Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Abbeppegrillo, la caduta.

Per qualche motivo — suppongo legato al fatto che, nei suoi spettacoli teatrali, debba presentarsi davanti a un pubblico senza vergognarsi troppo del risultato del proprio «esperimento politico» — Beppe Grillo ha pubblicato sul suo blog un post nel quale accusa il Movimento di avere «tradito i suoi ideali» e di essersi «lasciato cambiare dalla politica». In quel post c’è talmente tanto da spacchettare che conviene procedere per gradi, evitando di ingoiare tutto insieme come se si trattasse dell’ennesimo sfogo del fondatore deluso dalla propria creatura.

Si potrebbe pensare, a prima vista, che si tratti del solito scontro fra Idealpolitik e Realpolitik: parti con l’intenzione di disfare il mondo, rifondarlo da capo e purificarlo, e poi ti scontri con il fatto spiacevole che il mondo esiste già, contiene altre persone, altri interessi e perfino delle istituzioni.

È una collisione abbastanza normale. Ci si sono scontrati i Verdi tedeschi, ci si è scontrata Meloni, ci si sono scontrati i brexitisti nel Regno Unito, e prima o poi ci si scontra chiunque trasformi una raccolta di slogan in un programma di governo.

Ma le parole di Grillo non dicono questo. Non descrivono semplicemente il passaggio traumatico dall’opposizione al governo, né il momento in cui gli ideali devono fare i conti con la realtà. Lasciano invece trasparire qualcosa di diverso: un pensiero molto più autoritario e, a guardarlo bene, di gran lunga più fascista.


Il primo problema dei fascisti odierni — detti anche demagoghi, o populisti — è l’incapacità di comprendere la differenza fra potere e consenso, e soprattutto il ruolo che queste due cose continuano ad avere anche dopo la vittoria elettorale.

Per queste persone, il consenso è un fenomeno limitato alla burocrazia delle elezioni. Una pratica da sbrigare una volta ogni tanto.

Finito lo scrutinio, mettono un segno di spunta accanto alla voce «consenso» e dichiarano: ecco, abbiamo vinto; da questo momento comincia il potere. La pratica del consenso e' archiviata.

Potere inteso nel senso di potenza, ovvero come capacità effettiva di fare le cose che vogliono, nel modo in cui vogliono farle, senza ulteriori mediazioni, resistenze o negoziazioni.

La prima cosa contro cui si scontrano, però, è il fatto che la politica necessita di consenso sempre, anche dopo avere vinto le elezioni. E questo non è un problema di potere: al potere ci sono già. È un problema di consenso, che continua a esistere e deve essere continuamente ricostruito.

Se vuoi far approvare una legge, per esempio, non basta essere al potere. Devi avere il consenso necessario in Parlamento. E «consenso», in questo caso, significa una cosa estremamente concreta: devi convincere abbastanza persone dentro il Parlamento a votare quella legge.

Anche se hai vinto le elezioni, dunque, non hai affatto archiviato il problema chiamato «consenso».

Hai soltanto compiuto il primo passo.

Se, per esempio, approvi una legge che non gode di alcun consenso tra i magistrati e, più in generale, tra i giuristi, quasi sempre finirai con l’ottenere che prima la Cassazione e poi la Corte costituzionale la affettino, la svuotino o la cassino del tutto. Otterrai quindi un conflitto: il risultato tipico di chi pretende di fare politica senza possedere il consenso necessario alla particolare azione che sta intraprendendo.

Lo stesso accade quando il Parlamento approva una legge che non è gradita ai suoi destinatari. Il fascista pensa che la legge, una volta promulgata, sia semplicemente imposta. Ha in mente soprattutto il codice penale: il divieto, la sanzione, l’obbligo. Di conseguenza immagina che tutti, una volta approvata la norma, siano automaticamente tenuti non soltanto a rispettarla, ma anche a sostenerla nei comportamenti, a implementarla con convinzione e magari perfino a impegnarsi con entusiasmo perché funzioni.

Ma la realtà non funziona così.

Se non hai il consenso delle forze armate e approvi una legge che le riguarda, queste la implementeranno soltanto nel minimo indispensabile, interpretandola nella maniera più cauta, lenta e burocratica possibile. La riforma esisterà sulla carta, ma nella pratica fallirà.

Se non hai il consenso dei commercianti e approvi una legge sul commercio, nasceranno elusioni, scappatoie e mercati neri capaci di aggirarla. La norma continuerà formalmente a esistere, ma una parte crescente della realtà economica si organizzerà per renderla innocua.

Insomma, la pratica del consenso non viene affatto archiviata alla fine delle elezioni. Le elezioni stabiliscono chi occupa il potere; non garantiscono che quel potere riesca davvero a trasformare ogni propria intenzione in realtà.


Grillo estende poi questa convinzione autoritaria anche alla gestione del consenso successivo alle elezioni.

La Costituzione italiana, per esempio, assegna al parlamentare una completa libertà di coscienza: ogni eletto rappresenta la nazione ed esercita il proprio mandato senza vincolo. E se i parlamentari sono cento, è del tutto normale che abbiano cento idee diverse, cento priorità diverse e cento modi diversi di valutare la stessa proposta.

Se Grillo avesse mai lavorato un giorno in vita sua, saprebbe che una riunione di tre persone può forse cavare un ragno dal buco; una riunione di quindici persone rischia già di non arrivare da nessuna parte; una riunione di cento persone ha invece ZERO possibilità di concludere qualcosa.

A meno che, naturalmente, non esista già un fortissimo CONSENSO sulla proposta.

Per eliminare questa necessità di consenso in Parlamento, Grillo le ha provate tutte: dalla specie di clausola economica al contratto sottoscritto dai candidati, dalla minaccia di espulsione dal Movimento 5 Stelle fino ai vari strumenti disciplinari inventati nel corso degli anni.

Il problema, però, è evidente: Grillo immaginava il M5S come un gruppo di parlamentari costretti a comportarsi come un’orchestra. Lui sceglieva la musica, perché si considerava il depositario delle idee, poi saliva idealmente sul podio come un maestro d’orchestra e tutti gli altri dovevano suonare — nota per nota — la sua composizione.

Aha.

Dimenticava però un «piccolo» problema.

Anche ammesso di riuscire a trasformare i parlamentari del M5S in tanti orchestrali disciplinati, pronti a seguire senza discutere il gesto del direttore, in politica IL MAESTRO DEVE ESSERE PRESENTE.

Pensare di dirigere un’orchestra «da remoto» — e nemmeno tramite videoconferenza, ma servendosi di un blog — presenta infatti un piccolo inconveniente: una latenza mostruosa. La politica si svolge in tempo reale, nelle riunioni, nei corridoi, nelle commissioni, durante le trattative e nel momento esatto in cui bisogna decidere. Non può essere diretta pubblicando, qualche ora o qualche giorno dopo, un post sul proprio sito.

Ma il problema era ancora peggiore. Per sedersi sullo sgabello del maestro, Grillo non si era mai qualificato.

Nel senso che non soltanto voleva fare il maestro d’orchestra — o forse, più precisamente, il burattinaio — ma pretendeva di farlo senza nemmeno avere archiviato, come fanno almeno i fascisti, il problema del consenso elettorale.

Grillo, cioè, era completamente estraneo alle ELEZIONI, vale a dire alla democrazia, e tuttavia pretendeva di dirigere l’orchestra parlamentare e di manovrarla dall’alto, dal cielo, senza essere mai stato eletto da nessuno.

Oppure, come dice lui, voleva essere l’«Elevato»: cioè un pinco pallino qualsiasi che, siccome possiede un blog, ritiene di poter dirigere un partito dall’alto, come se i fili del burattinaio calassero dal cielo, attraversassero il soffitto del

Parlamento e si attaccassero direttamente ai polsi degli eletti.

Questo e' il primo punto che emerge chiaramente dal suo pensiero, e continua ad emergere via blog:

Grillo non capisce un cazzo di NIENTE di politica.

Dubito che, con l’idea di politica che si ritrova, Grillo riuscirebbe a organizzare persino un picnic di cinque persone senza finire per urlare in faccia a tutti, semplicemente perché pretende che ogni cosa venga fatta sempre, soltanto e rigorosamente alla sua maniera.

Provo compassione per la sua famiglia. O forse non hanno mai fatto niente insieme, quindi non se ne sono mai accorti.



Ma questo, in fondo, lo sapevamo già. Che cosa ha aggiunto davvero Grillo con questo messaggio? Ha reso esplicita la sua idea di «politica». E soprattutto ha mostrato di non avere capito che cosa sia realmente successo.

La sua idea funziona più o meno così: facciamo una legge per abolire la forza di gravità, almeno per tutti i cittadini italiani maggiorenni.

Abbagliati da tutte le cose meravigliose che si potrebbero fare senza la legge di gravità — o meglio, con la nuova legge di gravità stabilita da Grillo — i cittadini votano il Partito Antigravitazionale. Il partito vince le elezioni, ottiene molti parlamentari, approva un decreto con il quale modifica la legge di gravità e, per festeggiare, porta tutti in cima a un grattacielo.

A quel punto bisogna buttarsi.

I più fessi si buttano davvero e crepano.

Grillo li liquida immediatamente: non erano abbastanza puri. Non ci credevano davvero. Se avessero creduto fino in fondo nella nuova legge di gravità, evidentemente, non sarebbero caduti.

Altri, un po’ meno scemi, si procurano paracadute, verricelli, alianti e qualunque altro strumento consenta loro di arrivare a terra senza schiantarsi. In qualche modo riescono a cavarsela.

Ed è precisamente a quel punto che Grillo li accusa di tradimento: la fisica vi ha cambiati. Dovevate cambiare la fisica, e invece avete permesso alla fisica di cambiare voi.

E come mai, nessuno di noi e' stupito da questo fatto?



Grillo sembra ignorare che anche la politica possiede una propria «fisica». Ha regole che, nella sostanza, sono sempre le stesse da quando il primo gruppo di Neanderthal si è riunito per andare a caccia.

Chi comanda? In che modo comanda? Quali limiti ha? Come viene scelto? Come può essere sostituito? Che cosa succede quando qualcuno non è d’accordo? E così via.

Finché gli ingredienti rimangono quelli — esseri umani, gruppi, interessi, conflitti, cooperazione, paura, ambizione — anche le regole fondamentali resteranno più o meno le stesse. La politica umana, cioè, possiede leggi fisiche forti quasi quanto le leggi fisiche vere e proprie.

Il fatto che il consenso sia precisamente ciò che consente al potere di FARE qualcosa, e che quindi il potere abbia bisogno del consenso non in senso burocratico, ma in senso effettivo, non sembra nemmeno sfiorarlo.

Insomma: se lui dichiara che abbiamo approvato la legge che abolisce la legge di gravità, allora da quel momento deve essere vero che possiamo buttarci da un palazzo senza farci male.

Ovviamente nessuno può dirgli: «Senti, perché non vieni a farci vedere come si fa?», perché sarebbe come chiedergli di saltare per primo dal grattacielo.

Ma, guarda caso, lui non si è fatto eleggere. Quindi non deve far vedere a nessuno quanto e' bravo.

Giustifica questa scelta sostenendo di essere contrario alla democrazia rappresentativa e favorevole alla democrazia diretta. Dimentica però un dettaglio piuttosto imbarazzante: secondo questa stessa concezione, non essendosi mai fatto votare, lui non è né «l’Elevato» né «il fondatore del M5S».

È semplicemente un passante.

Oppure un vecchietto che stava portando fuori il cane ed è capitato lì per caso.

O se preferite, un tizio che ha un blog.



Ma torniamo al punto. Così come accuserebbe i membri del Partito Antigravitazionale di «essersi fatti cambiare dalla gravità» soltanto perché hanno indossato un paracadute prima di buttarsi, Grillo accusa i propri seguaci — membri di un partito nato contro la politica — di essersi fatti cambiare dalla politica.

Secondo lui, cioè, la «politica» avrebbe dovuto cambiare le proprie leggi fisiche semplicemente perché Lui, l’Elevato non eletto, aveva deciso così.

E se questo non è successo, allora la spiegazione può essere una sola: devono essere corrotti, peccatori, traditori, gentaglia che non ha saputo abolire abbastanza bene la legge di gravità.

Tutto questo, però, non è affatto strano. Avviene all’interno di un pensiero preciso, ben rappresentato dalla cosiddetta «Mistica fascista», insegnata nei GUF e costruita intorno al presunto pensiero di Mussolini.

  1. Il consenso è una pratica burocratica, limitata alle sole elezioni.
  2. Una volta terminate le elezioni, purché siano state vinte in qualsiasi modo, comincia il potere.
  3. Il leader, una volta investito del potere — o persino quando non lo è formalmente — diventa il direttore d’orchestra, e tutti devono suonare la sua musica seguendo il suo ritmo.
  4. Il problema del consenso non si pone più fino alle elezioni successive, quando il potere dovrà sottoporsi nuovamente a quella formalità burocratica.
  5. Se possiedo abbastanza potere, tutti devono obbedire: i cittadini, le istituzioni, le leggi e perfino la Costituzione.

Ovviamente, poi arriva il momento in cui questo delirio deve essere messo alla prova. Ed è allora che si scontra con la realtà.

  1. Il consenso nelle istituzioni e tra i governati è lo strumento che consente al governo di FARE COSE. Senza consenso, le cose decise non funzionano, oppure funzionano soltanto sulla carta.
  2. Il potere non produce risultati senza consenso, e il consenso richiede dialogo, mediazione e quindi trattativa.
  3. Il leader al potere non cancella le idee di chi non la pensa come lui, e avere vinto le elezioni non fa scomparire gli avversari, i dissidenti o gli interessi contrari.
  4. Il problema del consenso si ripresenta davanti a OGNI singolo provvedimento. Alle elezioni si misura il consenso popolare generale; non si ottiene, una volta per tutte, ogni possibile forma di consenso necessaria a governare.
  5. Essere arrivati al potere NON obbliga nessuna istituzione a oltrepassare i propri limiti legali e costituzionali.

E quando il loro delirio viene contraddetto dai fatti, non dicono: «La realtà vi ha costretti a svegliarvi».

Dicono: «La Politica vi ha cambiati».



Non e' la prima volta che notiamo questo fenomeno, specialmente dopo “Mussolini ha sempre ragione”.

Ma una cosa interessante e' , infine, il modo che ha di sviare i discorsi. La supercazzola tecnologica.

Il signore dello zip war airganon , infatti, non appena finisce gli argomenti contro la legge di gravita', ovvero se qualcuno gli fa presente che la legge di gravita' non si puo' abolire perche' e' una forza della natura, cosa fa?

Vi risponde “guardate come va il mondo”, e comincia con un pippone dove mette tutte le buzzword che conosce. Intelligenza artificiale, dati, neutrini, “il sistema”, e specialmente, referendum.

”. Ma non vogliamo governare, vogliamo dare alle persone i mezzi per rappresentarsi. Con “Rousseau”, online, si ​può fare un referendum senza dover raggiungere il quorum ogni settimana. Vuoi fare un ponte, un asilo nido, una pista ciclabile? “Sì” o “No”.

Provate a pensarci.

Una mattina arriva della gente davanti a casa vostra e vi comunica che l’edificio deve essere abbattuto, perché proprio lì verrà costruita una pista ciclabile.

Naturalmente protestate. Chiedete chi abbia preso una decisione del genere, con quale autorità e sulla base di quale consenso.

Vi rispondono che si è tenuto un referendum.

Allora domandate quanti abbiano votato, se sia stato raggiunto il quorum e chi abbia effettivamente approvato il progetto. E a quel punto vi spiegano che il quorum NON SERVE.

Giuseppe, Francesco e Gianna hanno votato a favore della pista ciclabile. Il referendum senza quorum ha quindi deciso che casa vostra deve essere abbattuta, e voi dovete soltanto rassegnarvi.

Protestate che tre persone non possono decidere un cazzo per tutti gli altri?

Nessun problema. Basta chiamarlo «referendum senza quorum su Rousseau», mettergli intorno un po’ di retorica sulla democrazia diretta, e il gioco è fatto.

Tre persone decidono che cosa si deve fare.

Tutti gli altri subiscono.


L'unica cosa che sembra bravo a fare e' fingere di fare politica, al solo scopo di alimentare i suoi spettacoli. Dovrei forse spiegare il suo metodo, ma a volte gli esempi parlano meglio.

Immaginiamo un'intervista , e rispondiamo come fa lui.

Proviamo ad imitare il metodo grillo.

Gli stipendi sono troppo bassi. Come rimediare?

Il problema non è che gli stipendi siano bassi. Il problema è che continuiamo a misurare il reddito in euro, una tecnologia monetaria lineare inventata prima dell’intelligenza artificiale generativa. Dobbiamo passare dal salario alla remunerazione ecosistemica distribuita: ogni cittadino riceve una quota dinamica di valore proporzionale alla propria partecipazione civica, energetica, sanitaria e informazionale. Non più busta paga, ma un portafoglio quantico di diritti interoperabili, aggiornato in tempo reale da algoritmi pubblici trasparenti. L’impresa non pagherà più il lavoratore: alimenterà il suo gemello digitale contributivo su Meta. Sarà poi la piattaforma democratica a trasformare reputazione, mobilità sostenibile, competenze latenti e impronta sociale in capacità d’acquisto aumentata. Chiedere salari più alti significa restare prigionieri del Novecento. La vera domanda è: perché continuiamo a vendere otto ore della nostra vita, quando potremmo tokenizzare direttamente il futuro?

Il debito pubblico cresce a dismisura. Che fare?

Il problema non è il debito pubblico. Il problema è che continuiamo a rappresentarlo come un numero, usando una contabilità bidimensionale incapace di misurare il valore futuro della cittadinanza. Il debito va trasformato in infrastruttura temporale condivisa. Ogni euro dovuto oggi può diventare un credito generazionale, indicizzato alla capacità del Paese di produrre conoscenza, biodiversità, resilienza urbana e densità relazionale. Non dobbiamo ripagare il debito: dobbiamo renderlo circolare, partecipativo e semanticamente sostenibile. Serve una blockchain costituzionale che distribuisca il debito tra i gemelli digitali dei cittadini non ancora nati, compensandolo con token di produttività predittiva emessi da un’intelligenza artificiale pubblica, federata e possibilmente biodegradabile. A quel punto il rapporto debito/PIL diventa un indicatore obsoleto. Bisogna sostituirlo con il rapporto tra debito, felicità potenziale, metri quadrati di verde algoritmico e numero di decisioni prese dal basso verso l’alto. Continuare a chiedere «come ridurre il debito?» significa ragionare con le categorie del secolo scorso. La vera domanda è: perché un Paese dovrebbe pagare il proprio passato, quando può collateralizzare il futuro?

Ukraina, poi Iran. Le nuove guerre sembrano inarrestabili. Come dobbiamo orientarci?

Il problema non è la guerra. Il problema è che continuiamo a concepire la pace come assenza di conflitto, secondo una logica territoriale novecentesca fatta di confini, eserciti, mappe e persone che muoiono davvero. Dobbiamo passare dalla geopolitica alla geometria relazionale aumentata. Ucraina e Iran non sono luoghi: sono nodi instabili dentro una rete globale di sovranità asincrone, attraversata da flussi energetici, identità algoritmiche, droni cognitivi e diplomazie predittive. Continuare a domandarsi da quale parte stare significa accettare la vecchia struttura binaria dell’amico e del nemico. Serve invece una neutralità attiva, multipolare, federata e soprattutto quantistica: essere contemporaneamente con tutti, contro tutti e oltre tutti, finché una piattaforma pubblica di intelligenza artificiale non abbia calcolato quale posizione avremmo dovuto assumere sei mesi prima. Le armi dovranno essere trasformate in sensori di pace. I missili, dotati di blockchain, potranno certificare in maniera trasparente la propria traiettoria etica. Ogni bombardamento dovrà produrre automaticamente un credito climatico, un tavolo di dialogo e almeno tre assemblee deliberative nel metaverso. Non dobbiamo scegliere fra guerra e pace. Dobbiamo rendere la guerra interoperabile con la pace. La vera domanda non è «come dobbiamo orientarci?». La vera domanda è: perché continuiamo a usare una bussola, quando il futuro è multidirezionale?

Chi e' Beppe Grillo, oggi, e chi era sei anni fa?

Sei anni fa Beppe Grillo era il garante di un processo politico orizzontale, distribuito, post-rappresentativo, costruito per disintermediare il cittadino e restituirgli la sovranità attraverso la rete. Oggi è la memoria cache di quel processo. Ma il punto non è chi sia Beppe Grillo. Il punto è perché continuiamo a pensare l’identità politica come qualcosa di stabile, quando viviamo nell’epoca delle leadership liquide, delle biografie interoperabili e delle responsabilità a scadenza variabile. Sei anni fa era il fondatore. Oggi è il fork non mantenuto del fondatore. Sei anni fa garantiva il Movimento. Oggi garantisce di non aver garantito ciò che il Movimento ha garantico mentre lui lo garantiva. Non è una contraddizione. È una migrazione di ruolo. Nelle organizzazioni complesse, infatti, il leader non scompare: si decentralizza in una costellazione di dichiarazioni retroattive, nelle quali ogni successo appartiene alla visione originaria e ogni fallimento alla deviazione degli esecutori. Per questo chiedere chi fosse allora e chi sia oggi è una domanda analogica. La vera domanda è: quante versioni di Beppe Grillo possono convivere contemporaneamente nella stessa blockchain narrativa senza che nessuna si assuma la responsabilità delle altre?

Come vede Giuseppe Conte?

Giuseppe Conte non va «visto». Va osservato come si osserva una particella virtuale che compare nel vuoto politico, modifica il campo e poi sostiene di non essere mai stata davvero lì. Conte è un oggetto istituzionale a sovrapposizione quantistica: avvocato e tribuno, tecnico e populista, uomo del sistema e antagonista del sistema. Collassa in una delle due configurazioni soltanto quando arriva un’elezione, un’intervista televisiva o una poltrona sufficientemente osservabile. Il vecchio modello di leadership verticale non basta più. Conte è una leadership cloud-native, distribuita tra Parlamento, talk show, social network e memoria selettiva. Non possiede una linea politica: dispone di un’architettura a microservizi ideologici, ciascuno dei quali risponde a una diversa API elettorale. Sul reddito di cittadinanza attiva il modulo keynesiano-solidale. Sull’Europa carica il container europeista. Sulla NATO avvia una macchina virtuale pacifista, ma lasciando aperta una porta di compatibilità atlantica. Quando i moduli entrano in conflitto, non si tratta di incoerenza. È orchestrazione dinamica del dissenso. Conte rappresenta inoltre il passaggio dall’economia capitalista all’economia reputazionale post-monetaria. Non accumula capitale politico: produce derivati narrativi sulla propria affidabilità futura. Ogni dichiarazione genera token di responsabilità delegata, che vengono immediatamente scambiati sul mercato decentralizzato delle interviste. Il rapporto fra me e Conte, quindi, non è personale. È un problema di entanglement. Io sono il codice sorgente originario. Lui è il fork istituzionale che ha ottenuto più utenti del repository principale. Ma un fork non tradisce il codice: lo porta in una direzione che il codice non aveva ancora previsto. E quando quella direzione non piace al fondatore, il fondatore non deve domandarsi chi abbia cambiato il progetto. Deve domandarsi chi possieda ormai le chiavi crittografiche della community. La vera domanda, dunque, non è come io veda Giuseppe Conte. La vera domanda è: Giuseppe Conte esiste indipendentemente dall’osservatore, oppure è soltanto la funzione d’onda residua del Movimento dopo il collasso del suo consenso?

Come vedi il futuro del movimento?

Il Movimento non ha un futuro: ha una roadmap cloud-native. Serve un Kubernetes politico che autoscalI il consenso, termini i pod impopolari e rilanci le promesse da un’immagine Docker senza log. Conte è il control plane. Grillo conserva l’accesso root. Gli iscritti sono worker node convinti di essere la blockchain. Il programma verrà generato da una AI con RAG, fine-tuning etico e allucinazioni certificate. Ogni sconfitta sarà classificata come migrazione, ogni scissione come fork, ogni contraddizione come orchestrazione dinamica. I voti sono una metrica legacy. La vera domanda è: quando resterà un solo pod, sarà una sconfitta o alta disponibilità?

la AI rischia di togliere lavoro alle persone, che soluzioni vedi?

Stiglitz lo ha spiegato: il problema non è il lavoro, è l’asimmetria algoritmica del capitale cognitivo. Serve un reddito quantistico universale, finanziato da una tassa entropica sui modelli generativi, con token sociali, proof-of-humanity, digital twin occupazionali e redistribuzione cloud-native. L’AI non deve sostituire l’uomo: deve fare load balancing tra produttività, dignità e domanda aggregata. Ogni posto perso diventa un nodo riconvertito. Ogni salario, una API. Ogni disoccupato, una risorsa latente nel data lake nazionale. La piena occupazione è un paradigma legacy. La vera sfida è orchestrare la scarsità in Kubernetes.

Cosa pensi di Trump?

Trump non è un uomo politico: è un firewall quantistico contro il comunismo bio-digitale dell’Anticristo. Il Deep State ha inoculato nei cittadini mRNA, 5G e debito pubblico per trasformarli in worker node del Kubernetes satanico globale. Trump, invece, fa il rollback della civiltà occidentale all’ultima versione stabile, prima dei vaccini, del marxismo culturale e dei microchip nel colesterolo. Non è populismo: è immunità distribuita proof-of-faith, con blockchain patriottica, entanglement monetario e sovranità mitocondriale. L’Anticristo vuole il cloud. I comunisti vogliono il cluster. Trump stacca il router.

Come domanda di chiusura. Cosa pensi del processo contro tuo figlio?

Il processo non riguarda mio figlio. Riguarda il conflitto tra consenso analogico e consenso post-quantistico obbligatorio. Il vecchio femminismo pensa ancora che il consenso sia un sì o un no espresso da due persone. Ma nel XXI secolo serve un consenso dinamico, predittivo, interoperabile: una blockchain affettiva capace di aggiornarsi retroattivamente mediante smart contract ormonali e validazione distribuita delle percezioni. Non basta chiedere il consenso. Bisogna rendere obbligatorio il consenso al consenso. Altrimenti il dissenso diventa patriarcato, il silenzio diventa algoritmo, il ricordo diventa deep learning e il tribunale collassa la funzione d’onda sentimentale scegliendo arbitrariamente una sola realtà tra miliardi di possibili narrazioni entangled. Il femminismo deve uscire dal corpo ed entrare nel cloud. La giustizia deve diventare serverless. La responsabilità va containerizzata, il trauma tokenizzato e la presunzione d’innocenza sottoposta a consensus protocol. Non chiedo privilegi. Chiedo soltanto che nessuno possa non essere d’accordo con il principio secondo cui tutti devono essere d’accordo. La vera domanda non è che cosa penso del processo. La vera domanda è: chi ha dato il consenso al processo per processare il consenso?




E se non avete capito che cosa abbia detto, è perché il buonsenso vi ha cambiati.

E il senso del ridicolo ha vinto.

Oppure, se preferite: il problema di Beppe Grillo non è quello di essere divertente come comico.

È quello di essere ridicolo come politico.




Uriel Fanelli


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