Essere malvagi, oggi.
Ci deve essere un motivo, e ovviamente c’è, se questo blog si intitola Das Böse Büro, “l’ufficio malvagità”. E quel motivo risiede proprio nella particolare azione dei provocatori, di cui ho parlato prima.
Il provocatore, essenzialmente, lavora nello spazio che esiste tra la provocazione e una reazione chiara, esplicita e possibilmente violenta. Il meccanismo è semplice: ti spinge fino al punto in cui reagisci, per poi usare la tua reazione come prova del fatto che il problema sei tu.
Si comporta, per capirci, un po’ come Vannacci.
Vannacci scrive un libro nel quale, parlando di Paola Egonu, dice che, sebbene sia italiana di cittadinanza, «i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità». In seguito preciserà ulteriormente il concetto: quando vede una persona con la pelle scura, dice, non la identifica immediatamente come italiana.
Ora immaginate che Paola Egonu gli avesse risposto per le rime. Qualcosa del tipo: se hai la faccia da generale-dittatore libico, forse non dovresti essere tu a stabilire quali siano i tratti somatici dell’“italiano tipico”.
A quel punto sarebbe cominciata la seconda parte del numero: la reazione scandalizzata. Lui aveva soltanto scritto un libro. Lui aveva soltanto espresso un’opinione. La risposta sarebbe stata sproporzionata. Non si può più dire niente. Il politicamente corretto, il woke, la censura, il regime. LE LOCUSTEH. E via di guerre sante.
Ed è precisamente in quello spazio che lavora il provocatore.
Faccio alcuni esempi dal fediverso.
A un certo punto ti trovi sulla home timeline qualcuno che, più o meno, costruisce questo ragionamento: «Lo sterminio degli animali per il consumo di carne è come la Shoah. Quindi chi ha mangiato una fetta di prosciutto è uno specista; lo specismo è nazismo; dunque tu sei, più o meno, Adolf Hitler in persona».
Ora, normalmente uno potrebbe discutere, contestare il paragone, difendersi. Ma la provocazione è costruita proprio in modo che, nel momento in cui cominci a difenderti, sei già salito sul banco degli imputati.
E questo è il punto importante: salendo sul banco degli imputati, non stai soltanto accettando di discutere. Stai concedendo qualcosa di molto più grande. Stai riconoscendo all’altro l’autorità di accusarti, il potere di stabilire quali siano le categorie morali valide e perfino il diritto di decidere quali risposte siano ammissibili.
In pratica, accetti il tribunale prima ancora di discutere la sentenza.
Il giudice è quello del tribunale vegano, il codice penale l’ha scritto lui, il reato l’ha definito lui, e sempre lui decide quali argomenti valgano come attenuanti e quali, invece, costituiscano un’aggravante. Se cominci a spiegare che mangi poca carne, che compri biologico, che rispetti gli animali, che il paragone con la Shoah è esagerato, hai già perso la parte più importante della discussione: hai riconosciuto che quella persona aveva il potere di convocarti in giudizio.
Questa è la trappola.
Per uscirne devi quindi rifiutare non soltanto l’accusa, ma la giurisdizione. Mostrarti unapologetic. Rispondere, per esempio, che il sangue, la morte e la sofferenza rendono la bistecca più buona.
Ed ecco che sei Satana in persona.
Non tanto perché magari ti piace davvero la bistecca al sangue, ma perché hai commesso qualcosa di molto più grave dal punto di vista del provocatore: non hai riconosciuto la sua autorità. Non hai chiesto assoluzione. Non hai accettato il suo codice. Non gli hai concesso il potere di stabilire se tu sia moralmente colpevole oppure innocente.
Ed è questo che manda in cortocircuito il gioco: non hai contestato la sentenza. Hai contestato il diritto stesso del tribunale a processarti.
Sei , quindi, malvagio.
Un altro esempio è quello di una tipa che, a un certo punto, è piombata sulla mia home timeline dicendo essenzialmente che, se non accetti che il fediverso venga usato per “farsi promozione”, allora sei uno spocchioso nerd intollerante, coi brufoli e la maglietta da incel.
La cosa che viene d’istinto — visto che a nessuno piace essere chiamato spocchioso nerd intollerante — è rispondere.
Nel mio caso, le ho fatto notare una cosa piuttosto semplice: nel fediverso io non sto necessariamente guardando il suo messaggio sul server che lo ospita. Sto guardando una copia del suo messaggio sulla mia istanza, conservata su una macchina che mantengo io e pago io. E quindi non vedo per quale ragione dovrei considerare un mio dovere morale offrirle gratuitamente spazio, banda e risorse perché lei possa usarli per farsi due spicci di promozione.
A quel punto, però, la tipa si è scandalizzata. Perché io e lei “non ci conosciamo neppure”, e dunque io non avrei dovuto “osare” risponderle in quel modo.
Ed eccoci di nuovo allo stesso meccanismo.
Lei può aprire un thread definendo in anticipo spocchioso, nerd, intollerante e sostanzialmente incel chiunque non condivida la sua posizione. Quello è considerato legittimo. Se però una delle persone comprese nell’insulto risponde con la stessa durezza, improvvisamente compare un problema di educazione, di modi, di distanza personale: ma come ti permetti, non ci conosciamo nemmeno.
È una forma molto interessante di asimmetria.
Il provocatore si attribuisce unilateralmente il diritto di iniziare lo scontro, ma pretende contemporaneamente il potere di stabilire quali reazioni allo scontro siano consentite. Può definire te, classificarti, attribuirti intenzioni e difetti personali; ma se tu rispondi, la tua risposta viene sottoposta a un codice di comportamento che curiosamente non valeva quando parlava lui.
Non ti sta quindi chiedendo soltanto di incassare l’insulto. Ti sta chiedendo di riconoscere una gerarchia: io posso giudicare te, tu non puoi giudicare me; io posso provocare, tu devi reagire entro i limiti che stabilisco io.
Ed è ancora una volta la questione del tribunale.
L’autorità se la prende da solo. La giurisdizione se la attribuisce da solo. E quando tu rifiuti entrambe, non viene interpretato come il rifiuto del gioco, ma come un’ulteriore prova della tua colpevolezza.
In generale, le strategie del provocatore — e il repertorio politico di Roberto Vannacci ne offre parecchi esempi — appartengono alla famiglia dei comportamenti passivo-aggressivi: provocazione abbastanza esplicita da ottenere una reazione, seguita dal tentativo di presentarsi come vittima quando quella reazione arriva.
Per questo sono tossiche.
Però esiste anche una regola molto più semplice: se compari sulla mia timeline insultandomi, qualcosa indietro te lo devi aspettare.
Non puoi rivendicare contemporaneamente il diritto di tirare il primo schiaffo e l’autorità di stabilire quanto forte possa essere quello che torna indietro.
In generale, lo stile di vita del provocatore online si può descrivere così:
- scrivo un testo nel quale sì, espongo le mie idee, ma mi assicuro anche di infilarci qualche frase insultante per qualcun altro, o almeno abbastanza disprezzo da far capire che chi non la pensa come me è moralmente inferiore, stupido, malvagio o indegno;
- quando arriva indietro il dovuto — perché non a tutti piace essere chiamati assassini, nazisti, incel o deficienti — allora comincio a piagnucolare che la mia era soltanto una legittima espressione delle mie idee;
- infine passo all’incasso, assumendo il ruolo del perseguitato dal regime di censura che ormai “non permette più di dire niente”.
Questo è il caso estremo, quello in cui il provocatore riesce a trasformare la reazione che ha cercato nella prova della propria persecuzione.
Ma c’è un caso ancora più interessante: quello in cui voi accettate di discutere.
Perché a quel punto il disprezzo smette di essere soltanto un insulto e diventa istituzione. Voi finite sul banco degli imputati e cominciate a giustificarvi davanti a un tribunale che non possiede alcuna autorità reale, ma al quale state concedendo proprio voi il potere che pretende di avere.
State accettando che l’altro possa formulare l’accusa, stabilire il codice morale, decidere quali siano le attenuanti e perfino giudicare se la vostra difesa sia sufficientemente pura.
Tutto questo, naturalmente, a scapito della vostra dignità personale.
Perché nel momento in cui accettate di difendervi da un’accusa formulata in quei termini, avete già concesso al provocatore la cosa che cercava davvero: non la vittoria nella discussione, ma il riconoscimento della propria autorità su di voi.
Stanno cercando di stabilire un rapporto di potere.
Se intuite, anche soltanto a pelle, questo meccanismo, probabilmente farete quello che fanno in tanti: diventate unapologetic. Ovvero, come si dice fuori da Milano, incorreggibili, irriducibili.
E quando qualcuno vi comunica indignato quanto siete moralmente riprovevoli, rispondete semplicemente:
«Sì, ma ho anche dei difetti».
Benvenuti nel Böse Büro.
La nostra malvagia HR vi mostrerà il vostro spazio, l’armadietto, la scrivania, i bagni e la Teeküche.
Siete assunti.
Automaticamente.
Siccome nel tempo ho accumulato una certa quantità di certificazioni di malvagità, direi che il nome del blog è quello giusto.
E so benissimo come meritarmelo.
Quindi sì, forse Das Böse Büro è un nome brutto.
Ma ho anche dei difetti.
Uriel Fanelli
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