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La difficile storia della meritocrazia.

Quando si parla di scuola con il governo attuale, che nel 2022 ha ribattezzato il dicastero “Ministero dell’Istruzione e del Merito”, ma anche di promozioni, di ruoli aziendali o di qualunque altra carriera, prima o poi salta fuori il merito. O meglio, la “meritocrazia”. Se però andate a vedere come viene declinata, e in quanti modi diversi la si intende, vi ritrovate davanti al caos. E la spiegazione giusta non è che esistano semplicemente tante idee diverse di merito: è che la meritocrazia non è affatto un concetto nato in Occidente.

Di occidentale c’è soltanto la parola, ed è pure recente. L’ha resa celebre nel 1958 il sociologo britannico Michael Young con The Rise of the Meritocracy, un saggio distopico e satirico, e non era un complimento. L’idea che quella parola descrive, invece, è molto più antica e viene da molto più lontano. Noi, semmai, l’abbiamo importata.

Quando, nell’Ottocento, gli inglesi e le altre potenze coloniali misero piede in un impero Qing ormai in declino, trovarono un sistema che in Europa si conosceva per sentito dire da oltre due secoli. Già i gesuiti, a partire da Matteo Ricci, sbarcato in Cina nel 1582, ne avevano scritto, e i philosophes dell’Illuminismo, Voltaire in testa, lo avevano citato con ammirazione. Ma una cosa è leggerne nei resoconti dei missionari, un’altra è vederlo all’opera.

Per scegliere i propri funzionari, l’impero ricorreva agli esami imperiali, il kējǔ (科举): una selezione scritta su scala enorme, articolata in più livelli, dal distretto alla provincia fino alla capitale. Negli esami provinciali i candidati venivano chiusi nei gòngyuàn (贡院), grandi complessi con migliaia di celle minuscole, i hàoshè (号舍), dove ciascuno restava isolato per tre sessioni di circa tre giorni l’una. In cella si scriveva, si mangiava quel che ci si era portati e si dormiva, su assi che di giorno facevano da scrittoio.

Le prove, però, non erano “problemi da risolvere” nel senso che daremmo oggi all’espressione. Si trattava soprattutto di composizioni sui classici confuciani, i Quattro Libri e i Cinque Classici, che dall’epoca Ming dovevano seguire la rigidissima forma del “saggio in otto parti”, il bāgǔwén (八股文), cui si aggiungevano poesia e domande di politica e amministrazione, i cèwèn (策问). L’obiettivo dichiarato restava comunque quello di selezionare, tra moltissimi aspiranti, i più capaci a servire lo Stato.


Com’era prevedibile, l’idea, pur circondata da una buona dose di esotismo idealizzante, incontrò un’ostilità feroce. Nell’Europa di allora, salvo eccezioni come la burocrazia prussiana o le grandi scuole della Francia post-rivoluzionaria, le classi dirigenti si sceglievano in tre modi.

Il primo era la famiglia, e di solito si trattava di famiglie aristocratiche. Il secondo era la rete di conoscenze: Tizio conosce Caio, che conosce Sempronio, che conosce chi decide. In Gran Bretagna questo sistema aveva un nome preciso, patronage, e governava le nomine nell’amministrazione pubblica, mentre nell’esercito i gradi da ufficiale si compravano letteralmente, una pratica abolita solo nel 1871. Il terzo era la reputazione: “Mi sono giunte all’orecchio le vostre gesta, messere.”

Quando nel 1854 il rapporto Northcote-Trevelyan propose di reclutare i funzionari britannici tramite concorso, gli oppositori non trovarono di meglio che bollarlo come un sistema “cinese”, e non era un complimento. Il concorso aperto divenne la regola generale soltanto nel 1870.

l ragionamento degli oppositori, ridotto all’osso, suonava più o meno così: “State forse dicendo che un uomo dovrebbe occupare un posto di comando solo perché è bravo a scuola? O addirittura, orrore, perché sa fare il proprio lavoro?” Che nemmeno in Cina l’esame mettesse in discussione il trono, visto che l’imperatore restava imperatore per diritto dinastico, contava poco: il principio era già abbastanza sovversivo così.

Bisogna ricordare in che mondo ci si muoveva. La Gran Bretagna di metà Ottocento non era più feudale da secoli, ma restava profondamente aristocratica, e alla nobiltà attribuiva un valore quasi magico. La Camera alta del Parlamento, quella dei Lord, era composta da pari ereditari e da vescovi anglicani, e aveva ancora un potere di veto sulle leggi votate dai Comuni, che perse soltanto nel 1911. Quanto ai seggi ereditari, la gran parte fu abolita appena nel 1999. Capite bene quali resistenze potesse incontrare l’idea di scegliere chi governa con un esame.


E i progressisti? Qui la faccenda si fa più interessante, perché la discussione politica sul concorso non fu affatto uno scontro ordinato tra conservatori contrari e riformatori favorevoli. Fu un groviglio, e ciascuno ci vedeva una cosa diversa.

Sul fronte conservatore la paura era semplice e dichiarata. La regina Vittoria temeva che i concorsi avrebbero riempito gli uffici pubblici di gente di bassa estrazione, priva dell’educazione e dei sentimenti di un gentiluomo. Il governo, del resto, evitò di portare la riforma in Parlamento come legge e la introdusse nel 1855 con un semplice decreto, un Order in Council, in una versione molto annacquata.

Sul fronte opposto c’erano i radicali alla John Stuart Mill, che nel concorso vedevano esattamente ciò che la regina temeva: aprire le cariche pubbliche alla competizione di tutte le classi, e così erodere il dominio dell’aristocrazia. Con loro c’era la borghesia produttiva, inferocita dal disastro amministrativo della guerra di Crimea, che reclamava le “carriere aperte al talento”.

E poi c’erano gli autori della riforma, che avevano in mente un’altra cosa ancora. Gladstone e Trevelyan erano convinti che il concorso aperto avrebbe favorito non la classe media, ma quella alta, e lo consideravano un pregio: i figli dei gentiluomini avevano ricevuto l’istruzione migliore, quindi avrebbero vinto, e stavolta con un titolo indiscutibile. Robert Lowe, che da cancelliere dello Scacchiere fece più di chiunque per applicare la riforma, sosteneva comunque che l’amministrazione dovesse restare in parte aristocratica, perché la classe, pur non garantendo il merito, creava tra gli uomini una sorta di intesa massonica difficile da spiegare.

Il punto che oggi chiameremmo “progressista”, cioè che in un esame vince chi è nato in una famiglia ricca, non arrivò quindi dopo: circolava fin dall’inizio, e lo usavano tutti, per conclusioni opposte. Nel dibattito ai Comuni del 1855 qualcuno lo agitò contro la riforma, sostenendo che i concorsi avrebbero premiato le classi più agiate e prodotto impiegati troppo istruiti per il mestiere che dovevano fare. Gli autori della riforma lo rivendicavano come una garanzia. I radicali speravano che l’istruzione, prima o poi, si sarebbe allargata abbastanza da renderlo falso.

I fatti diedero ragione a tutti e a nessuno. I concorsi, costruiti sui programmi di Oxford e Cambridge, premiarono soprattutto i laureati di quelle università, e crearono al vertice dello Stato un ceto di funzionari stipendiati di estrazione medio-alta: non l’aristocrazia di sangue, ma nemmeno il figlio del calzolaio. Ed è da qui che la sinistra, nel Novecento, ricaverà la sua obiezione classica: finché le condizioni di partenza non sono uguali, la selezione per merito è soltanto un modo più elegante di confermare chi è già in alto. Non a caso Michael Young, laburista, nel 1958 aprirà il suo libro proprio dal rapporto Northcote-Trevelyan, e lo sottotitolerà 1870–2033: la data in cui il concorso divenne la regola, e quella in cui immaginava che la meritocrazia sarebbe crollata.


Il punto interessante è che il dibattito europeo aveva perso di vista l’essenziale. Nel mondo confuciano, quell’esame non serviva a misurare la capacità pratica di risolvere i problemi di governo, che è come l’Occidente lo interpretò quasi subito. Serviva a riconoscere il jūnzǐ (君子), l’”uomo esemplare”: una persona che, attraverso lo studio dei classici, aveva compiuto la propria coltivazione morale, il xiūshēn (修身). Più che “evoluzione spirituale”, nel senso religioso che daremmo noi all’espressione, si trattava di formazione etica. L’idea era che chi aveva interiorizzato i testi dei saggi avesse anche interiorizzato il loro modo di stare al mondo, e quindi fosse adatto a governare.

Per questo le prove mescolavano ciò che noi terremmo separato. Il cuore erano i saggi sui classici. Accanto c’era la poesia, presente fin dall’epoca Tang, poi tolta e rimessa più volte: nel 1071 il riformatore Wang Anshi (王安石) la abolì proprio per dare più spazio alle questioni pratiche di governo, mentre i Qing la reintrodussero nel 1757 in una forma rigidamente regolata, la shìtiēshī (试帖诗). La calligrafia contava, ma in modo meno diretto di quanto si pensi. Dall’epoca Song, negli esami provinciali e metropolitani i nomi venivano coperti, il húmíng (糊名), e gli elaborati ricopiati da scrivani, il ténglù (誊录), proprio perché gli esaminatori non potessero riconoscere la mano del candidato. Pesava molto, invece, nell’esame finale a palazzo, il diànshì (殿试), dove sotto i Qing una bella grafia poteva fare la differenza. Pittura e altre arti non facevano parte delle prove.

Nemmeno i cinesi, del resto, ignoravano del tutto la distinzione tra cultura letteraria e competenza tecnica. L’ideale classico del gentiluomo comprendeva le “sei arti”, le liùyì (六艺): riti, musica, tiro con l’arco, conduzione del carro, scrittura e calcolo, un elenco che non sfigurerebbe accanto al nostro trivio e quadrivio. E sotto i Tang esistevano esami specialistici per la matematica e per il diritto, il míngsuàn kē (明算科) e il míngfǎ kē (明法科). Ma godevano di scarso prestigio: la strada che portava davvero al potere era quella letteraria e morale.

C’è poi un’ironia che di solito sfugge. Quando gli inglesi costruirono i loro concorsi, non misero alla prova la capacità di amministrare. Gli esami per il servizio civile indiano voluti da Macaulay pesavano soprattutto il greco e il latino, nella convinzione che i classici formassero la mente e il carattere del gentiluomo. In altre parole, mentre a parole interpretavano l’esame cinese come una prova di competenza, nei fatti ne copiarono proprio la parte che dicevano di non vedere: l’idea che chi ha assorbito i testi giusti sia, per ciò stesso, adatto a comandare.


Il concetto di meritocrazia, però, si consolida davvero solo dopo che nella mente delle masse occidentali se ne sono sedimentati altri due.

Il primo è la selezione naturale. L’origine delle specie di Charles Darwin esce nel 1859, cinque anni dopo il rapporto Northcote-Trevelyan e undici prima che il concorso diventi la regola nell’amministrazione britannica. La formula che tutti associano a Darwin, “la sopravvivenza del più adatto”, non è però sua: la coniò il filosofo Herbert Spencer nel 1864, e Darwin la adottò solo nella quinta edizione del libro, nel 1869. Ed è proprio nel passaggio dall’uno all’altro che il senso slitta. Per Darwin “il più adatto” era l’organismo meglio adattato al proprio ambiente, non il migliore in assoluto. Nella lettura sociale che ne diede Spencer, e che il grande pubblico assorbì, diventò il più forte, il più capace, quello che merita di prevalere. Il passo successivo lo fece un cugino di Darwin, Francis Galton, che nel 1869 pubblicò Hereditary Genius per dimostrare che il talento si eredita, usando tra le altre cose i risultati degli esami di matematica di Cambridge. L’esame, insomma, cominciava a essere letto come la misura di una qualità naturale, quasi biologica, dell’individuo.

Il secondo concetto viene, sorprendentemente, dallo sport. È nell’Inghilterra vittoriana che lo sport moderno si dà regole scritte e istituzioni: la Football Association nasce nel 1863, le regole del pugilato del marchese di Queensberry sono del 1867, la federazione del rugby del 1871, il primo torneo di Wimbledon del 1877. E con lo sport organizzato si diffonde l’idea che la competizione, a parità di regole, sia il modo più limpido per stabilire chi è “il migliore”, che coincide con chi vince.

Anche qui, però, la storia è meno lineare di come la ricordiamo. L’etica sportiva vittoriana, nata nelle public schools e ripresa da Pierre de Coubertin quando rifondò le Olimpiadi nel 1896, celebrava il dilettante gentiluomo, il carattere e il fair play più della vittoria in sé; il professionista che gareggiava per denaro era guardato con sospetto. E il dilettantismo aveva un suo filtro di classe molto concreto: nel canottaggio inglese, per decenni, la definizione di dilettante escluse esplicitamente chi faceva un lavoro manuale. Il culto del vincente puro, del “conta solo arrivare primi”, si affermerà più tardi. Ma l’idea di fondo era ormai piantata: la gara giusta rivela il migliore. A questo punto il concetto di meritocrazia cambia natura. Non indica più l’idoneità a un incarico, ma la capacità di prevalere sugli altri, di superarli, di risultare i migliori in una selezione esclusiva, nel senso letterale di una selezione che esclude “i peggiori”.

Sarebbe comodo dire che questa dimensione mancasse nella versione cinese, ma non è così. La competizione era feroce. Sotto i Ming e i Qing il numero dei promossi agli esami provinciali era fissato per quote, provincia per provincia, e passava soltanto una piccola frazione dei candidati. All’esame di palazzo si stilava una classifica, e i primi tre ricevevano titoli celebri: il zhuàngyuán (状元), il primo assoluto, seguito dal bǎngyǎn (榜眼) e dal tànhuā (探花). Il zhuàngyuán diventava una celebrità nazionale. Quanto agli esclusi, erano una moltitudine, e talvolta pericolosa: Hong Xiuquan (洪秀全), bocciato più volte agli esami, finì per guidare la rivolta dei Taiping, una delle guerre civili più sanguinose della storia.

La differenza stava altrove, cioè in che cosa la vittoria dimostrasse. In Cina il primo classificato non provava di essere per natura superiore agli altri, alla maniera di Galton. Provava di aver aderito meglio di chiunque altro a un modello condiviso, quello del saggio confuciano. Si vinceva conformandosi, non distinguendosi.

E non sempre l’esame fu la strada maestra. La sua fortuna, come quella del confucianesimo, cambiò a seconda della dinastia e della corte. Sotto i Tang le grandi famiglie aristocratiche continuarono a occupare buona parte dei posti di potere, e gli esami erano solo uno dei canali d’accesso; furono i Song a farne la via principale. I Mongoli della dinastia Yuan li sospesero per decenni e, quando li ripristinarono nel 1315, divisero i posti con quote etniche che favorivano mongoli e alleati a scapito dei cinesi han. I Qing, infine, soprattutto nell’Ottocento, per finanziarsi misero in vendita titoli e cariche, il juānnà (捐纳), aprendo accanto al concorso una strada più breve per chi poteva pagare.


Alla fine, insomma, la meritocrazia occidentale si impasta con la selezione naturale e con l’idea che la virtù si dimostri vincendo. Si allontana così dal modello confuciano, in cui si era migliori perché più fedeli ai valori condivisi di un ordine morale, valori ai quali, almeno in teoria, doveva piegarsi lo stesso imperatore, pena la perdita del Mandato del Cielo. Al loro posto subentra la competizione libera, indifferente a quali valori debbano prevalere e misurata soltanto sul risultato, sulla prestazione.

Michael Young, che di tutto questo aveva intuito la deriva, lo riassunse in una formula volutamente gelida: il merito è uguale al quoziente intellettivo più l’impegno. Nessuna virtù, nessun contenuto, nessuna idea di che cosa si stia servendo. Solo un punteggio, e una classifica.

Lo scopo, quindi, non è più trovare il jūnzǐ, l’”uomo esemplare”, ma trovare il migliore. E per dimostrare di essere il migliore basta una cosa: rendere più degli altri.

Anche in Cina, intanto, l’esame cambiò finalità, ma per una strada molto più traumatica. Il sistema imperiale fu abolito nel 1905, pochi anni prima che cadesse la stessa dinastia Qing, e con esso scomparvero i mandarini come ceto. L’ostilità verso il confucianesimo cominciò subito dopo: con il Movimento del Quattro Maggio, nel 1919, una generazione di intellettuali additò Confucio come il simbolo di tutto ciò che aveva reso la Cina arretrata. Ma l’attacco più violento arrivò mezzo secolo più tardi, con la Rivoluzione culturale. I mandarini non c’erano più da tempo; c’erano però i loro eredi naturali, gli intellettuali, i professori, i letterati, bollati come la “puzzolente nona categoria”, il chòu lǎojiǔ (臭老九), e accusati proprio di trasformare il proprio capitale culturale in privilegio di classe. Nel 1966 le Guardie rosse devastarono il tempio e il cimitero di Confucio a Qufu, nell’ambito della campagna contro i “Quattro vecchiumi”, il pò sì jiù (破四旧). Nel 1973-74 il regime lanciò addirittura una campagna nazionale per “criticare Lin Biao e criticare Confucio”, la pī Lín pī Kǒng (批林批孔).

Persino il merito scolastico finì sotto accusa. L’esame nazionale di accesso all’università, il gāokǎo (高考), fu sospeso nel 1966, e per anni si entrò negli atenei su raccomandazione, in base all’origine di classe e all’affidabilità politica: erano gli “studenti operai, contadini e soldati”, i gōng-nóng-bīng xuéyuán (工农兵学员). Fu Deng Xiaoping a ripristinare il gāokǎo nel 1977.

Da quella frattura nacque la dicotomia che regge ancora oggi. Per la pubblica amministrazione la Cina ha reintrodotto il concorso: dalla metà degli anni Novanta esiste un esame nazionale per i funzionari pubblici, il guójiā gōngwùyuán kǎoshì (国家公务员考试), che ormai attira milioni di candidati l’anno. E, ironia della storia, una delle sue prove principali è un saggio su questioni di governo, il shēnlùn (申论), lontano parente delle domande di politica degli esami imperiali. Per i politici, invece, il discorso è diverso. I dirigenti non si scelgono per concorso, ma attraverso il sistema dei quadri del Partito, gestito dal Dipartimento dell’organizzazione del Comitato centrale, che valuta risultati, carriera e, soprattutto, fedeltà. C’è chi, come il politologo Daniel Bell, ha letto in questo sistema una forma di “meritocrazia politica” erede della tradizione imperiale; e c’è chi vi vede soltanto cooptazione con un vocabolario più elegante.


Quando in Occidente parliamo di “meritocrazia”, insomma, non parliamo di un concetto nostro. La parola sì, è inglese e ha meno di settant’anni. Ma la pratica che descrive viene da una cultura lontana e poco conosciuta, figlia di una dottrina filosofica di cui in Europa si sa pochissimo. L’abbiamo importata, con ogni probabilità attraverso i resoconti dei gesuiti e dei funzionari coloniali, anche se gli storici discutono ancora su quanto pesò davvero il modello cinese nelle riforme britanniche. Poi l’abbiamo rimodellata a nostra immagine: più Spencer che Darwin, più gara che coltivazione morale, fino a farne il criterio performativo tipico del libero mercato occidentale.

“Io ci ho lavorato, nel privato. Vogliono risultati, vogliono.”


Siamo quindi convinti che la meritocrazia sia un concetto che viene dal mondo naturale, o al massimo dalla ricerca di efficienza degli uffici del personale. Qualcosa di intrinseco all’idea stessa di mercato, inteso come un’arena in cui prevale l’attore più adatto a prosperare, quello con le migliori prestazioni produttive.

Saremmo parecchio a disagio, invece, se scoprissimo il jūnzǐ. Confucio non inventò gli esami, che arrivarono molti secoli dopo di lui, ma fissò l’ideale che quegli esami avrebbero cercato di riconoscere. E lo fece con un gesto sovversivo. In origine jūnzǐ significava letteralmente “figlio del signore”, cioè il nobile per nascita. Confucio ne rovesciò il senso: nobile è chi coltiva la virtù, non chi la eredita. Quando un discepolo gli chiese come si governa, tra le prime cose rispose di “promuovere i talenti degni”, il jǔ xiáncái (举贤才).

Ecco il candidato che la meritocrazia originale voleva selezionare: non il più performante, ma l’uomo esemplare.

Uno la cui superiorità consisteva nell’essere un modello per gli altri, non nell’averli battuti.

Uriel Fanelli