Das Böse Büro

Le etichette sono il contrario del pensiero.

Il disastro.

Vedo, come prevedibile, che la "stampa" italiana si diverte a leggere il risultato delle ultime elezioni tedesche quasi esclusivamente come un risultato favorevolissimo ad AfD, quando secondo me bisognerebbe parlare almeno di due cose diverse: di un disastro personale di Merz e, soprattutto, di un problema Linke.

Partiamo dai numeri, ma soprattutto dalla demografia, perché stiamo parlando di due Germanie quasi opposte.

Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore — Mecklenburg-Vorpommern, che già nel nome costringe noi italiani a qualche acrobazia toponomastica — è uno dei Länder meno densamente popolati della Germania e uno di quelli che hanno sofferto maggiormente lo spopolamento seguito alla riunificazione. È una regione grande, rarefatta, relativamente anziana, dalla quale per decenni sono usciti soprattutto giovani e persone in età lavorativa.

Il problema demografico dell'Est tedesco credo di averlo già descritto qui, e quindi non mi ripeterò troppo. Il punto è che quando AfD ottiene percentuali enormi nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, sta ottenendo quelle percentuali dentro una popolazione che non assomiglia affatto alla popolazione tedesca media.

E soprattutto non assomiglia a Berlino.

Berlino è quasi il contrario demografico del Meclemburgo-Pomerania Anteriore: una metropoli da quasi quattro milioni di abitanti, molto più giovane, che continua ad attirare studenti, lavoratori, immigrati tedeschi e stranieri. Circa un berlinese su tre ha meno di trent'anni e soltanto uno su cinque ha superato i sessantacinque.

Quando quindi nella stessa giornata elettorale AfD cresce fortemente nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Die Linke diventa il primo partito a Berlino, non stiamo osservando semplicemente due variazioni percentuali sulla stessa popolazione.

Stiamo osservando due demografie opposte che si stanno muovendo politicamente in direzioni diverse.

Ed è per questo che, secondo me, il risultato veramente interessante non è quello di AfD.

Indicatore Berlino Meclemburgo-Pomerania Anteriore Germania
Popolazione ~3,7 milioni ~1,6 milioni ~83,5 milioni
Densità ~4.150 ab./km² ~68 ab./km² ~234 ab./km²
Età media ~43 anni ~48 anni ~45 anni
Popolazione con 65 anni o più ~19% ~28% ~23%
Popolazione giovane sopra la media nazionale sotto la media nazionale media nazionale
Profilo demografico metropoli giovane e densissima Land anziano, rurale e rarefatto situazione intermedia

Il problema è il risultato di Berlino.


E qui arriva il punto che nei titoli tende a sparire: in termini di numero assoluto di elettori, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore pesa pochissimo sulla Germania nel suo insieme.

Alle elezioni del Land del 20 settembre 2026 gli aventi diritto erano 1.311.294, contro i 60.510.631 aventi diritto alle ultime elezioni federali. In altre parole, l'intero elettorato del Meclemburgo-Pomerania Anteriore vale poco più del 2% dell'elettorato tedesco complessivo.

AfD ha preso 388.026 secondi voti, cioè il 38,22% dei voti validi del Land. È un risultato enorme dentro il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, e non ha senso fingere il contrario.

Ma 388.000 voti corrispondono a circa lo 0,64% di tutti gli aventi diritto al voto in Germania.

Quindi il dato è politicamente interessante, ma demograficamente molto meno rappresentativo di quanto lasci intendere il racconto mediatico. Dice moltissimo su una regione anziana, rarefatta e profondamente segnata dallo spopolamento dell'Est. Dice molto meno, da solo, sulla Germania nel suo complesso.

Ed è precisamente per questo che il risultato di Berlino merita almeno la stessa attenzione: perché lì stiamo osservando una popolazione quasi opposta per struttura demografica, densità e composizione sociale.

Se volete capire dove sta andando la Germania, insomma, non basta guardare dove cresce AfD.

Bisogna guardare anche dove cresce Die Linke.


Il problema della crescita esplosiva della Linke a Berlino non è legato soltanto al fatto che, liberandosi di Sahra Wagenknecht, sia finalmente possibile parlare con loro senza scoppiare a ridere. Il problema è il programma che hanno.

Il loro punto forte, a Berlino, è quello di essersi messi a parlare di un problema specificamente berlinese: la crescita a dismisura del prezzo della casa e degli affitti, e la progressiva gentrificazione della città, che sta rendendo Berlino sempre meno vivibile soprattutto per i giovani e per chi non dispone di redditi particolarmente elevati.

E questo chiarisce già un punto importante: AfD, a Berlino, non parla soltanto ai ricchi, anzi. Una parte importante del terreno politico sul quale si combatte è costituita proprio da persone che sentono di stare perdendo potere d'acquisto, sicurezza economica e possibilità concreta di continuare a vivere nella propria città.

La Linke ha scelto di affrontare esattamente quello stesso disagio, ma da una direzione completamente diversa.

E qui arriva il secondo punto: la soluzione proposta non è socialista nel senso ormai annacquato e socialdemocratico del termine. È socialista nel senso di socialista.

Prendere i grandi patrimoni immobiliari del Big Real Estate berlinese e socializzarli.

Non sto usando il termine in senso retorico. È proprio il termine costituzionale tedesco: Vergesellschaftung. La Linke berlinese sostiene apertamente la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari, riprendendo il progetto di Deutsche Wohnen & Co enteignen, sul quale nel 2021 si era già espresso favorevolmente un referendum cittadino.

È legalmente fattibile?

In linea di principio, sì.

Ed è qui che per chi conosce soltanto superficialmente l'ordinamento tedesco arriva la sorpresa: il Grundgesetz, la Costituzione federale tedesca, contempla esplicitamente questa possibilità.

L'articolo 15 stabilisce che terreni, risorse naturali e mezzi di produzione possano essere trasferiti, per legge, in proprietà collettiva o in altre forme di economia collettiva, purché la legge stabilisca anche natura ed entità dell'indennizzo.

Quindi non stiamo parlando semplicemente dell'esproprio classico previsto dall'articolo 14, nel quale lo Stato prende un bene specifico per realizzare un'opera o perseguire un determinato interesse pubblico. Qui il concetto è diverso: socializzare una categoria di proprietà privata, trasferendola stabilmente in una forma di proprietà comune.

Ed è precisamente il caso sul quale Berlino discute da anni.

Dopo il referendum del 2021, il Senato berlinese ha persino nominato una commissione di tredici esperti per capire se la socializzazione dei grandi patrimoni immobiliari fosse costituzionalmente praticabile. La conclusione della maggioranza della commissione è stata che, in linea di principio, lo è. Restano naturalmente enormi questioni giuridiche e finanziarie — soprattutto sull'indennizzo, sulla proporzionalità e sui rapporti fra Costituzione federale e Costituzione del Land — ma non si tratta affatto di una fantasia rivoluzionaria incompatibile con l'ordinamento tedesco.

La cosa curiosa è proprio questa.

Quando la Linke berlinese dice «socializziamo i grandi gruppi immobiliari», non sta proponendo di abbattere il Grundgesetz.

Sta proponendo di usarne un articolo che esiste dal 1949.


Per trasferire la cosa in Italia, immaginate che sia alla Regione Lazio sia al Comune di Roma vinca un partito comunista che propone, come prima misura, di prendere una parte consistente del patrimonio immobiliare dei grandi gruppi privati — per esempio le case lasciate sfitte — e trasferirla in una forma di proprietà pubblica o collettiva, per poi affittarla a costo sociale.

E immaginate soprattutto che questa proposta non sia una boutade elettorale, né una fantasia destinata a schiantarsi contro la Corte costituzionale, ma che sia effettivamente prevista dall'ordinamento e legalmente praticabile.

A quel punto, se il vostro partito rappresenta tradizionalmente gli interessi della proprietà immobiliare, degli investitori e di una parte importante del settore edilizio, avete un problema molto serio.

Ed è precisamente questo il genere di problema che ha la CDU a Berlino.

Non serve nemmeno immaginare una misteriosa “lobby” onnipotente: il rapporto fra CDU e settore immobiliare è molto più concreto. La CDU berlinese ha ricevuto in passato grandi donazioni da imprenditori immobiliari — fra cui quella, molto discussa, da 800.000 euro di Christoph Gröner, giudicata poi legalmente ammissibile dal tribunale amministrativo di Berlino — e ancora nella campagna del 2026 la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari è stata uno dei principali punti d'attacco della CDU contro la Linke.

Quindi il problema non è semplicemente che la Linke abbia preso qualche voto in più.

Il problema è che a Berlino è diventato primo partito qualcuno che propone di intervenire direttamente su uno dei patrimoni economicamente e politicamente più importanti della città, usando uno strumento che l'ordinamento tedesco, almeno in linea di principio, gli mette davvero a disposizione.

Se siete la CDU, questo non è un risultato elettorale spiacevole.

È un allarme antincendio.


Come se non bastasse, c'è la demografia.

Ovvero: non è affatto detto che questa sia un'idea destinata a passare presto. A votare Linke con queste proposte sono oggi soprattutto i giovani. Non stiamo parlando quindi della nostalgia di qualche vecchio comunista della DDR, destinata a sparire biologicamente nel giro di due elezioni. Stiamo parlando di una proposta politica che attecchisce precisamente nelle generazioni che continueranno a votare ancora per decenni.

Altro che disastro.

Per capire che genere di problema rappresenti per la CDU, trasferite ancora una volta la situazione in Italia.

Immaginate Roma, dove una quota enorme del patrimonio immobiliare cittadino — secondo alcune stime nell'ordine del 20% — è riconducibile al Vaticano, alla Chiesa e alla galassia di enti collegati.

Ma, in questo esempio, non importa nemmeno troppo chi possieda formalmente cosa. Il punto è molto più semplice: sono immobili. Palazzi, appartamenti, conventi, istituti, edifici. E se il problema politico è trovare spazi abitativi a prezzi accessibili, nell'ottica di un partito comunista che propone la socializzazione del patrimonio immobiliare la domanda diventa semplicemente: questo immobile è utilizzabile? È espropriabile? Può essere convertito in abitazioni?

Un ex convento non smette di essere un edificio perché un tempo ci dormivano dei frati.

Adesso immaginate quindi un partito tradizionalmente filo-papalino che si trovi davanti un partito comunista, fortissimo tra i giovani, con un programma legalmente e costituzionalmente praticabile che propone di socializzare anche una parte di quel patrimonio immobiliare.

Ehm.

A Berlino il problema, naturalmente, non è la Chiesa. Il bersaglio è una parte del grande Big Real Estate, cioè i grandi gruppi che possiedono decine di migliaia di appartamenti. Ma il punto politico non cambia.

Certo, è una proposta comunista. Non c'è particolare ragione di girarci attorno: prendere grandi patrimoni immobiliari privati e trasformarli in proprietà collettiva è precisamente quello che, storicamente e giuridicamente, si chiama socializzazione.

E Berlino, dopotutto, è anche una città per metà ex-DDR.

Questo conta, ma non nel modo semplicistico del tipo «i vecchi dell'Est vogliono indietro Honecker». Berlino dopo l'unificazione è stata completamente rimescolata: è arrivata gente dall'Ovest, dall'estero e dal resto del mondo, mentre centinaia di migliaia di persone si sono spostate dentro e fuori dalla città. Dal punto di vista demografico, oggi Berlino assomiglia addirittura più alla Germania occidentale che agli altri Länder dell'Est.

Quello che rimane dell'esperienza della DDR è piuttosto una cosa culturalmente più interessante: l'idea della proprietà pubblica e collettiva non è, a Berlino Est, un concetto proveniente da qualche remoto manuale di teoria politica. Fa parte della memoria storica della città.

Ed esiste certamente anche l'Ostalgie, quella forma molto tedesca del «quando si stava peggio si stava meglio», o, se preferite:

Früher war alles besser.

Ma sarebbe un errore fermarsi lì, perché il successo attuale della Linke arriva soprattutto dalle generazioni giovani, cioè proprio da persone che la DDR non l'hanno mai vista.

Ed è questo che rende la faccenda molto più interessante.

La socializzazione immobiliare non sta tornando perché i berlinesi ricordano il comunismo.

Sta diventando popolare tra persone che non lo ricordano affatto.


Per Merz e per il suo partito è un disastro, ma per due motivi.

Il primo è il ritorno del socialismo.

Non quello fighetto, cosmetico, identitario o, come diremmo oggi, woke. Intendo socialismo nel significato antico e molto poco ambiguo del termine: proprietà, rendita, case, rapporti economici, redistribuzione, socializzazione dei grandi patrimoni.

Naturalmente non è una tendenza nata ieri in Germania. La Linke esiste da anni, e soprattutto nell'Est dispone di una tradizione politica e di un elettorato consolidato. Ma una simile adesione da parte dei giovani è qualcosa di molto più difficile da liquidare come residuo storico della DDR.

A Berlino, nel 2026, la Linke ha preso il 43% tra gli elettori sotto i 25 anni e il 48% nella fascia fra i 25 e i 34. La CDU, tra gli under 25, si è fermata all'8%.

Questo significa che non stiamo osservando soltanto la sopravvivenza di un vecchio elettorato socialista. Stiamo osservando la formazione di uno nuovo.

Ed è qui che la faccenda diventa veramente sgradevole per Merz.

Perché se questo socialismo dovesse rivelarsi anche un rimedio efficace contro AfD — se cioè una parte degli elettori giovani, impoveriti, esclusi dal mercato immobiliare e sempre più arrabbiati trovasse nella Linke, anziché nell'AfD, una risposta politica concreta ai propri problemi — allora si tratterebbe dell'unico rimedio contro AfD del quale la CDU non potrebbe appropriarsi.

La CDU può irrigidire la politica migratoria. Può parlare di sicurezza. Può parlare di ordine pubblico, di confini, di difesa, di identità nazionale. Può persino inseguire AfD su una parte del suo linguaggio e sperare di recuperarne qualche elettore.

Ma non può rispondere alla crisi abitativa dicendo: bene, allora socializziamo i grandi patrimoni immobiliari.

Perché a quel punto non avrebbe sconfitto la Linke.

Sarebbe diventata la Linke.


Il secondo punto è che questo risultato mostra una cosa abbastanza semplice.

Se porti in piazza un problema che le persone hanno DAVVERO, e non soltanto un problema che vedono su YouTube, come la casa, la Linke può battere AfD.

Sul piano dei problemi materiali delle persone, infatti, AfD non ha una risposta altrettanto credibile.

Farfuglia che, se gli immigrati se ne andassero, libererebbero case. Oppure propone che nell'assegnazione degli alloggi pubblici vengano prima gli Einheimische, i residenti locali, o comunque i tedeschi.

Il problema è che qui arriva una differenza piuttosto importante.

La proposta della Linke di socializzare i grandi patrimoni immobiliari può sembrarvi comunista — perché lo è — ma ha una base costituzionale esplicita: l'articolo 15 del Grundgesetz contempla precisamente la socializzazione di terreni e mezzi di produzione.

La proposta di discriminare nell'accesso agli alloggi pubblici sulla base dell'origine o della nazionalità, invece, si scontra con il principio di uguaglianza dell'articolo 3, con la legislazione antidiscriminatoria e con le regole cui sono sottoposte le società immobiliari pubbliche di Berlino.

Quindi da una parte avete una proposta radicale, comunista, ma giuridicamente praticabile.

Dall'altra avete una proposta che suona bene nei volantini, ma che, quando arriva il momento di trasformarla in una regola amministrativa, entra immediatamente in un campo costituzionalmente minato.

In altre parole: aria fritta.

E c'è anche un'altra ironia. Gli immigrati non hanno scoperto la crisi immobiliare berlinese guardando YouTube: sono stati tra i primi a subirla, perché entrano nel mercato senza proprietà, senza una rete familiare locale e spesso nel segmento più difficile degli affitti.

La Linke invece prende il problema alla radice: scarsità di alloggi accessibili, rendite, concentrazione della proprietà, grandi gruppi immobiliari.

Ma anche qui la CDU ha un problema.

Una proposta simile non potrebbe semplicemente essere copiata e incollata a Amburgo, Colonia, Düsseldorf o Francoforte. Una CDU che proponesse di socializzare i grandi patrimoni immobiliari verrebbe sbranata da una parte del proprio stesso elettorato e degli interessi economici che rappresenta.

Ed è questo il vero incubo per Merz.

Se una politica materiale e fortemente redistributiva sulla casa dimostrasse di poter sottrarre spazio ad AfD, la CDU si troverebbe davanti a una cura che non può somministrare.

Non perché sia illegale.

Ma perché, per CDU/CSU, è politicamente impossibile.


Qual è, a questo punto, la posizione di Merz?

Anche qui i "giornali" italiani tendono a italianizzare la Germania, come se dopo un risultato elettorale disastroso dovesse necessariamente partire il solito teatrino: crisi di governo, dimissioni, consultazioni, elezioni anticipate.

Ma dimenticano due caratteristiche fondamentali del sistema tedesco.

La prima è la sfiducia costruttiva.

In Germania il Bundestag non può semplicemente votare contro il cancelliere e mandarlo a casa. Per sostituirlo deve contemporaneamente eleggerne un altro con la maggioranza assoluta. Il principio è scritto nell'articolo 67 del Grundgesetz proprio per evitare le crisi permanenti della Repubblica di Weimar.

Quindi, anche se Merz perdesse la propria maggioranza politica, non significa affatto che dovrebbe automaticamente lasciare la cancelleria.

Potrebbe tranquillamente rimanere alla guida di un governo di minoranza finché non esistesse una maggioranza alternativa capace di eleggere qualcun altro.

Naturalmente governare sarebbe un'altra faccenda.

Senza una maggioranza stabile dovrebbe cercarsi i voti legge per legge, con il risultato di avere un governo sostanzialmente paralizzato sulle riforme più importanti.

Ed è una situazione che la Germania ha già conosciuto.

Nel settembre 1982 Helmut Schmidt rimase per qualche settimana alla guida di un governo di minoranza dopo l'uscita dei ministri liberali dell'FDP. Poi CDU/CSU e FDP riuscirono a costruire una maggioranza alternativa e fecero esattamente quello per cui esiste la sfiducia costruttiva: non si limitarono a cacciare Schmidt, ma elessero nello stesso momento Helmut Kohl al suo posto.

E se volete un precedente ancora più divertente, dieci anni prima era stata la CDU/CSU a tentare di usare lo stesso meccanismo contro Willy Brandt. Il candidato era Rainer Barzel.

Fallì.

Per due voti.

Seguì una situazione di quasi paralisi parlamentare, finché Brandt non utilizzò la questione di fiducia per aprire la strada alle elezioni anticipate.

Quindi Merz non è affatto obbligato a dimettersi domani mattina.

Il suo problema, almeno per ora, è molto più politico che costituzionale.

E qui arriviamo alle alternative.

Io vedo in pole position Hendrik Wüst.

Non perché esista già una successione organizzata — ufficialmente la dirigenza CDU continua a sostenere Merz — ma perché Wüst è uno dei pochissimi esponenti della CDU che vengono ormai discussi seriamente come possibile successore. Persino Tagesschau parla apertamente delle pressioni interne e delle speculazioni su un suo trasferimento da Düsseldorf a Berlino.

Ma Wüst avrebbe un problema di tempi.

Se volesse davvero puntare alla cancelleria, la soluzione più razionale non sarebbe necessariamente prendere oggi il posto di Merz.

Dovrebbe prima consolidare il controllo politico della CDU, gestire il rapporto con la CSU — e quindi inevitabilmente con Söder — e soprattutto presentarsi come Spitzenkandidat dell'Unione alle prossime elezioni federali.

Nel frattempo potrebbe tranquillamente lasciare che Merz venga lentamente consumato dalle sue stesse riforme.

Ed è qui che la situazione diventa interessante.

Dopo le ultime sconfitte, la politica federale viene ormai apertamente indicata come una delle cause delle difficoltà della CDU nei Länder. Kai Wegner ha attribuito parte del risultato berlinese proprio al vento contrario proveniente da Berlino federale, mentre nelle analisi post-elettorali quasi il 30% dei non-elettori CDU sia a Berlino sia nel Meclemburgo-Pomerania dichiara che potrebbe prendere in considerazione la CDU se Merz non fosse cancelliere.

Non siamo ancora al punto in cui i candidati CDU appendono alla porta il cartello "Friedrich, bitte nicht kommen".

Ma la direzione del vento comincia ad essere abbastanza evidente.

Quello che mi aspetterei, quindi, non è necessariamente un golpe parlamentare immediato.

È molto più probabile una sfida interna al partito: progressivo distanziamento dei candidati regionali, contestazione della linea politica, attribuzione a Merz delle sconfitte locali e costruzione lenta di un'alternativa.

E soltanto dopo, quando Merz fosse sufficientemente bruciato, qualcuno potrebbe presentarsi come il salvatore della patria.

Hendrik Wüst sarebbe un candidato abbastanza ovvio.

Che poi il "salvatore della patria" funzioni davvero è un'altra faccenda.

La SPD potrebbe raccontare qualcosa in proposito dei "salvatori".

Ricordate Martin Schulz?


Quindi sì, Merz è nelle peste. E parecchio.

Del resto, Merz non nasce propriamente come animale politico nel senso classico del termine. È un avvocato d'affari con una lunghissima esperienza nel mondo delle imprese e dei consigli di amministrazione, tornato alla politica dopo anni trascorsi fuori dal Bundestag. Prima di diventare cancelliere è stato, tra le altre cose, partner di Mayer Brown, presidente del consiglio di sorveglianza di WEPA e presidente del comitato di vigilanza di BlackRock Deutschland.

Il problema è che continua spesso a comunicare come un dirigente d'azienda tedesco convinto di trovarsi davanti una forza lavoro da raddrizzare, non come un politico che deve convincere degli elettori.

Da cancelliere ha spiegato che con la work-life balance e la settimana di quattro giorni la Germania non può mantenere il proprio benessere, ha insistito sul fatto che i tedeschi debbano lavorare di più, ha attaccato l'elevato numero di giornate di malattia e ha sostenuto misure più rigide sulle certificazioni. Il problema è che i dati non mostrano affatto quel crollo dell'etica del lavoro che questa retorica suggerisce: tra i lavoratori a tempo pieno l'orario settimanale è rimasto relativamente vicino a quello dei primi anni Novanta, mentre una parte importante della diminuzione dell'orario medio deriva dalla crescita del part-time.

E con i giovani il problema è ancora peggiore.

La sua coalizione viene percepita da molti giovani come particolarmente poco attenta ai loro interessi, proprio mentre questi si chiedono se riusciranno mai a permettersi una casa, mentre Merz continua a spiegare loro che dovranno lavorare di più e ridimensionare le pretese sulla work-life balance.

Il risultato è una combinazione politicamente quasi perfetta: scarsissima simpatia personale, un linguaggio che molto spesso suona come un rimprovero rivolto ai propri elettori e riforme presentate come sacrifici che gli elettori stessi dovrebbero accettare perché, in sostanza, non starebbero facendo abbastanza.

Nel luglio 2026 soltanto il 13% dei tedeschi si dichiarava soddisfatto del lavoro del cancelliere: il risultato peggiore registrato per un cancelliere nei trent'anni dell'ARD-DeutschlandTrend.

Per un candidato italiano ad assessore comunale, certe uscite sarebbero già sufficienti a far strabuzzare gli occhi al responsabile della campagna elettorale.

Per il cancelliere federale tedesco, evidentemente, sono diventate una linea politica.

È un disastro, quindi, ma non necessariamente il disastro che pensate.

Provate invece a immaginare cosa succederebbe se Berlino socializzasse DAVVERO una parte dei grandi patrimoni immobiliari.

Non è difficile immaginare altre città tedesche giovani, universitarie, con affitti fuori controllo e una generazione che vede allontanarsi sempre di più la possibilità di permettersi una casa, nelle quali qualcuno potrebbe osservare Berlino e pensare:

"Ah. Quindi si può fare."

Amburgo. Colonia. Francoforte. Düsseldorf. Monaco. Città diverse, mercati immobiliari diversi, naturalmente, ma con lo stesso ingrediente politicamente esplosivo: molti giovani, molti affittuari e prezzi delle abitazioni che costituiscono ormai un problema materiale quotidiano.

Ed è questo il genere di contagio politico che dovrebbe preoccupare Merz molto più di qualche punto percentuale di AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore.

Perché AfD la CDU può almeno tentare di inseguirla su immigrazione, sicurezza, ordine pubblico e identità.

Una Linke che dimostrasse che si possono vincere elezioni proponendo di socializzare le case, invece, la CDU non potrebbe inseguirla senza smettere di essere la CDU.

Oh, povero Merz.

Come mi dispiace.

Mi sciolgo in lacrime.

Forse dovresti lavorare di più per arrivare al successo?

Uriel Fanelli