Rant strategici.
Mi è capitato oggi di andare fisicamente in azienda, cosa che ormai non devo più fare tutti i giorni, e mentre prendevo qualcosa da bere nella Teeküche ho orecchiato una discussione.
Premetto che, per evitare la macchina del caffè del mio piano, perennemente impegnata in qualche misterioso ciclo di autopulizia — detta affettuosamente “il gatto” — sono salito al piano dove stanno quelli di “Strategy”. Io lavoro invece al piano di sotto, “Technology”.
E mentre prendevo il mio caffè — buono, tra l’altro — ho origliato un discorso. Cosa di cui non mi pento particolarmente, visto che si svolgeva ad alta voce in una cucina comune.
Come era abbastanza prevedibile, quelli di Strategy sono bombardati di richieste per valutare opportunità e rischi dell’AI. Solo che, naturalmente, loro la guardano dal punto di vista di Strategy.
Ora, chi lavora in “Strategy” è un pelo particolare. A parte il dress code strettissimo — tranne nei “casual Fridays”, quando possono vestirsi più o meno come me quando vado a un matrimonio — hanno una visione del mondo tutta loro. Diciamo che i consulenti di Strategy, a colazione, mangiano avvocati. Capitalisti. I quali mangiano orche. Le quali mangiano squali. Hanno quel modo di guardare il mondo molto “andiamo ai fatti”. Solo che, per me, i fatti appartengono alla fisica sperimentabile; per loro, invece, si misurano in euro.
Ma sono anche abbastanza simpatici. Tranne quella volta in cui, anni fa, gli spiegai come funzionava una criptovaluta dal punto di vista tecnologico: mezz’ora dopo avevano già reinventato, una per una, praticamente tutte le truffe che hanno reso così amato il mondo delle crypto.
Comunque, attorno al tavolo c’erano due uomini e diverse donne, e a un certo punto uno dei due se ne esce con:
«Ma davvero questi pensavano di poter vivere tutta la vita disegnando porno furry di draghi che inculano cavalle?»
Mi aspettavo il classico «Language, please!» da parte delle colleghe. Invece niente. Anzi, si sono messe a prendere in giro quelle che stanno su OnlyFans, con osservazioni del tipo:
«E allora quelle ritardate di OnlyFans che pensano di avere diritto a un reddito perché a trent’anni sanno gia' spogliarsi da sole?»
Cosi' mi sono seduto li' vicino ad ascoltare, cosa che non dovete fare. Quelli di Strategy si comportano sempre come se stessero complottando.
Cosi', mi apostrofano. "Scusa, ti interessa?". Per dirmi che non gli piaceva essere ascoltati - quando gli piace un casino. Quando uno di quelli ti apostrofa con aria aggressiva, quello che devi fare se sei di technology e' di evocare fortissimo il tuo spostamento verso asperger (tutti in IT ce l'hanno) e rispondere con la brutale verita'. "Si, mi sono spostato qui perche' mi interessa tantissimo. State parlando di tecnologia. Davvero ti disturba se ascolto?". Negare con loro e' inutile. Ma il fatto che puoi andare da A a B senza passare per una trappola mortale tesa dai vietkong di machiavelli , li spiazza. Con loro, lo sheldon moment e' sempre impagabile.
Comunque, siccome ci conosciamo di vista, capiscono dal badge che sono di Technology e continuano a parlare.
Il vero tema, per loro, non era la bolla dell' AI, ma quella che chiamano "la bolla del content".
Ed è interessante, perché non so se sia vero. Ma è interessante che loro lo considerino plausibile.
La loro idea, se ho capito bene, è che dietro alla AI ci sia qualcosa di sostanziale proprio perché ci sono investimenti enormi e, di conseguenza, rischi enormi. E in finanza il rischio chiede remunerazione: non la garantisce, naturalmente, ma chi immobilizza capitale in qualcosa di rischioso pretende un rendimento adeguato al rischio che sta assumendo.
Da questo punto di vista, quindi, per loro quella della AI non è una bolla speculativa. Ci stanno entrando quantità gigantesche di denaro perché c’è parecchia ciccia tecnologica, perché c’è innovazione, perché servono infrastrutture costose e perché il rischio di perdere montagne di soldi è perfettamente reale.
La bolla, dal loro punto di vista, starebbe invece da un’altra parte: nell’economia della content creation.
Non perché quei contenuti non abbiano valore. Se qualcuno paga per guardarli, evidentemente un valore di mercato ce l’hanno.
Il problema, per loro, è un altro: da dove viene la remunerazione?
Prendete quelli che fanno “reaction” su YouTube. Qual è l’investimento iniziale? Qual è il rischio finanziario? Quanto capitale viene immobilizzato? Quanta innovazione serve?
Prendete OnlyFans. Stessa domanda.
Prendete i tantissimi disegnatori ai quali potete commissionare il porno più specifico che vi venga in mente. Il lavoro esiste, la domanda esiste e il prodotto esiste. Ma l’investimento in innovazione può essere minimo, il capitale necessario è relativamente basso e, almeno secondo il loro ragionamento, anche il rischio assunto dal singolo produttore è modesto.
Ed è qui che loro vedono la bolla: non nell’assenza di valore, ma nella difficoltà di spiegare certe remunerazioni attraverso le categorie che usano normalmente per spiegarle — capitale investito, rischio, innovazione, barriere all’ingresso.
Nel caso di OnlyFans, il modo in cui lo riassumevano loro era assai meno accademico: il capitale iniziale, dicevano, consiste essenzialmente nell’avere una vagina.
Loro prendono spesso come esempio cose come OnlyFans, che negli ultimi anni è stata valutata nell’ordine di diversi miliardi di dollari, oppure l’azienda che sta dietro a Pornhub.
E per loro queste non sono nemmeno, propriamente, aziende “speculative” o semplicemente sopravvalutate.
Sono dei money funnel.
Che non è un termine particolarmente scientifico, ma rende bene l’idea: costruisci un posto attraverso il quale deve passare una quantità enorme di denaro e, ogni volta che il denaro passa, ne trattieni una percentuale.
OnlyFans, per esempio, trattiene il 20% di quello che gli utenti pagano ai creator. Il contenuto lo produce qualcun altro, il pubblico lo porta qualcun altro, il rischio creativo se lo prende qualcun altro; ma il pagamento deve comunque passare attraverso la piattaforma, e una fetta rimane lì.
È un imbuto per soldi.
E visto con gli occhi di Strategy, questo cambia parecchio il giudizio: non stanno dicendo che il prodotto non abbia valore. Stanno dicendo che una parte enorme della remunerazione deriva dal fatto di essersi messi nel punto giusto del tubo.
La remunerazione, secondo loro, non si spiega né con il rischio né con l’innovazione.
Si spiega con una rendita di posizione.
Che, detta senza il lessico dei consulenti, significa semplicemente essere riusciti a piazzarsi nel punto esatto attraverso il quale deve passare la transazione: stare tra la venditrice di immagini della vagina e il consumatore di immagini della vagina.
La venditrice produce il contenuto. Il consumatore produce la domanda. La piattaforma sta in mezzo e prende una percentuale.
Ed è proprio questo che loro chiamano money funnel: non un’impresa che viene remunerata perché ha rischiato enormi quantità di capitale o perché continua a produrre innovazione tecnologica proporzionata ai suoi margini, ma una macchina che intercetta un flusso di denaro e ne trattiene una parte perché controlla il punto di passaggio.
E se andiamo a chi produce materialmente il prodotto, con quelle remunerazioni diventa persino difficile capire dove dovrebbe nascere una spinta seria all’innovazione.
Le reaction su YouTube? Cosa dovrebbero innovare, esattamente?
E gli artisti su commissione che, entro quattro sigma, producono pura immondizia? Anche lì: qual è il meccanismo che dovrebbe trasformare quella remunerazione in innovazione?
Il punto che facevano loro, insomma, è che non vedono ragioni particolari per aspettarsi remunerazioni elevate come conseguenza del rischio o dell’innovazione.
Una rendita di posizione può esserci, certo. Ma quella rendita tende a stare soprattutto dalla parte della piattaforma, non del creatore.
Il creatore resta in mezzo a una concorrenza feroce, e proprio quella concorrenza gli rende difficile trasferire sul consumatore finale i costi che la piattaforma gli impone. Se la piattaforma trattiene una percentuale, non è affatto detto che il creator possa semplicemente aumentare il prezzo della stessa percentuale: qualcun altro può vendere a meno, oppure il cliente può semplicemente andarsene.
Così, una parte della rendita prodotta dalla posizione dominante dell’intermediario finisce per essere pagata da chi produce il contenuto, attraverso margini più bassi.
E il paradosso è proprio questo: chi possiede il punto di passaggio può avere una rendita relativamente stabile; chi produce il prodotto rimane esposto alla concorrenza.
E quindi compete sul prezzo.
Sempre alla voce “bolla AI”, il loro scetticismo nasce soprattutto dalla posizione di NVIDIA, che oggi è oggettivamente molto robusta.
Anche se domani una parte importante degli utenti occidentali cominciasse a farsi girare in casa modelli cinesi, questo non significherebbe affatto togliere NVIDIA dall’equazione. Il modello può essere cinese; il silicio sul quale gira, molto spesso, continua a essere NVIDIA. E soprattutto continua a esserlo l’ecosistema software, CUDA in testa, che negli anni ha costruito una barriera all’ingresso difficilissima da aggirare. NVIDIA resta dominante nel training dei modelli AI, anche se la concorrenza di AMD, Broadcom e dei chip proprietari degli hyperscaler sta crescendo.
C’è poi un altro elemento interessante: l’AI sta già entrando nel processo di progettazione dei chip stessi. NVIDIA fa ricerca esplicita su AI per EDA, reinforcement learning, modelli generativi e LLM applicati alla progettazione dei semiconduttori; e proprio in questi giorni Synopsys e OpenAI hanno annunciato un modello specializzato per accelerare alcune fasi del chip design. Quindi l’idea di un circuito di retroazione positiva — chip migliori che permettono AI migliori, che aiutano a progettare chip migliori — non è affatto fantascienza.
Il rischio maggiore, dal loro punto di vista, starebbe piuttosto nel mezzo.
Cioè in quelle aziende che bruciano quantità enormi di capitale per addestrare modelli, ma poi devono ancora dimostrare di riuscire a trasformare quei modelli in prodotti e agenti che producano ricavi proporzionati all’investimento.
Se ci fosse una ristrutturazione del mercato, probabilmente avverrebbe lì.
Perché, lasciando da parte la corsa alla AGI — che personalmente considero anche un’ossessione ideologica di una certa componente transumanista della Silicon Valley — non è affatto detto che la traiettoria industriale continui semplicemente verso modelli linguistici sempre più grandi.
A un certo punto potremmo vedere rendimenti decrescenti nel puro scaling degli LLM e, contemporaneamente, una crescita di altre famiglie di modelli: world models, sistemi per robotica, modelli multimodali specializzati, modelli scientifici, sistemi di controllo, agenti e altre forme di AI che non hanno nel linguaggio il loro centro.
E infatti qualcosa di questo tipo si vede già: AMD, per esempio, ha appena comprato World Labs, che lavora proprio sui world models e sulla simulazione 3D per la robotica.
In quello scenario, aziende come OpenAI potrebbero cercare sempre più direttamente il mercato consumer, invece di limitarsi a vendere accesso ai modelli.
Ma rimane il punto di partenza: NVIDIA sta molto più a monte.
Se un produttore di modelli cade, il bisogno di capacità di calcolo non scompare necessariamente con lui. Cambia cliente.
Ed è questa posizione a rendere molto più difficile immaginare uno scoppio della bolla AI simile a un semplice “bang”, nel quale tutto il settore collassa contemporaneamente.
Al contrario, mano a mano che la AI diventa presente su computer e cellulari, diventa sempre più inutile il content creator.
Il problema, dal loro punto di vista, è “solo” scrivere il software adeguato.
Sinora, nel mondo della AI, di fronte a un’esplosione dell’hardware la parte software appare ancora relativamente piccola. L’idea è che la AI debba finire dappertutto, e che poi siano le applicazioni a usarla. Letteralmente per ogni cosa, e possibilmente senza nemmeno farsi notare.
Qualcosa che vi aiuta a fare qualsiasi cosa, in maniera invisibile.
State preparando il vostro mediocre volantino per la pizzeria, e senza dirvi nulla il sistema lo guarda e vi suggerisce: forse volevi fare questo? Poi ve lo sistema. Non come “app di AI” separata, ma come funzione incorporata in ciò che state già facendo.
Applicata a scrittura, grafica, video e cinema, questa logica porta a una conclusione piuttosto brutale: la fine del content creator umano, almeno di quello non eccezionale.
Tutto ciò che non è geniale si appiattirà su un livello standard, prevedibile, corretto, funzionale, e proprio per questo noioso.
Fino a quando una AI non potrà riempire da sola un intero OnlyFans, un intero Pornhub, un intero Spotify, un intero YouTube.
E alla fine, perché prima o poi ci arriveranno, un’intera Hollywood o un intero Netflix.
Vi è piaciuto The Rookie? Nessun problema se gli attori invecchiano: ve ne facciamo altre diciannovemila puntate.
Vi piace Star Wars? Nessun problema: tremila prequel, settemila sequel, più ucronie, spin-off, universi alternativi, e mi meraviglio che al multiverso non ci siano ancora arrivati del tutto.
Noto anche un certo bisogno di crossover. Chewbacca contro Predator. I Borg contro Alien. Godzilla contro Cicciolina. Ok, no: questo è maltrattamento.
Ma il punto resta. Se il software è consumer, e l’uso è consumer, chiunque potrebbe farsi un film in casa.
Già adesso, per esempio, si possono produrre fumetti in stile supereroistico americano con l’aiuto della AI. Io mi sono fatto Altri Robot a fumetti, in stile DC: è bastato lavorarlo e portarlo fino a una vera sceneggiatura. Sto pensando a Anno III in stile keith griffin.
Qual è allora la bolla che esploderà?
Ecco: per molti strategisti non è la AI. È il mondo del content.
Tra creator economy, star system musicale e industria cinematografica, per gli squali c’è da mangiare per anni.
E allora torniamo allo stesso principio: dove sta la remunerazione, e soprattutto a chi andrà? Per la IA occorrono investimenti immensi. Lo sappiamo, chi miete il raccolto.
Invece:
Se togliamo di mezzo tutti quelli che oggi guadagnano perché occupano una posizione che domani il software può rendere inutile, resta spazio per qualche altro nuovo miliardario?
Probabilmente sì.
Perché, se il valore medio del contenuto si appiattisce e il costo di produzione crolla, la domanda non scompare. Si sposta semplicemente verso chi controlla gli strumenti, le piattaforme, i modelli, la distribuzione e il punto di passaggio del denaro.
Ed è qui che torna utile la frase di una delle donne sedute a quel tavolo. Aveva riassunto tutta la faccenda in modo molto meno accademico:
«E allora quelle ritardate di OnlyFans che pensano di avere diritto a un reddito perché a trent’anni sanno già spogliarsi da sole?»
Elegante? No.
Ma dal punto di vista di Strategy il concetto era quello.
Uriel Fanelli
- Written using Wortwerk
- Fedi: @uriel@x.keinpfusch.net
- XMPP:
uriel@keinpfusch.net - Matrix: @uriel:chat.keinpfusch.net
- Email: blog@keinpfusch.net