Autistici Inventati, lessons learnt.
È arrivata finalmente alla conclusione la vicenda di Autistici/Inventati, con la decisione del collettivo di chiudere completamente i propri servizi. Nel loro comunicato dicono apertamente che continuare a operare avrebbe esposto utenti, collaboratori e comunità a rischi ulteriori, e che non erano più in grado di garantire quello che era sempre stato il loro obiettivo: offrire strumenti sicuri e non mercificati. Leggendo tra le righe di quel comunicato, e tenendo conto di quello che nel frattempo è successo con Banca Etica, è abbastanza evidente che la pressione avrebbe potuto salire ancora.
Banca Etica aveva già limitato l’operatività del loro conto e spiegato pubblicamente che, dopo l’inserimento di A/I nelle liste statunitensi, il problema non riguardava più soltanto il rapporto con quel singolo cliente: una banca che continuasse a operare normalmente con un soggetto colpito da sanzioni USA avrebbe potuto mettere a rischio carte, pagamenti internazionali e rapporti con intermediari statunitensi per tutti i suoi clienti. A quel punto il problema diventa molto semplice: potete avere tutte le criptomonete che volete, essere tecnicamente autonomi, usare software libero, server indipendenti e reti decentralizzate, ma prima o poi dovete comunque pagare qualcosa nel mondo reale, che sia un server, un datacenter, una bolletta, un affitto o un avvocato. E nel momento in cui dovete farlo, da qualche parte quel valore deve diventare denaro spendibile attraverso un conto corrente, una carta o un intermediario. È precisamente lì che passa la pressione. La cosa interessante, adesso, è capire quali lezioni ci siano da imparare da questa vicenda e, soprattutto, se le persone coinvolte le abbiano davvero imparate.
A mio avviso, di lezioni da imparare ce ne sono molte, ma dubito che siano state davvero capite. Queste persone si atteggiano un pochino ai ribelli di Star Wars che combattono contro l’Impero, ai rivoluzionari che vogliono abbattere l’Impero zarista, ai guerriglieri di Che Guevara che lottano contro il capitalismo: insomma, ce l’hanno con l’Impero. Lotta dura senza paura, resistenza, controinformazione, autonomia, infrastrutture indipendenti, eccetera eccetera. Tutto molto epico.
Il problema è che, finché l’Impero resta una parola, un simbolo o un avversario astratto, è facile costruirsi addosso l’identità del resistente; quando invece decide di agire davvero, apertamente, usando banche, circuiti di pagamento, fornitori, giurisdizioni, sanzioni e rapporti internazionali, il terreno cambia completamente. Ed è proprio nelle reazioni a questo cambiamento che non vedo ancora una piena consapevolezza della realtà.
Quale realtà?
Questa.
Sinora l’Impero ha solo scherzato.
Non avete mai davvero vinto, e forse non avete mai vinto nemmeno una battaglia: avete semplicemente interpretato come vittorie dei momenti nei quali, molto banalmente, stavano ancora scherzando con voi. Adesso che hanno appena alzato la pressione, vi siete spezzati, e per una pressione tutto sommato ancora piccola. Avrebbero potuto esporvi pubblicamente su scala mondiale, rendervi tossici per datori di lavoro, proprietari di casa, banche, fornitori, collaboratori e perfino amici, fino a trasformarvi in persone dalle quali tutti preferiscono stare alla larga, dei paria. E questa è soltanto una piccola frazione di quello che un Impero può fare quando decide davvero di usare la propria forza economica, finanziaria, diplomatica e informativa. È questo il punto che continua a sfuggirvi: se volete davvero fare i ribelli contro un Impero, non basta chiamarvi ribelli. Dovete costruire infrastrutture, organizzazioni e strategie capaci di sopravvivere quando l'Impero smette di ignorarvi, perché finché l'avversario non reagisce non state vincendo, state soltanto giocando da soli. E se davvero volete fare i ribelli, dovete farlo MOLTO meglio.
Qui dovete cominciare DAVVERO a capire la differenza tra protesta e ribellione, cioè tra la protesta, roba anni Settanta, in piazza, e il ribellarsi, roba anni Ottanta, nella vostra vita. Se volete protestare dovete essere visibili; se invece volete ribellarvi, meglio di no. Se volete fare politica dovete essere visibili, se volete fare controinformazione dovete essere visibili; se volete semplicemente fare quello che volete e dire quello che ritenete vero, senza chiedere il permesso a nessuno, la visibilità diventa spesso un problema.
Sono cresciuto in un posto che era sotto il dominio omologante del PCI, che controllava praticamente ogni luogo di divertimento tramite SPIM, ARCI e quindi SIAE come braccio armato. Non potevate nemmeno organizzare una festa per la fine dell'anno scolastico senza trovarveli addosso: o passavate dalla SPIM oppure niente, e poi, sia chiaro, decidevano anche la musica. E le ragazze più carine dovevano sorridere a quelli della FGCI, specialmente ai loro arroganti capetti.
Abbiamo imparato abbastanza presto determinate lezioni, soprattutto che avremmo potuto protestare quanto volevamo senza ottenere quasi nulla. Saremmo stati assorbiti, catalogati come un'istanza giovanile e, nella migliore delle ipotesi, ci avrebbero costruito una nuova gabbia dentro la quale permetterci di muoverci. Ma noi non volevamo una gabbia, nemmeno una gabbia più carina, e così trovammo un garage e cominciammo a riunirci lì. Niente visibilità: tutti sapevano soltanto che quei tizi strani “andavano lì a spippolare con la musica strana e coi videogiochi”, ma che cosa ci animasse davvero non lo capivano e non lo sapevano. Non sapevano e non capivano, e proprio per questo ci lasciavano in pace. Noi, intanto, potevamo fare quello che volevamo.
Lo imparammo sulla nostra pelle anche in maniera molto esplicita. Il Comune, vagamente di parte visto che eravamo nell'Emilia rossa, ci avrebbe dato uno spazio SOLO a patto di sottometterci alle loro idee e, soprattutto, di cacciare chiunque non fosse abbastanza sottomesso alle loro idee. Lo capimmo definitivamente quando ci dissero chiaramente che il loro club di videogames — perché per loro questo erano i computer — nella sede della biblioteca comunale non ci voleva, perché non eravamo abbastanza allineati a sinistra. E ce lo disse uno che consideravamo un amico. Nel mio caso, uno dei migliori.
Spoiler: dopo quella storia praticamente nessuno andò più in biblioteca, anche perché noi eravamo i membri più attivi.
A noi era chiaro SIN DALL'INIZIO che l'Impero fosse POTENTE e che stesse soltanto giocando. Ci fu chiaro quando alcuni locali non allineati con il partito finirono per chiudere dopo essersi trovati continuamente dei “lavori stradali” davanti all'entrata; ci fu chiaro quando i Carabinieri vennero a trovarci “raccomandandosi” di non costruire uno scrambler per le Brigate Rosse. Sic. E ci fu altrettanto chiaro quando cominciammo a costruire la nostra BBS, perché sapevamo benissimo che non dovevamo andare in giro a raccontare cosa fosse e cosa stessimo facendo: la SIP vietava quegli usi della linea, e bastava una pressione relativamente piccola nel punto giusto per lasciarci senza telefono. E con noi avrebbe avuto problemi anche il negozio che ci prestava il garage.
Per questo a noi è sempre stato chiaro che, se fai protesta, devi essere visibile e andare in piazza; se invece intendi ribellarti, è molto meglio essere invisibili.
Quando scrissi l'articolo su quanto sia relativamente facile, su Internet, costruirsi un segmento di rete difficile da trovare, osservare e catalogare, mi dissero che in quel modo sarebbero rimasti quattro gatti. Vero: eravamo quattro gatti anche noi, ma facevamo quello che volevamo e, soprattutto, facevamo cose che l'Impero non gradiva. Certo, era uno stupido garage, non una cosa fichissima, antagonista e controculturale come un centro sociale occupato, e nemmeno un locale ARCI/SPIM con una targa sulla porta, una struttura riconoscibile e un posto preciso dentro il paesaggio politico. Era soltanto un garage, piccolo, marginale, irrilevante.
Ma ci sentivamo liberi.
E adesso che hanno chiuso il vostro PICCOLO GARAGE, non vi sentite soffocare? Non sentite che vi manca spazio, che qualcosa che prima potevate fare adesso non potete più farlo?
Bene. Questa è una lezione che la mia generazione imparò durante l'adolescenza: il piccolo garage è il VOSTRO piccolo garage, il VOSTRO spazio di ribellione. E ribellarsi, in questo senso, non significa necessariamente abbattere l'Impero, assaltare il Palazzo d'Inverno o vincere una rivoluzione; significa qualcosa di molto più piccolo, molto meno spettacolare e spesso molto più concreto: vivere la vostra vita come se l'Impero non ci fosse.
Adesso mi direte che Autistici/Inventati non era affatto così piccolo, che aveva migliaia di account, migliaia di utenti, una storia lunga, una comunità, e blablablabla. Ma migliaia non sono nulla: oggi un social network ragiona in centinaia di milioni o miliardi di utenti, e in confronto Autistici/Inventati era davvero un piccolo garage perso nella nebbia. Ed era proprio questo il suo valore. Il problema è che lo avete sputtanato rendendolo visibile. Avete trasformato un posto nel quale potevate fare quello che volevate in qualcosa che l'Impero poteva vedere, identificare, nominare e infine colpire.
E ve lo hanno chiuso.
Avete perso una cosa piccola, apparentemente insignificante per la scala di Internet.
Un piccolo garage.
Ma vi sentite soffocare, vero?
Questa è la seconda lezione che spero abbiate imparato. Lo spazio nel quale fate davvero quello che volete è, per definizione, uno spazio di ribellione, e proprio per questo è perpetuamente nel mirino. Perché uno spazio di ribellione non deve necessariamente organizzare una rivoluzione, abbattere un governo o incendiare una piazza: gli basta una cosa molto più semplice, sottrarsi al controllo. E l'Impero, fino a questo momento, aveva soltanto scherzato. Potete tranquillamente costruirvi qualcosa su I2P, con servizi interni, comunicazione, pubblicazione, magari perfino piccoli servizi sociali o comunitari. Sarete quattro gatti? Sì. Ma potrete farci quello che volete, ed è questa la parte che conta. Potrete finalmente respirare. Non riempirete le piazze, non farete rivoluzioni, non abbatterete l'Impero e non terrorizzerete il Sistema. Probabilmente il Sistema non si accorgerà nemmeno che esistete. Ma dentro quello spazio potrete fare una cosa che, quando tutto il resto diventa controllato, indicizzato, sorvegliato, monetizzato e politicamente classificato, acquista un valore enorme: potrete vivere, parlare, costruire, esistere senza chiedere continuamente il permesso. Insomma, non avrete conquistato il mondo. Ma dentro quel piccolo spazio potrete RESPIRARE.
E se non capite quanto sia importante, guardatevi adesso che lo avete perso.
Vi sentite soffocare, vero?
L'ultima cosa che non avete capito è perché fosse necessario.
Dopotutto, soltanto quattro gatti — se li paragonate ai miliardi di utenti di Meta — sapevano chi foste e cosa faceste. E nemmeno “Antifa”, fuori dalle bolle politiche, è poi questa cosa così universalmente conosciuta. E allora, cosa vuole davvero l'Impero? Perché si prende la briga di fare questo? Perché distruggere un luogo abitato da centinaia di associazioni, relativamente piccolo, marginale e invisibile rispetto ai giganteschi numeri delle piattaforme commerciali? Questa dovrebbe essere la lezione più importante di tutte.
Lo sapete? Lo avete capito?
LO AVETE CAPITO, COSA VUOLE L'IMPERO?
No. Il problema è che non conoscete il vostro nemico: non sapete davvero cosa vuole, né per cosa combatte. Pensate che ce l'abbia con i poveri, con gli operai, con i lavoratori, con le lesbiche, con gli omosessuali, con chi fa i rave o con i palestinesi, e ognuna di queste cose è vera, ma nessuna di esse basta, da sola, a spiegare tutto. L'Impero è un mostro sadico che cerca potere, e la sua psicologia consiste nel definire il potere come la capacità di rendere infelice qualcun altro. Non è semplicemente in lotta contro di voi: la sua guerra è contro la felicità. Solo chi sta al vertice dell'Impero può essere felice; gli altri possono lavorare, consumare, pagare, obbedire, perfino divertirsi, ma essere felici davvero è un'altra cosa. Ed è proprio quella che non viene tollerata. L'Impero è in guerra contro la felicità, in una guerra perpetua, antichissima e mai finita. Ad un certo punto decidemmo di fare una festa nostra, tra amici, per la fine dell'anno scolastico. La prima fu un disastro: mandarono immediatamente la SIAE. Ma i signori della SIAE erano anche, guarda caso, dei leccaculo del PCI emiliano, e staccavano i biglietti alle feste dell'ARCI e della SPIM. Aha. Per riuscire a fare delle feste davvero nostre dovemmo cominciare ad affittare fienili in mezzo alle vallette, dove il primo problema era sconfiggere le zanzare come Conan il Barbaro e il secondo era riuscire a trovare il posto. Alla fine, però, ci riuscimmo, e facemmo le nostre feste. La domanda rimaneva: perché? Perche' tanto accanimento? Cosa sarebbe successo, se fossimo stati felici?
E quando arrivò il boom delle discoteche in Riviera, la stessa domanda tornò fuori ancora più grossa. Sai benissimo che i ragazzi arriveranno da lontano, che faranno decine o centinaia di chilometri, che molti sono giovanissimi e devono rientrare a casa ad orari decenti. E allora cosa fai?
LE APRI ALLE 23:00.
Così la serata comincia quando molti stanno già pensando a quando dovranno ripartire, e quindi devono scegliere se andarsene proprio quando il divertimento è appena cominciato oppure restare ancora un po', accumulare stanchezza, magari bere qualcosa, e poi spingere sull'acceleratore per riuscire a tornare in tempo, con la nebbia, con strade che non perdonano e con tutta l'ansia di chi sa di essere già in ritardo.
E poi arrivano le stragi, quelle che chiamammo infatti “stragi del sabato sera”. Ne morirono a centinaia, ragazzi di sedici, diciotto, vent'anni, e insieme a loro arrivò naturalmente tutto il resto: madri condannate a una vita di pianto davanti a una stanzetta fredda e vuota, padri che non sapevano più cosa dire, amici che il sabato successivo uscivano in quattro invece che in cinque. Nel mio paese morirono quattro ragazzi così; erano in cinque in macchina, uno sopravvisse e forse ancora oggi maledice il fatto di essersi salvato, quando parla, perché ormai non parla più tanto spesso e gli costa sforzo. E allora la domanda resta sempre la stessa: perché? Perché sarai anche il posto del divertimento, puoi costruire discoteche, feste, locali, spiagge, luci e musica, puoi vendere divertimento a tonnellate, ma sei comunque parte di un Impero che odia la felicità. Divertirsi va bene, essere felici no, perché mentre ti diverti devi avere l'ansia di tornare a casa, guardare l'orologio, pensare alla nebbia, alla strada, a tuo padre che si incazza, al fatto che forse non arriverai in tempo, e qualche volta infatti non arriverai proprio. Perché, secondo voi? Perché l'Impero è in guerra contro la felicità. Vi siete mai chiesti DAVVERO il perché? Perché lo Zar non voleva semplicemente avere un popolo felice, visto che lo avrebbero amato? Perché il Re di Francia non voleva semplicemente un popolo ricco e felice, pur avendo le risorse per farlo? Perché i ricchi americani non vogliono che tutti abbiano semplicemente di che vivere e pagare l'affitto? Perché opprimere i palestinesi? Perché in Israele non può semplicemente vivere gente che vuole stare lì, farsi i cazzi propri ed essere felice? Perché questo creerebbe felicità, ed è proprio questo il punto.
L'Impero tollera il divertimento, anche quando è rumoroso, volgare, commerciale o eccessivo, perché il divertimento può essere organizzato, incanalato, venduto e confinato dentro luoghi e orari precisi. La felicità è un'altra cosa: è stare bene nel proprio spazio, poter fare una festa con gli amici senza che qualcuno venga a spiegarti come, dove e perché, avere il proprio piccolo garage, vivere senza che qualcuno senta continuamente il bisogno di ricordarti che tutto appartiene a qualcun altro. Ed è proprio questo che l'Impero non sopporta: non il fatto che vi divertiate, ma il fatto che possiate essere felici.
E questa e' la lezione che dovreste avere imparato. Molte delle persone iscritte ad Autistici/Inventati, erano persone che si sentivano, probabilmente, felici facendo o scrivendo qualcosa. Guardate il comunicato finale di autistici/inventati:
Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”. Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso.
Vi stanno chiedendo di essere, principalmente, felici.
O facendo politica. De gustibus. E non li avete protetti. Li avete esposti. Mailing list, ok. Blog? Sul serio? MIGLIAIA DI BLOG? Ma state scherzando? Mi meraviglia che siate arrivati sono al 2026.
E l'Impero è in guerra contro la felicità.
E allora riepiloghiamo le lezioni che avreste dovuto imparare da questa vicenda.
1. Finora l'Impero ha soltanto giocato. È molto più potente di così, può colpire in molti modi diversi e, quando decide di farlo davvero, lo farà.
2. Anche un piccolo garage, un club da quattro gatti, un blog sconosciuto ai più ma conosciuto dai vostri amici, è uno spazio nel quale respirate. Non ci farete la rivoluzione, non abbatterete il Sistema e non cambierete il mondo. Ma RESPIRATE. Per questo adesso che ve lo hanno tolto, vi sentite soffocare.
3. L'Impero è in guerra contro la felicità. Non soltanto contro i palestinesi, i proletari, i poveri, o gli omosessuali, o questa o quella categoria. No: contro la felicità. Se costruite un piccolo garage nel quale respirate, state bene e siete felici, per quanto irrilevante possa sembrare al resto del mondo, l'Impero lo odia proprio perché lì dentro siete felici senza di lui.
Quindi, se avete capito davvero le lezioni di questa vicenda, prendete in mano le tecnologie che servono — I2P, Yggdrasil, Lokinet, quello che volete — rendetele facili da installare e ricostruite il vostro garage. Lo stesso di prima, se volete, magari con le stesse persone, gli stessi servizi e la stessa comunità.
Ma questa volta tenetelo per voi.
Siate felici lì dentro e non ditelo a nessuno, perché potrete anche essere quattro gatti, ma quando qualcuno vi chiude il vostro piccolo garage vi accorgete improvvisamente di quanto spazio occupasse nella vostra vita e di quanto fosse importante poterci respirare.
Non serve fare la rivoluzione, non serve riempire le piazze, non serve abbattere l'Impero.
Vi serve un piccolo spazio dove respirare.
Altrimenti soffocate.
Non so quale maledetto narcisismo malato vi spinga a protestare rendendovi continuamente visibili, invece di crearvi uno spazio vostro nel quale fare quello che volete e infischiarvene semplicemente delle regole dell'Impero. Forse avete bisogno di essere visti, riconosciuti, contati, identificati come antagonisti; forse senza uno sguardo esterno non riuscite nemmeno a percepire la vostra ribellione come reale.
Ma il risultato è che vi mettete esattamente dove l'Impero può vedervi, catalogarvi e colpirvi.
Spero almeno che questa volta abbiate imparato la lezione.
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