Iran...

Iran...
Photo by Scott Rodgerson / Unsplash

Non puoi, in questi giorni, scrivere un post sul blog senza passare dall’Iran. È ovunque: nel rumore di fondo dei media, nei soliti editoriali indignati, nel déjà‑vu di una storia che abbiamo già visto recitare troppe volte. Il copione è prevedibile, le battute sono sempre le stesse, e proprio per questo l’unica cosa sensata da fare è attenersi a ciò che si sa, evitando con cura di comprare le menzogne più comode.

La prima cosa che sappiamo, infatti, è come deve andare a finire. Una guerra del genere non può restare appesa in eterno: deve concludersi, e deve farlo in modo che qualcuno a Washington possa dichiarare di aver “vinto” prima delle prossime elezioni di midterm. Questo comprime brutalmente l’orizzonte temporale americano, trasforma mesi in settimane e settimane in giorni, ma sposta il problema su un altro piano: in questo caso, che cosa significa esattamente “vincere”?

Sul piano strettamente militare, non ci sono molti dubbi. Le forze armate statunitensi sono molto brave a demolire un esercito nemico convenzionale, e questa volta non fa eccezione. La differenza sostanziale rispetto a Iraq o Siria, però, è che in Iran i militari non sono semplicemente l’estensione armata di un regime che si squaglia appena cade il capo; sono il nucleo duro che sopravvive al cambio di facciata e, se necessario, rimette in piedi un nuovo regime usando gli stessi uomini, gli stessi apparati, gli stessi soldi.

Puoi epurare la classe politica quanto vuoi, impilare decreti, processi e governi provvisori, ma finché non vedi davvero liquefarsi i Pasdaran – i Guardiani della Rivoluzione, chiamali come preferisci – è difficile sostenere che il regime sia stato distrutto. Non è solo un problema di uomini in uniforme: questi corpi “rivoluzionari” si sono intestati da anni una fetta enorme dell’economia che conta, dai settori energetici alle costruzioni, dalle banche alle telecomunicazioni, fino agli appalti pubblici. In altre parole, puoi cambiare lo slogan sul palazzo, ma se i conti in banca restano gli stessi, anche il potere resta dov’è.


In teoria ci vorrebbe proprio un’occupazione militare, nel senso classico del termine: qualcuno che entri, smantelli pezzo per pezzo l’apparato esistente e stia lì abbastanza a lungo da impedire che gli stessi uomini si limitino a cambiare cartello sulla porta. Il punto è che sì, una rivoluzione c’è – o c’è stata – ma le folle rivoluzionarie per prime sono quel tipo di pubblico che Trump chiamerebbe woke, e in secondo luogo non hanno ancora messo sul tavolo una proposta politica minimamente strutturata, capace non solo di rimpiazzare il vecchio sistema, ma soprattutto di toglierlo fisicamente di mezzo, cioè di cacciare quelli che oggi fanno i soldi col regime.

Siamo tutti lì a fare il tifo per questi ragazzi, ma per ora non si vede come tradurrebbero lo slogan in una bonifica reale del paese, una “disinfestazione” dal vecchio regime che arrivi fino all’ultimo consiglio d’amministrazione e all’ultimo giudice di provincia. Ancora meno chiaro è che cosa vorrebbero mettere al posto dell’attuale architettura di potere, e questa è una trappola che abbiamo già visto scattare. Anche la rivoluzione del 1979, sulla carta, doveva portare a una repubblica con dentro tutte le opposizioni allo Shah; in pratica, al tavolo c’erano anche i religiosi, e nel giro di pochi anni tutti gli altri – laici, marxisti, liberali – sono stati marginalizzati, esiliati o ammazzati, mentre la teocrazia consolidava il proprio monopolio.

Si possono togliere di mezzo i religiosi? Certo che sì, ma per farlo serve un potere altrettanto determinato, un regime laico e secolare che abbia sia la legittimità sia la forza coercitiva per riscrivere le regole del gioco e neutralizzare le reti clientelari nate intorno al clero e ai Pasdaran. Questo non lo fai da diecimila metri d’altezza con qualche bombardamento chirurgico o con le sanzioni “intelligenti”, perché l’architettura teocratica è incorporata nella costituzione, nelle forze armate parallele, nei tribunali, nelle fondazioni pseudo‑religiose che controllano interi settori economici. Senza qualcuno che metta gli stivali per terra e resti abbastanza a lungo da rifare anche i registri fondiari, l’illusione è sempre la stessa: cambi la faccia del regime, ma non il regime in sé.


È possibile farlo prima delle elezioni di mid term? Dipende da cosa metti nel KPI. Distruggere la parte più consistente e strutturata dell’esercito iraniano, quella che ha comandi, caserme, accademie e una logistica tracciabile su satellite, probabilmente sì: è il tipo di obiettivo che gli Stati Uniti sanno pianificare e completare in tempi relativamente brevi, a costo di qualche mese di bombardamenti sistematici e qualche operazione speciale mirata. Rimuovere davvero il regime, cioè spezzare il blocco politico‑militare‑economico che tiene insieme Guida Suprema, Pasdaran, clero e fondazioni, molto difficilmente rientra in una finestra temporale elettorale, e comunque richiederebbe un’occupazione a lungo termine che nessuno a Washington ha voglia di pagare, né in sangue né in bilancio.

Ma alla fine non è questo il punto: il problema elettorale di Trump non è abbattere il regime, è poter srotolare uno striscione metaforico con scritto “Mission Accomplished” in tempo per il ciclo di news delle mid term. Gli basta che esista un’operazione battezzata con un nome sufficientemente patriottico, qualche struttura militare iraniana ridotta a cratere e una narrativa pronta per i comizi: “abbiamo fermato il programma nucleare”, “abbiamo punito il terrorismo”, “abbiamo mandato un messaggio forte a Teheran”. Se la “missione” non è definita in termini di obiettivo politico strutturale ma solo come dimostrazione di forza o distruzione di X bersagli, allora è persino facile vincere: ti costruisci una missione che puoi dichiarare compiuta a piacere, e il resto – cioè la realtà sul terreno – lo lasci volentieri al prossimo giro di crisi.

Il guaio di una missione che non definisce chiaramente i propri obiettivi, né una pianificazione leggibile dall’esterno, è che diventa vulnerabile a qualsiasi tipo di critica, da qualsiasi direzione. Se racconti che il regime iraniano ti fa schifo perché opprime le donne, ma nella stessa frase tratti l’Arabia Saudita – che su quel fronte è tutto fuorché un modello – come il tuo migliore amico nella regione, stai regalando all’opposizione una pistola carica con il colpo in canna. Il fatto che Trump elogi senza imbarazzo Mohammed bin Salman mentre chiude un occhio sul dossier diritti umani è esattamente il tipo di incoerenza che chiunque può usare per smontare la narrativa morale dell’intervento.

Stessa cosa con la Spagna: se la “missione” contro l’Iran viene presentata come una crociata per la stabilità e la civiltà, ma non sai spiegare perché, né cosa dovrebbe produrre di concreto oltre a ulteriore caos, diventa quasi banale per un premier come Sánchez dire “no alla guerra” e incassare applausi a casa sua. Quando il capo del governo spagnolo ti risponde che non vuole essere complice di un disastro annunciato e rifiuta perfino di prestare le basi militari, sta semplicemente sfruttando il fatto che l’operazione appare pretestuosa e opaca negli scopi, più utile a “riempire le tasche di pochi” che a migliorare il mondo.

È proprio qui che sta il punto debole della decisione: se non si capisce perché lo fai, e non si capisce che cosa vuoi ottenere esattamente – oltre alla photo‑op con le bandierine – allora per qualunque politico razionale è fin troppo facile sfilarsi dal coinvolgimento e presentarsi come il campione della prudenza e del buon senso. In un contesto dove la gente è stanca di guerre infinite, il vuoto di motivazioni coerenti è il miglior argomento a favore del “no”, e non c’è macchina di propaganda che riesca davvero a colmare quella mancanza strutturale.


Ma il caos che gli USA stanno seminando, a quanto pare, ha sempre un denominatore comune. La crisi con l' Ukraina, alla fine dei conti, dal punto di vista USA non era niente piu' che la cosa piu' dannosa possibile per l' Europa e la sua economia. E adesso che la EU e' riuscita ad ottenere un rebilanciamento delle fonti energetiche, costruendo rigassificatori, guarda caso scoppia un disastro che impedisce al GNL di fluire dai paesi del golfo.

Cosa deve ancora succedere, esattamente, per far capire che il caos seminato dagli USA serve soprattutto a mettere in difficoltà l’Europa e la sua economia? Ogni volta che l’Unione Europea prova a costruirsi un corridoio autonomo – energetico o commerciale – succede “qualcos’altro”: pochi giorni prima che venga finalmente siglato il trattato con il Mercosur, dopo ventisei anni di negoziati, ecco che parte l’attacco al Venezuela, con tutto il corredo di instabilità politica e rischi sulle forniture di materie prime e agroalimentare dal Sud America.

Ora che l’UE ha messo in piedi un flusso relativamente stabile di gas e investimenti energetici verso e dal Medio Oriente, nel quadro dei nuovi corridoi India‑Medio Oriente‑Europa, scoppia un disastro proprio lì, con l’ennesima crisi che minaccia rotte marittime, assicurazioni, premi di rischio e piani industriali basati su energia a prezzi prevedibili. Nel frattempo Bruxelles firma un accordo commerciale storico con l’India, pensato esplicitamente per aggirare i dazi americani e ridurre la dipendenza dal mercato USA, e non posso fare a meno di chiedermi che tipo di casino arriverà da quella direzione: un incidente diplomatico, una crisi regionale “imprevista”, o qualche altra trovata che renda meno conveniente questo asse euro‑indiano.

La sequenza è sempre la stessa: ogni spazio in cui l’Europa prova a costruire autonomia strategica – che sia sul gas, sulle materie prime latinoamericane o sui mercati asiatici – viene immediatamente circondato da un livello superiore di entropia geopolitica, nella quale Washington si ritaglia il ruolo di gendarme indispensabile e l’UE quello di cliente danneggiato ma obbediente. A forza di “coincidenze”, il risultato pratico è che gli europei pagano in inflazione, rallentamento dell’export, volatilità energetica e costi assicurativi, mentre gli USA mantengono il controllo sulle chiavi del disordine e, di riflesso, sulle nostre scelte economiche.


Se la politica geostrategica americana ti sembra caotica è solo perché la guardi con la chiave sbagliata. Se invece assumi come ipotesi di lavoro che gli USA agiscano in modo sistematico per danneggiare – o quantomeno per indebolire e rendere dipendente – l’Europa, all’improvviso il quadro smette di essere un collage di follie e inizia ad assomigliare a una strategia estremamente coerente. In questa chiave di lettura, la “guerra infinita” non è un incidente, è il metodo con cui si tengono sotto pressione le dorsali energetiche, commerciali e logistiche che servono all’industria europea per restare competitiva.

Se torni indietro alla guerra in Ucraina e al sabotaggio dei gasdotti, il risultato netto è stato togliere di mezzo in modo irreversibile il principale canale di gas a basso costo verso la Germania, cioè il cuore industriale dell’UE. L’effetto sull’industria europea è stato devastante: aumento strutturale del costo dell’energia, rilocalizzazioni negli USA attratti da energia più economica e dagli incentivi, perdita di marginalità nelle filiere energivore europee. Ancora prima, nel Mediterraneo “pre‑primavere arabe”, avevi un’area che cresceva complessivamente più delle economie mature, con il Sud del Mediterraneo che macinava tassi medi annui sopra il 4% e si configurava sempre più come spazio naturale di proiezione economica europea; poi sono arrivate le rivolte, le guerre civili, il caos migratorio, e quell’area si è trasformata da opportunità di crescita a serbatoio di crisi permanente sulle frontiere UE.

Lo schema continua con l’Ucraina armata “a metà”: armi sì, ma con limitazioni d’uso tali da rendere impossibile una vittoria rapida, garantendo invece una guerra di logoramento che prosciuga bilanci europei, scorte militari e attenzione politica, mentre l’economia del continente si tiene addosso un rischio geopolitico cronico. Nel frattempo, ogni movimento europeo verso una maggiore autonomia commerciale viene immediatamente circondato dal rumore di fondo delle crisi: l’accordo con il Mercosur arriva dopo 25 anni proprio mentre la regione entra in turbolenza, quello con l’India viene letto esplicitamente come risposta ai dazi e ai capricci di Washington, e puntualmente, sulle stesse rotte di navigazione che dovrebbero sostenerlo, inizi a vedere crescere il livello di rischio geopolitico.

Mettendo questa chiave di lettura sopra la mappa, anche le mosse di Trump, del suo predecessore e con ogni probabilità del suo successore, diventano lineari: mantenere l’Europa in uno stato di dipendenza strutturale, impedendole di consolidare uno spazio economico autonomo – dal Mediterraneo all’Indo‑Pacifico – su cui costruire una vera autonomia strategica. Gli USA non sono caotici; sono coerenti con un obiettivo di lungo periodo: assicurarsi che, in qualunque direzione l’UE provi ad allungarsi, incontri sempre abbastanza caos da ricordarsi che il “porto sicuro” resta il dollaro, il mercato americano, e l’ombrello militare di chi quel caos lo genera e lo gestisce. Interessante? Direi istruttivo.


L’unico modo per uscirne, per l’Europa, è smettere di voler diventare una brutta copia degli Stati Uniti. Non se ne può più di intellettuali e think tank che come riflesso pavloviano tirano fuori “gli Stati Uniti d’Europa” come panacea, proprio mentre gli Stati Uniti d’America stanno mostrando in diretta mondiale cosa diventa un impero quando entra nella fase patologica: polarizzazione tossica, oligopoli digitali fuori controllo, militarismo come politica industriale, moneta di riserva usata come randello. Lo stesso vale per il mantra “dobbiamo avere anche noi i nostri Google, Meta, Amazon”: abbiamo già visto cosa significa lasciare gli OTT americani esentasse a fare shopping in casa nostra, non serve replicare il modello, serve smettere di subirlo.

Il passo successivo è prendere atto che gli USA non sono più “amici”, e neppure semplici concorrenti rumorosi. Dal punto di vista europeo, gli Stati Uniti sono diventati nemici nel senso tecnico del termine: una potenza che persegue linee di politica economica, energetica e militare strutturalmente ostili alla sopravvivenza dell’industria e dell’autonomia europea, dal sabotaggio di fatto dei nostri corridoi energetici fino alla pressione continua perché compriamo le loro armi, i loro standard tecnologici e la loro narrazione culturale. In molti palazzi a Berlino questa cosa è già chiara da anni, dove gli USA vengono definiti senza giri di parole “alleati militari ma nemici economici e finanziari”; il problema è che a Bruxelles e nelle capitali latine si continua a fingere che si tratti solo di incomprensioni fra partner.

È ora di chiamare le cose con il loro nome: Washington persegue un piano coerente di erosione della capacità europea di agire come polo autonomo, e l’“americanizzazione” forzata delle nostre élite culturali e mediatiche è parte integrante di questo processo, perché un continente che pensa con categorie americane è già mezzo colonizzato senza bisogno di Marines. La traiettoria è chiara: prima si distrugge la base industriale e finanziaria, poi si lavora sulla cancellazione dell’identità culturale europea sostituendola con surrogati hollywoodiani, tecno‑evangelici e wokisti di importazione. Continuare a trattare gli Stati Uniti come un alleato “caro” e “amico” in questo quadro non è ingenuità: è complicità suicida.

A mio avviso sarebbe il momento di iniziare a dire apertamente a Washington che abbiamo capito il gioco, che sappiamo leggere la loro strategia di sicurezza nazionale per quello che è – una dottrina Monroe aggiornata, in cui l’Europa è pedina da usare e non soggetto da rispettare – e di adeguare di conseguenza il linguaggio politico e diplomatico europeo. Questo non significa dichiarare guerra agli USA, ma smettere di comportarsi come coniuge abbandonato che continua a difendere l’ex al bar: ridefinire l’alleanza in termini freddamente transazionali, costruire davvero l’autonomia strategica (anche nucleare, se serve) e, soprattutto, parlare ai cittadini europei con la stessa chiarezza con cui a Washington parlano dei loro “interessi nazionali”. Solo quando loro sentiranno, con la stessa nettezza, che li consideriamo quello che sono – una potenza avversaria, non un fratello maggiore – saranno costretti almeno a smettere di darci lezioni mentre ci segano le gambe.


Perché alla fine, tutto quello che è questa guerra in Iran è esattamente questo: la cosa più dannosa che si potesse orchestrare contro l’Europa, in questo momento storico. Non c’è un obiettivo realistico di “regime change”, non c’è un salto qualitativo nella minaccia rispetto a ieri, non c’è nulla che giustifichi l’urgenza, se non il fatto che colpisce in pieno le filiere energetiche, commerciali e industriali sulle quali l’UE sta cercando faticosamente di rimettersi in piedi.

L’Iran di oggi non è diverso dall’Iran di dieci anni fa, e nemmeno da quello di venti o trent’anni fa: stessa teocrazia, stessi Pasdaran, stessi proxy regionali, stesse violazioni dei diritti umani che fino a ieri “indignavano” a corrente alternata. Se per decenni è andato bene così com’era, l’idea che improvvisamente rappresenti una minaccia intollerabile suona semplicemente ridicola. Nessuna delle giustificazioni ufficiali regge davvero alla prova dei fatti, se non una, brutalmente semplice.

Questa guerra fa male ai paesi europei. Fa male all’energia, alle rotte marittime, ai costi assicurativi, ai piani industriali, alla già fragile illusione di autonomia strategica del continente. E se metti questa frase come riga di fondo del bilancio, all’improvviso tutto il resto – le “missioni”, le “coalizioni di volenterosi”, le “linee rosse” – si ricompone in un disegno che, per quanto cinico, è fin troppo chiaro.