Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Collasso demografico.

Una domanda cui nessuno sta rispondendo, e un servizio giornalistico che nessuno sta facendo — Mastrobuoni? Esci da Kamps e vai a farci un giro — è questa: ma se vado nei posti dove vince AfD, principalmente nelle zone rurali della Germania orientale, cosa vedo?Ci siete mai stati? Avete mai visto con i vostri occhi? Potrebbe essere istruttivo, perché vi mostra qualcosa che dentro le statistiche si vede male: il disastro sociale prodotto da un declino demografico enorme. E da quelle parti il declino demografico è andato oltre qualsiasi misura alla quale siamo abituati nell'Europa occidentale. Eravamo appena usciti dal Covid quando arrivò un progetto in una zona di zuccherifici a barbabietola.E proprio uno zuccherificio. E quindi, nel momento in cui si presentò l'occasione, se non altro per vedere finalmente quale fosse questa famosa industria efficiente per la quale avevano distrutto le zone da cui provengo (e' una storia lunga), non feci storie e decisi di unirmi al gruppetto. Capii soltanto dopo perché fossimo un italiano, un polacco, un libanese e due cechi.

Nessun tedesco voleva venirci.

Perché non stavamo andando in un posto di città, cioè in un centro urbanizzato, ma nelle campagne: proprio quelle zone rurali della Germania orientale dove il voto per AfD è molto forte. In Sassonia-Anhalt. Ed è forse andando lì che cominciate a capire come descrizioni del tipo “maschio, poco scolarizzato, eccetera” siano appunto descrizioni statistiche. Utili, certo, ma capaci di penetrare un sistema culturale e sociale soltanto fino al punto in cui può arrivare una statistica.

Se su Dune vi colpisce soprattutto la mancanza d'acqua, lì vi mancheranno soprattutto due cose.

Le persone.

E i giovani.

La bassa densità demografica, che in città viene nascosta dal semplice fatto di essere... una città, quando arrivate nelle campagne assume dimensioni quasi fisiche. Diventa qualcosa che vedete. Strade, edifici, paesi interi sembrano dimensionati per una quantità di esseri umani che semplicemente non esiste più. Ed è qui che cominciate a vedere i paradossi.

Perché non è affatto un posto arretrato o privo di industria. Al contrario: dopo la riunificazione sono arrivati investimenti enormi nelle infrastrutture, incentivi pubblici, modernizzazione industriale e, più recentemente, nuovi investimenti produttivi. Non è nemmeno necessariamente un posto dove trovare lavoro sia impossibile.

Anzi.

Ed è proprio questo che rende il paesaggio così strano.

Ma quindi, cosa vedete?


Quando arrivate lì, la prima impressione è che sia tutto nuovo.

Bello, direte.

Poi vi avvicinate e scoprite una cosa stranissima: è tutto contemporaneamente nuovo e vecchio.

Cosa significa?

Significa che, a partire dagli anni Novanta, una quantità impressionante di infrastrutture è stata rifatta, ricostruita o modernizzata. Strade, scuole, stazioni, edifici pubblici, case. L'Est tedesco è stato oggetto di uno dei più giganteschi programmi di trasferimento e ricostruzione infrastrutturale della storia europea recente.

E quindi vedrete stazioni ferroviarie relativamente nuove, scuole relativamente nuove, strade nuove, edifici ristrutturati. Bellissimo?

No. Perché poi cominciate a notare che una parte di tutta questa roba è sottoutilizzata. La stazione è stata rifatta, ma sembra vuota. L'edificio è in ordine, ma intorno non c'è quasi nessuno. E nelle crepe dei muri, o negli spazi che nessuno usa più, comincia a crescere l'erba.

Perché?

Perché nel frattempo se ne sono andate le persone.

La Sassonia-Anhalt aveva circa 2,87 milioni di abitanti nel 1990. Dieci anni dopo erano già diventati 2,62 milioni: circa 260.000 persone in meno in un solo decennio. Ma il processo non si è fermato lì. Nel 2022 la popolazione era scesa a circa 2,15 milioni.

Significa che, rispetto al 1990, è sparito circa un abitante su quattro.

Nel solo 1990, 90.000 persone. La stessa cifra in emigrati, circa, dell'intera Italia.

E i numeri grezzi fanno forse ancora più impressione delle percentuali.

Non state osservando il lento declino di qualche paesino di montagna. State osservando un Land che, nell'arco di una generazione, ha perso oltre settecentomila abitanti.

Per avere un ordine di grandezza: nel 2025 dall'Italia sono emigrate all'estero circa 144.000 persone, delle quali 109.000 cittadini italiani. Nel 2024, anno eccezionalmente alto, gli espatri dei soli cittadini italiani erano stati 156.000. In una sola regione, gli stessi emigrati di un intero paese.

Quindi no: quando da una regione se ne vanno decine di migliaia di persone all'anno, e il fenomeno continua per anni, non stiamo parlando di una fluttuazione demografica. Stiamo parlando di qualcosa che cambia fisicamente la società.



Sì, ma cosa vedete?

Vedete diverse cose. Eravamo in un paesone poco sotto i 10.000 abitanti, almeno a quanto avevo capito: Könnern.

Avevo capito quasi bene: leggo che oggi gli abitanti sono circa 7.800. Poi, durante il giorno, tra fabbrica, fornitori, camionisti, manutentori e gente che arriva da fuori per lavorare, la percezione è facilmente quella di un centro più grande. Scena già vista.

Könnern è un piccolo centro immerso in una zona agricola della Germania orientale e ospita uno zuccherificio Pfeifer & Langen tuttora attivo, costruito nel 1992. È addirittura il più grande stabilimento tedesco dell'azienda, con circa 230 dipendenti, ed è descritto dalla società come uno dei suoi impianti più moderni.

E lo era.

Eravamo stati chiamati a modernizzare qualcosa che, in ultima analisi, era già moderno. Ma attenzione: era moderno anche perché era nuovo. (nei tempi dell'industria, intendo) Occorse tempo per reindustrializzare la Germania Est, per costruire stabilimenti nuovi, rifare infrastrutture e rendere competitiva un'industria che nel 1990 si era trovata improvvisamente esposta all'economia occidentale.

Peccato che, durante quel tempo, una parte della popolazione fosse scomparsa.

Le conseguenze si vedono, e onestamente mi ricordano molto le scene che vedo oggi quando vado nella bassa ferrarese. Vecchi, pochissimi giovani, case in vendita, case vuote, case che cominciano lentamente a cadere a pezzi.

Ma attenzione: non è un paesaggio degradato.

È proprio questo il punto.

Strade nuove, infrastrutture nuove, una densità di fibra che nell'Ovest non avevo visto: moltissimo è stato rifatto, ricostruito o modernizzato dopo il crollo della DDR. E insieme alle case pulite e tenute bene della gente che lavora, oppure dei pensionati che sono rimasti lì, trovate continuamente case abbandonate, chiuse oppure in vendita.

Non avete la sensazione di essere in un posto povero.

Avete la sensazione di essere in un posto svuotato.

Trovare casa per due settimane fu semplicissimo. La fibra l'avevano, e con Airbnb trovammo quasi subito. I prezzi erano piuttosto bassi, ma la cosa che ci colpì davvero era che le case fossero ENORMI.

Solo quella cazzo di mansarda che rientrava nel nostro prezzo, a Düsseldorf, avrebbe potuto ospitare tranquillamente una famiglia intera.

La padrona, abbastanza anziana, mi spiegava che quando avevano costruito quelle case ogni famiglia aveva due o tre figli. Quelle dimensioni, quindi, non erano considerate particolarmente eccezionali: erano semplicemente case costruite per una struttura familiare diversa, per più persone, per figli che sarebbero rimasti lì almeno per una parte consistente della loro vita.

Il problema è che le case sono ancora lì. Le famiglie per cui erano state costruite, molto meno.



Le fattorie di barbabietola? Certo, ma non erano come quelle che conoscevo io. Da noi, se coltivavi barbabietola e prendevi la bicicletta, in un minuto eri dal vicino; lì invece c'era una fattoria e poi, semplicemente, niente. Barbabietola, barbabietola, barbabietola, per chilometri. Per voi potrebbe persino sembrare un sogno: spazio, silenzio, campagna, nessuno che rompe i coglioni. Ma provate a chiedervi come cresce un giovane dentro una famiglia che vive in un posto del genere, perché quando le distanze diventano quelle, la geografia smette di essere paesaggio e diventa immediatamente un problema di libertà personale.

Ed è infatti uno dei pochi posti della Germania dove ricordo di aver visto una densità impressionante di scooter e motorini. Non soltanto per passione o per folklore: se avete quindici o sedici anni e vivete lì, senza qualcosa che abbia un motore semplicemente non vi muovete. La cosa è talmente concreta che in Sassonia-Anhalt il problema della mobilità giovanile nelle campagne è stato uno degli argomenti usati per consentire la patente AM già a quindici anni. Non è difficile capire perché: il vostro migliore amico può tranquillamente abitare “nel paese accanto”, soltanto che da quelle parti il paese accanto può significare venti o venticinque chilometri.

A quel punto lo scooter smette di essere il giocattolo del ragazzino e diventa il vostro autobus, il vostro treno, la vostra possibilità di vedere gli amici, di incontrare una ragazza, di uscire la sera e, in ultima analisi, di avere una vita sociale che non coincida con la cucina dei vostri genitori. E magari è anche meglio che sotto la sella ci stia un piccolo bidoncino di benzina di riserva, perché andare a trovare qualcuno può voler dire farsi venticinque chilometri all'andata e altrettanti al ritorno.

Sempre che non faccia troppo freddo, naturalmente. Perché lì non è la Giamaica.




Qui cominciate a intuire davvero il problema, perché a un certo punto vi accorgete che, su quattro scuole superiori, tre sono chiuse. Ve ne accorgete , siccome una oggi si chiama “Aldi”. Ci hanno fatto un supermarket. E non sto parlando di ruderi della DDR, di edifici lasciati marcire dal 1987, ma di scuole relativamente nuove o comunque ristrutturate dopo la riunificazione, che semplicemente non hanno più abbastanza studenti per continuare a funzionare. Alcune sono state riconvertite: una, per esempio, era diventata il supermercato dove andavo. È una sensazione strana, perché continuate a vedere infrastrutture costruite per una comunità più grande di quella che esiste oggi, come se il paese fosse rimasto della misura giusta per una popolazione che nel frattempo è evaporata.

La sera questa impressione diventa ancora più evidente. Dopo le sette rimangono aperte soprattutto le Trinkhallen, quei piccoli posti dove si compra da bere e dove una parte della vita sociale finisce inevitabilmente per concentrarsi attorno all'alcol. E, se cominciate a guardare con attenzione chi incontrate per strada, notate un'altra cosa che all'inizio sembra quasi un'impressione, ma dopo qualche giorno smette di esserlo: le ragazze sopra i vent'anni sono pochissime. Più in generale, vedete poche donne giovani e poche donne nell'età in cui normalmente si formano famiglie e si fanno figli.

Questo non è nemmeno un dettaglio folkloristico. È uno degli effetti più studiati dello spopolamento della Germania orientale: per anni le giovani donne hanno lasciato molte aree rurali dell'Est più degli uomini, soprattutto per studiare, cercare lavoro o semplicemente costruirsi una vita altrove, producendo in alcune zone uno squilibrio demografico molto visibile.

Quando però lo leggete in una statistica è una cosa. Quando ci vivete dentro per qualche giorno è un'altra.

A un certo punto la giovane donna della Germania Est rurale comincia a sembrarvi una specie rara.

Il dodo della Germania Est.


La cosa davvero opprimente, però, è il senso di solitudine. Lo capite in dettagli apparentemente insignificanti, per esempio quando affittate un Airbnb e il vostro host, o la vostra host, viene da voi con una torta soltanto per fare due chiacchiere. Non perché manchi necessariamente il lavoro, non perché il posto sia ridotto alla miseria, ma perché mancano le persone, e soprattutto mancano i giovani. I vecchi questo lo sentono benissimo, molto più di quanto possa raccontarlo una tabella demografica.

Ed è qui che cominciate a capire una cosa che le statistiche dicono soltanto fino a un certo punto. Mi spiegarono che gli uomini se ne vanno soprattutto per cercare lavoro altrove, magari in una città più grande, a Berlino, in Baviera oppure nella finanza a Francoforte. Le donne, invece, se ne vanno per lavorare, naturalmente, ma anche perché una volta uscite da quel circuito sociale è molto più facile che costruiscano la loro vita altrove. Da quelle parti avevano addirittura un modo di dirlo: «Se [la tua ragazza] va a Jena, è persa.» (Jena è una città universitaria della Turingia, relativamente piccola ma molto più giovane, dinamica e istruita delle campagne circostanti: per molti ragazzi dell’Est rurale rappresenta già il primo vero “fuori”. La porta per fuggire.)

Il senso era chiarissimo. Se una ragazza parte per l'università, studierà fuori, conoscerà gente fuori, troverà probabilmente lavoro fuori e magari anche un partner fuori. A quel punto le probabilità che torni stabilmente nel paese diventano molto basse. Il maschio, almeno nell'immaginario locale, può invece andare a Berlino, trovare un lavoro e poi tornare a prendere la fidanzata. Sempre che una fidanzata ce l'abbia.

Perché il problema, alla fine, è proprio questo. Durante gli anni della scuola i ragazzi socializzano perché la scuola li costringe materialmente a incontrarsi: prendono il bus, spesso alzandosi a orari infami, attraversano chilometri di campagna e vengono concentrati nello stesso edificio insieme ad altri coetanei. Molti finiscono le superiori anche perché l'alternativa, in certi posti, significa davvero rischiare di rimanere a marcire in casa senza grandi prospettive. Poi però la scuola finisce, e con essa sparisce anche quell'infrastruttura sociale che teneva insieme ragazzi distribuiti su un territorio enorme.

A quel punto arriva il nulla.

Il paradosso è che il lavoro può anche esserci. Oggi esiste un'industria, e in alcuni settori esiste ancora parecchio lavoro materiale: agricoltura, alimentare, logistica, manutenzione, produzione. Non stiamo parlando di un deserto economico nel quale non esiste nulla da fare. Ma avere un lavoro non significa automaticamente avere una vita, e con una densità di popolazione così bassa le occasioni per conoscere gente, frequentare coetanei, trovare un partner o semplicemente costruirsi una rete sociale diventano poche e costose in termini di tempo e distanza.

E allora bisogna andare in città, oppure in quella che, da quelle parti, finisce facilmente per diventare la città per eccellenza: Berlino.



Vi aspettereste, visti i toni di AfD, di arrivare lì e trovare un'invasione di immigrati. A sentirli parlare dovrebbe essere l'apocalisse, una specie di sostituzione etnica visibile appena scendete dalla macchina. La cosa bizzarra, invece, è che andando in quei paesi la prima impressione è esattamente opposta: di immigrati ne vedete pochissimi, al punto che siete già abbastanza stranieri voi, se siete italiani. E spesso, peraltro, vi tollerano senza particolari problemi.

Questo non significa che gli immigrati non esistano. In Sassonia-Anhalt ce ne sono, e oggi le comunità più numerose comprendono ucraini, siriani, polacchi, rumeni e altri gruppi arrivati in periodi diversi. Ma nelle campagne la loro presenza può essere molto meno visibile che nelle città, e una parte consistente dell'immigrazione storica dall'Est europeo è composta da persone che, semplicemente guardandole per strada, non identifichereste affatto come straniere. Good luck with remigration, dudes.

Ed è proprio qui che il contrasto con la retorica diventa quasi comico. Con così pochi giovani in giro, non vedete quasi NULLA di tutto quello che loro dicono di temere. Quelli di AfD parlano continuamente di cultura “woke”, di trasformazione dei costumi, di identità di genere, di società multiculturale, ma lì viene spontaneo chiedersi: dove?

Non hanno nemmeno abbastanza giovani per produrre localmente una grande cultura “woke”. Ne sentono parlare, la vedono in televisione, sui social, magari la associano a Berlino o alla Germania occidentale, e da quella distanza possono costruirsene un'immagine mostruosa quanto vogliono. Ma nel paesone dove siete voi il problema concreto non è che ci siano troppi ragazzi con i capelli viola: il problema è trovare i ragazzi.

Se organizzaste un Gay Pride lì, probabilmente rischiereste di avere un signore abbastanza anziano che gira per la piazza con una bandiera e una spilletta, osservato da quattro pensionati e dal tizio della Trinkhalle. Perché anche ammesso che ci fossero giovani gay, lesbiche o semplicemente ragazzi interessati a vivere in un ambiente sociale di quel tipo, vale per loro lo stesso meccanismo che vale per tutti gli altri giovani: appena possono, molti se ne vanno dove esiste una comunità abbastanza grande da consentire loro di vivere.

Ed è questo il paradosso: una parte della battaglia culturale di AfD viene combattuta contro fenomeni che, nei luoghi dove AfD è più forte, sono spesso percepiti molto più di quanto siano materialmente presenti.


Odiano le università? Certo. E non è difficile capire perché, se guardate la questione dal loro punto di vista. Sanno benissimo che nel momento in cui un figlio o una figlia si iscrive all'università, molto spesso se ne va. L'istruzione superiore è la porta che vedono varcare ai propri figli, ma è anche la porta oltre la quale rischiano di perderli definitivamente. E il paradosso è che non mancano nemmeno le buone università nella Germania orientale: ce ne sono di ottime, e alcune sono perfettamente inserite in circuiti scientifici e industriali di alto livello: Martin-Luther-Universität Halle-Wittenberg, Otto-von-Guericke-Universität Magdeburg tra le prime. Il problema è che proprio quelle università funzionano come trampolino verso Berlino, Amburgo, Monaco, Francoforte, l'estero o comunque verso mercati del lavoro molto più grandi.

Quindi, nella loro esperienza concreta, l'istruzione non è soltanto emancipazione: è anche separazione. È il momento in cui il figlio prende una strada che difficilmente lo riporterà indietro, perché dopo la laurea troverà più facilmente lavoro, relazioni e una vita sociale altrove.

E i genitori questo lo sanno.

Vedono partire i figli per studiare, sono orgogliosi magari, ma sanno anche che con ogni probabilità invecchieranno da soli. Per loro l'università non è soltanto una scuola. È una porta d'uscita.

Sei orgoglioso di tuo figlio, di tua figlia. Ma li hai persi.

Invecchierete e morirete da soli, in qualche Rosenhof, con il carrellino nel corridoio, la televisione accesa troppo forte e una fotografia dei vostri figli sul comodino: loro, intanto, vivono a Berlino, Monaco o Francoforte e vengono a trovarvi quando riescono.


Siete probabilmente abituati a dire che anche l'Italia ha subito migrazioni, ma non state facendo caso ai numeri. Meno VENTICINQUE per cento in una generazione significa che, per avere qualcosa di paragonabile, dall'Italia dovrebbero sparire domani circa QUINDICI MILIONI DI PERSONE. E non quindici milioni distribuiti uniformemente tra bambini, adulti e pensionati: soprattutto persone nelle fasce giovani, quelle che studiano, lavorano, fanno figli e tengono materialmente in piedi una società.

Sapete quanti sono oggi, in Italia, quelli che possiamo grossolanamente chiamare “in età riproduttiva”? Se prendiamo la fascia convenzionale 15-49 anni usata dall'ISTAT, sono circa 23 milioni in tutto: 11,4 milioni di donne e 11,9 milioni di uomini.

Quindi provate a visualizzare davvero cosa significherebbe perdere quindici milioni di persone prevalentemente da quella fascia. Il rapporto è abbastanza feroce: 15 milioni equivalgono a quasi due terzi dell'intera popolazione italiana tra 15 e 49 anni.

Due ogni tre.

Non sarebbe “un po' di emigrazione”.

Sarebbe come svuotare, nel giro di una generazione, una parte enorme della popolazione giovane e giovane/adulta dell'intero paese, lasciando dietro di sé case, scuole, strade, fabbriche e genitori.



Quindi, cosa vedete? Vedete un posto relativamente pulito, ordinato, ma di quell'ordine particolare che hanno le cose dei vecchi: giardini perfetti come solo i pensionati riescono ad avere, automobili lucidissime perché quando non le usano le tengono in garage e magari le lavano dopo ogni pioggia, marciapiedi puliti perché davanti a casa c'è ancora qualcuno che considera normale spazzarli da sé. Vedete anche quei tavolini dei contadini davanti alle fattorie, con le patate, le cipolle o quello che c'è in stagione, e accanto un sacchetto o una cassettina per i soldi: lasciate quanto dovete e prendete quello che avete comprato. Non scherzo. In molti posti funziona ancora così. Quello che non vedete, invece, sono i giovani.

E anche qui conviene mettersi per un momento nei panni di una coppia che voglia davvero rimanere lì. Magari vi siete conosciuti online, perché già questo restringe meno il campo rispetto a cercare qualcuno nel paese accanto, e quando decidete di andare a vivere insieme finite facilmente a trenta o quaranta chilometri da uno dei due luoghi di origine. Fin qui niente di drammatico, se non fosse che volete lavorare entrambi e lei trova lavoro cinquanta chilometri a est, mentre lui lo trova cinquanta chilometri a ovest. A quel punto la geografia comincia a mangiarsi la vita quotidiana.

È inevitabilmente una civiltà automobilistica, e non soltanto per abitudine. I trasporti pubblici ci sono, ma in molte aree rurali sono rarefatti e spesso vengono ulteriormente ridotti proprio perché diminuiscono gli utenti: alle fermate capita di vedere avvisi che annunciano un nuovo orario con meno corse, mentre le stazioni, magari rifatte o ammodernate trent'anni fa e quindi ancora relativamente nuove, sembrano aspettare una quantità di passeggeri che non arriverà più.

E così vi trovate davanti a un'altra delle contraddizioni di quel paesaggio: infrastrutture che non sembrano vecchie, ma che sono già diventate troppo grandi per la popolazione che dovrebbero servire. Una stazione può avere trent'anni, essere ancora in condizioni decenti, e vedere passare pochissimi treni al giorno. Non perché nessuno abbia mai investito in quel territorio, ma perché nel frattempo sono spariti gli utenti per cui quell'infrastruttura era stata costruita.

E a quel punto anche una coppia giovane che volesse restare deve fare i conti con una domanda molto semplice: quanto tempo della propria vita è disposta a passare in macchina soltanto per continuare a vivere lì?



Andreste a viverci? I primi due o tre giorni, probabilmente sì, e anche volentieri. È tutto pulito, tranquillo, ordinato; le case sono tenute bene, tranne quelle abbandonate o messe in vendita a prezzi ridicoli, e il livello di criminalità reale è bassissimo. I giornali locali arrivano ad avere i necrologi PER I CANI delle persone: non hanno un vero “crimine”. AfD continua a parlare di criminalità, stupri e immigrazione come se lì fuori ci fosse l'apocalisse, ma nelle campagne dove eravamo noi quella realtà semplicemente non la vedevate: i fenomeni di cui parlavano esistevano soprattutto nelle poche città più grandi della regione. E non sono tanto spiccati come a Ovest o a Berlino.

Per qualche giorno sembra quasi una specie di Svizzera, soltanto con molte case abbandonate e moltissime altre in vendita. Certo, una parte andrebbe praticamente rifatta dalle fondamenta, ma poi vi capita di vedere il vecchio edificio delle poste, ottocento metri quadrati di roba, costruita in cemento e pietra, in vendita a 35.000 euro. Not kidding.

Poi però, dopo qualche giorno, cominciate a osservare meglio le persone e vi accorgete che sono quasi tutti vecchi. E non intendo “vecchi” nel senso in cui lo diciamo dell'Italia quando torno a trovare i miei e noto che il paese è invecchiato. Qui avete davanti gli effetti di trent'anni durante i quali una parte enorme della popolazione giovane e giovane/adulta se n'è andata, e in alcune aree rurali il vuoto nelle fasce tra i quindici e i cinquant'anni è diventato qualcosa che si vede a occhio nudo. Non serve una tabella: basta stare mezz'ora nella piazza del paese.

E allora anche la famosa paura della “sostituzione etnica” assume un'altra forma. Hanno paura di essere sostituiti? In parte, forse. Ma prima ancora hanno paura di scomparire, e questo, francamente, riesco a capirlo. Perché quando vivete in un posto dove la giovane donna con il bambino nella carrozzina è diventata praticamente un dodo, la sensazione non è semplicemente quella di essere diventati più vecchi: è quella che qualcosa si sia interrotto.

Perché perdere una generazione, demograficamente, significa anche compromettere la successiva. Se se ne vanno quelli che avrebbero dovuto fare figli, dopo vent'anni non vi mancano soltanto loro: vi mancano anche i figli che avrebbero avuto.

Ed è a quel punto che il paesaggio comincia davvero a pesarvi addosso.

Dopo due settimane, non vedete l'ora di venire via.

Magari siete andati nel centro “storico” a cercare qualche locale, perché dopo qualche giorno uno prova anche a capire dove vada la gente la sera. Le birrerie ci sono, naturalmente, ma sono piene soprattutto di uomini anziani, e le ragazze, quando ci sono, sono quasi sempre accompagnate dal fidanzato. E credetemi: in quel contesto è meglio così.

Poi c'è il solito ristorante italiano, perché evidentemente quello è una costante dell'universo. Lo riconoscete subito: anziane famiglie tedesche che ordinano piatti di pasta che praticamente nuotano nella salsa che dovrebbe limitarsi a condirli, oppure scaloppine che definire “alla panna” sarebbe riduttivo, perché sembrano più precisamente affogate nella panna. Nuotano nella panna. Navigano nella panna.

Poi c'è il kebabbaro, altra costante cosmologica ormai inevitabile, e infine il ristorante tedesco, cioè quel posto nel quale il concetto di varietà consiste soprattutto nel decidere quale versione di Schnitzel volete mangiare. Esattamente come una pizzeria vi propone qualche variante della pizza, loro vi propongono qualche variante della Schnitzel: con la salsa, senza salsa, coi funghi, con le cipolle, con qualcosa sopra che tanto alla fine saprà comunque di Schnitzel.

E questo, più o meno, è il centro sociale serale del paese.

E ovviamente, poco distante, c'è un bordello. Perché anche quella, a quanto pare, è una costante dell'universo tedesco: potete perdere i giovani, le scuole, i treni e metà della popolazione, ma da qualche parte nel raggio di pochi chilometri troverete sempre un'insegna al neon che vi ricorda che almeno un settore dei servizi continua a considerare il territorio economicamente interessante.


Ripeto: gli immigrati, lì, non si vedono quasi. Persino i siriani, in fondo, non corrispondono necessariamente all'immagine caricaturale che molti sembrano avere in testa quando parlano di “stranieri”; polacchi, rumeni, bulgari, ucraini e russi, poi, se li incrociate per strada non è affatto detto che possiate distinguerli da un tedesco soltanto guardandoli. Gli immigrati in Sassonia-Anhalt esistono eccome, ma nelle campagne dove eravamo noi la loro presenza visibile era molto più piccola di quanto la retorica politica avrebbe fatto immaginare.

Cosa succederebbe, allora, se organizzassero le famose ronde contro i migranti? Sport, direi. Passeggerebbero per il paese alla ricerca dello “straniero”, probabilmente dopo qualche birra, e dopo un po' si renderebbero conto che lo straniero non è poi così facile da trovare. O magari lo trovano, ma è il polacco che lavora lì da quindici anni, il rumeno che abita tre case più in là o qualcuno che, semplicemente, non corrisponde affatto all'immagine mentale del nemico che stavano cercando.

E allora la domanda diventa interessante: perché ce l'hanno così tanto con la cultura woke, con gli stranieri, con la sostituzione etnica, se molte delle cose che descrivono sono quasi assenti dal loro paesaggio quotidiano?

Perché demograficamente stanno scomparendo, e questo invece lo vedono ogni giorno. Vedono le scuole chiudere, i figli partire, le case svuotarsi, i vecchi rimanere soli, e quando una comunità passa decenni a perdere soprattutto giovani, la sensazione di essere una società in via di estinzione non ha bisogno di essere spiegata da qualche ideologo: è già lì, davanti alla finestra.

E poi c'è un secondo elemento. I giovani che rimangono trascorrono inevitabilmente una parte enorme della loro vita online, almeno fino a quando non hanno una macchina e possono allargare materialmente il proprio raggio d'azione. E la YouTube tedescofona, credetemi, può essere un posto terribile. A quel punto il mondo esterno non viene conosciuto andando a vederlo, ma attraverso video, social network e televisione.

Ed è qui che il meccanismo diventa quasi perfetto: persone che vivono in un raggio di cinquanta chilometri, in territori dove molte delle trasformazioni culturali che temono sono difficili persino da incontrare fisicamente, costruiscono la propria immagine del resto della Germania attraverso YouTube oppure attraverso il Tagesschau. Berlino, Amburgo, Colonia, Francoforte, l'immigrazione delle grandi città, i Pride, le università, le manifestazioni, il famoso “woke”: tutto arriva sullo schermo, già selezionato perché sia abbastanza interessante, scandaloso o conflittuale da meritare attenzione.

Così finiscono per conoscere benissimo, almeno nella loro testa, un paese nel quale praticamente non vivono.

E possono averne paura senza nemmeno doverlo vedere.



È difficile, per un giornalista, fare un servizio fotografico o televisivo su questa realtà, perché a prima vista non c'è quasi niente da fotografare. Sono cittadine piccole, distanti tra loro, immerse in campagne fatte di fattorie rarefatte e strade ordinate. Vedete casette ben curate, giardini perfetti, automobili pulite, e se escludete i cartelli “zu verkaufen” (vendesi) e le case abbandonate il paesaggio non è nemmeno particolarmente brutto. Se venite dalla bassa padana, insomma. Il problema è che il disastro demografico non si lascia fotografare facilmente: si manifesta soprattutto quando provate a vivere il posto.

Lo capite una sera, quando cercate qualcosa da fare. Oppure una domenica, quando non avete nessuna voglia di passare sette ore sui treni per tornare a Düsseldorf e altre sette a tornare, e decidete di cercare un cinema, scoprendo che magari non ce n'è uno utilizzabile nel raggio di decine di chilometri. Lo capite quando cercate la Altstadt e trovate soprattutto le solite catene — Aldi, Rewe, dm e compagnia — con pochi negozi indipendenti, spesso gestiti da persone anziane, qualche souvenir della DDR e ogni tanto scritte in cirillico o vecchi riferimenti al russo, lingua che nella DDR aveva un peso scolastico molto maggiore dell'inglese e che molti anziani hanno ancora studiato. Lo capite quando cercate una gelateria e semplicemente non c'è.

Certo, direte: ma tu sei cresciuto in un paesino disperso nella nebbia: non avevi un cinema nel tuo paesello. Verissimo. Ma il paese vicino era, appunto, VICINO. Ci andavo in bicicletta, ci andavo in motorino. Nemmeno da me c'era il cinema, ma bastavano dieci o quindici chilometri, oppure prendevo la littorina e in quaranta minuti ero a Ferrara. Lì invece il problema è che la distanza minima utile può diventare trenta chilometri, e spesso quando arrivate al paese successivo scoprite che è nelle stesse condizioni di quello da cui siete partiti. E “due paesi dopo” significa sessanta chilometri. Il treno magari (spesso) esiste ancora, ma passa pochissimo, spesso negli orari costruiti attorno ai pochi studenti delle superiori o ai pendolari rimasti.

Ovunque, nelle fermate dei bus o nelle stazioni, cartelli che avvisano di come gli orari verranno ridotti.

Ed è questo che una fotografia non riesce a rendere. Non vedete necessariamente degrado, non vedete necessariamente miseria, non vedete un paesaggio post-apocalittico.

Vedete un posto costruito per molta più gente di quella che ci vive.

Un paese che sembra un paio di pantaloni troppo grandi rispetto alla popolazione che gli è rimasta.



Non è compiacimento, il mio. L'Italia sta attraversando lo stesso inverno demografico, e secondo le ultime proiezioni ISTAT nel 2050 sarà scesa attorno ai 55 milioni di abitanti, per poi arrivare, nello scenario mediano, sotto i 46 milioni verso il 2080. Quindi il problema esiste anche lì. Ma in Sassonia-Anhalt è su un'altra scala, e in alcune zone della Germania orientale la sensazione è ancora più violenta, perché il declino è già avvenuto, è concentrato territorialmente e soprattutto ha colpito in maniera sproporzionata le fasce giovani. Possono mandare via i circa 190.000 stranieri che hanno? Certo. A fine 2025, in Sassonia-Anhalt, gli stranieri erano circa 192.000. Ma c'è un dettaglio interessante: in media sono diciotto anni più giovani della popolazione tedesca del Land.

Quindi possono anche fare la famosa remigration, se proprio vogliono.

Ma demograficamente sarebbe come curare un'emorragia sparandosi in testa.

Perché quella popolazione straniera è enormemente più concentrata nelle età giovani, lavorative e riproduttive rispetto alla popolazione tedesca locale. Se la togliete da un territorio che ha già perso una parte enorme dei propri giovani, non state fermando la sostituzione etnica: state accelerando lo svuotamento.

E quando una popolazione perde le persone che avrebbero dovuto fare figli, non perde soltanto quella generazione.

Perde anche la successiva.

Se insistono davvero su quella strada, tra due generazioni il problema non sarà più chi abbia sostituito chi.

Il problema sarà trovare qualcuno da sostituire.


Ma credo che questa sensazione di vuoto richieda di stare lì per qualche settimana, almeno, prima di diventare davvero percepibile. E in due settimane la percepisci al minimo, nel senso che passi UN weekend attaccato ad internet. Chiedi alle persone che incontri e ti dicono che se non hai un'auto – e ne avevamo solo due , non avevamo sprecato carburante – meglio avere la fibra.

Passarci in macchina, fermarsi una giornata, fotografare una piazza o intervistare quattro persone non basta, perché il problema non è ciò che vedete immediatamente: è ciò che, giorno dopo giorno, vi accorgete che manca.

Ed è anche difficile spiegarlo agli italiani, perché persino nelle zone più duramente colpite dall'emigrazione non si è quasi mai arrivati, su scala territoriale comparabile, a un depauperamento demografico di quelle dimensioni. In Italia conosciamo benissimo i paesi che si svuotano, i giovani che partono, le case chiuse, i vecchi rimasti soli. Ma lì il fenomeno non riguarda soltanto qualche valle, qualche area interna o qualche provincia marginale: ha investito intere regioni, e per decenni, con una continuità tale da trasformare non soltanto l'economia, ma la struttura stessa della società.

È la parte dell'unificazione tedesca che non si studia a scuola, ecco tutto: quella in cui non ci sono soltanto il Muro che cade, la riunificazione, gli investimenti e la modernizzazione, ma anche milioni di persone che cambiano vita, intere regioni che si svuotano e comunità che rimangono materialmente in piedi dopo aver perso una parte enorme della popolazione per cui erano state costruite.

Uriel Fanelli

--
Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei
Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.net
XMPP: uriel@keinpfusch.net
vecchio blog: https://blog.keinpfusch.net
email: blog@keinpfusch.net