Innovazione o Modernizzazione.

Innovazione o Modernizzazione.
Photo by Hasan Almasi / Unsplash

Lavorando a un progetto legato alla sovranità europea, sto cominciando a capire in che modo la UE si stia muovendo su questo fronte. E la direzione, in linea di massima, mi piace; ma solo fino a un certo punto. Prima di poter articolare una critica comprensibile, però, è necessario introdurre una distinzione fondamentale, che di solito viene completamente ignorata: quella tra innovazione e modernizzazione.

Questa distinzione è necessaria perché ho l’impressione che nessuno stia davvero affrontando il tema in modo corretto e rigoroso. La UE continua a chiamare “innovazione” ciò che, a ben vedere, è semplice modernizzazione dell’esistente. Il linguaggio è pieno di parole d’ordine altisonanti, ma se gratti via la vernice rimane spesso solo un aggiornamento di infrastrutture e strumenti già noti, non qualcosa che cambi davvero le regole del gioco.

Un esempio da manuale è il vituperato euro digitale, che in realtà non è altro che un ulteriore circuito di pagamento, simile a VISA o Mastercard, con la sola differenza che il fornitore è la BCE. C’è modernizzazione in questo? Ovvio. Anzi, si potrebbe dire che fosse anche ora che esistesse un circuito di carte di pagamento autenticamente europeo, invece di dipendere integralmente da infrastrutture statunitensi.

Ma innovazione, in senso proprio, non lo è affatto. Le carte di credito e i circuiti elettronici di pagamento esistono da oltre mezzo secolo; introdurne uno nuovo in Europa può essere considerato un passo avanti sul piano della modernizzazione, ma non sposta di un millimetro il confine di ciò che è tecnicamente o concettualmente possibile. Non stiamo inventando nulla di nuovo: stiamo solo cercando di recuperare il ritardo accumulato.


Partiamo da un concetto chiaro, perché qui si gioca metà del fraintendimento. Modernizzazione significa aggiornare le strutture fino allo stato dell’arte già conosciuto, cioè portare ciò che esiste al livello che il mercato e la tecnologia considerano ormai standard. Non c’è niente di particolarmente eroico: è manutenzione evolutiva, spesso necessaria, a volte tardiva, quasi mai rivoluzionaria.

Innovazione, invece, è un’altra cosa: significa andare oltre lo stato dell’arte e fare qualcosa di sconosciuto, qualcosa che non si è mai visto prima. Vuol dire introdurre un principio nuovo, un modello nuovo, un uso nuovo della tecnologia che prima non esisteva, né nella prassi né nell’immaginario degli addetti ai lavori. Quando innovi davvero, non stai “recuperando terreno”: stai spostando il confine di ciò che gli altri considerano possibile.

Un altro esempio, giusto per capirci, è la famosa carta di identità digitale, che in paesi come l’Estonia esiste da più di vent’anni ed è diventata un pezzo banale della vita quotidiana: la usano per firmare contratti, fare operazioni bancarie, votare, insomma per tutto ciò che richiede identificazione forte. Allo stesso modo, il nuovo sistema di frontiera digitale per gli aeroporti europei, con e-gates, rilevazioni biometriche e registrazione automatica degli ingressi e delle uscite, è solo l’ennesima iterazione di tecnologie già viste negli aeroporti di mezzo mondo, che la UE sta finalmente portando a regime con l’Entry/Exit System.

Sono tutte cose moderne, certo, e in molti casi perfettamente allineate con lo stato dell’arte: migliorano l’efficienza, riducono le code, permettono di buttare nel cesso timbri e modulini di carta. Ma non venitemi a raccontare che siano “cose nuove” o “mai viste prima”: sono semplicemente tecnologie già note, adottate in ritardo e portate – quando va bene – allo standard che altri paesi hanno raggiunto anni fa.


Lo stesso discorso vale per il cosiddetto cloud europeo. Certo, è necessario avere infrastrutture cloud in mano ad attori europei, e in questo senso realtà come OVHcloud o STACKIT sono, nel complesso, buone idee: offrono servizi IaaS e PaaS in data center europei, con un’attenzione esplicita alla sovranità dei dati e alla conformità GDPR. In molti casi sono ancora piattaforme relativamente primitive se le confrontiamo con i grandi hyperscaler, ma come primo passo per ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti hanno una loro logica.

Però diciamolo chiaramente: da quanti anni esiste il cloud di AWS? Amazon ha lanciato S3 e poi EC2 nel 2006, quasi vent’anni fa, inaugurando di fatto il modello di cloud pubblico come lo conosciamo oggi. È modernizzazione, per l’Europa, costruire oggi qualcosa di vagamente simile in casa, con un suo marchio e i suoi data center? Ovviamente sì: è un tentativo di riallinearsi allo stato dell’arte dopo anni di sudditanza tecnologica.

Ma è innovazione? Direi proprio di no. Non stiamo inventando un nuovo paradigma di computing, né un modello inedito di distribuzione delle risorse: stiamo faticosamente replicando, con anni di ritardo, un’architettura e un modello di servizio che qualcun altro ha reso banale e mainstream molto tempo fa. La cosa può avere senso politico e industriale, ma sul piano tecnico è semplice modernizzazione, e chiamarla “innovazione” serve solo a imbellettare un gigantesco rincorrere chi è partito prima


Ma perché questa stortura? Perché il concetto non viene proprio compreso. Qual è il confine mentale che impedisce alle classi dirigenti europee di andare oltre la semplice modernizzazione? Qual è il “muro” che fa sì che ogni cosa nuova venga subito tradotta in una versione più tranquilla, più addomesticata, più vecchia?

Questo muro ha un nome abbastanza banale: rischio. Quando fai innovazione, a differenza di quando fai modernizzazione, ti prendi un rischio vero. Ti devi chiedere cosa succederà quando quella tecnologia arriverà davvero sul mercato, che tipo di effetti collaterali produrrà, quali rendite di posizione spaccherà, quali lobby farà infuriare. È il momento in cui la politica smette di “gestire” e dovrebbe iniziare a scommettere.

E qui parte il cinema. Il rischio, invece di essere trattato come una variabile da misurare e gestire, viene trasformato in un mostro da film dell’orrore: tutto viene ingigantito, reso grottesco, caricato di scenari apocalittici. È la stessa logica con cui, nel 1800, il Collegio delle Scienze di Parigi si preoccupava che “un treno che va alla pazzesca velocità di 60 chilometri all’ora” potesse far esplodere i polmoni dei passeggeri: il rischio elevato a leggenda metropolitana, al babau raccontato per tenere tutti buoni e fermi dov’erano.

E lo abbiamo visto benissimo con l’euro digitale. Alla fine della fiera è solo un circuito di pagamento, l’equivalente di una carta di credito emessa dalla banca centrale invece che da Visa o Mastercard: una tecnologia che conosciamo da decenni e che non ha mai messo in pericolo la stabilità finanziaria di nessun paese sviluppato. Non stiamo parlando di finanza quantistica: stiamo parlando di conti, limiti, clearing e regolamento di pagamenti al dettaglio.

Ebbene: la UE è riuscita a spenderci sopra qualcosa come cinque anni di studi, consultazioni, analisi dei rischi, simulazioni e paper accademici per capire se “per caso” questo coso potesse far esplodere il sistema bancario. CINQUE ANNI. Nessuna azienda sana di mente finanzierebbe cinque anni di fattibilità e analisi dei rischi per un progetto IT che usa concetti vecchi di mezzo secolo: se dopo sei mesi non hai capito se riesci a emettere un clone digitale di una carta di credito, in qualsiasi board normale ti tolgono il budget e ti accompagnano alla porta.

E invece no: talmente terrorizzati dal loro stesso spauracchio del “rischio sistemico”, sono arrivati al punto di progettare l’euro digitale con il freno a mano tirato, alzando steccati ovunque. Tanto che la discussione pubblica gira attorno a una soglia di utilizzo ridicola – 3.000 euro a persona, forse 4.000 nella versione “osiamo un po’” – per essere sicuri che la gente non osi tenere troppi soldi in forma digitale presso la BCE. Risultato: dopo cinque anni di panico organizzato, il miracolo tecnologico partorito è una specie di carta prepagata con il tetto, e un gigantesco “ma non esagerate, eh” scritto in piccolo nelle note a piè di pagina.


Ogni cosa. Qualsiasi innovazione arrivi da fuori viene accolta da un coro di gente che urla MORIREMO TUTTI!!!!!, con lo stesso entusiasmo con cui un tempo si dava la colpa al DEMONIO quando non si capiva qualcosa. La nuova tecnologia, finché è davvero nuova, è trattata come una minaccia metafisica: distruggerà il lavoro, farà collassare il sistema, rovinerà la democrazia, mangerà i bambini e probabilmente farà pure venire l’acne a chi la usa.

Poi, puntuale come le tasse, passano vent’anni. La tecnologia nel frattempo è diventata banale altrove, ci hanno costruito sopra industrie, servizi, occupazione, interi ecosistemi economici, e da noi finalmente spunta il modernizzatore di turno. Quello che arriva con la faccia rassicurante, ti spiega che “ormai il mondo va così”, e adotta la stessa tecnologia, ma con la serenità di chi sa già più o meno tutto: rischi, impatti, effetti collaterali, perché intanto gli altri hanno fatto da beta tester.

A quel punto il coraggio non serve più: la curva del rischio si è già scaricata da qualche altra parte, e a noi rimane il compitino di recuperare il ritardo senza “correre troppi rischi”, ché non si sa mai. È una specie di ciclo liturgico europeo: prima demonizziamo, poi osserviamo da lontano, infine copiamo quando è tardi abbastanza da non doverci più prendere responsabilità vere.


Si potrebbero fare cose che negli USA, per motivi politici, regolatori o semplicemente di path dependency, non si faranno mai. Si potrebbe prendere, per esempio, qualcosa come Ethereum e trasformarla in un progetto europeo: una rete pubblica capace di gestire smart contract, registrare transazioni, ospitare certificazioni, documenti, brevetti, in modo trasparente e programmabile, con la possibilità di definire regole giuridiche e logiche d’uso direttamente nel codice. Sarebbe un’infrastruttura condivisa, pubblica, neutrale, sulla quale costruire servizi che oggi sono chiusi dentro il giardinetto di qualche big tech o di qualche ente nazionale.

Ma no. Noi preferiamo annunciare trionfalmente “il cloud europeo”. Che per carità, serve, ma è l’ennesima copia di un modello vecchio: server, VM, container, storage, roba che Amazon ha messo in produzione quando ancora circolavano i netbook. Quando poi, tra vent’anni, qualcun altro avrà già costruito l’equivalente di “Ethereum 5.0” e ci farà sopra infrastrutture di stato, ecco che spunterà il modernizzatore europeo di turno a proporre un “consorzio blockchain europeo” per “recuperare il gap”. Ché non si sa mai che oggi qualcuno si prenda davvero dei rischi.

E se proprio non vi piace la blockchain, non è che manchino le idee. Si potrebbe offrire al pubblico un’infrastruttura in stile Kafka: un gigantesco bus di eventi aperto, dove chiunque possa attaccarsi e mandare messaggi, file, notifiche, log, dati a chiunque altro, con semantiche chiare e aperte di pubblicazione e sottoscrizione. Manderemmo in soffitta il vecchio messaging americano, da WhatsApp all’email, fino al file transfer, sostituendolo con una dorsale di eventi europea, documentata, federabile, su cui chiunque può costruire servizi senza dover passare dal giardino recintato di Zuckerberg o di qualche altro americano annoiato.

Tra le tecnologie che potrebbero emergere, potremmo costruire un gigantesco IPFS europeo, o qualcosa di simile: uno storage distribuito dove chiunque possa costruirsi la propria CDN in autonomia, con contenuti indirizzati per hash, replicati dove serve, senza un singolo “padrone del tubo” che decide cosa passa e cosa no. Oppure una grossa rete overlay europea, invece della solita VPN da negozio cinese: si prende un progetto come Yggdrasil o, se vi eccita il retro-tech, I2P, e si costruisce un overlay continentale con chiavi, seed e root in Europa, pensato per garantire comunicazioni sicure end-to-end come infrastruttura di base.

Si potrebbero fare tante cose, tutte tecnicamente alla nostra portata, ma hanno un difetto imperdonabile: sono disruptive verso gli attori in gioco oggi. Fanno saltare i modelli di business esistenti, spostano il potere da pochi gatekeeper a una infrastruttura comune, e obbligano qualcuno, a Bruxelles o a Berlino, a prendersi la responsabilità politica di dire: “da domani il gioco è diverso”. Molto meglio rifugiarsi nel rassicurante “cloud europeo”, dove non cambi il gioco, ti limiti a metterti un pettorale con scritto “anche noi”, e soprattutto non ti prendi quel rischio che da queste parti fa più paura di qualsiasi minaccia esterna.


Tutto questo, invece, sarebbe innovazione vera. Non “migrare a cloud”, non “digitalizzare moduli”, ma cambiare l’infrastruttura di base su cui girano servizi, potere e soldi. E sia mai: l’innovazione, quella vera, ha dei rischi. Se solo provassero a implementare una di queste idee, in tre minuti arriverebbero quelli che gridano “ma è rischioso!”, “ma nessuno pensa mai ai bambini?”, “e se poi lo usano i criminali?”, fino al classico “non ci sono studi sufficienti sugli effetti di lungo periodo”.

È esattamente questa la mentalità che ci frena. Un continente intero che non riesce a passare il muro del rischio, paralizzato dall’ossessione di non dover mai rispondere di una scelta che non sia già stata validata da qualcun altro, altrove, anni prima. Così non facciamo innovazione: la imitiamo, la mettiamo in scena, la citiamo nei discorsi, mentre nella pratica ci limitiamo a fare modernizzazione ben pubblicizzata, raccontando come “futuro” quello che, nel resto del mondo, è già noiosa amministrazione di sistema.

L’allergia al rischio – che è solo un nome elegante per la codardia della classe dirigente – è esattamente ciò che ci frena. È il modo educato di dire che chi governa questo continente preferisce sempre perdere lentamente, ma in sicurezza, piuttosto che rischiare e vincere davvero.