Quando la Celere è obsoleta
Una delle cose che emergono con sempre maggiore chiarezza da questa ondata di proteste e devastazioni, che stanno investendo Italia e Francia, è che le forze dell'ordine non riescono a fare ordine. Magari nei prossimi giorni i responsabili verranno anche arrestati, ma sul campo, nel momento in cui serviva, la polizia è apparsa inadeguata sul piano tattico e del tutto ridicola su quello strategico.
E non è una novità. Il G8 di Genova, nel luglio del 2001, lo dimostrò in modo lampante: aumentando il numero di agenti cresce la capacità tattica, ma quella strategica crolla. Più uomini significano più reparti da coordinare, catene di comando più lunghe, decisioni più lente; a Genova si aggiunse il caos nel coordinamento fra corpi diversi, ampiamente documentato nelle inchieste successive. Furono schierate decine di migliaia di uomini, e la "zona rossa" attorno ai Grandi rimase effettivamente inviolata. Il resto della città, invece, no.
Se partiamo dall'ipotesi che i manifestanti violenti cercassero la violenza fine a se stessa, il puro gusto di menare le mani, allora possiamo anche considerarli sconfitti: dai numeri, dalle botte prese e dagli arresti arrivati dopo. Ma proviamo a guardare la cosa in un altro modo, partendo da una definizione di vittoria:
- black bloc: obiettivo, devastare la città;
- polizia: obiettivo, proteggere la città.
Messa così, il verdetto è chiaro: la polizia ha perso. Il black bloc ha devastato Genova, e la polizia non è riuscita a impedirlo. Anzi, buona parte della sua forza d'urto finì per abbattersi sui cortei pacifici, come quello delle Tute Bianche in via Tolemaide, caricato dai carabinieri pur essendo autorizzato, mentre i gruppi che spaccavano vetrine e incendiavano auto si muovevano per la città quasi indisturbati.
Se esaminiamo la faccenda con occhio razionale, ci accorgiamo che la superiorità del black bloc non era numerica: le stime parlano di qualche centinaio di persone, al massimo di poche migliaia, contro un dispositivo di sicurezza enormemente più grande. E non stava nemmeno nell'equipaggiamento. Da un lato c'erano caschi, scudi, blindati e lacrimogeni a volontà; dall'altro sassi, spranghe, qualche molotov e quello che si riusciva a raccattare per strada. Su questo piano le forze dell'ordine erano attrezzate molto, ma molto meglio.
La superiorità del black bloc stava altrove: nella dottrina.
Una dottrina di cent'anni fa
Se li osserviamo al lavoro, i reparti antisommossa operano più o meno come facevano le camicie nere, i Freikorps o le formazioni paramilitari dei reduci come lo Stahlhelm. Non parlo di ideologia, ma di dottrina operativa: la loro forza consiste nell'affrontare l'avversario in condizioni di superiorità numerica e con un armamento un po' più adatto allo scontro fisico. Alla rissa, se volete.
Questo modo di agire ha un'origine precisa. Lo squadrismo, nero o rosso che fosse (dagli squadristi fascisti agli Arditi del Popolo), affonda le radici nell'esperienza delle truppe d'assalto della Prima guerra mondiale: gli Arditi italiani e le Sturmtruppen tedesche, dalle quali provenivano molti dei futuri membri dei Freikorps.
La Prima guerra mondiale si combatté in condizioni tecnologiche molto particolari, soprattutto sul piano delle comunicazioni. La radio esisteva, ma gli apparati erano ingombranti e restavano ai comandi superiori: in prima linea, durante un attacco, non c'era. Le alternative erano i telefoni da campo, con cavi stesi alla meglio che l'artiglieria tranciava di continuo, oppure i portaordini, i razzi di segnalazione, perfino i piccioni. Tutto troppo lento o troppo fragile. Una volta usciti dalla trincea, i comandi perdevano di fatto il controllo dei reparti.
Nacquero così piccoli gruppi capaci di muoversi in fretta e di agire in autonomia, abbastanza numerosi da avere un impatto, ed estremamente aggressivi nel corpo a corpo. Gli Arditi erano celebri per il pugnale e le bombe a mano; nelle trincee, da una parte e dall'altra del fronte, si tornò persino a usare mazze ferrate dall'aspetto medievale per colpire il nemico. Davano il meglio contro pochi punti nevralgici, colpiti di sorpresa da un nucleo ristretto e determinato.
Questa scuola è sembrata vincente per buona parte del Novecento, ogni volta che si trattava di reprimere rivolte o violenza di piazza. In Italia il suo erede più diretto fu la Celere del dopoguerra, voluta da Scelba: reparti motorizzati, rapidi, aggressivi, lanciati con le jeep nei famigerati "caroselli" contro i cortei. Gli Arditi della piazza, in sostanza. E funzionavano, perché l'avversario era una massa lenta e disordinata, mentre loro erano più organizzati, più veloci e più mobili.
Il vantaggio, però, durò solo finché nessuno decise di batterli al loro stesso gioco. A Genova il black bloc lo fece: piccoli gruppi, rapidi, autonomi, aggressivi. Più Arditi della Celere stessa. Da allora la Celere, e con lei tutta la dottrina antisommossa, è diventata sempre più obsoleta, fino ad apparire, oggi, del tutto inefficace.
Il fronte si è allargato
Il primo problema è l'estensione del fronte. Il modello d'assalto funziona contro un singolo punto in cui si concentra un avversario che si muove a fatica, o per difendere pochi luoghi simbolici: una fabbrica, un palazzo del potere. Ma come accadde alle dottrine della Prima guerra mondiale, diventa obsoleto non appena l'avversario comincia a ragionare su un fronte mobile e allargato. Non è un caso che uno dei protagonisti di quella svolta sia stato Erwin Rommel, che nel 1917, a Caporetto e sul Matajur, aveva già sperimentato sul campo le tattiche di infiltrazione e che più tardi, accanto a teorici come Guderian, avrebbe portato quella mentalità nella guerra di movimento.
Oggi quel modello non regge più, perché i bersagli da proteggere sono innumerevoli (i "negozi del centro", le "vetrine", le "vie del lusso") e il "nemico" agisce con adunate fulminee e piccoli gruppi. Cos'è cambiato? Che chiunque ha in tasca una mappa e una radio potentissima: il cellulare.
Ma il problema non è solo il dispositivo. Altrimenti basterebbe spegnere la rete mobile, anche a costo di colpire i cittadini che in piazza non ci sono. Si potrebbe perfino obiettare che chi sta a casa o in ufficio ha comunque una rete wifi, e che quindi spegnere le celle di una zona sia un prezzo accettabile. Non funzionerebbe lo stesso. Quando, nel gennaio del 2011, il governo egiziano staccò internet e la telefonia mobile, le proteste non si fermarono: crebbero. E a Hong Kong, nel 2019, i manifestanti avevano già pronte app che si scambiano messaggi via Bluetooth da telefono a telefono, senza bisogno di alcuna rete.
Il vero problema è ciò che sta dietro il telefono: un ecosistema di applicazioni social e di messaggistica di gruppo che permette di organizzare un'azione in pochi minuti. E soprattutto di farlo prima degli scontri, senza bisogno di uno stato maggiore che si riunisca e poi faccia scendere gli ordini lungo la catena di comando. Hong Kong, con i suoi canali Telegram e la parola d'ordine "be water", ne è stata la dimostrazione da manuale.
E la catena di comando è un altro retaggio della Prima guerra mondiale, con le sue gerarchie rigide e i suoi reparti grandi e monolitici. Gli Arditi erano nati proprio per aggirarla, ma una volta trasformati in istituzione, nella Celere, ne sono stati riassorbiti. Eppure sappiamo bene che unità piccole e autonome funzionano molto meglio, purché comunichino tra loro di tanto in tanto. Lo sanno anche i militari, che da tempo ragionano in termini di comando per obiettivi, l'Auftragstaktik dei tedeschi: si stabilisce lo scopo, e chi è sul campo decide come raggiungerlo. Oggi, paradossalmente, chi lavora così sono i saccheggiatori.
Obiettivi sbagliati
C'è poi un altro problema, che Clausewitz aveva inquadrato con grande lucidità: nessuno dovrebbe cominciare una guerra senza avere chiaro che cosa vuole ottenere e in che modo intende ottenerlo. Valeva per le guerre, vale a maggior ragione per una piazza.
Prendiamo le proteste degli anni Settanta. Le due parti avevano obiettivi precisi:
- manifestanti: ottenere, grazie alla massa di persone radunate, la massima visibilità mediatica e politica;
- polizia: disperdere la manifestazione e tornare al business as usual.
Il primo obiettivo rendeva poco a chi scendeva in piazza. La ricompensa era astratta, il che alla lunga riduceva la partecipazione, e non era nemmeno semplice decidere quale visibilità cercare e quale messaggio mandare. Anche la violenza di quegli anni, quando c'era, aveva un bersaglio politico: lo scontro con lo Stato, non il bottino. La polizia, al contrario, aveva un obiettivo chiarissimo e coerente con la situazione: piazze e strade vuote.
Oggi le condizioni sono cambiate. A Genova il black bloc aveva già cambiato il modo di combattere; negli anni successivi è cambiato anche il motivo. In un mondo fatto di lusso e status symbol, l'obiettivo dei violenti è diventato un altro:
- saccheggiare i negozi delle zone più ricche, portandosi via il più possibile.
È un messaggio politico, nella misura in cui si svuotano negozi pieni di costose futilità, soprattutto quelli che dicono "élite". Lo si è visto a Parigi nel marzo del 2019, quando durante le proteste dei gilet gialli gli Champs-Élysées furono messi a ferro e fuoco e le boutique di lusso saccheggiate. E non serve nemmeno il lusso estremo: durante i riot di Londra del 2011 il bottino erano soprattutto scarpe da ginnastica, abbigliamento sportivo e smartphone. Status symbol, appunto.
Si tratta, chiaramente, di un atto politico, per via della scelta del bersaglio. Ma è un atto politico che porta reddito a chi lo compie: diventa un incentivo, e quindi attira sempre più persone. E come se non bastasse, allarga il fronte ben oltre le capacità di forze dell'ordine che ragionano ancora come le squadre d'assalto del 1920. I negozi, i brand, le vie borghesi, i quartieri gentrificati simbolo della "bella gente" sono troppi. Il fronte è troppo esteso. La Celere era nata per scagliare un reparto rapido contro un corteo compatto; ma quando i bersagli sono centinaia e gli attaccanti agiscono a loro volta come piccoli nuclei d'assalto, i ruoli si invertono. I nuclei rapidi sono loro, e la polizia diventa la massa lenta che arriva sempre in ritardo.
A fronte di tutto questo, alle forze dell'ordine viene affidato lo stesso compito di cinquant'anni fa, ormai antidiluviano e ottuso:
- disperdere la manifestazione e togliere ai manifestanti la forza dell'adunata.
Qui i problemi sono due.
Il primo è che la forza dei violenti di oggi sta proprio nella dispersione. Non si muovono in masse enormi, ma in gruppi piccoli. Disperdere una folla, semmai, è l'inizio della fine: le piccole bande attaccano simultaneamente negozi e bersagli diversi, e "disperderle" non fa altro che renderle più efficaci. Non a caso alcune polizie, come quella britannica, hanno sperimentato la strategia opposta, il kettling: accerchiare la folla e tenerla ferma dov'è, invece di sparpagliarla. Una tecnica a sua volta molto contestata, perché finisce per intrappolare per ore anche chi non ha fatto nulla, ma che almeno parte dal riconoscere il problema.
Il secondo è che le forze dell'ordine tendono a corazzarsi con equipaggiamenti sempre più pesanti, che rendono difficili i movimenti rapidi e la corsa, e a muoversi secondo una logica di schieramento compatto. Pensate alla "testuggine" di scudi: un generale romano la riconoscerebbe al volo, perché è sua, e sorriderebbe nel vederla usata così, visto che era pensata per avanzare lentamente sotto una pioggia di frecce e sassi, non certo per inseguire qualcuno che corre. Duemila anni dopo è, come dire, vagamente superata. Le piccole bande sono enormemente più veloci, e la polizia arriva a saccheggio concluso. Lo dimostra il fatto che un giornalista ben informato riesce a filmare un saccheggio ben prima che arrivino gli agenti.
Anche l'addestramento è rimasto indietro
Potrei dimostrare l'obsolescenza tattica e addestrativa anche solo mostrando le foto degli scontri.
Vedo agenti caricare il colpo di manganello portando il braccio tutto all'indietro, al punto da lasciare l'ascella completamente scoperta. Chi conosce le armature del tardo Medioevo sa a cosa servissero quei dischi metallici appesi davanti alle ascelle, le rondelle: a coprire esattamente quel punto, perché è uno dei più vulnerabili del corpo. Gli armaioli di cinquecento anni fa conoscevano bene quell'errore; chi addestra i reparti di oggi, a quanto pare, no.
Vedo agenti affrontare le molotov con eccessiva fiducia nelle proprie protezioni, come se "ignifugo" volesse dire invulnerabile. Non è così: un materiale ignifugo resiste alla fiamma per un tempo limitato, non rende immuni da tutto ciò che può essere scagliato addosso, e di sostanze capaci di fare danni seri, purtroppo, ne esistono parecchie e sono facili da reperire.
Vedo reparti a cavallo messi in fuga con i fuochi d'artificio di Capodanno. Il cavallo, in natura, è una preda e non un predatore: la sua difesa principale è la fuga, e il suo istinto è scappare davanti a qualsiasi rumore improvviso o lampo di luce che non sa interpretare. L'addestramento può attenuare questa reazione, abituandolo al frastuono della piazza, ma non cancellarla. Botti e lampi sparati a distanza ravvicinata restano il modo più semplice per farlo imbizzarrire.
Episodi del genere sono rari, ed è proprio questo il punto: sono rari perché la mancanza di strategia riduce al minimo gli scontri veri e propri. Su cento che svuotano negozi, solo uno o due finiscono davvero faccia a faccia con le forze dell'ordine. I momenti in cui l'inferiorità dell'addestramento si vede chiaramente sono pochi, e difficili da documentare.
Le false soluzioni
Si dirà: ci sono le telecamere, le indagini, gli arresti. È vero, e possono funzionare. Dopo i riot di Londra del 2011 ci furono migliaia di arresti e processi per direttissima. Ma è repressione a posteriori: quando arriva, il negozio è già vuoto e la strada è già bruciata. Può scoraggiare la volta successiva, ma non protegge la città la sera stessa.
Serve allora autorizzare ancora più violenza, magari armi da fuoco, o peggio? No.
L'unico risultato sarebbe spostare lo scontro di notte e consegnare ai violenti il fattore sorpresa. Arrivano alle tre del mattino e, prima che la Celere si presenti, il negozio è già svuotato. Si può certamente rendere la polizia più violenta, o più letale, ma il conto si paga in disordini che scoppiano di notte, in luoghi qualsiasi, a un'ora qualsiasi, appena ci scappa il morto. La storia recente lo mostra con una regolarità quasi meccanica: a Londra, nell'agosto del 2011, i riot partirono dopo che la polizia aveva ucciso Mark Duggan; in Francia, nel giugno del 2023, la morte del diciassettenne Nahel, colpito da un agente durante un controllo stradale a Nanterre, scatenò giorni e giorni di devastazioni in tutto il Paese. Dal punto di vista della polizia, aver neutralizzato un violento può anche sembrare una vittoria. Dal punto di vista del cittadino, la strada in cui vive è in fiamme. Il problema non si risolve.
Mettere l'esercito per le strade, allora? Il guaio è che, una volta messo, l'esercito non si può più togliere finché persistono le condizioni sociali che alimentano la rivolta. In Italia la cosa e' nota: l'operazione "Strade sicure", avviata nel 2008 come misura temporanea, è stata rinnovata di anno in anno da allora. E la Francia, con l'operazione Sentinelle lanciata dopo gli attentati del 2015, ha vissuto la stessa dinamica.
Il meccanismo è semplice. Supponiamo che ci siano mille violenti che non vedono l'ora di svaligiare un negozio Nike. Finché due soldati fanno la guardia all'ingresso, va tutto bene. Ma il giorno in cui annunciate che l'esercito se ne va, quella notte stessa si scatena il finimondo. Risultato: costi che crescono, perché i militari non si possono ritirare, e in caso di problemi l'unica opzione è aggiungerne altri, con altri uomini e altri mezzi.
Resterebbe la via più sensata sul piano tecnico: riformare davvero la polizia. Reparti più leggeri, più piccoli, più autonomi, capaci di comunicare e di muoversi alla stessa velocità dell'avversario. Andrebbe fatto, e prima si fa meglio è. Ma anche la polizia più moderna del mondo non può presidiare ogni vetrina di ogni città, ogni notte. Riformarla significa guadagnare tempo, non vincere. Finché scendere in strada a saccheggiare resta conveniente per migliaia di persone, ci sarà sempre una vetrina scoperta.
Come se ne esce?
Basta notare una cosa: nei Paesi ben governati, dove il cittadino è mediamente soddisfatto della propria esistenza, le città non bruciano e le strade non vengono devastate. Succede, di norma, solo nei Paesi governati poco o male.
C'è chi potrebbe obiettare citando la Svezia, stabilmente ai vertici delle classifiche sulla felicità, che ha pure conosciuto i suoi riot: a Husby, nella periferia di Stoccolma, nel 2013, e in diverse città durante la Pasqua del 2022. Ma a ben guardare è una conferma: le fiamme si sono accese proprio in quei quartieri e tra quelle persone che il benessere del resto del Paese lo vedevano solo da lontano. Anche in un Paese ricco, il disordine nasce dove il cittadino si sente governato poco o male.
Governare bene, qui, non è uno slogan. Significa periferie che non vengono lasciate a se stesse, lavoro che permetta di vivere, giovani che vedano un futuro più conveniente di una notte di saccheggi, e la sensazione diffusa che le regole valgano per tutti allo stesso modo. Significa togliere al saccheggio la sua convenienza prima ancora che la sua possibilità.
La soluzione ai problemi di ordine pubblico, quindi, è semplice.
Governare bene.
Se guardiamo alla storia, non ce ne sono altre.
Uriel Fanelli
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