Gli innocenti.
Le sovvenzioni sono sleali. Ma solo quando le fanno gli altri.
Uno dei peggiori vizi del propagandista è quello di proclamarsi innocente di qualcosa che fa qualcun altro, possibilmente il grande nemico, e contemporaneamente accusare quello stesso nemico di fare qualcosa che, in realtà, ha fatto anche lui.
Un esempio classico è quello dell'Unione Europea, che accusa la Cina di praticare prezzi artificialmente bassi sulle auto elettriche perché, a detta della Commissione europea, «le aziende cinesi ricevono aiuti dallo Stato». Una posizione che ha portato, nell'ottobre 2024, all'introduzione di dazi compensativi sulle automobili elettriche prodotte in Cina.
Se fossimo dei fanatici del liberissimo mercato, di quelli secondo cui lo Stato non dovrebbe mai intervenire nell'economia, allora forse potremmo crederci. O meglio: potremmo pensare che loro ci credano.
Ma non ci credono neppure loro.
Per esempio, potremmo verificare quanti incentivi e altre forme di sostegno pubblico siano stati concessi al mercato automobilistico italiano negli ultimi trent'anni. E non stiamo nemmeno considerando tutti gli aiuti diretti alle industrie, le garanzie pubbliche, i finanziamenti agli investimenti e così via. Limitiamoci ai principali interventi a sostegno dell'acquisto di automobili.
| Anno | Governo | Intervento |
|---|---|---|
| 1997 | Prodi I | Prima grande campagna di rottamazione, con contributi per sostituire le automobili vecchie. |
| 1997–1998 | Prodi I | Proroga e rimodulazione degli incentivi; agevolazioni anche per GPL, metano ed elettrico. |
| 2002 | Berlusconi II | Nuove agevolazioni fiscali per la sostituzione di auto inquinanti. |
| 2003 | Berlusconi II | Proroga degli incentivi del 2002. |
| 2007 | Prodi II | Nuova campagna di rottamazione e incentivi per auto meno inquinanti. |
| 2008 | Prodi II | Nuove condizioni e proroga delle agevolazioni. |
| 2009 | Berlusconi IV | Rilancio della rottamazione per sostenere il mercato durante la crisi economica. |
| 2013–2014 | Monti / Letta / Renzi | Incentivi per veicoli a basse emissioni, introdotti nel 2012 e operativi dal 2013. |
| 2019 | Conte I | Introduzione dell'Ecobonus per l'acquisto di auto elettriche e ibride plug-in. |
| 2020 | Conte II | Potenziamento degli incentivi, anche per alcune vetture a benzina e diesel meno inquinanti. |
| 2021 | Conte II / Draghi | Nuovi stanziamenti e rifinanziamenti. |
| 2022 | Draghi | Nuovo programma pluriennale di incentivi all'acquisto. |
| 2023 | Meloni | Prosecuzione del programma Ecobonus. |
| 2024 | Meloni | Rimodulazione e importante rifinanziamento dell'Ecobonus. |
| 2025 | Meloni | Nuovi incentivi per auto elettriche, finanziati dal PNRR. |
| 2026 | Meloni | Ulteriori misure di sostegno pubblico alla filiera automobilistica, soprattutto attraverso incentivi alle imprese. |
Ora, in queste condizioni, e MENTRE il governo italiano continua a spendere soldi dei contribuenti per sostenere il mercato dell'automobile, venire a dire che servono barriere doganali perché «la Cina ha pratiche sleali e finanzia le sue aziende e le sue industrie», mentre noi finanziamo tranquillamente le nostre, mi sembra francamente RIDICOLO.
E non è che la Germania, maggiore potenza automobilistica europea, si comporti diversamente.
Vediamo che cosa è successo in Germania negli stessi trent'anni.
| Anno | Governo | Intervento |
|---|---|---|
| 1996–2008 | Kohl / Schröder / Merkel I | Agevolazioni fiscali per determinate categorie di veicoli meno inquinanti, senza una grande campagna federale generalizzata di rottamazione. |
| 2009 | Merkel I | Introduzione dell'Abwrackprämie, contributo di 2.500 euro per rottamare automobili vecchie e acquistarne di nuove o usate recenti. |
| 2009 | Merkel I | Rifinanziamento dell'Abwrackprämie: stanziamento complessivo aumentato da 1,5 a 5 miliardi di euro. |
| 2016 | Merkel III | Introduzione dell'Umweltbonus: incentivi fino a 4.000 euro per auto elettriche e 3.000 euro per ibride plug-in, finanziati congiuntamente da Stato e produttori. |
| 2016–2017 | Merkel III | Agevolazioni fiscali per la mobilità elettrica, esenzioni dalla tassa automobilistica e benefici per la ricarica aziendale. |
| 2019 | Merkel IV | Proroga e potenziamento dell'Umweltbonus per sostenere la diffusione dei veicoli elettrici. |
| 2020 | Merkel IV | Aumento degli incentivi attraverso l'Innovationsprämie, con contributi complessivi fino a 9.000 euro per determinate auto elettriche. |
| 2020 | Merkel IV | Riduzione temporanea dell'IVA dal 19% al 16%, applicabile anche all'acquisto di automobili. |
| 2021 | Merkel IV / Scholz | Prosecuzione e proroga degli incentivi straordinari per auto elettriche e ibride plug-in. |
| 2022 | Scholz | Prosecuzione dell'Innovationsprämie e definizione della successiva riduzione degli incentivi. |
| 2023 | Scholz | Riduzione degli incentivi, esclusione delle ibride plug-in e chiusura anticipata dell'Umweltbonus il 17 dicembre. |
| 2024 | Scholz | Agevolazioni fiscali per veicoli elettrici aziendali; nessuna riapertura dell'Umweltbonus per i privati. |
| 2025 | Merz | Incentivi fiscali per veicoli elettrici aziendali: ammortamento accelerato fino al 75% nel primo anno e ampliamento delle agevolazioni sulle auto aziendali. |
| 2025 | Merz | Decisione di introdurre un nuovo programma di contributi all'acquisto di auto elettriche per famiglie a reddito basso e medio. |
| 2026 | Merz | Avvio del nuovo programma federale di incentivi per auto elettriche e determinate ibride plug-in, con contributi da 1.500 a 6.000 euro e una dotazione complessiva di 3 miliardi di euro per il periodo 2026–2029. |
Insomma, sono trent'anni che i governi europei, indipendentemente dal colore politico, continuano a intervenire sul mercato automobilistico con rottamazioni, incentivi, agevolazioni fiscali e finanziamenti. Lo fanno i governi italiani, lo fanno quelli tedeschi, e lo fanno con miliardi di euro di denaro pubblico.
E attenzione: queste tabelle mostrano soltanto una parte degli interventi. Non stiamo contando tutti gli aiuti diretti alle case automobilistiche, i programmi di ricerca e sviluppo, le garanzie pubbliche sui prestiti e gli altri strumenti di sostegno industriale.
In queste condizioni, l'idea che il finanziamento pubblico dell'industria automobilistica diventi improvvisamente uno scandalo quando a praticarlo è la Cina mi sembra quantomeno curiosa.
Si dirà che gli incentivi europei sono diversi da quelli cinesi. E certamente le modalità con cui uno Stato può finanziare o sostenere un'industria sono molteplici. Ma qui il punto è un altro: l'Europa finanzia da decenni il mercato automobilistico e considera perfettamente normale farlo. Poi, quando arriva un concorrente che riesce a vendere automobili a prezzi inferiori, scopre improvvisamente quanto siano scandalosi gli aiuti pubblici all'industria.
E allora la domanda diventa inevitabile: davvero il problema è che la Cina finanzia la propria industria automobilistica, oppure che, nonostante tutti gli incentivi concessi da noi, le automobili cinesi riescono comunque a essere più competitive sul prezzo?
Perché se la questione è la seconda, allora sarebbe interessante discuterne apertamente, anziché trasformare gli aiuti di Stato in una colpa che esiste soltanto quando sono gli altri a concederli.
E quindi torno alla domanda iniziale.
In queste condizioni, quanto bisogna avere la faccia uguale al culo per accusare la Cina di «finanziare le sue aziende con soldi governativi», mentre da trent'anni si fa esattamente la stessa cosa con l'industria automobilistica europea?
A questo punto qualcuno se ne uscira' dicendo che pero' gli aiuti cinesi sono diversi, il solito distinguo inutile tra pane con l'acqua e l'acqua col pane, perche' sono "distorsivi". Interessante aggettivo, sparato da un ente che ovviamente e' di parte, ma qualcuno potrebbe rispondere che gli aiuti cinesi sono accettabili perche' sono "anticiclici". Altro bell'aggettivo, supercazzola prematurata come fosse Antani, e via.
E naturalmente potremmo continuare. L'Unione Europea accusa la Cina di dumping, sovraccapacità produttiva, protezionismo, sovvenzioni pubbliche e concorrenza sleale. Per ognuna di queste accuse potremmo ripercorrere decenni di storia industriale europea e trovare pratiche analoghe, magari chiamate con nomi diversi: incentivi, politiche industriali, sostegno all'occupazione, protezione dei settori strategici, aiuti alla transizione ecologica. Non sempre sono strumenti identici, ma la somiglianza è sufficiente a rendere necessaria una domanda:
perché quello che facciamo noi è politica industriale, mentre quello che fanno i cinesi diventa una minaccia al libero mercato?
E la risposta e' semplice. Donald Trump. Ovvero, gli USA. Da quando la Cina e' diventata il LORO grande nemico, allora per un qualche motivo deve diventare anche il NOSTRO grande nemico.
Del resto, anche l'India protegge e incentiva la propria industria con finanziamenti pubblici, agevolazioni fiscali, dazi e programmi di sostegno alla produzione nazionale. Uno degli esempi più evidenti è il Production Linked Incentive (PLI), un sistema di incentivi statali alla produzione che riguarda, fra gli altri, i settori automobilistico, elettronico e farmaceutico.
Eppure, mentre nei confronti della Cina l'Unione Europea introduce nuove barriere commerciali, con l'India ha concluso, il 27 gennaio 2026, i negoziati per un accordo di libero scambio. E non si tratta di una coincidenza: nello stesso vertice, UE e India hanno concordato anche un partenariato strategico in materia di sicurezza e difesa.
Non è una mia interpretazione: i documenti ufficiali del vertice UE–India del 27 gennaio 2026 collegano esplicitamente il rafforzamento delle relazioni commerciali alla cooperazione strategica, alla sicurezza e alla difesa. In altre parole, l'Unione Europea stessa presenta l'avvicinamento economico all'India come parte di un progetto geopolitico più ampio.
E qui la differenza diventa molto interessante, perché non è soltanto economica. È soprattutto geopolitica.
La Cina è ormai una potenza industriale e tecnologica capace di competere direttamente con l'Europa nei suoi settori storicamente più importanti, dall'automobile alla meccanica, dall'elettronica alle tecnologie energetiche. È inoltre un rivale strategico degli Stati Uniti e una potenza che persegue una politica internazionale autonoma rispetto al blocco occidentale.
L'India, invece, pur perseguendo anch'essa una politica estera autonoma e proteggendo la propria industria, viene considerata dall'Europa un partner strategico. È un enorme mercato potenziale per le esportazioni europee, un'alternativa produttiva alla Cina e un paese con il quale rafforzare i rapporti economici e politici per ridurre la dipendenza europea da Pechino.
In altre parole, l'India non viene corteggiata perché abbia rinunciato al protezionismo o agli interventi dello Stato nell'economia. Viene corteggiata anche perché può contribuire a riequilibrare i rapporti di forza con la Cina.
Questo non significa che l'UE non imponga mai dazi ai prodotti indiani: lo fa, in determinati settori. Ma la direzione politica complessiva è diversa. Con l'India si cerca di abbattere le barriere e costruire un partenariato strategico; con la Cina si moltiplicano le contestazioni commerciali e si cercano strumenti per contenere la crescita delle importazioni.
E così le medesime categorie di intervento pubblico — sovvenzioni, agevolazioni fiscali, protezione della produzione nazionale, sostegno ai settori strategici — vengono inserite in narrazioni politiche completamente differenti.
Quando a praticarle è un paese che vogliamo avvicinare, diventano caratteristiche della sua politica industriale, con le quali si può tranquillamente convivere mentre si negoziano accordi commerciali. Quando a praticarle è una potenza che consideriamo un rivale, diventano argomenti per giustificare barriere doganali e restrizioni al mercato.
A questo punto, forse, sarebbe opportuno smettere di presentare ogni controversia commerciale con la Cina come una battaglia morale per la libera concorrenza.
Sono obiettivi di politica economica e di potenza. Si possono condividere oppure contestare. Ma sarebbe almeno opportuno chiamarli con il loro nome, anziché fingere che la questione sia semplicemente quella di difendere il mercato dall'intervento dello Stato.
Ma la Cina e' il grande nemico di Trump e degli USA, mentre l' India no. Tutto qui.
Come ho già scritto, non dico più «non siete coerenti» oppure «state usando un doppio standard». Non siamo a un congresso di logici, e non ho alcuna intenzione di mettermi a discutere della coerenza formale delle vostre argomentazioni.
Dico semplicemente questo:
Alle cose che dite non ci credete nemmeno voi.
E se non ci credete nemmeno voi, perché mai dovrei prendervi sul serio io?
Uriel Fanelli
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