Non ci credono nemmeno loro.
Il titolo che ho usato per questo post rappresenta molto. Rappresenta molto perché, quando sentii questa frase per la prima volta da una persona molto saggia, cambiò radicalmente il mio modo di affrontare le polemiche contro quelli che, per comodità, chiamerò i Giulietto Chiesa.
All’epoca li trovavi quasi sempre nel PCI, ma naturalmente non era affatto un’esclusiva comunista: lo stesso tipo umano lo incontravi nella Chiesa Cattolica, nella DC, tra i fascisti, e praticamente ovunque esistesse una teoria abbastanza grande da spiegare il mondo intero e qualcuno abbastanza affezionato alla teoria da non volerla abbandonare mai.
L’approccio comune, in queste discussioni, consiste normalmente nel trovare un’incoerenza nella teoria dell’avversario e poi accusarlo, trionfalmente, di essere incoerente.
Per esempio, un tempo c’erano i comunisti duri e puri che sostenevano, semplificando, che se tu possedevi due cose e una delle due non ti serviva, la seconda avresti dovuto darla alla società, o comunque metterla a disposizione di chi non ne aveva nessuna.
A quel punto, naturalmente, bastava scoprire che anche loro possedevano due esemplari di qualcosa — due automobili, due biciclette, due case, due qualsiasi-cosa — ed ecco arrivare la grande confutazione:
«Hai visto? Sei incoerente!»
Solo che la discussione non finiva affatto lì.
Perché immediatamente arrivava il distinguo: sì, avevano due automobili, ma le usavano entrambe. Quindi il principio non valeva in quel caso. Il problema, allora, cominciava dalla terza automobile.
Se poi scoprivi che ne avevano tre, saltava fuori una ragione per cui servivano tutte e tre. E quindi il problema cominciava dalla quarta.
E così via.
Un giorno, invece, sentii usare una tecnica molto più efficace.
Una volta stabilito che la tua teoria sostiene che chi possiede una seconda automobile dovrebbe darla a chi non ne possiede nessuna, e una volta constatato che tu stesso possiedi quella seconda automobile, il punto non è affatto gridare all’incoerenza.
Primo, perché non siamo a un congresso di atomisti logici.
Secondo, perché accusare qualcuno di incoerenza produce quasi inevitabilmente il solito, interminabile distinguo da politicante: quello nel quale «un conto è il pane con l’acqua, un altro conto è l’acqua col pane».
E da quel momento in poi puoi tranquillamente passare il resto della giornata a discutere della differenza.
La persona saggia di cui parlo stava discutendo di un cattolico gesuita. E gli chiese semplicemente cosa aspettava a donare tutto poveri. Questo tiro' fuori le solite scuse,e la risposta fu "lo vedi? alle cose che dite non ci credete neppure voi".
La cosa geniale fu che non li taccio' di incoerenza o, come si dice oggi, "doppio standard". No: mise direttamente in dubbio che l'interlocutore credesse nelle cose che diceva. E non era una cosa tattica, nel senso che e' molto difficile dimostrare di credere davvero in qualcosa.
"Alle cose che dite non credete nemmeno voi" e' una risposta strategica, nel senso politico del termine. Il punto di forza politico della religione non e' la coerenza logica , tantomeno l'esempio. Il punto e' la fede. Se ti limiti a dire che la chiesa di roma non e' coerente, li sfidi solo ad aggiungere un altro pezzo di complessita' inutile alla teoria, e dimostrare ilcontrario. Se li sfidi a dare l'esempio, distingueranno "un conto e' essere ricchi per avidita', un conto e' essere ricchi ma fare beneficenza". Eccetera.
Ma se dici "non ci credono nemmeno loro", sei andato al centro. Hai colpito il centro della proposta politica, il valore reale della proposta.
Lo stesso vale da quando sono saltati fuori i «patrioti».
In genere racconto loro di aver fatto il militare in un periodo nel quale sarebbe stato facilissimo dichiararsi obiettore di coscienza, e poi chiedo dove abbiano fatto l’obiettore loro.
Quando mi rispondono che sono troppo giovani per aver fatto il servizio di leva, ricordo semplicemente che arruolarsi volontariamente nelle Forze Armate non è affatto vietato. Oggi la leva obbligatoria è sospesa, certo, ma esistono comunque forme di ferma volontaria.
E non gli dico: «Hai visto? Sei incoerente».
Quello è un problema da logici e formalisti.
Gli dico soltanto:
«Quindi, alla fine, nella Patria non ci credi per primo tu.»
Perché il punto non è dimostrare che il loro sistema di proposizioni contiene una contraddizione. Il punto è che loro stanno usando la parola patriottismo come fonte di autorità morale.
E allora la cosa da fare è togliergliela dalle mani, prima che facciano male a qualcuno.
Un capitolo a parte sono quelli che fanno previsioni.
Io, normalmente, mi limito a scrivere che cosa penso succederà. Ma non ci scommetterei la vita. Quello che sto dicendo è semplicemente: con le informazioni che ho oggi, e con quello che conosco del problema, io mi aspetterei questo.
Per esempio, penso che questo ciclo dell’AI si chiuderà quando l’intelligenza artificiale diventerà prima una tecnologia normalmente installabile on premise, e poi qualcosa di ordinario anche nel mercato home e SOHO.
Posso quindi indicare anche quello che, secondo me, sarà il predittore: il calo dei prezzi dei componenti necessari a far girare questi sistemi sul mercato retail e SOHO.
Che poi scoppi una bolla finanziaria è un’altra questione, ed è soltanto un’ipotesi. Quello che considero molto più solido è che, come accade a tutte le tecnologie, anche questa fase industriale finirà e ne comincerà un’altra. E secondo me riconosceremo il passaggio proprio da quello: quando la capacità che oggi richiede datacenter, investimenti enormi e fornitori specializzati comincerà a diventare una cosa che compri, installi e gestisci in casa o in una piccola azienda.
Fine.
Poi ci sono quelli che fanno previsioni in maniera leggermente diversa.
Durante la crisi greca, per esempio, conoscevo uno pseudo-broker — una di quelle figure che nei piccoli paesi compaiono abbastanza facilmente — il quale era assolutamente certo che Varoufakis sarebbe andato a Berlino e avrebbe, per così dire, spaccato la Merkel.
Come ricorderete, andò diversamente.
Il confronto con i creditori europei e con l’Eurogruppo finì con Varoufakis fuori dal governo: si dimise il 6 luglio 2015, subito dopo il referendum greco, e pochi giorni dopo il governo di Tsipras arrivò comunque a un nuovo accordo con i creditori.
Ma il nostro pseudo-broker aveva puntato tutto su Varoufakis.
E quando dico “puntato”, non intendo metaforicamente.
Ci ha creduto così tanto che ancora oggi, quando alcune persone mi incontrano per il paesello, mi chiedono che fine abbia fatto.
Perché si erano fidate. Avevano investito sulla previsione che la Grecia avrebbe sconfitto il resto d’Europa, avevano messo soldi su quella previsione, e avevano perso.
Il geniaccio stesso, del resto, dovette vendere casa.
Questa, però, è una storia diversa.
Questa è la storia del cialtrone che non si è limitato a fare una previsione: ci ha creduto, ci ha scommesso, ha convinto altri a scommetterci, ed è finito in rovina.
Un esempio perfetto sono quelli che mi «prevedono» il «crollo della Germania» entro uno o due anni.
Va bene.
Se io credessi davvero in una previsione del genere, però, mi comporterei di conseguenza.
Venderei quello che ho in Germania, tornerei a vivere in Italia, chiederei alle banche tutto il credito che riuscissi ragionevolmente a ottenere e investirei una parte consistente del denaro contro il debito pubblico tedesco.
Gli strumenti, del resto, esistono.
Potrei prendere posizioni ribassiste sui futures dei titoli tedeschi: Euro-Bund sui decennali, Bobl sui titoli a medio termine, Schatz sulla parte corta della curva, oppure Buxl sulla parte lunghissima. Se avessi accesso agli strumenti adatti, potrei anche comprare protezione tramite CDS sul rischio sovrano tedesco.
Perché se sei davvero convinto che la Germania stia per «crollare» entro uno o due anni, quella non è più semplicemente un’opinione.
È un’informazione finanziaria di valore enorme.
Se prevedessi davvero una crisi tale da mandare violentemente giù il prezzo del debito tedesco o da far esplodere il rischio sovrano della Germania, avrei davanti una quantità notevole di strumenti con cui scommettere contro quella situazione.
A quel punto persino indebitarsi avrebbe una sua logica interna.
Se fossi davvero certo di un movimento di mercato gigantesco, anche pagare il 6% su un prestito o l’11-12% sul credito al consumo sarebbe, almeno in teoria, secondario rispetto al guadagno potenziale.
Naturalmente io non lo farei.
Ma proprio questo è il punto.
Quando qualcuno mi dice di essere certo che la Germania crollerà entro uno o due anni, davanti a me rimangono soltanto due tipi di persone.
- Quelli che ci credono davvero, e sono disposti a mettere i propri soldi sulla previsione.
- Quelli che non ci credono abbastanza da metterci sopra i propri soldi, ma continuano comunque a raccontarla come una certezza.
Il mio problema con i primi è irrilevante.
Il mondo possiede sistemi pedagogici molto efficienti per spiegare a qualcuno che una previsione finanziaria era sbagliata. Si chiamano perdite.
Il problema ce l’ho con i secondi.
Quelli che prevedono con assoluta sicurezza il crollo della Germania, la fine dell’euro, il fallimento degli Stati Uniti o qualsiasi altra catastrofe, ma quando arriva il momento di trasformare quella certezza in una posizione finanziaria scoprono improvvisamente di avere qualche riserva.
Sono sicuri.
Sicurissimi.
Sicuri meno un quarto, diciamo.
Lo stesso discorso vale per l’automazione e per quelli che, da quando l’automazione ha smesso di occuparsi soltanto di operai, fabbriche e tute blu e ha cominciato a salire verso i colletti bianchi, hanno improvvisamente scoperto la passione per le profezie occupazionali.
È tutto un proliferare di «chi perderà il lavoro domani», «i lavori che scompariranno entro cinque anni», «questo settore verrà spazzato via dall’AI».
Benissimo.
Però, ancora una volta, quasi nessuno mette i soldi dove ha la bocca.
Pensi davvero che il mondo della consulenza sarà uno dei primi a sparire?
Perfetto.
Se io pensassi davvero una cosa del genere, venderei quello che ho, farei anche debiti con le banche e comincerei a costruire posizioni ribassiste contro le grandi società di consulenza quotate.
Accenture, per esempio, è quotata al NYSE con il ticker ACN. Gartner è quotata anch’essa. Se fossi convinto che l’intelligenza artificiale renderà rapidamente obsoleto il loro modello di business, avrei almeno degli strumenti finanziari concreti con cui cercare di guadagnare da quella previsione.
McKinsey non posso shortarla direttamente, perché non è quotata. Roland Berger nemmeno: è una partnership privata.
Peccato, perché se l’intento fosse specificamente quello di rovinare la giornata a me, naturalmente sceglierei Roland Berger.
Ma il punto rimane.
Queste persone non stanno parlando di una bottega sotto casa. Stanno facendo previsioni sul destino di aziende enormi, su interi settori industriali, su mercati che valgono miliardi.
Se davvero sapessero che quel mercato è destinato a collassare, avrebbero in mano un’informazione che, sui mercati finanziari, vale una fortuna.
Eppure quasi nessuno fa nulla.
Predicono la scomparsa della consulenza.
Predicono la scomparsa dei programmatori.
Predicono la scomparsa degli avvocati, dei traduttori, dei grafici, dei commercialisti.
Ma non vendono allo scoperto le aziende esposte a quei settori, non comprano strumenti che guadagnerebbero dal loro declino, non rischiano capitale sulla previsione.
Ci credono.
Solo che non ci credono abbastanza da metterci dei soldi.
D’altro canto — e questo l’ho già raccontato — ho sentito fare davanti alla macchina del caffè esattamente lo stesso genere di previsione sui produttori di contenuti.
Erano previsioni un po’ strane, però.
Una, per esempio, veniva da una tizia piuttosto acidotta, che a un certo punto disse:
«Ma davvero pensi che avrai un reddito soltanto perché a trent’anni hai imparato a spogliarti da sola?»
Può essere una considerazione valida su OnlyFans, oppure no. Possiamo discutere per ore del modello economico, della durata della domanda, della concorrenza, della saturazione del mercato, dell’arrivo dell’AI generativa, di tutto quello che volete.
Ma la mia domanda è un’altra.
Ci credi davvero?
Perché se pensi davvero che OnlyFans, o comunque quel modello di business, sia condannato a morte, dovresti comportarti di conseguenza.
OnlyFans, per inciso, non è quotata: appartiene a Fenix International Limited, che è una società privata. Quindi non puoi semplicemente aprire il broker e shortare OnlyFans.
Ma se fossi davvero convinto che l’intero business dei creator a pagamento stia per schiantarsi, cercherei società quotate esposte allo stesso mercato, aziende dipendenti dalla creator economy, piattaforme, intermediari, pubblicità, sistemi di pagamento o qualsiasi altro pezzo della catena sul quale sia possibile prendere una posizione.
Perché, ancora una volta, se sei sicuro che un settore stia per crollare, quella sicurezza dovrebbe avere un prezzo.
Lo stesso vale per il tipo che ha avuto il primo burnout a ventisette anni e dice:
«Ma davvero questi credono di poter vivere tutta la vita disegnando fumetti di draghi che inculano cavalle?»
Può darsi persino che abbia ragione.
Oppure può darsi che stia semplicemente parlando per rabbia, perché lui a ventisette anni è già arrivato al burnout mentre quello che disegna draghi e cavalle, magari, sta ancora pagando l’affitto facendo esattamente quello che gli piace.
Non lo so.
Ed è proprio per questo che il mio criterio diventa molto semplice.
Ci crede davvero?
Quanto ha investito sulla sua previsione?
Ci ha investito qualcosa?
Prevede davvero un crollo del settore dell’intrattenimento? Un crollo della creator economy? Del business del fumetto? Delle piattaforme che monetizzano contenuti prodotti individualmente?
Benissimo.
Dove sono i soldi?
Perché se non ci ha investito una lira, a quel punto il mio problema non è più stabilire se ciò che dice sia vero o falso.
Il problema diventa capire quanto ci creda lui.
E se non è disposto a rischiare nemmeno una parte del proprio denaro su una previsione che presenta come praticamente certa, allora comincio a sospettare una cosa molto più semplice:
non ci crede nemmeno lui.
E se non ci credi nemmeno tu, puoi pensare che io ti prenda sul serio?
Questo è il punto.
Non mi interessa soltanto quello che dici di credere. Mi interessa quanto del tuo comportamento è compatibile con quella convinzione.
Se prevedi con sicurezza il crollo di un paese, di un settore, di una tecnologia o di un’intera professione, ma poi non sei disposto a rischiare nulla su quella previsione, allora la tua certezza comincia a sembrare molto meno certa.
Puoi continuare a chiamarla analisi, previsione, scenario inevitabile.
Ma se non ci credi abbastanza tu da comportarti come se fosse vera, non vedo perché dovrei crederci io.
Uriel Fanelli
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