il Mercosur.

Ah, il Mercosur.

Dopo lo scorso post, in cui ricordavo anche le conseguenze devastanti delle decisioni della CEE che anteponevano le ragioni “tecniche” del commercio alla vita di intere popolazioni, è arrivata, immancabile, la domanda via social: «Ma non ti rendi conto che l’accordo Mercosur farà la stessa cosa ad altre zone d’Italia?».


Chi ha detto che non me ne rendo conto?

Me ne rendo conto fin troppo bene.


Sta venendo riutilizzato lo stesso identico schema di allora: si mette sul tavolo un pacchetto che promette efficienza, competitività, razionalizzazione, apertura dei mercati, armonizzazione col diritto internazionale, e in cambio si offrono aiuti europei a chi sta per essere macellato.


Per qualche anno i sussidi tengono in piedi il teatro, poi all’improvviso diventano “distorsioni del mercato” e si scopre che “siamo contro i sussidi”: a quel punto arriva il bagno di sangue. Nel ferrarese lo schema fu esattamente questo: prima la fase in cui si pagavano le quote per smettere di fare barbabietola, poi, quando il settore dipendeva dai trasferimenti pubblici, la solita chiamata in qualche sala riunioni del WTO, con le ONG di contorno a ripetere che quei sostegni affamavano il Sud del mondo, e infine il taglio. E la zona è morta.


L’accordo con il Mercosur segue la stessa traccia: anche allora si raccontava che togliere sussidi e dazi avrebbe risolto la fame nei paesi poveri, liberando la loro agricoltura della canna da zucchero. Alla fine, la fame non è scomparsa da loro, ma un bel pezzo è arrivato qui.


Lo schema è chiaramente lo stesso, e non si vede perché l’esito dovrebbe essere diverso, tra qualche anno. L’accordo con il Mercosur non è “come” la vicenda dello zucchero nel ferrarese, che ha annientato decine di migliaia di famiglie: è peggio, è quella vicenda moltiplicata per N settori in N aree diverse del paese.

Settori e territori italiani a rischio (accordo UE–Mercosur)

  • Carne bovina (Nord e Centro)

    • Pianura Padana (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto), allevamenti da carne in Piemonte, Toscana, Lazio, Umbria.
  • Pollame e suini (Nord, Veneto–Emilia–Lombardia)

    • Avicolo industriale del Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, concorrenza da pollame Mercosur con standard più bassi.
  • Riso (Nord-Ovest)

    • Risaie di Piemonte (Vercelli, Novara) e Lombardia (Pavia), esposte a import sudamericano a costi inferiori.
  • Mais (Nord Italia)

    • Pianura Padana (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia) per mais da zootecnia e industria.
  • Zucchero e bioetanolo

    • Residua bieticoltura, raffinerie e impianti bioetanolo italiani, sostituibili da zucchero di canna ed etanolo brasiliano.
  • Miele (aree rurali, Appennino e Alpi)

    • Apicoltura italiana (Piemonte, Lombardia, Toscana, Abruzzo, Calabria, Sicilia) schiacciata da miele a basso costo.
  • Zootecnia da latte e mangimistica (Nord latte)

    • Filiera latte (Parmigiano, Grana, Gorgonzola) che usa mangimi prodotti in loco, sotto pressione da import di mais/soia.
  • Piccola agricoltura estensiva e aree interne

    • Aziende medio-piccole in Appennino emiliano, toscano, umbro, marchigiano, Lazio interno e Sud.

Se vivete in queste zone, state per subire "il trattamento".


Perché allora non faccio il tifo per i trattori tedeschi e francesi che sono a Bruxelles a manifestare? Perché c’ero, appunto. Quel trattamento l’ho visto, l’ho respirato, e questo mi obbliga a farmi le domande giuste, non quelle consolatorie.
All’epoca ero un bambino. Ma facciamo finta che allora fossi stato un adulto, magari un politico locale con qualche leva in mano. Cosa avrei potuto fare davvero?


Protestare? Certo che protestarono. E in quegli anni circolavano ancora gli ultimi personaggi duri del ’68‑’77: le proteste non erano i flash‑mob educati di oggi, si andava allo scontro vero.

A quei tempi quando sentivate di uno scontro fra metalmeccanici e polizia, e sentivate dire che un poliziotto era rimasto ferito, non parlavate del comodo pretesto di un poliziotto per querelare un manifestante. A quei tempi, "un agente ferito" era un agente che si era beccato sl femore uno di questi:

Era un'altra scala di "ferito", per essere chiari. I sindacati avevano i "servizi d'ordine" , e non era davvero una vita semplice per i celerini. Caricavano molto meno.

Eppure non ha funzionato. Neppure l’occupazione radicale della fabbrica è servita, perché alla fine si è schiantata contro il solito copione: il tavolo, la mediazione, e infine il tradimento dei sindacalisti. Il potere sa perfettamente come proteggersi, sa quanto può concedere alla piazza e soprattutto ha in mano tutti i mezzi per farlo.


Per questo faccio fatica a esaltarmi per i cortei di trattori verso Bruxelles: li guardo e vedo solo persone che stanno recitando un copione già scritto. Mi spiace dirlo, ma chi pensa di fermare un trattato internazionale sventolando cartelli davanti ai palazzi dell’UE è un povero illuso.

È abbastanza evidente che l’intero arsenale della sinistra storica – sciopero generale, manifestazione, disordini di piazza, occupazione, boicottaggio e via dicendo – non funziona più. Niente di quell'arsenale funziona ancora.


Cosa funziona, allora? Dopo il sì dell’Italia – sì ottenuto comprando il governo per due lire politiche, non certo per convinzione strategica – in trincea restano soprattutto Francia e Austria, due paesi dove la componente anti‑europea e populista, quando non apertamente nostalgica, è strutturale. Questo “funziona”?

Dipende da cosa intendiamo per “funzionare”. Se la domanda è: “quanto possono queste forze condizionare le scelte dei singoli Stati membri?”, la risposta è: parecchio. In un modo o nell’altro, che l’accordo passi o venga annacquato, sia a Vienna sia a Parigi sarà il governo nazionale, con tutta una serie di trucchi fiscali e normativi che capiscono solo i locali, a trovare il modo di compensare gli agricoltori colpiti. I francesi, in questo, sono maestri: proteggere la propria agricoltura è il loro sport nazionale.​


Ma tutto questo funziona solo su scala ristretta. Un movimento sovranista può magari difendere la propria base elettorale in patria, ma per definizione – essendo nazionalista – non riesce a costruire una linea d’azione europea coerente. Se ai tempi della barbabietola fosse esistito un sovranismo organizzato in Italia, cosa avrebbe potuto fare? Più o meno quello che fece Bossi quando portò in piazza i produttori di latte contro le quote: qualche rinvio, qualche deroga creativa, un’applicazione zoppicante delle regole e la scelta, spinti dall’incubo Lega Nord, di non infierire troppo sui contadini. Funzionò? Diciamo ni: ritardò il colpo, lo rese meno lineare, ma non cambiò la direzione di marcia. E non è detto che lo stesso trucco sia ancora replicabile oggi.


Non serve quindi avere una Le Pen di qua o un’AfD di là. Questi partiti non marciano mai a tempo tra loro: mentre uno governa da una parte, dall’altra è all’opposizione o è irrilevante, e nel frattempo gli Stati sono ventisette. Nel complesso, i partiti sovranisti non sono affatto risolutivi.

Mi spiace, ma non inizierò certo adesso a pensare che il loro rafforzamento porterà chissà quali cambiamenti strutturali. Anche quando arrivano al Parlamento europeo, la loro natura nazionalista li condanna a litigare tra loro in modo permanente.​

E se riportiamo il film all’epoca della barbabietola, non cambierebbe molto. Immaginiamo che allora, nella CEE, fossero già presenti forti partiti sovranisti: quelli dei paesi che guadagnavano dalla riforma – Regno Unito, Germania, Francia, Belgio – avrebbero fatto fronte comune contro Italia, Spagna, Portogallo e gli altri paesi bietolieri che furono massacrati. Il risultato sarebbe stato lo stesso: solo una diversa coreografia politica intorno alla stessa decisione finale.


Cosa servirebbe allora alla UE, o cosa sarebbe servito a suo tempo alla vecchia CEE? Lo so che suona male, ma sarebbe servito un Trump. Non un Trump francese o un Trump italiano che poi si mette a litigare con gli altri trumpoidi dei ventisette Stati membri.


No, parlo di un Trump solo, centrale, che prenda davvero il potere politico nella UE. Perché dico che sarebbe servito? Semplice. Quando i rappresentanti di Oxfam e delle ONG si sono presentati a spiegare che, proteggendo il nostro zucchero, stavamo condannando alla miseria i coltivatori di canna del Sud del mondo, un ipotetico Euro‑Trump avrebbe risposto in modo molto lineare: arrangiatevi, e già che ci siamo da domani non beccate più un euro di finanziamento.​


E lo stesso schema si sarebbe applicato al WTO. Quando il panel ha imposto alla CEE di smantellare il proprio sistema di sostegni e di massacrare i bieticoltori italiani, l’Euro‑Trump avrebbe alzato il dito medio istituzionale e se ne sarebbe andato dal tavolo, come nella realtà l’amministrazione Trump ha fatto – o ha minacciato di fare – con una lunga serie di organismi e accordi internazionali sgraditi.


So cosa state pensando. State pensando che mi stia lasciando guidare dalla rabbia per quanto è accaduto, soprattutto adesso che, per una serie di coincidenze, sono tornato a rivangare quella storia invece di lasciarla dove stava.
È vero? Sì, è vero: ogni volta che riprendo in mano la vicenda della macellazione delle popolazioni della bassa ferrarese, la rabbia torna su in blocco. E insieme alla rabbia arriva anche il magone, quello pesante, di chi sa esattamente come è andata a finire e sa anche che non interessava davvero a nessuno, se non a chi ci stava in mezzo.

Questi sentimenti rendono più facile tollerare l’idea di un EuroTrump? Probabile. Quando vedi ripetersi lo stesso meccanismo per decenni, l’idea di qualcuno che spezzi il giocattolo a calci diventa, se non desiderabile, almeno comprensibile.

Quindi secondo voi sbaglio.


Ma allora, nello sporco della pratica, quale sarebbe l’alternativa? Concretamente, con quale strumento pensate di fermare lo stesso, identico massacro che si ripete uguale a sé stesso da almeno quarant’anni, solo cambiando il nome del trattato e il codice del regolamento?

I trattori a Bruxelles, che bloccano per qualche ora il traffico intorno ai palazzi delle istituzioni? I soliti incidenti di piazza a Parigi, comodi per due giorni di titoli sui giornali e poi archiviati come folklore dell’ordine pubblico? Cosa esattamente? Quale leva, quale meccanismo, quale forma di conflitto che non sia già stata vista, sterilizzata, incapsulata, resa innocua da chi quelle decisioni le prende comunque?


E intanto mi faccio anche altre domande. Perché la bassa ferrarese non è semplicemente “andata in crisi”: è un’economia in crollo da decenni, una lenta decompressione fatta di chiusure, fallimenti, terre svendute, figli che se ne vanno e non tornano più. C’era povertà allora, quando hanno spento gli zuccherifici, e c’è povertà adesso, solo più silenziosa e più disperata.


E ogni volta che arriva l’ennesima ondata di decisioni prese lontano, confezionate da euroburocrati con la tabella Excel in mano, la povertà fa un altro passo avanti. Non perché “non si rendano conto”, ma precisamente perché sanno benissimo cosa stanno facendo e hanno già messo a bilancio, nero su bianco, quanta parte del paese può essere sacrificata senza che succeda nulla di irreparabile per loro.

  1. EFFAT–CEFS – L’industria europea dello zucchero (IT, executive summary)
    Impatti occupazionali e territoriali della riforma 2006 e della fine delle quote, con riconoscimento esplicito di chiusure di impianti e perdita di posti di lavoro nelle regioni bieticole.​
    https://effat.org/wp-content/uploads/2022/02/Executive_Summary_EFFAT-CEFS-Sugar-project-IT.pdf
  2. Commissione UE – “Reforming the European Union’s sugar policy: Summary of Impact Assessment” (SEC(2003) 1022)
    Documento di valutazione d’impatto della riforma, con scenari che quantificano chiusure di zuccherifici, perdita di occupazione e effetti regionali.​
    https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/MEMO_03_160 (da qui link al SEC(2003)1022)
  3. Corte dei conti europea – Relazione speciale n. 20/2000 sul regime dello zucchero
    Analizza il funzionamento del regime, la sovrapproduzione strutturale e gli effetti economici, mostrando che il disequilibrio e la futura necessità di “riassetto” erano noti da anni.​
    https://www.eca.europa.eu/Lists/ECADocuments/SR00_20/SR00_20EN.pdf
  4. Il fenomeno ormai e' noto, studiato ed e' accademia: https://dspace.unitus.it/bitstream/2067/603/1/svalle_tesid.pdf

E quindi la domanda resta: chi arriverà mai a obbligare altri a lasciarci semplicemente vivere? Se proviamo a proteggere la nostra agricoltura, arrivano Oxfam, le ONG e, se serve, il WTO a spiegarci che dobbiamo impoverirci noi per “salvare” produttori lontani, in nome di qualche equilibrio morale globale deciso altrove.​


Ma quando siamo – e saremo – poveri noi, proprio per effetto di queste scelte, chi si presenterà nelle capitali altrui a dire: “adesso basta dumping, basta esportare la vostra sovrapproduzione sulla pelle delle nostre campagne”? Chi andrà a fare la morale ai governi che ci stanno schiacciando, imponendo loro di perdere reddito per risollevare le nostre zone massacrate? Nessuno. E questo lo sanno tutti perfettamente, a partire da chi oggi ci chiede il sacrificio col sorriso umanitario stampato in faccia.


Alla mia età, il problema probabilmente non si pone più davvero. Nei tempi della mia vecchiaia più scomparsa, quasi certamente gli effetti saranno seri, ma non ancora al livello di catastrofe irreversibile. Questo rende difficile anche solo giustificare, davanti a me stesso, l’idea di “sbattermi” oltre una certa soglia: quello che potevo e dovevo fare, sul piano politico e personale, l’ho già fatto, bene o male, nel tempo che avevo.

La rabbia, quindi, finisce archiviata nella stessa cartella mentale di sempre: “mi serve una birra, subito”. Funziona: due bicchieri, qualche bestemmia sottovoce, e per lunedì sarò già a scrivere d’altro, a discutere di un’altra follia regolatoria, di un altro pezzo d’Europa che cede. Non è rassegnazione, è solo economia dell’energia: il corpo non è più quello di quando si occupavano le fabbriche, e la quantità di illusioni disponibili è scesa a zero strutturale.

Voterò AfD? No. Come ho già detto, è un altro nanetto nazionale che non ha né la massa critica né la coerenza per proteggere davvero le popolazioni europee da decisioni prese a un livello superiore. Non mi interessa, perché lo considero intrinsecamente inefficace: può al massimo contrattare qualche deroga, fare un po’ di rumore, mettere bandierine identitarie. Ma non cambia l’architettura che permette accordi come il Mercosur.​

Il giorno in cui, al posto della Von der Leyen, arriverà qualcuno che si presenta con uno slogan tipo MEGA – Make Europe Great Again, scegliete voi la grafica – probabilmente alzerò gli occhi dalla tastiera e andrò a votarlo. Sarò solo un vecchietto che barcolla fino al seggio, e mi chiameranno bigotto, reazionario, boomer rancoroso e tutto il resto del pacchetto. Ma a quel punto rivendicherò il mio diritto minimo: dopo una certa quantità di cicatrici politiche, ti sei guadagnato almeno un cazzotto di ritorno. Il diritto di dire: “bastardi, sono ancora vivo, e mi ricordo di voi”.

È triste? Forse sì. Ma se non avete alternative politiche credibili da proporre, questo è il menu del giorno.

E sì: l’accordo col Mercosur sarà un massacro, produrrà situazioni mostruose come quella che abbiamo vissuto noi, creerà deserti sociali perfettamente calcolati, e questa cosa la sanno loro, lo sapete voi e lo so io.

Ma avete alternative da proporre, voi?