Ah, i Dazzi (pronuncia romagnola on).
Sui giornali imperversa il solito refrain sui dazi, ma con mia grande sorpresa, nessuno sembra voler collegare due elementi cruciali – deliberatamente ignorati dalla casta degli economisti. Mi riferisco al nesso ineludibile tra il ruolo del dollaro come valuta globale e l’imposizione dei dazi stessi, un legame molto più profondo e significativo di quanto i paladini dell’ortodossia finanziaria vogliano ammettere.
Prima di analizzare un problema, bisognerebbe chiedersi: è davvero un problema? O piuttosto l’inevitabile conseguenza di una struttura materiale che funziona esattamente come dovrebbe?
Sì, gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale mostruoso con il resto del mondo. Ma questo non è un “errore” del sistema. È il sistema stesso.
Gli USA hanno speso decenni – e l’ultimo ringhio di Trump verso i BRICS, colpevoli solo di aver osato immaginare un’alternativa al dollaro, ne è la prova più recente – per cementare il ruolo del dollaro come valuta globale. E ci sono riusciti.
Il risultato? Quello che i giornali dipingono come uno “squilibrio” è in realtà il funzionamento previsto. Il deficit non è un incidente di percorso: è il pedaggio che il mondo paga per avere il dollaro come moneta di scambio. E finché questo non cambierà, ogni discussione sui dazi sarà solo un teatrino di superficie.
Il paradosso dell'impero: quando il deficit è il segno del dominio
È un fenomeno storico incontrovertibile: ogni impero che si rispetti impone la propria moneta ai vassalli e alle zone d'influenza. E ciò che segue è sempre lo stesso copione: un disavanzo commerciale mostruoso tra il centro e la periferia.
La Francia con Parigi, la Spagna con il fiume d'argento delle Americhe (che finì per affondarla nell'inflazione), l'Impero Britannico con la sterlina: tutti seguirono lo stesso schema. E oggi, gli Stati Uniti non fanno eccezione.
Ma come funziona, esattamente, questo meccanismo?
Il circolo vizioso della moneta imperiale
Quando un'impero impone la sua valuta, nascono inevitabilmente caste di cambiavalute – banchieri, intermediari, finanzieri – il cui unico scopo è facilitare il flusso della moneta del centro verso la periferia e viceversa. Negli USA, Wall Street non è altro che questo: un gigantesco sistema di scambio monetario al servizio del dollaro.Le merci seguono la moneta, non il contrario
Dove vanno le merci? Verso la moneta, ovviamente. Se il dollaro domina gli scambi globali, le merci del mondo dovranno necessariamente fluire verso chi lo stampa. Il risultato? Un fiume di prodotti entra negli USA, mentre un fiume di dollari esce verso il resto del mondo.Il deficit non è un errore, è la caratteristica del sistema
Questo squilibrio non è un incidente: è la prova che il sistema funziona. O meglio, ha funzionato. La moneta esce per comprare merci, e le merci entrano perché la moneta è desiderata. Il deficit commerciale americano non è un segno di debolezza, ma di controllo.
Conclusione inevitabile
Finché il mondo accetterà il dollaro come valuta di riserva, gli Stati Uniti potranno permettersi di consumare più di quanto producano, perché il resto del pianeta continuerà a finanziarli, scambiando beni reali con pezzi di carta verde.
La prossima volta che sentite parlare di “squilibri commerciali”, ricordatevi: non è un problema. È il sintomo di un impero al lavoro.
Dazi e il paradosso del dollaro: quando l’impero si morde la coda
Prendiamo il sistema USA-UE. Se Washington vuole che l’Europa usi il dollaro, deve inondare il mercato europeo di banconote verdi. Ma come fare, se l’UE stampa già i suoi euro? Le opzioni sono due:
- Far piovere dollari dagli aerei (con buona pace dei cittadini europei, che si ritroverebbero a raccoglierli per strada).
- Andare in Europa e comprare un sacco di cose — opzione di gran lunga più razionale, perché almeno quei 1.000 dollari spesi ti garantiscono 1.000 dollari di merce in cambio.
Il problema? I dazi.
Se gli USA impongono barriere commerciali, interrompono artificialmente questo flusso. E lo fanno illudendosi che il mercato valutario (Forex) non se ne accorga. Peccato che l’economia non sia un gioco da tavolo: meno scambi commerciali significano meno necessità di dollari.
Come si manifesta il danno al dollaro?
– Il biglietto verde perde valore: crolla rispetto all’euro e alle altre valute.
– Perché? Una moneta la cui domanda globale dipende dagli scambi commerciali non può prosperare se qualcuno (in questo caso, gli stessi USA) sabota quegli scambi.
Sembra ovvio. Eppure, a quanto pare, non lo è.
Se il dollaro si indebolisce, è perché il mondo inizia a chiedersene meno. E se ne chiede meno perché i dazi rendono gli scambi più costosi, complicati e meno attraenti. È l’ABC dell’economia, ma evidentemente qualcuno a Washington ha dormito durante quella lezione.
Morale della favola?
Un impero che gioca a fare il protezionista con la propria valuta di riserva è come un uomo che sega il ramo su cui è seduto. E il prezzo, prima o poi , si paga.
Non puoi avere SIA i dazi commerciali SIA una moneta usata come riserva globale.
La grande farsa di Trump: come i dazi nascondono il collasso fiscale USA
Gli “esperti” di Trump fanno finta di non capire. Ma la verità è che questa pantomima protezionista non è frutto di incompetenza: è l’ultimo disperato tentativo di mascherare il vero scandalo. Gli Stati Uniti sono un gigante dai piedi d’argilla fiscale, e il dollaro rischia di crollare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.
1. Il bilancio USA: una tragedia greca in salsa americana
I conti pubblici americani farebbero impallidire la Grecia del 2011. Con:
– Un debito/PIL al 123% (e in salita),
– Shutdown ricorrenti (il Congresso gioca a “chi blocca per primo il bilancio”),
– Una spesa pubblica fuori controllo (tanto che persino Elon Musk, da buon DOGE della finanza, e' stato assunto per cercare maldestramente di ridurla).
E la causa? I ricchi non pagano le tasse.
Una tassa progressiva da 6-7 trilioni l’anno sarebbe la soluzione logica, ma nessun presidente oserebbe proporla per ragioni culturali. Così, invece di chiedere soldi ai miliardari, Trump lancia 6-7 trilioni di dazi – una tassa occulta che ricade su consumatori e partner commerciali.
2. Il trucco perfetto: far pagare gli altri
L’americano medio (il “coglione inesorabile” di cui parli) non capisce che:
– I dazi sono tasse camuffate, pagate da chi importa beni e poi riversate sui prezzi.
– Il vero obiettivo non è proteggere l’industria, ma raccattare soldi senza ammettere il fallimento della fiscalità USA.
3. L’America che non tiene il passo
Dietro la retorica della “grandezza”, il sistema USA è marcio:
- Il Pentagono è un buco nero finanziario: chiede fondi illimitati, ma è illegale persino chiedere come li spende.
- La sanità costa, procapte, 4 volte più che in Europa, ma 30 milioni di americani non hanno copertura.
- L’industria (esclusi i Big Tech) è stagnante: auto, acciaio e manifatturiero sopravvivono solo grazie a sussidi e protezionismo.
Conclusione: il bluff può durare?
Trump sa che il dollaro regge solo finché il mondo lo accetta. Ma:
- Se i dazi riducono gli scambi, il biglietto verde perde appeal.
- Se il debito esplode, i creditori (Cina in testa) potrebbero abbandonarlo.
- Se l’America non riforma il suo sistema, il declino è matematico.
Morale: dietro ad ogni rombante commedia di Trump, si cela un problema vero e drammatico, che il miliardario “copre” chiamando le cose con un nome diverso. Le tasse diventano “tariffs”, e cosi' via.
L’erosione del dollaro e l’ascesa delle alternative: BRICS ed Euro
Tutto questo logora il potere del dollaro come moneta di riserva globale. Ma quali sono le opzioni pratiche per il mondo? L’Europa, per esempio, ha già creato l’euro, che oggi regola non solo gli scambi interni all’UE, ma anche quelli con i paesi terzi che lo accettano volontariamente. Un sistema funzionante, anche se limitato dalla frammentazione politica europea.
Tuttavia, il vero contendente è altrove: i BRICS. E questa volta non si tratta di velleità, ma di un progetto concreto. L’infrastruttura per una loro moneta comune – almeno per gli scambi commerciali – è già pronta. Manca solo l’annuncio ufficiale e il via libera legale. Data la natura nazionalista dei loro governi, difficilmente replicheranno il modello euro (con tutta la sua integrazione politica), ma opteranno per uno strumento pragmatico: una valuta di scambio, non di identità.
La situazione ricorda quei due anni di transizione europea in cui le monete nazionali erano già ancorate a un cambio fisso, in attesa del passaggio definitivo all’euro. I BRICS sono oggi in quella stessa fase: tutto è predisposto, le istituzioni ci sono, i meccanismi sono collaudati. Basta un segnale politico.
Ora, è vero che oltre all’euro e a questa ipotetica moneta BRICS, le alternative credibili al dollaro scarseggiano. Ma non sottovalutiamo un dettaglio cruciale: i BRICS rappresentano una fetta mostruosa della popolazione mondiale e delle economie emergenti. Se decidessero di aggirare il dollaro, anche solo negli scambi interni, il sistema monetario globale tremerebbe.
La partita è aperta. E il dollaro, per la prima volta da decenni, non è più l’unico giocatore in campo.
Gli Stati Uniti stanno giocando col fuoco – e lo sanno
Quello che stiamo vedendo è un calcolo rischiosissimo da parte di Washington: stanno testando quanto possono spingere il sistema prima che si spezzi.
- Sperano che quei 6-7 trilioni di dazi vengano pagati docilmente dal resto del mondo, senza ribellioni. Altrimenti, è la fine.
- Sperano che questa mossa non scalfisca la fiducia nel dollaro, anche se strozzare il commercio globale con barriere tariffarie è esattamente il modo per farlo.
- Sperano che nessuno dei BRICS abbia abbastanza coraggio (o rabbia) per premere il grilletto, battezzare la loro moneta comune e iniziare a usarla davvero.
Ma cosa succede, in pratica, se la corda si rompe?
Prendiamo l’esempio dell’UE: Von der Leyen tra poco sarà in Uzbekistan a firmare accordi commerciali, perché l’Europa cerca disperatamente nuovi mercati. Peccato che “Asia centrale” oggi significhi, di fatto, zona BRICS. E quando si tratta di decidere in che valuta commerciare, le opzioni sono chiare:
- Euro (improbabile, se l’Europa non offre vantaggi reali),
- Monete locali (renminbi, rublo, tenge),
- La futura moneta BRICS (che aspetta solo un nome e un via libera).
Se l’Uzbekistan, il Kazakistan o altri Paesi rifiutano il dollaro – o peggio, adottano una valuta BRICS – sarà il segnale che gli USA hanno perso la mano. E a quel punto?
Non potranno fare assolutamente nulla.
Non hanno più i mezzi per imporre sanzioni credibili (la Russia ha dimostrato che si può sopravvivere al SWIFT), non hanno più l’egemonia industriale per ricattare nessuno, e soprattutto, non hanno più la fiducia indiscussa che teneva in piedi il sistema.
Morale: Washington sta bluffando, e il mondo sta per smettere di giocare. Quando i BRICS annunceranno la loro moneta – e lo faranno, perché ormai è solo una questione di tempo – il dollaro perderà lo status di cui gode da 80 anni. E gli Stati Uniti?
Resteranno a guardare, impotenti. Perché l’unica cosa peggiore di un impero in declino è un impero che non se ne rende conto.
La grande ironia della storia: gli USA, architetti inconsapevoli dell’Eurasia
C’è una certezza assoluta in questa partita: se qualcuno riuscirà a unire l’Eurasia in un blocco coeso, saranno proprio gli Stati Uniti. Non per strategia, ma per pura miopia.
Ogni mossa fatta da Washington in questi anni – i dazi, le sanzioni, le minacce ai BRICS, l’isolazionismo commerciale – sta spingendo Cina, Russia, India e persino l’Europa a cercare alternative al di fuori del sistema americano. È un paradosso tragico: più gli USA insistono con il protezionismo e le intimidazioni, più accelerano la creazione di quell’ordine euroasiatico che temono da decenni.
Come funziona l’autogol strategico?
– Le sanzioni alla Russia hanno insegnato al mondo che il dollaro è un’arma, e nessuno vuole più esserne dipendente.
– I dazi sull’Europa spingono Bruxelles a cercare partner in Asia centrale, dove i BRICS sono già pronti a offrire valute alternative.
– La politica del “America First” sta unendo, suo malgrado, tutti quelli che non sono l’America.
Il risultato?
Un continente eurasiatico che, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, ha un interesse comune: sfuggire alla morsa del dollaro. E gli Stati Uniti, invece di impedirlo, stanno fornendo loro ogni motivo per farlo.
Morale della storia: a volte, il peggior nemico di un impero è la sua stessa arroganza.
L’asino che da del cornuto al bue: il teatro geopolitico in cui tutti perdono (tranne chi guarda)
La situazione ha ormai raggiunto livelli di comicità tragica: gli Stati Uniti, come l’asino della favola, accusano il mondo di essere il problema, senza rendersi conto di essere loro i veri architetti del caos. E mentre Washington si affanna a imporre dazi, minacce e ultimatum, la soluzione per noi spettatori è sempre la stessa:
Comprare popcorn e godersi lo spettacolo.
Perché la farsa è inevitabile
- Gli USA credono di controllare il gioco, ma in realtà stanno solo accelerando la fine della loro egemonia. Ogni sanzione, ogni dazio, ogni atto di forza non fa che spingere Europa, BRICS e Asia a cercare vie d’uscita dal sistema americano.
- L’Eurasia si unirà, ma non per merito di Putin o Xi. Sarà grazie alla miopia di Washington, che sta regalando ai suoi rivali il miglior alleato possibile: la necessità.
- Il dollaro è già in agonia, e più gli USA insistono con politiche autolesioniste, più il mondo si abituerà a farne a meno.
Cosa resta da fare?
Niente. Assolutamente niente.
– I BRICS annunceranno la loro moneta.
– L’Europa, suo malgrado, flirterà con l’Eurasia.
– Gli USA si sveglieranno troppo tardi, accorgendosi di aver scavato la fossa al proprio dominio.
E noi?
Sederci, sgranocchiare popcorn, e osservare come la storia si ripeta: nessun impero cade per colpa degli altri. Cade perché smette di capire se stesso.
Fine del primo atto. Il secondo sarà ancora più divertente. 🍿
Uriel Fanelli
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