Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Una mattina mi son svegliato...

...ed ero un Patriarca Mediterraneo.

E così mi sono paracadutato dal letto con slancio eroico, conquistando con fulminea decisione il tappetino ai piedi del talamo. Sul lato destro, naturalmente, dove dorme — notoriamente — il maschio alfa della casa. Con, e senza filtro.

Tappetino che, naturalmente, era minato.

Perché il Patriarca Mediterraneo non poggia semplicemente i piedi per terra: prende possesso del territorio. E se il territorio oppone resistenza, tanto peggio per lui.

Tappetino minato, forgia di eroi.

Uscito dal bagno, dove avevo provveduto personalmente e senza assistenza sanitaria alla cura istantanea delle ferite, nonché all’estrazione delle schegge vili e comuniste conficcatesi nelle mie carni durante la presa del tappetino, mi sono recato a prendere le forze necessarie per affrontare la mia giornata eroica.

Non senza, naturalmente, avere prima assicurato adeguata protezione a mia moglie durante le delicate operazioni della colazione. Caffè nero. Bitume catramato. Senza zucchero, beninteso: che al Patriarca Mediterraneo lo zucchero, sostanza chiaramente pederastica e responsabile dell’infiacchimento dei popoli, fa ribrezzo.

Ad accompagnarlo, gallette della Regia Marina Militare: alimentazione semplice, asciutta, virile e soprattutto sufficientemente dura da poter essere impiegata, all’occorrenza, come munizionamento anticarro.

Perché il Patriarca Mediterraneo non fa colazione: effettua il rifornimento. E, come insegna il Ben Shapiro: Se non salpi, non godi.


E ora era venuto il momento della Missione del Giorno: il lavoro.

Perché la spada difende l’aratro, ma l’aratro suda il contadino. E il Patriarca Mediterraneo, che non teme né l’una né l’altro, affronta entrambe le cose con identico cipiglio imperiale.

Ho pazientato quaranta minuti.

Quaranta.

Ora basta!

E finalmente è giunto il mio Autotrasporto, poderoso mezzo semovente destinato al trasferimento dell’uomo produttivo verso il fronte del lavoro.

Sono salito senza esitazione, come si sale su un mezzo corazzato diretto alla Linea del Dovere.

Non appena salito, mi è stata affidata una donna da proteggere.

Un altro Patriarca Mediterraneo doveva scendere, e chiaramente qualcuno doveva pur assumersi la responsabilità della malcapitata. Vi sono momenti, nella vita di un uomo, nei quali la Storia chiama senza preavviso, magari alla fermata successiva.

Mentre la proteggevo con discreta ma inflessibile vigilanza patriarcale, ho aperto il giornale e ho letto che Donaldo Trumpio aveva deciso di ribattezzare il Canada «the Pain in the Ass of America».

Questo è quello che fanno gli uomini, ho pensato.

Prendono decisioni.

Assegnano nomi.

Tracciano confini.

Ribattezzano cose che esistevano già benissimo prima del loro intervento, affinché il mondo sappia che sono passati di lì.

Anzi, appena torno a casa battezzo lo sgabuzzino: Africa Citeriore Domestica.


Arrivo dunque correndo nella Eroica Forgia del Potere Maschile Produttivo, il luogo dove il maschio ingravida la produzione, feconda gli indici trimestrali e punisce la femmina, secondo le immutabili leggi della produttività mediterranea.

Qui non si lavora: si produce destino. A lavorare sono capaci anche i piccoli borghesi.

Qui l’uomo non timbra il cartellino: prende servizio presso la Storia.


Arrivo dunque alla mia scrivania e scopro che si è presentato un problema in produzione.

Allarmi! Allarmi! Siamo maschi mediterranei!

Due sistemi risultano, apparentemente, giù.

Come si permettono? Un sistema maschio non va "giù": laddove si trova, rimane.

Prendo la situazione a due mani, mi avvento sulla tastiera e batto i tasti col fragore di legioni romane in marcia — la mia tastiera virilissima, fortunatamente, asseconda il momento storico — quindi emetto l’ordine:

o quei sistemi cessano immediatamente di essere giù, oppure subiranno sanzioni pesantissime. Dazi. Forse un blocco navale.

Non è una minaccia.

È politica industriale.

Non cambia niente.

Abbiamo atteso cinque minuti.

Cinque.

Ora basta!

La pazienza è una virtù, ma non bisogna abusarne, specialmente quando a esercitarla è un Patriarca Mediterraneo davanti a due sistemi che, con evidente arroganza omosessuale, persistono nel rimanere giù. Sistemi passivi. Indegni di una nazione virile.

È chiaramente una provocazione.

Richiamo dunque i responsabili.

Domando spiegazioni.

Le spiegazioni non mi soddisfano.

Ne domando di più maschie.

Poi passo alla diplomazia.

Concedo ai sistemi un ultimatum di trenta secondi per rientrare spontaneamente nei ranghi della Falange dei Sistemi Produttivi.

Trenta secondi.

Scaduti i quali annuncio sanzioni, dazi, embargo tecnologico e il possibile riconoscimento diplomatico del sistema di backup quale unico governo legittimo dell’infrastruttura. E voglio che sia installata una Groenlandia.

Passano trenta secondi.

Niente.

Benissimo.

Se l’hanno voluta loro. Vendicare Adua, e riavviare il sistema. Di corsa!

Questa volta il comunismo perde, e l'allarme cessa. Vincere, vincere, e vinceremo!


Esco dall’ufficio e una segretaria si pone immediatamente sotto la mia protezione.

Bene!

Non temo nulla!

Macchinetta del caffè, aspetta e spera.

Entro dunque nella stanza consacrata al diletto mediterraneo e accendo un caffè all’Iprite, mentre il liquido caffeinoso, nero, maschio e protettivo, cola nella tazza, che essendo femmina ne gioisce secondo natura.

Ma è proprio allora che osservo il crimine.

Sabotaggio!

Comunismo!

Abbiamo finito il bitume.

Il nero bitume.

La sostanza virile che tiene insieme il caffè, l’Impero e il volto stesso del Patriarca Mediterraneo.

Si tratta chiaramente di un complotto omosessuale, probabilmente sostenuto dall’estero, e come tale richiede una risposta adeguata, ferma e sproporzionata.

Dispongo pertanto il blocco navale della macchina del caffè.

Nessuna capsula entra.

Nessuna capsula esce.

Nessuna trattativa avrà luogo sino al completo ripristino delle scorte strategiche di bitume catramato.

La macchina del caffè è circondata.

Ora può scegliere.

La pace.

Oppure le conseguenze.


Dopo il breve rifornimento di energie virili, torno in ufficio.

Orrore.

La posta marconiana ha invaso il tavolo del mio computatore.

Questo è troppo.

Otto milioni di tasti di cancellazione non consentiranno alle missive albioniche di superare la linea del bagnasciuga. Verranno respinte una per una, ricacciate oltre Manica insieme al pessimo prosciutto anglosassone, decadente, plutocratico e privo di qualsiasi disciplina imperiale.

La casella di posta sarà bonificata.

Il cestino sarà riempito.

La memoria liberata.

Altro che Amba Aradam: lo spammo ha le ore contate.

Qui si fa la Storia.


L’erculea prova del lunedì è appena terminata, quando giunge finalmente il momento di rifocillarsi.

Il menù di oggi parla chiaro:

bistecca di manzo spessa sei centimetri, grappa e sigaro.

La dieta dei veri uomini.

Uomini alfa.

Uomini alfa col filtro.

Uomini alfa senza filtro.

Uomini alfa senza compromessi.

Il colesterolo?

Propaganda bolscevica.

Una menzogna messa in circolazione da dietologi sovversivi per fiaccare il vigore della stirpe e allontanare l’uomo mediterraneo dalla bistecca.

Perché il Patriarca Mediterraneo non pranza.

Si riarma.


Torno alla scrivania.

Pochi allarmi osano ancora mostrarsi, codardi e omosessuali, sulla mia macchina computatrice.

Niente che la mia Beretta non possa risolvere.

Apro la camicia quanto basta per mostrare al displaio il pelo del petto, ammonimento naturale e mediterraneo contro ogni ulteriore esitazione elettronica, e mi metto al lavoro.

Appena dieci caricatori dopo, tutti i problemi in produzione risultano risolti.

I proiettili italiani, si sa, sono i migliori.

Terminata così la mia giornata di laboriosa guerra alla pigrizia, attraverso il corridoio con passo marziale, petto in fuori e sguardo rivolto all’orizzonte produttivo.

Ne approfitto naturalmente per proteggere un pochino la ricezionista.

Mammifera e lavoratrice.

Ella se ne rallegra.


Inizio la mia incursione all’aria aperta, dove osservo, in lontananza, la motosilurante delle sedici e zero e cinque.

È la mia.

Proteggendo ancora la ricezionista ricettiva, prendo sotto la mia ala altre due donne, che ovviamente ne abbisognano. Una di loro, orrore, mi chiede se voglio la sua bevanda pederastica anglosassone.

"Mostro", dice l'ignobile cilindro.

Rifiuto con disdegno evoliano:

NESSVN GVERRIERO SE NE NVTRE.

La mia marcia verso la fermata Picco dell’Avvoltoio continua.

Alla prima fermata, Valle delle Ombre Pendolari, scende una parte della moltitudine. Io rimango.

Il Patriarca Mediterraneo non scende dove scendono tutti.

Rimane sul mezzo, immobile, verticale, consapevole che il movimento esteriore non conta nulla quando lo Spirito ha già scelto la propria direzione. Intorno a me uomini curvi sui telefoni consumano l’ultima scintilla della loro trascendenza in applicazioni bancarie e video di gatti.

Io guardo oltre.

Alla seconda fermata, Crocevia del Sole Invitto, sale una scolaresca.

Rumore.

Confusione.

Materia.

Io non mi scompongo.

Il vero uomo non combatte il caos: lo contempla dall’alto, come l’aquila contempla la valle e il capufficio contempla il foglio Eccelso dell’impiegato inferiore.

Una donna incinta entra nella motosilurante.

Le cedo il posto.

Non per gentilezza.

Per gerarchia cosmica.

Il Guerriero sta in piedi.

Alla terza fermata, Porta del Tramonto, il sole cala dietro i tetti e per un istante tutto appare chiaro.

Le case.

Le automobili.

I cassonetti.

Il kebabbaro.

Ogni cosa occupa il proprio posto nella Grande Catena dell’Essere Mediterraneo.

Persino il semaforo rosso, che l’uomo moderno considera un ostacolo, appare finalmente per ciò che è: una prova iniziatica destinata a separare colui che attende da colui che attraversa.

Io attendo.

Ma con fierezza.

Poi la motosilurante riparte.

Finalmente compare la mia fermata.

Scendo.

Sono quasi a casa.

Davanti a me restano soltanto trecento metri, un attraversamento pedonale e il portone del condominio.

Trecento metri fra l’Uomo e il Focolare.

Fra la Battaglia e il Riposo.

Fra il Giorno e la sua definitiva trasfigurazione.

Stringo la borsa.

Raddrizzo le spalle.

E avanzo.


ASCENSORE!

Gabbia d’acciaio verticale, pistone civile, proiettile domestico lanciato contro i piani!

Entro.

PORTA! SCATTO! CONTATTO!

Il bottone rosso — piccolo sole elettrico — riceve il mio ordine.

SU!

Il motore ringhia nelle viscere del palazzo. Cavi tesi! Pulegge! Denti metallici! Il pavimento fugge sotto i piedi mentre la città precipita verso il basso.

Primo piano: vile orizzontalità.

Secondo piano: accelerazione e opportunismo.

Terzo piano: TRIONFO DELLA VERTICALE!

L’ascensore non sale: assalta il soffitto.

Non trasporta uomini: li spara verso il cielo.

DIN! FRENO! LUCE!

Le porte si spalancano.

Ho conquistato il quarto piano.


Come un siluro condominiale, mi lancio infine sull’angelo del focolare, che mi attende sull’uscio ancora nostalgica della mia protezione.

La proteggo.

Naturalmente.

Ma la fecondo anche, ché il Patriarca Mediterraneo non separa mai troppo nettamente la sicurezza domestica dalla continuità della stirpe.

Entro in casa.

Sento odore d’Africa.

Ma si sa: quando il colonialismo viene praticato con serietà, qualcosa rimane sempre nell’aria.

È il destino della Patria dei Cesari.


Aspetto dunque che i nostri sedici figli prendano posto al desco, contemplandoli con lo sguardo ducesco del padre severo, ma giusto.

Sedici.

La mia energia paterna è tale che non bado nemmeno al fatto che metà di loro abbia la camicia nera e l’altra metà, per ragioni che la geopolitica familiare non ritiene necessario approfondire, abbia anche la faccia nera.

Il Patriarca Mediterraneo non si perde nei dettagli.

Conta la stirpe.

Conta il numero.

Conta soprattutto che nessuno lasci gli spinaci nel piatto.

Li osservo uno per uno mentre prendono posto sotto la mia autorità naturale.

Tutto orbace e rosolio.

Un piccolo Impero domestico nel quale le contraddizioni sono state abolite per decreto e la demografia procede a pieno regime.

Sedici figli.

Finalmente una politica per la natalità che funziona.


Prima del meritato riposo, si guarda il cinegiornale.

LUCE!

SCHERMO!

ROMBO!

Le invasioni degli stranieri d’oltremare continuano.

Essi avanzano con le loro spezie, le loro salse, le loro bevande equivoche e le loro abitudini orizzontali.

La civiltà vacilla.

La stirpe trema.

Il Patriarca stringe i pugni.

Chi ci salverà?

Chi ristabilirà la naturale gerarchia delle cose?

Chi ricondurrà il maschio mediterraneo alla sua antica missione storica di proteggere donne, rinominare territori e mangiare soltanto alimenti ideologicamente corretti?

Eccolo.

È lui.

POPEYE.

Il mento è ducesco.

Le braccia, guerriere.

Gli spinaci, autarchici.

Finalmente un alimento nazionale, verticale, virile, senza contaminazioni cosmopolite e soprattutto in scatola, perché anche l’Autarchia deve essere pratica.

Popeye non è semplicemente un marinaio.

È un Principio.

È la Forma che trionfa sulla Materia.

È la Tradizione che prende a pugni la Modernità finché questa non chiede scusa.

Ogni scatola di spinaci è un piccolo sacramento produttivo.

Ogni avambraccio, una colonna dorica.

Ogni cazzotto, un referendum già scrutinato.

Egli condurrà la stirpe sul Picco dell’Avvoltoio, là dove il maschio autentico contempla dall’alto le masse inferiori e decide, con sovrana serenità, quali cibi siano degenerati e quali invece esprimano il destino della civiltà.

La Patria è salva.

Il Chebabbo sarà sconfitto.

Le salse disperse.

Le cipolle dichiarate sovversive.

Lo spiedo confiscato per ragioni di sicurezza nazionale.

E i dietologi?

Traditori della carne.

I nutrizionisti?

Agenti della decadenza.

Le calorie?

Una costruzione materialista.

Il Patriarca non conta calorie.

Conta generazioni.

Conta territori.

Conta quante volte può dire “stirpe” prima che qualcuno cambi canale.

NESSVN GVERRIERO SE NE NVTRE.


È tempo, infine, di congedare i miei piccoli guerrieri e avviarli alle loro camerette, affinché raccolgano nel sonno le energie necessarie alle future battaglie della stirpe.

Uno dopo l’altro scompaiono lungo il corridoio.

Il focolare tace.

La Patria domestica è finalmente pacificata.

Rimane soltanto una breve pausa dedicata al dovere coniugale, ultimo servizio della giornata alla demografia nazionale, e poi anche il Patriarca può finalmente deporre le armi.

Da qualche parte, nella notte, una tromba casermesca suona il riposo.

Mi stendo.

La coperta corazzata cala lentamente sopra di me.

Pesante.

Protettiva.

Invulnerabile.

Meritato riposo.

Perché diciamolo.

Essere un Patriarca Mediterraneo è faticoso.

Ridicolo.

Ma anche faticoso.

In breve: eroico.

Uriel Fanelli