Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Sulla dinamica della provocazione.

Mi trovo, per qualche motivo che sinceramente non capisco, chiamato in causa per via di uno scontro verbale che ho avuto con un tizio, una specie di Bertinotti de noantri. Lo scontro è stato poi raccontato in un post, https://www.carlobaratto.it/chi-modera-e-anche-chi-litiga/, e adesso vedo che la vicenda viene utilizzata per trarne delle conclusioni più generali.

Il problema è che queste conclusioni, onestamente, mi sembrano sbagliate. E non soltanto sbagliate nel merito: faccio proprio fatica a vedere la consequenzialità logica che dovrebbe portare da ciò che è successo alle conclusioni che se ne vogliono ricavare. Per cui, visto che a quanto pare sono stato chiamato in causa, tanto vale spiegare come la vedo io.


Anatomia della provocazione.

Non avevo mai avuto a che fare prima con quel tizio, quando me lo sono visto comparire nella timeline di home. Ora, per molti il meccanismo che porta le persone nella timeline "home" puo' sembrare misterioso, perche' chiama il causa il concetto di "audience", che potrebbe essere molto diverso rispetto alla lista delle persone in following o dei followers.

Siccome ho scritto io l'istanza su cui entro nel fediverso, invece, SO PERFETTAMENTE come mai e' finito nella mia timeline di home.

Per capire il problema bisogna prima capire un concetto fondamentale di ActivityPub, e quindi di Mastodon: l’addressing.

Quando mandate un messaggio nel Fediverso, infatti, non state semplicemente consegnando del testo a un server. L’oggetto ActivityPub contiene dei campi di addressing — to, cc, bto e bcc — che servono a specificare a chi quell’oggetto è indirizzato. Tra i destinatari può comparire anche la collezione speciale Public, che è il modo con cui ActivityPub indica che qualcosa è destinato al pubblico.

Mastodon costruisce poi le sue modalità di visibilità sopra questo meccanismo. Un post pubblico viene indirizzato anche a Public; un post destinato ai follower coinvolge la collezione dei follower; un messaggio rivolto a persone specifiche contiene invece gli indirizzi degli account interessati.

Questo particolare diventa importante quando vi trovate nella Home un messaggio scritto da un tizio che non avete mai visto prima e che non seguite. Quel messaggio non è arrivato lì per magia: nella catena di addressing e distribuzione dell’attività deve esserci una ragione per cui la vostra istanza — e, a seconda del caso, il vostro account o una collezione di cui fate parte — è destinataria dell’attività.

Bisogna quindi distinguere due cose che nell’interfaccia di Mastodon sembrano quasi la stessa cosa: ricevere tecnicamente un oggetto ActivityPub e decidere che quell’oggetto appartiene alla timeline Home di un determinato utente. Sono due passaggi diversi.

Ed è proprio questa distinzione che diventa interessante quando si comincia a parlare di moderazione: prima ancora di domandarsi chi debba moderare un messaggio, bisogna capire perché quel messaggio sia stato indirizzato, distribuito e infine mostrato proprio lì.

Ed è importante notare che essere destinatari non significa necessariamente essere citati nel testo del messaggio. L’addressing ActivityPub e le menzioni visibili sono due cose diverse: il vostro account, o una collection che vi comprende, può comparire nell’addressing senza che nel testo appaia alcun @vostronome. In altre parole, un messaggio può essere indirizzato anche a voi senza nominarvi esplicitamente.


Normalmente i tizi random che scrivono cose, quindi, compaiono nella timeline federata. Dove c’è di tutto, e che proprio per questo seguo più o meno come si osserva il formicaio dentro un barattolo di vetro: per vedere cosa succede là dentro.

E dentro c’è davvero di tutto. Furries, gomunisdi da divano, qualsiasicosasessuali che lottano per i loro diritti, gente del culto di Bob il SubGenio e, insomma, praticamente tutto l’immaginabile. È esattamente quello il bello della timeline federata: non è casa vostra, è il formicaio.

Ed è qui che comincia il discorso sulla provocazione.

Il tipo è chiaramente in cerca di pubblicità, o forse di propaganda, perché onestamente della sua istanza non avevo mai sentito parlare; e se ne avevo sentito parlare, evidentemente non abbastanza da ricordarmene. Non ho particolare voglia di spiegare quale sia la sua ideologia, o forse dovrei dire la sua ossessione, né di descrivere nei dettagli il mondo immaginario nel quale vive.

Il punto che mi interessa è un altro: ha bisogno di essere letto. O, quantomeno, ha bisogno di essere letto di più. E per ottenere questo risultato usa proprio il metodo della provocazione.

Il metodo consiste nello scrivere mantenendosi accuratamente dentro una zona grigia: abbastanza insultante da dare fastidio, ma non abbastanza esplicito da creare automaticamente consenso intorno a chi reagisce con veemenza. Ti irrita, ti punzecchia, ti attribuisce implicitamente intenzioni e caratteristiche spregevoli, ma cerca di fermarsi un centimetro prima del punto nel quale potresti semplicemente dire: questo mi ha insultato, lo banno e vaffanculo.

Poi, quando finalmente reagisci con veemenza, arriva la seconda parte del giochino: «stai esagerando».

E così ho cominciato a vedere comparire sulla mia Home, senza alcuna ragione per me evidente, post nei quali si partiva sostanzialmente dall’idea che, se non la pensi come lui, allora sei un guerrafondaio, un violento, un fascista e praticamente uno dei responsabili di tutto il male del mondo. Il tutto accompagnato da un disprezzo per, insomma, tutti gli altri, che definirei quasi evoliano.

La provocazione, quindi, non comincia necessariamente con qualcuno che ti insulta apertamente. Quello, paradossalmente, è il caso facile: hai una ragione evidente per bannarlo subito, e vaffanculo.

Il provocatore efficace rimane invece nella zona grigia. È la zanzara che ti tormenta per tutta la notte, abbastanza da impedirti di dormire ma non abbastanza da costringere gli altri a occuparsene. Poi, quando finalmente ti stufi, accendi la luce, la stani e la spiaccichi, lasciando una bella macchia sul muro.

A quel punto qualcuno penserà che tu sia troppo collerico.

E magari ti darà anche contro perché hai sporcato il muro.

Dimenticando che quel sangue era tuo, ed era il fastidio che ti ha dato per ore ed ore.


Il punto che si dimentica è che, visto come funziona ActivityPub, non è nemmeno necessario che siate voi a decidere di entrare in una conversazione. Basta che qualcuno — lui, oppure uno dei suoi sicofanti — vi inserisca nell’addressing di un thread, per esempio in cc, e le risposte successive possono continuare a portarvi dietro tra i destinatari.

E questo può essere successo parecchio tempo prima, magari in un thread che avete semplicemente ignorato e del quale non ricordate più nulla. Non avete seguito quel tizio, non avete chiesto di leggere quello che scrive e magari non avete nemmeno partecipato alla discussione: siete semplicemente finiti nell’addressing della conversazione perché qualcun altro vi ci ha messi.

Ed ecco che, molto tempo dopo, quel tizio può ricomparire nella vostra Home apparentemente dal nulla. Dal vostro punto di vista è un perfetto sconosciuto; dal punto di vista del protocollo, invece, esiste una storia di addressing che spiega perché quei messaggi continuino ad arrivare fino a voi.

Perche' io mi sia trovato con questi messaggi insultanti verso chiunque non la pensi come lui, cioe', LUI HA DOVUTO FARE QUALCOSA. O lui, o qualche suo sicofante.

La prima soluzione che vedo e' mettere mano al codice ed impedire che to, cc, bcc , bto siano destituiti di qualsiasi importanza e a decidere sia sempre e solo la lista dei followers e quella dei following. Capito il trucco, non succedera' la seconda volta.

Come e' finita? Ho notato che continuava a menarla con sto disertore ucraino che e' fuggito mentre i russi stupravano sua madre, e ho riconosciuto la tecnica. La stessa tecnica di Roberto "ma io ho solo scritto un libro" Vannacci. Lui scrive un libro chiaramente offensivo, ma poi se qualcuno si incazza e' lui che esagera. In quel momento ho grokkato l'elemento, e ho bannato la sua istannza, visto che essenzialmente era piena di suoi sicofanti.


Spiegato cosa sia successo, veniamo all’articolo di blog che ho citato sopra, secondo il quale una discussione furiosa come questa finirebbe per fare male «a tutti».

Personalmente, considero l’abuso della parola tutti un segnale piuttosto pericoloso di pensiero collettivista. È lo stesso meccanismo mentale per cui, se una donna si offende, allora avreste offeso «tutte le donne», oppure «le donne» come categoria. Il singolo individuo scompare, la singola relazione tra due persone scompare, e improvvisamente compare un soggetto collettivo che nessuno ha nominato, nessuno ha interpellato e che tuttavia sarebbe stato coinvolto per definizione.

Ma qui questo soggetto collettivo non serviva proprio a nulla.

Era molto semplice, per chiunque non volesse assistere alla cosa, zittire il thread. Non era necessario schierarsi, intervenire, prendere posizione o sentirsi personalmente coinvolti. Due persone stavano litigando. Chi non voleva leggere poteva semplicemente smettere di leggere.

Il post dice:

Non è una vicenda privata fra due persone che si sono dette cose pesanti.

No, mi spiace: dal mio punto di vista era esattamente quello.

Questo alieno piomba nella mia Home timeline grondando disprezzo verso gli «ex militari» — probabilmente dimenticando che quelli della mia età il militare lo hanno fatto quasi tutti — e mostrando lo stesso genere di disprezzo verso chiunque non la pensi come lui. A un certo punto ha superato alcune mie linee rosse e si è beccato le conseguenze.

Niente di particolarmente misterioso.

Quindi no: per quanto mi riguarda è stata una lite tra me e lui. Fine.

Il passaggio successivo, cioè prendere quella lite e trasformarla in qualcosa che riguarda una comunità, una piattaforma, una categoria politica o addirittura «tutti», richiede un salto logico che io semplicemente non vedo.

Politicizzarla è stupido.

E soprattutto non capisco quale sia lo scopo di farlo.


Secondo punto: l’idea che io «amministri un’istanza» non è affatto così chiara come viene presentata.

Io sono l’UNICO utente della mia istanza.

Quindi che cosa amministrerei, esattamente?

Posso certamente amministrarne il lato tecnico. Posso configurare il server, decidere con quali altre istanze federare, applicare dei blocchi e, siccome ho scritto io il codice dell’istanza, posso persino modificarne il comportamento. Da questo punto di vista sono indiscutibilmente l’amministratore del sistema.

Ma «amministratore» assume un significato completamente diverso quando si comincia a parlare di moderazione di una comunità. Perché, in quel caso, dovrebbe esistere innanzitutto una comunità da amministrare.

Sulla mia istanza non c’è.

Non ho cento utenti dei quali devo gestire la convivenza. Non ne ho dieci. Non ne ho due. Ce n’è uno, e sono io.

Di conseguenza, qualsiasi decisione di moderazione io prenda sulla mia istanza non può avere conseguenze sui miei utenti, perché non esistono altri utenti. Non posso impattare su «tutti», non posso impattare su «molti» e non posso nemmeno impattare su «alcuni».

Posso impattare su me stesso.

Che è una categoria demografica decisamente più circoscritta.

A quanto ho capito dal post, il provocatore ha parecchi sicofanti, e avrebbe purgato dalla propria istanza quelli che osano dissentire da lui. Non ho intenzione di commentare nemmeno questo, perché francamente non me ne importa nulla: sono cavoli di quell’istanza.

Non miei.

Pochi secondi prima stavo discutendo con altra gente di furries e di Dune, il film con Zendaya. Poi me lo sono trovato davanti, con tutto il suo corredo di provocazioni e insulti. A un certo punto mi ha dato sostanzialmente del delinquente e, se io mi sono limitato a chiamarlo pagliaccio, è perché il suo modo di provocare mi ricorda Vannacci: stare accuratamente sul bordo, provocare la reazione e poi trasformare la reazione stessa nell’argomento.

Ma soprattutto, no: non possiamo discutere del Fediverso come se esistesse un Fediverso che «riguarda tutti».

Pontefice@vatican.va e Satana@satanismo.com appartengono inevitabilmente a due mondi diversi. E non soltanto perché Pontefice e Satana sono figure diverse: appartengono a mondi diversi soprattutto perché vatican.va e satanismo.com sono, inevitabilmente, mondi diversi. E prima o poi finiranno in conflitto.

È precisamente questo il significato della federazione.

Se volete un Fediverso nel quale possano esistere entrambi, dovete accettare che possano esistere comunità con culture, regole, sensibilità, criteri di moderazione e persino idee completamente incompatibili tra loro. La federazione serve a permettere a cose diverse di comunicare quando vogliono comunicare; non serve a trasformarle in un’unica comunità con un’unica morale, un’unica sensibilità e un unico regolamento condominiale.

Altrimenti non state descrivendo una federazione di cose diverse.

State descrivendo un kollettivo.

E allora è inutile continuare a celebrare il Fediverso come allegra federazione della diversità, se poi, appena due dei suoi abitanti litigano, compare improvvisamente un fantomatico «tutti» al quale entrambi avrebbero fatto del male.


Ma adesso arriviamo alla parte che trovo davvero problematica. Il post dice:

Perché danneggia tutti, non solo i due litiganti

No, non lo fa. E mettere una cosa in caratteri grandi non la rende vera.

Perché insegna ai suoi abitanti — e a chi guarda da fuori — che nel fediverso le istanze grandi possono togliere di mezzo una voce senza doverne rendere conto, e quelle piccole no.

E perché mai dovrebbe avvenire questo? Anch’io l’ho bannato. Semmai, il fatto che bbs.keinpfusch.net fosse già bannato dalla sua parte spiega piuttosto bene perché io non mi ricordassi nemmeno di lui. Ma bbs.keinpfusch.net era un’istanza sperimentale, basata sul software che stavo scrivendo e usando per fare esperimenti. Adesso che Xenomorph, la mia nuova istanza, è stabile, quella vecchia istanza l’ho semplicemente spenta. Ma, a parte questo dettaglio storico, rimane il punto fondamentale: il ban è reciproco. Lui può decidere che non vuole avere a che fare con me. Io posso decidere che non voglio avere a che fare con lui. Il fatto che da una parte ci siano più utenti e dall’altra ce ne sia uno solo cambia ovviamente il numero di persone coinvolte dalle rispettive decisioni, ma non trasforma magicamente una delle due decisioni in un potere e l’altra in un gesto irrilevante. A meno che non vogliamo davvero introdurre nel Fediverso proprio quella metrica che sosteniamo di voler lasciare ai social centralizzati: tu conti quanto conta il tuo pubblico.

E allora torniamo alla mentalità della gara di popolarità. O vogliamo fare come quel politico di destra, non esattamente famoso per la sua intelligenza, che rispose a qualcuno su Twitter sostanzialmente: se hai soltanto quaranta follower, non sei nessuno?

Perché se il principio è quello, almeno diciamolo chiaramente: non stiamo contestando il modello dei social centralizzati.

Stiamo soltanto discutendo su chi abbia il contatore più grosso.

Che il modo per avere ragione è avere più utenti.

Questa, francamente, mi risulta incomprensibile. Sono stato bannato, in passato, da istanze ben più grandi di sociale.network, compresa quella di Eugen Rochko. E quindi?

Non è che la cosa mi abbia preoccupato particolarmente. Non mi sono sentito improvvisamente «tolto di mezzo», non ho concluso che loro avessero ragione perché avevano più utenti, e soprattutto non ho pensato che il numero degli utenti dell’istanza trasformasse una decisione di moderazione in una specie di verdetto.Mi hanno bannato. Benissimo. È casa loro.

Io ho continuato a fare quello che facevo prima a casa mia. È proprio questo il punto che non riesco a seguire: da dove dovrebbe nascere l’idea che, se un’istanza grande blocca un’istanza piccola, allora quella grande abbia in qualche modo «vinto» e quella piccola sia stata «tolta di mezzo»?

Tolto di mezzo da dove?

Dal Fediverso certamente no. Dall’istanza che ha deciso di bloccarla, sì.

Ma sono due cose enormemente diverse.Il fediverso ha circa 47.000 server. Io parlo tre lingue. Quando ero bannato dalla little italy semplicemente conversavo con persone di altri paesi. Ripeto: tolto di mezzo da dove?

È esattamente il modello dei social centralizzati, con un amministratore al posto dell’algoritmo: la mano è più piccola, il meccanismo è identico.

Il tuo modo di pensare, se accettiamo le premesse che hai posto, è effettivamente quello. Ma sono proprio quelle premesse che non considero accettabili.

A meno di non trovarci in una scuola superiore americana, dove esiste la gara per essere «popolari», non vedo onestamente come questa teoria possa stare in piedi. Perché richiede di considerare il numero degli utenti, dei follower o delle persone raggiungibili come una misura del potere sociale di qualcuno e, indirettamente, della rilevanza delle sue decisioni.

Che è precisamente la metrica dei social centralizzati dalla quale, almeno a parole, vorremmo allontanarci.

Il danno vero però è un altro ancora, ed è quello che i centralizzati non hanno: qui la scelta di andarsene esiste, è facile, è a un clic.

Appunto.

E allora dov’è il problema?

Chi sarebbe stato «danneggiato»? E soprattutto: come?

Se la caratteristica fondamentale del Fediverso è proprio la possibilità di scegliere un’altra istanza quando non condividete le decisioni di quella nella quale vi trovate, allora l’esistenza di decisioni differenti tra istanze non è un malfunzionamento del sistema. È una conseguenza inevitabile della sua architettura.

Chi non è d’accordo con la moderazione della sua istanza può traslocare senza perdere i contatti, e questo è il punto di forza del fediverso. Ogni blocco annunciato come ordine di sfratto logora quel vantaggio: trasforma la porta d’uscita in una porta d’ingresso da pagare. E chi arriva da fuori, di fronte a un arcipelago dove per seguire una discussione servono tre account, conclude che non vale la pena. Se ne torna sui social di prima.

Ma anche questa è libertà.

La libertà di scegliere un’istanza implica necessariamente anche la libertà delle istanze di essere diverse, di avere regole diverse e, alla fine, persino di decidere che non vogliono parlare tra loro. Non si può desiderare contemporaneamente la decentralizzazione e pretendere che il risultato si comporti come un unico spazio sociale perfettamente uniforme.

Ripeto l’esempio di prima: non potete costruire un mondo nel quale possano esistere contemporaneamente Pontefice@vatican.va e Satana@satanismo.com e poi stupirvi quando vatican.va e satanismo.com entrano in conflitto.

Anzi, sarebbe piuttosto sorprendente il contrario.

E può benissimo succedere che un terzo utente voglia parlare con entrambi e scopra che, dalla propria istanza, non può farlo nelle condizioni che desidera. Potrà cambiare istanza, potrà aprirsi un altro account, potrà cercare un server che federi con entrambi oppure potrà decidere che tutta questa faccenda è troppo complicata e tornarsene su un social centralizzato.

Anche questa è libertà.

Quello che non possiamo fare è promettere contemporaneamente due cose incompatibili: che ogni istanza sia autonoma e che ogni utente possa raggiungere qualsiasi altro utente indipendentemente dalle decisioni delle rispettive istanze.

La prima cosa si chiama federazione.

La seconda assomiglia molto di più a un servizio centralizzato del quale abbiamo semplicemente distribuito i server.

E a quel punto bisogna chiedersi che cosa significhi ancora la parola federazione.

E poi ancora:

Ma è proprio per questo che la vicenda mi riguarda. Lo stesso potere che oggi su sociale.network ha chiuso una discussione esiste su ogni istanza, nella stessa forma e senza contrappesi, e un giorno un litigio in cui sono coinvolto io arriverà anche sulla mia. Il giorno in cui dovrò decidere se bloccare qualcuno con cui sto discutendo, avrò addosso gli stessi due ruoli — parte in causa e giudice — e nessuno che mi guardi le mani.

Non so cosa faccia pensare che sia stato sociale.network a chiudere la discussione. Forse il fatto che abbia più utenti, più sicofanti, più gente attorno, eccetera eccetera, fa automaticamente immaginare che il potere di chiudere una discussione stia da quella parte.

Ma non è successo questo.

Quando ho realizzato che si trattava semplicemente di un altro Roberto «ma io ho solo scritto un libro» Vannacci, sono stato io a chiudere la discussione e a bloccarlo.

E quindi torniamo proprio al punto che il post sta facendo: dipenderebbe da quanti utenti hai.

Ma questo è precisamente il paradigma dei social tradizionali. I social tradizionali contano i follower, trasformano quel numero in una misura della popolarità e, da quella popolarità, ricavano infine quanto valore commerciale puoi produrre e quanto puoi monetizzare attraverso la pubblicità. Cinquemila follower contano più di cinquanta perché, dentro quel modello, cinquemila paia di occhi valgono economicamente più di cinquanta.

Come ho già scritto altre volte, considero questo concetto tossico. E se davvero vogliamo che il Fediverso sia migliore dei social tradizionali, semmai suggerirei di andare nella direzione opposta: nascondere followers e following di default, invece di continuare a trattarli come una specie di capitale sociale esposto pubblicamente.

Ma torniamo alla vicenda concreta.

Questo tizio non mi seguiva prima, quando ero su bbs.keinpfusch.net, e non mi segue adesso. Io non seguivo lui. Dopo il blocco, dal mio punto di vista, non è cambiato sostanzialmente niente: una persona che non seguivo e che non mi seguiva ha smesso di comparire davanti a me.

Fine.

Mi accorgo che questa è già la seconda o la terza volta che scrivo «per me» oppure «dal mio punto di vista».

Ma d’altro canto la domanda diventa inevitabile: posso dire che la mia posizione conta anche se non ho cinquemila utenti sulla mia istanza?

Oppure, per avere diritto a considerare una lite semplicemente una faccenda tra me e un altro individuo, devo prima procurarmi cinquemila utenti?

Uriel Fanelli