Data center BUM
Dopo che gli ucraini hanno colpito alcuni data center di Yandex, ci sono state diverse reazioni, più o meno ipocondriache o, per dirla diversamente, «placebiche». C'è gente che giura di vedere meno bot russi di prima, gente che sostiene di imbattersi in meno propaganda russa, e così via.
A dire il vero, la cosa appare subito sia sospetta sia realistica.
Innanzitutto, i bot russi utilizzano degli amplificatori. Per esempio, postare propaganda su un social network come X o Facebook può innescare un'amplificazione da parte della piattaforma stessa: gli algoritmi di raccomandazione, premiando l'engagement, possono moltiplicare la diffusione di un contenuto. In determinate circostanze, si potrebbe arrivare anche a un rapporto di uno a dieci, anche se non si tratta di un moltiplicatore universale: dipende dalla piattaforma, dal contenuto, dal pubblico e dal modo in cui gli algoritmi intervengono nella sua distribuzione.
Viene quindi da chiedersi se, alla fine, tagliando alla sorgente non si sia risolto soltanto una parte del problema. Un conto è interrompere l'attività di alcuni bot, un altro è eliminare le reti di account che li gestiscono, e un altro ancora è impedire agli algoritmi delle piattaforme di amplificare i contenuti che generano engagement. Sono tre problemi distinti, che possono sovrapporsi ma non coincidono.
In Russia, del resto, esistono altre aziende che gestiscono grandi data center e infrastrutture informatiche. Oltre a Yandex, troviamo Rostelecom, attraverso la divisione RTK-DPC, MTS Web Services, il gruppo Sber, VK, Selectel, Rosatom attraverso Atomdata e l'operatore di data center IXcellerate. Si tratta di soggetti con attività differenti: alcuni offrono servizi cloud, altri gestiscono infrastrutture di colocation, altri ancora possiedono grandi reti di telecomunicazioni o piattaforme digitali. Non sono quindi tutti equivalenti, ma dimostrano che l'infrastruttura informatica russa non si esaurisce certo in Yandex.
A questo punto, non si capisce per quale motivo proprio Yandex dovesse avere tutta questa responsabilità nella propaganda e nel funzionamento dei bot. Se l'infrastruttura informatica russa è distribuita fra diversi grandi operatori, bisogna spiegare che cosa rendesse proprio Yandex così determinante. Ospitava materialmente una parte dei bot? Forniva servizi essenziali al loro funzionamento? Oppure il traffico automatizzato che transitava attraverso i suoi sistemi veniva confuso con quello delle operazioni di propaganda?
Sono ipotesi diverse, che richiedono prove diverse. Colpire un'infrastruttura può interrompere alcuni servizi e rendere più difficile l'attività di chi li utilizzava, ma non significa necessariamente eliminare le reti di account, i sistemi di automazione o i meccanismi di amplificazione. Altrimenti si rischia di confondere il luogo in cui passa una parte del traffico con l'origine e l'organizzazione delle operazioni di propaganda.
Con questo non voglio dire che sia inutile colpire i data center del nemico. Ma un data center ben costruito ha una struttura ridondata che lo rende un osso duro per un bombardamento mirato, e spesso ha anche un DR, un disaster recovery, almeno per le funzioni piu' importanti.
Il secondo punto e' che le operazioni difficilmente potranno mai originare tutte dalla Russia. La Russia dipende dal RIPE, e il RIPE pubblica tutti gli indirizzi delle reti pubbliche assegnate a loro. Non e' difficile costruire un firewall che blocca gli IP russi. Tutto qui?
package main
import (
"encoding/json"
"fmt"
"net/http"
"os/exec"
)
func main() {
r, err := http.Get("https://stat.ripe.net/data/country-resource-list/data.json?resource=ru&v4_format=prefix")
if err != nil { panic(err) }
defer r.Body.Close()
if r.StatusCode != 200 { panic(r.Status) }
var d struct {
Data struct {
Resources struct {
V4 []string `json:"ipv4"`
V6 []string `json:"ipv6"`
} `json:"resources"`
} `json:"data"`
}
if err := json.NewDecoder(r.Body).Decode(&d); err != nil { panic(err) }
for _, x := range d.Data.Resources.V4 {
if err := exec.Command("ipset", "add", "ru", x, "-exist").Run(); err != nil { panic(err) }
}
for _, x := range d.Data.Resources.V6 {
if err := exec.Command("ipset", "add", "ru6", x, "-exist").Run(); err != nil { panic(err) }
}
fmt.Println("Prefissi aggiornati")
}
E subito dopo:
ipset create ru hash:net family inet -exist
ipset create ru6 hash:net family inet6 -exist
iptables -I INPUT -m set --match-set ru src -j DROP
ip6tables -I INPUT -m set --match-set ru6 src -j DROP
Se fosse così semplice, non ci sarebbe gusto.
Sarebbe davvero stupido, da parte dei russi, operare in questo modo. Oddio, sul campo di battaglia in Ucraina non è che stiano dando sempre l'impressione di essere dei geni, ma non esageriamo.
Personalmente, dubito che l'FSB abbia concentrato una quantità significativa delle proprie infrastrutture in un unico data center situato in territorio russo. Sarebbe molto stupido: significherebbe esporre un'infrastruttura potenzialmente strategica a un attacco diretto, rendendola vulnerabile proprio nel momento in cui dovrebbe garantire continuità operativa.
Potrebbero invece collocare parte di queste infrastrutture in Bielorussia, per esempio, oppure in India: paesi con cui Mosca intrattiene rapporti tali da rendere politicamente meno probabile una rottura improvvisa. Naturalmente, questo non significa che Minsk o Nuova Delhi siano disposte ad accettare qualsiasi operazione russa sul proprio territorio, né che un'infrastruttura ospitata all'estero sia automaticamente al sicuro. Significa, più semplicemente, che distribuire le risorse su più territori renderebbe molto più complicato neutralizzarle con un singolo attacco.
Insomma, prima di concludere che colpire alcuni data center di Yandex abbia ridotto significativamente la capacità russa di condurre operazioni di propaganda, bisognerebbe capire quanto di quella capacità dipendesse davvero da quelle strutture. E, soprattutto, quanto fosse concentrato lì per necessità e quanto, invece, fosse già distribuito altrove.
Ma quello che ho detto fa già emergere un concetto interessante. La Federazione Russa, dal punto di vista di Internet, dipende in misura significativa da RIPE NCC, l'organizzazione con sede ad Amsterdam che assegna e registra gli indirizzi IP e gli Autonomous System Number (ASN) nell'area europea, in Medio Oriente e in parte dell'Asia centrale. RIPE NCC gestisce inoltre il database delle risorse, i trasferimenti delle registrazioni e i sistemi di certificazione RPKI, che contribuiscono alla sicurezza del routing.
Ora, in caso di guerra, il governo olandese potrebbe esercitare pressioni giuridiche su un'organizzazione che si trova fisicamente ad Amsterdam ed è soggetta al diritto olandese. Non è una possibilità puramente teorica: RIPE NCC deve rispettare le sanzioni europee e olandesi, e ha già congelato registrazioni di risorse IP appartenenti a soggetti sanzionati.
Naturalmente, congelare una registrazione non è la stessa cosa che revocare gli indirizzi e riassegnarli a qualcun altro. Ma proviamo a immaginare uno scenario estremo: in caso di guerra aperta con la Russia, le autorità olandesi decidono che le risorse IP registrate a nome degli operatori russi non possano più essere utilizzate e impongono a RIPE NCC di revocarle o riassegnarle.
In quel caso, non servirebbe un bottone rosso capace di spegnere Internet in Russia. L'effetto potrebbe essere ottenuto intervenendo sulle risorse numeriche dalle quali dipende una parte della connettività internazionale del paese. Se gli indirizzi utilizzati dalle reti russe perdessero la loro legittimità amministrativa e venissero assegnati ad altri soggetti, il risultato potrebbe essere una grave compromissione della raggiungibilità delle reti russe dall'esterno.
Bisogna però distinguere la registrazione degli indirizzi dal routing effettivo. Le reti comunicano attraverso BGP, e gli operatori possono continuare ad annunciare prefissi anche se la relativa registrazione è stata modificata o revocata. La conseguenza dipenderebbe quindi da come gli altri operatori internazionali reagirebbero, da quali rotte accetterebbero e dalle informazioni di validazione utilizzate. Non sarebbe un'interruzione automatica e istantanea di ogni connessione russa, ma potrebbe diventare una crisi di connettività su vasta scala.
La domanda successiva è inevitabile: quanto sarebbe difficile per Mosca sottrarsi a questa dipendenza?
Ovviamente, la Russia potrebbe cercare di spostare le proprie risorse verso un altro Regional Internet Registry, per esempio APNIC, che serve la regione Asia-Pacifico. Ma non basterebbe cambiare registro e ricominciare a lavorare il giorno dopo. Gli indirizzi IP e gli ASN esistenti sono inseriti in un sistema globale di registrazioni, accordi, politiche di routing e relazioni fra operatori. Una migrazione su vasta scala richiederebbe di risolvere problemi amministrativi e tecnici, oltre a quelli legati alla continuità dei servizi. La mia stima spannometrica è che ripristinare una situazione equivalente potrebbe richiedere anni, anche se non è possibile indicare una durata attendibile senza specificare quali risorse verrebbero revocate e quali alternative resterebbero disponibili.
C'è poi la questione cinese. APNIC non ha sede a Pechino, bensì a Brisbane, in Australia, ed è un'organizzazione distinta dal registro nazionale cinese CNNIC. Non sarebbe quindi corretto dire che APNIC è semplicemente un'organizzazione controllata dal governo cinese.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il contesto geopolitico. Se, per sottrarsi alla dipendenza da RIPE NCC, la Russia dovesse affidarsi maggiormente a operatori, fornitori e infrastrutture dell'area asiatica, la Cina potrebbe acquisire un peso ancora maggiore nella sua connettività e nella sua autonomia digitale. Non perché Pechino controlli formalmente APNIC, ma perché la dipendenza da un ecosistema tecnologico può diventare una dipendenza politica anche senza un controllo giuridico diretto.
Insomma, il punto non è che i Paesi Bassi possano spegnere Internet in Russia premendo un interruttore. Il punto è che una parte dell'architettura amministrativa e tecnica sulla quale si basa Internet è governata da organizzazioni soggette a ordinamenti giuridici che, in caso di conflitto, potrebbero diventare ostili a Mosca. E costruire un'infrastruttura alternativa, capace di sostituire integralmente quella esistente senza interrompere i servizi, sarebbe tutt'altro che banale.
Voi capite bene che, con una dipendenza geografica di questo tipo, difficilmente i russi concentreranno tutta la loro capacità di propaganda sul territorio russo o su reti esplicitamente russe.
Ma allora, come vengono generati i bot?
Se prendiamo come esempio la rete italiana, dove servono bot capaci di discutere e parlare in italiano, la cosa si intuisce subito.
Secondo i dati ISTAT del 2019, in Italia risiedevano 37.424 cittadini russi. Quasi quarantamila persone, dunque, già allora: un ordine di grandezza che rende plausibile la presenza di una comunità linguistica e culturale utilizzabile come riferimento per comprendere il pubblico italiano. Non sappiamo quanti siano oggi i residenti russi, né quanti altri cittadini russi soggiornino temporaneamente in Italia. ISTAT non lo dice.
Naturalmente, questo non significa che i residenti russi partecipino alla propaganda o alla gestione dei bot. Significa che, per costruire una presenza artificiale credibile nello spazio pubblico italiano, non è necessario che tutte le infrastrutture e tutte le persone coinvolte si trovino in Russia. Servono soprattutto lingua, conoscenza dei riferimenti culturali e politici locali e capacità di inserirsi nelle conversazioni senza apparire estranei.
https://demo.istat.it/tavole/?t=noncomunitari
In Germania, al 31 dicembre 2025, risiedevano 284.225 cittadini della Federazione Russa, secondo i dati dell'Ufficio federale di statistica tedesco (Destatis). Erano 302.315 alla fine del 2024 e 308.015 alla fine del 2023: una diminuzione di circa il 6% nel corso del 2025.
Fonte: Destatis, popolazione straniera per cittadinanza e anno. https://www.destatis.de/DE/Themen/Gesellschaft-Umwelt/Bevoelkerung/Migration-Integration/Tabellen/auslaendische-bevoelkerung-staatsangehoerigkeit-jahre.html
Con numeri del genere, non è difficile cominciare a sospettare qualcosa. È sicuramente possibile — anche se non abbiamo prove certe che permettano di quantificare il fenomeno — che una certa percentuale di questi residenti stranieri sia disponibilissima a collaborare con il proprio ex governo. E, di conseguenza, che una parte dei «bot» che troviamo ovunque a disturbare ogni conversazione non sia affatto costituita da bot automatici, ma da persone in carne e ossa.
Persone che conoscono la lingua, sanno come parlare con i locali, capiscono i riferimenti culturali e possono inserirsi nelle discussioni senza dare nell'occhio. Persone che, se necessario, possono anche raccogliere informazioni, reclutare collaboratori, movimentare denaro o svolgere altre attività utili al proprio governo. Insomma, non è necessario immaginare un esercito di server collocati in Russia: una parte dell'attività potrebbe essere svolta direttamente da persone che vivono all'estero.
Naturalmente, il fatto che in Germania risiedano centinaia di migliaia di cittadini russi non dimostra che una quota di loro lavori per Mosca, né tantomeno che siano loro a gestire gli account molesti che incontriamo online. La cittadinanza, da sola, non è una prova di nulla. Ma l'ipotesi che alcune persone vengano coinvolte in attività di influenza, anche dietro compenso, è una possibilità che non si può liquidare a priori.
Anzi, saremmo ingenui a farlo.
Conclusioni
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È possibile che i datacenter di Yandex fossero utilizzati per fare propaganda, ma non credo che fossero l'unico canale, né che fossero il canale più plausibile per le operazioni di disinformazione che osserviamo in rete.
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È possibile che alcune operazioni di disinformazione fossero ospitate in datacenter russi, ma non soltanto in quelli di Yandex e non necessariamente, o prevalentemente, presso Yandex. Affermare di aver «misurato» un calo della disinformazione sulla base di una diminuzione del traffico osservato mi sembra piuttosto ipocondriaco: significa confondere un indicatore misurabile con il fenomeno che si vorrebbe misurare.
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Penso sia possibile ipotizzare l'esistenza di corpose quinte colonne, disseminate fisicamente nei diversi Paesi e inserite nelle comunità russe locali. Persone che conoscono la lingua, le abitudini e i riferimenti culturali del Paese in cui vivono e che, proprio per questo, possono partecipare alle conversazioni, orientarle e svolgere attività di influenza senza dover necessariamente operare da server situati in Russia.
Di conseguenza, sì: gli ucraini possono demolire datacenter russi, ma potrebbero anche perseguire una strada diversa e potenzialmente meno costosa: fare pressione sul RIPE NCC, che ha sede nei Paesi Bassi, affinché revochi le assegnazioni di indirizzi IP alle organizzazioni coinvolte nelle operazioni di propaganda e disinformazione russe.
Il RIPE NCC è il registro regionale che assegna e amministra le risorse numeriche Internet per la propria area di competenza, Russia compresa. Per annunciare legittimamente un prefisso IP nella rete globale occorre disporre del titolo o dell'autorizzazione necessari: gli operatori non possono semplicemente scegliere una rete altrui e appropriarsene attraverso BGP. Il registro delle assegnazioni costituisce quindi un elemento fondamentale per stabilire a chi appartengano le risorse e chi abbia titolo a utilizzarle.
Uriel Fanelli
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