Francesca Albanese e antisemitismo.
Francesca Albanese si è ficcata in un bel ginepraio quando ha cercato di parlare di antisemitismo come odio rivolto, almeno originariamente, a tutti i “semiti”. Tanto che poi si è scusata, riconoscendo di aver ricostruito erroneamente l'origine del termine.Ma la cosa interessante, secondo me, non è semplicemente dire che Albanese abbia capito male il significato di una parola. Il problema è più profondo: sia il concetto di “ariano” sia quello di “semita”, quando vennero trasformati da categorie linguistiche e storico-culturali in categorie razziali, finirono dentro un modo di classificare l'umanità che ebbe una certa fortuna per alcuni secoli, ma che veniva investigato senza disporre dell'attrezzatura scientifica che abbiamo oggi.
Niente genetica delle popolazioni, niente genoma, niente aplogruppi, conoscenze molto più limitate delle grandi migrazioni umane. La linguistica comparata, invece, esisteva eccome ed era già piuttosto sofisticata: il guaio cominciava quando dai rapporti tra le lingue si pretendeva di dedurre l'esistenza e i confini di altrettante “razze”.
È nello stesso ambiente culturale che prosperarono classificazioni oggi piuttosto stravaganti, come quella della “razza caucasica”, termine che ha lasciato una lunga eredità persino nelle classificazioni amministrative statunitensi. Insomma, quando si prendono parole come “ariano”, “semita” o “caucasico” e si pretende di leggerle come se fossero categorie genetiche moderne, si sta maneggiando un vocabolario la cui storia è in parte biblica e filologica, in parte antropologica e in parte politica e nazionalista.
Il dibattito sugli “ariani” diventò particolarmente importante nell'Ottocento, proprio durante l'età dei nazionalismi. Francesi e tedeschi, fra gli altri, cercarono di inserire le proprie origini dentro queste grandi genealogie dei popoli europei. E, non avendo genetica delle popolazioni, genomi o aplogruppi da confrontare, gli studiosi finirono per cercare risposte soprattutto in due posti.
Alcuni le cercavano nei corpi: craniometria, antropometria, forma e dimensioni dei crani recuperati nei siti archeologici, nella speranza di trasformare caratteristiche fisiche in una tassonomia delle razze umane.
Altri le cercavano invece nelle lingue. Partendo dalla scoperta, perfettamente reale, delle parentele fra sanscrito, persiano e numerose lingue europee — ciò che oggi chiamiamo famiglia indoeuropea — cercavano di ricostruire anche il popolo che avrebbe parlato la lingua ancestrale. Il salto pericoloso arrivava quando dall'esistenza di una famiglia linguistica si passava all'idea che dovesse esistere una corrispondente “razza ariana”.
Ed è precisamente qui che comincia il casino: una cosa è classificare lingue, un'altra è ricostruire migrazioni e popolazioni, e un'altra ancora è inventare una razza biologica facendo coincidere le prime due cose.
E il problema era che, una volta costruita la categoria degli “ariani”, occorreva anche distinguerla dalle altre grandi categorie nelle quali si pretendeva di dividere l'umanità.
È qui che entra in scena il termine “semitico”. Non nasce, in realtà, come sostituto di “levantino”: nasce alla fine del Settecento come termine linguistico, derivato dal biblico Sem, per raggruppare lingue come l'ebraico, l'arabo e l'aramaico. Il problema arriva dopo, quando qualcuno decide che, se esistono delle lingue semitiche, allora devono esistere anche dei “popoli semitici”, e da lì il passo verso una presunta “razza semitica” diventa sorprendentemente breve.
E anche qui, via di boiate.
Perché a quel punto succede esattamente quello che era successo con gli “ariani”: una classificazione linguistica viene trasformata in una classificazione biologica. E mentre i filologi cercano caratteristiche comuni nelle lingue, antropologi e craniometristi cominciano a cercare nei corpi i famosi “tratti semitici”: forma del cranio, naso, capelli, proporzioni del volto e tutta quella collezione di caratteristiche fisiche che ancora oggi riemerge, più o meno esplicitamente, quando qualcuno pretende di descrivere l'aspetto degli ebrei o dei “semiti” in generale. I famosi "nasoni" nascono in questo modo:

Questa iconografia vi sarà probabilmente familiare, perché sopravvive ancora oggi in quella caricatura che su Internet viene chiamata “Happy Merchant”.
L'immagine moderna non viene da Der Stürmer: è molto più recente. Ma il vocabolario visivo dal quale pesca è parecchio più antico, e lo ritroviamo in maniera quasi ossessiva proprio nella propaganda antisemita tra Ottocento e Novecento, fino alle caricature di Der Stürmer.
Ed è qui che torna utile ricordarsi della craniometria e della ricerca dei presunti “tratti razziali”. Il naso, la fronte, le labbra, le orecchie, la forma del cranio e del volto diventavano caratteristiche dalle quali si pretendeva di riconoscere un “tipo ebraico”. La caricatura poteva quindi presentarsi non semplicemente come insulto, ma come deformazione grottesca di qualcosa che una parte dell'antropologia razziale dell'epoca pretendeva fosse una realtà biologica misurabile.
Lo “Happy Merchant” di oggi non ha quindi inventato quel volto. Ha riciclato, estremizzandolo ancora una volta, un repertorio iconografico che aveva alle spalle più di un secolo di pseudoscienza razziale e propaganda antisemita.
Il risultato è ancora più paradossale perché “ariano”, “indoeuropeo” e “semitico”, se li riportiamo sul terreno sul quale almeno alcune di queste classificazioni hanno realmente senso — quello linguistico — non identificano affatto delle razze biologiche. Identificano famiglie linguistiche e ricostruzioni storiche. Trasformarle automaticamente in popolazioni geneticamente omogenee significa confondere lingua, cultura, genealogia e biologia come se fossero la stessa cosa.
Ma ripeto: questa roba sta alla biologia moderna più o meno come l'alchimia sta alla chimica.
Oggi abbiamo il genoma, la genetica delle popolazioni, gli aplogruppi, il DNA antico e possiamo ricostruire, con tutti i limiti e le incertezze del caso, migrazioni, mescolamenti e parentele fra popolazioni. Sappiamo soprattutto che lingua, cultura e patrimonio genetico non sono la stessa cosa e non viaggiano necessariamente insieme.
Perciò termini come “ariano” e “semita”, quando vengono usati come categorie biologiche, hanno ormai pochissimo senso scientifico. Hanno invece moltissimo senso storico, perché raccontano come gli europei dell'Ottocento cercassero di classificare l'umanità usando gli strumenti che avevano a disposizione — e come, molto spesso, trasformassero classificazioni linguistiche e bibliche in presunte realtà biologiche.
E la confusione diventava completa quando la politica cominciava a decidere quale risultato dovesse produrre quella pseudoscienza.
Prendete i Roma e i Sinti. I razziologi nazisti conoscevano benissimo la loro origine indiana, tanto che Robert Ritter, una delle principali autorità naziste incaricate di classificarli razzialmente, ammetteva esplicitamente che fossero originariamente “ariani”. Il problema era che i nazisti volevano perseguitarli.
E allora la teoria si aggiustava.
Erano sì originariamente ariani, ma durante la loro migrazione verso l'Europa si sarebbero “imbastarditi”, mescolandosi con altre popolazioni considerate inferiori. E qui la faccenda diventa quasi comica, se non fosse finita in un genocidio: nella letteratura razziale dell'epoca compare anche la contaminazione con popolazioni “caucasiche”. Quelli che negli USA sono... i bianchi. Gli ariani, secondo alcuni suprematisti.
Cioè, fermiamoci un attimo.
Avevamo gli “ariani”, categoria nata principalmente dalla linguistica; i “caucasici”, categoria costruita dall'antropologia razziale; e i Roma, che provenendo dall'India potevano essere ricondotti proprio agli “ariani”, ma che diventavano razzialmente inferiori perché nel frattempo si sarebbero mescolati, fra gli altri, con dei “caucasici”.
Se provate a trasformare queste parole in categorie biologiche coerenti, il sistema comincia letteralmente a mangiarsi la coda. E finisce nel ridicolo.
Ed è proprio questo il punto: non stiamo parlando di una tassonomia scientifica semplicemente antiquata, come potrebbe esserlo una vecchia classificazione zoologica successivamente corretta. Stiamo parlando di classificazioni nate in discipline diverse — linguistica, antropologia, storia biblica, craniometria — che venivano sovrapposte come se “ariano”, “indoeuropeo”, “caucasico” e “semita” appartenessero tutti alla stessa tabella.
Quando poi il risultato non coincideva con la gerarchia politica desiderata, non si buttava via la gerarchia.
Si aggiustava la teoria. Aggiungendo politica nazionalista.
Scienza pura, tutta polpa e niente spine (cit.).
Francesca Albanese, quindi, si è infilata in un bel ginepraio. Perché non soltanto termini come “ariano” e “semita” hanno assunto nel tempo valori politici e persino morali differenti a seconda di chi li utilizzava, ma, una volta che pretendiamo di trasformarli in categorie biologiche, non è più nemmeno chiarissimo a quali popolazioni dovrebbero corrispondere.
I biologi, da questo punto di vista, non vi saranno di grandissimo aiuto. Uno dei concetti biologici classici di specie dice, brutalmente semplificando, che se due popolazioni possono riprodursi producendo normalmente discendenti fertili appartengono alla stessa specie. Esistono eccezioni, casi limite e altri concetti di specie, naturalmente, ma per quanto riguarda gli esseri umani il problema è risolto piuttosto rapidamente: siamo Homo sapiens. Tutti.
Che vi piaccia o meno.
A questo punto alcuni dotti rispondono che sì, va bene, ma nel suo significato storico “antisemitismo” indica specificamente l'ostilità verso gli ebrei.
Uhm.
Interessante.
Ma cosa sono, esattamente, “gli ebrei”?
Perché nemmeno all'interno dell'ebraismo esiste un'unica risposta valida in ogni contesto. Per l'ebraismo ortodosso e conservatore conta tradizionalmente la discendenza materna oppure la conversione; l'ebraismo riformato americano riconosce, a determinate condizioni, anche la discendenza paterna. E naturalmente “ebreo” può indicare contemporaneamente un'appartenenza religiosa, culturale, storica ed etnica. Non è insomma il nome scientifico di una popolazione biologica.
Se mettete dieci ebrei di correnti diverse in una stanza e chiedete loro chi sia ebreo e chi no, probabilmente assisterete a una discussione piuttosto colorita. Prima, per prudenza, controllerei che nessuno sia armato. Quindi no: "chiedere direttamente agli ebrei" NON risolve il problema.
E quando proviamo a chiedere alla genetica di risolvere la questione, la situazione diventa ancora più interessante.
Molte popolazioni ebraiche della diaspora mostrano effettivamente una componente ancestrale mediorientale comune, insieme però a quantità differenti di mescolamento con le popolazioni incontrate durante secoli o millenni di diaspora. Gli Ashkenaziti dell'Europa centrale e orientale costituiscono quindi una popolazione con una propria storia genetica; i Beta Israel etiopi ne costituiscono un'altra, e geneticamente risultano molto più vicini alle popolazioni dell'Etiopia circostante.
Ed ecco perché basta guardarsi intorno per capire quanto sia pericoloso trasformare “ebreo” in un fenotipo. Gli ebrei polacchi potevano avere pelle chiara, capelli chiari e occhi chiari; i Beta Israel etiopi hanno invece l'aspetto delle popolazioni del Corno d'Africa. Sono entrambi ebrei.
E la cosa non è rimasta una curiosità antropologica. Dopo l'immigrazione dei Beta Israel in Israele esplose una controversia enorme quando emerse che numerose donne ebree etiopi avevano ricevuto iniezioni di Depo-Provera, un contraccettivo a lunga durata. Alcune raccontarono di non essere state adeguatamente informate o di aver subito pressioni, e nel 2013 il ministero della Sanità israeliano ordinò un'indagine sulla vicenda.
La vicenda provocò inevitabilmente accuse di razzismo e di volontà di limitare le nascite degli ebrei etiopi. Non è però corretto trasformarla in una storia di “sterilizzazione dei neri”: il Depo-Provera è un contraccettivo reversibile e le accuse riguardavano soprattutto consenso informato, coercizione e discriminazione. Pero' lo hanno dato alle donne ebree di pelle nera. Basta figli. Per puro caso, ovviamente. Mica razzismo. Si tratta di un contraccettivo attratto dalla pelle nera, ecco tutto.
Il che, per il nostro discorso, è già abbastanza interessante.
Perché siamo partiti cercando una definizione biologica di “semita” e siamo arrivati a scoprire che persino la categoria che dovrebbe salvarci — “ebreo” — non coincide con una singola popolazione geneticamente omogenea.
Forse il problema è proprio pretendere dalla genetica una definizione che appartiene alla storia, alla cultura e alla religione.
E allora, se volessimo formulare il principio in maniera razionale e generale, non avremmo nemmeno bisogno di risolvere duemila anni di storia ebraica, un secolo di genetica delle popolazioni e due secoli di discussioni sul significato della parola “semita”.
Basterebbe qualcosa del genere:
«È vietato sopprimere o limitare i diritti e la dignità di qualsiasi persona sulla base di qualsivoglia etichetta che le venga attribuita.»
E almeno in Germania non sarebbe nemmeno un principio particolarmente rivoluzionario. L'articolo 1 del Grundgesetz comincia infatti dicendo che «la dignità umana è intangibile», e impone a tutto il potere statale il dovere di rispettarla e proteggerla. L'articolo 3 aggiunge poi il divieto di discriminare una persona per “razza”, discendenza, origine, fede e altre caratteristiche.
Anzi, da questo punto di vista la formulazione tedesca è particolarmente interessante per il nostro problema: la Costituzione non ha bisogno che la “razza” esista biologicamente affinché sia vietato discriminare qualcuno sulla base della razza che qualcun altro gli attribuisce.
Ed è esattamente il problema della caccia alle streghe.
La categoria può essere falsa, arbitraria, pseudoscientifica o addirittura completamente immaginaria. Non importa. Ciò che esiste realmente è la persona alla quale quella categoria viene appiccicata, e ciò che il diritto deve proteggere sono i suoi diritti e la sua dignità.
Andare alla ricerca del gruppo e dei suoi confini, non serve a nulla e non aggiunge nulla.
Ed è proprio l'esempio delle streghe a mostrare il difetto fondamentale di questo modo di ragionare.
Per discriminare qualcuno non serve nemmeno che la categoria sulla quale si basa la discriminazione corrisponda a qualcosa che esiste.
Le streghe, nel senso nel quale le intendevano i loro persecutori — donne dotate di poteri soprannaturali, capaci di stringere patti con il demonio e produrre malefici — non esistevano. Non esisteva quindi nemmeno una “comunità delle streghe” che il legislatore avrebbe potuto definire, delimitare e proteggere.
Eppure la caccia alle streghe esisteva.
Esistevano l'accusa, la categoria attribuita, la discriminazione, il processo, la tortura e, in alcuni casi, il rogo.
Questo significa che, per produrre discriminazione o violenza, non serve nemmeno che la categoria discriminata abbia un referente nel mondo reale. È sufficiente che esista nella testa del persecutore e che venga attribuita alla vittima.
Ed è per questo che trovo concettualmente sbagliato partire dall'identità della vittima per costruire la tutela. Se il diritto comincia domandandosi quali gruppi esistano davvero, come vadano definiti e quali meritino una protezione particolare, si sta già ponendo una domanda che per impedire la persecuzione non è necessaria.
La domanda necessaria è molto più semplice: state togliendo diritti o dignità a una persona sulla base di una categoria che le avete attribuito?
Se sì, il problema esiste.
Che quella categoria si chiami “ebreo”, “semita”, “ariano”, “zingaro” o “strega” cambia la storia della persecuzione, ma non il principio.
Perché le streghe non esistevano.
La caccia alle streghe sì.
Di conseguenza, il problema che vedo nelle leggi formulate specificamente “contro l'antisemitismo” non riguarda nemmeno la definizione di antisemitismo.
Riguarda il fatto che si vuole restringere un principio generale — non discriminare, non perseguitare, non privare una persona dei suoi diritti e della sua dignità sulla base di un'identità che le viene attribuita — a una particolare categoria identitaria.
È una logica che ricorda molto quella che oggi, soprattutto nel dibattito americano, viene discussa sotto l'etichetta della identity politics: prima si definisce il gruppo, poi si costruisce una tutela specifica attorno al gruppo.
A me sembra un modo assurdo di affrontare il problema.
Perché certamente potete scrivere norme destinate a contrastare una particolare forma di discriminazione, specialmente quando esiste una storia specifica che la rende particolarmente pericolosa. Ma se il principio che volete affermare è che non si possono sopprimere i diritti o calpestare la dignità di una persona sulla base di un'etichetta che le viene attribuita, allora quel principio non dipende dall'etichetta.
Vale per tutti.
Altrimenti siamo costretti continuamente a compilare l'elenco delle persone che meritano protezione. E immediatamente dopo nasce il problema delle persone che abbiamo dimenticato di mettere nell'elenco.
Se perseguitare qualcuno perché lo considerate ebreo è sbagliato, non diventa improvvisamente accettabile perseguitarlo perché lo considerate rom, musulmano, cristiano, ateo, slavo, omosessuale, comunista, fascista, straniero o appartenente a qualsiasi altra categoria reale, immaginaria o semplicemente attribuita.
Se fate una legge a tutela della dignità della persona, la fate per tutti.
Perché altrimenti la domanda diventa inevitabile:
qualche gruppo crede forse di essere il bambino speciale?
Uriel Fanelli
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