Su manifestazioni e violenze.
Di questi tempi, con le notizie che riempiono i giornali, è impossibile non parlare di manifestazioni e di violenze di piazza. E quindi mi tocca ripetere quello che dico da sempre: leggete, per favore, almeno UN libro di storia. Uno solo. Il vostro primo. Leggendolo, capirete una cosa semplice. Quando molta gente scende in piazza, una parte, di solito piccola, diventa violenta. E quando la violenza c’è, una parte di quella violenza diventa gratuita, casuale, e sfugge a qualunque controllo.
Non è un’iperbole: lo dicono anche i numeri. Durante le proteste di Black Lives Matter nell’estate del 2020, l’ACLED, un’organizzazione che censisce conflitti e manifestazioni in tutto il mondo, ha analizzato quasi 8.000 manifestazioni legate al movimento: il 93% si è svolto senza violenze. È tanto, ed è il motivo per cui ridurre una protesta ai suoi incidenti è disonesto. Ma resta un 7%, cioè centinaia di episodi, concentrati spesso in pochi isolati, che hanno bastato a riempire i telegiornali per mesi. Più è grande la folla, più quel piccolo residuo diventa, in numeri assoluti, grande.
Lo so, è triste. Ma basta un libro di storia decente per scoprire che è così praticamente ovunque e da sempre. Esistono movimenti di massa rimasti quasi del tutto pacifici, ma sono l’eccezione costruita con fatica e disciplina, non la regola. E spesso, come la marcia dei 40.000 di Romiti, non sono nemmeno proteste: sono dei pic-nic organizzati.
Di conseguenza, quando leggo queste cose sui giornali, la prima cosa che mi viene da dire è: “YAWN”. Ditemi qualcosa che non so già. Ci sono proteste, quindi una parte diventa violenza, e una parte di quella violenza sceglie bersagli gratuiti, che con la “lotta” non sembrano avere nulla a che fare.
Certo, ogni generazione ha i suoi metodi.
La mia, per esempio, e parlo degli anni ‘80, non protestava. Si ribellava. E no, non ho detto che faceva la rivolta: ho detto ribellione.
Ricordo bene una cosa. Quando alle superiori si faceva “sciopero”, quasi mai ne seguiva una manifestazione in piazza. Lo so, alla FGCI sarebbe piaciuto. Sarebbe piaciuto anche agli autonomi e ai centri sociali, che avrebbero avuto un corteo di studenti in cui infiltrarsi. E sarebbe piaciuto alla polizia, che avrebbe potuto venire a picchiarci. Ma noi ci limitavamo a non entrare in classe e ad andare a fare quel che volevamo. Quel che ci andava, insomma.
C’era chi tornava a casa, chi lo trovavi in una delle sale giochi dei dintorni, chi finiva in camporella con qualche coetaneo o coetanea. Su tanti scioperi, in cinque anni ricordo una sola manifestazione.
Intendiamoci: i cortei studenteschi esistevano anche allora. Nell’autunno del 1985 i “ragazzi dell’85”, studenti delle superiori, scesero in piazza a Milano e a Torino, e il 16 novembre sfilarono a Roma: duecentomila, secondo l’Unità, che non era certo un giornale incline a sminuirli. Sembra tanto, finché non fai le proporzioni. Gli studenti delle superiori, in quegli anni, erano milioni: anche prendendo per buona la cifra più generosa, in piazza c’era meno di uno studente su dieci. Gli altri, quel giorno, erano a casa, in sala giochi o in camporella.
E il confronto con gli anni ‘70 è ancora più istruttivo. Il 12 marzo 1977, dopo l’uccisione di Francesco Lorusso a Bologna, il movimento portò a Roma oltre centomila persone, a sentire Lotta Continua. Un movimento nato nelle università, non nei licei. Quel corteo, la metà di quello dell’85, degenerò in scontri in tutto il centro, con momenti di vero conflitto armato. Otto anni dopo, il doppio della gente sfilò per tre ore sotto la pioggia e la notizia più violenta fu una bottiglia d’acqua minerale rotta.
Quello che facevamo noi non era manifestare. Non era protestare, e non era nemmeno una rivolta.
Era ribellarsi.
Ma cosa significa ribellarsi, se non vai in piazza a spaccare tutto?
Significa che ti fai i cazzi tuoi, e così facendo spacchi l’economia. Per ribellarsi, a differenza di quel che serve per protestare, devi capire cosa vuole il sistema da te, e cosa invece vuoi tu.
Il sistema voleva che a sei anni entrassimo nella ruota di una gabbia per criceti, e che corressimo a perdifiato per quasi vent’anni, facendola girare. Vrrrrrr! Usciti dall’università, saremmo stati dei bei limoni da spremere per le aziende. E la lira si impenna!
Se in quel momento ti rifiuti di entrare nella ruota, se non entri a scuola e vai a fare il cazzo che ti pare, sei già abbastanza disubbidiente. Perché la ruota smette di girare.
Quando iniziai le superiori, in classe eravamo in 27. Al diploma arrivammo in 14. Un KPI del 50%. E ricordo bene che già allora industriali e imprenditori cominciavano a frignare che non trovavano i tecnici specializzati di cui avevano bisogno. Stessa storia all’università: partimmo in un centinaio, arrivammo in nove, più o meno. Un caso estremo, ma non un’anomalia: a metà degli anni ‘80 circa sette iscritti su dieci abbandonavano l’università senza laurearsi. E già allora si frignava che servivano più laureati in materie tecniche.
Quarant’anni dopo, il disco è lo stesso: secondo le previsioni del sistema Excelsior, tra il 2025 e il 2029 alle imprese mancheranno ogni anno circa 33mila tecnici e 13mila laureati STEM. Evidentemente la ruota non ha mai girato abbastanza in fretta.
Riassumendo, il sistema voleva che:
- tu entrassi nella ruota;
- pedalassi più forte che potevi, per farla girare;
- se ti andava di protestare, scendessi dalla tua ruota per salire su quella della politica, dei mass media e della polizia che ti picchia.
Ma in una ruota, una delle due, dovevi correre.
Per questo, quando “oggi non si entra” e poi tutti a zonzo senza manifestare, eravamo scesi da una ruota senza salire su un’altra.
Andate a vedere quante pagine social, quanti articoli, quanta politica si fa su di voi, manifestanti di questi giorni, quanto costa la polizia che vi mena, e scoprirete una cosa: siete scesi da una ruota e saliti su un’altra. State facendo girare un business, solo che e' un altro business.
È come se i prigionieri di un lager nazista protestassero per essere trasferiti in un gulag staliniano. Il filo spinato non era di qualità abbastanza buona.
Ribellarsi significa questo: opporsi alla volontà dei forti. E la volontà dei forti non è “non andate in piazza a spaccare le vetrine”. Se lo fate, per loro è business. La volontà dei forti è: “tenete alto il PIL, andate a lavorare in ufficio, fatevi spremere come limoni dopo l’università”.
Certo, potete sempre appellarvi a quella costruzione illuministica che è il “diritto allo studio”, scritta nero su bianco nell’articolo 34 della Costituzione. Ma se volete davvero “pensare al vostro futuro”, vi siete mai chiesti cosa ci sia dopo, questo studio?
Cambiando lo studio non cambiate il dopo. Uscirete da una ruota per entrare in una ruota diversa.
Ricordo bene come cambiò l’atteggiamento dei miei professori. Nei primi anni se la tiravano, e parecchio. In prima e in seconda si sentivano chissà chi, e se chiedevamo “a cosa serve studiare la rivolta di Spartaco, se qui e oggi non so nemmeno quali siano i miei diritti e nessuno me li spiega?”, ricevevamo la solita risposta sdegnata. Al terzo anno cominciò l’emorragia. Da ventisette a diciannove. Poi quindici. Infine quattordici.
All’ultimo anno ci trattavano diversamente. Non perché fossimo diventati “più maturi”, ma semplicemente perché eravamo diventati pochi. Ci avevano terrorizzati: senza la scuola saremmo diventati tutti barboni. La paura, pensavano, ci avrebbe tenuti in classe. E il liceo non era scuola dell’obbligo: allora l’obbligo finiva con la terza media. Così, ogni volta che qualcuno si ritirava, o semplicemente smetteva di venire, e decideva di fare altro, il problema per loro era uno solo: qualcuno aveva vinto la paura. E la paura smetteva di funzionare.
Qualcuno di quelli che fecero quella scelta andò incontro all’orrendo destino di miseria e disoccupazione che ci veniva promesso? No. Né tra i compagni delle superiori né tra quelli dell’università. Tutti hanno avuto la loro vita, per la semplice ragione che l’alternativa è la morte. C’è chi è emigrato molto prima di me, chi ha trovato lavori che non immaginava nemmeno esistessero, chi si è inventato qualcosa. Ma barboni, tra i miei ex compagni di classe o di corso, non ne ricordo.
I risultati, invece, furono molto diversi da quelli delle proteste. Il Sessantotto in Italia arrivò puntuale, e il ‘77 ne fu la seconda ondata: ma quella contestazione, fatta di proteste nel senso sessantottino, non mosse granché nelle aule. Al posto dei vecchi cattedratici privilegiati arrivarono semplicemente i nuovi privilegiati. Quando invece l’abbandono divenne impossibile da ignorare, e il “sistema” capì che così non andava, all’università arrivò il nuovo ordinamento, poi il nuovissimo, poi un altro ancora. Il 3+2 del 1999 nacque dichiaratamente per combattere un numero di fuori corso e di abbandoni che lo stesso Ministero definiva strutturale ed elevato; nel 2004 lo si corresse, e via così. Lo stesso successe alle superiori, che hanno cambiato ordinamento più volte. Non si trovano tecnici, si trovano meno limoni da spremere, e il risultato è che ho perso il conto delle riforme tentate.
Non sto dicendo che quelle riforme siano state buone o cattive. I governi sono quel che sono, e non si cava sangue dalle rape. Ma quando ci siamo ribellati al comando “fai girare una ruota qualsiasi, purché tu ne faccia girare una”, hanno cercato di fare qualcosa.
Queste proteste, invece, proprio per via delle inevitabili violenze, stanno facendo girare una macchina miliardaria che coinvolge social, media, politica e fondi per la polizia.
Fermatevi. Semplicemente: se la scuola non vi piace, smettete di andarci. E andate a fare un po’ quel che vi pare. Se anche finite un anno dopo, o due, non muore nessuno. Ma se scendete da una ruota e non salite su un’altra, allora non siete più voi a preoccuparvi del futuro. È il sistema.
Questa è ribellione. Scendere dalla ruota del criceto, e non salire su nessun’altra ruota.
E nessuno viene a picchiarti.
Ecco la differenza tra protestare, anche violentemente, e ribellarsi: ribellarsi significa non fare quello che altri vogliono che tu faccia.
Vogliono che stiate su una ruota a farla girare. Quale ruota, non importa. Andando a scuola fate girare un tot di PIL. Andando in piazza ne fate girare un altro: quello dei social, quindi della pubblicità, della propaganda politica, degli straordinari e dei fondi per la polizia. E scommetto che questa seconda ruota produce più PIL di quanto le vetrine rotte ne distruggano.
Anzi, nemmeno le vetrine rotte lo distruggono. Il PIL misura quanto si produce e si spende, non quanto si possiede: la vetrina che va in frantumi non viene sottratta da nessuna parte, mentre quella nuova, il vetraio che la monta e l’assicurazione che la paga finiscono tutti nel conto. Lo aveva già spiegato Frédéric Bastiat a metà dell’Ottocento, con la parabola della finestra rotta: la città diventa più povera, ma il PIL sale. Per il sistema, la vostra violenza non è un costo. È fatturato.
Avete cambiato ruota, ma siete ancora lì a spingere su una ruota diversa. Ma il sistema economico non vi ha mai detto QUALE ruota far girare: gli basta che ne facciate girare una. Non vi state opponendo a nessun potere: avete solo scelto di servire un potere diverso.
La scuola non vi piace? Non andateci. Uscite di casa, prendete la metro o un autobus, andate fuori città, cercate un posto tranquillo e cazzeggiate tutto il giorno, senza dare fastidio a nessuno. Il biglietto dell’autobus sarà l’unica cosa che riusciranno a monetizzare.
Una sola avvertenza, che ai miei tempi non serviva: oggi in Italia l’obbligo di istruzione arriva fino ai 16 anni, quindi chi è al primo o al secondo anno delle superiori non ha la libertà che avevamo noi, e a risponderne sono i genitori. Fate i conti con questo, prima.
Ma il principio non cambia. Siete scesi da una ruota e non siete saliti su un’altra. Non siete più monetizzabili. E il sistema economico vuole che siate monetizzati SEMPRE.
Vi siete già ribellati.
Ma facciamo un evento estremo. Magari voi, cari studenti, volete fare una protesta pacifica e democratica. Ok.
Ma anche se le manifestazioni fossero tutte pacifiche: cosa avreste fatto, portando duecentomila persone nel centro di una città?
Avreste messo in moto un evento. E gli eventi, in economia, hanno un nome preciso: indotto.
Prendete il concerto di Vasco Rossi al Modena Park, il 1° luglio 2017. Furono emessi 225.000 biglietti, in una città che di abitanti ne ha circa 185.000. Il Comune stimò l’arrivo di oltre 60.000 auto e 500 pullman, Trenitalia mise in servizio treni speciali, e per Modena si parlò di ricadute economiche nell’ordine di 6 milioni di euro, oltre ai circa 12 milioni di incasso. Nessuno, quel giorno, ha pensato che la città ci avesse rimesso.
Ora sostituite il palco con un camion e un megafono. Cambia qualcosa? Pochissimo. Duecentomila persone arrivano lo stesso con pullman e treni da fuori, e qualcuno quei pullman e quei treni li fattura. A meno che non vi portiate la colazione al sacco, mangiano, bevono, cercano un bagno, comprano l’acqua. Ai commercianti, di gente in centro ne portate a fiumi: magari la boutique sul percorso abbassa la saracinesca, ma il bar all’angolo fa la giornata dell’anno.
E questo è solo il PIL che si vede in strada. Poi c’è quello che si vede in televisione. Il concerto di Modena lo seguirono su Rai1 in media 5,6 milioni di spettatori, e ogni spettatore è pubblicità venduta. Un corteo da duecentomila persone fa lo stesso lavoro: dirette, talk show, prime pagine, dibattiti, milioni di visualizzazioni sui social, ognuna con il suo spot accanto. E poi i partiti che ci mettono il cappello, la propaganda di chi è a favore e di chi è contro, gli straordinari della polizia, le ore di lavoro dei giornalisti. Tutto fatturato. Tutto PIL.
Un concerto da duecentomila persone alza il PIL cittadino.
Perché non dovrebbe farlo un comizio?
Voi pensate di aver fermato qualcosa. In realtà avete organizzato un grande evento, gratis, per conto di qualcun altro.
Siete usciti da una ruota, e siete entrati in un’altra.
ma ribellarsi significa uscire da una ruota, e non rientrare mai in un'altra.
Questo post, ovviamente, non produrrà alcun effetto, né cambierà nulla.
Ma alla mia età, quello che dovevamo cambiare l’abbiamo cambiato.
E non l’abbiamo fatto protestando.
L’abbiamo fatto ribellandoci.
Uriel Fanelli
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