Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

E se le cose stessero andando male?

Pur essendo convinto che queste proteste siano inutili e che non sortiranno alcun effetto, non rinuncio a esaminare la strategia dei media online, per capire che cosa il governo vuole che si dica e che cosa, invece, preferirebbe che si tacesse. E una cosa salta subito all’occhio. Tutto ciò che il governo sta facendo per «rimediare», proprio come il governo francese, sembra avere un unico scopo: impedire che si pronunci una frase semplicissima.

La frase maledetta è:

«L’ultimo governo ha governato male.»

Per anni una stampa compiacente, quando non apertamente schierata, ha fatto vivere italiani e francesi in una specie di realtà parallela, dove tutto andava bene. Il Paese andava bene, anzi, «gli altri stanno peggio di noi», e semmai «l’Italia è la nuova locomotiva d’Europa». Peccato che la locomotiva, numeri alla mano, viaggiasse in coda al convoglio: la frase circolava tra gli esponenti di Fratelli d’Italia già alla fine del 2023, quando le stime europee davano l’Italia tra i Paesi che sarebbero cresciuti meno nell’anno successivo. Accidenti.

In quella finzione l’Italia prosperava per merito di Giorgia-donna-madre, una specie di trinità miracolosa capace di salvare il Paese grazie al potere tremendo di chiamarsi Giorgia e di avere un utero funzionante, debitamente certificato.

Va bene.

Ma questa finzione è difficilissima da tenere in piedi quando le piazze bruciano. È davvero complicato sostenere che tutto va bene, anzi meglio, mentre a Milano si alzano le barricate in piazza del Duomo, a Torino e a Bologna si scontrano manifestanti e polizia, e il tutto nasce da cortei contro il carovita. Non contro un’idea astratta: contro il prezzo della spesa.

E così, ecco le spiegazioni che offre la stampa:

  • Sono i malvagi russi che sobillano. Anzi, è «guerra ibrida»: lo dice il ministro della Difesa Guido Crosetto, secondo cui i fatti di Milano sono il frutto di una guerra che «qualcuno» sta portando nelle nostre nazioni attraverso TikTok, YouTube e i social. Chi sia questo qualcuno, il ministro si guarda bene dal dirlo esplicitamente, ma il sottinteso è chiaro a tutti.
  • Sono i malvagi social network dei rapper negri, che spingono i ragazzini a devastare tutto per farsi un selfie. Che il movimento sia nato su Instagram un paio di settimane fa è vero; ma un social network è il mezzo con cui ci si organizza, non il motivo per cui si scende in piazza. Crosetto, del resto, parla di una «controeducazione» subita dai ragazzi in questi anni, che non verrebbe né dalla famiglia né dalla scuola: tutto pur di non nominare il prezzo della spesa.
  • Sono le malvagie «disuguaglianze» a portare la gente in strada. Seguono numeri ISTAT.
  • È la crisi del Golfo. Ma prima c’era l’altra crisi, quella dei dazi. E prima ancora un’altra crisi, e un’altra ancora…

E soprattutto non si deve dire, per nessun motivo, che il governo abbia, per esempio, governato male.

Ma sono scuse credibili?


Che dietro gli scontri ci siano i russi, o la «guerra ibrida» che ne è la versione elegante, è una tesi che mi lascia perplesso.

La Russia è impantanata da quasi cinque anni in una guerra d’attrito che le ha fruttato poco o nulla: dopo anni di avanzate lentissime e pagate a caro prezzo, nel 2026 i suoi progressi al fronte hanno rallentato fino, in alcune zone, a invertirsi. Se questa «guerra ibrida» funzionasse davvero, sarebbe ora di vederne i risultati, almeno là dove a Mosca servono disperatamente. Tutto quello che vedo, invece, sono sabotaggi e atti vandalici. E le guerre, così, non si vincono.

Poi si tirano in ballo TikTok, YouTube e i social. Curioso, perché TikTok è cinese e YouTube è americano: di russo, in quell’elenco, non c’è nulla. Ma ammettiamo pure che il veleno passi di lì. Vorrei far presente al governo che, per mettere in difficoltà una piattaforma, gli strumenti non mancano. Si comincia dal denaro: impedire alle banche italiane di trasferire un solo euro alle società che le gestiscono, nemmeno per comprare pubblicità, colpisce più di qualsiasi filtro. È vero che siamo nell’Unione Europea, e che una misura del genere andrebbe portata a Bruxelles, dove peraltro esiste già il Digital Services Act, pensato proprio per chiamare le grandi piattaforme a rispondere dei loro effetti. E poi c’è il piano tecnico: l’Italia blocca già siti a livello di DNS, e con discreta solerzia, quando si tratta di proteggere i diritti televisivi del calcio. Volendo, lo saprebbe fare anche per difendere la democrazia. Volendo.

Onestamente, se sono davvero i russi a fare la «guerra ibrida», mi chiedo cosa aspettiate a fermarli.


La seconda tesi, quella dei social, segue la stessa logica, e ha avuto il merito di regalare un palcoscenico a una mezza dozzina di rapper. Marracash ha scritto che aspettava da tempo una reazione del genere e che siamo solo all’inizio; Fedez gli ha risposto che il rapper preferito dei ragazzi, a fine giornata, torna in prima fila alle sfilate di Louis Vuitton; Ghali, Sayf, Kid Yugi e altri hanno aggiunto la loro, rigorosamente nelle storie di Instagram. Nel frattempo i giornali raccontano di ragazzini che filmano tutto col telefonino, cantano pezzi trap tra una vetrina e l’altra e si scattano selfie davanti agli incendi.

Benissimo. Se davvero pensate che lo facciano per il selfie fico e rapposo, prendetevela con i social network. Minacciateli di tagliare i viveri, bloccando i pagamenti. Gli strumenti, come ho detto, esistono. E già che ci siete, date un’occhiata a WhatsApp, che appartiene a un’azienda americana e non russa: è lì che, secondo Il Giorno, sono comparse le chat che chiamano a raccolta centinaia di giovani a Como per sabato prossimo, con l’obiettivo dichiarato di replicare Milano.

Ma a parte aver dato visibilità a quattro rapper italiani, qualunque cosa significhi, sotto questa teoria non vedo niente di solido.


Terza tesi: le disuguaglianze. Dare loro la colpa delle proteste di piazza è sensato, ma è anche una tautologia. E corredarla di numeri ISTAT equivale a spiegare, con l’aria di chi ha appena fatto una grande scoperta, che «la febbre è quando la temperatura sale e non stai bene».

Vorrei far notare che a devastare e saccheggiare non ci sono ragazzini ricchi o ricchissimi. Le cronache parlano di giovanissimi, spesso minorenni, arrivati dalle periferie e dalle province. E se anche ci fossero dei figli di papà, verrebbe da chiedersi come mai a finire in manette siano sempre i figli delle famiglie che lavorano. Le disuguaglianze, insomma, si vedono già nella composizione delle folle che saccheggiano: dire che le proteste sono «colpa delle disuguaglianze» significa limitarsi a descrivere ciò che chiunque ha sotto gli occhi.

I casi sono due: o è pensiero magico, o è una tautologia. Certo, un sistema con forti disuguaglianze produrrà con grande facilità delle proteste di piazza. Ma se è così, bisogna chiedersi chi non abbia fatto nulla per ridurle. E a quel punto bisognerebbe dire che il governo ha governato male.

E questo, appunto, non si può dire.


Quarta tesi: è colpa della crisi. Una litania così vecchia che ormai, per renderla presentabile, la si agghinda con prefissi greci e latini. Si è cominciato con la «policrisi», poi è arrivata la «permacrisi», che il dizionario Collins ha addirittura eletto parola dell’anno nel 2022. A questo punto, perché fermarsi? Proporrei la «sclerocrisi», la «timocrisi», la «paleocrisi». Ce n’è per tutti i gusti. Dai, facciamo felice la Nappi, "Pornocrisi". O, in onore di Porhub, "StepCrisi".

Ma in tutto questo sfoggio di prefissi si dimentica una cosa. La parola «crisi» viene dal greco krísis, che indica il momento della decisione, il punto di svolta: per definizione, qualcosa che passa e causa cambiamenti e richiede gestione. Quando si parla di crisi da trent’anni, quindi, non si sta parlando di «una crisi». «Permacrisi» è un ossimoro, una contraddizione in termini, sarebbe come dire «partenoporno»: il porno delle vergini.

E trent’anni non sono un’iperbole. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, tra il 1990 e oggi le retribuzioni lorde in Italia sono scese in media del 6,6% in termini reali; e l’OCSE indica da anni l’Italia come l’unico Paese dell’area in cui, tra il 1990 e il 2020, il salario medio a prezzi costanti è diminuito anziché crescere. Nello stesso periodo, nei Paesi baltici i salari sono più che triplicati.

Una crisi che dura da trent’anni non è una crisi. È un SISTEMA.

E i prefissi non cambiano nulla.


E allora diciamo la cosa come sta:

Le piazze sono in fiamme nei paesi che sono stati governati MALE.

Ecco, l’ho detto.

Le piazze francesi bruciano perché Macron e soci hanno governato male. Le piazze italiane bruciano perché Meloni ha governato male. E così via.

Non che abbiano inventato loro il problema: un sistema che da trent’anni impoverisce chi lavora l’hanno ereditato. Ma Macron è all’Eliseo dal 2017, Meloni a Palazzo Chigi dall’ottobre 2022: tempo per accorgersene ne hanno avuto, e tempo per cambiarlo pure. Hanno scelto di raccontare che andava tutto bene. Ed è proprio questo, governare male.

Non so se adesso mi manderanno la polizia coi cani, come propone il Generalissimo Vannacci, quello del «viva la figa e chi la burdiga». Il suo partito, Futuro Nazionale, ha appena presentato una proposta di legge che prevede unità cinofile contro i manifestanti, proiettili di gomma, l’esercito in piazza accanto alla polizia e uno scudo legale per gli agenti. Manca solo il motto, e glielo suggerisco io, riadattando quello del Ventennio: «È l’aratro che traccia il solco, ma è la minchia che lo difende». Le sue idee sono poche, ma ben confuse.

Oppure faranno al mio blog quello che dovrebbero fare ai social che accusano di tutto. Per ora, l’unica lettera che ho ricevuto è l’email cortesissima di un gigante americano che mi chiedeva di cambiare nome a un mio software. L’ho fatto, da Xenomorph a StabbyPossum. Con il governo, temo, servirà qualcosa di più di un’email.

Perché il punto resta quello: la frase che non si può dire. Meloni ha governato male. E nessuna guerra ibrida, nessun rapper, nessuna "policrisi" riuscirà a nasconderlo a chi la spesa la fa tutte le settimane.


La cosa strana, però, è che c’è un fatto capace di smentire tutte e quattro le tesi in un colpo solo. Mentre a Milano bruciavano le vetrine, nel Mezzogiorno partiva il blocco degli autotrasportatori. È cominciato a inizio ottobre in Puglia e Calabria, contro il caro gasolio, e nel giro di pochi giorni si è esteso a Sicilia, Basilicata, Molise e Campania, trascinandosi dietro anche gli agricoltori. Risultato: porti bloccati, distributori a secco, scaffali vuoti nei supermercati.

Possiamo pensare dei camionisti quello che vogliamo, ma il dato è questo: il disagio dei camionisti e i supermercati senza cibo non sono poi così diversi dal disagio dei ragazzi e dai supermercati saccheggiati. Cambiano i metodi, non la causa. E difficilmente si potrà sostenere che i padroncini calabresi siano stati radicalizzati da TikTok, sobillati dai russi o ispirati da Marracash.

Ed è infatti lì che è corso Salvini, ministro dei Trasporti, con una bella borsa di soldi per placare gli animi: circa un miliardo sbloccato, 480 milioni subito disponibili. Non è bastato: in Calabria hanno già annunciato che il fermo prosegue fino al 27 ottobre.

Perché se al coro degli scontenti si unisce anche il mondo dei camionisti, che di rappettaro ha ben poco, diventa sempre più difficile far credere che tutto vada bene. E che il governo più longevo della storia repubblicana, record festeggiato in pompa magna a settembre, non sia stato altro che la storia di un lungo sequestro.


Potrei aggiungere al post altre verità scomode. Per esempio questa:

Trattandosi del potere esecutivo, cioè di quello che fa funzionare le cose sul campo, ogni governo è per definizione un governo di tecnici.

Ma non lo faccio. Perché il prossimo governo, a giudicare da come si stanno mettendo le cose, rischia di essere il solito governo «tecnico», o «di salute pubblica», come lo chiamano quando vogliono farlo sembrare più nobile: un governo con il potere e la legittimazione per risolvere il problema mettendovelo nel culo.

YAY!!

Gioite, villici!!!

Uriel Fanelli