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Embeh?

Lo so: ora che le elezioni di midterm sono alle spalle, siete convinti che cambierà tutto, come se Trump avesse già fatto le valigie. Non è così. Il nuovo Congresso si insedierà solo il 3 gennaio 2027, e Trump resterà alla Casa Bianca fino al gennaio 2029. Ma il punto è un altro: posso elencare almeno tre motivi per cui le cose non cambieranno. Primo, i finanziatori della politica americana sono sempre gli stessi. Secondo, sono sempre gli stessi i burattinai. Terzo, sono sempre gli stessi gli elettori.

Ma andiamo con ordine.

Primo punto, i finanziatori.

Se gli USA sono finiti in mano a un club di miliardari, con un trilionario a capotavola, un motivo c'è, e va cercato in oltre un secolo di leggi e, soprattutto, di sentenze.

All'inizio le regole andavano nella direzione opposta. Nel 1907 il Tillman Act vietò a imprese e banche nazionali di finanziare le campagne federali. La svolta arrivò negli anni Settanta: il Federal Election Campaign Act del 1971, rivisto a fondo nel 1974 sull'onda del Watergate, introdusse limiti a donazioni e spese, creò la Commissione elettorale federale (FEC) e diede il via al finanziamento pubblico delle presidenziali.

Il primo colpo arrivò quasi subito. Nel 1976, con la sentenza Buckley v. Valeo, la Corte Suprema salvò i limiti alle donazioni ma cancellò quelli alle spese: limitare quanto si spende, per i giudici, significava limitare la libertà di parola. Da lì nasce la logica che regge ancora oggi il sistema: non puoi dare troppi soldi a un candidato, ma puoi spenderne quanti vuoi per aiutarlo, purché lo faccia per conto tuo. E se il candidato è ricco, può pagarsi la campagna da solo.

Il denaro trovò presto un'altra strada, il cosiddetto soft money: donazioni ai partiti che sfuggivano ai limiti federali. Il Congresso provò a chiuderla nel 2002 con la legge McCain-Feingold, l'ultima grande riforma federale in materia. Il sollievo durò poco. Nel gennaio 2010, con Citizens United, la Corte Suprema cancellò il divieto per aziende e sindacati di finanziare spese elettorali indipendenti, sostenendo che queste non possono corrompere un candidato. Pochi mesi dopo, con SpeechNow, una corte d'appello federale ne trasse la conseguenza logica: se spendere in modo indipendente non corrompe, non ha senso limitare le donazioni a chi fa solo questo. Nacquero così i super PAC. Nel 2014 la sentenza McCutcheon eliminò anche il tetto complessivo a quanto una persona può donare in un biennio, e il 30 giugno 2026, con NRSC v. FEC, la Corte ha abolito 6 a 3 i limiti alle spese che i partiti possono coordinare con i propri candidati.

Nel frattempo si era sgretolato anche il finanziamento pubblico. George W. Bush vi rinunciò per le primarie del 2000, Barack Obama per le elezioni generali del 2008, e dal 2012 tutti i candidati lo rifiutano.

Il risultato è un sistema a due piani. Al piano nobile ci sono i limiti: un cittadino può versare a un candidato federale al massimo 3.500 dollari per elezione, quindi 7.000 sommando primarie e voto di novembre. Può dare 5.000 dollari l'anno a un PAC tradizionale e 44.300 al comitato nazionale di un partito, più 132.900 per ciascuno dei suoi conti speciali, come quello per le sedi o per i riconteggi. Aziende e sindacati non possono donare direttamente ai candidati.

Al piano di sotto, i limiti spariscono. Privati, aziende e sindacati possono riversare somme illimitate nei super PAC, che in cambio non possono dare soldi ai candidati né coordinarsi con le loro campagne, e devono rendere pubblici i donatori. Ma questa separazione è sempre più una finzione: secondo il Brennan Center, Trump ha parlato più volte dei fondi raccolti da MAGA Inc. come dei "suoi" soldi. E chi non vuole comparire ha il dark money: una non profit che non è tenuta a rivelare i propri finanziatori dona a un super PAC, e nei registri compare solo il suo nome. Il New York Times stima che in queste elezioni ne sia già arrivato oltre un miliardo di dollari.

A controllare dovrebbe essere la FEC, che però è rimasta senza quorum per gran parte di questo ciclo elettorale: a metà ottobre erano occupati solo due seggi su sei, troppo pochi per aprire indagini o comminare sanzioni.

I risultati si vedono. Secondo l'analisi di Public Citizen sui dati della Commissione elettorale federale, aggiornata a ottobre, 515 donatori da almeno un milione di dollari hanno versato ai super PAC 4,2 miliardi, pari al 73% dei contributi ricevuti. Il solo Elon Musk, diventato a giugno il primo trilionario della storia, ha messo sul piatto 445 milioni, quasi 300 in più del secondo donatore. Non è un vizio di un solo partito: tra i grandi finanziatori figura anche George Soros. Ma il piatto della bilancia pende da una parte, perché, come osserva il Brennan Center, i maggiori donatori non si erano mai sbilanciati tanto verso i repubblicani in nessun midterm successivo a Citizens United.

Ora applicate queste regole a un Paese dove alcuni possiedono centinaia di miliardi di dollari, e uno più di mille, mentre gli elettori "normali" possono al massimo organizzare una colletta. Le microdonazioni raccolte online pesano, certo, ma restano milioni di rivoli contro pochi fiumi in piena. È ovvio che i finanziatori più corteggiati siano i grandi ricchi.


Mi risponderete che tutto questo non ha impedito a Trump di perdere le elezioni. È vero: i democratici si sono ripresi sia la Camera sia il Senato, e già a ottobre il Washington Post notava che mezzo miliardo di dollari di spesa repubblicana non aveva spostato i sondaggi. Ma io non sto discutendo se abbia perso Trump. Mi sto chiedendo se abbiano perso Soros, Musk e gli altri grandi donatori.

Soros, per cominciare, sta dalla parte dei vincitori: con la sua famiglia ha versato oltre 100 milioni di dollari per sostenere i democratici. Musk, invece, ha perso una scommessa, e anche sonoramente: i 158 milioni spesi per Ken Paxton in Texas non hanno evitato al candidato repubblicano una sconfitta di circa venti punti contro James Talarico. Ma perdere una scommessa non significa perdere il posto a tavola. In tutto questo ciclo elettorale Musk ha speso meno di un millesimo del suo patrimonio, e domattina resterà, come Soros, uno dei donatori che tutti vogliono.

Trump ha perso le midterm, certo. Musk e Soros no.

E questo peserà sulla vita di tutti i giorni. Per esempio: come pensate che i democratici possano far pagare più tasse ai super-ricchi, se sono proprio i cittadini più corteggiati dalla politica? Le proposte, sulla carta, non mancano. Elizabeth Warren vuole un'imposta annua del 2% sui patrimoni oltre i 50 milioni di dollari, che sale al 3% oltre il miliardo, e ha raccolto 10 cofirmatari al Senato e 39 alla Camera. Bernie Sanders e Ro Khanna chiedono il 5% l'anno sui circa 938 miliardari americani. Non tutti i politici, dunque, sono in ginocchio. Ma sono ancora troppo pochi, e la strada è sbarrata: fino al gennaio 2029 alla Casa Bianca siede Trump, che dopo il voto ha pubblicato l'immagine di un cappellino rosso con la scritta "VETO", e per scavalcarlo servono i due terzi di entrambe le Camere.

Il segnale più istruttivo, però, arriva dagli stessi democratici. In California un sindacato ha portato alle urne una tassa una tantum del 5% sui miliardari, e a guidare l'opposizione è stato il governatore Gavin Newsom, democratico e tra i favoriti per la candidatura alla Casa Bianca nel 2028, secondo cui la questione va affrontata a livello federale. Sul merito si può discutere, perché i dubbi costituzionali e il rischio di fuga dei patrimoni sono reali. Ma il punto resta: quando si tratta di toccare i grandi patrimoni, il freno non sta solo dalla parte di Trump.

E non parliamo di una vera tassa. Parliamo del 5%.


Punto secondo, rimangono i burattinai.

La politica quotidiana degli USA si muove su due livelli: le leggi federali, votate dal Congresso, e quelle dei singoli Stati, votate dalle 50 assemblee statali. Su entrambi i livelli lavora un sistema di lobby che definire "corruttivo" sarebbe un eufemismo. Solo che è un sistema legale, registrato e alla luce del sole. Nel 2025, secondo OpenSecrets, il lobbying federale ha superato per la prima volta i 5 miliardi di dollari, e la sanità da sola ne ha messi 868 milioni. Le porte girevoli funzionano con la stessa disinvoltura: un deputato deve aspettare un anno prima di diventare lobbista, un senatore due.

Negli Stati il meccanismo è ancora meno visibile. Un'inchiesta di USA Today, Arizona Republic e Center for Public Integrity ha individuato circa 10.000 leggi statali copiate da testi preconfezionati, molti dei quali scritti da gruppi di interesse. Il caso più noto è quello dell'ALEC, un'organizzazione conservatrice che fa sedere allo stesso tavolo legislatori e aziende per preparare proposte di legge da riportare nelle rispettive assemblee. Sono interventi che non compaiono né nelle note spese né nei rendiconti elettorali.

Per questo una Mani Pulite, negli USA, non sarebbe potuta succedere. Non perché la corruzione sia permessa: la tangente vera e propria resta un reato, e l'ex senatore Bob Menendez, quello dei lingotti d'oro, sta scontando 11 anni di carcere. Ma il cuore di Tangentopoli, che in Italia ha prodotto 1.233 condanne, era il finanziamento illecito dei partiti. Negli USA, gran parte di quello stesso rapporto tra denaro e politica è perfettamente legale: basta un super PAC, un lobbista registrato e un rendiconto depositato in regola.

E quello che resta illegale è sempre più difficile da punire. Da anni la Corte Suprema restringe il perimetro della corruzione. Nel 2016 ha annullato la condanna dell'ex governatore della Virginia Bob McDonnell, che aveva ricevuto regali da un imprenditore in cambio di appuntamenti. Nel 2024, con la sentenza Snyder, ha stabilito che la principale legge federale anticorruzione per i funzionari statali e locali non copre le "mance" pagate dopo un atto ufficiale, lasciando il compito ai singoli Stati. Il caso riguardava un sindaco dell'Indiana che aveva incassato 13.000 dollari da un'azienda dopo averle assegnato un appalto.

Il resto lo sta facendo l'amministrazione Trump. La Public Integrity Section, l'unità del Dipartimento di Giustizia creata dopo il Watergate per perseguire la corruzione politica, è stata smantellata: secondo NPR, le indagini e i casi aperti sono passati da circa 200 a circa 20. Nel frattempo Trump ha firmato una quindicina di grazie in casi di corruzione pubblica, che la Casa Bianca presenta come la correzione di una giustizia politicizzata. Più che punibile poco, oggi la corruzione americana rischia di essere punita sempre meno.

In questa situazione non serve nemmeno tirare in ballo Musk o Bezos. Basta il ricco del posto, l'imprenditore locale, ed ecco che la contea stabilisce che il tecnezio nell'acqua va benissimo, e se è radioattivo ancora meglio: scalda, e ci si vede al buio.

Esagero, certo. Una contea non può decidere cosa sia potabile: i limiti li fissa l'agenzia federale per l'ambiente, l'EPA, che per il tecnezio-99 calcola una soglia di 900 picocurie per litro, e gli Stati possono soltanto essere più severi, non più permissivi. Ma il ricco del posto non ha bisogno di cambiare la soglia. Gli basta lavorare su quello che sta a valle: chi controlla, quanto spesso, con quali mezzi e con quanta voglia di disturbare il principale datore di lavoro della zona. Già nel 2019 l'ispettore generale dell'EPA segnalava che alcune delle agenzie incaricate di far rispettare le regole non registravano in modo sistematico le violazioni e non verificavano che i cittadini venissero avvisati.

E quando il problema è la soglia, la si cambia più in alto, dove il denaro pesa di più. Nel maggio 2026 l'EPA di Trump ha proposto di cancellare i limiti federali su quattro PFAS, i cosiddetti "inquinanti eterni", e di concedere agli acquedotti che ne faranno richiesta altri due anni, fino al 2031, per rispettare quelli su altri due. Secondo alcune stime, fino a 30 milioni di americani ricevono acqua che supera il limite per almeno una delle quattro sostanze. Non servono complotti: bastano le pressioni di industria e gestori idrici, che lamentavano costi troppo alti.

E se i burattinai non cambiano, non cambiano le politiche.


Punto terzo: non è cambiata la cultura

Gli USA continuano a considerarsi il metro di tutto. L'eccezionalismo americano non è più una fede di massa. Ma resta la mentalità di chi comanda, democratici compresi, e chi comanda non è abituato ad accettare che qualcun altro stia davanti.

Il presidente che nel 2016 salì sul palco della Fiera di Hannover, in casa dell'industria tedesca, e invitò gli investitori a scegliere gli Stati Uniti, fu Obama, non Trump. Era legittimo, certo, visto che gli USA erano il Paese partner, ma il messaggio era chiaro: il posto giusto per fabbricare è da noi. Praticamente una dichiarazione di guerra contro l'industria tedesca. Sempre sotto Obama si scoprì, grazie ai documenti pubblicati da Der Spiegel, che la NSA aveva tenuto sotto controllo il telefono di Angela Merkel, tanto che la cancelliera dovette ricordargli che tra amici non ci si spia. Con Biden arrivò l'Inflation Reduction Act, i cui sussidi alle produzioni americane furono definiti "super aggressivi" da Macron, e Biden rispose di non doversene scusare.

La differenza con Trump esiste: Trump dice ad alta voce quello che gli altri fanno con buone maniere, e quando ha minacciato dazi agli alleati per la Groenlandia, i democratici al Senato si sono mossi per bloccarli. Ma è una differenza estetica. Pochi giorni dopo, nel gennaio 2026, il testo sulla spesa militare concordato da repubblicani e democratici non citava né la NATO né la Groenlandia, e il Congresso rinunciò così a mettere un paletto contro l'annessione. L'atteggiamento verso l'Europa come provincia dell'impero non è un'esclusiva di Trump.

Un esempio classico è il Texas. Ops, hanno vinto i democratici: James Talarico al Senato federale, Gina Hinojosa come governatrice, la prima democratica eletta dal 1990. Ma Talarico è un seminarista presbiteriano che fa politica con il Vangelo in mano: i suoi sostenitori portano magliette che citano la scena dei mercanti cacciati dal tempio. Non è un fanatico, anzi: difende (a parole) il diritto all'aborto e i diritti delle persone trans, si è opposto ai Dieci Comandamenti nelle aule scolastiche e chiama il nazionalismo cristiano un tradimento di Gesù. Ma proprio qui sta il punto: per vincere in Texas, persino un progressista deve parlare dal pulpito. È cambiato il sermone, non la chiesa. E sulle promesse, non scommetterei, perche'.... il Texas rimane il texas:

quanto alle donne e alle comunità LGBT che ora coltivano speranze, i loro nuovi eletti sono dalla parte giusta, ma le leggi restano dove sono. Il divieto di aborto texano è una legge statale, e la Legislatura del Texas, pur con una maggioranza ridotta, resta repubblicana: una governatrice può mettere il veto alle nuove leggi, non cancellare da sola quelle vecchie. Un senatore può fare ancora meno. Per scavalcare il Texas servirebbe una legge federale, quindi 60 voti al Senato per superare l'ostruzionismo e poi la firma di Trump. Le parole del predicatore sono cambiate. La vita di chi ci vive, per ora, no.


Cosa penso che succederà ora? Nulla.

Nulla di nulla, o quasi. Cambieranno (forse) alcune parole, ma la sostanza resterà la stessa.

Qualcosa, certo, faranno. I democratici hanno già annunciato commissioni d'inchiesta, mandati di comparizione e audizioni su Trump, sulla sua famiglia e sui suoi affari. Vedremo testimoni sotto giuramento, titoli sui giornali e forse persino un terzo impeachment, che però al Senato richiederebbe i due terzi dei voti per arrivare a una condanna. Sarà un bello spettacolo, ma Trump è ancora lì, con la penna del veto in mano, fino al gennaio 2029.

E ad ascoltare il tutto ci sarà un sistema dell'informazione sempre più accomodante. I media americani non sono tutti trumpiani o MAGA, ma la direzione è quella. CBS è passata agli Ellison, alleati di Trump, che vi hanno installato Bari Weiss come direttrice, e con l'acquisizione di Warner Bros. Discovery puntano a prendersi anche CNN. David Ellison giura che l'indipendenza editoriale sarà rispettata, ma intanto a CBS diversi giornalisti storici se ne sono andati denunciando una svolta a destra. Aggiungete Fox News, la X di Musk e TikTok, la cui attività americana è finita a un consorzio di cui fa parte la Oracle di Larry Ellison.

E ci sarà sempre un americano pronto a ricordarmi che dovrei essergli grato, perché se non fosse stato per loro io oggi parlerei tedesco.

Das Problem ist nur: Ich spreche tatsächlich Deutsch.

Hat wohl nicht so ganz geklappt, oder?

Uriel Fanelli