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La casetta in Canada.

Sta facendo parecchio scalpore, soprattutto fuori dall’Italia, l’annuncio di Ursula von der Leyen secondo cui il Canada potrebbe diventare il primo «membro associato» dell’Unione Europea. Nei titoli è già diventato una specie di quasi-membership, anche se conviene chiarire subito una cosa: oggi uno status giuridico chiamato «membro associato dell’UE» semplicemente non esiste. La Commissione sta proponendo di inventarlo, e solo successivamente si dovrebbe capire quali diritti, obblighi e forme di partecipazione comporterebbe davvero. Vedo però nascere attorno alla questione una quantità notevole di discussioni che, almeno per ora, mi sembrano abbastanza inutili, per diversi motivi.




La prima cosa evidente è che un rapporto più stretto con l’Europa conviene al Canada. Mark Carney è uscito dalle elezioni federali del 2025 con un mandato politico nel quale il rapporto con gli Stati Uniti aveva avuto un peso enorme. La campagna elettorale era stata dominata dai dazi americani, dalle minacce di Trump e dalle sue continue provocazioni sul Canada come possibile «51º Stato». I Liberali riuscirono a recuperare uno svantaggio enorme nei sondaggi e finirono per vincere 169 seggi, anche se senza conquistare la maggioranza assoluta. Questo significa che, dal punto di vista di Carney, mostrare di saper rispondere a Washington senza semplicemente piegarsi alla pressione americana è politicamente redditizio. Non necessariamente perché i canadesi vogliano rompere con gli Stati Uniti — cosa economicamente e geograficamente poco realistica — ma perché una parte importante dell’elettorato gli ha affidato precisamente il compito di ridurre la vulnerabilità del paese nei confronti del vicino meridionale. E da questo punto di vista allacciare rapporti più stretti con l’Europa è quasi ovvio. Se il problema canadese è l’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti, aumentare il numero dei partner commerciali, industriali, tecnologici e militari significa semplicemente aumentare la propria resilienza. Ed è precisamente questa la linea che Carney sta seguendo: più commercio non americano, più cooperazione con l’Europa, più accordi su difesa, energia, materie prime critiche e tecnologia.


Rimane da capire cosa dovrebbe essere, in concreto, questo «membro associato dell’Unione Europea». Non è un dettaglio, perché uno status del genere era già stato proposto da Friedrich Merz per l’Ucraina come tappa intermedia verso la piena adesione. Merz aveva spiegato che, a suo giudizio, una formula del genere avrebbe potuto essere costruita senza modificare i Trattati: partecipazione ad alcune sedi europee, ma senza diritto di voto, accesso progressivo a programmi e strutture dell’Unione e, soprattutto, una qualche forma di integrazione politica e di sicurezza. Kyiv aveva reagito piuttosto freddamente, temendo che la formula del «membro associato» potesse diventare un parcheggio permanente invece che una tappa verso l’adesione piena. Ed è precisamente per questo che la questione canadese è interessante. Se l’Unione costruisse davvero uno status concreto chiamato «membro associato», diventerebbe molto difficile sostenere che quella categoria possa esistere per il Canada ma non per l’Ucraina, alla quale era già stata proposta. Naturalmente i due casi sono diversissimi: il Canada non chiede di entrare nell’UE, mentre l’Ucraina è formalmente un paese candidato. Ma una volta creata una categoria giuridica e politica nuova, comincerebbe inevitabilmente la discussione su chi possa entrarci e a quali condizioni.


E qui bisogna stare molto attenti soprattutto alla parte militare. Nel progetto discusso attorno all’Ucraina era stata evocata anche una forma di assistenza reciproca in caso di aggressione, cioè qualcosa che si avvicinerebbe, almeno politicamente, alla protezione prevista dall’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea. Questo non significa automaticamente «entrare in guerra», perché anche le clausole europee di assistenza lasciano spazio alle modalità concrete con cui ciascuno Stato presta aiuto. Ma significa comunque creare obblighi politici e strategici molto più seri di un semplice accordo commerciale o industriale. Perciò, prima di entusiasmarsi o scandalizzarsi per il nome, bisogna capire cosa ci vogliono mettere dentro.


Le speculazioni, al momento, sono parecchie. Vediamole.


La versione minima sarebbe poco più di una super-associazione: CETA potenziato, maggiore accesso reciproco ai mercati, riconoscimento di standard, partecipazione a programmi europei di ricerca e industria, accordi su energia, materie prime critiche, spazio, intelligenza artificiale e produzione tecnologica. È già molto vicino a quello che von der Leyen ha indicato parlando di uno «spazio comune di prosperità ed economia» tra Canada ed Europa.


Una versione più ambiziosa potrebbe avvicinare il Canada ad alcuni meccanismi del Mercato Unico. A quel punto però emergerebbe immediatamente il problema classico dei paesi che partecipano al mercato europeo senza essere membri dell’Unione: per avere accesso bisogna accettare una parte delle regole europee, ma senza partecipare pienamente alla loro formazione. Norvegia, Islanda e Liechtenstein conoscono bene questo problema. Il Canada dovrebbe quindi decidere fino a che punto è disposto ad allineare norme, standard e regolamenti europei, considerando che per decenni la sua economia è stata costruita soprattutto attorno all’integrazione con gli Stati Uniti.


Poi ci sarebbe la parte industriale e militare. Europa e Canada stanno già parlando di una maggiore integrazione delle rispettive industrie della difesa, e questo potrebbe significare accesso reciproco agli appalti, programmi comuni, standard interoperabili, produzione congiunta di armamenti e forse partecipazione canadese a strumenti europei di procurement e finanziamento. Sarebbe una trasformazione notevole, ma ancora perfettamente compatibile con un Canada che rimane fuori dall’Unione.


Infine c’è la versione politicamente più interessante: uno status con presenza istituzionale. Merz, parlando dell’Ucraina, aveva ipotizzato una partecipazione alle strutture decisionali europee senza diritto di voto. Applicato al Canada, potrebbe voler dire osservatori, consultazioni regolari, partecipazione a determinate riunioni del Consiglio o a organismi settoriali, cioè essere dentro una parte della macchina europea senza diventare uno dei ventisette. Ed è probabilmente qui che cominciano i problemi veri, perché a quel punto non stiamo più parlando semplicemente di un accordo commerciale rafforzato. Stiamo inventando un nuovo anello concentrico dell’Unione Europea: dentro più di un partner esterno, fuori meno di uno Stato membro. Ed è precisamente questo che rende la faccenda interessante.


Il convitato di pietra di tutta questa discussione, però, è chiaramente il Regno Unito. Quando faceva parte dell’Unione Europea, Londra aveva accumulato una quantità di eccezioni al diritto e alle politiche comuni tale da occupare una posizione piuttosto particolare. Non partecipava all’euro, non faceva parte di Schengen e godeva di numerosi opt-out nel campo della giustizia e degli affari interni. Naturalmente rimaneva, giuridicamente, un membro pieno dell’Unione, con commissario, europarlamentari, diritto di voto nel Consiglio e tutto il resto. Ma politicamente aveva già costruito qualcosa che assomigliava a una membership à la carte: dentro moltissime strutture europee, fuori da altre che considerava incompatibili con i propri interessi nazionali. Ed è difficile non pensare al Regno Unito quando si comincia a parlare di inventare uno status intermedio fra «Stato membro» e «paese terzo». Nel frattempo a Londra hanno avuto diversi anni per misurare concretamente cosa significhi stare fuori. Il governo britannico non sta ufficialmente chiedendo di rientrare nell’Unione, né nel Mercato Unico né nell’unione doganale, ma sta cercando con crescente insistenza di ricostruire pezzo per pezzo molti dei rapporti che Brexit aveva reciso: cooperazione industriale, difesa, ricerca, mobilità universitaria, commercio e accesso ai programmi europei. Dal 2027, per esempio, il Regno Unito tornerà in Erasmus, mentre Londra sta già negoziando per evitare di essere esclusa dalle nuove politiche industriali europee e per ottenere un'integrazione maggiore nei programmi comuni.


Il problema è che tornare semplicemente indietro non sarebbe affatto semplice.


Un nuovo ingresso britannico nell’Unione passerebbe nuovamente attraverso l’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea. Questo significa consenso unanime degli Stati membri nel Consiglio, consenso del Parlamento europeo e, soprattutto, un nuovo trattato di adesione da ratificare secondo le procedure costituzionali di tutti gli Stati coinvolti. Non basta quindi che a Londra cambi idea un governo: bisogna convincere ventisette governi, e successivamente attraversare ventisette sistemi politici nazionali.


E soprattutto non esiste alcuna garanzia che un Regno Unito rientrante possa recuperare automaticamente tutte le eccezioni di cui disponeva prima di Brexit. Quelle erano il prodotto di decenni di negoziati condotti da uno Stato già membro. Londra potrebbe quindi trovarsi nella situazione paradossale di volere una maggiore integrazione con l’Europa, ma di non voler pagare il prezzo politico di una nuova membership completa alle condizioni contemporanee.


Ed è qui che l’ipotetico «membro associato» comincia a diventare molto interessante.


Se quello status consentisse una forte partecipazione al Mercato Unico, ai programmi europei, alla ricerca, alla cooperazione industriale e alla difesa, ma senza voto nelle istituzioni politiche e senza tutti gli obblighi della membership completa, sarebbe quasi costruito su misura per risolvere il problema britannico. Il governo di Londra potrebbe presentarlo agli elettori pro-Brexit dicendo: «non siamo rientrati nell’Unione Europea». E avrebbe formalmente ragione. Gli europeisti britannici potrebbero rispondere: «siamo tornati dentro quasi tutto quello che ci interessava». E avrebbero ragione anche loro. Bruxelles, dal canto suo, eviterebbe di riaprire immediatamente il gigantesco negoziato politico necessario per una nuova adesione britannica, con relativi veti, ratifiche e discussioni sugli opt-out.


In altre parole, Canada e Ucraina potrebbero essere i paesi che costringono l’Unione Europea a inventare finalmente quella zona intermedia fra membership completa e semplice associazione che manca da sempre alla sua architettura istituzionale. Ma una volta costruita quella porta, sarebbe piuttosto difficile non accorgersi dell'enorme paese europeo che sta proprio dall'altra parte della Manica.


Non si tratta quindi semplicemente di un gioco diplomatico fra Unione Europea e Canada. Il problema è che una proposta del genere, nel momento in cui smette di essere uno slogan pronunciato a Strasburgo e comincia a trasformarsi in diritto, si allarga come un incendio. Finché «membro associato» significa soltanto una formula politica abbastanza vaga, si può ancora sostenere che riguardi esclusivamente il rapporto particolare fra Bruxelles e Ottawa. Ma nel momento in cui qualcuno deve scrivere nero su bianco che cosa comporti quello status — quali diritti, quali obblighi, accesso a quali programmi, quale partecipazione al Mercato Unico, quali consultazioni politiche, quali eventuali garanzie di sicurezza — si crea inevitabilmente un precedente.


E infatti Carney stesso ha detto che la formula dovrebbe essere abbastanza aperta da consentire, in futuro, l’ingresso di altri paesi. Questo dettaglio è probabilmente molto più importante di quanto sembri.


Il primo caso sarebbe ovviamente l’Ucraina. Non solo perché Friedrich Merz aveva già utilizzato precisamente l’espressione «membro associato» parlando di Kyiv, ma perché l’Ucraina è già formalmente impegnata nel processo di adesione e nel 2026 l’Unione ha continuato ad aprire nuovi capitoli negoziali. Se quindi Bruxelles costruisse per il Canada una categoria giuridica intermedia, Kyiv avrebbe ottime ragioni per chiedere immediatamente quali parti di quella categoria possano essere applicate anche a lei.


Poi ci sarebbe il Regno Unito, per le ragioni già viste.


Ma non finirebbe lì.


L’Islanda, per esempio, è già profondamente integrata economicamente con l’Unione attraverso lo Spazio Economico Europeo, partecipa a Schengen e aveva persino avviato formalmente un processo di adesione, poi sospeso. Il Parlamento europeo continua ancora oggi a considerarla fra i paesi per i quali una ripresa del percorso di membership è perfettamente plausibile. Se improvvisamente esistesse un livello intermedio di integrazione politica, sarebbe naturale chiedersi se Reykjavík possa preferire quello alla membership completa.


Per i Balcani occidentali il problema sarebbe ancora più delicato. Albania, Montenegro, Serbia, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina si trovano a livelli diversi del processo di integrazione europea, e alcuni stanno già negoziando formalmente l’adesione. Montenegro e Albania, per esempio, hanno continuato ad avanzare nei negoziati nel 2026. L’Unione sta già sperimentando forme di integrazione graduale, concedendo accesso progressivo a pezzi del Mercato Unico e proponendo persino una maggiore presenza dei paesi candidati nei processi decisionali prima della membership vera e propria. Uno status associato potrebbe quindi diventare il contenitore giuridico ideale per qualcosa che, in parte, Bruxelles sta già facendo.


E poi ci sarebbero i paesi mediterranei.


Qui si aprirebbe un universo completamente diverso, perché l’Unione possiede già una rete enorme di accordi di associazione con paesi del Mediterraneo e del vicinato. Se venisse creato un gradino superiore chiamato «membro associato», inevitabilmente alcuni governi comincerebbero a chiedere di salirci: più accesso al mercato europeo, maggiore mobilità, programmi comuni, cooperazione energetica, investimenti, sicurezza, magari partecipazione ad alcune agenzie europee.


Non significa che automaticamente Marocco, Tunisia o altri paesi mediterranei diventerebbero candidati a qualcosa che assomiglia alla membership. Anzi, l’articolo 49 riserva l’adesione vera e propria agli Stati europei. Ma precisamente per questo uno status costruito invece attraverso gli accordi di associazione potrebbe diventare interessante: consentirebbe di creare una fascia di integrazione molto profonda senza dover fingere che tutti debbano necessariamente diventare Stati membri. La stessa discussione sul Canada sta già facendo emergere l’articolo 217 del Trattato, che permette all’Unione di concludere accordi di associazione caratterizzati da diritti e obblighi reciproci, azioni comuni e procedure speciali.


Ed è qui che la faccenda smette definitivamente di essere una curiosità canadese.


Perché una volta che hai inventato una categoria politica nuova, devi definire chi può entrarci. E una volta stabiliti i criteri, devi spiegare perché valgono per il Canada ma non per il Regno Unito, oppure per l’Ucraina ma non per l’Islanda, oppure per un paese balcanico ma non per un partner mediterraneo. In altre parole, il Canada potrebbe essere soltanto il caso che costringe l’Unione Europea a mettere finalmente mano a una questione che rimanda da decenni: decidere se l’Europa debba continuare ad avere soltanto due stati quantici, «dentro» e «fuori», oppure se debba costruire una serie di cerchi concentrici di integrazione.


E quando cominci a costruire quei cerchi, scopri rapidamente che metà del continente — e parecchi paesi attorno al continente — hanno una ragione per chiedere in quale cerchio possano entrare.


La cosa interessante, a questo punto, diventerebbe il criterio di entrata.


Per entrare formalmente nell’Unione Europea bisogna superare una quantità notevole di prove. Non basta essere una democrazia, non basta avere elezioni ragionevolmente libere e non basta dichiararsi amici dell’Europa. Esistono i criteri di Copenaghen: istituzioni democratiche stabili, stato di diritto, tutela dei diritti fondamentali e delle minoranze, economia di mercato capace di reggere la concorrenza interna europea. E poi arriva la parte veramente enorme: bisogna essere capaci di assumere gli obblighi derivanti dalla membership, cioè adeguare progressivamente il proprio ordinamento all’acquis communautaire, quella montagna di norme europee che durante i negoziati viene divisa in capitoli e cluster.


Il Canada, da questo punto di vista, partirebbe da una situazione curiosissima. Moltissime delle prove politiche preliminari le supererebbe probabilmente passeggiando: è una democrazia parlamentare consolidata, possiede istituzioni stabili, stato di diritto, un’economia avanzata e una struttura amministrativa che non sarebbe affatto aliena a quella delle democrazie europee.


Ma non è nemmeno, semplicemente, «un paese europeo messo dall’altra parte dell’Atlantico».


Il Canada ha naturalmente molte cose in comune con l’Europa, ma ne ha altrettante con il mondo politico, economico e regolatorio nordamericano. Una parte enorme della sua economia è integrata con quella statunitense, moltissimi standard industriali e commerciali sono costruiti attorno al mercato nordamericano e alcune sue politiche sarebbero tutt’altro che immediatamente compatibili con un ingresso nel Mercato Unico europeo. È precisamente uno dei problemi che emergerebbero se il rapporto con Bruxelles diventasse molto più profondo: più accesso al mercato europeo significa inevitabilmente maggiore allineamento alle regole europee.


E non mi parlerei troppo seriamente nemmeno dell’obiezione geografica.


L’articolo 49 del Trattato dice che può chiedere di entrare nell’Unione qualsiasi «Stato europeo», ma non esiste una definizione geologica semplice di questa europeità. In passato persino le istituzioni europee hanno osservato che il concetto può essere interpretato geograficamente, culturalmente e politicamente. La Turchia, che possiede la maggior parte del proprio territorio in Asia, è stata considerata eleggibile; il Marocco, al contrario, fu respinto nel 1987 perché non considerato uno Stato europeo. Quindi una linea esiste, ma non coincide semplicemente con il bordo di una placca tettonica.


E del resto, se proprio vogliamo appellarci alla geologia, scegliamo almeno una geologia che collabori: l’Islanda sta letteralmente a cavallo della dorsale medio-atlantica, fra placca nordamericana ed eurasiatica. Usare le placche tettoniche come costituzione europea ci porterebbe rapidamente in territori piuttosto comici.


Ma proprio per questo lo status di «membro associato» cambierebbe completamente la natura della discussione. Perché, almeno da quanto è stato detto finora sul Canada, i criteri sembrano molto meno quelli classici dell’allargamento e molto più geopolitici: compatibilità politica, convergenza strategica, cooperazione nella difesa, energia, materie prime critiche, tecnologia, industria, sicurezza economica. Von der Leyen non sta proponendo di mettere Ottawa nella normale procedura di adesione; sta proponendo di inventare qualcosa di nuovo precisamente perché il Canada è un partner strategicamente interessante pur non appartenendo al normale perimetro dell’allargamento europeo.


E qui nasce il problema della scorciatoia.


Se esiste un anello esterno dell’Unione al quale si può accedere senza completare l’intero percorso dell’adesione, quel livello può diventare un utilissimo cuscinetto geopolitico: paesi fortemente legati all’UE, integrati economicamente e magari anche strategicamente, ma senza tutti i diritti e tutti gli obblighi degli Stati membri.


Può essere una buona architettura.


Ma può anche diventare una comodissima scorciatoia.


Perché a quel punto ogni paese candidato avrebbe interesse a chiedere almeno una parte dei benefici immediatamente, invece di aspettare dieci o quindici anni per completare tutto il percorso.


La Moldavia, per esempio, lo chiederebbe domani mattina alle dieci.


E avrebbe argomenti piuttosto difficili da respingere. La Moldavia è già paese candidato, ha aperto nel giugno 2026 il cluster negoziale sui fondamentali — stato di diritto, istituzioni democratiche, pubblica amministrazione, criteri economici — e a luglio ha aperto anche quello che comprende relazioni esterne, politica estera, sicurezza e difesa. Sta quindi già facendo precisamente il lavoro richiesto a uno Stato che vuole entrare nell’Unione. Se Bruxelles dicesse contemporaneamente al Canada: «voi potete ottenere una forma di integrazione politica ed economica speciale per ragioni strategiche», a Chișinău qualcuno potrebbe molto ragionevolmente chiedere: benissimo, e noi?


Non necessariamente al posto dell’adesione piena. Anche prima.


Dateci subito l’anello esterno mentre continuiamo a negoziare quello interno. Ed è qui che quella che sembra una trovata diplomatica per avvicinare il Canada comincia a somigliare sempre meno a un accordo con Ottawa e sempre più alla costruzione involontaria di una nuova architettura costituzionale europea.


Pensate, per esempio, al Messico.


A prima vista il ragionamento geopolitico sul Canada sembra abbastanza semplice. Anche se Ottawa entrasse in questo ipotetico anello esterno dell’Unione Europea, rimarrebbe comunque appoggiata geograficamente agli Stati Uniti: confine americano a sud, Alaska a nord-ovest, economia nordamericana tutto attorno. Si potrebbe quindi liquidare la faccenda dicendo che Bruxelles avrebbe semplicemente guadagnato un avamposto politico dall’altra parte dell’Atlantico, senza cambiare veramente gli equilibri continentali. Benissimo.


Adesso immaginate che, qualche anno dopo, chieda di entrare anche il Messico.


L’ipotesi è molto meno assurda di quanto sembri. Il Messico parla spagnolo, che se vogliamo giocare con l’argomento dell’«europeità culturale» è una lingua europea quanto poche altre; possiede una tradizione costituzionale e politica che attribuisce allo Stato un ruolo sociale molto maggiore di quello tipicamente americano, e ha una lunga storia di diritti sociali costituzionalizzati, intervento pubblico, sanità e previdenza. Questo non significa affatto che oggi il Messico soddisfi gli standard europei su tutto: soprattutto sul funzionamento concreto dello stato di diritto, sulla sicurezza, sull’impunità e sulla capacità delle istituzioni di controllare il territorio avrebbe parecchia strada da fare.


Ma precisamente questo ci riporta alla domanda precedente: quali sarebbero i criteri per entrare nell’anello esterno?


Perché se non sono gli stessi criteri dell’adesione piena, e se diventano invece compatibilità politica, interesse strategico, disponibilità ad armonizzare una parte delle norme, cooperazione economica e convergenza geopolitica, allora il Messico smette improvvisamente di sembrare un candidato fantascientifico. Anche perché UE e Messico non partono affatto da zero. Nel maggio 2026 hanno firmato un nuovo Modernised Global Agreement, accompagnato da un accordo commerciale aggiornato, che approfondisce rapporti politici, economici e strategici già esistenti da decenni. Bruxelles definisce oggi il Messico un partner strategico e insiste sulla convergenza in materia di multilateralismo, commercio basato sulle regole, energia, sicurezza, ricerca e materie prime critiche. Nel 2025 gli scambi di beni fra le due parti valevano già circa 87 miliardi di euro.


Quindi fate l’esperimento mentale fino in fondo.


Prima entra il Canada nell’anello esterno.


Poi, qualche anno dopo, entra il Messico.


A quel punto gli Stati Uniti avrebbero a nord un paese profondamente integrato con l’Europa e a sud un altro paese profondamente integrato con l’Europa. E allora la domanda geopolitica comincia a diventare divertente.


Perché prima potevate dire che il Canada europeo sarebbe comunque rimasto circondato dagli Stati Uniti.


Ma se nell’anello europeo entrano sia Canada che Messico, improvvisamente bisogna chiedersi: chi sta circondando chi?


Naturalmente non stiamo parlando di accerchiamento militare. Stiamo parlando di norme, commercio, standard industriali, tecnologie, catene produttive, appalti, ricerca e influenza regolatoria. Ma nel XXI secolo una quantità enorme di potere geopolitico passa precisamente da queste cose. Ed è qui che un apparentemente innocuo «status associato per il Canada» potrebbe produrre conseguenze che oggi nessuno sembra avere realmente messo sul tavolo.


Perché il vero oggetto che stiamo discutendo non è il Canada.


È la possibilità che l’Unione Europea smetta di essere soltanto un territorio e cominci a diventare anche un commonwealth.


Capite quindi che, se cominciamo a ragionare in termini di aree di influenza, la storia del «membro associato» va MOLTO oltre il Canada. Anzi, bisogna correggere subito una possibile impressione: dal punto di vista puramente commerciale l’Unione Europea possiede già una rete internazionale enorme. La Commissione conta 45 accordi commerciali preferenziali con circa 80 partner nel mondo, mentre gli Stati Uniti hanno accordi di libero scambio completi con una ventina di paesi. Quindi non stiamo parlando di un’Europa che dovrebbe cominciare da zero a costruire una propria area commerciale alternativa a quella americana: quella rete, in buona parte, esiste già.


Il salto qualitativo sarebbe un altro.


Uno status di «membro associato» potrebbe trasformare una parte di quella costellazione di trattati commerciali in qualcosa di molto più integrato: non soltanto abbassare dazi, ma coordinare standard industriali, ricerca, appalti pubblici, energia, materie prime strategiche, tecnologia, difesa, circolazione delle persone e magari persino alcune politiche estere.


A quel punto la differenza fra un normale accordo di libero scambio e l’appartenenza all’anello esterno dell’Unione diventerebbe enorme. E se dentro quell’anello tornasse a finire anche il Regno Unito — che, ricordiamolo, possiede già con l’UE un Trade and Cooperation Agreement molto più ampio di un normale trattato commerciale — l’effetto non sarebbe semplicemente quello di aggiungere un altro paese alla lista dei trattati europei. Il Regno Unito è già in quella lista. L’effetto sarebbe quello di reinserire una delle maggiori economie europee dentro una struttura politica, industriale e regolatoria comune molto più profonda di quella attuale.


E allora Canada, Regno Unito, eventualmente Islanda, Ucraina, Balcani, Moldavia e magari, in futuro, altri partner non sarebbero semplicemente paesi che «hanno un trattato commerciale con Bruxelles».


Comincerebbero a formare qualcosa di diverso: una rete di paesi che commerciano con l’Unione, adottano una parte dei suoi standard, partecipano ad alcuni dei suoi programmi e coordinano con essa pezzi della propria politica industriale e strategica, pur senza diventare formalmente Stati membri. Questa sarebbe un’area di influenza nel senso moderno del termine.


Non necessariamente soldati e basi militari. Standard tecnici, certificazioni, università, ricerca, supply chain, diritto commerciale, appalti, energia, infrastrutture, difesa industriale e accesso ai mercati.


E sotto questo profilo l’Unione Europea possiede già una base sorprendentemente vasta sulla quale costruire. Nel 2026 ha persino messo in applicazione provvisoria l’accordo commerciale con il Mercosur, ha firmato quello modernizzato con il Messico e ha concluso i negoziati con Australia e India.


La domanda quindi non sarebbe più: «Il Canada vuole avvicinarsi all’Europa?»


Diventerebbe: quanto lontano può estendersi l’Europa senza allargare formalmente i propri confini?


Perché se il «membro associato» diventasse davvero un’istituzione, l’Unione potrebbe finalmente separare due cose che finora ha quasi sempre fatto coincidere: essere politicamente ed economicamente dentro l’Europa, ed essere giuridicamente uno Stato membro dell’Unione.


Ed è una differenza enorme.


Non credo quindi che il salto sarà facile.


Anzi, se questa cosa deve diventare qualcosa di più di una bella frase pronunciata a Strasburgo, il calendario politico europeo comincia immediatamente a contare. E soprattutto comincia a contare quello francese.


Perché la Francia è uno dei posti nei quali un approfondimento dell’integrazione economica con il Canada può trasformarsi molto rapidamente in un problema di politica interna. Basta guardare alla storia del CETA: l’accordo commerciale fra Unione Europea e Canada è in applicazione provvisoria da anni, ma la Francia non lo ha ancora ratificato definitivamente, e nel 2024 il Senato francese ha respinto la ratifica. Il mondo agricolo francese continua a considerare accordi di questo genere con grandissimo sospetto, soprattutto quando teme concorrenza sulle produzioni agricole e differenze negli standard sanitari e ambientali.


Quindi, se davvero qualcuno vuole costruire una forma di membership associata canadese che vada oltre la cooperazione diplomatica e militare, prima o poi dovrà passare anche da lì.


Ed è qui che il rapporto francese con il Canada diventa particolarmente curioso.


Perché contemporaneamente la Francia possiede con il Québec un rapporto politico che non ha quasi equivalenti con altre entità federate straniere. Il ministero degli Esteri francese parla esplicitamente di «relazioni dirette e privilegiate» fra Francia e Québec, esistono incontri istituzionalizzati fra i rispettivi primi ministri, una delegazione generale del Québec a Parigi e una quantità enorme di cooperazione culturale, universitaria ed economica.


Quindi Parigi si troverebbe davanti a una delle sue solite, magnifiche contraddizioni: da una parte una relazione politica e culturale molto forte con il Canada francofono; dall’altra agricoltori, categorie economiche e movimenti politici pronti a vedere qualsiasi ulteriore apertura commerciale come l’ennesima invasione di carne, cereali o prodotti agricoli stranieri.


E siccome le prossime elezioni presidenziali francesi saranno nel 2027, il tempo politico non è infinito. Più ci si avvicina a quella scadenza, più qualsiasi governo francese avrà interesse a evitare di regalare argomenti a chi costruisce consenso contro Bruxelles, contro gli accordi commerciali e contro qualsiasi cosa possa essere presentata come una nuova concessione fatta dall’Europa a qualcuno.


Non significa necessariamente che «o passa prima delle elezioni francesi o non passa mai». Sarebbe troppo assoluto. Ma significa certamente che, se vogliono trasformare l’idea canadese in qualcosa di concreto, farlo prima che la campagna presidenziale francese entri pienamente nel vivo sarebbe politicamente molto più semplice che farlo durante o subito dopo.


E quindi adesso la palla è davvero nel campo dell’Unione Europea.


Perché fino a questo momento von der Leyen ha fatto un annuncio politicamente notevole, Carney lo ha accolto con entusiasmo e le due parti hanno parlato di tecnologia, difesa, energia, materie prime critiche, commercio e cooperazione strategica. Ma lo status di «membro associato» continua a non esistere nei Trattati, non sappiamo quali diritti comporterebbe, quali obblighi imporrebbe, quale procedura servirebbe per crearlo e nemmeno se richiederebbe una modifica dei Trattati oppure potrebbe essere costruito attraverso un grande accordo di associazione. In altre parole, adesso bisogna vedere se fanno sul serio.


Perché ci sono due possibilità.


La prima è che l’Unione cominci davvero a mettere mano alla parte legislativa e istituzionale. In quel caso, come abbiamo visto, non avrà più davanti soltanto il Canada: avrà davanti Ucraina, Regno Unito, Moldavia, Balcani, Islanda e inevitabilmente tutta la discussione sui diversi cerchi di integrazione europea.


La seconda è che non succeda praticamente nulla.


E allora bisognerà concludere che la proposta è servita soprattutto a dare a Carney un eccellente vantaggio dialettico nei confronti degli Stati Uniti: poter andare a Washington e dire che il Canada non è più costretto a scegliere fra accettare le condizioni americane oppure restare isolato.


Anche questa, per il Canada, sarebbe già una vittoria diplomatica non trascurabile.


Ma sarebbe una cosa molto diversa dall’inventare una nuova Europa.


Per ora siamo ancora soprattutto agli annunci.


E quindi vedremo se fanno sul serio.

Uriel Fanelli