...e Siria.

...e Siria.
Photo by Joseph Lockley / Unsplash

Quando scrivevo che gli USA hanno scatenato la guerra contro l’Iran perché è la cosa peggiore che possa capitare all’Europa, non avevo ancora messo in fila i parallelismi con il passato. Poi mi è tornata in mente la Siria, e il modo in cui quella guerra è stata devastante per l’Europa non tanto sul piano militare, quanto sul piano demografico e politico: un’ondata migratoria enorme che ha destabilizzato il continente e ha gonfiato le vele a quei partiti che Bannon e Trump considerano strumenti utili, non incidenti di percorso.

Sono quindi arrivato alla conclusione che gli USA si stiano muovendo in modo scientifico, con l’intento preciso di produrre un altro shock migratorio sul modello siriano, solo su scala molto più ampia. La differenza è che l’Iran non è la Siria: parliamo di un paese di circa 90 milioni di abitanti, circondato da aree già fragili, e basta che una frazione della popolazione si metta in movimento perché l’Europa si ritrovi investita da un’onda di profughi che le sue strutture politiche, sociali e di sicurezza non sono più in grado di assorbire senza collassare su se stesse.


Due parole sui parallelismi, ma fatte bene, ci stanno tutte.

Nel 2015-2016 l’Europa è stata travolta da circa un milione e trecentomila richieste d’asilo in un anno solo, di cui una fetta enorme proveniente dalla guerra siriana, abbastanza da piegare sistemi d’accoglienza, creare frizioni sociali e regalare carburante infinito ai partiti che campano di paura e identità ferita. All’epoca, il grosso dei profughi arrivava da un paese che aveva meno della metà degli abitanti dell’Iran di oggi, e già così il sistema politico europeo ha iniziato a scricchiolare in modo permanente.

Ora immaginiamo di prendere lo stesso meccanismo – guerra nel Medio Oriente allargato, collasso economico, ondata di profughi incanalata attraverso Turchia e Balcani – ma applicato a un paese da oltre novanta milioni di persone, che per giunta ospita da anni milioni di afghani pronti a muoversi a loro volta. Basta che il dieci per cento di questa popolazione venga spinto fuori casa perché l’Europa si ritrovi davanti a un flusso che le stesse agenzie europee definiscono, con un certo pudore burocratico, “di scala senza precedenti”, cioè qualcosa che farebbe sembrare il 2015 un’esercitazione.

Questi sono i parallelismi: stesso corridoio geografico, stessa fragilità politica europea, stessi partiti pronti a sfruttare l’onda, ma moltiplicando di parecchio la massa umana che si mette in moto. Nel 2015-2016 l’UE è quasi esplosa per un milione abbondante di arrivi; oggi molti governi sono già al limite, la tolleranza dell’opinione pubblica è crollata, e una nuova crisi migratoria di quelle dimensioni – o peggio – sarebbe esattamente il tipo di shock che serve a chi vuole un’Europa più debole, più divisa e più manipolabile.


Non mi è affatto chiaro in che modo l’UE si stia preparando a questa eventualità: ufficialmente parla di “piani di crisi” e del nuovo Patto su migrazione e asilo, ma in pratica continua a ripetere il mantra “siamo meglio messi del 2015” mentre si limita a velocizzare le pratiche e a irrobustire un po’ Frontex, cioè esattamente il tipo di risposta amministrativa che fa finta di ignorare la scala del problema strategico. Nel frattempo, gli USA applicano il solito schema: abbattere un regime fuori casa senza avere in tasca un’alternativa funzionante, agitare di nuovo la bandierina dei curdi come se bastassero loro a riempire il vuoto di potere, e ignorare volutamente che i Guardiani della Rivoluzione, tra le altre cose, hanno finora tenuto i talebani ai margini, in un quadro dove perfino i confini fisici fra Iran e Afghanistan sono ormai zone grigie di frizione armata e controllo religioso de facto.

E qui torna il sospetto che questo trucco non sia nuovo, ma sia stato rodato sin dai tempi dell’Afghanistan: gli afgani che arrivano in Europa dopo viaggi assurdi hanno, lungo la strada, una serie di paesi musulmani, alcuni con crescite economiche rispettabili, che potrebbero teoricamente offrire un approdo molto prima di scaricarli a piedi sulla rotta balcanica. Solo che i numeri ci dicono che la seconda nazionalità per richieste d’asilo in Europa, negli ultimi dieci anni, sono proprio gli afghani: loro continuano a percepire l’Europa come unica opzione stabile e definitiva, e soprattutto dipendono quasi totalmente dalle decisioni dei trafficanti per le rotte, i quali non si muovono “a caso”, ma lungo corridoi che qualcuno, politicamente, ha tutto l’interesse a tenere aperti e redditizi.

Quindi sì, il dubbio è lecito: se fosse solo una questione di business dei trafficanti, per loro cambierebbe poco far finire la carovana in Uzbekistan, in Turchia o in qualche altra economia in crescita; il fatto che invece il vettore naturale resti ostinatamente l’Europa racconta di un intreccio molto più profondo fra geopolitica, percezioni di sicurezza e narrazione: l’Europa come unico posto dove “si resta”, mentre tutto il resto è solo transito o discarica temporanea di corpi. E qui la domanda diventa politica in senso forte: chi alimenta questa rappresentazione, chi ci guadagna nel concentrare la pressione migratoria solo su un continente già vecchio, stanco, e guidato da classi politiche che pensano ancora in termini di “alleato irrinunciabile” proprio mentre l’alleato lavora sistematicamente per metterlo alle corde?


A questo punto viene spontaneo chiedersi se, in silenzio – perché a voce alta non si può dire – non si stia preparando qualcosa di analogo attorno all’Iran: perfino le agenzie europee ammettono che basterebbe il dieci per cento della popolazione iraniana in movimento per scatenare la più grande crisi migratoria di una generazione, e molti governi semplicemente non sopravviverebbero politicamente a un urto del genere. E non parlo solo dei governi “di centrosinistra”: un’ondata da dieci, quindici milioni di persone metterebbe in crisi soprattutto quelli come il governo Meloni, che è salito al potere promettendo blocchi navali e “stop alle partenze”, e che già oggi fatica a mantenere il controllo con numeri incomparabilmente più bassi.

Perché se c’è una promessa che Meloni ha fatto, è proprio quella di fermare i flussi; ma se milioni di persone si mettono davvero in marcia lungo la rotta balcanica e il Mediterraneo, le probabilità che quella promessa regga alla prova dei fatti diventano trascurabili, e con lei rischiano di saltare anche altri governi che hanno costruito la propria legittimità sulla retorica del “noi chiudiamo i confini”. Più penso a questa eventualità, più mi sembra plausibile che qualcuno, da qualche parte, consideri una nuova crisi migratoria non un incidente della storia, ma uno strumento perfettamente accettabile per ridisegnare gli equilibri interni europei.

E più ci penso, più mi chiedo se sono davvero l’unico a farsi questa domanda, o se semplicemente gli altri hanno capito benissimo dove stiamo andando, ma hanno deciso che è più comodo far finta di niente finché l’onda non arriva.

Quando sarebbe troppo tardi, insomma.