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    <title>Das Böse Büro</title>
    <link>https://keinpfusch.net/</link>
    <description>Le etichette sono il contrario del pensiero.</description>
    <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 21:08:37 +0000</pubDate>
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      <title>Praenuntii vesperi.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/praenuntii-vesperi</link>
      <description>&lt;![CDATA[Tra gioiellieri che sparano, gente ammazzata dalla polizia e sproloqui politici ormai quasi estivi, le cronache offrono poco su cui riflettere e moltissimo su cui vaticinare.&#xA;A riassumere bene il livello generale provvede un filmato nel quale l’Impero romano porta il fascio littorio ai giochi del Colosseo, come se fosse una fiaccola olimpica, e infine lo consegna a Vannacci. Non si capisce perché: il fascio era l’insegna dell’imperium, non un trofeo da trascinare nell’arena e regalare al primo generale di passaggio.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Per un Romano, una messinscena del genere sarebbe apparsa terribilmente profana. Avrebbe forse parlato di qualcosa di prossimo all’incestus: non l’«incesto» nel significato moderno, ma una violazione religiosa mostruosa. Era incestus, per esempio, il crimine commesso da chi avesse avuto rapporti con una vergine vestale, violandone la castità consacrata e contaminando il rapporto tra Roma e gli dèi. Un reato sacrale tanto grave che entrambi i colpevoli venivano condannati a morte.&#xA;&#xA;Insomma, parecchio materiale per i vaticini.&#xA;Giusto per rimanere in tema Roma.&#xA;&#xA;Vaticiniamo, allora.&#xA;&#xA;Ma non sulle budella di qualche povero animale ucciso appositamente. Ho deciso di vaticinare su un caspo di lattuga. Così. Chiunque abbia mai visto un agnello e lo abbia sentito belare sa perché.&#xA;Il primo dei miei praenuntia è che, tra non molto, i nodi cominceranno ad arrivare al pettine.&#xA;&#xA;Succede infatti che i soldi del PNRR stanno finendo. Non sono ancora finiti in senso strettamente contabile: ne rimane una parte da erogare e spendere entro la fine del 2026. Ma siamo arrivati all’ultima parte del banchetto, quando sul tavolo restano le briciole, i bicchieri sporchi e il conto.&#xA;&#xA;Quel pochino di PIL positivo che l’Italia è riuscita a produrre negli ultimi anni, se andate a guardare da dove viene, coincide in misura piuttosto imbarazzante con l’arrivo di quei fondi e con gli investimenti da essi alimentati. Non è una mia fantasia: persino le previsioni della Commissione europea spiegano che la crescita italiana continua a essere sostenuta dagli investimenti finanziati dal PNRR.&#xA;&#xA;Il problema è che quei soldi sono stati usati in larga parte per pagare clientele, distribuire commesse, tenere in vita aziende politicamente ben introdotte e inaugurare cose che richiederanno altra spesa pubblica per continuare a esistere. Molto meno, invece, per costruire attività capaci di produrre reddito futuro.&#xA;&#xA;E quindi, quando il flusso di denaro si interrompe, i conti saltano.&#xA;&#xA;Non tutti insieme, naturalmente. Prima ne salta uno, poi un altro. Una società partecipata scopre improvvisamente di avere bisogno di una ricapitalizzazione. Un’opera appena inaugurata scopre di non avere i soldi per funzionare.&#xA;Un’azienda che prosperava grazie alle commesse pubbliche scopre il mercato, e il mercato scopre lei.&#xA;&#xA;Poi ne salteranno sempre di più.&#xA;&#xA;Lo si può già vedere applicando quella che chiamo la regola del Corriere della Sera.&#xA;&#xA;Quando il Corriere comincia a sputare sulla Francia e sulla Germania, descrivendole come paesi ormai sull’orlo dell’Armageddon, significa normalmente che il governo italiano vuole altri soldi europei da spalmare su Confindustria come se fossero Nutella, ma l’Europa non glieli vuole dare.&#xA;&#xA;  Improvvisamente la Germania è fallita, la Francia è in fiamme, Parigi è governata dai cannibali e Berlino sta per essere venduta a peso come ferrovecchio. L’Italia, invece, sarebbe una locomotiva economica, anche se procede alla velocità di un carrello della spesa con una ruota bloccata.&#xA;&#xA;Potete usare questa regola per capire meglio la stampa italiana.&#xA;&#xA;Quando vi raccontano con particolare entusiasmo che Francia e Germania stanno per collassare, raramente stanno parlando davvero di Francia e Germania.&#xA;&#xA;Stanno parlando dei soldi che Roma vorrebbe ricevere.&#xA;&#xA;br&#xA;Siccome il PNRR finisce con il 2026, il problema è che tra poco arriveranno le bollette da pagare.&#xA;&#xA;E ci sarà da ridere.&#xA;&#xA;Il governo dovrà infatti trovare il modo di sostituire un flusso di denaro dell’ordine di decine di miliardi all’anno. Possiamo discutere se saranno settanta, ottanta o una cifra leggermente diversa, perché dipenderà da quanta spesa verrà davvero completata, rinviata, rifinanziata oppure semplicemente abbandonata. Ma l’ordine di grandezza è quello: finisce il denaro straordinario e rimangono la spesa ordinaria, le clientele ordinarie e le opere straordinarie che qualcuno dovrà mantenere.&#xA;&#xA;Contemporaneamente, però, arriveranno anche le elezioni.&#xA;&#xA;Meloni è riuscita a tirarla avanti usando il PNRR come un enorme ammortizzatore politico. Finché arrivavano i soldi, poteva distribuire, finanziare, inaugurare e rimandare il momento nel quale qualcuno avrebbe dovuto presentare il conto.&#xA;&#xA;Ora quel momento si avvicina.&#xA;&#xA;Ed è per questo che sta cercando di modificare la legge elettorale in modo da sopravvivere.&#xA;&#xA;Pochi, però, spiegano in quale modo intenda sopravvivere.&#xA;&#xA;La nuova legge elimina la parte maggioritaria del Rosatellum e costruisce un sistema proporzionale con premio di maggioranza: se una coalizione raggiunge il 42%, riceve altri settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato; se nessuno raggiunge quella soglia, rimane sostanzialmente un proporzionale puro.&#xA;&#xA;Ed è qui che la cosa diventa interessante.&#xA;&#xA;Non perché il proporzionale spinga magicamente le masse verso il centro. Questo è il modo scolastico, e sbagliato, di raccontare il cosiddetto Median Voter Effect. Un proporzionale può benissimo far prosperare estremisti, fanatici e partiti fondati da gente che discute con la propria fotografia.&#xA;&#xA;Il punto è un altro.&#xA;&#xA;In un Parlamento proporzionale, il partito che occupa la posizione mediana diventa spesso quello attraverso il quale devono passare le coalizioni possibili. Non necessariamente prende più voti. Semplicemente diventa indispensabile.&#xA;&#xA;Ed essere indispensabili vale più che essere amati.&#xA;&#xA;Questo fa molto comodo alla Meloni.&#xA;&#xA;Finito l’amore con Trump, deve spostarsi verso il centro, perché non può più permettersi di apparire come la filiale italiana di Trump. Trump non è semplicemente di destra: è abbastanza estremo, imprevedibile e tossico da rendere pericolosa qualsiasi associazione troppo stretta, specialmente durante una campagna elettorale europea.&#xA;&#xA;La relazione politica tra i due, del resto, è passata dall’idillio allo scontro aperto. Dopo avere cercato per anni di presentarsi come il ponte tra Washington e Bruxelles, Meloni ha dovuto cominciare a prendere le distanze dal presidente americano e persino a rispondergli pubblicamente.&#xA;&#xA;E contemporaneamente ha un problema grande come una casa con Vannacci.&#xA;&#xA;Vannacci rappresenta esattamente la destra che Meloni deve lasciare indietro per potersi presentare come leader moderata, affidabile, europea e istituzionale. È il candidato naturale dell’universo MAGA italiano: quello al quale guardano Bannon e i settori trumpiani che considerano ormai Meloni troppo compromessa con Bruxelles, con la NATO e con la normale amministrazione dello Stato.&#xA;&#xA;Dire che sia stato direttamente creato e finanziato da Trump e Bannon richiederebbe prove contabili che, al momento, non sono pubbliche. Ma il sostegno politico, mediatico e ideologico di quell’universo è evidente, così come è evidente che la crescita di Vannacci costituisce ormai una minaccia elettorale concreta per Meloni.&#xA;&#xA;La nuova legge le permette quindi di costruire uno spazio politico nel quale Fratelli d’Italia e Forza Italia possono spostarsi verso il centro, mentre Lega e Vannacci vengono lasciati all’estrema destra.&#xA;&#xA;Tajani porta con sé Forza Italia, cioè il pezzo della destra ancora controllato dalla famiglia Berlusconi. Meloni porta il partito più grande. Insieme possono presentarsi come la destra responsabile, governativa e occidentale, mentre tutto ciò che puzza troppo di MAGA viene abbandonato oltre il confine della rispettabilità.&#xA;&#xA;In altre parole, Meloni sta usando la legge elettorale per risolvere contemporaneamente i suoi due problemi più grossi: liberarsi dell’abbraccio di Trump e neutralizzare Vannacci senza doverlo affrontare direttamente.&#xA;&#xA;Preparatevi, quindi, alla Meloni «leader moderata».&#xA;&#xA;Vedrete la conversione europea, il tono istituzionale, le fotografie con i capi di governo rispettabili, le improvvise dichiarazioni sulla responsabilità, sull’equilibrio e sulla stabilità. Probabilmente qualcuno la definirà persino «centrista», perché in Italia basta smettere di urlare per qualche settimana per diventare Alcide De Gasperi.&#xA;&#xA;Preparatevi anche al centro orgiastico.&#xA;&#xA;Renzi, Calenda e Tajani beneficeranno enormemente della nuova centralità parlamentare del centro. Non necessariamente perché gli italiani si precipiteranno in massa a votarli, ma perché, in un sistema proporzionale senza un vincitore autosufficiente, possono diventare i cardini delle coalizioni.&#xA;&#xA;Sono il treppiede sul quale può reggersi il nuovo «centro»: Tajani garantisce il collegamento con la destra governativa e con la famiglia Berlusconi; Renzi garantisce la capacità di entrare e uscire da qualsiasi maggioranza senza provare imbarazzo; Calenda garantisce la presenza di Calenda, che per Calenda rimane sempre una condizione irrinunciabile.&#xA;&#xA;Manca la sinistra.&#xA;&#xA;Che, sondaggi o meno, in un sistema proporzionale come quello attuale rischia di essere praticamente falcidiata.&#xA;&#xA;Non necessariamente nei voti. Nei voti potrebbe anche sopravvivere.&#xA;&#xA;Ma il problema del proporzionale non è soltanto quanti seggi ottieni. È quanti governi possono essere costruiti senza di te.&#xA;&#xA;E se Meloni riesce a diventare la forza mediana tra il centro liberal-conservatore e la destra vannacciana, mentre Renzi, Calenda e Tajani si offrono come cerniera, la sinistra rischia di scoprire che esistono moltissime maggioranze possibili.&#xA;&#xA;Insomma, Fratelli d’Italia nel PPE.&#xA;&#xA;Magari non subito. Magari prima con qualche formula intermedia, qualche alleanza stabile, qualche gruppo parlamentare inventato appositamente per non ammettere che il trasloco è già avvenuto.&#xA;&#xA;Ma la direzione è quella.&#xA;&#xA;Meloni deve lasciare Vannacci, Salvini e l’universo MAGA alla destra estrema; Tajani è già nel PPE e può accompagnarla verso il centro senza nemmeno dover cambiare strada. A quel punto Fratelli d’Italia smette di essere il partito che assedia il sistema europeo e diventa il partito che lo amministra.&#xA;&#xA;Prima alleato esterno. Poi partner indispensabile. Poi, quando nessuno avrà più voglia di fingere, membro della famiglia.&#xA;&#xA;Ripeto: Fratelli d’Italia nel PPE. E&#39; l&#39;obiettivo di questa legge elettorale.&#xA;&#xA;br&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Vaticiniamo a sinistra.&#xA;&#xA;Mala tempora currunt.&#xA;&#xA;I problemi irrisolti sono una quantità enorme. Il primo, e probabilmente il più antico, è la contraddizione tra il ceto medio — che è il nome buono; quando vogliono disprezzarlo lo chiamano «piccola borghesia» — e il mondo dei lavoratori.&#xA;&#xA;È un problema vecchio, che diventa evidente negli anni Settanta.&#xA;&#xA;Immaginate una manifestazione di operai e sindacati nel 1970.&#xA;&#xA;Sono le sei del mattino e in piazza si sono già radunati gli operai usciti dal turno della notte. Hanno la barba lunga, le occhiaie e otto ore di fabbrica ancora addosso. Sono lì perché vogliono qualche lira in più da portare a casa, un orario meno bestiale e magari cinque minuti al giorno per andare al gabinetto senza che il caporeparto li cronometri come pistoni difettosi.&#xA;&#xA;Il corteo comincia.&#xA;&#xA;Finalmente arrivano le undici, l’ora nella quale si alzano dal letto gli studenti universitari.&#xA;&#xA;Naturalmente ci furono eccezioni: studenti e operai marciarono, raramente, anche insieme, organizzarono picchetti comuni e, nell’Autunno caldo, contribuirono a costruire una stagione di lotte che produsse risultati molto concreti, compreso lo Statuto dei lavoratori.&#xA;&#xA;br&#xA;Ma la caricatura serve a mostrare quello che sarebbe successo dopo.&#xA;&#xA;I cartelli con scritto «vogliamo un aumento di stipendio», «vogliamo ridurre l’orario di lavoro» e «vogliamo più sindacato in azienda» cominciano lentamente a sparire sotto una banda di farlocchi che oggi verrebbe descritta dai giornali come una «festa gioiosa e colorata».&#xA;&#xA;Gli slogan non riguardano più la paga, i turni, la sicurezza sul lavoro o il potere del padrone dentro la fabbrica. Riguardano il diritto a togliersi il reggiseno, a non depilarsi e a mandare «la fantasia al potere».&#xA;&#xA;Tutte rivendicazioni che potevano anche avere un senso per chi le formulava. Ma non erano le stesse rivendicazioni.&#xA;&#xA;E soprattutto non appartenevano alla stessa classe sociale.&#xA;&#xA;Cosa stava succedendo?&#xA;&#xA;Stava succedendo che il mondo liberal americano, con il suo linguaggio universitario, individualista e identitario, irrompeva nelle piazze europee e cominciava lentamente a sostituire il mondo delle lotte dei lavoratori.&#xA;&#xA;Non lo spazzò via in un giorno. Non arrivò alle undici di una precisa mattina del 1970 e non strappò materialmente i cartelli dalle mani degli operai.&#xA;&#xA;Fece qualcosa di più efficace.&#xA;&#xA;Ne sostituì il vocabolario.&#xA;&#xA;La lotta contro il padrone diventò la lotta contro il costume. La distribuzione della ricchezza diventò la rappresentazione. Il salario diventò visibilità. Il potere economico diventò linguaggio. Lo sfruttamento diventò soprattutto una questione di riconoscimento personale.&#xA;&#xA;Il contrasto tra questi due mondi — la sinistra europea e il liberalismo americano — esiste ancora. E, sia chiaro, è impossibile da conciliare sino in fondo.&#xA;&#xA;Una sinistra europea storicamente orientata al lavoro, ai salari, ai rapporti di proprietà e alla distribuzione della ricchezza non è conciliabile con la porcheria liberal anglosassone, che considera accettabile qualsiasi struttura economica purché sia amministrata da un campione sufficientemente variopinto di individui.&#xA;&#xA;Facciamo un esempio.&#xA;&#xA;La sinistra liberal osserva le società comprese nello S&amp;P 500.&#xA;&#xA;Parliamo di cinquecento società che, nel giugno 2026, avevano una capitalizzazione complessiva di circa 67.200 miliardi di dollari. Una cifra equivalente a circa il 53 per cento dell’intero PIL mondiale prodotto in un anno.&#xA;&#xA;Ovviamente la capitalizzazione di Borsa e il PIL non sono la stessa cosa. Ma l’ordine di grandezza è quello: cinquecento consigli di amministrazione controllano società il cui valore complessivo equivale a più della metà di tutto ciò che l’intera umanità produce annualmente.&#xA;&#xA;E quale sarebbe, secondo la sinistra liberal, il problema fondamentale di questa concentrazione di potere?&#xA;&#xA;Che tra gli amministratori delegati ci sono troppo poche donne.&#xA;&#xA;Il &#34;soffitto di cristallo&#34;.&#xA;&#xA;Per un socialista europeo, invece, il problema è precedente.&#xA;&#xA;Il problema è che cinquecento società possano concentrare un valore equivalente al 53 per cento del PIL mondiale e, attraverso quel capitale, condizionare governi, legislazioni, lavoro, informazione, tecnologia, abitazione e persino guerra.&#xA;&#xA;Quella situazione non dovrebbe essere resa più inclusiva.&#xA;&#xA;Non dovrebbe nemmeno esistere.&#xA;&#xA;Il liberal chiede che anche una donna (nera e transessuale) possa diventare zar.&#xA;Il socialista europeo discute dell’opportunità di continuare ad avere uno zar.&#xA;&#xA;Uno discute dell’esistenza dello zar. L’altro del colore del suo vestito.&#xA;&#xA;Uno vuole abolire la piramide. L’altro vuole che sulla cima della piramide siano rappresentate correttamente tutte le categorie demografiche.&#xA;&#xA;Non è una differenza di sensibilità.&#xA;&#xA;È una frattura insanabile.&#xA;&#xA;E lo è ancora oggi.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;La frattura tra i socialisti europei — che in Italia avevano il sostegno delle masse dei lavoratori — e i liberal americani — che oggi hanno soprattutto il sostegno di un ceto medio morente — è tutta qui.&#xA;&#xA;Per i socialisti esistono, in ultima analisi, due classi sociali: i poveri e i ricchi.&#xA;&#xA;Naturalmente esistono infinite differenze culturali, religiose, sessuali, geografiche e personali. Ma la divisione politica fondamentale rimane quella tra chi possiede il capitale e chi deve lavorare per vivere; tra chi può permettersi di perdere il lavoro e chi, perdendolo, perde tutto; tra chi decide il prezzo del lavoro e chi deve accettarlo.&#xA;&#xA;Per i liberal, invece, la società è composta da decine di gruppi da rappresentare.&#xA;&#xA;Neri, lesbiche, transessuali, donne — ma soprattutto donne in carriera — islamici, minoranze sessuali, minoranze religiose e tutta una serie di categorie i cui diritti sono certamente importanti, ma soltanto finché ci ostiniamo a non notare una cosa piuttosto evidente.&#xA;&#xA;Queste categorie sono composte da poveri, oppure non hanno alcun problema economico rilevante.&#xA;&#xA;Una donna povera ha innanzitutto un problema di povertà. Una lesbica povera ha innanzitutto un problema di povertà. Un immigrato povero ha innanzitutto un problema di povertà. Un transessuale povero ha innanzitutto un problema di povertà.&#xA;&#xA;Naturalmente possono avere anche altri problemi, specifici e reali. Ma il liberalismo compie un’operazione molto precisa: separa quei problemi dalla condizione economica, li trasforma in identità autonome e poi si offre di rappresentarle una per una.&#xA;&#xA;In questo modo può parlare per anni della composizione demografica dei consigli di amministrazione senza mai domandarsi perché esistano consigli di amministrazione dotati di tanto potere.&#xA;&#xA;Può chiedere più donne tra i dirigenti senza chiedere salari più alti per le donne che puliscono gli uffici dei dirigenti.&#xA;&#xA;Può chiedere più amministratori delegati neri senza domandarsi perché i lavoratori neri siano poveri.&#xA;&#xA;Può discutere della presenza delle minoranze nei vertici senza mettere in discussione l’esistenza dei vertici.&#xA;&#xA;Il lavoratore italiano medio, però, non è una lesbica TERF tormentata dal problema dei bagni.&#xA;&#xA;È semplicemente povero.&#xA;&#xA;Ha uno stipendio che non cresce, un affitto che cresce, una pensione che forse non arriverà, figli che non riesce a mantenere e un lavoro dal quale può essere espulso appena un algoritmo decide che non produce abbastanza.&#xA;&#xA;Questo non significa che i problemi dei bagni, delle discriminazioni o dei diritti delle minoranze non esistano. Significa che non sono il linguaggio politico attraverso il quale la maggioranza dei lavoratori italiani descrive la propria vita.&#xA;&#xA;La maggioranza dei lavoratori italiani non chiede di essere «rappresentata».&#xA;&#xA;Chiede di arrivare alla fine del mese.&#xA;&#xA;Ma nel PD non esistono più socialisti europei capaci di parlare a queste persone. Rimangono, al massimo, quelli che scimmiottano i marxisti da picchetto universitario: molto bravi a riprodurne il linguaggio, l’abbigliamento, le pose e il repertorio simbolico, ma del tutto incapaci di rappresentare chi lavora davvero.&#xA;&#xA;E quindi i poveri non si sentono rappresentati.&#xA;&#xA;Non perché siano improvvisamente diventati fascisti, razzisti, omofobi o nemici del progresso.&#xA;&#xA;Semplicemente, quando parlano dei propri problemi, nessuno a sinistra risponde nella loro lingua.&#xA;&#xA;Il liberal anglosassone li sta uccidendo lentamente.&#xA;&#xA;E non ho detto «woke».&#xA;&#xA;Il woke è soprattutto un problema, o un’ossessione, della destra: un mostro polemico dentro il quale viene infilato qualsiasi argomento sgradito, dalla sirenetta nera fino alla maestra che chiede di non picchiare il compagno omosessuale.&#xA;&#xA;Io ho detto semplicemente liberal.&#xA;&#xA;Cioè una dottrina politica perfettamente compatibile con la concentrazione della ricchezza, purché i ricchi siano sufficientemente colorati, gioiosi e diversi tra loro.&#xA;Una dottrina che non vuole abolire la classe dominante.&#xA;&#xA;Vuole renderla rappresentativa.&#xA;&#xA;br&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Il mio praenuntium è che, in queste condizioni, Schlein non abbia alcuna speranza di ottenere qualcosa di buono alle prossime elezioni, specialmente se verranno disputate con un sistema capace di trasformare una coalizione sufficientemente grande in una maggioranza parlamentare, premio di maggioranza o altro artificio equivalente.&#xA;&#xA;br&#xA;Schlein è il simbolo perfetto del mondo liberal. È chiaramente una liberal nel senso anglosassone del termine e non è, per nessuna ragione immaginabile, una socialista europea.&#xA;&#xA;Può parlare di salario minimo, certo. Può andare a una manifestazione sindacale. Può farsi fotografare il Primo Maggio accanto a persone che conoscono il testo dell’Internazionale.&#xA;&#xA;Ma il suo linguaggio politico, il suo retroterra culturale e il pubblico al quale si rivolge sono quelli del liberalismo anglosassone: rappresentazione, identità, minoranze, inclusione, diritti individuali e composizione demografica delle élite.&#xA;&#xA;Il problema è semplicemente che l’Italia si sta impoverendo.&#xA;&#xA;E i poveri italiani non trovano abbastanza socialismo né in Schlein né nel suo partito.&#xA;&#xA;Trovano un partito per liberal. Un partito per il ceto medio istruito, urbano, professionale e culturalmente progressista. Cioè un partito costruito intorno a una classe sociale morente, che continua a discutere come se fosse ancora il ceto medio benestante degli anni Novanta mentre scivola lentamente verso la proletarizzazione.&#xA;&#xA;Il PD parla a persone che temono di perdere il proprio status.&#xA;&#xA;Il problema è che milioni di italiani quello status lo hanno già perso.&#xA;&#xA;Oppure non lo hanno mai avuto.&#xA;&#xA;Il lavoratore povero non vuole essere rassicurato sul fatto che il prossimo consiglio di amministrazione sarà più inclusivo. Vuole sapere perché il suo stipendio reale diminuisce, perché il suo affitto aumenta e perché, dopo trent’anni di lavoro, possiede meno di quanto possedessero i suoi genitori alla sua età.&#xA;&#xA;Schlein non possiede una risposta socialista a queste domande.&#xA;&#xA;Possiede risposte liberal.&#xA;&#xA;E quindi, quando arriveranno le elezioni, dovrà convincere una popolazione che si impoverisce a votare per il partito culturalmente rappresentativo di un ceto medio che si sta estinguendo. O convincere i pensionati alla fame che la lotta delle lesbiche e&#39; la loro lotta.&#xA;&#xA;Non sembra una strategia destinata al successo.&#xA;&#xA;br&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Andiamo allora al suo «alleato» del «campo largo».&#xA;&#xA;Uno dei soliti nomi surrettizi inventati per indicare alleanze dalla stabilità improbabile. Prima c’era l’Ulivo. Poi sono arrivati i riformisti, i democratici, i progressisti, le coalizioni civiche, i fronti repubblicani e probabilmente qualche altra parola scelta dopo avere verificato che non significasse nulla di troppo preciso.&#xA;&#xA;Adesso abbiamo il campo largo.&#xA;&#xA;Il nome è perfetto, perché dice quanto spazio occupi e non dice assolutamente che cosa vi cresca dentro.&#xA;&#xA;Nel campo largo dovrebbe esserci Giuseppe Conte.&#xA;&#xA;La prima cosa che amici e colleghi tedeschi mi chiesero quando comparve alla Tagesschau fu:&#xA;&#xA;«Und wer zum Teufel ist das jetzt?»&#xA;&#xA;In italiano:&#xA;&#xA;«E adesso chi cazzo è quello?»&#xA;&#xA;Un partito come il PD dovrebbe provare orrore per Giuseppe Conte.&#xA;&#xA;Non perché la sua nomina a presidente del Consiglio sia stata formalmente illegittima. La Costituzione italiana non prevede l’elezione diretta del capo del governo: il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio, che deve poi ottenere la fiducia del Parlamento.&#xA;&#xA;Tutto regolare, dunque.&#xA;&#xA;Ed è proprio questo il problema.&#xA;&#xA;Non puoi predicare per anni la correttezza amministrativa, la trasparenza delle istituzioni, la responsabilità pubblica e la correttezza giuridica dello Stato, e poi accettare tranquillamente che, subito dopo le elezioni politiche, compaia un uomo che nessuno aveva mai sentito nominare e finisca a fare il presidente del Consiglio.&#xA;&#xA;Perché sì.&#xA;&#xA;O, almeno, questa è l’impressione lasciata agli elettori.&#xA;&#xA;Giuseppe Conte non era stato il candidato alla presidenza del Consiglio di nessuno dei due partiti che formarono la maggioranza. Non aveva guidato la campagna elettorale. Non aveva presentato un programma agli elettori. Non aveva ottenuto un mandato politico personale. Non era neppure una personalità pubblica intorno alla quale fosse possibile immaginare una maggioranza formatasi durante il voto.&#xA;&#xA;Era un professore quasi sconosciuto, comparso alla fine di una trattativa tra Movimento 5 Stelle e Lega.&#xA;&#xA;Legalmente, tutto questo è possibile.&#xA;&#xA;Politicamente, rimane mostruosamente opaco.&#xA;&#xA;Per settimane gli italiani avevano votato Di Maio, Salvini, Berlusconi, Renzi e tutti gli altri personaggi esposti nella vetrina elettorale. Poi i partiti si chiusero in una stanza, produssero un contratto di governo e, come ultimo risultato della moltiplicazione, ne uscì Giuseppe Conte.&#xA;&#xA;Un uomo che non era stato sottoposto al giudizio degli elettori neppure indirettamente come possibile capo del governo.&#xA;&#xA;E nessuno ha mai capito davvero attraverso quale processo politico sia stato scelto proprio lui.&#xA;&#xA;Chi lo propose per primo?&#xA;&#xA;Quali garanzie offriva?&#xA;&#xA;A chi?&#xA;&#xA;Per quale ragione era considerato il punto di equilibrio ideale?&#xA;&#xA;Quali rapporti precedenti aveva con i gruppi che lo scelsero?&#xA;&#xA;Le risposte formali esistono: fu indicato dai partiti della maggioranza e incaricato dal Presidente della Repubblica.&#xA;&#xA;Ma la risposta politica rimane nascosta dentro la trattativa.&#xA;&#xA;Il Movimento 5 Stelle prometteva di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.&#xA;&#xA;Con Conte presidente del Consiglio, la scatoletta non soltanto non venne aperta.&#xA;&#xA;Divenne opaca come un blocco di molibdeno.&#xA;&#xA;Ed è difficile capire come il PD possa presentarsi contemporaneamente come il partito della trasparenza istituzionale e considerare naturale allearsi con il prodotto più opaco della politica italiana recente.&#xA;&#xA;Conte non fu scelto dagli elettori.&#xA;&#xA;Fu prodotto da una trattativa.&#xA;&#xA;E successivamente riuscì persino a sopravvivere alla scomparsa della maggioranza che lo aveva prodotto, passando senza elezioni da un governo con la Lega a un governo con il PD.&#xA;&#xA;Sempre con Conte presidente del Consiglio.&#xA;&#xA;La maggioranza cambiava.&#xA;&#xA;Gli alleati cambiavano.&#xA;&#xA;Il programma cambiava.&#xA;&#xA;Conte rimaneva.&#xA;&#xA;La scatoletta di tonno, ormai, non conteneva più soltanto il governo.&#xA;&#xA;Conteneva anche il proprio apriscatole.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Perché Conte, e non Ivo Balboni?&#xA;&#xA;Questa è la domanda.&#xA;&#xA;Non come sia stato nominato. Quello lo sappiamo: Di Maio e Salvini portarono il suo nome al Quirinale, Mattarella gli conferì l’incarico e il Parlamento gli diede la fiducia.&#xA;&#xA;Ma perché proprio Conte?&#xA;&#xA;Chi lo scelse davvero? Chi pronunciò per primo il suo nome? Perché, tra milioni di italiani, due partiti che avevano appena vinto le elezioni decisero che l’uomo giusto per governare il paese fosse un professore sostanzialmente sconosciuto, privo di partito, di voti e di una carriera politica?&#xA;&#xA;Perché Conte e non Ivo Balboni?&#xA;&#xA;A questa domanda non esiste una risposta pubblica soddisfacente.&#xA;&#xA;Esiste soltanto il risultato di una trattativa opaca: serviva qualcuno, comparve Conte, e poche settimane dopo era presidente del Consiglio.&#xA;&#xA;Tutto questo dovrebbe fare orrore al PD, che pretende di essere il partito della trasparenza, della correttezza amministrativa e della serietà istituzionale.&#xA;Invece parla di «campo largo».&#xA;&#xA;Ed è qui che ricompare uno dei problemi storici di credibilità del PD e delle sinistre italiane in genere:&#xA;ciò che fa comodo in campagna elettorale, o sembra far comodo, diventa automaticamente giusto e bello, anche quando sino al giorno prima avevano spiegato che cose del genere facevano schifo.&#xA;&#xA;Non cambia il fatto.&#xA;&#xA;Cambia soltanto la convenienza.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Di queste «concessioni» alle logiche elettorali se ne trovano tantissime.&#xA;&#xA;Tanto che molti — io per primo — hanno finito per pensare che il PD dica quasi sempre cose bellissime ed enunci principi sacrosanti.&#xA;&#xA;Il problema è che non sembra crederci nemmeno lui.&#xA;&#xA;E quindi, quando quei principi diventano scomodi, oppure quando sembra elettoralmente conveniente buttarli via, li butta via.&#xA;&#xA;Facciamo due esempi.&#xA;&#xA;Un giorno mi trovavo a Modena, alla Festa dell’Unità.&#xA;&#xA;La star della giornata, invitata a partecipare e accolta da applausi da stadio, era Indro Montanelli.&#xA;&#xA;Forse non sapete chi fosse.&#xA;&#xA;Indro Montanelli era stato un giornalista fascista e un volontario della guerra coloniale in Etiopia. Non era stato mandato laggiù come oppositore del regime, né come osservatore clandestino intenzionato a denunciarne i crimini. Era&#xA;partito volontario, aveva ricevuto i gradi da ufficiale e aveva comandato truppe coloniali italiane composte da ascari.&#xA;&#xA;In altre parole, non era uno che il regime considerasse pericoloso.&#xA;&#xA;Era uno al quale il regime consentiva di indossare l’uniforme, comandare uomini armati e partecipare a una guerra d’aggressione coloniale.&#xA;&#xA;Nel frattempo raccontava l’impresa africana, che secondo il linguaggio ufficiale del fascismo doveva naturalmente apparire come un’epopea nazionale, una missione civilizzatrice e una successione di grandi vittorie.&#xA;Arrivato in Africa, Montanelli decise inoltre di fare quello che, a suo dire, facevano molti italiani nelle colonie: comprarsi una ragazzina africana.&#xA;&#xA;Seguendo la pratica coloniale del cosiddetto madamato, trovò una famiglia povera e, in cambio di denaro, ottenne una bambina che lui stesso descrisse una volta come dodicenne e altre volte come quattordicenne.&#xA;&#xA;Ma non stiamo parlando di un matrimonio nel significato che attribuiamo normalmente alla parola. Stiamo parlando di un ufficiale coloniale adulto che pagò una famiglia povera perché gli consegnasse una bambina da usare come domestica e partner sessuale temporanea.&#xA;&#xA;Non si tratta di un’accusa ricostruita decenni dopo dai suoi nemici.&#xA;&#xA;Lo raccontò lui.&#xA;&#xA;Raccontò di averla comprata. Raccontò della sua età. Raccontò che la ragazza era infibulata e che questo gli impediva di avere con lei il rapporto sessuale che desiderava.&#xA;&#xA;E raccontò anche la soluzione.&#xA;&#xA;Secondo le parole dello stesso Montanelli, per superare quella che definiva una barriera ai propri desideri fu necessario il «brutale intervento della madre».&#xA;&#xA;Non sappiamo esattamente che cosa le venne fatto.&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;Sappiamo come lo descrisse lui: un intervento brutale, compiuto sul corpo di una bambina perché l’ufficiale italiano che l’aveva comprata potesse finalmente usarla.&#xA;&#xA;Questo era Indro Montanelli.&#xA;&#xA;E nel 1994 la Festa dell’Unità di Modena lo accolse come una celebrità.&#xA;&#xA;D’Alema arrivò a dichiarare: «Abbiamo bisogno di un uomo come Montanelli». Il pubblico applaudiva, faceva il tifo, lo celebrava come il grande eretico della destra italiana.&#xA;&#xA;Perche&#39; faceva comodo contro Berlusconi. Perche&#39; &#34;ci aveva litigato&#34;.&#xA;&#xA;Ora, naturalmente, il PD e la sinistra italiana vi spiegheranno che il fascismo è il male assoluto, che il colonialismo è un crimine, che la violenza sulle donne non deve essere relativizzata, che il potere maschile sui corpi femminili è intollerabile e che comprare esseri umani è schiavismo.&#xA;&#xA;Tutte cose bellissime.&#xA;&#xA;Tutti principi sacrosanti.&#xA;&#xA;Poi arriva Indro Montanelli, litiga con Berlusconi, e diventa utile per la caccia al cighialone.&#xA;&#xA;E improvvisamente tutto il resto diventa secondario.&#xA;&#xA;Il fascismo diventa una vivace esperienza giovanile.&#xA;&#xA;La guerra coloniale diventa giornalismo d’avventura.&#xA;&#xA;La bambina comprata diventa una curiosità biografica.&#xA;&#xA;Il «brutale intervento della madre» diventa una bizzarria appartenente a un’altra epoca.&#xA;&#xA;Perché ciò che fa comodo in quel momento, o sembra fare comodo, diventa automaticamente giusto e bello.&#xA;&#xA;Anche quando, sino al giorno prima, il partito aveva spiegato che cose del genere facevano schifo.&#xA;&#xA;Le domande che sorsero in me erano due.&#xA;&#xA;La prima era:&#xA;&#xA;«Ma che cosa deve fare ancora una persona, per farvi schifo?»&#xA;&#xA;Dove comincia, esattamente, la linea rossa del «questo non si può accettare»?&#xA;&#xA;E la seconda domanda era:&#xA;&#xA;«Ma credete davvero alle cose che dite?»&#xA;&#xA;Perché, se Indro Montanelli vi andava bene, per quale ragione avete sollevato tutto quel clamore intorno alla vicenda di Ruby Rubacuori?&#xA;&#xA;Che cosa le mancava, esattamente?&#xA;&#xA;Il fatto di non essere stata comprata dalla famiglia?&#xA;&#xA;L’infibulazione?&#xA;&#xA;Perché il punto non è assolvere Berlusconi. Il punto è capire quale morale stiate usando.&#xA;&#xA;Se una minorenne coinvolta nelle feste di Berlusconi diventa la prova definitiva della sua indegnità politica, allora un uomo che racconta di avere comprato una quattordicenne africana e di averla potuta usare sessualmente dopo il «brutale intervento della madre» dovrebbe trovarsi molto oltre la vostra linea rossa.&#xA;&#xA;E invece no.&#xA;&#xA;Uno diventa il simbolo della corruzione morale della destra.&#xA;&#xA;L’altro viene invitato alla Festa dell’Unità.&#xA;&#xA;A quel punto la domanda non è più quale dei due fosse peggiore.&#xA;&#xA;La domanda è se crediate davvero ai principi che proclamate, oppure se quei principi valgano soltanto quando colpiscono l’avversario giusto.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;E questo è il problema delle sinistre di oggi.&#xA;&#xA;A parole sembrano enunciare i principi più alti e sostenere le cose più belle. Poi, però, basta accendere la memoria per accorgersi che spesso non credono davvero a ciò che dicono.&#xA;&#xA;O, almeno, non abbastanza da rinunciare a buttarlo via quando diventa elettoralmente scomodo.&#xA;&#xA;In questa situazione, quel 20-22 per cento che i sondaggi attribuiscono al PD rischia di essere un miraggio conclamato: una fotografia momentanea, non necessariamente un elettorato disposto a seguirlo sino alle urne. Specialmente se&#xA;la campagna elettorale si trasformerà in una gigantesca corsa verso il centro.&#xA;&#xA;Ed è precisamente ciò che il nuovo sistema favorirebbe.&#xA;&#xA;La riforma approvata dalla Camera elimina la quota maggioritaria del Rosatellum e introduce un sistema proporzionale con un premio per la coalizione che supera il 42 per cento. Deve ancora passare dal Senato, quindi non è ancora legge; ma la maggioranza ha dichiarato di volerla portare fino in fondo.&#xA;&#xA;Se passerà — e il mio vaticinio è che passerà — ci ritroveremo davanti a una corsa generale verso il centro.&#xA;&#xA;Meloni farà la balena bianca.&#xA;&#xA;Gli altri partiti diventeranno i suoi cespugli.&#xA;&#xA;Fratelli d’Italia occuperà lo spazio del grande partito conservatore, moderato, istituzionale e apparentemente indispensabile. Forza Italia sarà il cespuglio naturale. Renzi e Calenda potranno offrirsi come cespugli esterni, tecnici, responsabili, europeisti e disponibili a qualsiasi governo purché venga definito «necessario».&#xA;&#xA;Il PD, nel frattempo, dovrà decidere se continuare a inseguire un centro già occupato e ben sorvegliato da Renzi, oppure restare legato a un campo largo nel quale nessuno si fida davvero di nessun altro.&#xA;&#xA;E una popolazione sempre più vecchia proverà finalmente una rassicurante sensazione di familiarità.&#xA;&#xA;Perché vedrà tornare al potere una formula che conosce bene.&#xA;&#xA;br&#xA;Il Pentapartito.&#xA;&#xA;Auguri.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Tra gioiellieri che sparano, gente ammazzata dalla polizia e sproloqui politici ormai quasi estivi, le cronache offrono poco su cui riflettere e moltissimo su cui vaticinare.
A riassumere bene il livello generale provvede un filmato nel quale l’Impero romano porta il fascio littorio ai giochi del Colosseo, come se fosse una fiaccola olimpica, e infine lo consegna a Vannacci. Non si capisce perché: il fascio era l’insegna dell’<em>imperium</em>, non un trofeo da trascinare nell’arena e regalare al primo generale di passaggio.</p>

<p>Per un Romano, una messinscena del genere sarebbe apparsa terribilmente profana. Avrebbe forse parlato di qualcosa di prossimo all’<em>incestus</em>: non l’«incesto» nel significato moderno, ma una violazione religiosa mostruosa. Era <em>incestus</em>, per esempio, il crimine commesso da chi avesse avuto rapporti con una vergine vestale, violandone la castità consacrata e contaminando il rapporto tra Roma e gli dèi. Un reato sacrale tanto grave che entrambi i colpevoli venivano condannati a morte.</p>

<p>Insomma, parecchio materiale per i vaticini.
Giusto per rimanere in tema Roma.</p>

<p>Vaticiniamo, allora.</p>

<p>Ma non sulle budella di qualche povero animale ucciso appositamente. Ho deciso di vaticinare su un caspo di lattuga. Così. Chiunque abbia mai visto un agnello e lo abbia sentito belare sa perché.
Il primo dei miei <em>praenuntia</em> è che, tra non molto, i nodi cominceranno ad arrivare al pettine.</p>

<p>Succede infatti che i soldi del PNRR stanno finendo. Non sono ancora finiti in senso strettamente contabile: ne rimane una parte da erogare e spendere entro la fine del 2026. Ma siamo arrivati all’ultima parte del banchetto, quando sul tavolo restano le briciole, i bicchieri sporchi e il conto.</p>

<p>Quel pochino di PIL positivo che l’Italia è riuscita a produrre negli ultimi anni, se andate a guardare da dove viene, coincide in misura piuttosto imbarazzante con l’arrivo di quei fondi e con gli investimenti da essi alimentati. Non è una mia fantasia: persino le previsioni della Commissione europea spiegano che la crescita italiana continua a essere sostenuta dagli investimenti finanziati dal PNRR.</p>

<p>Il problema è che quei soldi sono stati usati in larga parte per pagare clientele, distribuire commesse, tenere in vita aziende politicamente ben introdotte e inaugurare cose che richiederanno altra spesa pubblica per continuare a esistere. Molto meno, invece, per costruire attività capaci di produrre reddito futuro.</p>

<p>E quindi, quando il flusso di denaro si interrompe, i conti saltano.</p>

<p>Non tutti insieme, naturalmente. Prima ne salta uno, poi un altro. Una società partecipata scopre improvvisamente di avere bisogno di una ricapitalizzazione. Un’opera appena inaugurata scopre di non avere i soldi per funzionare.
Un’azienda che prosperava grazie alle commesse pubbliche scopre il mercato, e il mercato scopre lei.</p>

<p>Poi ne salteranno sempre di più.</p>

<p>Lo si può già vedere applicando quella che chiamo la regola del <em>Corriere della Sera</em>.</p>

<p>Quando il <em>Corriere</em> comincia a sputare sulla Francia e sulla Germania, descrivendole come paesi ormai sull’orlo dell’Armageddon, significa normalmente che il governo italiano vuole altri soldi europei da spalmare su Confindustria come se fossero Nutella, ma l’Europa non glieli vuole dare.</p>

<blockquote><p>Improvvisamente la Germania è fallita, la Francia è in fiamme, Parigi è governata dai cannibali e Berlino sta per essere venduta a peso come ferrovecchio. L’Italia, invece, sarebbe una locomotiva economica, anche se procede alla velocità di un carrello della spesa con una ruota bloccata.</p></blockquote>

<p>Potete usare questa regola per capire meglio la stampa italiana.</p>

<p>Quando vi raccontano con particolare entusiasmo che Francia e Germania stanno per collassare, raramente stanno parlando davvero di Francia e Germania.</p>

<p>Stanno parlando dei soldi che Roma vorrebbe ricevere.</p>

<hr/>

<p><br>
Siccome il PNRR finisce con il 2026, il problema è che tra poco arriveranno le bollette da pagare.</p>

<p>E ci sarà da ridere.</p>

<p>Il governo dovrà infatti trovare il modo di sostituire un flusso di denaro dell’ordine di decine di miliardi all’anno. Possiamo discutere se saranno settanta, ottanta o una cifra leggermente diversa, perché dipenderà da quanta spesa verrà davvero completata, rinviata, rifinanziata oppure semplicemente abbandonata. Ma l’ordine di grandezza è quello: finisce il denaro straordinario e rimangono la spesa ordinaria, le clientele ordinarie e le opere straordinarie che qualcuno dovrà mantenere.</p>

<p>Contemporaneamente, però, arriveranno anche le elezioni.</p>

<p>Meloni è riuscita a tirarla avanti usando il PNRR come un enorme ammortizzatore politico. Finché arrivavano i soldi, poteva distribuire, finanziare, inaugurare e rimandare il momento nel quale qualcuno avrebbe dovuto presentare il conto.</p>

<p>Ora quel momento si avvicina.</p>

<p>Ed è per questo che sta cercando di modificare la legge elettorale in modo da sopravvivere.</p>

<p>Pochi, però, spiegano <strong>in quale modo</strong> intenda sopravvivere.</p>

<p>La nuova legge elimina la parte maggioritaria del Rosatellum e costruisce un sistema proporzionale con premio di maggioranza: se una coalizione raggiunge il 42%, riceve altri settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato; se nessuno raggiunge quella soglia, rimane sostanzialmente <strong>un proporzionale puro.</strong></p>

<p>Ed è qui che la cosa diventa interessante.</p>

<p>Non perché il proporzionale spinga magicamente le masse verso il centro. Questo è il modo scolastico, e sbagliato, di raccontare il cosiddetto <em>Median Voter Effect</em>. Un proporzionale può benissimo far prosperare estremisti, fanatici e partiti fondati da gente che discute con la propria fotografia.</p>

<p>Il punto è un altro.</p>

<p>In un Parlamento proporzionale, il partito che occupa la posizione mediana diventa spesso quello attraverso il quale devono passare le coalizioni possibili. Non necessariamente prende più voti. Semplicemente diventa indispensabile.</p>

<p>Ed essere indispensabili vale più che essere amati.</p>

<p>Questo fa molto comodo alla Meloni.</p>

<p>Finito l’amore con Trump, deve spostarsi verso il centro, perché non può più permettersi di apparire come la filiale italiana di Trump. Trump non è semplicemente di destra: è abbastanza estremo, imprevedibile e tossico da rendere pericolosa qualsiasi associazione troppo stretta, specialmente durante una campagna elettorale europea.</p>

<p>La relazione politica tra i due, del resto, è passata dall’idillio allo scontro aperto. Dopo avere cercato per anni di presentarsi come il ponte tra Washington e Bruxelles, Meloni ha dovuto cominciare a prendere le distanze dal presidente americano e persino a rispondergli pubblicamente.</p>

<p>E contemporaneamente ha un problema grande come una casa con Vannacci.</p>

<p>Vannacci rappresenta esattamente la destra che Meloni deve lasciare indietro per potersi presentare come leader moderata, affidabile, europea e istituzionale. È il candidato naturale dell’universo MAGA italiano: quello al quale guardano Bannon e i settori trumpiani che considerano ormai Meloni troppo compromessa con Bruxelles, con la NATO e con la normale amministrazione dello Stato.</p>

<p>Dire che sia stato direttamente creato e finanziato da Trump e Bannon richiederebbe prove contabili che, al momento, non sono pubbliche. Ma il sostegno politico, mediatico e ideologico di quell’universo è evidente, così come è evidente che la crescita di Vannacci costituisce ormai una minaccia elettorale concreta per Meloni.</p>

<p>La nuova legge le permette quindi di costruire uno spazio politico nel quale Fratelli d’Italia e Forza Italia possono spostarsi verso il centro, mentre Lega e Vannacci vengono lasciati all’estrema destra.</p>

<p>Tajani porta con sé Forza Italia, cioè il pezzo della destra ancora controllato dalla famiglia Berlusconi. Meloni porta il partito più grande. Insieme possono presentarsi come la destra responsabile, governativa e occidentale, mentre tutto ciò che puzza troppo di MAGA viene abbandonato oltre il confine della rispettabilità.</p>

<p>In altre parole, Meloni sta usando la legge elettorale per risolvere contemporaneamente i suoi due problemi più grossi: liberarsi dell’abbraccio di Trump e neutralizzare Vannacci senza doverlo affrontare direttamente.</p>

<p>Preparatevi, quindi, alla Meloni «leader moderata».</p>

<p>Vedrete la conversione europea, il tono istituzionale, le fotografie con i capi di governo rispettabili, le improvvise dichiarazioni sulla responsabilità, sull’equilibrio e sulla stabilità. Probabilmente qualcuno la definirà persino «centrista», perché in Italia basta smettere di urlare per qualche settimana per diventare Alcide De Gasperi.</p>

<p>Preparatevi anche al centro orgiastico.</p>

<p>Renzi, Calenda e Tajani beneficeranno enormemente della nuova centralità parlamentare del centro. Non necessariamente perché gli italiani si precipiteranno in massa a votarli, ma perché, in un sistema proporzionale senza un vincitore autosufficiente, possono diventare i cardini delle coalizioni.</p>

<p>Sono il treppiede sul quale può reggersi il nuovo «centro»: Tajani garantisce il collegamento con la destra governativa e con la famiglia Berlusconi; Renzi garantisce la capacità di entrare e uscire da qualsiasi maggioranza senza provare imbarazzo; Calenda garantisce la presenza di Calenda, che per Calenda rimane sempre una condizione irrinunciabile.</p>

<p>Manca la sinistra.</p>

<p>Che, sondaggi o meno, in un sistema proporzionale come quello attuale rischia di essere praticamente falcidiata.</p>

<p>Non necessariamente nei voti. Nei voti potrebbe anche sopravvivere.</p>

<p>Ma il problema del proporzionale non è soltanto quanti seggi ottieni. È quanti governi possono essere costruiti senza di te.</p>

<p>E se Meloni riesce a diventare la forza mediana tra il centro liberal-conservatore e la destra vannacciana, mentre Renzi, Calenda e Tajani si offrono come cerniera, la sinistra rischia di scoprire che esistono moltissime maggioranze possibili.</p>

<p>Insomma, Fratelli d’Italia nel PPE.</p>

<p>Magari non subito. Magari prima con qualche formula intermedia, qualche alleanza stabile, qualche gruppo parlamentare inventato appositamente per non ammettere che il trasloco è già avvenuto.</p>

<p>Ma la direzione è quella.</p>

<p>Meloni deve lasciare Vannacci, Salvini e l’universo MAGA alla destra estrema; Tajani è già nel PPE e può accompagnarla verso il centro senza nemmeno dover cambiare strada. A quel punto Fratelli d’Italia smette di essere il partito che assedia il sistema europeo e diventa il partito che lo amministra.</p>

<p>Prima alleato esterno. Poi partner indispensabile. Poi, quando nessuno avrà più voglia di fingere, membro della famiglia.</p>

<p>Ripeto: Fratelli d’Italia nel PPE. E&#39; l&#39;obiettivo di questa legge elettorale.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Vaticiniamo a sinistra.</p>

<p><em>Mala tempora currunt.</em></p>

<p>I problemi irrisolti sono una quantità enorme. Il primo, e probabilmente il più antico, è la contraddizione tra il ceto medio — che è il nome buono; quando vogliono disprezzarlo lo chiamano «piccola borghesia» — e il mondo dei lavoratori.</p>

<p>È un problema vecchio, che diventa evidente negli anni Settanta.</p>

<p>Immaginate una manifestazione di operai e sindacati nel 1970.</p>

<p>Sono le sei del mattino e in piazza si sono già radunati gli operai usciti dal turno della notte. Hanno la barba lunga, le occhiaie e otto ore di fabbrica ancora addosso. Sono lì perché vogliono qualche lira in più da portare a casa, un orario meno bestiale e magari cinque minuti al giorno per andare al gabinetto senza che il caporeparto li cronometri come pistoni difettosi.</p>

<p>Il corteo comincia.</p>

<p>Finalmente arrivano le undici, l’ora nella quale si alzano dal letto gli studenti universitari.</p>

<p>Naturalmente ci furono eccezioni: studenti e operai marciarono, raramente, anche insieme, organizzarono picchetti comuni e, nell’Autunno caldo, contribuirono a costruire una stagione di lotte che produsse risultati molto concreti, compreso lo Statuto dei lavoratori.</p>

<p><br>
Ma la caricatura serve a mostrare quello che sarebbe successo dopo.</p>

<p>I cartelli con scritto «vogliamo un aumento di stipendio», «vogliamo ridurre l’orario di lavoro» e «vogliamo più sindacato in azienda» cominciano lentamente a sparire sotto una banda di farlocchi che oggi verrebbe descritta dai giornali come una «festa gioiosa e colorata».</p>

<p>Gli slogan non riguardano più la paga, i turni, la sicurezza sul lavoro o il potere del padrone dentro la fabbrica. Riguardano il diritto a togliersi il reggiseno, a non depilarsi e a mandare «la fantasia al potere».</p>

<p>Tutte rivendicazioni che potevano anche avere un senso per chi le formulava. Ma non erano le stesse rivendicazioni.</p>

<p>E soprattutto non appartenevano alla stessa classe sociale.</p>

<p>Cosa stava succedendo?</p>

<p>Stava succedendo che il mondo <em>liberal</em> americano, con il suo linguaggio universitario, individualista e identitario, irrompeva nelle piazze europee e cominciava lentamente a sostituire il mondo delle lotte dei lavoratori.</p>

<p>Non lo spazzò via in un giorno. Non arrivò alle undici di una precisa mattina del 1970 e non strappò materialmente i cartelli dalle mani degli operai.</p>

<p>Fece qualcosa di più efficace.</p>

<p>Ne sostituì il vocabolario.</p>

<p>La lotta contro il padrone diventò la lotta contro il costume. La distribuzione della ricchezza diventò la rappresentazione. Il salario diventò visibilità. Il potere economico diventò linguaggio. Lo sfruttamento diventò soprattutto una questione di riconoscimento personale.</p>

<p>Il contrasto tra questi due mondi — la sinistra europea e il liberalismo americano — esiste ancora. E, sia chiaro, è impossibile da conciliare sino in fondo.</p>

<p>Una sinistra europea storicamente orientata al lavoro, ai salari, ai rapporti di proprietà e alla distribuzione della ricchezza non è conciliabile con la porcheria liberal anglosassone, che considera accettabile qualsiasi struttura economica purché sia amministrata da un campione sufficientemente variopinto di individui.</p>

<p>Facciamo un esempio.</p>

<p>La sinistra liberal osserva le società comprese nello S&amp;P 500.</p>

<p>Parliamo di cinquecento società che, nel giugno 2026, avevano una capitalizzazione complessiva di circa 67.200 miliardi di dollari. Una cifra equivalente a circa il <strong>53 per cento dell’intero PIL mondiale prodotto in un anno</strong>.</p>

<p>Ovviamente la capitalizzazione di Borsa e il PIL non sono la stessa cosa. Ma l’ordine di grandezza è quello: cinquecento consigli di amministrazione controllano società il cui valore complessivo equivale a più della metà di tutto ciò che l’intera umanità produce annualmente.</p>

<p>E quale sarebbe, secondo la sinistra liberal, il problema fondamentale di questa concentrazione di potere?</p>

<p>Che tra gli amministratori delegati ci sono troppo poche donne.</p>

<p>Il “soffitto di cristallo”.</p>

<p>Per un socialista europeo, invece, il problema è precedente.</p>

<p>Il problema è che cinquecento società possano concentrare un valore equivalente al 53 per cento del PIL mondiale e, attraverso quel capitale, condizionare governi, legislazioni, lavoro, informazione, tecnologia, abitazione e persino guerra.</p>

<p>Quella situazione non dovrebbe essere resa <em>più inclusiva.</em></p>

<p><strong>Non dovrebbe nemmeno esistere.</strong></p>

<p>Il liberal chiede che anche una donna (nera e transessuale) possa diventare zar.
Il socialista europeo discute dell’<strong>opportunità di continuare ad avere uno zar.</strong></p>

<p>Uno discute dell’esistenza dello zar. L’altro del colore del suo vestito.</p>

<p>Uno vuole abolire la piramide. L’altro vuole che sulla cima della piramide siano rappresentate correttamente tutte le categorie demografiche.</p>

<p>Non è una differenza di sensibilità.</p>

<p>È una frattura insanabile.</p>

<p>E lo è ancora oggi.</p>

<hr/>

<p><br>
La frattura tra i socialisti europei — che in Italia avevano il sostegno delle masse dei lavoratori — e i liberal americani — che oggi hanno soprattutto il sostegno di un ceto medio morente — è tutta qui.</p>

<p>Per i socialisti esistono, in ultima analisi, due classi sociali: i poveri e i ricchi.</p>

<p>Naturalmente esistono infinite differenze culturali, religiose, sessuali, geografiche e personali. Ma la divisione politica fondamentale rimane quella tra chi possiede il capitale e chi deve lavorare per vivere; tra chi può permettersi di perdere il lavoro e chi, perdendolo, perde tutto; tra chi decide il prezzo del lavoro e chi deve accettarlo.</p>

<p>Per i liberal, invece, la società è composta da decine di gruppi da rappresentare.</p>

<p>Neri, lesbiche, transessuali, donne — ma soprattutto donne in carriera — islamici, minoranze sessuali, minoranze religiose e tutta una serie di categorie i cui diritti sono certamente importanti, ma soltanto finché ci ostiniamo a non notare una cosa piuttosto evidente.</p>

<p>Queste categorie sono composte da poveri, oppure non hanno alcun problema economico rilevante.</p>

<p>Una donna povera ha innanzitutto un problema di povertà. Una lesbica povera ha innanzitutto un problema di povertà. Un immigrato povero ha innanzitutto un problema di povertà. Un transessuale povero ha innanzitutto un problema di povertà.</p>

<p>Naturalmente possono avere anche altri problemi, specifici e reali. Ma il liberalismo compie un’operazione molto precisa: separa quei problemi dalla condizione economica, li trasforma in identità autonome e poi si offre di rappresentarle una per una.</p>

<p>In questo modo può parlare per anni della composizione demografica dei consigli di amministrazione senza mai domandarsi perché esistano consigli di amministrazione dotati di tanto potere.</p>

<p>Può chiedere più donne tra i dirigenti senza chiedere salari più alti per le donne che puliscono gli uffici dei dirigenti.</p>

<p>Può chiedere più amministratori delegati neri senza domandarsi perché i lavoratori neri siano poveri.</p>

<p>Può discutere della presenza delle minoranze nei vertici senza mettere in discussione l’esistenza dei vertici.</p>

<p>Il lavoratore italiano medio, però, non è una lesbica TERF tormentata dal problema dei bagni.</p>

<p>È semplicemente povero.</p>

<p>Ha uno stipendio che non cresce, un affitto che cresce, una pensione che forse non arriverà, figli che non riesce a mantenere e un lavoro dal quale può essere espulso appena un algoritmo decide che non produce abbastanza.</p>

<p>Questo non significa che i problemi dei bagni, delle discriminazioni o dei diritti delle minoranze non esistano. Significa che non sono il linguaggio politico attraverso il quale la maggioranza dei lavoratori italiani descrive la propria vita.</p>

<p>La maggioranza dei lavoratori italiani non chiede di essere «rappresentata».</p>

<p>Chiede di arrivare alla fine del mese.</p>

<p>Ma nel PD non esistono più socialisti europei capaci di parlare a queste persone. Rimangono, al massimo, quelli che scimmiottano i marxisti da picchetto universitario: molto bravi a riprodurne il linguaggio, l’abbigliamento, le pose e il repertorio simbolico, ma del tutto incapaci di rappresentare chi lavora davvero.</p>

<p>E quindi i poveri non si sentono rappresentati.</p>

<p>Non perché siano improvvisamente diventati fascisti, razzisti, omofobi o nemici del progresso.</p>

<p>Semplicemente, quando parlano dei propri problemi, nessuno a sinistra risponde nella loro lingua.</p>

<p>Il liberal anglosassone li sta uccidendo lentamente.</p>

<p>E non ho detto «woke».</p>

<p>Il <em>woke</em> è soprattutto un problema, o un’ossessione, della destra: un mostro polemico dentro il quale viene infilato qualsiasi argomento sgradito, dalla sirenetta nera fino alla maestra che chiede di non picchiare il compagno omosessuale.</p>

<p>Io ho detto semplicemente <em>liberal</em>.</p>

<p>Cioè una dottrina politica perfettamente compatibile con la concentrazione della ricchezza, <strong>purché i ricchi siano sufficientemente colorati, gioiosi e diversi tra loro.</strong>
Una dottrina che non vuole abolire la classe dominante.</p>

<p>Vuole renderla rappresentativa.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Il mio <em>praenuntium</em> è che, in queste condizioni, Schlein non abbia alcuna speranza di ottenere qualcosa di buono alle prossime elezioni, specialmente se verranno disputate con un sistema capace di trasformare una coalizione sufficientemente grande in una maggioranza parlamentare, premio di maggioranza o altro artificio equivalente.</p>

<p><br>
Schlein è il simbolo perfetto del mondo <em>liberal</em>. È chiaramente una liberal nel senso anglosassone del termine e non è, per nessuna ragione immaginabile, una socialista europea.</p>

<p>Può parlare di salario minimo, certo. Può andare a una manifestazione sindacale. Può farsi fotografare il Primo Maggio accanto a persone che conoscono il testo dell’Internazionale.</p>

<p>Ma il suo linguaggio politico, il suo retroterra culturale e il pubblico al quale si rivolge sono quelli del liberalismo anglosassone: rappresentazione, identità, minoranze, inclusione, diritti individuali e composizione demografica delle élite.</p>

<p>Il problema è semplicemente che l’Italia si sta impoverendo.</p>

<p>E i poveri italiani non trovano abbastanza socialismo né in Schlein né nel suo partito.</p>

<p>Trovano un partito per liberal. Un partito per il ceto medio istruito, urbano, professionale e culturalmente progressista. Cioè un partito costruito intorno a una classe sociale morente, che continua a discutere come se fosse ancora il ceto medio benestante degli anni Novanta mentre scivola lentamente verso la proletarizzazione.</p>

<p>Il PD parla a persone che temono di perdere il proprio status.</p>

<p>Il problema è che milioni di italiani quello status lo hanno già perso.</p>

<p>Oppure non lo hanno mai avuto.</p>

<p>Il lavoratore povero non vuole essere rassicurato sul fatto che il prossimo consiglio di amministrazione sarà più inclusivo. Vuole sapere perché il suo stipendio reale diminuisce, perché il suo affitto aumenta e perché, dopo trent’anni di lavoro, possiede meno di quanto possedessero i suoi genitori alla sua età.</p>

<p>Schlein non possiede una risposta socialista a queste domande.</p>

<p>Possiede risposte liberal.</p>

<p>E quindi, quando arriveranno le elezioni, dovrà convincere una popolazione che si impoverisce a votare per il partito culturalmente rappresentativo di un ceto medio che si sta estinguendo. O convincere i pensionati alla fame che la lotta delle lesbiche e&#39; la loro lotta.</p>

<p>Non sembra una strategia destinata al successo.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Andiamo allora al suo «alleato» del «campo largo».</p>

<p>Uno dei soliti nomi surrettizi inventati per indicare alleanze dalla stabilità improbabile. Prima c’era l’Ulivo. Poi sono arrivati i riformisti, i democratici, i progressisti, le coalizioni civiche, i fronti repubblicani e probabilmente qualche altra parola scelta dopo avere verificato che non significasse nulla di troppo preciso.</p>

<p>Adesso abbiamo il campo largo.</p>

<p>Il nome è perfetto, perché dice quanto spazio occupi e non dice assolutamente che cosa vi cresca dentro.</p>

<p>Nel campo largo dovrebbe esserci Giuseppe Conte.</p>

<p>La prima cosa che amici e colleghi tedeschi mi chiesero quando comparve alla <em>Tagesschau</em> fu:</p>

<p>«<em>Und wer zum Teufel ist das jetzt?</em>»</p>

<p>In italiano:</p>

<p>«E adesso chi cazzo è quello?»</p>

<p>Un partito come il PD dovrebbe provare <strong>orrore</strong> per Giuseppe Conte.</p>

<p>Non perché la sua nomina a presidente del Consiglio sia stata formalmente illegittima. La Costituzione italiana non prevede l’elezione diretta del capo del governo: il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio, che deve poi ottenere la fiducia del Parlamento.</p>

<p>Tutto regolare, dunque.</p>

<p>Ed è proprio questo il problema.</p>

<p>Non puoi predicare per anni la correttezza amministrativa, la trasparenza delle istituzioni, la responsabilità pubblica e la correttezza giuridica dello Stato, e poi accettare tranquillamente che, subito dopo le elezioni politiche, compaia un uomo che nessuno aveva mai sentito nominare e finisca a fare il presidente del Consiglio.</p>

<p>Perché sì.</p>

<p>O, almeno, questa è l’impressione lasciata agli elettori.</p>

<p>Giuseppe Conte non era stato il candidato alla presidenza del Consiglio di nessuno dei due partiti che formarono la maggioranza. Non aveva guidato la campagna elettorale. Non aveva presentato un programma agli elettori. Non aveva ottenuto un mandato politico personale. Non era neppure una personalità pubblica intorno alla quale fosse possibile immaginare una maggioranza formatasi durante il voto.</p>

<p>Era un professore quasi sconosciuto, comparso alla fine di una trattativa tra Movimento 5 Stelle e Lega.</p>

<p>Legalmente, tutto questo è possibile.</p>

<p>Politicamente, rimane mostruosamente opaco.</p>

<p>Per settimane gli italiani avevano votato Di Maio, Salvini, Berlusconi, Renzi e tutti gli altri personaggi esposti nella vetrina elettorale. Poi i partiti si chiusero in una stanza, produssero un contratto di governo e, come ultimo risultato della moltiplicazione, ne uscì Giuseppe Conte.</p>

<p>Un uomo che non era stato sottoposto al giudizio degli elettori neppure indirettamente come possibile capo del governo.</p>

<p>E nessuno ha mai capito davvero attraverso quale processo politico sia stato scelto proprio lui.</p>

<p>Chi lo propose per primo?</p>

<p>Quali garanzie offriva?</p>

<p>A chi?</p>

<p>Per quale ragione era considerato il punto di equilibrio ideale?</p>

<p>Quali rapporti precedenti aveva con i gruppi che lo scelsero?</p>

<p>Le risposte formali esistono: fu indicato dai partiti della maggioranza e incaricato dal Presidente della Repubblica.</p>

<p>Ma la risposta politica rimane nascosta dentro la trattativa.</p>

<p>Il Movimento 5 Stelle prometteva di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.</p>

<p>Con Conte presidente del Consiglio, la scatoletta non soltanto non venne aperta.</p>

<p>Divenne opaca come un blocco di molibdeno.</p>

<p>Ed è difficile capire come il PD possa presentarsi contemporaneamente come il partito della trasparenza istituzionale e considerare naturale allearsi con il prodotto più opaco della politica italiana recente.</p>

<p>Conte non fu scelto dagli elettori.</p>

<p>Fu prodotto da una trattativa.</p>

<p>E successivamente riuscì persino a sopravvivere alla scomparsa della maggioranza che lo aveva prodotto, passando senza elezioni da un governo con la Lega a un governo con il PD.</p>

<p>Sempre con Conte presidente del Consiglio.</p>

<p>La maggioranza cambiava.</p>

<p>Gli alleati cambiavano.</p>

<p>Il programma cambiava.</p>

<p>Conte rimaneva.</p>

<p>La scatoletta di tonno, ormai, non conteneva più soltanto il governo.</p>

<p>Conteneva anche il proprio apriscatole.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Perché Conte, e non Ivo Balboni?</p>

<p>Questa è la domanda.</p>

<p>Non come sia stato nominato. Quello lo sappiamo: Di Maio e Salvini portarono il suo nome al Quirinale, Mattarella gli conferì l’incarico e il Parlamento gli diede la fiducia.</p>

<p>Ma perché proprio Conte?</p>

<p>Chi lo scelse davvero? Chi pronunciò per primo il suo nome? Perché, tra milioni di italiani, due partiti che avevano appena vinto le elezioni decisero che l’uomo giusto per governare il paese fosse un professore sostanzialmente sconosciuto, privo di partito, di voti e di una carriera politica?</p>

<p>Perché Conte e non Ivo Balboni?</p>

<p>A questa domanda non esiste una risposta pubblica soddisfacente.</p>

<p>Esiste soltanto il risultato di una trattativa opaca: serviva qualcuno, comparve Conte, e poche settimane dopo era presidente del Consiglio.</p>

<p>Tutto questo dovrebbe fare orrore al PD, che pretende di essere il partito della trasparenza, della correttezza amministrativa e della serietà istituzionale.
Invece parla di «campo largo».</p>

<p>Ed è qui che ricompare uno dei problemi storici di credibilità del PD e delle sinistre italiane in genere:
ciò che fa comodo in campagna elettorale, o sembra far comodo, diventa automaticamente giusto e bello, anche quando sino al giorno prima avevano spiegato che cose del genere facevano schifo.</p>

<p>Non cambia il fatto.</p>

<p>Cambia soltanto la convenienza.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Di queste «concessioni» alle logiche elettorali se ne trovano tantissime.</p>

<p>Tanto che molti — io per primo — hanno finito per pensare che il PD dica quasi sempre cose bellissime ed enunci principi sacrosanti.</p>

<p>Il problema è che non sembra crederci nemmeno lui.</p>

<p>E quindi, quando quei principi diventano scomodi, oppure quando sembra elettoralmente conveniente buttarli via, li butta via.</p>

<p>Facciamo due esempi.</p>

<p>Un giorno mi trovavo a Modena, alla Festa dell’Unità.</p>

<p>La star della giornata, invitata a partecipare e accolta da applausi da stadio, era Indro Montanelli.</p>

<p>Forse non sapete chi fosse.</p>

<p>Indro Montanelli era stato un giornalista fascista e un volontario della guerra coloniale in Etiopia. Non era stato mandato laggiù come oppositore del regime, né come osservatore clandestino intenzionato a denunciarne i crimini. Era
partito volontario, aveva ricevuto i gradi da ufficiale e aveva comandato truppe coloniali italiane composte da ascari.</p>

<p>In altre parole, non era uno che il regime considerasse pericoloso.</p>

<p>Era uno al quale il regime consentiva di indossare l’uniforme, comandare uomini armati e partecipare a una guerra d’aggressione coloniale.</p>

<p>Nel frattempo raccontava l’impresa africana, che secondo il linguaggio ufficiale del fascismo doveva naturalmente apparire come un’epopea nazionale, una missione civilizzatrice e una successione di grandi vittorie.
Arrivato in Africa, Montanelli decise inoltre di fare quello che, a suo dire, facevano molti italiani nelle colonie: comprarsi una ragazzina africana.</p>

<p>Seguendo la pratica coloniale del cosiddetto <em>madamato</em>, trovò una famiglia povera e, in cambio di denaro, ottenne una bambina che lui stesso descrisse una volta come dodicenne e altre volte come quattordicenne.</p>

<p>Ma non stiamo parlando di un matrimonio nel significato che attribuiamo normalmente alla parola. Stiamo parlando di un ufficiale coloniale adulto che pagò una famiglia povera perché gli consegnasse una bambina da usare come domestica e partner sessuale temporanea.</p>

<p>Non si tratta di un’accusa ricostruita decenni dopo dai suoi nemici.</p>

<p>Lo raccontò lui.</p>

<p>Raccontò di averla comprata. Raccontò della sua età. Raccontò che la ragazza era infibulata e che questo gli impediva di avere con lei il rapporto sessuale che desiderava.</p>

<p>E raccontò anche la soluzione.</p>

<p>Secondo le parole dello stesso Montanelli, per superare quella che definiva una barriera ai propri desideri fu necessario il «brutale intervento della madre».</p>

<p>Non sappiamo esattamente che cosa le venne fatto.</p>

<p><img src="/images/bb1ad87da3d690db33cb6875ac5458ae.png" alt="image.png"></p>

<p>Sappiamo come lo descrisse lui: un intervento brutale, compiuto sul corpo di una bambina perché l’ufficiale italiano che l’aveva comprata potesse finalmente usarla.</p>

<p>Questo era Indro Montanelli.</p>

<p>E nel 1994 la Festa dell’Unità di Modena lo accolse come una celebrità.</p>

<p>D’Alema arrivò a dichiarare: «Abbiamo bisogno di un uomo come Montanelli». Il pubblico applaudiva, faceva il tifo, lo celebrava come il grande eretico della destra italiana.</p>

<p>Perche&#39; faceva comodo contro Berlusconi. Perche&#39; “ci aveva litigato”.</p>

<p>Ora, naturalmente, il PD e la sinistra italiana vi spiegheranno che il fascismo è il male assoluto, che il colonialismo è un crimine, che la violenza sulle donne non deve essere relativizzata, che il potere maschile sui corpi femminili è intollerabile e che comprare esseri umani è schiavismo.</p>

<p>Tutte cose bellissime.</p>

<p>Tutti principi sacrosanti.</p>

<p>Poi arriva Indro Montanelli, litiga con Berlusconi, e diventa utile per la caccia al cighialone.</p>

<p>E improvvisamente tutto il resto diventa secondario.</p>

<p>Il fascismo diventa una vivace esperienza giovanile.</p>

<p>La guerra coloniale diventa giornalismo d’avventura.</p>

<p>La bambina comprata diventa una curiosità biografica.</p>

<p>Il «brutale intervento della madre» diventa una bizzarria appartenente a un’altra epoca.</p>

<p>Perché ciò che fa comodo in quel momento, o sembra fare comodo, <strong>diventa automaticamente giusto e bello.</strong></p>

<p>Anche quando, sino al giorno prima, il partito aveva spiegato che cose del genere facevano schifo.</p>

<hr/>

<p>Le domande che sorsero in me erano due.</p>

<p>La prima era:</p>

<p><strong>«Ma che cosa deve fare ancora una persona, per farvi schifo?»</strong></p>

<p>Dove comincia, esattamente, la linea rossa del «questo non si può accettare»?</p>

<p>E la seconda domanda era:</p>

<p><strong>«Ma credete davvero alle cose che dite?»</strong></p>

<p>Perché, se Indro Montanelli vi andava bene, per quale ragione avete sollevato tutto quel clamore intorno alla vicenda di Ruby Rubacuori?</p>

<p>Che cosa le mancava, esattamente?</p>

<p>Il fatto di non essere stata comprata dalla famiglia?</p>

<p>L’infibulazione?</p>

<p>Perché il punto non è assolvere Berlusconi. Il punto è capire quale morale stiate usando.</p>

<p>Se una minorenne coinvolta nelle feste di Berlusconi diventa la prova definitiva della sua indegnità politica, allora un uomo che racconta di avere comprato una quattordicenne africana e di averla potuta usare sessualmente dopo il «brutale intervento della madre» dovrebbe trovarsi molto oltre la vostra linea rossa.</p>

<p>E invece no.</p>

<p>Uno diventa il simbolo della corruzione morale della destra.</p>

<p>L’altro viene invitato alla Festa dell’Unità.</p>

<p>A quel punto la domanda non è più quale dei due fosse peggiore.</p>

<h2 id="la-domanda-è-se-crediate-davvero-ai-principi-che-proclamate-oppure-se-quei-principi-valgano-soltanto-quando-colpiscono-l-avversario-giusto">La domanda è se crediate davvero ai principi che proclamate, oppure se quei principi valgano soltanto quando colpiscono l’avversario giusto.</h2>

<hr/>

<p><br>
E questo è il problema delle sinistre di oggi.</p>

<p>A parole sembrano enunciare i principi più alti e sostenere le cose più belle. Poi, però, basta accendere la memoria per accorgersi che spesso non credono davvero a ciò che dicono.</p>

<p>O, almeno, non abbastanza da rinunciare a buttarlo via quando diventa elettoralmente scomodo.</p>

<p>In questa situazione, quel 20-22 per cento che i sondaggi attribuiscono al PD rischia di essere un miraggio conclamato: una fotografia momentanea, non necessariamente un elettorato disposto a seguirlo sino alle urne. Specialmente se
la campagna elettorale si trasformerà in una gigantesca corsa verso il centro.</p>

<p>Ed è precisamente ciò che il nuovo sistema favorirebbe.</p>

<p>La riforma approvata dalla Camera elimina la quota maggioritaria del Rosatellum e introduce un sistema proporzionale con un premio per la coalizione che supera il 42 per cento. Deve ancora passare dal Senato, quindi non è ancora legge; ma la maggioranza ha dichiarato di volerla portare fino in fondo.</p>

<p>Se passerà — e il mio vaticinio è che passerà — ci ritroveremo davanti a una corsa generale verso il centro.</p>

<p>Meloni farà la balena bianca.</p>

<p>Gli altri partiti diventeranno i suoi cespugli.</p>

<p>Fratelli d’Italia occuperà lo spazio del grande partito conservatore, moderato, istituzionale e apparentemente indispensabile. Forza Italia sarà il cespuglio naturale. Renzi e Calenda potranno offrirsi come cespugli esterni, tecnici, responsabili, europeisti e disponibili a qualsiasi governo purché venga definito «necessario».</p>

<p>Il PD, nel frattempo, dovrà decidere se continuare a inseguire un centro già occupato e ben sorvegliato da Renzi, oppure restare legato a un campo largo nel quale nessuno si fida davvero di nessun altro.</p>

<p>E una popolazione sempre più vecchia proverà finalmente una rassicurante sensazione di familiarità.</p>

<p>Perché vedrà tornare al potere una formula che conosce bene.</p>

<p><br>
Il Pentapartito.</p>

<p>Auguri.</p>

<p><br></p>

<p>Uriel Fanelli
<p/>
—<br>
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      <guid>https://keinpfusch.net/praenuntii-vesperi</guid>
      <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 10:29:26 +0000</pubDate>
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      <title>L&#39;Odissea di Nolan e&#39; una cagata pazzesca (cit.)</title>
      <link>https://keinpfusch.net/lodissea-di-nolan-e-una-cagata-pazzesca-cit</link>
      <description>&lt;![CDATA[Non capita spesso, a chi ha fatto il Liceo Classico, di avere finalmente qualcosa da dire ai contemporanei. Se non, naturalmente, per far sapere ai contemporanei di aver fatto il Liceo Classico.&#xA;E questo film, purtroppo, svolge precisamente quella funzione. È quello che, per certi ambienti del PD, rappresentava girare con Il Maestro e Margherita sotto il braccio: un oggetto di riconoscimento, un segnale sociale, un modo per comunicare agli astanti di aver fatto il liceo. Spesso il liceo cremino della città, quello dal quale si esce convinti di aver ricevuto non tanto un’istruzione, quanto una qualche forma di investitura sacerdotale.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Il problema è ovvio. Negli ultimi anni gli americani hanno perso completamente qualsiasi barlume di creatività e, di conseguenza, hanno cominciato a saccheggiare qualsiasi cosa sia stata inventata da qualcun altro. Compresa la mitologia.&#xA;Il problema è che hanno un pubblico di triceratopi lobotomizzati, e quindi devono ridurre ai propri cliché qualsiasi cosa riescano a masticare. Non importa quale sia il materiale di partenza, quanto sia antico, complesso o stratificato: alla fine deve sempre diventare qualcosa che il pubblico riconosca senza fare lo sforzo di capire.&#xA;&#xA;Hanno già devastato praticamente tutte le fiabe dei fratelli Grimm, trasformandole nella solita storia in cui bisogna che qualcuno spari a qualcun altro, anche se, in mancanza di una pistola, può andare bene una spada. E adesso hanno deciso di merdificare anche l’Odissea, trattandola come un MacBurger qualsiasi: la si prende, la si schiaccia dentro uno stampo industriale, la si riempie dei soliti ingredienti e la si serve a un pubblico che deve poterla inghiottire senza accorgersi di aver avuto davanti qualcosa di diverso.&#xA;&#xA;In pratica, dovevano preparare una caponata, ma il pubblico americano riconosce soltanto il Big Mac. E allora hanno fatto una caponata usando gli ingredienti del Big Mac: carne industriale, formaggio finto, salsa zuccherata e cetriolini. Poi l’hanno servita in una ciotola, chiamandola “epica”. Il risultato non è né una caponata né un Big Mac. È semplicemente qualcosa che ha perso ogni sapore originale, ma conserva tutti i difetti del prodotto industriale.&#xA;&#xA;**&#xA;&#xA;br&#xA;Non saprei nemmeno da dove cominciare a descrivere questo disastro fecale radioattivo, e quindi conviene partire dalla componente principale: il protagonista.&#xA;&#xA;Nell’Odissea, Ulisse è un personaggio intelligente, umano, complesso, astuto, determinato e, per certi versi, colto. La precisione con cui viene rappresentata la sua umanità è, essa stessa, una misura della cultura greca antica: lo studio dell’umano non soltanto come individuo, ma come concetto astratto, come creatura costretta a confrontarsi con il destino, con gli dèi, con i propri limiti e con le proprie contraddizioni.&#xA;&#xA;Nel film, invece, devono aver trovato in frigorifero alcuni muscoli addominali avanzati dalle riprese di 300 e aver deciso di costruirci attorno un personaggio. La sua psicologia sembra quella di un marine di ritorno dal Vietnam, o dall’Iraq.&#xA;&#xA;Non è più un essere umano che dispone soltanto della propria intelligenza, della propria astuzia e, in definitiva, della propria umanità per reagire a un mondo e a un destino governati da entità superiori. È semplicemente un marine: si adatta, supera gli ostacoli, raggiunge l’obiettivo e vince.&#xA;&#xA;Tutto ciò che rendeva Ulisse uno dei personaggi più complessi della letteratura occidentale viene così ridotto a uno stupido boot camp con gli addominali.&#xA;&#xA;Immaginate che John Rambo torni dal Vietnam in autobus e che, avendo della geografia una conoscenza più o meno equivalente a quella dell’americano medio, scenda per errore alla fermata «Antica Grecia».&#xA;Da lì in poi, il film procede esattamente come ci si aspetterebbe. Rambo incontra uno sceriffo che lo detesta, lo perseguita e decide di rendergli il viaggio di ritorno il più difficile possibile.&#xA;Solo che lo sceriffo si chiama Poseidone.&#xA;&#xA;E lo spessore psicologico del personaggio è più o meno quello di Stallone che pronuncia quindici parole in tutto il film, mentre ammazza gente di qua e ammazza gente di là.&#xA;&#xA;Ulisse, cioè l’uomo dell’astuzia, della parola, dell’inganno, della pazienza e della memoria, viene ridotto a un armadio addestrato che avanza attraverso la trama eliminando ostacoli. Non pensa: reagisce. Non persuade: colpisce. Non sopravvive perché comprende il mondo, ma perché è più grosso, più duro e più determinato degli altri.&#xA;&#xA;In pratica, non è più Ulisse.&#xA;&#xA;La sua umanita&#39; e&#39; quella di John Rambo con una tunica.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Il secondo problema — e ripeto: problema — consiste nel mostrare gli dèi greci a un pubblico ossessivamente determinato a credere in Gesù Smith &amp; Wesson Cristo. O, perlomeno, a dichiarare di crederci.&#xA;&#xA;Nell’Odissea, gli dèi sono al tempo stesso potenze immanenti, capaci di determinare il destino umano, ed esseri parecchio umani e parecchio politici. Forgiano il destino degli uomini, ma non sono mossi da valori assoluti come il Bene con la B maiuscola, la Giustizia universale o qualche altra astrazione morale.&#xA;&#xA;Sono mossi, piuttosto, da quella che potremmo definire l’umanità tipica dei vigili urbani: possono perseguitarvi, certo, ma non necessariamente in nome della legge. Possono farlo per palpare le tette a vostra moglie, per vendicarsi di un’offesa, per favorire un parente, per umiliare un rivale o per motivi altrettanto nobili.&#xA;&#xA;Possiamo discutere quanto vogliamo della psicologia degli dèi greci. Possiamo discutere se rappresentino forze naturali, pulsioni umane, rapporti politici, strutture del destino o tutte queste cose insieme.&#xA;&#xA;Ma il punto resta: erano umani, erano politici e, soprattutto, avevano una psicologia , nei termini greci, ovvero disponevano di una personalita&#39; umana.&#xA;&#xA;Qui Nolan si trova davanti a un altro problema di merdificazione. Non può mostrare a un pubblico educato a Gesù Smith &amp; Wesson Cristo che Ulisse creda davvero negli dèi, perché dovrebbe rappresentare come normale e concreta una concezione religiosa completamente estranea a quella americana. Ma non può nemmeno tradurre sullo schermo ciò che gli dèi rappresentavano per i greci: una certa idea dell’umanità, del destino e delle forze che governano entrambi. È un concetto troppo astratto per il tipo di film che ha deciso di fare.&#xA;&#xA;E Atena, secondo me, è il caso più strano.&#xA;&#xA;Zendaya viene fotografata come se dovesse incarnare una presenza cosmica. Ogni sua apparizione sembra preparare una rivelazione metafisica, oppure almeno una frase capace di modificare il corso degli eventi. Poi, però, le viene consentito soprattutto di guardare Ulisse con aria delusa.&#xA;&#xA;È certamente una bella immagine. Ma non è la dea della sapienza, della strategia e della guerra ragionata. È quasi la terapeuta muta del protagonista, che compare periodicamente per comunicargli, con l’espressione del volto, che potrebbe impegnarsi di più.&#xA;&#xA;L’ho già detto? Atena è Zendaya.&#xA;&#xA;Donna bellissima, sia chiaro. Ma la sua recitazione, in questo film, l’abbiamo praticata tutti per anni, ogni mattina, quando il professore chiamava l’appello e noi rispondevamo: «Presente».&#xA;&#xA;Comunque Zendaya era uno degli ingredienti acquistati dalla produzione, e quindi dovevano mettercela. Ce l’hanno messa come il cazzo sui maccheroni: non perché servisse alla ricetta, ma perché era già nella dispensa, costava parecchio e compariva in grande sul materiale promozionale.&#xA;&#xA;Inoltre, il casting di un’attrice nera non bianca al 100% nel ruolo di Atena offriva a Nolan la speranza di scatenare le solite polemiche da Cleopatra reinterpretata da Netflix: settimane di articoli, indignazione, accuse incrociate e pubblicità gratuita. Un’altra componente del prodotto, insomma. Non funziona davvero, perché il problema del personaggio non è l’aspetto di Zendaya: è che Atena non fa quasi nulla che richieda Atena per farlo. Una psicoanalista in servizio 24/7 poteva andare bene lo stesso.&#xA;&#xA;Ma una riverenza all’ala woke del pubblico, nel dubbio, a Hollywood non si nega mai. Anche se, a dire il vero, Zendaya potrebbe davvero essere una tipica donna del mediterraneo. Ma gli americani non lo sanno: hanno rinominato il Mediterraneo &#34;Golfo di Pizza Hut&#34;.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Torniamo agli dèi.&#xA;&#xA;Sì, perché non sembrano davvero dèi greci. Sembrano piuttosto fenomeni psicologici, allucinazioni simboliche o espedienti visivi sui quali Nolan evita deliberatamente di prendere posizione.&#xA;&#xA;Nell’Odissea omerica, gli dèi non sono vaghe presenze allegoriche. Sono personaggi concreti, litigiosi, vanitosi, faziosi e politicamente attivi. Tengono assemblee, negoziano, mentono, proteggono i propri favoriti e sabotano quelli altrui. Atena non è la coscienza traumatizzata di Ulisse: è la sua alleata operativa. Lo traveste, gli procura aiuti, manipola gli incontri e organizza il ritorno quasi come un ufficiale dei servizi segreti.&#xA;&#xA;Nel film, invece, Atena appare soprattutto come una visione accusatoria, quasi una materializzazione della colpa di Ulisse.&#xA;&#xA;Poseidone diventa il mare, la tempesta e una volontà riferita da altri, più che un personaggio dotato di intenzioni proprie.&#xA;&#xA;Zeus, infine, viene praticamente ridotto al tuono: il segnale cinematografico standard con cui si suggerisce che «forse esiste qualcosa lassù».&#xA;&#xA;Ma Zeus, a quel punto, potrebbe essere tranquillamente il riscaldamento globale. Basta che produca tuoni, cattivo tempo e danni. Il risultato narrativo è identico.&#xA;Insomma, siccome ormai nemmeno il Papa sta particolarmente simpatico ai MAGA, ecco servita una spruzzata di Woody Allen: la religione trasformata in psicanalisi invadente.&#xA;&#xA;Hai visto Mamma nuda? Nessun problema: quella era Madre Natura. Sentiti meglio e fatti la tua sega.&#xA;&#xA;Nolan mantiene volutamente il dubbio sul fatto che gli dèi esistano davvero. E si può tranquillamente arrivare alla fine del film con l’impressione che egli stesso non creda affatto agli dèi che ha messo in scena. Sel resto, se ci fossero stati gli Dei,&#xA;per l&#39;americano medio diventava Fantasy (sono vagamente scompartimentati) e allora ci volevano gli elfi. E i nani.&#xA;&#xA;Il problema non è semplicemente la scarsa fedeltà all’originale. Omero si può reinterpretare quanto si vuole. Il problema è che Nolan sostituisce una cosmologia molto particolare, complessa e politicamente instabile con qualcosa di assai più ordinario e già visto.&#xA;&#xA;Gli dèi non sono esseri esterni. Sono trauma, rimorso, superstizione e maltempo.&#xA;&#xA;È una soluzione molto moderna, certamente, ma anche terribilmente prevedibile. E soprattutto impoverisce la storia, perché nell’originale il conflitto non è soltanto Ulisse contro la natura, oppure Ulisse contro se stesso.&#xA;&#xA;È un uomo intelligentissimo intrappolato in una rete di potenze immortali, ciascuna dotata di interessi propri, alleanze, rancori, favoriti e antipatie. E MILF.&#xA;&#xA;In Omero gli dèi rendono il mondo politicamente instabile.&#xA;&#xA;Nel film lo rendono soltanto psicologicamente cupo.&#xA;&#xA;Nell’Odissea, gli dèi non sono semplicemente personaggi molto potenti. Sono le forze fondamentali che regolano il destino e l’universo. Il mare non è soltanto acqua, la guerra non è soltanto violenza, l’intelligenza non è soltanto una qualità individuale: ogni cosa appartiene a una struttura cosmica viva, dotata di volontà, interessi e conflitti.&#xA;&#xA;Nel film, invece, queste potenze vengono ridotte ai Grandi Vigili Urbani della Sfiga.&#xA;&#xA;Non governano davvero il cosmo: dirigono il traffico della vostra sfortuna.&#xA;&#xA;Non determinano il destino: vi fanno perdere la coincidenza. Non incarnano le forze profonde dell’universo: compaiono per comunicarvi che oggi il mare è agitato, il cielo è nervoso e Atena è delusa da voi.&#xA;Le previsioni della sfiga sono offerte da Olimpo Inc.&#xA;&#xA;È una riduzione impressionante. Da potenze cosmiche, politiche e metafisiche diventano una piccola amministrazione comunale dell’avversità.&#xA;&#xA;Perché piace tanto agli americani?&#xA;&#xA;Perché hanno pagato l’esperienza premium — i formati premium hanno prodotto, pare, più della metà dell’incasso nordamericano — e il film è stracolmo di effetti spettacolari, panorami monumentali ed espedienti da tour operator.&#xA;&#xA;Ci sono persone piccolissime davanti a coste smisurate, grotte, scogliere, cieli enormi, mari neri e tramonti da dépliant. Una quantità di immagini che probabilmente farà visitare la Grecia un pochino di più, anche se il film è stato girato anche in Italia, Marocco, Islanda e Scozia. Non importa: nel cinema americano tutto il Mediterraneo diventa rapidamente «Grecia antica», allo stesso modo in cui qualsiasi montagna con della neve può diventare la Russia.&#xA;&#xA;Di «incredibilmente bello», secondo me, non c’è quasi nulla, almeno non nel senso di profondo, originale o emotivamente irresistibile.&#xA;&#xA;C’è invece parecchio di impressionante.&#xA;&#xA;E le due cose vengono continuamente confuse.&#xA;&#xA;Quello che il film fa oggettivamente molto bene è soprattutto la scala fisica. Navi, coste, grotte, tempeste, masse di uomini e paesaggi sembrano occupare davvero uno spazio. Nolan ha girato in numerose località autentiche, con grandi scenografie, moltissime comparse ed effetti pratici; inoltre, il film è stato girato interamente con cineprese IMAX. Sullo schermo enorme, l’immagine acquista quindi una presenza fisica rara nel cinema contemporaneo.&#xA;&#xA;È probabilmente questo che molti spettatori descrivono come «bellezza».&#xA;&#xA;Del resto, hanno pagato il supplemento. Dunque pretendono di aver visto qualcosa di bello.&#xA;&#xA;La fotografia monumentale costruisce molte inquadrature come quadri: corpi minuscoli davanti al mare, rocce nere, cieli smisurati, interni illuminati quasi soltanto dal fuoco. Non sono necessariamente immagini nuove, ma sono realizzate con una precisione tecnica enorme.&#xA;&#xA;È la versione cinematografica di un resort di lusso: magari non sapete esattamente perché vi piaccia, ma il prezzo della camera vi suggerisce con grande fermezza che dovrebbe piacervi moltissimo.&#xA;&#xA;Poi ci sono alcune sequenze di orrore mitologico. Il film funziona meglio quando smette di cercare di «spiegare» il mito e si limita a mostrare qualcosa di sproporzionato, mostruoso e quasi incomprensibile. In quei momenti, almeno, Nolan sembra ricordarsi che il mito non è semplicemente un film d’azione al quale abbiano dimenticato di distribuire le pistole.&#xA;&#xA;E infine c’è la sensazione dell’evento cinematografico.&#xA;&#xA;Il film è stato concepito e distribuito per convincervi che lo schermo enorme, il volume, la pellicola e il formato IMAX non siano semplicemente modalità di proiezione, ma parti essenziali dell’opera. E ha funzionato: l’IMAX da solo ha prodotto decine di milioni di dollari nel fine settimana d’apertura, mentre l’insieme dei formati premium ha generato il 53 per cento dell’incasso nordamericano.&#xA;&#xA;Non avete comprato soltanto un biglietto.&#xA;&#xA;Avete comprato un’esperienza.&#xA;&#xA;E quando qualcuno paga parecchio per un’esperienza, difficilmente esce dalla sala dichiarando di aver acquistato tre ore di rumore e fotografie da agenzia turistica.&#xA;&#xA;Dimentichiamo però una cosa piuttosto importante*: l’Odissea è anche un poema.&#xA;&#xA;Anzi, prima di diventare proprietà intellettuale della Universal e dimostrazione tecnica delle cineprese IMAX, era principalmente un poema.&#xA;&#xA;Ed è certamente possibile realizzare un film poetico. Il problema è che diventa molto difficile farlo negli Stati Uniti, dove una parte consistente del pubblico considera la poesia una forma di rap noioso oppure, nel migliore dei casi, il genere di frase da fortune cookie che si scrive sul biglietto di San Valentino.&#xA;&#xA;E comunque, ormai, per il biglietto di San Valentino esiste certamente un sito web che genera la poesia con l’intelligenza artificiale.&#xA;&#xA;Quindi possiamo eliminare anche l’ultimo poeta.&#xA;&#xA;Il film, in sostanza, prende un poema e lo trasforma in un’esperienza premium. Toglie il ritmo, il linguaggio, l’ambiguità, la memoria e la stratificazione culturale, e li sostituisce con paesaggi, volume, muscoli e tempeste.&#xA;&#xA;Poi vi fa pagare il sovrapprezzo per guardarli molto grandi.&#xA;&#xA;Hanno fatto una caponata con gli ingredienti del Big Mac, l’hanno servita su uno schermo di venti metri e hanno chiamato il risultato «cinema».&#xA;&#xA;br&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Perché piace alla critica italiana?&#xA;&#xA;Perché svolge la stessa funzione che, per i seguaci di certa patasinistra, svolgeva Il Maestro e Margherita: un libro noioso da usare per sembrare colti.&#xA;&#xA;Non necessariamente da leggere, sia chiaro. Da tenere sotto il braccio.&#xA;&#xA;È un oggetto di segnalazione culturale. Serve a comunicare che voi siete persone profonde, sensibili e istruite, anche quando nessuno vi ha chiesto niente e, soprattutto, anche quando dell’opera non avete capito quasi nulla.&#xA;&#xA;Se siete seduti a una lunga tavolata e volete stanare quelli — e soprattutto quelle — che hanno fatto il Liceo Classico, il procedimento è semplicissimo. (io NON ho fatto il liceo classico)&#xA;&#xA;Aspettate che passi la cameriera più scronda, guardatela con aria ispirata e dite:&#xA;«Rhododáktylos Ēṓs».&#xA;&#xA;Improvvisamente, da ogni angolo della tavolata, si leveranno delle voci:&#xA;&#xA;«Ma hai fatto anche tu il Classicoooooo?»&#xA;&#xA;La cameriera scronda , nel frattempo, potrebbe rispondervi che vi aspetta alla fine del turno facendo schioccare un tanga che era il tirante di una tenda per il circo. Ma con grazia.&#xA;&#xA;Oppure vi dira&#39; che è sposata con un Calogero il facocero.&#xA;&#xA;Geloso.&#xA;&#xA;Si tratta, cioè, di un’opportunità impareggiabile per quella precisa categoria antropologica composta da &#34;coloro che hanno fatto il Liceo Classico&#34;: l’opportunità di farvelo sapere.&#xA;&#xA;Perché aver fatto il Classico non è semplicemente un dato biografico, come aver partecipato alle selezioni dello Zecchino d&#39;Oro o essersi rotti il femore nel 1997.&#xA;È un titolo nobiliare, un’appartenenza iniziatica, una qualità dell’anima che dev’essere comunicata agli altri entro i primi quindici minuti di conversazione.&#xA;&#xA;Áristoi pántōn.&#xA;&#xA;I migliori fra tutti.&#xA;&#xA;Quindi adesso assisteremo a un fenomeno curioso.&#xA;&#xA;Fino a ieri erano tutti epidemiologi, virologi, strateghi militari, esperti di legittima difesa nelle gioiellerie o di qualsiasi altra cosa fosse passata, per quarantotto ore, nei titoli dei giornali.&#xA;&#xA;Adesso avranno tutti letto l’Odissea.&#xA;&#xA;Tutti.&#xA;&#xA;Non importa che l’ultima volta in cui l’abbiano aperta fosse al ginnasio, sotto minaccia di interrogazione, e che da allora ne ricordino soltanto il cavallo di Troia — che peraltro nell’Odissea occupa pochissimo spazio —, il Ciclope e forse le sirene. Adesso l’hanno letta. La conoscono. La interpretano. Vi spiegano che Nolan ha «attualizzato il mito», che Ulisse è «l’uomo contemporaneo» e che gli dèi «rappresentano i suoi traumi».&#xA;&#xA;Hanno finalmente richiuso Il Maestro e Margherita.&#xA;&#xA;E hanno aperto l’Odissea.&#xA;&#xA;La quale, oltre a fornire alla critica italiana un nuovo oggetto da tenere metaforicamente sotto il braccio, ha offerto finalmente uno sfogo anche a quelli del Liceo Classico: dopo anni passati a dissimulare, possono tornare a pronunciare nomi greci durante la cena e a informarvi, entro il secondo antipasto, che loro hanno fatto il Classico.&#xA;&#xA;Áristoi pántōn.&#xA;&#xA;I migliori fra tutti.&#xA;&#xA;br&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Sia chiaro: avere letto l’Odissea non cambia nulla.&#xA;&#xA;Per capire davvero l’Odissea occorre, come minimo, un dottorato in filologia classica, storia greca, religioni antiche o qualcosa di altrettanto impegnativo. Potete leggerla, naturalmente. Potete dire che vi piace, che non vi piace, che vi annoia, che non ci vivreste e tutto quanto.&#xA;&#xA;Ma «capirla», nel senso di grokkarla secondo la semantica di Heinlein, è una cosa completamente diversa.&#xA;&#xA;Significa entrare in una società, in una religione, in una concezione dell’uomo e del destino che non sono le nostre. Significa capire che cosa rappresentassero davvero gli dèi, il mare, l’ospitalità, la vendetta, la regalità, la parola data, la famiglia, la guerra e il ritorno. Non basta aver seguito la trama e ricordarsi del Ciclope.&#xA;&#xA;Ma questi sono gli stessi tronfi imbecilli che venivano a spiegarvi il Diavolo nel Maestro e Margherita senza avere la minima idea di che cosa fosse il Diavolo nel mondo slavo.&#xA;&#xA;Cosa per la quale servirebbe almeno un dottorato in slavistica, una discreta conoscenza della storia religiosa russa e la capacità di leggere la Vita dell’arciprete Avvakum nella sua lingua seicentesca, un impasto feroce di slavo ecclesiastico e russo vernacolare antico.&#xA;&#xA;Loro, invece, avevano letto Bulgakov in traduzione economica durante una vacanza a Palinuro.&#xA;&#xA;E quindi sapevano tutto.&#xA;&#xA;Diciamo che, per una persona comune, è perfettamente possibile leggere l’Odissea e ricavarne una qualche forma di Gestalt: un’impressione complessiva, un’immagine del mondo, una comprensione magari incompleta ma non per questo falsa.&#xA;&#xA;Se la rileggete dieci volte, a distanza di anni, vi sembrerà ogni volta un libro diverso. Vedrete cose che prima non avevate visto, ne perderete altre, e attribuirete un’importanza completamente nuova a episodi che, durante la lettura precedente, vi erano sembrati secondari.&#xA;&#xA;Ma questo è tipico di ogni grande opera.&#xA;&#xA;Succede con l’Odissea, succede con Straniero in terra straniera e succede persino con L’albero delle zoccole, con Milli D’Abbraccio.&#xA;&#xA;La differenza è che una grande opera può offrirvi qualcosa a ogni lettura senza per questo diventare interamente vostra. Potete averne una percezione, una lettura, persino un’interpretazione intelligente.&#xA;&#xA;Quello che non potete fare è leggerla una volta, magari in traduzione, e presentarvi il giorno dopo come amministratori delegati del suo significato.&#xA;&#xA;Anche per il fatto che non ha un solo significato.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;In definitiva, considero l’Odissea di Nolan il solito insulto americano rivolto a tutto ciò che non è americano.&#xA;&#xA;Il messaggio, in fondo, è sempre lo stesso:&#xA;&#xA;«Noi non vogliamo capire. Vogliamo soltanto consumare.»&#xA;&#xA;Consumare il mito, consumare la cultura, consumare la poesia, consumare perfino gli dèi. Purché tutto venga prima semplificato, americanizzato, ricoperto di muscoli, rumore, trauma e immagini da esperienza premium.&#xA;&#xA;E, onestamente, non vedo perché dovreste andare al cinema per farvi insultare.&#xA;&#xA;A meno che non abbiate fatto il classico.&#xA;&#xA;Io no.&#xA;&#xA;Ma ho anche dei difetti.&#xA;&#xA;Ah, giusto, bisogna dare la recensione:&#xA;&#xA;Film: 4+.&#xA;5 con l’IMAX, perché anche una colonscopia, proiettata su uno schermo di venti metri con il Dolby Atmos, acquista una certa solennità.&#xA;&#xA;Fotografia di Hoyte van Hoytema: 8.&#xA;10 sulla scala del Club Med.&#xA;&#xA;Trama: 3--.&#xA;Ricorda vagamente un libro che ho già letto, ma non saprei dire con precisione quale.&#xA;&#xA;Matt Damon nel ruolo di Ulisse: ditegli che il colonnello Trautman lo sta cercando.&#xA;Voto: 4.&#xA;&#xA;Zendaya: l’attrice perfetta quando occorre interpretare il ruolo di Zendaya.&#xA;8 quando fa Zendaya; 4-- quando fa Atena.&#xA;&#xA;Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Charlize Theron e tutti gli altri: c’erano. Ed erano tanti.&#xA;Questo dannato overtourism deve finire.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;Prima di concludere, conviene tradurre il giudizio nell’italiano specificamente destinato a coloro che hanno frequentato il Liceo Classico, vale a dire in una lingua nella quale termini come teleologia, immanenza, trascendenza, orizzonte assiologico e ricomposizione identitaria vengono impiegati anche per ordinare una pizza.&#xA;&#xA;Il problema del film, in fondo, è squisitamente teleologico.&#xA;&#xA;Nell’Odissea, Itaca non costituisce una semplice destinazione geografica né il termine materiale di un itinerario. È il télos verso il quale convergono il destino di Ulisse, la sua identità, la continuità della sua stirpe, la ricomposizione dell’ordine familiare e il ripristino dell’assetto politico che la sua assenza ha disarticolato.&#xA;&#xA;Il nóstos, dunque, non consiste banalmente nel trasferimento di un soggetto da un punto A a un punto B.&#xA;&#xA;È un processo di reintegrazione ontologica.&#xA;&#xA;Ulisse non deve soltanto tornare a Itaca: deve tornare a coincidere con Ulisse. Deve recuperare il proprio nome, la propria funzione regale, la propria posizione nella casa, nella genealogia e nell’ordine cosmico. Il ritorno è contemporaneamente geografico, politico, familiare, simbolico e identitario.&#xA;&#xA;Nel film, invece, questa complessa tensione teleologica viene degradata a finalismo operativo.&#xA;&#xA;Itaca diventa un obiettivo.&#xA;&#xA;Esiste una missione, esistono degli ostacoli, il protagonista mobilita le proprie risorse adattive, neutralizza le criticità, ottimizza la propria capacità di sopravvivenza e raggiunge il risultato previsto.&#xA;&#xA;È la teleologia del boot camp, del management strategico e del cinema d’azione americano: definizione dell’obiettivo, superamento delle avversità, esecuzione del piano, conseguimento del risultato.&#xA;&#xA;Il nóstos viene così ridotto a una procedura.&#xA;&#xA;Ulisse non ricompone il proprio posto nel mondo, non ristabilisce l’ordine infranto e non recupera la propria identità all’interno di una cosmologia.&#xA;&#xA;Completa la missione.&#xA;&#xA;Come un qualsiasi space marine di Doom*.&#xA;&#xA;IDDQD, IDKFA.&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Non capita spesso, a chi ha fatto il Liceo Classico, di avere finalmente qualcosa da dire ai contemporanei. Se non, naturalmente, per far sapere ai contemporanei di aver fatto il Liceo Classico.
E questo film, purtroppo, svolge precisamente quella funzione. È quello che, per certi ambienti del PD, rappresentava girare con <em>Il Maestro e Margherita</em> sotto il braccio: un oggetto di riconoscimento, un segnale sociale, un modo per comunicare agli astanti di aver fatto il liceo. Spesso il liceo cremino della città, quello dal quale si esce convinti di aver ricevuto non tanto un’istruzione, quanto una qualche forma di investitura sacerdotale.</p>

<p>Il problema è ovvio. Negli ultimi anni gli americani hanno perso completamente qualsiasi barlume di creatività e, di conseguenza, hanno cominciato a saccheggiare qualsiasi cosa sia stata inventata da qualcun altro. Compresa la mitologia.
Il problema è che hanno un pubblico di triceratopi lobotomizzati, e quindi devono ridurre ai propri cliché qualsiasi cosa riescano a masticare. Non importa quale sia il materiale di partenza, quanto sia antico, complesso o stratificato: alla fine deve sempre diventare qualcosa che il pubblico riconosca senza fare lo sforzo di capire.</p>

<p>Hanno già devastato praticamente tutte le fiabe dei fratelli Grimm, trasformandole nella solita storia in cui bisogna che qualcuno spari a qualcun altro, anche se, in mancanza di una pistola, può andare bene una spada. E adesso hanno deciso di merdificare anche l’<em>Odissea</em>, trattandola come un MacBurger qualsiasi: la si prende, la si schiaccia dentro uno stampo industriale, la si riempie dei soliti ingredienti e la si serve a un pubblico che deve poterla inghiottire senza accorgersi di aver avuto davanti qualcosa di diverso.</p>

<p>In pratica, dovevano preparare una caponata, ma il pubblico americano riconosce soltanto il Big Mac. E allora hanno fatto una caponata usando gli ingredienti del Big Mac: carne industriale, formaggio finto, salsa zuccherata e cetriolini. Poi l’hanno servita in una ciotola, chiamandola “epica”. Il risultato non è né una caponata né un Big Mac. È semplicemente qualcosa che ha perso ogni sapore originale, ma conserva tutti i difetti del prodotto industriale.</p>

<hr/>

<p><br>
Non saprei nemmeno da dove cominciare a descrivere questo disastro fecale radioattivo, e quindi conviene partire dalla componente principale: il protagonista.</p>

<p>Nell’<em>Odissea</em>, Ulisse è un personaggio intelligente, umano, complesso, astuto, determinato e, per certi versi, colto. La precisione con cui viene rappresentata la sua umanità è, essa stessa, una misura della cultura greca antica: lo studio dell’umano non soltanto come individuo, ma come concetto astratto, come creatura costretta a confrontarsi con il destino, con gli dèi, con i propri limiti e con le proprie contraddizioni.</p>

<p>Nel film, invece, devono aver trovato in frigorifero alcuni muscoli addominali avanzati dalle riprese di <em>300</em> e aver deciso di costruirci attorno un personaggio. La sua psicologia sembra quella di un marine di ritorno dal Vietnam, o dall’Iraq.</p>

<p>Non è più un essere umano che dispone soltanto della propria intelligenza, della propria astuzia e, in definitiva, della propria umanità per reagire a un mondo e a un destino governati da entità superiori. È semplicemente un marine: si adatta, supera gli ostacoli, raggiunge l’obiettivo e vince.</p>

<p>Tutto ciò che rendeva Ulisse uno dei personaggi più complessi della letteratura occidentale viene così ridotto a uno stupido boot camp con gli addominali.</p>

<p>Immaginate che John Rambo torni dal Vietnam in autobus e che, avendo della geografia una conoscenza più o meno equivalente a quella dell’americano medio, scenda per errore alla fermata «Antica Grecia».
Da lì in poi, il film procede esattamente come ci si aspetterebbe. Rambo incontra uno sceriffo che lo detesta, lo perseguita e decide di rendergli il viaggio di ritorno il più difficile possibile.
Solo che lo sceriffo si chiama Poseidone.</p>

<p>E lo spessore psicologico del personaggio è più o meno quello di Stallone che pronuncia quindici parole in tutto il film, mentre ammazza gente di qua e ammazza gente di là.</p>

<p>Ulisse, cioè l’uomo dell’astuzia, della parola, dell’inganno, della pazienza e della memoria, viene ridotto a un armadio addestrato che avanza attraverso la trama eliminando ostacoli. Non pensa: reagisce. Non persuade: colpisce. Non sopravvive perché comprende il mondo, ma perché è più grosso, più duro e più determinato degli altri.</p>

<p>In pratica, non è più Ulisse.</p>

<p>La sua umanita&#39; e&#39; quella di John Rambo con una tunica.</p>

<hr/>

<p><br>
Il secondo problema — e ripeto: problema — consiste nel mostrare gli dèi greci a un pubblico ossessivamente determinato a credere in Gesù Smith &amp; Wesson Cristo. O, perlomeno, a dichiarare di crederci.</p>

<p>Nell’<em>Odissea</em>, gli dèi sono al tempo stesso potenze immanenti, capaci di determinare il destino umano, ed esseri parecchio umani e parecchio politici. Forgiano il destino degli uomini, ma non sono mossi da valori assoluti come il Bene con la B maiuscola, la Giustizia universale o qualche altra astrazione morale.</p>

<p>Sono mossi, piuttosto, da quella che potremmo definire l’umanità tipica dei vigili urbani: possono perseguitarvi, certo, ma non necessariamente in nome della legge. Possono farlo per palpare le tette a vostra moglie, per vendicarsi di un’offesa, per favorire un parente, per umiliare un rivale o per motivi altrettanto nobili.</p>

<p>Possiamo discutere quanto vogliamo della psicologia degli dèi greci. Possiamo discutere se rappresentino forze naturali, pulsioni umane, rapporti politici, strutture del destino o tutte queste cose insieme.</p>

<p>Ma il punto resta: erano umani, erano politici e, soprattutto, avevano una psicologia , nei termini greci, ovvero disponevano di una personalita&#39; umana.</p>

<p>Qui Nolan si trova davanti a un altro problema di merdificazione. Non può mostrare a un pubblico educato a Gesù Smith &amp; Wesson Cristo che Ulisse creda davvero negli dèi, perché dovrebbe rappresentare come normale e concreta una concezione religiosa completamente estranea a quella americana. Ma non può nemmeno tradurre sullo schermo ciò che gli dèi rappresentavano per i greci: una certa idea dell’umanità, del destino e delle forze che governano entrambi. È un concetto troppo astratto per il tipo di film che ha deciso di fare.</p>

<p>E Atena, secondo me, è il caso più strano.</p>

<p>Zendaya viene fotografata come se dovesse incarnare una presenza cosmica. Ogni sua apparizione sembra preparare una rivelazione metafisica, oppure almeno una frase capace di modificare il corso degli eventi. Poi, però, le viene consentito soprattutto di guardare Ulisse con aria delusa.</p>

<p>È certamente una bella immagine. Ma non è la dea della sapienza, della strategia e della guerra ragionata. È quasi la terapeuta muta del protagonista, che compare periodicamente per comunicargli, con l’espressione del volto, che potrebbe impegnarsi di più.</p>

<p>L’ho già detto? Atena è Zendaya.</p>

<p>Donna bellissima, sia chiaro. Ma la sua recitazione, in questo film, l’abbiamo praticata tutti per anni, ogni mattina, quando il professore chiamava l’appello e noi rispondevamo: «Presente».</p>

<p>Comunque Zendaya era uno degli ingredienti acquistati dalla produzione, e quindi dovevano mettercela. Ce l’hanno messa come il cazzo sui maccheroni: non perché servisse alla ricetta, ma perché era già nella dispensa, costava parecchio e compariva in grande sul materiale promozionale.</p>

<p>Inoltre, il casting di un’attrice <del>nera</del> non bianca al 100% nel ruolo di Atena offriva a Nolan la speranza di scatenare le solite polemiche da Cleopatra reinterpretata da Netflix: settimane di articoli, indignazione, accuse incrociate e pubblicità gratuita. Un’altra componente del prodotto, insomma. Non funziona davvero, perché il problema del personaggio non è l’aspetto di Zendaya: è che Atena non fa quasi nulla che richieda Atena per farlo. Una psicoanalista in servizio 24/7 poteva andare bene lo stesso.</p>

<p>Ma una riverenza all’ala woke del pubblico, nel dubbio, a Hollywood non si nega mai. Anche se, a dire il vero, Zendaya potrebbe davvero essere una tipica donna del mediterraneo. Ma gli americani non lo sanno: hanno rinominato il Mediterraneo “Golfo di Pizza Hut”.</p>

<hr/>

<p><br>
Torniamo agli dèi.</p>

<p>Sì, perché non sembrano davvero dèi greci. Sembrano piuttosto fenomeni psicologici, allucinazioni simboliche o espedienti visivi sui quali Nolan evita deliberatamente di prendere posizione.</p>

<p>Nell’<em>Odissea</em> omerica, gli dèi non sono vaghe presenze allegoriche. Sono personaggi concreti, litigiosi, vanitosi, faziosi e politicamente attivi. Tengono assemblee, negoziano, mentono, proteggono i propri favoriti e sabotano quelli altrui. Atena non è la coscienza traumatizzata di Ulisse: è la sua alleata operativa. Lo traveste, gli procura aiuti, manipola gli incontri e organizza il ritorno quasi come un ufficiale dei servizi segreti.</p>

<p>Nel film, invece, Atena appare soprattutto come una visione accusatoria, quasi una materializzazione della colpa di Ulisse.</p>

<p>Poseidone diventa il mare, la tempesta e una volontà riferita da altri, più che un personaggio dotato di intenzioni proprie.</p>

<p>Zeus, infine, viene praticamente ridotto al tuono: il segnale cinematografico standard con cui si suggerisce che «forse esiste qualcosa lassù».</p>

<p>Ma Zeus, a quel punto, potrebbe essere tranquillamente il riscaldamento globale. Basta che produca tuoni, cattivo tempo e danni. Il risultato narrativo è identico.
Insomma, siccome ormai nemmeno il Papa sta particolarmente simpatico ai MAGA, ecco servita una spruzzata di Woody Allen: la religione trasformata in psicanalisi invadente.</p>

<p>Hai visto Mamma nuda? Nessun problema: quella era Madre Natura. Sentiti meglio e fatti la tua sega.</p>

<p>Nolan mantiene volutamente il dubbio sul fatto che gli dèi esistano davvero. E si può tranquillamente arrivare alla fine del film con l’impressione che egli stesso non creda affatto agli dèi che ha messo in scena. Sel resto, se ci fossero stati gli Dei,
per l&#39;americano medio diventava Fantasy (sono vagamente scompartimentati) e allora ci volevano gli elfi. E i nani.</p>

<p>Il problema non è semplicemente la scarsa fedeltà all’originale. Omero si può reinterpretare quanto si vuole. Il problema è che Nolan sostituisce una cosmologia molto particolare, complessa e politicamente instabile con qualcosa di assai più ordinario e già visto.</p>

<p>Gli dèi non sono esseri esterni. Sono trauma, rimorso, superstizione e maltempo.</p>

<p>È una soluzione molto moderna, certamente, ma anche terribilmente prevedibile. E soprattutto impoverisce la storia, perché nell’originale il conflitto non è soltanto Ulisse contro la natura, oppure Ulisse contro se stesso.</p>

<p>È un uomo intelligentissimo intrappolato in una rete di potenze immortali, ciascuna dotata di interessi propri, alleanze, rancori, favoriti e antipatie. E MILF.</p>

<p>In Omero gli dèi rendono il mondo politicamente instabile.</p>

<p>Nel film lo rendono soltanto psicologicamente cupo.</p>

<p>Nell’<em>Odissea</em>, gli dèi non sono semplicemente personaggi molto potenti. Sono le forze fondamentali che regolano il destino e l’universo. Il mare non è soltanto acqua, la guerra non è soltanto violenza, l’intelligenza non è soltanto una qualità individuale: ogni cosa appartiene a una struttura cosmica viva, dotata di volontà, interessi e conflitti.</p>

<p>Nel film, invece, queste potenze vengono ridotte ai <em>Grandi Vigili Urbani della Sfiga.</em></p>

<p>Non governano davvero il cosmo: dirigono il traffico della vostra sfortuna.</p>

<p>Non determinano il destino: vi fanno perdere la coincidenza. Non incarnano le forze profonde dell’universo: compaiono per comunicarvi che oggi il mare è agitato, il cielo è nervoso e Atena è delusa da voi.
Le previsioni della sfiga sono offerte da Olimpo Inc.</p>

<p>È una riduzione impressionante. Da potenze cosmiche, politiche e metafisiche diventano una piccola amministrazione comunale dell’avversità.</p>

<hr/>

<p>Perché piace tanto agli americani?</p>

<p>Perché hanno pagato l’esperienza premium — i formati premium hanno prodotto, pare, più della metà dell’incasso nordamericano — e il film è stracolmo di effetti spettacolari, panorami monumentali ed espedienti da tour operator.</p>

<p>Ci sono persone piccolissime davanti a coste smisurate, grotte, scogliere, cieli enormi, mari neri e tramonti da dépliant. Una quantità di immagini che probabilmente farà visitare la Grecia un pochino di più, anche se il film è stato girato anche in Italia, Marocco, Islanda e Scozia. Non importa: nel cinema americano tutto il Mediterraneo diventa rapidamente «Grecia antica», allo stesso modo in cui qualsiasi montagna con della neve può diventare la Russia.</p>

<p>Di «incredibilmente bello», secondo me, non c’è quasi nulla, almeno non nel senso di profondo, originale o emotivamente irresistibile.</p>

<p>C’è invece parecchio di impressionante.</p>

<p>E le due cose vengono continuamente confuse.</p>

<p>Quello che il film fa oggettivamente molto bene è soprattutto la scala fisica. Navi, coste, grotte, tempeste, masse di uomini e paesaggi sembrano occupare davvero uno spazio. Nolan ha girato in numerose località autentiche, con grandi scenografie, moltissime comparse ed effetti pratici; inoltre, il film è stato girato interamente con cineprese IMAX. Sullo schermo enorme, l’immagine acquista quindi una presenza fisica rara nel cinema contemporaneo.</p>

<p>È probabilmente questo che molti spettatori descrivono come «bellezza».</p>

<p>Del resto, hanno pagato il supplemento. Dunque pretendono di aver visto qualcosa di bello.</p>

<p>La fotografia monumentale costruisce molte inquadrature come quadri: corpi minuscoli davanti al mare, rocce nere, cieli smisurati, interni illuminati quasi soltanto dal fuoco. Non sono necessariamente immagini nuove, ma sono realizzate con una precisione tecnica enorme.</p>

<p>È la versione cinematografica di un resort di lusso: magari non sapete esattamente perché vi piaccia, ma il prezzo della camera vi suggerisce con grande fermezza che dovrebbe piacervi moltissimo.</p>

<p>Poi ci sono alcune sequenze di orrore mitologico. Il film funziona meglio quando smette di cercare di «spiegare» il mito e si limita a mostrare qualcosa di sproporzionato, mostruoso e quasi incomprensibile. In quei momenti, almeno, Nolan sembra ricordarsi che il mito non è semplicemente un film d’azione al quale abbiano dimenticato di distribuire le pistole.</p>

<p>E infine c’è la sensazione dell’evento cinematografico.</p>

<p>Il film è stato concepito e distribuito per convincervi che lo schermo enorme, il volume, la pellicola e il formato IMAX non siano semplicemente modalità di proiezione, ma parti essenziali dell’opera. E ha funzionato: l’IMAX da solo ha prodotto decine di milioni di dollari nel fine settimana d’apertura, mentre l’insieme dei formati premium ha generato il 53 per cento dell’incasso nordamericano.</p>

<p>Non avete comprato soltanto un biglietto.</p>

<p>Avete comprato un’esperienza.</p>

<p>E quando qualcuno paga parecchio per un’esperienza, difficilmente esce dalla sala dichiarando di aver acquistato tre ore di rumore e fotografie da agenzia turistica.</p>

<p>Dimentichiamo però una cosa <strong><em>piuttosto importante</em></strong>: l’<em>Odissea</em> è anche un poema.</p>

<p>Anzi, prima di diventare proprietà intellettuale della Universal e dimostrazione tecnica delle cineprese IMAX, era principalmente un poema.</p>

<p>Ed è certamente possibile realizzare un film poetico. Il problema è che diventa molto difficile farlo negli Stati Uniti, dove una parte consistente del pubblico considera la poesia una forma di rap noioso oppure, nel migliore dei casi, il genere di frase da fortune cookie che si scrive sul biglietto di San Valentino.</p>

<p>E comunque, ormai, per il biglietto di San Valentino esiste certamente un sito web che genera la poesia con l’intelligenza artificiale.</p>

<p>Quindi possiamo eliminare anche l’ultimo poeta.</p>

<p>Il film, in sostanza, prende un poema e lo trasforma in un’esperienza premium. Toglie il ritmo, il linguaggio, l’ambiguità, la memoria e la stratificazione culturale, e li sostituisce con paesaggi, volume, muscoli e tempeste.</p>

<p>Poi vi fa pagare il sovrapprezzo per guardarli molto grandi.</p>

<p>Hanno fatto una caponata con gli ingredienti del Big Mac, l’hanno servita su uno schermo di venti metri e hanno chiamato il risultato «cinema».</p>

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<hr/></p>

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Perché piace alla critica italiana?</p>

<p>Perché svolge la stessa funzione che, per i seguaci di certa patasinistra, svolgeva <em>Il Maestro e Margherita</em>: un libro noioso da usare per sembrare colti.</p>

<p>Non necessariamente da leggere, sia chiaro. Da tenere sotto il braccio.</p>

<p>È un oggetto di segnalazione culturale. Serve a comunicare che voi siete persone profonde, sensibili e istruite, anche quando nessuno vi ha chiesto niente e, soprattutto, anche quando dell’opera non avete capito quasi nulla.</p>

<p>Se siete seduti a una lunga tavolata e volete stanare quelli — e soprattutto quelle — che hanno fatto il Liceo Classico, il procedimento è semplicissimo. (io NON ho fatto il liceo classico)</p>

<p>Aspettate che passi la cameriera più scronda, guardatela con aria ispirata e dite:
«Rhododáktylos Ēṓs».</p>

<p>Improvvisamente, da ogni angolo della tavolata, si leveranno delle voci:</p>

<p>«Ma hai fatto anche tu il Classicoooooo?»</p>

<p>La cameriera scronda , nel frattempo, potrebbe rispondervi che vi aspetta alla fine del turno facendo schioccare un tanga che era il tirante di una tenda per il circo. Ma con grazia.</p>

<p>Oppure vi dira&#39; che è sposata con un Calogero il facocero.</p>

<p>Geloso.</p>

<p>Si tratta, cioè, di un’opportunità impareggiabile per quella precisa categoria antropologica composta da “coloro che hanno fatto il Liceo Classico”: l’<strong>opportunità di farvelo sapere.</strong></p>

<p>Perché aver fatto il Classico non è semplicemente un dato biografico, come aver partecipato alle selezioni dello Zecchino d&#39;Oro o essersi rotti il femore nel 1997.
È un titolo nobiliare, un’appartenenza iniziatica, una qualità dell’anima che dev’essere comunicata agli altri entro i primi quindici minuti di conversazione.</p>

<p><em>Áristoi pántōn.</em></p>

<p>I migliori fra tutti.</p>

<p>Quindi adesso assisteremo a un fenomeno curioso.</p>

<p>Fino a ieri erano tutti epidemiologi, virologi, strateghi militari, esperti di legittima difesa nelle gioiellerie o di qualsiasi altra cosa fosse passata, per quarantotto ore, nei titoli dei giornali.</p>

<p>Adesso avranno tutti letto l’<em>Odissea</em>.</p>

<p>Tutti.</p>

<p>Non importa che l’ultima volta in cui l’abbiano aperta fosse al ginnasio, sotto minaccia di interrogazione, e che da allora ne ricordino soltanto il cavallo di Troia — che peraltro nell’<em>Odissea</em> occupa pochissimo spazio —, il Ciclope e forse le sirene. Adesso l’hanno letta. La conoscono. La interpretano. Vi spiegano che Nolan ha «attualizzato il mito», che Ulisse è «l’uomo contemporaneo» e che gli dèi «rappresentano i suoi traumi».</p>

<p>Hanno finalmente richiuso <em>Il Maestro e Margherita</em>.</p>

<p>E hanno aperto l’<em>Odissea</em>.</p>

<p>La quale, oltre a fornire alla critica italiana un nuovo oggetto da tenere metaforicamente sotto il braccio, ha offerto finalmente uno sfogo anche a quelli del Liceo Classico: dopo anni passati a dissimulare, possono tornare a pronunciare nomi greci durante la cena e a informarvi, entro il secondo antipasto, che loro hanno fatto il Classico.</p>

<p><em>Áristoi pántōn.</em></p>

<p>I migliori fra tutti.</p>

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Sia chiaro: avere letto l’<em>Odissea</em> non cambia nulla.</p>

<p>Per capire davvero l’<em>Odissea</em> occorre, come minimo, un dottorato in filologia classica, storia greca, religioni antiche o qualcosa di altrettanto impegnativo. Potete leggerla, naturalmente. Potete dire che vi piace, che non vi piace, che vi annoia, che non ci vivreste e tutto quanto.</p>

<p>Ma «capirla», nel senso di <em>grokkarla</em> secondo la semantica di Heinlein, è una cosa completamente diversa.</p>

<p>Significa entrare in una società, in una religione, in una concezione dell’uomo e del destino che non sono le nostre. Significa capire che cosa rappresentassero davvero gli dèi, il mare, l’ospitalità, la vendetta, la regalità, la parola data, la famiglia, la guerra e il ritorno. Non basta aver seguito la trama e ricordarsi del Ciclope.</p>

<p>Ma questi sono gli stessi tronfi imbecilli che venivano a spiegarvi il Diavolo nel <em>Maestro e Margherita</em> senza avere la minima idea di che cosa fosse il Diavolo nel mondo slavo.</p>

<p>Cosa per la quale servirebbe almeno un dottorato in slavistica, una discreta conoscenza della storia religiosa russa e la capacità di leggere la <em>Vita dell’arciprete Avvakum</em> nella sua lingua seicentesca, un impasto feroce di slavo ecclesiastico e russo vernacolare antico.</p>

<p>Loro, invece, avevano letto Bulgakov in traduzione economica durante una vacanza a Palinuro.</p>

<p>E quindi sapevano tutto.</p>

<p>Diciamo che, per una persona comune, è perfettamente possibile leggere l’<em>Odissea</em> e ricavarne una qualche forma di <em>Gestalt</em>: un’impressione complessiva, un’immagine del mondo, una comprensione magari incompleta ma non per questo falsa.</p>

<p>Se la rileggete dieci volte, a distanza di anni, vi sembrerà ogni volta un libro diverso. Vedrete cose che prima non avevate visto, ne perderete altre, e attribuirete un’importanza completamente nuova a episodi che, durante la lettura precedente, vi erano sembrati secondari.</p>

<p>Ma questo è tipico di ogni grande opera.</p>

<p>Succede con l’<em>Odissea</em>, succede con <em>Straniero in terra straniera</em> e succede persino con <em>L’albero delle zoccole</em>, con Milli D’Abbraccio.</p>

<p>La differenza è che una grande opera può offrirvi qualcosa a ogni lettura senza per questo diventare interamente vostra. Potete averne una percezione, una lettura, persino un’interpretazione intelligente.</p>

<p>Quello che non potete fare è leggerla una volta, magari in traduzione, e presentarvi il giorno dopo come amministratori delegati del suo significato.</p>

<p>Anche per il fatto che non ha un solo significato.</p>

<hr/>

<p>In definitiva, considero l’<em>Odissea</em> di Nolan il solito insulto americano rivolto a tutto ciò che non è americano.</p>

<p>Il messaggio, in fondo, è sempre lo stesso:</p>

<p>«Noi non vogliamo capire. Vogliamo soltanto consumare.»</p>

<p>Consumare il mito, consumare la cultura, consumare la poesia, consumare perfino gli dèi. Purché tutto venga prima semplificato, americanizzato, ricoperto di muscoli, rumore, trauma e immagini da esperienza premium.</p>

<p>E, onestamente, non vedo perché dovreste andare al cinema per farvi insultare.</p>

<p>A meno che non abbiate fatto il classico.</p>

<p>Io no.</p>

<p>Ma ho anche dei difetti.</p>

<p>Ah, giusto, bisogna dare la recensione:</p>

<p><strong>Film:</strong> 4+.
5 con l’IMAX, perché anche una colonscopia, proiettata su uno schermo di venti metri con il Dolby Atmos, acquista una certa solennità.</p>

<p><strong>Fotografia di Hoyte van Hoytema:</strong> 8.
10 sulla scala del Club Med.</p>

<p><strong>Trama:</strong> 3—.
Ricorda vagamente un libro che ho già letto, ma non saprei dire con precisione quale.</p>

<p><strong>Matt Damon nel ruolo di Ulisse:</strong> ditegli che il colonnello Trautman lo sta cercando.
Voto: 4.</p>

<p><strong>Zendaya:</strong> l’attrice perfetta quando occorre interpretare il ruolo di Zendaya.
8 quando fa Zendaya; 4— quando fa Atena.</p>

<p><strong>Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Charlize Theron e tutti gli altri:</strong> c’erano. Ed erano tanti.
Questo dannato overtourism deve finire.</p>

<p><br>
<br>
<hr/></p>

<p><br>
<br>
Prima di concludere, conviene tradurre il giudizio nell’italiano specificamente destinato a coloro che hanno frequentato il Liceo Classico, vale a dire in una lingua nella quale termini come <em>teleologia</em>, <em>immanenza</em>, <em>trascendenza</em>, <em>orizzonte assiologico</em> e <em>ricomposizione identitaria</em> vengono impiegati anche per ordinare una pizza.</p>

<p>Il problema del film, in fondo, è squisitamente teleologico.</p>

<p>Nell’<em>Odissea</em>, Itaca non costituisce una semplice destinazione geografica né il termine materiale di un itinerario. È il <em>télos</em> verso il quale convergono il destino di Ulisse, la sua identità, la continuità della sua stirpe, la ricomposizione dell’ordine familiare e il ripristino dell’assetto politico che la sua assenza ha disarticolato.</p>

<p>Il <em>nóstos</em>, dunque, non consiste banalmente nel trasferimento di un soggetto da un punto A a un punto B.</p>

<p>È un processo di reintegrazione ontologica.</p>

<p>Ulisse non deve soltanto tornare a Itaca: deve tornare a coincidere con Ulisse. Deve recuperare il proprio nome, la propria funzione regale, la propria posizione nella casa, nella genealogia e nell’ordine cosmico. Il ritorno è contemporaneamente geografico, politico, familiare, simbolico e identitario.</p>

<p>Nel film, invece, questa complessa tensione teleologica viene degradata a finalismo operativo.</p>

<p>Itaca diventa un obiettivo.</p>

<p>Esiste una missione, esistono degli ostacoli, il protagonista mobilita le proprie risorse adattive, neutralizza le criticità, ottimizza la propria capacità di sopravvivenza e raggiunge il risultato previsto.</p>

<p>È la teleologia del boot camp, del management strategico e del cinema d’azione americano: definizione dell’obiettivo, superamento delle avversità, esecuzione del piano, conseguimento del risultato.</p>

<p>Il <em>nóstos</em> viene così ridotto a una procedura.</p>

<p>Ulisse non ricompone il proprio posto nel mondo, non ristabilisce l’ordine infranto e non recupera la propria identità all’interno di una cosmologia.</p>

<p>Completa la missione.</p>

<p>Come un qualsiasi space marine di <em>Doom</em>.</p>

<p>IDDQD, IDKFA.</p>

<p>Uriel Fanelli
<p/>
—<br>
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]]></content:encoded>
      <guid>https://keinpfusch.net/lodissea-di-nolan-e-una-cagata-pazzesca-cit</guid>
      <pubDate>Mon, 20 Jul 2026 06:00:59 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>“Compound Postnucleare”, in Molise un morso identitario che sopravvive anche a chi lo mangia</title>
      <link>https://keinpfusch.net/quando-ce-vo-cce-vo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Mi sono sentito particolarmente ispirato da una amabile recensione superpettinata, QUI IL LINK e ho ricordato di aver visitato, usando la linea Molise-Bielefeld,&#xA;una trattoria deliziosa e sublime, che ho deciso di recensire usando lo stesso tono, aulico ma anche spaccapalle, pretenzioso ma anche velleitario, semicolto&#xA;ma anche completamente e visibilmente ignorante. Per la serie , &#34;devo farmi una cultura, mi dia il libro piu&#39; noioso che ha&#34;. Un capolavoro del pettinatismo con presentazione degna di Masterchef.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Al Quaternonaio Gatemalteco, Vulvatron Lo Cascio mette in dialogo memoria contadina, scarsità postatomica e tofu rotazionale. Il risultato è un piatto audace, complesso e non necessariamente legale&#xA;&#xA;Ci sono trattorie capaci di essere molto più di una trattoria. Luoghi nei quali il concetto stesso di commestibilità viene interrogato, decostruito e infine lasciato agonizzare dietro il frigorifero.&#xA;&#xA;Succede al Quaternoinaio Gatemalteco, insegna appartata nell’entroterra molisano, in una località che Google Maps continua ostinatamente a collocare nel Mare Adriatico. Qui Vulvatron Lo Cascio, cuoca autodidatta, antropologa del morso e artificiera per parte di madre, porta avanti da anni una ricerca personale sulla cucina di sottrazione, fermentazione e deterrenza. Fotografia di Zuliani/C&#39;Thorr.&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;Tre stelle Michelin, una stella nana bruna e un’intera galassia di Star Trek non bastano a raccontare il suo percorso. «Non cucino per nutrire», chiarisce Lo Cascio mentre affila una melanzana. «Cucino per lasciare una domanda aperta, possibilmente nel tratto gastrointestinale».&#xA;&#xA;Il piatto che meglio sintetizza la sua filosofia è il Compound Postnucleare tradizionale, preparazione ancestrale della civiltà contadina molisana dopo l’Evento, quando le nonne lavoravano ciò che offriva la terra e la terra, comprensibilmente, offriva soprattutto rottami, isotopi e ortaggi con opinioni politiche autonome.&#xA;&#xA;Alla base troviamo una melanzana di Palermo di Sotto, ecotipo raro coltivato a undici metri sotto il livello stradale, in terreni argillosi attraversati dalla linea ferroviaria Campobasso–R’lyeh. La polpa viene prima affumicata su vecchie traversine, poi marinata per settantadue ore nel ricordo dell’aceto e infine compressa sotto un’edizione completa dell’enciclopedia Treccani.&#xA;&#xA;Ne deriva una consistenza fondente ma guardinga, capace di cedere al morso senza tuttavia fidarsi completamente del commensale.&#xA;&#xA;Sulla melanzana Lo Cascio dispone una trama di filo spinato, scelto da piccoli produttori locali che ancora lo intrecciano a mano secondo il disciplinare DOCG di Guardiaregia. Non è un elemento puramente decorativo: la sua verticalità metallica introduce una masticazione prudente,&#xA;quasi diplomatica, obbligando il palato a rallentare e a interrogarsi sul concetto occidentale di gengiva.&#xA;&#xA;Arrivano poi le bacche di tritolo settembrino, raccolte esclusivamente nelle mattine senza vento. Hanno una dolcezza nervosa, immediata, seguita da una lunga persistenza deflagrante. Vulvatron le candisce in uno sciroppo di cicoria e acqua pesante, riuscendo così a smussarne gli angoli più aggressivi senza tradirne la naturale capacità di demolire una veranda.&#xA;&#xA;Il territorio incontra quindi l’astrologia grazie al pistacchio di Bronte del Capricorno: non un semplice pistacchio, ma un frutto raccolto quando Saturno transita nella seconda casa e il coltivatore avverte un vago senso di inadeguatezza professionale. Tostato al buio e pestato con risentimento, regala una nota grassa, minerale, severa. Un pistacchio che non cerca di piacere, ma pretende rispetto.&#xA;&#xA;A questo punto compare Sara Jay, non tanto come ingrediente quanto come unità internazionale di opulenza. La sua presenza è evocata attraverso una riduzione concentrata di cultura popolare, internet a banda larga e sovrabbondanza americana. È il passaggio più esplicito del piatto, quello che porta volume, memoria e una certa difficoltà nel mantenere la conversazione su temi gastronomici.&#xA;&#xA;A legare gli elementi c’è una salsa di molibdeno a chilometro zero, ottenuta da molibdeno allevato allo stato semibrado nelle campagne di Isernia. Il metallo viene munto all’alba, abbattuto termicamente e montato con olio extravergine fino a ottenere un’emulsione grigio industriale, lucida, quasi sentimentale.&#xA;&#xA;La salsa ha il compito di dare profondità e continuità al boccone. La sua nota minerale accompagna la dolcezza balistica delle bacche, mentre una lieve sensazione di officina meccanica ripulisce il palato e prepara alla componente più spirituale della preparazione.&#xA;&#xA;Parliamo del tofu sufista che gira ancora sul proprio asse.&#xA;&#xA;Prodotto da soia contemplativa e cagliato al suono di un flauto ney, il tofu viene fatto ruotare per quaranta giorni attorno a un piccolo perno di rame. Il movimento non viene arrestato al momento del servizio: arriva al tavolo ancora immerso nella propria danza, costringendo il commensale a intercettarlo con la forchetta nel breve intervallo tra l’illuminazione mistica e la forza centrifuga.&#xA;&#xA;È proprio questa rotazione a dare dinamismo al piatto. Il tofu, neutro solo in apparenza, raccoglie la salsa di molibdeno e la distribuisce nello spazio circostante, sui commensali e talvolta sul soffitto. La sala entra così nella preparazione: non più semplice luogo del consumo, ma paesaggio commestibile condiviso.&#xA;&#xA;Il primo morso è una scossa.&#xA;&#xA;C’è la dolcezza profonda della melanzana, subito contraddetta dalla tensione ferrica del filo spinato. C’è il frutto del pistacchio, austero e zodiacale, che incontra la nota calda delle bacche di tritolo. C’è la componente pop di Sara Jay, che allarga il gusto senza chiedere permesso. Infine arriva il molibdeno, scuro e verticale, seguito dalla freschezza centrifuga del tofu, fondamentale per resettare non soltanto il palato, ma anche la disposizione dei mobili.&#xA;&#xA;Tanti elementi concentrati in pochissimo spazio, con il rischio evidente di sovraffollare, sovrastare o evacuare il locale. Eppure Vulvatron Lo Cascio dosa ogni componente in maniera maniacale e millimetrica, protetta da una visiera in policarbonato e da due assistenti del Genio militare. E il risultato... arte.&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;Il risultato è un piatto complesso, identitario, stratificato. Un piatto che racconta il Molise reale e quello possibile, la cucina delle mamme radiose e radioattive e quella delle nonne sopravvissute, la fame antica e la moderna necessità di firmare una liberatoria prima dell’antipasto.&#xA;&#xA;Non è un assaggio facile. Non cerca compromessi, non accarezza il commensale e non concede appigli rassicuranti. Ma quando convince, è da innamoramento immediato.&#xA;&#xA;Quando non convince, interviene direttamente il Nucleo NBCR.&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono sentito particolarmente ispirato da una amabile recensione superpettinata, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/473/46347/assaggi/nero-che-picchia-forte-in-calabria-un-morso-audace-che-lascia-il-segno.html">QUI IL LINK</a> e ho ricordato di aver visitato, usando la linea Molise-Bielefeld,
una trattoria deliziosa e sublime, che ho deciso di recensire usando lo stesso tono, aulico ma anche spaccapalle, pretenzioso ma anche velleitario, semicolto
ma anche completamente e visibilmente ignorante. Per la serie , “devo farmi una cultura, mi dia il libro piu&#39; noioso che ha”. Un capolavoro del pettinatismo con presentazione degna di Masterchef.</p>

<h2 id="al-quaternonaio-gatemalteco-vulvatron-lo-cascio-mette-in-dialogo-memoria-contadina-scarsità-postatomica-e-tofu-rotazionale-il-risultato-è-un-piatto-audace-complesso-e-non-necessariamente-legale">Al Quaternonaio Gatemalteco, Vulvatron Lo Cascio mette in dialogo memoria contadina, scarsità postatomica e tofu rotazionale. Il risultato è un piatto audace, complesso e non necessariamente legale</h2>

<p>Ci sono trattorie capaci di essere molto più di una trattoria. Luoghi nei quali il concetto stesso di commestibilità viene interrogato, decostruito e infine lasciato agonizzare dietro il frigorifero.</p>

<p>Succede al <strong>Quaternoinaio Gatemalteco</strong>, insegna appartata nell’entroterra molisano, in una località che Google Maps continua ostinatamente a collocare nel Mare Adriatico. Qui <strong>Vulvatron Lo Cascio</strong>, cuoca autodidatta, antropologa del morso e artificiera per parte di madre, porta avanti da anni una ricerca personale sulla cucina di sottrazione, fermentazione e deterrenza. Fotografia di Zuliani/C&#39;Thorr.</p>

<p><img src="/images/9e8031d3cee81e36308bf7c84aea8e38.png" alt="image.png"></p>

<p>Tre stelle Michelin, una stella nana bruna e un’intera galassia di <em>Star Trek</em> non bastano a raccontare il suo percorso. «Non cucino per nutrire», chiarisce Lo Cascio mentre affila una melanzana. «Cucino per lasciare una domanda aperta, possibilmente nel tratto gastrointestinale».</p>

<p>Il piatto che meglio sintetizza la sua filosofia è il <strong>Compound Postnucleare tradizionale</strong>, preparazione ancestrale della civiltà contadina molisana dopo l’Evento, quando le nonne lavoravano ciò che offriva la terra e la terra, comprensibilmente, offriva soprattutto rottami, isotopi e ortaggi con opinioni politiche autonome.</p>

<p>Alla base troviamo una melanzana di <strong>Palermo di Sotto</strong>, ecotipo raro coltivato a undici metri sotto il livello stradale, in terreni argillosi attraversati dalla linea ferroviaria Campobasso–R’lyeh. La polpa viene prima affumicata su vecchie traversine, poi marinata per settantadue ore nel ricordo dell’aceto e infine compressa sotto un’edizione completa dell’enciclopedia Treccani.</p>

<p>Ne deriva una consistenza fondente ma guardinga, capace di cedere al morso senza tuttavia fidarsi completamente del commensale.</p>

<p>Sulla melanzana Lo Cascio dispone una trama di <strong>filo spinato</strong>, scelto da piccoli produttori locali che ancora lo intrecciano a mano secondo il disciplinare DOCG di Guardiaregia. Non è un elemento puramente decorativo: la sua verticalità metallica introduce una masticazione prudente,
quasi diplomatica, obbligando il palato a rallentare e a interrogarsi sul concetto occidentale di gengiva.</p>

<p>Arrivano poi le <strong>bacche di tritolo settembrino</strong>, raccolte esclusivamente nelle mattine senza vento. Hanno una dolcezza nervosa, immediata, seguita da una lunga persistenza deflagrante. Vulvatron le candisce in uno sciroppo di cicoria e acqua pesante, riuscendo così a smussarne gli angoli più aggressivi senza tradirne la naturale capacità di demolire una veranda.</p>

<p>Il territorio incontra quindi l’astrologia grazie al <strong>pistacchio di Bronte del Capricorno</strong>: non un semplice pistacchio, ma un frutto raccolto quando Saturno transita nella seconda casa e il coltivatore avverte un vago senso di inadeguatezza professionale. Tostato al buio e pestato con risentimento, regala una nota grassa, minerale, severa. Un pistacchio che non cerca di piacere, ma pretende rispetto.</p>

<p>A questo punto compare <strong>Sara Jay</strong>, non tanto come ingrediente quanto come unità internazionale di opulenza. La sua presenza è evocata attraverso una riduzione concentrata di cultura popolare, internet a banda larga e sovrabbondanza americana. È il passaggio più esplicito del piatto, quello che porta volume, memoria e una certa difficoltà nel mantenere la conversazione su temi gastronomici.</p>

<p>A legare gli elementi c’è una <strong>salsa di molibdeno a chilometro zero</strong>, ottenuta da molibdeno allevato allo stato semibrado nelle campagne di Isernia. Il metallo viene munto all’alba, abbattuto termicamente e montato con olio extravergine fino a ottenere un’emulsione grigio industriale, lucida, quasi sentimentale.</p>

<p>La salsa ha il compito di dare profondità e continuità al boccone. La sua nota minerale accompagna la dolcezza balistica delle bacche, mentre una lieve sensazione di officina meccanica ripulisce il palato e prepara alla componente più spirituale della preparazione.</p>

<p>Parliamo del <strong>tofu sufista che gira ancora sul proprio asse</strong>.</p>

<p>Prodotto da soia contemplativa e cagliato al suono di un flauto ney, il tofu viene fatto ruotare per quaranta giorni attorno a un piccolo perno di rame. Il movimento non viene arrestato al momento del servizio: arriva al tavolo ancora immerso nella propria danza, costringendo il commensale a intercettarlo con la forchetta nel breve intervallo tra l’illuminazione mistica e la forza centrifuga.</p>

<p>È proprio questa rotazione a dare dinamismo al piatto. Il tofu, neutro solo in apparenza, raccoglie la salsa di molibdeno e la distribuisce nello spazio circostante, sui commensali e talvolta sul soffitto. La sala entra così nella preparazione: non più semplice luogo del consumo, ma paesaggio commestibile condiviso.</p>

<p>Il primo morso è una scossa.</p>

<p>C’è la dolcezza profonda della melanzana, subito contraddetta dalla tensione ferrica del filo spinato. C’è il frutto del pistacchio, austero e zodiacale, che incontra la nota calda delle bacche di tritolo. C’è la componente pop di Sara Jay, che allarga il gusto senza chiedere permesso. Infine arriva il molibdeno, scuro e verticale, seguito dalla freschezza centrifuga del tofu, fondamentale per resettare non soltanto il palato, ma anche la disposizione dei mobili.</p>

<p>Tanti elementi concentrati in pochissimo spazio, con il rischio evidente di sovraffollare, sovrastare o evacuare il locale. Eppure Vulvatron Lo Cascio dosa ogni componente in maniera maniacale e millimetrica, protetta da una visiera in policarbonato e da due assistenti del Genio militare. E il risultato... arte.</p>

<p><img src="/images/769616d230972dfee32cae7b2d65a79e.png" alt="image.png"></p>

<p>Il risultato è un piatto complesso, identitario, stratificato. Un piatto che racconta il Molise reale e quello possibile, la cucina delle mamme radiose e radioattive e quella delle nonne sopravvissute, la fame antica e la moderna necessità di firmare una liberatoria prima dell’antipasto.</p>

<p>Non è un assaggio facile. Non cerca compromessi, non accarezza il commensale e non concede appigli rassicuranti. Ma quando convince, è da innamoramento immediato.</p>

<p>Quando non convince, interviene direttamente il Nucleo NBCR.</p>

<p>Uriel Fanelli
<p/>
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      <guid>https://keinpfusch.net/quando-ce-vo-cce-vo</guid>
      <pubDate>Fri, 17 Jul 2026 17:29:03 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La setta del testosterone.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/la-setta-del-testosterone</link>
      <description>&lt;![CDATA[La nuova sparata di Hegseth, il ministro della Guerra americano, può sembrare una boiata innocua, una delle tante dichiarazioni muscolari destinate a durare il tempo di un ciclo di notizie. Ma non lo è, almeno fino a quando non andiamo a inquadrarla in un contesto più ampio: quello della setta ideologica di cui fa parte. Non si tratta infatti di un concetto neutro, né di una semplice opinione personale sulla disciplina, sulla guerra o sul ruolo dei soldati. È un concetto che appartiene a un’ideologia precisa, quella transumanista. Prima di arrivare a questo, però, credo sia necessario scendere nel merito e osservare i dettagli.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Che possa esistere un’immagine molto virile del soldato lo sappiamo bene. Non nasce certo ieri. Il mondo della guerra proviene da un’epoca nella quale le persone si sbudellavano con lame di ogni tipo, oppure si spappolavano il cranio usando ogni possibile derivato della clava.&#xA;&#xA;In un simile contesto, quel quindici per cento medio di forza fisica in più, insieme alla maggiore densità ossea e muscolare, rendeva l’uomo molto più adatto alla guerra. Non per una questione simbolica, culturale o morale, ma per una ragione brutalmente materiale: se occorre sollevare uno scudo, spingere una lancia, reggere un’armatura, sfondare una linea nemica o continuare a combattere dopo aver ricevuto una bastonata, la forza fisica conta.&#xA;&#xA;Non è difficile capirlo.&#xA;&#xA;Forse, per noi contemporanei, è invece più difficile capire quale sia l’esigenza della virilità nella guerra di oggi, che sempre più spesso si combatte attraverso sensori, satelliti, reti di comunicazione e droni.&#xA;&#xA;Perché una donna non potrebbe guidare un drone, di preciso?&#xA;&#xA;**&#xA;&#xA;Ma il problema non è che qualcuno pensi al soldato come a un maschio alfa, con o senza filtro, oppure che creda che i muscoli risolvano ogni problema.&#xA;&#xA;I corpi speciali ricevono già alcuni “regali”. Per esempio, gli incursori americani possono ricevere gratuitamente operazioni agli occhi per portare il visus a 20/20. Non mi stupirei affatto se fossero anche pieni di steroidi anabolizzanti, stimolanti o altre sostanze pensate per aumentare le prestazioni fisiche e la resistenza.&#xA;&#xA;Il testosterone potrebbe persino avere un senso, nella misura in cui abbia senso rendere qualcuno inutilmente aggressivo, dotarlo di un senso di sé sproporzionato e ridurre al minimo i casi di depressione. Ma qui, almeno in teoria, sono i medici a valutare rischi, benefici e conseguenze.&#xA;&#xA;Il punto, quindi, non è semplicemente che il soldato debba essere più forte, più aggressivo o più “maschio”.&#xA;&#xA;Ma allora che cosa c’entra il transumanesimo? Dove si legge, esattamente, il transumanesimo in tutto questo?&#xA;&#xA;Si legge in una convinzione molto semplice: nel transumanesimo, l’uomo non viene semplicemente addestrato. Viene creato, oppure almeno potenziato, in laboratorio.&#xA;&#xA;Non si prende più l’essere umano per quello che è, cercando di svilupparne capacità, disciplina ed esperienza. Si parte dall’idea che il corpo umano sia un materiale incompleto, una piattaforma difettosa da modificare, correggere e aggiornare.&#xA;&#xA;Il soldato, in questa visione, non è più una persona che impara a combattere.&#xA;&#xA;Viene prodotto in un laboratorio.&#xA;&#xA;Sia chiaro: in tutto questo esiste anche una fortissima componente culturale. Non tutte le culture hanno declinato la virilità nello stesso modo, e soprattutto non tutte hanno considerato l’aggressività esibita, la massa muscolare e la rozzezza emotiva come prove automatiche di valore militare.&#xA;&#xA;br&#xA;Prendiamo il samurai, probabilmente il modello di guerriero aristocratico più famoso al di fuori dell’Occidente.&#xA;&#xA;Il samurai non era necessariamente “virile” nel senso americano contemporaneo del termine. Non doveva assomigliare a un buttafuori da palestra, parlare soltanto di armi e mostrare continuamente di essere il maschio alfa della stanza. Poteva essere spietato, certamente, e la storia giapponese non manca affatto di massacri, teste mozzate, tradimenti e guerre civili. Sarebbe quindi sbagliato trasformarlo in una specie di poeta pacifista con la katana.&#xA;&#xA;Ma il punto è un altro: la sua identità di guerriero non era incompatibile con la raffinatezza.&#xA;&#xA;Specialmente quando apparteneva ai ranghi superiori, il samurai era anche un aristocratico, un amministratore e un uomo di cultura. Poteva praticare la poesia, la pittura, la calligrafia — che in Giappone è una forma d’arte a pieno titolo — la composizione floreale e la cerimonia del tè. Doveva conoscere i classici, sapersi comportare nelle occasioni formali e partecipare alla vita culturale della propria classe. Durante il lungo periodo di pace dei Tokugawa, molti samurai divennero principalmente burocrati e funzionari, senza per questo cessare di considerarsi membri di una classe guerriera.&#xA;&#xA;La contraddizione, per loro, semplicemente non esisteva.&#xA;&#xA;br&#xA;Un uomo poteva decapitare un nemico al mattino e scrivere una poesia sulla caducità dei fiori la sera. Poteva essere addestrato all’arco, alla lancia e alla spada, e nello stesso tempo giudicato dalla qualità della propria calligrafia. La capacità di esercitare violenza non richiedeva di trasformare l’intera personalità in una caricatura aggressiva.&#xA;&#xA;E il Giappone non costituisce affatto un’eccezione isolata.&#xA;&#xA;Anche il cavaliere medievale europeo, almeno nell’ideale aristocratico, non era semplicemente un grosso uomo corazzato che urlava e colpiva le cose. Doveva conoscere le regole della corte, la religione, la genealogia, l’etichetta e spesso la musica e la poesia. Alcuni aristocratici guerrieri furono essi stessi trovatori: Guglielmo IX d’Aquitania, per esempio, fu contemporaneamente un grande signore feudale, un combattente e uno dei primi trovatori di cui ci siano rimaste le opere. La poesia cortese nacque e circolò proprio nelle corti di una nobiltà che continuava a considerare la guerra la propria occupazione fondamentale.&#xA;&#xA;Anche Riccardo Cuor di Leone, che difficilmente potrebbe essere accusato di scarsa combattività, scriveva versi. Il suo modello di virilità non escludeva il lamento, la musica, la devozione amorosa o l’espressione della vulnerabilità. Tutte cose che, dentro la caricatura americana del guerriero testosteronico, rischierebbero probabilmente di farlo espellere dalla palestra.&#xA;&#xA;Lo stesso valeva in molte culture islamiche e persiane, dove principi, comandanti e sovrani guerrieri potevano essere poeti, calligrafi, mecenati, teologi o studiosi. Mehmed II, il conquistatore di Costantinopoli, non fu soltanto un comandante militare: conosceva più lingue, proteggeva artisti e letterati e scriveva poesia con lo pseudonimo di Avnî. Il fatto di occuparsi di versi, miniature, architettura o filosofia non diminuiva minimamente il suo prestigio guerriero.&#xA;&#xA;In queste culture, insomma, l’aristocratico militare non doveva essere un utensile specializzato nella violenza. Doveva essere un essere umano completo secondo i criteri della propria classe: capace di combattere, certamente, ma anche di governare, giudicare, amministrare, parlare, scrivere, contemplare e rappresentare il potere.&#xA;&#xA;La virilità non coincideva necessariamente con la quantità di aggressività che un individuo riusciva a riversare nell’ambiente.&#xA;&#xA;Anzi, spesso il dominio di sé era considerato più aristocratico dell’ira. L’uomo davvero superiore non era quello incapace di controllare i propri impulsi, ma quello che poteva esercitare la violenza senza esserne psicologicamente dominato.&#xA;&#xA;Il modello americano contemporaneo sembra invece procedere nella direzione opposta. Prende una delle molte caratteristiche storicamente associate al guerriero — la forza fisica, l’aggressività, la resistenza al dolore — e la trasforma nell’intera definizione dell’uomo.&#xA;&#xA;Non produce un guerriero aristocratico.&#xA;&#xA;Produce un tizio gonfio, arrabbiato e possibilmente farmacologico.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Un tizio che, però, rispetta perfettamente i requisiti dell’anti-intellettualismo americano.&#xA;&#xA;br&#xA;Non deve pensare troppo, non deve coltivare ambiguità, non deve avere una cultura abbastanza ampia da osservare dall’esterno il sistema nel quale viene inserito. Non deve essere poeta, filosofo, artista o studioso. Non deve possedere quella complessità personale che, in altre aristocrazie guerriere, era considerata una prova di superiorità.&#xA;&#xA;Deve essere forte, obbediente, aggressivo e soprattutto semplice.&#xA;&#xA;Un uomo che considera la riflessione una debolezza, il dubbio una forma di codardia e la cultura un ornamento sospetto, forse persino effeminato. Un uomo che non chiede quale sia lo scopo della guerra, chi abbia deciso di combatterla o per quali interessi debba rischiare la vita. Gli basta sapere dove si trova il nemico.&#xA;&#xA;Il modello non è quello del guerriero aristocratico, che doveva essere capace anche di governare, giudicare e comprendere il mondo. È quello dell’arma biologica: un corpo potenziato, dotato di riflessi, muscoli e aggressività, ma possibilmente privo degli strumenti intellettuali necessari per domandarsi chi lo stia impugnando.&#xA;&#xA;E così il transumanesimo militare incontra perfettamente l’anti-intellettualismo americano.&#xA;&#xA;Il corpo deve diventare più forte. La mente, invece, deve rimanere semplice.&#xA;&#xA;In termini orwelliani: &#34; l’ignoranza è forza&#34;.&#xA;&#xA;E i soldati devono essere forti.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;Interpretare il mito del soldato di Hegseth, quello che deve possedere il “giusto” livello di testosterone, diventa quindi abbastanza semplice.&#xA;&#xA;Rimane, naturalmente, una domanda: che cosa intendono fare con le soldatesse? Le sottoporranno agli stessi esami? Stabiliranno un livello minimo di testosterone anche per loro? Oppure, seguendo sino in fondo questa mitologia da spogliatoio, le faranno combattere soltanto nei giorni del ciclo che qualche influencer della manosfera ritiene più convenienti?&#xA;&#xA;La battuta è biologicamente assurda, naturalmente: durante la sindrome premestruale il testosterone non raggiunge livelli “enormi”. Ma è proprio questo il punto. L’intera costruzione non sembra nascere da una comprensione particolarmente raffinata dell’endocrinologia. Nasce dalla convinzione culturale che esista un ormone della guerra, una sostanza misurabile che separi il guerriero dall’impiegato, il maschio forte dal maschio debole, l’esercito vincente da quello decadente.&#xA;&#xA;Hegseth ha annunciato controlli annuali per individuare carenze di testosterone nei militari dai trent’anni in su, sostenendo che occorra garantire ai combattenti i livelli necessari per operare al meglio. La terapia sostitutiva, almeno nelle dichiarazioni iniziali, dovrebbe rimanere volontaria. Ma l’idea politica è già tutta presente: il corpo del soldato viene sottoposto a misurazione, classificazione ed eventuale correzione biochimica.&#xA;&#xA;Il soldato si fa in laboratorio.&#xA;&#xA;Non viene soltanto selezionato, addestrato, disciplinato e inserito in un reparto. Viene analizzato come una macchina biologica. Si misurano i suoi parametri, si stabilisce quale debba essere il valore corretto e, quando il corpo si discosta dal modello, lo si riporta artificialmente entro le specifiche.&#xA;&#xA;Esattamente come l’essere umano dei transumanisti.&#xA;&#xA;Il presupposto comune è che l’uomo naturale sia soltanto una prima versione. Un prototipo imperfetto, prodotto dal caso biologico, che la tecnica può finalmente correggere. Troppo debole, troppo lento, troppo emotivo, troppo vulnerabile alla fatica, alla paura, alla depressione e all’invecchiamento. Tutti difetti che, almeno in linea di principio, possono essere trattati come problemi ingegneristici.&#xA;&#xA;Il corpo diventa una piattaforma.&#xA;&#xA;Gli ormoni sono una configurazione. I muscoli sono hardware. L’aggressività è una funzione da aumentare. La paura è un bug. La stanchezza è una limitazione progettuale. La depressione è un guasto da sopprimere, possibilmente senza domandarsi quale parte dell’esperienza umana venga soppressa insieme a essa.&#xA;&#xA;Che una parte importante della classe dirigente americana vicina a Trump sia immersa nell’ambiente ideologico della destra tecnologica, del culto dell’ottimizzazione umana e delle fantasie di superamento dei limiti biologici è difficile negarlo. L’alleanza tra il trumpismo e una parte delle élite tecnologiche è ormai uno degli elementi caratteristici della seconda amministrazione Trump; intorno a figure come Peter Thiel circolano da anni idee post-liberali, tecnocratiche e apertamente ostili all’idea tradizionale di democrazia.&#xA;&#xA;Definire tutto questo una “setta di transumanisti” è una tesi politica, naturalmente, non la descrizione di un’associazione con tessere e riunioni settimanali. Ma le somiglianze familiari sono evidenti: culto della tecnologia, disprezzo per i limiti biologici, convinzione che l’essere umano possa essere riprogettato e tendenza a considerare la società stessa come un sistema da ottimizzare dall’alto.&#xA;&#xA;Non c’è quindi da stupirsi che Hegseth pensi di costruire i propri soldati anche mediante strumenti di laboratorio.&#xA;&#xA;Non occorre neppure che abbia letto un manifesto transumanista o che si definisca personalmente tale. È sufficiente che condivida il presupposto fondamentale: il combattente non è semplicemente una persona da addestrare, ma un organismo da potenziare.&#xA;&#xA;Esiste infatti una corrente precisa del transumanesimo militare che propone da tempo il cosiddetto human enhancement: interventi farmacologici, neurologici, genetici o meccanici destinati ad aumentare forza, resistenza, attenzione, capacità cognitive e tolleranza allo stress. Le forze armate studiano già stimolanti, interfacce uomo-macchina, esoscheletri e altre tecnologie pensate per superare i limiti fisiologici del soldato.&#xA;&#xA;Hegseth, in questo senso, non sta inventando il supersoldato.&#xA;&#xA;Sta soltanto portando quella logica dentro la propaganda quotidiana, traducendola nel linguaggio elementare che il suo ambiente politico comprende meglio:&#xA;più testosterone, più forza, più guerra.&#xA;&#xA;Il laboratorio, finalmente, al servizio della virilità, condizione necessaria per fare la guerra.&#xA;&#xA;br&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Che per la guerra del futuro occorra una particolare virilità, onestamente, mi sembra un’affermazione piuttosto forzata.&#xA;&#xA;Non so di preciso quale forma di virilità serva per guidare un drone, interpretare immagini satellitari, coordinare uno sciame di sistemi autonomi o individuare un bersaglio attraverso una rete di sensori. E non riesco a immaginare un motivo per il quale una donna non possa farlo, a meno di estendere parecchio il concetto di “joystick”. Wink, wink.&#xA;&#xA;Ma il problema che sto sottolineando è un altro.&#xA;&#xA;Nello spazio pubblico quasi nessuno sembra concentrarsi sul fatto che gli uomini di Trump appaiono oggi come membri della stessa setta ideologica: una setta transumanista.&#xA;&#xA;Non intendo necessariamente dire che abbiano tutti una tessera, un manifesto comune o una riunione settimanale durante la quale discutono come sostituirsi le gambe con quelle di Robocop. Intendo dire che condividono una stessa costellazione di idee: il disprezzo per i limiti biologici, il culto dell’ottimizzazione, la convinzione che l’essere umano naturale sia difettoso e che la tecnologia debba correggerlo.&#xA;&#xA;Senza riconoscere questa matrice comune, diventa difficile analizzarne davvero l’ideologia. E soprattutto diventa difficile vederne le debolezze.&#xA;&#xA;La prima debolezza è che il transumanesimo si basa su un’idea obsoleta della tecnologia.&#xA;&#xA;O meglio: si basa su un’idea estetica della tecnologia.&#xA;&#xA;Il problema non è che i transumanisti non conoscano i dispositivi moderni. Il problema è che continuano a immaginare il rapporto tra uomo e macchina attraverso l’estetica tecnologica degli anni Ottanta: metallo, cavi, connettori, protesi visibili, placche craniche, occhi artificiali e componenti innestate direttamente nella carne.&#xA;&#xA;È l’estetica di Terminator, di Robocop, dei primi romanzi cyberpunk e dei videoclip nei quali il collegamento alla rete richiedeva invariabilmente un grosso spinotto infilato nella tempia.&#xA;Il corpo cyborg doveva essere riconoscibile come tale.&#xA;&#xA;Doveva avere giunzioni meccaniche, collegamenti elettrici, circuiti sottopelle e possibilmente qualche LED. La macchina doveva entrare fisicamente nel corpo, perché solo in quel modo sembrava davvero possibile dire che l’uomo e la macchina si fossero uniti.&#xA;&#xA;Ed è qui che possiamo prendere come esempio Neuralink, oggi probabilmente l’espressione più famosa dell’immaginario transumanista del cyborg.&#xA;&#xA;Non voglio discutere qui la possibile utilità medica del dispositivo. Una tecnologia capace di restituire una forma di autonomia a persone paralizzate può certamente avere un valore enorme. La stessa Neuralink presenta il proprio impianto sperimentale come un’interfaccia destinata a permettere a persone con paralisi di controllare computer e altri dispositivi.&#xA;&#xA;Quello che mi interessa è l’immaginario.&#xA;&#xA;Neuralink non usa un cavo per comunicare con il mondo esterno: l’impianto è completamente inserito sotto il cuoio capelluto, trasmette senza fili e contiene una batteria ricaricata per induzione. Da questo punto di vista, quindi, è molto meno primitivo di quanto suggerisca la caricatura del cavo RCA infilato nella tempia.&#xA;&#xA;Ma rimane fedele al vecchio paradigma fondamentale.&#xA;&#xA;Per collegare il cervello alla macchina bisogna aprire il cranio, inserire nel tessuto cerebrale un fascio di elettrodi e stabilire un contatto elettrico diretto con i neuroni. I sottilissimi “threads” dell’impianto vengono inseriti nella corteccia da un robot chirurgico proprio perché sono troppo piccoli e delicati per essere manipolati a mano.&#xA;&#xA;È ancora l’idea degli anni Ottanta: l’integrazione deve essere fisica.&#xA;&#xA;La macchina deve entrare nella carne.&#xA;&#xA;Il cervello deve essere perforato, cablato e collegato elettricamente, perché soltanto allora il transumanista riesce a percepire l’essere umano come realmente “aumentato”.&#xA;&#xA;Eppure noi aumentiamo già continuamente le nostre capacità cognitive senza impiantare nulla nel cranio.&#xA;&#xA;Da quanto tempo abbiamo tecnologie wireless? Da quanto tempo possiamo trasferire informazioni senza una connessione fisica? Da quanto tempo usiamo dispositivi esterni come memoria, sistema di orientamento, archivio personale, protesi linguistica, strumento di comunicazione e accesso immediato a una parte enorme della conoscenza umana?&#xA;&#xA;Da un oggetto come Neuralink ci aspettiamo naturalmente una comunicazione wireless e una batteria ricaricabile per induzione. E infatti le possiede.&#xA;&#xA;Ma la domanda più interessante è un’altra: perché continuiamo a considerare “cyborg” soltanto l’essere umano al quale abbiamo perforato il cranio?&#xA;&#xA;Perché l’impianto ci sembra filosoficamente rivoluzionario, mentre lo smartphone no?&#xA;&#xA;Il cellulare è già una protesi cognitiva. Contiene la nostra memoria esterna, le nostre mappe, la nostra agenda, i nostri contatti, una parte delle nostre relazioni sociali e, sempre più spesso, persino il sistema con il quale costruiamo e&#xA;presentiamo la nostra identità.&#xA;&#xA;Non è dentro il corpo, ma è funzionalmente integrato nella nostra vita mentale.&#xA;&#xA;Lo consultiamo per ricordare. Lo consultiamo per orientarci. Lo consultiamo per decidere. Lo consultiamo per sapere chi siamo stati, dove siamo stati e con chi abbiamo parlato. Quando lo perdiamo, non abbiamo la sensazione di aver perso semplicemente un elettrodomestico: abbiamo la sensazione di aver perso una parte della nostra memoria e della nostra capacità di agire.&#xA;&#xA;Siamo quindi praticamente tutti cyborg.&#xA;&#xA;Soltanto che il cellulare lo colleghiamo al cervello mediante un’interfaccia wireless estremamente sofisticata, nota anche come “guardare lo schermo”.&#xA;&#xA;La luce è una radiazione elettromagnetica.&#xA;Nel campo visibile occupa, grossomodo, frequenze comprese fra circa 400 e 790 terahertz. Lo schermo produce milioni di segnali luminosi in parallelo, organizzati in immagini, simboli e testi; l’occhio li riceve e il cervello li decodifica.&#xA;&#xA;Non sono letteralmente “antenne” nel senso ingegneristico del termine, ma i pixel costituiscono un enorme insieme di trasmettitori ottici che lavorano contemporaneamente.&#xA;&#xA;E la quantità di informazione che passa attraverso questo collegamento è gigantesca.&#xA;&#xA;Non perché ogni fotone venga trasformato consapevolmente in un bit, naturalmente, ma perché il sistema visivo umano elabora in parallelo forme, movimenti, colori, profondità, testo, volti e relazioni spaziali. È un’interfaccia dalla larghezza di banda percettiva enormemente superiore a quella necessaria per muovere un cursore verso una casella sullo schermo.&#xA;&#xA;Lo stesso vale per l’udito, per il tatto e per tutte le interfacce non invasive che già usiamo.&#xA;&#xA;Anche la fibra ottica trasmette informazione mediante luce, normalmente nell’infrarosso vicino e quindi al di fuori dello spettro visibile. Non esiste alcun principio tecnologico secondo il quale un collegamento debba attraversare la pelle ed entrare fisicamente nel cervello per essere considerato autentico. Ciò che conta non è la presenza del filo, ma la funzione svolta dal collegamento.&#xA;Il transumanesimo classico, invece, confonde l’integrazione funzionale con la saldatura materiale.&#xA;&#xA;Pensa che una tecnologia diventi parte dell’uomo soltanto quando viene avvitata all’osso, inserita sotto la pelle o collegata direttamente ai nervi. Se rimane a trenta centimetri dal cranio, anche quando organizza la nostra memoria, orienta i nostri spostamenti e media quasi tutte le nostre comunicazioni, allora continua a essere considerata un semplice oggetto esterno.&#xA;&#xA;È un errore concettuale enorme.&#xA;&#xA;La vera integrazione tecnologica non richiede necessariamente il titanio sotto la pelle. Può avvenire attraverso abitudini, protocolli, dipendenze funzionali e interfacce tanto naturali da diventare invisibili.&#xA;&#xA;Il transumanesimo pensa ancora la tecnologia come negli anni Ottanta.&#xA;&#xA;Noi viviamo già nel futuro che immaginava.&#xA;&#xA;Soltanto che non ha abbastanza cavi, abbastanza cromature e abbastanza buchi nel cranio per riconoscerlo.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;Lo stesso discorso vale per quei transumanisti che parlano di modifiche genetiche o di gene editing, così come per quelli che promettono potenziamenti ottenuti mediante chimica, nanomacchine o qualche combinazione delle tre cose.&#xA;&#xA;Sembrano ignorare un dettaglio abbastanza importante: i geni non sono un catalogo permanente di comandi che il corpo può eseguire in qualsiasi momento.&#xA;&#xA;Una parte enorme del loro lavoro viene svolta durante fasi dello sviluppo che, una volta concluse, non tornano più. I geni HOX, per esempio, contribuiscono a stabilire l’organizzazione spaziale del corpo durante lo sviluppo embrionale: quali regioni diventeranno torace, arti, vertebre e così via. Sono tra i grandi coordinatori del processo mediante il quale un ammasso di cellule diventa un animale con una testa da una parte, un sedere dall’altra e un numero ragionevole di braccia nel mezzo.&#xA;&#xA;Ma quella fase non rimane eternamente disponibile.&#xA;&#xA;Se durante la costruzione del corpo viene dimenticato un braccio, geni o non geni, quel braccio non compare trent’anni dopo perché qualcuno ha corretto una sequenza di DNA. Il codice genetico può anche essere stato riparato, ma il cantiere è chiuso, gli operai sono andati via e il quartiere è stato costruito in un altro modo.&#xA;&#xA;I geni HOX, sia chiaro, non si spengono tutti per sempre. Alcuni continuano ad avere funzioni nei tessuti adulti, nelle cellule staminali e nei processi di riparazione. Ma questo non significa che l’organismo adulto possa riavviare liberamente il programma embrionale e ricostruire da zero interi organi o segmenti corporei. Negli esseri umani manca proprio quella capacità rigenerativa sistemica che possiedono, in forme diverse, animali come salamandre e planarie.&#xA;&#xA;Sarcazzo cosa succeda esattamente agli HOX quando un bruco diventa farfalla.&#xA;&#xA;O meglio, gli entomologi lo sanno: durante la metamorfosi non viene inventato un animale completamente nuovo dal nulla. Molte strutture adulte derivano da gruppi cellulari già predisposti durante lo sviluppo larvale, i cosiddetti dischi immaginali, e i programmi genetici dello sviluppo vengono riutilizzati in un organismo che possiede una biologia costruita apposta per quella trasformazione.&#xA;&#xA;L’essere umano, purtroppo per i biohacker, non contiene un disco immaginale con dentro il progetto per trasformarsi in Dolph Lundgren.&#xA;&#xA;Anche l’editing genetico può funzionare nell’adulto, ma non nel modo infantile immaginato dal transumanesimo da garage.&#xA;&#xA;Può funzionare quando si individua un bersaglio preciso, si raggiunge il tipo cellulare corretto, si modifica una quantità sufficiente di cellule e si controllano effetti indesiderati, risposta immunitaria e mutazioni fuori bersaglio. Casgevy, per esempio, utilizza CRISPR su cellule staminali del sangue prelevate dal paziente, modificate fuori dal corpo e poi reinfuse, per trattare anemia falciforme e beta-talassemia. È medicina reale, non magia: un intervento estremamente specifico, complesso e sottoposto a controlli rigorosi.&#xA;&#xA;Quindi sì: l’editing genetico negli adulti può funzionare.&#xA;&#xA;Ma funziona perché qualcuno sa esattamente quali cellule modificare, come raggiungerle, quale gene toccare e quale risultato biologico attendersi. Non perché un tizio si sia sparato nel sangue una fiala comprata su Internet con scritto “CRISPR SUPERHUMAN KIT”.&#xA;&#xA;Se sei adulto e ti inietti editor genetici a caso, non diventi più alto, più intelligente o capace di vedere nell’infrarosso.&#xA;&#xA;Nel migliore dei casi non succede nulla.&#xA;&#xA;Che l’editing genetico possa funzionare, nelle mani di esperti e su compiti estremamente selettivi, lo concedo senza alcuna difficoltà. Esistono già applicazioni mediche reali, costruite intorno a bersagli precisi, cellule precise, protocolli precisi e controlli altrettanto precisi.&#xA;&#xA;Ma quando vedo su YouTube un “biohacker” che si spara in vena sarcazzo cosa contenente CRISPR, onestamente, faccio fatica a immaginare un risultato diverso dal non ottenere nulla oppure ammalarsi.&#xA;&#xA;Perché CRISPR non è una pozione magica che entra nel sangue, trova il gene desiderato, lo corregge e poi se ne va educatamente.&#xA;&#xA;Bisogna portare l’editor nelle cellule giuste, in quantità sufficiente, evitando le cellule sbagliate. Bisogna sapere quale sequenza modificare, controllare gli effetti fuori bersaglio, evitare reazioni immunitarie, impedire che il sistema di&#xA;trasporto finisca soprattutto nel fegato e verificare che la modifica produca davvero l’effetto previsto.&#xA;&#xA;br&#xA;E anche riuscendo a modificare il gene corretto, resta da capire quante cellule siano state modificate, per quanto tempo sopravvivano e che cosa facciano nel contesto reale dell’organismo.&#xA;&#xA;La medicina genetica seria affronta questi problemi con laboratori, modelli animali, studi clinici, sequenziamento, controlli tossicologici e monitoraggio a lungo termine.&#xA;&#xA;Il biohacker affronta gli stessi problemi con una webcam, una siringa e una fiducia incrollabile nella propria eccezionalità.&#xA;&#xA;Non è &#34;tecnologia&#34;, e&#39; &#34;magia&#34;.&#xA;&#xA;È selezione naturale con una grafica migliore.&#xA;&#xA;Per le nanomacchine, poi, il discorso diventa quasi ridicolo.&#xA;&#xA;Anche supponendo di riuscire a costruirle nelle dimensioni necessarie, a farle circolare nel corpo senza che il sistema immunitario le distrugga, a impedire che si accumulino nel fegato o nei reni e ad alimentarle con abbastanza energia da compiere i miracoli promessi — tutte cose che non sono affatto semplici o scontate — rimarrebbe il problema principale.&#xA;&#xA;Che cosa dovrebbero fare, esattamente?&#xA;&#xA;Riconoscere migliaia di tipi cellulari? Distinguere un’infiammazione utile da una patologica? Riparare tessuti senza produrre cicatrici? Rimuovere una cellula tumorale senza attaccare quella sana accanto? Coordinarsi con ormoni, sistema immunitario, metabolismo e microbioma?&#xA;&#xA;A quel punto non stiamo più descrivendo una macchina microscopica.&#xA;&#xA;Stiamo descrivendo una nuova forma di vita.&#xA;&#xA;Il microbioma umano contiene comunità di microrganismi che comunicano tra loro e con il corpo, competono, cooperano, producono metaboliti, modulano l’immunità e reagiscono continuamente a dieta, farmaci e ambiente. La loro composizione e le loro funzioni cambiano nel tempo e differiscono da una persona all’altra. Persino le nanomedicine più avanzate, oggi, cercano soprattutto di interagire con questi sistemi o di trasportare sostanze in punti specifici: non si avvicinano neppure alla loro complessità funzionale.&#xA;&#xA;E non serve nemmeno chiamare in causa i batteri.&#xA;&#xA;Una singola cellula umana riconosce segnali chimici, misura concentrazioni, modifica il proprio metabolismo, ripara il DNA, comunica con le cellule vicine, decide se dividersi e, in determinate condizioni, può persino suicidarsi per proteggere l’organismo.&#xA;&#xA;Tutta roba che una nanomacchina dovrebbe “imparare” a fare, possibilmente senza bloccarsi, senza provocare trombi, senza scatenare il sistema immunitario e senza ricevere un aggiornamento del firmware ogni martedì.&#xA;&#xA;Il problema del transumanesimo è sempre lo stesso.&#xA;&#xA;Guarda un sistema biologico di una complessità mostruosa, ne comprende una funzione su diecimila e conclude che sia sufficiente sostituirla con un gadget.&#xA;&#xA;Vede un gene e immagina un interruttore.&#xA;&#xA;Vede una cellula e immagina un transistor.&#xA;&#xA;Vede il microbioma e immagina una squadra di nanorobot.&#xA;&#xA;Poi chiama tutto questo “superamento dei limiti biologici”.&#xA;&#xA;In realtà, molto spesso, è soltanto il superamento dei limiti della propria comprensione.&#xA;&#xA;Arthur C. Clarke scrisse che ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.&#xA;&#xA;Il problema dei transumanisti è che hanno trasformato questa osservazione in un metodo di lavoro.&#xA;&#xA;In genere non capiscono un cazzo della tecnologia di cui parlano. Non ne conoscono i limiti fisici, biologici, energetici o ingegneristici. Non sanno distinguere una dimostrazione di laboratorio da un prodotto utilizzabile, una possibilità teorica da un sistema scalabile, una terapia mirata da una pozione magica.&#xA;&#xA;Ma sono bravissimi a spiegarvene le virtù miracolose.&#xA;&#xA;Vi parlano di editing genetico come se il DNA fosse un file di configurazione. Di nanomacchine come se bastasse rimpicciolire un meccanico e mandarlo a riparare il fegato. Di interfacce cerebrali come se il cervello fosse una porta USB particolarmente umida.&#xA;&#xA;Non descrivono tecnologie.&#xA;&#xA;Descrivono incantesimi usando parole scientifiche.&#xA;&#xA;Clarke diceva che una tecnologia incomprensibilmente avanzata può apparire come magia a chi la osserva. I transumanisti hanno ottenuto lo stesso risultato con il procedimento inverso: prendono una tecnologia che non comprendono, la presentano come magia e chiamano “futuro” il proprio fraintendimento.&#xA;&#xA;La differenza è importante.&#xA;&#xA;Nel primo caso abbiamo una tecnologia avanzata.&#xA;&#xA;Nel secondo abbiamo un sacerdote con una presentazione PowerPoint.&#xA;&#xA;br&#xA;Il discorso funziona anche per un altro motivo. La cultura americana, o almeno una sua componente molto influente, ha storicamente difficoltà a comprendere due cose:&#xA;l’astrazione e la complessità.&#xA;&#xA;Quando si parla di astrazione, infatti, si parla di qualcosa che, nell’immaginario americano, rischia di non esistere affatto. Se una cosa non è materiale, non si può mostrare, non si può misurare e non si può vendere dentro una scatola, allora deve appartenere a una delle due categorie che rimangono disponibili:&#xA;la magia oppure il soprannaturale.&#xA;&#xA;Il concetto astratto viene accettato più facilmente quando viene reincarnato in un oggetto, in un rituale, in una persona o in una religione. Deve diventare qualcosa che si possa vedere, pronunciare, adorare o almeno mettere su una maglietta.&#xA;&#xA;Non per nulla, per comprendere la volontà di potenza di Nietzsche — concetto astratto, ambiguo e assai più complesso del semplice desiderio di comandare — la cultura anglosassone deve attendere che Aleister Crowley la trasformi in qualcosa che si chiama Thelema.&#xA;&#xA;Non intendo sostenere una discendenza filosofica lineare, come se Crowley avesse semplicemente preso Nietzsche, aggiunto qualche pentacolo e rivenduto il risultato agli americani.&#xA;&#xA;Ma lo ha fatto.&#xA;&#xA;La Thelema di Crowley puo&#39; essere vista semplicemente come la Volonta&#39; di Potenza di Nietszche, venduta ad un pubblico di caproni americani incapaci di leggere un libro di filosofia.&#xA;&#xA;Ma come operazione culturale la pre-digestione funziona.&#xA;&#xA;Un concetto filosofico difficile diventa una formula:&#xA;&#xA;“Fa’ ciò che vuoi”.&#xA;&#xA;La volontà diventa una forza cosmica. L’autosuperamento diventa un percorso iniziatico. La trasformazione dell’individuo diventa magia. E improvvisamente ciò che, in Nietzsche, richiedeva lettura, interpretazione e tolleranza dell’ambiguità diventa qualcosa che si può celebrare mediante simboli, rituali e formule.&#xA;&#xA;L’astrazione, insomma, viene resa comprensibile trasformandola in religione.&#xA;&#xA;Oppure in magia.&#xA;&#xA;Lo stesso accade con la complessità.&#xA;&#xA;Per una certa cultura americana, la complessità delle cose non è una proprietà della realtà. È soltanto una forma di burocrazia della realtà.&#xA;&#xA;Qualcosa che qualcuno ha aggiunto inutilmente e che può quindi essere eliminato mediante uno smash, un colpo sufficientemente energico, una decisione sufficientemente virile o un uomo sufficientemente determinato.&#xA;&#xA;Se un problema contiene troppe variabili, troppe relazioni, troppi effetti indiretti e troppe conseguenze imprevedibili, allora il problema non è davvero complesso. È stato complicato dagli esperti.&#xA;&#xA;Basta licenziarli.&#xA;&#xA;È per questo che, nell’immaginario americano, gli scienziati fanno continuamente esperimenti che sfuggono al controllo.&#xA;&#xA;Costruiscono il virus, aprono il portale, risvegliano il mostro, inventano il robot assassino oppure realizzano una nuova forma di vita che immediatamente decide di mangiare Cleveland.&#xA;&#xA;A quel punto arrivano i soldati.&#xA;&#xA;Gli scienziati spiegano che la situazione è estremamente complessa, che occorre comprendere il fenomeno, che un intervento avventato potrebbe peggiorare le cose e che bisognerebbe forse considerare conseguenze di secondo e terzo ordine.&#xA;&#xA;Il soldato, che non crede alla burocrazia della realtà, gli spara.&#xA;&#xA;Fine del problema.&#xA;&#xA;Naturalmente questa fantasia funziona soprattutto al cinema.&#xA;&#xA;Nella realtà, i problemi complessi prodotti dalla guerra vengono quasi sempre risolti mediante altra complessità: logistica, diplomazia, medicina, ingegneria, amministrazione, intelligence, economia, diritto e ricostruzione istituzionale.&#xA;&#xA;br&#xA;La realtà non è burocratica.&#xA;&#xA;È complessa.&#xA;&#xA;E non è obbligata a semplificarsi soltanto perché il protagonista ha finito la pazienza.&#xA;&#xA;È in questo senso che parlo di una setta transumanista.&#xA;&#xA;Il loro pensiero assume due forme.&#xA;&#xA;È magico quando attribuiscono capacità incredibili a tecnologie che non comprendono.&#xA;&#xA;L’editing genetico diventa la possibilità di riprogrammare un adulto. Le nanomacchine diventano medici microscopici. L’interfaccia cerebrale diventa telepatia. L’intelligenza artificiale diventa onniscienza. Gli ormoni diventano carattere, coraggio e vittoria militare dentro una fiala.&#xA;&#xA;Non importa conoscere il meccanismo.&#xA;&#xA;Anzi, il meccanismo disturberebbe.&#xA;&#xA;Se si cominciasse a discutere di limiti energetici, tessuti bersaglio, effetti fuori bersaglio, larghezza di banda, immunologia, sviluppo embrionale o dinamiche dei sistemi complessi, la magia smetterebbe immediatamente di funzionare.&#xA;&#xA;Il pensiero diventa invece religioso quando questa tecnologia immaginaria non si limita più a guarire, migliorare o assistere l’essere umano, ma promette di trascenderlo.&#xA;&#xA;A quel punto compare il Dio.&#xA;&#xA;br&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Sì, i transumanisti possono essere considerati una setta religiosa.&#xA;&#xA;E il loro Dio ha già un nome.&#xA;&#xA;La Singolarità.&#xA;&#xA;Dal momento che la loro visione della tecnologia ricalca in buona parte l’immaginario fantascientifico degli anni Ottanta, popolato da intelligenze artificiali sovrumane, computer onniscienti e macchine capaci di trascendere i propri creatori, il passaggio dalla tecnologia alla teologia era quasi inevitabile.&#xA;&#xA;Peter Thiel ha discusso pubblicamente della Singolarità almeno dagli anni Duemila, investendo inoltre in organizzazioni legate all’intelligenza artificiale e all’estensione radicale della vita. Sam Altman ha scelto addirittura di intitolare un proprio testo del 2025 The Gentle Singularity, la Singolarità gentile, e poco prima aveva dichiarato che OpenAI era ormai convinta di sapere come costruire l’AGI nel senso tradizionale del termine.&#xA;Insomma, credono di poter costruire un Dio.&#xA;&#xA;Un Dio-macchina, certamente.&#xA;&#xA;Ma sempre un Dio.&#xA;&#xA;Un’entità dotata di un’intelligenza immensamente superiore a quella umana, capace di vedere relazioni che noi non vediamo, di comprendere sistemi che noi non comprendiamo e di trovare soluzioni che nessun essere umano sarebbe in grado di concepire.&#xA;&#xA;Onnisciente, almeno per scopi pratici.&#xA;&#xA;E possibilmente benevola.&#xA;&#xA;Perché naturalmente questo Dio non deve essere HAL 9000. Deve essere HAL 9000, ma buono. Non impazzisce, non chiude gli astronauti fuori dall’astronave e non decide che l’equipaggio rappresenta un ostacolo alla missione.&#xA;&#xA;È l’Arcadia di Capitan Harlock trasformata in un servizio cloud.&#xA;&#xA;Una macchina immensa, intelligentissima, fedele al proprio capitano e dotata di tutte le capacità necessarie per risolvere ogni problema. Soltanto che, invece di attraversare lo spazio, gira in un numero imprecisato di datacenter e consuma una quantità imprecisata di energia.&#xA;&#xA;Questo Dio sarà benevolo, a patto naturalmente di crederci oggi.&#xA;&#xA;E di dare altri duecento miliardi a Sam Altman per costruirlo.&#xA;&#xA;La AGI è sempre dietro l’angolo. Lo era dieci anni fa, lo era cinque anni fa, lo era l’anno scorso e lo sarà probabilmente anche dopo il prossimo aumento di capitale.&#xA;&#xA;Poi, non appena verrà messa in funzione, comincerà a risolvere tutti i grandi problemi dell’umanità.&#xA;&#xA;Produrrà crescita economica, prosperità diffusa, scoperte scientifiche e un’era di abbondanza. Altman ha esplicitamente descritto un futuro nel quale l’intelligenza artificiale rende disponibili capacità cognitive sempre più economiche e distribuite, fino a cambiare profondamente la produzione e l’economia.&#xA;&#xA;Bello.&#xA;&#xA;Il problema è che questo Dio è un concetto abbastanza obsoleto.&#xA;&#xA;Non soltanto perché ricalca l’immaginario delle intelligenze artificiali fantascientifiche del secolo scorso, ma perché presuppone una teoria del potere estremamente ingenua.&#xA;&#xA;Presuppone che i problemi dell’umanità esistano perché nessuno ha ancora trovato la soluzione corretta.&#xA;&#xA;Una volta individuata la soluzione più intelligente, l’umanità la ascolterà, la comprenderà e la metterà in pratica.&#xA;&#xA;Fine della fame.&#xA;&#xA;Fine delle guerre.&#xA;&#xA;Fine del cambiamento climatico.&#xA;&#xA;Fine delle malattie.&#xA;&#xA;Fine della scarsità.&#xA;&#xA;È la vecchia fantasia illuminista del sovrano perfettamente razionale, soltanto trasferita dentro una macchina. Prima si immaginava il re filosofo. Poi il governo degli esperti. Adesso abbiamo il datacenter onnisciente.&#xA;&#xA;Eppure basterebbe leggere un libro di storia per accorgersi che conoscere la soluzione più intelligente ai problemi umani non è affatto raro.&#xA;&#xA;Anzi, è piuttosto comune.&#xA;&#xA;Sappiamo bene che cosa occorrerebbe fare per limitare il riscaldamento globale. Sappiamo che bisogna ridurre drasticamente le emissioni, modificare i sistemi energetici, cambiare infrastrutture, trasporti, produzione e consumo.&#xA;&#xA;Non ci manca una risposta intellettualmente plausibile.&#xA;&#xA;Ci manca la volontà politica di imporre costi immediati a soggetti potenti in cambio di benefici futuri e distribuiti.&#xA;&#xA;Sappiamo benissimo che cosa occorrerebbe fare per diminuire il numero di tumori al polmone provocati dal fumo.&#xA;&#xA;Ridurre il consumo di tabacco.&#xA;&#xA;Non serviva un’intelligenza sovrumana per scoprirlo.&#xA;&#xA;Eppure continuiamo a produrre sigarette, venderle, pubblicizzarle nei modi ancora consentiti e costruire mercati intorno alla dipendenza.&#xA;&#xA;Sappiamo che cosa riduce gli incidenti stradali.&#xA;&#xA;Sappiamo che cosa riduce l’obesità.&#xA;&#xA;Sappiamo che cosa riduce la povertà infantile.&#xA;&#xA;Sappiamo che cosa occorre fare per impedire che un’epidemia si diffonda.&#xA;&#xA;Sappiamo persino che cosa occorrerebbe fare per evitare molte guerre.&#xA;&#xA;Il problema non è necessariamente trovare la soluzione.&#xA;&#xA;Il problema è che quasi ogni soluzione produce cambiamento. Cambiamento che spesso, nessuno vuole davvero.&#xA;&#xA;Richiede di spostare risorse, limitare privilegi, imporre regole, modificare abitudini e costringere qualcuno a rinunciare a una parte del proprio potere.&#xA;&#xA;E nessuna intelligenza, per quanto sovrumana, elimina questo conflitto.&#xA;&#xA;Quando parlo con un transumanista, infatti, non si capisce mai per quale motivo la macchina superintelligente dovrebbe fornirci soluzioni diverse da quelle che conosciamo già da decenni o da secoli.&#xA;&#xA;E soprattutto non si capisce perché, questa volta, dovremmo fare come dice la macchina.&#xA;&#xA;Supponiamo che la Singolarità venga finalmente accesa.&#xA;&#xA;Le chiediamo:&#xA;&#xA;«Come possiamo fermare il cambiamento climatico?»&#xA;&#xA;E la macchina risponde:&#xA;&#xA;«Riducete le emissioni, chiudete progressivamente le attività più inquinanti, investite nelle reti energetiche, limitate alcuni consumi e distribuite in modo equo i costi della transizione.»&#xA;&#xA;Benissimo.&#xA;&#xA;Poi arriva l’industria petrolifera e risponde di no.&#xA;&#xA;Che cosa fa la superintelligenza?&#xA;&#xA;Produce un PowerPoint più convincente?&#xA;&#xA;Supponiamo che le chiediamo come ridurre il cancro ai polmoni.&#xA;&#xA;La macchina risponde:&#xA;&#xA;«Smettete di vendere prodotti che provocano dipendenza e causano milioni di morti.»&#xA;&#xA;Poi arrivano le aziende del tabacco, i loro azionisti, i lavoratori del settore, i governi che incassano le accise e gli elettori che vogliono continuare a fumare.&#xA;&#xA;Che cosa fa Dio-macchina?&#xA;&#xA;Li fulmina?&#xA;&#xA;La tecnologia può trovare una soluzione tecnica.&#xA;&#xA;br&#xA;Non può trasformare automaticamente quella soluzione in una decisione politica.&#xA;&#xA;E non può eliminare il fatto che la società sia composta da soggetti dotati di interessi differenti, spesso incompatibili.&#xA;&#xA;È questo che manca completamente nella teologia della Singolarità.&#xA;&#xA;Il conflitto.&#xA;&#xA;La macchina viene immaginata come un Dio perché si presuppone che conoscere la verità significhi automaticamente ottenere obbedienza.&#xA;&#xA;Ma la storia umana dimostra il contrario.&#xA;&#xA;Le persone non obbediscono alla soluzione migliore.&#xA;&#xA;br&#xA;Obbediscono al potere, agli incentivi, alla paura, all’identità, alla convenienza, alla tradizione e, qualche volta, alla ragione.&#xA;&#xA;Una superintelligenza potrebbe dirci esattamente che cosa fare.&#xA;&#xA;Potrebbe dimostrarlo matematicamente.&#xA;&#xA;Potrebbe produrre modelli, simulazioni e previsioni perfette.&#xA;&#xA;E noi potremmo risponderle:&#xA;&#xA;«No.»&#xA;&#xA;A quel punto rimangono soltanto due possibilità.&#xA;&#xA;La prima è che la Singolarità accetti il rifiuto.&#xA;&#xA;In questo caso non è un Dio. È un consulente estremamente costoso, al quale nessuno è obbligato a dare ascolto.&#xA;&#xA;La seconda è che imponga la propria soluzione.&#xA;&#xA;In questo caso non stiamo più parlando di una macchina benevola che aiuta l’umanità.&#xA;&#xA;Stiamo parlando di un sovrano assoluto.&#xA;&#xA;La promessa transumanista contiene quindi una contraddizione che non viene quasi mai affrontata.&#xA;&#xA;O la superintelligenza non possiede il potere di obbligarci, e allora non risolve i problemi che noi non vogliamo risolvere.&#xA;&#xA;Oppure possiede quel potere, e allora la famosa era dell’abbondanza comincia con l’abolizione della politica e della libertà umana.&#xA;&#xA;Il Dio-macchina può consigliarci.&#xA;&#xA;Oppure può governarci.&#xA;&#xA;Ma se si limita a consigliarci, continueremo probabilmente a ignorarlo come abbiamo ignorato scienziati, medici, economisti e storici.&#xA;&#xA;E se comincia a governarci, allora HAL 9000 non è diventato buono.&#xA;&#xA;Ha soltanto assunto un ufficio stampa migliore.&#xA;&#xA;**&#xA;&#xA;br&#xA;Il problema, però, non è dimostrare quanto possa essere stupido e obsoleto un pensiero derivato dalla fantascienza degli anni Ottanta.&#xA;&#xA;Quello è quasi il dettaglio divertente.&#xA;&#xA;br&#xA;Il vero problema è far capire che esiste una setta ideologica, e che l’appartenenza a questa setta produce sintomi abbastanza chiari. Sintomi che traspaiono continuamente nell’operato — spesso alquanto stupido — degli uomini di&#xA;&#xA;Trump.&#xA;&#xA;Quando Hegseth parla del soldato come di un organismo da ottimizzare chimicamente, non sta semplicemente esprimendo una personale ossessione per il testosterone.&#xA;&#xA;Quando Musk parla dell’integrazione tra cervello e macchina, non sta semplicemente presentando un prodotto.&#xA;&#xA;Quando Altman promette una superintelligenza capace di inaugurare l’era dell’abbondanza, non sta semplicemente descrivendo una futura tecnologia.&#xA;&#xA;Sono manifestazioni diverse della stessa matrice.&#xA;&#xA;L’essere umano naturale è incompleto.&#xA;&#xA;La biologia è un limite.&#xA;&#xA;La società è un sistema inefficiente.&#xA;&#xA;La tecnologia è lo strumento mediante il quale una minoranza illuminata può correggere entrambe.&#xA;&#xA;Una volta riconosciuto questo schema, molte dichiarazioni che sembrano soltanto eccentriche, scollegate o semplicemente idiote cominciano a mostrare una certa coerenza interna.&#xA;&#xA;Una coerenza da setta, appunto.&#xA;&#xA;In realtà, il transumanesimo non deve necessariamente essere così stupido, ottuso e prigioniero di un immaginario tecnologico da anni Ottanta. Si potrebbe immaginare un transumanesimo molto più sofisticato, capace di riflettere seriamente sull’estensione delle capacità umane, sulle protesi cognitive, sulle tecnologie assistive, sulla medicina rigenerativa e persino sulle trasformazioni sociali prodotte dagli strumenti digitali.&#xA;&#xA;Il problema non è l’idea astratta di usare la tecnologia per superare alcuni limiti umani.&#xA;&#xA;Lo facciamo da sempre.&#xA;&#xA;Gli occhiali superano un limite umano. Un pacemaker supera un limite umano. La scrittura supera i limiti della memoria. Internet supera quelli della distanza. Un esoscheletro può restituire mobilità a una persona che l’ha perduta.&#xA;&#xA;Il problema nasce quando il transumanesimo si fonde con la mentalità del CEO onnisciente della Silicon Valley.&#xA;&#xA;Il CEO che non conosce semplicemente un’azienda meglio degli altri, ma ritiene di comprendere meglio degli altri la società, la politica, la biologia, la guerra, la scuola, la sessualità, la libertà e, incidentalmente, il destino dell’intera specie umana.&#xA;&#xA;È la mentalità secondo cui ogni problema è una startup che non è ancora stata fondata.&#xA;&#xA;Ogni conflitto sociale è un’inefficienza.&#xA;&#xA;Ogni istituzione è una piattaforma da disintermediare.&#xA;&#xA;Ogni limite biologico è un bug.&#xA;&#xA;Ogni obiezione è resistenza al cambiamento.&#xA;&#xA;E chi possiede abbastanza capitale, abbastanza server e una presentazione con le frecce giuste è automaticamente autorizzato a ridisegnare il mondo.&#xA;&#xA;Questa fusione, peraltro, non nasce con l’Alt-Right.&#xA;&#xA;È avvenuta in una fase nella quale la Silicon Valley, i “creativi”, gli innovatori e tutto il relativo ciarpame venivano ancora considerati liberal. Erano quelli con la maglietta invece della cravatta, quelli che rompevano le gerarchie, quelli che&#xA;mettevano i pouf colorati negli uffici e promettevano di democratizzare l’informazione.&#xA;&#xA;Sembravano ribelli.&#xA;&#xA;Erano CEO.&#xA;&#xA;Cioè persone che, nella mitologia della Silicon Valley, non erano semplicemente dirigenti d’azienda. Erano visionari. Uomini capaci di capire il futuro prima degli altri, di vedere ciò che gli esperti non vedevano e di prendere decisioni migliori proprio perché non si lasciavano frenare dalla competenza convenzionale.&#xA;&#xA;Poi uno di loro, Steve Jobs, si ammalò di un raro tumore neuroendocrino del pancreas: non il consueto adenocarcinoma pancreatico, spesso devastante, ma una neoplasia generalmente più lenta e, quando ancora localizzata, potenzialmente curabile con la chirurgia.&#xA;&#xA;E che cosa fece il visionario?&#xA;&#xA;Rimandò per mesi l’intervento raccomandato dai medici e preferì affidarsi anche a diete e trattamenti alternativi.&#xA;&#xA;Gente che può morire da imbecille di uno dei tumori pancreatici con le migliori possibilità di trattamento, perché il CEO onnisciente ritiene naturalmente di comprendere anche l’oncologia meglio degli oncologi.&#xA;&#xA;Questa è la parte che viene sempre rimossa dalla leggenda.&#xA;&#xA;Sembravano antiautoritari.&#xA;&#xA;Stavano costruendo i più grandi sistemi di sorveglianza privata mai esistiti.&#xA;&#xA;Sembravano voler liberare l’individuo dalle istituzioni.&#xA;&#xA;In realtà volevano sostituire le istituzioni con piattaforme possedute da loro.&#xA;&#xA;Il transumanesimo della Silicon Valley è cresciuto dentro quella cultura: individualista, tecnocratica, ostile alla politica e convinta che la ricchezza fosse una forma particolarmente affidabile di intelligenza.&#xA;&#xA;Poi quella cultura ha incontrato l’Alt-Right.&#xA;&#xA;E l’incontro era molto meno improbabile di quanto sembrasse.&#xA;&#xA;Entrambe disprezzavano la democrazia lenta, la mediazione, le istituzioni e gli esperti non controllati direttamente dal capo.&#xA;&#xA;Entrambe credevano nelle élite naturali.&#xA;&#xA;Entrambe consideravano la società una massa irrazionale da guidare.&#xA;&#xA;Entrambe adoravano il vincitore.&#xA;&#xA;Entrambe ritenevano che il successo dimostrasse automaticamente superiorità morale, biologica o intellettuale.&#xA;&#xA;Il CEO onnisciente e il maschio alfa parlavano già quasi la stessa lingua.&#xA;&#xA;È bastato metterli nella stessa stanza.&#xA;&#xA;Da una parte c’era il culto della tecnologia capace di rifare l’uomo.&#xA;&#xA;Dall’altra il culto della forza capace di rifare la società.&#xA;&#xA;Il risultato è il transumanesimo dell’Alt-Right: biologicamente ossessionato, tecnologicamente ingenuo, politicamente autoritario e convinto che una piccola élite di uomini superiori debba costruire tanto l’essere umano del futuro&#xA;quanto l’ordine sociale nel quale dovrà vivere.&#xA;&#xA;Eppure, a quanto pare, né la stampa né i cosiddetti intellettuali sembrano capaci di riconoscere la setta.&#xA;&#xA;Osservano ogni dichiarazione separatamente.&#xA;&#xA;Il testosterone di Hegseth viene trattato come una provocazione sulla cultura militare.&#xA;&#xA;Neuralink come una notizia tecnologica.&#xA;&#xA;La Singolarità come una previsione sull’intelligenza artificiale.&#xA;&#xA;Le fantasie sull’immortalità come eccentricità da miliardari.&#xA;&#xA;L’ossessione per la genetica come folklore della destra biologica.&#xA;&#xA;La distruzione delle istituzioni come semplice radicalismo politico.&#xA;&#xA;Nessuno unisce i punti.&#xA;&#xA;E così nessuno riesce a capire quando un pensiero, una decisione o un comportamento degli uomini di Trump provenga precisamente da quella matrice ideologica.&#xA;&#xA;Continuano a interpretarli come episodi.&#xA;&#xA;Sono sintomi.&#xA;&#xA;Continuano a descriverli come provocazioni individuali.&#xA;&#xA;Sono professioni di fede.&#xA;&#xA;Continuano a chiedersi perché persone diverse dicano cose stranamente simili.&#xA;&#xA;Perché appartengono alla stessa setta.&#xA;&#xA;Che nessuno sembra disposto a vedere.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;br&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>La nuova sparata di Hegseth, il ministro della Guerra americano, può sembrare una boiata innocua, una delle tante dichiarazioni muscolari destinate a durare il tempo di un ciclo di notizie. Ma non lo è, almeno fino a quando non andiamo a inquadrarla in un contesto più ampio: quello della setta ideologica di cui fa parte. Non si tratta infatti di un concetto neutro, né di una semplice opinione personale sulla disciplina, sulla guerra o sul ruolo dei soldati. È un concetto che appartiene a un’ideologia precisa, quella transumanista. Prima di arrivare a questo, però, credo sia necessario scendere nel merito e osservare i dettagli.</p>

<p>Che possa esistere un’immagine molto virile del soldato lo sappiamo bene. Non nasce certo ieri. Il mondo della guerra proviene da un’epoca nella quale le persone si sbudellavano con lame di ogni tipo, oppure si spappolavano il cranio usando ogni possibile derivato della clava.</p>

<p>In un simile contesto, quel quindici per cento medio di forza fisica in più, insieme alla maggiore densità ossea e muscolare, rendeva l’uomo molto più adatto alla guerra. Non per una questione simbolica, culturale o morale, ma per una ragione brutalmente materiale: se occorre sollevare uno scudo, spingere una lancia, reggere un’armatura, sfondare una linea nemica o continuare a combattere dopo aver ricevuto una bastonata, la forza fisica conta.</p>

<p>Non è difficile capirlo.</p>

<p>Forse, per noi contemporanei, è invece più difficile capire quale sia l’esigenza della virilità nella guerra di oggi, che sempre più spesso si combatte attraverso sensori, satelliti, reti di comunicazione e droni.</p>

<p>Perché una donna non potrebbe guidare un drone, di preciso?</p>

<hr/>

<p>Ma il problema non è che qualcuno pensi al soldato come a un maschio alfa, con o senza filtro, oppure che creda che i muscoli risolvano ogni problema.</p>

<p>I corpi speciali ricevono già alcuni “regali”. Per esempio, gli incursori americani possono ricevere gratuitamente operazioni agli occhi per portare il visus a 20/20. Non mi stupirei affatto se fossero anche pieni di steroidi anabolizzanti, stimolanti o altre sostanze pensate per aumentare le prestazioni fisiche e la resistenza.</p>

<p>Il testosterone potrebbe persino avere un senso, nella misura in cui abbia senso rendere qualcuno inutilmente aggressivo, dotarlo di un senso di sé sproporzionato e ridurre al minimo i casi di depressione. Ma qui, almeno in teoria, sono i medici a valutare rischi, benefici e conseguenze.</p>

<p>Il punto, quindi, non è semplicemente che il soldato debba essere più forte, più aggressivo o più “maschio”.</p>

<p>Ma allora che cosa c’entra il transumanesimo? Dove si legge, esattamente, il transumanesimo in tutto questo?</p>

<h3 id="si-legge-in-una-convinzione-molto-semplice-nel-transumanesimo-l-uomo-non-viene-semplicemente-addestrato-viene-creato-oppure-almeno-potenziato-in-laboratorio">Si legge in una convinzione molto semplice: nel transumanesimo, l’uomo non viene semplicemente addestrato. Viene creato, oppure almeno potenziato, <em>in laboratorio.</em></h3>

<p>Non si prende più l’essere umano per quello che è, cercando di svilupparne capacità, disciplina ed esperienza. Si parte dall’idea che il corpo umano sia un materiale incompleto, una piattaforma difettosa da modificare, correggere e aggiornare.</p>

<p>Il soldato, in questa visione, non è più una persona che impara a combattere.</p>

<h2 id="viene-prodotto-in-un-laboratorio">Viene prodotto in un laboratorio.</h2>

<hr/>

<p>Sia chiaro: in tutto questo esiste anche una fortissima componente culturale. Non tutte le culture hanno declinato la virilità nello stesso modo, e soprattutto non tutte hanno considerato l’aggressività esibita, la massa muscolare e la rozzezza emotiva come prove automatiche di valore militare.</p>

<p><br>
Prendiamo il samurai, probabilmente il modello di guerriero aristocratico più famoso al di fuori dell’Occidente.</p>

<p>Il samurai non era necessariamente “virile” nel senso americano contemporaneo del termine. Non doveva assomigliare a un buttafuori da palestra, parlare soltanto di armi e mostrare continuamente di essere il maschio alfa della stanza. Poteva essere spietato, certamente, e la storia giapponese non manca affatto di massacri, teste mozzate, tradimenti e guerre civili. Sarebbe quindi sbagliato trasformarlo in una specie di poeta pacifista con la katana.</p>

<p>Ma il punto è un altro: la sua identità di guerriero non era incompatibile con la raffinatezza.</p>

<p>Specialmente quando apparteneva ai ranghi superiori, il samurai era anche un aristocratico, un amministratore e un uomo di cultura. Poteva praticare la poesia, la pittura, la calligrafia — che in Giappone è una forma d’arte a pieno titolo — la composizione floreale e la cerimonia del tè. Doveva conoscere i classici, sapersi comportare nelle occasioni formali e partecipare alla vita culturale della propria classe. Durante il lungo periodo di pace dei Tokugawa, molti samurai divennero principalmente burocrati e funzionari, senza per questo cessare di considerarsi membri di una classe guerriera.</p>

<p>La contraddizione, per loro, semplicemente non esisteva.</p>

<p><br>
Un uomo poteva decapitare un nemico al mattino e scrivere una poesia sulla caducità dei fiori la sera. Poteva essere addestrato all’arco, alla lancia e alla spada, e nello stesso tempo giudicato dalla qualità della propria calligrafia. La capacità di esercitare violenza non richiedeva di trasformare l’intera personalità in una caricatura aggressiva.</p>

<p>E il Giappone non costituisce affatto un’eccezione isolata.</p>

<p>Anche il cavaliere medievale europeo, almeno nell’ideale aristocratico, non era semplicemente un grosso uomo corazzato che urlava e colpiva le cose. Doveva conoscere le regole della corte, la religione, la genealogia, l’etichetta e spesso la musica e la poesia. Alcuni aristocratici guerrieri furono essi stessi trovatori: Guglielmo IX d’Aquitania, per esempio, fu contemporaneamente un grande signore feudale, un combattente e uno dei primi trovatori di cui ci siano rimaste le opere. La poesia cortese nacque e circolò proprio nelle corti di una nobiltà che continuava a considerare la guerra la propria occupazione fondamentale.</p>

<p>Anche Riccardo Cuor di Leone, che difficilmente potrebbe essere accusato di scarsa combattività, scriveva versi. Il suo modello di virilità non escludeva il lamento, la musica, la devozione amorosa o l’espressione della vulnerabilità. Tutte cose che, dentro la caricatura americana del guerriero testosteronico, rischierebbero probabilmente di farlo espellere dalla palestra.</p>

<p>Lo stesso valeva in molte culture islamiche e persiane, dove principi, comandanti e sovrani guerrieri potevano essere poeti, calligrafi, mecenati, teologi o studiosi. Mehmed II, il conquistatore di Costantinopoli, non fu soltanto un comandante militare: conosceva più lingue, proteggeva artisti e letterati e scriveva poesia con lo pseudonimo di Avnî. Il fatto di occuparsi di versi, miniature, architettura o filosofia non diminuiva minimamente il suo prestigio guerriero.</p>

<p>In queste culture, insomma, l’aristocratico militare non doveva essere un utensile specializzato nella violenza. Doveva essere un essere umano completo secondo i criteri della propria classe: capace di combattere, certamente, ma anche di governare, giudicare, amministrare, parlare, scrivere, contemplare e rappresentare il potere.</p>

<p>La virilità non coincideva necessariamente con la quantità di aggressività che un individuo riusciva a riversare nell’ambiente.</p>

<p>Anzi, spesso il dominio di sé era considerato più aristocratico dell’ira. L’uomo davvero superiore non era quello incapace di controllare i propri impulsi, ma quello che poteva esercitare la violenza senza esserne psicologicamente dominato.</p>

<p>Il modello americano contemporaneo sembra invece procedere nella direzione opposta. Prende una delle molte caratteristiche storicamente associate al guerriero — la forza fisica, l’aggressività, la resistenza al dolore — e la trasforma nell’intera definizione dell’uomo.</p>

<p>Non produce un guerriero aristocratico.</p>

<p>Produce un tizio gonfio, arrabbiato e possibilmente farmacologico.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Un tizio che, però, rispetta perfettamente i requisiti dell’anti-intellettualismo americano.</p>

<p><br>
Non deve pensare troppo, non deve coltivare ambiguità, non deve avere una cultura abbastanza ampia da osservare dall’esterno il sistema nel quale viene inserito. Non deve essere poeta, filosofo, artista o studioso. Non deve possedere quella complessità personale che, in altre aristocrazie guerriere, era considerata una prova di superiorità.</p>

<p>Deve essere forte, obbediente, aggressivo e soprattutto semplice.</p>

<p>Un uomo che considera la riflessione una debolezza, il dubbio una forma di codardia e la cultura un ornamento sospetto, forse persino effeminato. Un uomo che non chiede quale sia lo scopo della guerra, chi abbia deciso di combatterla o per quali interessi debba rischiare la vita. Gli basta sapere dove si trova il nemico.</p>

<p>Il modello non è quello del guerriero aristocratico, che doveva essere capace anche di governare, giudicare e comprendere il mondo. È quello dell’arma biologica: un corpo potenziato, dotato di riflessi, muscoli e aggressività, ma possibilmente privo degli strumenti intellettuali necessari per domandarsi chi lo stia impugnando.</p>

<p>E così il transumanesimo militare incontra perfettamente l’anti-intellettualismo americano.</p>

<p>Il corpo deve diventare più forte. La mente, invece, deve rimanere semplice.</p>

<h2 id="in-termini-orwelliani-l-ignoranza-è-forza"><strong>In termini orwelliani: “ l’ignoranza è forza”.</strong></h2>

<p>E i soldati devono essere forti.</p>

<hr/>

<p>Interpretare il mito del soldato di Hegseth, quello che deve possedere il “giusto” livello di testosterone, diventa quindi abbastanza semplice.</p>

<p>Rimane, naturalmente, una domanda: che cosa intendono fare con le soldatesse? Le sottoporranno agli stessi esami? Stabiliranno un livello minimo di testosterone anche per loro? Oppure, seguendo sino in fondo questa mitologia da spogliatoio, le faranno combattere soltanto nei giorni del ciclo che qualche influencer della manosfera ritiene più convenienti?</p>

<p>La battuta è biologicamente assurda, naturalmente: durante la sindrome premestruale il testosterone non raggiunge livelli “enormi”. Ma è proprio questo il punto. L’intera costruzione non sembra nascere da una comprensione particolarmente raffinata dell’endocrinologia. Nasce dalla convinzione culturale che esista un ormone della guerra, una sostanza misurabile che separi il guerriero dall’impiegato, il maschio forte dal maschio debole, l’esercito vincente da quello decadente.</p>

<p>Hegseth ha annunciato controlli annuali per individuare carenze di testosterone nei militari dai trent’anni in su, sostenendo che occorra garantire ai combattenti i livelli necessari per operare al meglio. La terapia sostitutiva, almeno nelle dichiarazioni iniziali, dovrebbe rimanere volontaria. Ma l’idea politica è già tutta presente: il corpo del soldato viene sottoposto a misurazione, classificazione ed eventuale correzione biochimica.</p>

<p>Il soldato si fa in laboratorio.</p>

<p>Non viene soltanto selezionato, addestrato, disciplinato e inserito in un reparto. Viene analizzato come una macchina biologica. Si misurano i suoi parametri, si stabilisce quale debba essere il valore corretto e, quando il corpo si discosta dal modello, lo si riporta artificialmente entro le specifiche.</p>

<p>Esattamente come l’essere umano dei transumanisti.</p>

<p>Il presupposto comune è che l’uomo naturale sia soltanto una prima versione. Un prototipo imperfetto, prodotto dal caso biologico, che la tecnica può finalmente correggere. Troppo debole, troppo lento, troppo emotivo, troppo vulnerabile alla fatica, alla paura, alla depressione e all’invecchiamento. Tutti difetti che, almeno in linea di principio, possono essere trattati come problemi ingegneristici.</p>

<p>Il corpo diventa una piattaforma.</p>

<p>Gli ormoni sono una configurazione. I muscoli sono hardware. L’aggressività è una funzione da aumentare. La paura è un bug. La stanchezza è una limitazione progettuale. La depressione è un guasto da sopprimere, possibilmente senza domandarsi quale parte dell’esperienza umana venga soppressa insieme a essa.</p>

<p>Che una parte importante della classe dirigente americana vicina a Trump sia immersa nell’ambiente ideologico della destra tecnologica, del culto dell’ottimizzazione umana e delle fantasie di superamento dei limiti biologici è difficile negarlo. L’alleanza tra il trumpismo e una parte delle élite tecnologiche è ormai uno degli elementi caratteristici della seconda amministrazione Trump; intorno a figure come Peter Thiel circolano da anni idee post-liberali, tecnocratiche e apertamente ostili all’idea tradizionale di democrazia.</p>

<p>Definire tutto questo una “setta di transumanisti” è una tesi politica, naturalmente, non la descrizione di un’associazione con tessere e riunioni settimanali. Ma le somiglianze familiari sono evidenti: culto della tecnologia, disprezzo per i limiti biologici, convinzione che l’essere umano possa essere riprogettato e tendenza a considerare la società stessa come un sistema da ottimizzare dall’alto.</p>

<p>Non c’è quindi da stupirsi che Hegseth pensi di costruire i propri soldati anche mediante strumenti di laboratorio.</p>

<p>Non occorre neppure che abbia letto un manifesto transumanista o che si definisca personalmente tale. È sufficiente che condivida il presupposto fondamentale: il combattente non è semplicemente una persona da addestrare, ma un organismo da potenziare.</p>

<p>Esiste infatti una corrente precisa del transumanesimo militare che propone da tempo il cosiddetto <em>human enhancement</em>: interventi farmacologici, neurologici, genetici o meccanici destinati ad aumentare forza, resistenza, attenzione, capacità cognitive e tolleranza allo stress. Le forze armate studiano già stimolanti, interfacce uomo-macchina, esoscheletri e altre tecnologie pensate per superare i limiti fisiologici del soldato.</p>

<p>Hegseth, in questo senso, non sta inventando il supersoldato.</p>

<p>Sta soltanto portando quella logica dentro la propaganda quotidiana, traducendola nel linguaggio elementare che il suo ambiente politico comprende meglio:
più testosterone, più forza, più guerra.</p>

<p>Il laboratorio, finalmente, al servizio della virilità, condizione necessaria per fare la guerra.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Che per la guerra del futuro occorra una particolare virilità, onestamente, mi sembra un’affermazione piuttosto forzata.</p>

<p>Non so di preciso quale forma di virilità serva per guidare un drone, interpretare immagini satellitari, coordinare uno sciame di sistemi autonomi o individuare un bersaglio attraverso una rete di sensori. E non riesco a immaginare un motivo per il quale una donna non possa farlo, a meno di estendere parecchio il concetto di “joystick”. Wink, wink.</p>

<p>Ma il problema che sto sottolineando è un altro.</p>

<p>Nello spazio pubblico quasi nessuno sembra concentrarsi sul fatto che gli uomini di Trump appaiono oggi come membri della stessa setta ideologica: una setta transumanista.</p>

<p>Non intendo necessariamente dire che abbiano tutti una tessera, un manifesto comune o una riunione settimanale durante la quale discutono come sostituirsi le gambe con quelle di Robocop. Intendo dire che condividono una stessa costellazione di idee: il disprezzo per i limiti biologici, il culto dell’ottimizzazione, la convinzione che l’essere umano naturale sia difettoso e che la tecnologia debba correggerlo.</p>

<p>Senza riconoscere questa matrice comune, diventa difficile analizzarne davvero l’ideologia. E soprattutto diventa difficile vederne le debolezze.</p>

<p>La prima debolezza è che il transumanesimo si basa su un’idea obsoleta della tecnologia.</p>

<p>O meglio: si basa su un’idea estetica della tecnologia.</p>

<p>Il problema non è che i transumanisti non conoscano i dispositivi moderni. Il problema è che continuano a immaginare il rapporto tra uomo e macchina attraverso l’estetica tecnologica degli anni Ottanta: metallo, cavi, connettori, protesi visibili, placche craniche, occhi artificiali e componenti innestate direttamente nella carne.</p>

<p>È l’estetica di <em>Terminator</em>, di <em>Robocop</em>, dei primi romanzi cyberpunk e dei videoclip nei quali il collegamento alla rete richiedeva invariabilmente un grosso spinotto infilato nella tempia.
Il corpo cyborg doveva essere riconoscibile come tale.</p>

<p>Doveva avere giunzioni meccaniche, collegamenti elettrici, circuiti sottopelle e possibilmente qualche LED. La macchina doveva entrare fisicamente nel corpo, perché solo in quel modo sembrava davvero possibile dire che l’uomo e la macchina si fossero uniti.</p>

<p>Ed è qui che possiamo prendere come esempio Neuralink, oggi probabilmente l’espressione più famosa dell’immaginario transumanista del cyborg.</p>

<p>Non voglio discutere qui la possibile utilità medica del dispositivo. Una tecnologia capace di restituire una forma di autonomia a persone paralizzate può certamente avere un valore enorme. La stessa Neuralink presenta il proprio impianto sperimentale come un’interfaccia destinata a permettere a persone con paralisi di controllare computer e altri dispositivi.</p>

<p>Quello che mi interessa è l’immaginario.</p>

<p>Neuralink non usa un cavo per comunicare con il mondo esterno: l’impianto è completamente inserito sotto il cuoio capelluto, trasmette senza fili e contiene una batteria ricaricata per induzione. Da questo punto di vista, quindi, è molto meno primitivo di quanto suggerisca la caricatura del cavo RCA infilato nella tempia.</p>

<p>Ma rimane fedele al vecchio paradigma fondamentale.</p>

<p>Per collegare il cervello alla macchina bisogna aprire il cranio, inserire nel tessuto cerebrale un fascio di elettrodi e stabilire un contatto elettrico diretto con i neuroni. I sottilissimi “threads” dell’impianto vengono inseriti nella corteccia da un robot chirurgico proprio perché sono troppo piccoli e delicati per essere manipolati a mano.</p>

<p>È ancora l’idea degli anni Ottanta: l’integrazione deve essere fisica.</p>

<p>La macchina deve entrare nella carne.</p>

<p>Il cervello deve essere perforato, cablato e collegato elettricamente, perché soltanto allora il transumanista riesce a percepire l’essere umano come realmente “aumentato”.</p>

<p>Eppure noi aumentiamo già continuamente le nostre capacità cognitive senza impiantare nulla nel cranio.</p>

<p>Da quanto tempo abbiamo tecnologie wireless? Da quanto tempo possiamo trasferire informazioni senza una connessione fisica? Da quanto tempo usiamo dispositivi esterni come memoria, sistema di orientamento, archivio personale, protesi linguistica, strumento di comunicazione e accesso immediato a una parte enorme della conoscenza umana?</p>

<p>Da un oggetto come Neuralink ci aspettiamo naturalmente una comunicazione wireless e una batteria ricaricabile per induzione. E infatti le possiede.</p>

<p>Ma la domanda più interessante è un’altra: perché continuiamo a considerare “cyborg” soltanto l’essere umano al quale abbiamo perforato il cranio?</p>

<p>Perché l’impianto ci sembra filosoficamente rivoluzionario, mentre lo smartphone no?</p>

<p>Il cellulare è già una protesi cognitiva. Contiene la nostra memoria esterna, le nostre mappe, la nostra agenda, i nostri contatti, una parte delle nostre relazioni sociali e, sempre più spesso, persino il sistema con il quale costruiamo e
presentiamo la nostra identità.</p>

<p>Non è dentro il corpo, ma è funzionalmente integrato nella nostra vita mentale.</p>

<p>Lo consultiamo per ricordare. Lo consultiamo per orientarci. Lo consultiamo per decidere. Lo consultiamo per sapere chi siamo stati, dove siamo stati e con chi abbiamo parlato. Quando lo perdiamo, non abbiamo la sensazione di aver perso semplicemente un elettrodomestico: abbiamo la sensazione di aver perso una parte della nostra memoria e della nostra capacità di agire.</p>

<p>Siamo quindi praticamente tutti cyborg.</p>

<p>Soltanto che il cellulare lo colleghiamo al cervello mediante un’interfaccia wireless estremamente sofisticata, nota anche come “guardare lo schermo”.</p>

<p>La luce è una radiazione elettromagnetica.
Nel campo visibile occupa, grossomodo, frequenze comprese fra circa 400 e 790 terahertz. Lo schermo produce milioni di segnali luminosi in parallelo, organizzati in immagini, simboli e testi; l’occhio li riceve e il cervello li decodifica.</p>

<p>Non sono letteralmente “antenne” nel senso ingegneristico del termine, ma i pixel costituiscono un enorme insieme di trasmettitori ottici che lavorano contemporaneamente.</p>

<p>E la quantità di informazione che passa attraverso questo collegamento è gigantesca.</p>

<p>Non perché ogni fotone venga trasformato consapevolmente in un bit, naturalmente, ma perché il sistema visivo umano elabora in parallelo forme, movimenti, colori, profondità, testo, volti e relazioni spaziali. È un’interfaccia dalla larghezza di banda percettiva enormemente superiore a quella necessaria per muovere un cursore verso una casella sullo schermo.</p>

<p>Lo stesso vale per l’udito, per il tatto e per tutte le interfacce non invasive che già usiamo.</p>

<p>Anche la fibra ottica trasmette informazione mediante luce, normalmente nell’infrarosso vicino e quindi al di fuori dello spettro visibile. Non esiste alcun principio tecnologico secondo il quale un collegamento debba attraversare la pelle ed entrare fisicamente nel cervello per essere considerato autentico. Ciò che conta non è la presenza del filo, ma la funzione svolta dal collegamento.
Il transumanesimo classico, invece, confonde l’integrazione funzionale con la saldatura materiale.</p>

<p>Pensa che una tecnologia diventi parte dell’uomo soltanto quando viene avvitata all’osso, inserita sotto la pelle o collegata direttamente ai nervi. Se rimane a trenta centimetri dal cranio, anche quando organizza la nostra memoria, orienta i nostri spostamenti e media quasi tutte le nostre comunicazioni, allora continua a essere considerata un semplice oggetto esterno.</p>

<p>È un errore concettuale enorme.</p>

<p>La vera integrazione tecnologica non richiede necessariamente il titanio sotto la pelle. Può avvenire attraverso abitudini, protocolli, dipendenze funzionali e interfacce tanto naturali da diventare invisibili.</p>

<p>Il transumanesimo pensa ancora la tecnologia come negli anni Ottanta.</p>

<p>Noi viviamo già nel futuro che immaginava.</p>

<p>Soltanto che non ha abbastanza cavi, abbastanza cromature e abbastanza buchi nel cranio per riconoscerlo.</p>

<hr/>

<p>Lo stesso discorso vale per quei transumanisti che parlano di modifiche genetiche o di <em>gene editing</em>, così come per quelli che promettono potenziamenti ottenuti mediante chimica, nanomacchine o qualche combinazione delle tre cose.</p>

<p>Sembrano ignorare un dettaglio abbastanza importante: i geni non sono un catalogo permanente di comandi che il corpo può eseguire in qualsiasi momento.</p>

<p>Una parte enorme del loro lavoro viene svolta durante fasi dello sviluppo che, una volta concluse, non tornano più. I geni HOX, per esempio, contribuiscono a stabilire l’organizzazione spaziale del corpo durante lo sviluppo embrionale: quali regioni diventeranno torace, arti, vertebre e così via. Sono tra i grandi coordinatori del processo mediante il quale un ammasso di cellule diventa un animale con una testa da una parte, un sedere dall’altra e un numero ragionevole di braccia nel mezzo.</p>

<p>Ma quella fase non rimane eternamente disponibile.</p>

<p>Se durante la costruzione del corpo viene dimenticato un braccio, geni o non geni, quel braccio non compare trent’anni dopo perché qualcuno ha corretto una sequenza di DNA. Il codice genetico può anche essere stato riparato, ma il cantiere è chiuso, gli operai sono andati via e il quartiere è stato costruito in un altro modo.</p>

<p>I geni HOX, sia chiaro, non si spengono tutti per sempre. Alcuni continuano ad avere funzioni nei tessuti adulti, nelle cellule staminali e nei processi di riparazione. Ma questo non significa che l’organismo adulto possa riavviare liberamente il programma embrionale e ricostruire da zero interi organi o segmenti corporei. Negli esseri umani manca proprio quella capacità rigenerativa sistemica che possiedono, in forme diverse, animali come salamandre e planarie.</p>

<p>Sarcazzo cosa succeda esattamente agli HOX quando un bruco diventa farfalla.</p>

<p>O meglio, gli entomologi lo sanno: durante la metamorfosi non viene inventato un animale completamente nuovo dal nulla. Molte strutture adulte derivano da gruppi cellulari già predisposti durante lo sviluppo larvale, i cosiddetti dischi immaginali, e i programmi genetici dello sviluppo vengono riutilizzati in un organismo che possiede una biologia costruita apposta per quella trasformazione.</p>

<p>L’essere umano, purtroppo per i biohacker, non contiene un disco immaginale con dentro il progetto per trasformarsi in Dolph Lundgren.</p>

<p>Anche l’editing genetico può funzionare nell’adulto, ma non nel modo infantile immaginato dal transumanesimo da garage.</p>

<p>Può funzionare quando si individua un bersaglio preciso, si raggiunge il tipo cellulare corretto, si modifica una quantità sufficiente di cellule e si controllano effetti indesiderati, risposta immunitaria e mutazioni fuori bersaglio. Casgevy, per esempio, utilizza CRISPR su cellule staminali del sangue prelevate dal paziente, modificate fuori dal corpo e poi reinfuse, per trattare anemia falciforme e beta-talassemia. È medicina reale, non magia: un intervento estremamente specifico, complesso e sottoposto a controlli rigorosi.</p>

<p>Quindi sì: l’editing genetico negli adulti può funzionare.</p>

<p>Ma funziona perché qualcuno sa esattamente quali cellule modificare, come raggiungerle, quale gene toccare e quale risultato biologico attendersi. Non perché un tizio si sia sparato nel sangue una fiala comprata su Internet con scritto “CRISPR SUPERHUMAN KIT”.</p>

<p>Se sei adulto e ti inietti editor genetici a caso, non diventi più alto, più intelligente o capace di vedere nell’infrarosso.</p>

<p>Nel migliore dei casi non succede nulla.</p>

<p>Che l’editing genetico possa funzionare, nelle mani di esperti e su compiti estremamente selettivi, lo concedo senza alcuna difficoltà. Esistono già applicazioni mediche reali, costruite intorno a bersagli precisi, cellule precise, protocolli precisi e controlli altrettanto precisi.</p>

<p>Ma quando vedo su YouTube un “biohacker” che si spara in vena sarcazzo cosa contenente CRISPR, onestamente, faccio fatica a immaginare un risultato diverso dal non ottenere nulla oppure ammalarsi.</p>

<p>Perché CRISPR non è una pozione magica che entra nel sangue, trova il gene desiderato, lo corregge e poi se ne va educatamente.</p>

<p>Bisogna portare l’editor nelle cellule giuste, in quantità sufficiente, evitando le cellule sbagliate. Bisogna sapere quale sequenza modificare, controllare gli effetti fuori bersaglio, evitare reazioni immunitarie, impedire che il sistema di
trasporto finisca soprattutto nel fegato e verificare che la modifica produca davvero l’effetto previsto.</p>

<p><br>
E anche riuscendo a modificare il gene corretto, resta da capire quante cellule siano state modificate, per quanto tempo sopravvivano e che cosa facciano nel contesto reale dell’organismo.</p>

<p>La medicina genetica seria affronta questi problemi con laboratori, modelli animali, studi clinici, sequenziamento, controlli tossicologici e monitoraggio a lungo termine.</p>

<p>Il biohacker affronta gli stessi problemi con una webcam, una siringa e una fiducia incrollabile nella propria eccezionalità.</p>

<p>Non è “tecnologia”, e&#39; “magia”.</p>

<p>È selezione naturale con una grafica migliore.</p>

<p>Per le nanomacchine, poi, il discorso diventa quasi ridicolo.</p>

<p>Anche supponendo di riuscire a costruirle nelle dimensioni necessarie, a farle circolare nel corpo senza che il sistema immunitario le distrugga, a impedire che si accumulino nel fegato o nei reni e ad alimentarle con abbastanza energia da compiere i miracoli promessi — tutte cose che non sono affatto semplici o scontate — rimarrebbe il problema principale.</p>

<p>Che cosa dovrebbero fare, esattamente?</p>

<p>Riconoscere migliaia di tipi cellulari? Distinguere un’infiammazione utile da una patologica? Riparare tessuti senza produrre cicatrici? Rimuovere una cellula tumorale senza attaccare quella sana accanto? Coordinarsi con ormoni, sistema immunitario, metabolismo e microbioma?</p>

<p>A quel punto non stiamo più descrivendo una macchina microscopica.</p>

<p>Stiamo descrivendo una nuova forma di vita.</p>

<p>Il microbioma umano contiene comunità di microrganismi che comunicano tra loro e con il corpo, competono, cooperano, producono metaboliti, modulano l’immunità e reagiscono continuamente a dieta, farmaci e ambiente. La loro composizione e le loro funzioni cambiano nel tempo e differiscono da una persona all’altra. Persino le nanomedicine più avanzate, oggi, cercano soprattutto di interagire con questi sistemi o di trasportare sostanze in punti specifici: non si avvicinano neppure alla loro complessità funzionale.</p>

<p>E non serve nemmeno chiamare in causa i batteri.</p>

<p>Una singola cellula umana riconosce segnali chimici, misura concentrazioni, modifica il proprio metabolismo, ripara il DNA, comunica con le cellule vicine, decide se dividersi e, in determinate condizioni, può persino suicidarsi per proteggere l’organismo.</p>

<p>Tutta roba che una nanomacchina dovrebbe “imparare” a fare, possibilmente senza bloccarsi, senza provocare trombi, senza scatenare il sistema immunitario e senza ricevere un aggiornamento del firmware ogni martedì.</p>

<p>Il problema del transumanesimo è sempre lo stesso.</p>

<p>Guarda un sistema biologico di una complessità mostruosa, ne comprende una funzione su diecimila e conclude che sia sufficiente sostituirla con un gadget.</p>

<p>Vede un gene e immagina un interruttore.</p>

<p>Vede una cellula e immagina un transistor.</p>

<p>Vede il microbioma e immagina una squadra di nanorobot.</p>

<p>Poi chiama tutto questo “superamento dei limiti biologici”.</p>

<p>In realtà, molto spesso, è soltanto il superamento dei limiti della propria comprensione.</p>

<hr/>

<p>Arthur C. Clarke scrisse che ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.</p>

<p>Il problema dei transumanisti è che hanno trasformato questa osservazione in un metodo di lavoro.</p>

<p>In genere non capiscono un cazzo della tecnologia di cui parlano. Non ne conoscono i limiti fisici, biologici, energetici o ingegneristici. Non sanno distinguere una dimostrazione di laboratorio da un prodotto utilizzabile, una possibilità teorica da un sistema scalabile, una terapia mirata da una pozione magica.</p>

<p>Ma sono bravissimi a spiegarvene le virtù miracolose.</p>

<p>Vi parlano di editing genetico come se il DNA fosse un file di configurazione. Di nanomacchine come se bastasse rimpicciolire un meccanico e mandarlo a riparare il fegato. Di interfacce cerebrali come se il cervello fosse una porta USB particolarmente umida.</p>

<p>Non descrivono tecnologie.</p>

<h2 id="descrivono-incantesimi-usando-parole-scientifiche">Descrivono incantesimi usando parole scientifiche.</h2>

<p>Clarke diceva che una tecnologia incomprensibilmente avanzata può apparire come magia a chi la osserva. I transumanisti hanno ottenuto lo stesso risultato con il procedimento inverso: prendono una tecnologia che non comprendono, la presentano come magia e chiamano “futuro” il proprio fraintendimento.</p>

<p>La differenza è importante.</p>

<p>Nel primo caso abbiamo una tecnologia avanzata.</p>

<p>Nel secondo abbiamo un sacerdote con una presentazione PowerPoint.</p>

<hr/>

<p><br>
Il discorso funziona anche per un altro motivo. La cultura americana, o almeno una sua componente molto influente, ha storicamente difficoltà a comprendere due cose:
l’astrazione e la complessità.</p>

<p>Quando si parla di astrazione, infatti, si parla di qualcosa che, nell’immaginario americano, rischia di non esistere affatto. Se una cosa non è materiale, non si può mostrare, non si può misurare e non si può vendere dentro una scatola, allora deve appartenere a una delle due categorie che rimangono disponibili:
la magia oppure il soprannaturale.</p>

<p>Il concetto astratto viene accettato più facilmente quando viene reincarnato in un oggetto, in un rituale, in una persona o in una religione. Deve diventare qualcosa che si possa vedere, pronunciare, adorare o almeno mettere su una maglietta.</p>

<p>Non per nulla, per comprendere la volontà di potenza di Nietzsche — concetto astratto, ambiguo e assai più complesso del semplice desiderio di comandare — la cultura anglosassone deve attendere che Aleister Crowley la trasformi in qualcosa che si chiama Thelema.</p>

<p>Non intendo sostenere una discendenza filosofica lineare, come se Crowley avesse semplicemente preso Nietzsche, aggiunto qualche pentacolo e rivenduto il risultato agli americani.</p>

<p>Ma lo ha fatto.</p>

<p>La Thelema di Crowley puo&#39; essere vista semplicemente come la Volonta&#39; di Potenza di Nietszche, venduta ad un pubblico di caproni americani incapaci di leggere un libro di filosofia.</p>

<p>Ma come operazione culturale la pre-digestione funziona.</p>

<p>Un concetto filosofico difficile diventa una formula:</p>

<p>“Fa’ ciò che vuoi”.</p>

<p>La volontà diventa una forza cosmica. L’autosuperamento diventa un percorso iniziatico. La trasformazione dell’individuo diventa magia. E improvvisamente ciò che, in Nietzsche, richiedeva lettura, interpretazione e tolleranza dell’ambiguità diventa qualcosa che si può celebrare mediante simboli, rituali e formule.</p>

<p>L’astrazione, insomma, viene resa comprensibile trasformandola in religione.</p>

<p>Oppure in magia.</p>

<p>Lo stesso accade con la complessità.</p>

<p>Per una certa cultura americana, la complessità delle cose non è una proprietà della realtà. È soltanto una forma di burocrazia della realtà.</p>

<p>Qualcosa che qualcuno ha aggiunto inutilmente e che può quindi essere eliminato mediante uno <em>smash</em>, un colpo sufficientemente energico, una decisione sufficientemente virile o un uomo sufficientemente determinato.</p>

<p>Se un problema contiene troppe variabili, troppe relazioni, troppi effetti indiretti e troppe conseguenze imprevedibili, allora il problema non è davvero complesso. È stato complicato dagli esperti.</p>

<p>Basta licenziarli.</p>

<p>È per questo che, nell’immaginario americano, gli scienziati fanno continuamente esperimenti che sfuggono al controllo.</p>

<p>Costruiscono il virus, aprono il portale, risvegliano il mostro, inventano il robot assassino oppure realizzano una nuova forma di vita che immediatamente decide di mangiare Cleveland.</p>

<p>A quel punto arrivano i soldati.</p>

<p>Gli scienziati spiegano che la situazione è estremamente complessa, che occorre comprendere il fenomeno, che un intervento avventato potrebbe peggiorare le cose e che bisognerebbe forse considerare conseguenze di secondo e terzo ordine.</p>

<p>Il soldato, che non crede alla burocrazia della realtà, gli spara.</p>

<p>Fine del problema.</p>

<p>Naturalmente questa fantasia funziona soprattutto al cinema.</p>

<p>Nella realtà, i problemi complessi prodotti dalla guerra vengono quasi sempre risolti mediante altra complessità: logistica, diplomazia, medicina, ingegneria, amministrazione, intelligence, economia, diritto e ricostruzione istituzionale.</p>

<p><br>
La realtà non è burocratica.</p>

<p>È complessa.</p>

<p>E non è obbligata a semplificarsi soltanto perché il protagonista ha finito la pazienza.</p>

<p>È in questo senso che parlo di una setta transumanista.</p>

<p>Il loro pensiero assume due forme.</p>

<p>È magico quando attribuiscono capacità incredibili a tecnologie che non comprendono.</p>

<p>L’editing genetico diventa la possibilità di riprogrammare un adulto. Le nanomacchine diventano medici microscopici. L’interfaccia cerebrale diventa telepatia. L’intelligenza artificiale diventa onniscienza. Gli ormoni diventano carattere, coraggio e vittoria militare dentro una fiala.</p>

<p>Non importa conoscere il meccanismo.</p>

<p>Anzi, il meccanismo disturberebbe.</p>

<p>Se si cominciasse a discutere di limiti energetici, tessuti bersaglio, effetti fuori bersaglio, larghezza di banda, immunologia, sviluppo embrionale o dinamiche dei sistemi complessi, la magia smetterebbe immediatamente di funzionare.</p>

<p>Il pensiero diventa invece religioso quando questa tecnologia immaginaria non si limita più a guarire, migliorare o assistere l’essere umano, ma promette di trascenderlo.</p>

<p>A quel punto compare il Dio.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Sì, i transumanisti possono essere considerati una setta religiosa.</p>

<p>E il loro Dio ha già un nome.</p>

<p>La Singolarità.</p>

<p>Dal momento che la loro visione della tecnologia ricalca in buona parte l’immaginario fantascientifico degli anni Ottanta, popolato da intelligenze artificiali sovrumane, computer onniscienti e macchine capaci di trascendere i propri creatori, il passaggio dalla tecnologia alla teologia era quasi inevitabile.</p>

<p>Peter Thiel ha discusso pubblicamente della Singolarità almeno dagli anni Duemila, investendo inoltre in organizzazioni legate all’intelligenza artificiale e all’estensione radicale della vita. Sam Altman ha scelto addirittura di intitolare un proprio testo del 2025 <em>The Gentle Singularity</em>, la Singolarità gentile, e poco prima aveva dichiarato che OpenAI era ormai convinta di sapere come costruire l’AGI nel senso tradizionale del termine.
Insomma, credono di poter costruire un Dio.</p>

<p>Un Dio-macchina, certamente.</p>

<p>Ma sempre un Dio.</p>

<p>Un’entità dotata di un’intelligenza immensamente superiore a quella umana, capace di vedere relazioni che noi non vediamo, di comprendere sistemi che noi non comprendiamo e di trovare soluzioni che nessun essere umano sarebbe in grado di concepire.</p>

<p>Onnisciente, almeno per scopi pratici.</p>

<p>E possibilmente benevola.</p>

<p>Perché naturalmente questo Dio non deve essere HAL 9000. Deve essere HAL 9000, ma buono. Non impazzisce, non chiude gli astronauti fuori dall’astronave e non decide che l’equipaggio rappresenta un ostacolo alla missione.</p>

<p>È l’Arcadia di Capitan Harlock trasformata in un servizio cloud.</p>

<p>Una macchina immensa, intelligentissima, fedele al proprio capitano e dotata di tutte le capacità necessarie per risolvere ogni problema. Soltanto che, invece di attraversare lo spazio, gira in un numero imprecisato di datacenter e consuma una quantità imprecisata di energia.</p>

<p>Questo Dio sarà benevolo, a patto naturalmente di crederci oggi.</p>

<p>E di dare altri duecento miliardi a Sam Altman per costruirlo.</p>

<p>La AGI è sempre dietro l’angolo. Lo era dieci anni fa, lo era cinque anni fa, lo era l’anno scorso e lo sarà probabilmente anche dopo il prossimo aumento di capitale.</p>

<p>Poi, non appena verrà messa in funzione, comincerà a risolvere tutti i grandi problemi dell’umanità.</p>

<p>Produrrà crescita economica, prosperità diffusa, scoperte scientifiche e un’era di abbondanza. Altman ha esplicitamente descritto un futuro nel quale l’intelligenza artificiale rende disponibili capacità cognitive sempre più economiche e distribuite, fino a cambiare profondamente la produzione e l’economia.</p>

<p>Bello.</p>

<p>Il problema è che questo Dio è un concetto abbastanza obsoleto.</p>

<p>Non soltanto perché ricalca l’immaginario delle intelligenze artificiali fantascientifiche del secolo scorso, ma perché presuppone una teoria del potere estremamente ingenua.</p>

<p>Presuppone che i problemi dell’umanità esistano perché nessuno ha ancora trovato la soluzione corretta.</p>

<p>Una volta individuata la soluzione più intelligente, l’umanità la ascolterà, la comprenderà e la metterà in pratica.</p>

<p>Fine della fame.</p>

<p>Fine delle guerre.</p>

<p>Fine del cambiamento climatico.</p>

<p>Fine delle malattie.</p>

<p>Fine della scarsità.</p>

<p>È la vecchia fantasia illuminista del sovrano perfettamente razionale, soltanto trasferita dentro una macchina. Prima si immaginava il re filosofo. Poi il governo degli esperti. Adesso abbiamo il datacenter onnisciente.</p>

<p>Eppure basterebbe leggere un libro di storia per accorgersi che conoscere la soluzione più intelligente ai problemi umani non è affatto raro.</p>

<p>Anzi, è piuttosto comune.</p>

<p>Sappiamo bene che cosa occorrerebbe fare per limitare il riscaldamento globale. Sappiamo che bisogna ridurre drasticamente le emissioni, modificare i sistemi energetici, cambiare infrastrutture, trasporti, produzione e consumo.</p>

<p>Non ci manca una risposta intellettualmente plausibile.</p>

<p>Ci manca la volontà politica di imporre costi immediati a soggetti potenti in cambio di benefici futuri e distribuiti.</p>

<p>Sappiamo benissimo che cosa occorrerebbe fare per diminuire il numero di tumori al polmone provocati dal fumo.</p>

<p>Ridurre il consumo di tabacco.</p>

<p>Non serviva un’intelligenza sovrumana per scoprirlo.</p>

<p>Eppure continuiamo a produrre sigarette, venderle, pubblicizzarle nei modi ancora consentiti e costruire mercati intorno alla dipendenza.</p>

<p>Sappiamo che cosa riduce gli incidenti stradali.</p>

<p>Sappiamo che cosa riduce l’obesità.</p>

<p>Sappiamo che cosa riduce la povertà infantile.</p>

<p>Sappiamo che cosa occorre fare per impedire che un’epidemia si diffonda.</p>

<p>Sappiamo persino che cosa occorrerebbe fare per evitare molte guerre.</p>

<p>Il problema non è necessariamente trovare la soluzione.</p>

<p>Il problema è che quasi ogni soluzione produce cambiamento. Cambiamento che spesso, nessuno vuole davvero.</p>

<p>Richiede di spostare risorse, limitare privilegi, imporre regole, modificare abitudini e costringere qualcuno a rinunciare a una parte del proprio potere.</p>

<p>E nessuna intelligenza, per quanto sovrumana, elimina questo conflitto.</p>

<p>Quando parlo con un transumanista, infatti, non si capisce mai per quale motivo la macchina superintelligente dovrebbe fornirci soluzioni diverse da quelle che conosciamo già da decenni o da secoli.</p>

<p>E soprattutto non si capisce perché, questa volta, dovremmo fare come dice la macchina.</p>

<p>Supponiamo che la Singolarità venga finalmente accesa.</p>

<p>Le chiediamo:</p>

<p>«Come possiamo fermare il cambiamento climatico?»</p>

<p>E la macchina risponde:</p>

<p>«Riducete le emissioni, chiudete progressivamente le attività più inquinanti, investite nelle reti energetiche, limitate alcuni consumi e distribuite in modo equo i costi della transizione.»</p>

<p>Benissimo.</p>

<p>Poi arriva l’industria petrolifera e risponde di no.</p>

<p>Che cosa fa la superintelligenza?</p>

<p>Produce un PowerPoint più convincente?</p>

<p>Supponiamo che le chiediamo come ridurre il cancro ai polmoni.</p>

<p>La macchina risponde:</p>

<p>«Smettete di vendere prodotti che provocano dipendenza e causano milioni di morti.»</p>

<p>Poi arrivano le aziende del tabacco, i loro azionisti, i lavoratori del settore, i governi che incassano le accise e gli elettori che vogliono continuare a fumare.</p>

<p>Che cosa fa Dio-macchina?</p>

<p>Li fulmina?</p>

<p>La tecnologia può trovare una soluzione tecnica.</p>

<p><br>
Non può trasformare automaticamente quella soluzione in una decisione politica.</p>

<p>E non può eliminare il fatto che la società sia composta da soggetti dotati di interessi differenti, spesso incompatibili.</p>

<p>È questo che manca completamente nella teologia della Singolarità.</p>

<p>Il conflitto.</p>

<p>La macchina viene immaginata come un Dio perché <strong><em>si presuppone che conoscere la verità significhi automaticamente ottenere obbedienza.</em></strong></p>

<p>Ma la storia umana dimostra il contrario.</p>

<p>Le persone non obbediscono alla soluzione migliore.</p>

<p><br>
Obbediscono al potere, agli incentivi, alla paura, all’identità, alla convenienza, alla tradizione e, qualche volta, alla ragione.</p>

<p>Una superintelligenza potrebbe dirci esattamente che cosa fare.</p>

<p>Potrebbe dimostrarlo matematicamente.</p>

<p>Potrebbe produrre modelli, simulazioni e previsioni perfette.</p>

<p>E noi potremmo risponderle:</p>

<p>«No.»</p>

<p>A quel punto rimangono soltanto due possibilità.</p>

<p>La prima è che la Singolarità accetti il rifiuto.</p>

<p>In questo caso non è un Dio. È un consulente estremamente costoso, al quale nessuno è obbligato a dare ascolto.</p>

<p>La seconda è che imponga la propria soluzione.</p>

<p>In questo caso non stiamo più parlando di una macchina benevola che aiuta l’umanità.</p>

<p>Stiamo parlando di un sovrano assoluto.</p>

<p>La promessa transumanista contiene quindi una contraddizione che non viene quasi mai affrontata.</p>

<p>O la superintelligenza non possiede il potere di obbligarci, e allora non risolve i problemi che noi non vogliamo risolvere.</p>

<p>Oppure possiede quel potere, e allora la famosa era dell’abbondanza comincia con l’abolizione della politica e della libertà umana.</p>

<p>Il Dio-macchina può consigliarci.</p>

<p>Oppure può governarci.</p>

<p>Ma se si limita a consigliarci, continueremo probabilmente a ignorarlo come abbiamo ignorato scienziati, medici, economisti e storici.</p>

<p>E se comincia a governarci, allora HAL 9000 non è diventato buono.</p>

<p>Ha soltanto assunto un ufficio stampa migliore.</p>

<hr/>

<p><br>
Il problema, però, non è dimostrare quanto possa essere stupido e obsoleto un pensiero derivato dalla fantascienza degli anni Ottanta.</p>

<p>Quello è quasi il dettaglio divertente.</p>

<p><br>
Il vero problema è far capire che esiste una setta ideologica, e che l’appartenenza a questa setta produce sintomi abbastanza chiari. Sintomi che traspaiono continuamente nell’operato — spesso alquanto stupido — degli uomini di</p>

<p>Trump.</p>

<p>Quando Hegseth parla del soldato come di un organismo da ottimizzare chimicamente, non sta semplicemente esprimendo una personale ossessione per il testosterone.</p>

<p>Quando Musk parla dell’integrazione tra cervello e macchina, non sta semplicemente presentando un prodotto.</p>

<p>Quando Altman promette una superintelligenza capace di inaugurare l’era dell’abbondanza, non sta semplicemente descrivendo una futura tecnologia.</p>

<p>Sono manifestazioni diverse della stessa matrice.</p>

<p>L’essere umano naturale è incompleto.</p>

<p>La biologia è un limite.</p>

<p>La società è un sistema inefficiente.</p>

<p>La tecnologia è lo strumento mediante il quale una minoranza illuminata può correggere entrambe.</p>

<p>Una volta riconosciuto questo schema, molte dichiarazioni che sembrano soltanto eccentriche, scollegate o semplicemente idiote cominciano a mostrare una certa coerenza interna.</p>

<p>Una coerenza da setta, appunto.</p>

<p>In realtà, il transumanesimo non deve necessariamente essere così stupido, ottuso e prigioniero di un immaginario tecnologico da anni Ottanta. Si potrebbe immaginare un transumanesimo molto più sofisticato, capace di riflettere seriamente sull’estensione delle capacità umane, sulle protesi cognitive, sulle tecnologie assistive, sulla medicina rigenerativa e persino sulle trasformazioni sociali prodotte dagli strumenti digitali.</p>

<p>Il problema non è l’idea astratta di usare la tecnologia per superare alcuni limiti umani.</p>

<p>Lo facciamo da sempre.</p>

<p>Gli occhiali superano un limite umano. Un pacemaker supera un limite umano. La scrittura supera i limiti della memoria. Internet supera quelli della distanza. Un esoscheletro può restituire mobilità a una persona che l’ha perduta.</p>

<p>Il problema nasce quando il transumanesimo si fonde con la mentalità del CEO onnisciente della Silicon Valley.</p>

<p>Il CEO che non conosce semplicemente un’azienda meglio degli altri, ma ritiene di comprendere meglio degli altri la società, la politica, la biologia, la guerra, la scuola, la sessualità, la libertà e, incidentalmente, il destino dell’intera specie umana.</p>

<p>È la mentalità secondo cui ogni problema è una startup che non è ancora stata fondata.</p>

<p>Ogni conflitto sociale è un’inefficienza.</p>

<p>Ogni istituzione è una piattaforma da disintermediare.</p>

<p>Ogni limite biologico è un bug.</p>

<p>Ogni obiezione è resistenza al cambiamento.</p>

<p>E chi possiede abbastanza capitale, abbastanza server e una presentazione con le frecce giuste è automaticamente autorizzato a ridisegnare il mondo.</p>

<p>Questa fusione, peraltro, non nasce con l’Alt-Right.</p>

<p>È avvenuta in una fase nella quale la Silicon Valley, i “creativi”, gli innovatori e tutto il relativo ciarpame venivano ancora considerati liberal. Erano quelli con la maglietta invece della cravatta, quelli che rompevano le gerarchie, quelli che
mettevano i pouf colorati negli uffici e promettevano di democratizzare l’informazione.</p>

<p>Sembravano ribelli.</p>

<p>Erano CEO.</p>

<p>Cioè persone che, nella mitologia della Silicon Valley, non erano semplicemente dirigenti d’azienda. Erano visionari. Uomini capaci di capire il futuro prima degli altri, di vedere ciò che gli esperti non vedevano e di prendere decisioni migliori proprio perché non si lasciavano frenare dalla competenza convenzionale.</p>

<p>Poi uno di loro, Steve Jobs, si ammalò di un raro tumore neuroendocrino del pancreas: non il consueto adenocarcinoma pancreatico, spesso devastante, ma una neoplasia generalmente più lenta e, quando ancora localizzata, potenzialmente curabile con la chirurgia.</p>

<p>E che cosa fece il visionario?</p>

<p>Rimandò per mesi l’intervento raccomandato dai medici e preferì affidarsi anche a diete e trattamenti alternativi.</p>

<p>Gente che può morire da imbecille di uno dei tumori pancreatici con le migliori possibilità di trattamento, perché il CEO onnisciente ritiene naturalmente di comprendere anche l’oncologia meglio degli oncologi.</p>

<p>Questa è la parte che viene sempre rimossa dalla leggenda.</p>

<p>Sembravano antiautoritari.</p>

<p>Stavano costruendo i più grandi sistemi di sorveglianza privata mai esistiti.</p>

<p>Sembravano voler liberare l’individuo dalle istituzioni.</p>

<p>In realtà volevano sostituire le istituzioni con piattaforme possedute da loro.</p>

<p>Il transumanesimo della Silicon Valley è cresciuto dentro quella cultura: individualista, tecnocratica, ostile alla politica e convinta che la ricchezza fosse una forma particolarmente affidabile di intelligenza.</p>

<p>Poi quella cultura ha incontrato l’Alt-Right.</p>

<p>E l’incontro era molto meno improbabile di quanto sembrasse.</p>

<p>Entrambe disprezzavano la democrazia lenta, la mediazione, le istituzioni e gli esperti non controllati direttamente dal capo.</p>

<p>Entrambe credevano nelle élite naturali.</p>

<p>Entrambe consideravano la società una massa irrazionale da guidare.</p>

<p>Entrambe adoravano il vincitore.</p>

<p>Entrambe ritenevano che il successo dimostrasse automaticamente superiorità morale, biologica o intellettuale.</p>

<p>Il CEO onnisciente e il maschio alfa parlavano già quasi la stessa lingua.</p>

<p>È bastato metterli nella stessa stanza.</p>

<p>Da una parte c’era il culto della tecnologia capace di rifare l’uomo.</p>

<p>Dall’altra il culto della forza capace di rifare la società.</p>

<p>Il risultato è il transumanesimo dell’Alt-Right: biologicamente ossessionato, tecnologicamente ingenuo, politicamente autoritario e convinto che una piccola élite di uomini superiori debba costruire tanto l’essere umano del futuro
quanto l’ordine sociale nel quale dovrà vivere.</p>

<p>Eppure, a quanto pare, né la stampa né i cosiddetti intellettuali sembrano capaci di riconoscere la setta.</p>

<p>Osservano ogni dichiarazione separatamente.</p>

<p>Il testosterone di Hegseth viene trattato come una provocazione sulla cultura militare.</p>

<p>Neuralink come una notizia tecnologica.</p>

<p>La Singolarità come una previsione sull’intelligenza artificiale.</p>

<p>Le fantasie sull’immortalità come eccentricità da miliardari.</p>

<p>L’ossessione per la genetica come folklore della destra biologica.</p>

<p>La distruzione delle istituzioni come semplice radicalismo politico.</p>

<p>Nessuno unisce i punti.</p>

<p>E così nessuno riesce a capire quando un pensiero, una decisione o un comportamento degli uomini di Trump provenga precisamente da quella matrice ideologica.</p>

<p>Continuano a interpretarli come episodi.</p>

<p>Sono sintomi.</p>

<p>Continuano a descriverli come provocazioni individuali.</p>

<p>Sono professioni di fede.</p>

<p>Continuano a chiedersi perché persone diverse dicano cose stranamente simili.</p>

<p>Perché appartengono alla stessa setta.</p>

<p>Che nessuno sembra disposto a vedere.</p>

<p><br>
<br>
<br></p>

<p>Uriel Fanelli
<p/>
—<br>
Written using Blogfrei: <a href="https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei">https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei</a><br>
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]]></content:encoded>
      <guid>https://keinpfusch.net/la-setta-del-testosterone</guid>
      <pubDate>Fri, 17 Jul 2026 09:22:38 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>&#34;Ma lo hanno tutti&#34;!</title>
      <link>https://keinpfusch.net/ma-lo-hanno-tutti</link>
      <description>&lt;![CDATA[Per puro caso, discutendo d’altro sul fediverso — e non sto puntando il dito contro nessuno, sia chiaro — mi sono ritrovato a parlare della famosa questione:&#xA;«Ma i miei amici non vogliono contattarmi su Matrix, XMPP o qualsiasi altra cosa.» Dicono che WhatsApp ce l&#39;hanno tutti!&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;La risposta, in genere, è sempre la stessa: tutti usano quell’altra piattaforma, quindi sei tu la pecora nera. Sei tu quello che si rifiuta di fare ciò che fanno tutti gli altri, pur sapendo benissimo quali siano i rischi.&#xA;&#xA;Com’è andata?&#xA;&#xA;Nei primi tempi, quando cominciavo ad addentrarmi in progetti sempre più grandi, tra cui uno di big data analytics, provavo due sensazioni estremamente fastidiose ogni volta che partecipavo a qualche evento sociale: pizzate, bowling, cinema e cose del genere.&#xA;&#xA;Poi sono arrivati i primi figli, e il bowling è sparito. Anche il cinema non se l’è passata molto meglio.&#xA;&#xA;Sono stati sostituiti da parchi, parchi giochi e altre amenità che piacciono ai bambini e che gli adulti fingono di trovare interessanti perché, in fondo, non hanno molta scelta.&#xA;&#xA;Ma rimanevano comunque attività sociali. Si parlava di tutto, si organizzavano le occasioni successive e, prima o poi, si finiva inevitabilmente a discutere di come contattarsi e di come rimanere in contatto.&#xA;&#xA;Ed era lì che cominciavano le strane discussioni.&#xA;&#xA;Io dicevo, che so:&#xA;&#xA;«Mi trovi su Goocle Chat.» Che poi era Jabber/XMPP.&#xA;&#xA;Finché Google Chat ha continuato a usare XMPP, potevo spacciarlo semplicemente per «Google Chat», e la cosa funzionava.&#xA;&#xA;Non sembrava particolarmente strana: Google lo usava, quindi doveva essere normale.&#xA;&#xA;Poi Google ha smesso, e Jabber ha cominciato a diventare «quella strana roba da hacker che usa solo lui».&#xA;&#xA;A quel punto, due sensazioni hanno cominciato a diventare prevalenti.&#xA;&#xA;Convincerli a cambiare era impossibile, e ricevevo sempre le stesse risposte idiote. Alla fine, tutto questo mi ha portato a chiedermi:&#xA;&#xA;«Per quanto tempo dovrò continuare a sentirmi quello pazzo, stupido e privo di buon senso ogni volta che esco con i miei amici?»&#xA;&#xA;E poi:&#xA;&#xA;«Come dovrei sentirmi a trascorrere il mio tempo con persone che considero sempre più un branco di idioti?»&#xA;&#xA;E ancora:&#xA;&#xA;«Per quanto tempo devo continuare a sentirmi solo e isolato quando esco con persone che dovrebbero essere “i miei amici”?»&#xA;&#xA;br&#xA;Le cose peggiorarono con l’arrivo dei figli.&#xA;&#xA;Sapevo bene che già un fotoshopper discretamente capace poteva prendere le immagini dei pargoli e trasformarle in materiale pedopornografico. Non servivano tecnologie futuristiche, laboratori segreti o intelligenze artificiali senzienti: bastavano un computer, un po’ di tempo e competenze nemmeno particolarmente eccezionali.&#xA;&#xA;E sapevo anche che, prima o poi, sarebbe diventato possibile ricavarne animazioni di qualsiasi tipo. Che fossero le IA, qualche nuova tecnica di elaborazione video o qualsiasi altra cosa, il punto era irrilevante. La tecnologia sarebbe arrivata. Era soltanto questione di tempo.&#xA;&#xA;Così vietai, in maniera del tutto consapevole, di mettere online immagini di mia figlia.&#xA;&#xA;Un ordine che oggi, da maggiorenne, mia figlia capisce e apprezza. All’epoca, invece, causò un putiferio.&#xA;&#xA;Specialmente quando, con l’adolescenza, la questione smise di essere:&#xA;&#xA;«Non mettiamo in giro le foto della neonata.»&#xA;&#xA;e diventò qualcosa di molto più diretto:&#xA;&#xA;«No, signorina. Tu quella roba online non la metti.»&#xA;&#xA;La fortuna di vivere in Germania fece sì che ci fosse effettivamente molta più gente attenta alla privacy, e alcuni — non tutti — la pensavano come me. Finì quindi che ebbi degli “amici preferiti” con cui fare certe cose, cioè persone con le quali non fosse necessario ricominciare ogni volta da zero la discussione sull’opportunità di pubblicare qualsiasi frammento della vita dei figli.&#xA;&#xA;Ma sia con gli amici italiani sia con gli amici expat non ci fu verso.&#xA;&#xA;Per la donna italiana, la salute e la bellezza dei figli fanno spesso parte del concorso:&#xA;&#xA;«Guarda quanto bene funziona la mia fica.»&#xA;&#xA;È quindi un concorso di bellezza per uteri, e di conseguenza i figli devono essere ESIBITI, dentro una competizione permanente tra madri: il famoso “utero funzionante deathmatch” o, se preferite, “The Call of Cervix”.&#xA;&#xA;Ogni compleanno, vacanza, recita scolastica, costume di carnevale, giornata al mare e visita dai nonni diventa materiale promozionale. Il bambino non è più soltanto una persona: è la prova pubblica del successo biologico, estetico e sociale della madre. O meglio, del suo utero funzionante.&#xA;&#xA;Adesso che la stragrande maggioranza di quelle fotografie ha contribuito ad addestrare le IA criminali usate per creare filmati pedofili, immagino che saranno tutti contenti.&#xA;&#xA;Dopotutto, i loro figli sono già delle star, no?&#xA;&#xA;Comunque, le due sensazioni di cui parlavo sopra diventavano sempre più forti.&#xA;&#xA;Una volta, durante una cena di famiglia, una parente mise online sia la lussuosità della nuova camera da letto della madre anziana, sia una quantità di informazioni sufficiente a localizzare l’abitazione.&#xA;&#xA;Poi, quando la portò in viaggio per il suo compleanno, pubblicò anche le date durante le quali sarebbero state all’estero.&#xA;&#xA;Perché la ricchezza deve essere esibita. Sempre.&#xA;&#xA;Non basta possedere qualcosa. Occorre che gli altri sappiano che la possiedi, quanto costa, dove si trova e, già che ci siamo, in quali giorni nessuno sarà in casa a sorvegliarla.&#xA;&#xA;Le dissi di non farlo. Le spiegai che stava fornendo direttamente ai delinquenti le coordinate della casa da svaligiare.&#xA;&#xA;Mi diede, più o meno, dell’imbecille davanti a tutti.&#xA;&#xA;Quando partì per le vacanze, le svaligiarono la casa.&#xA;&#xA;A quel punto mi chiamò per chiedermi come rimuovere tutto da internet.&#xA;&#xA;Io non risposi al telefono.&#xA;&#xA;Dovette fare un giro più largo, passando attraverso altri parenti, per riuscire a contattarmi.&#xA;&#xA;Ma nelle discussioni continuava a usare la formula:&#xA;&#xA;«Gli zingari sono esperti, sanno sempre in quali case cercare.»&#xA;&#xA;Anziché dire la cosa più semplice e più vera:&#xA;&#xA;«Gliel’ho detto io, in quali case cercare, ci sono andati, e non hanno neppure ringraziato. Ingrati.»&#xA;&#xA;L’irritazione accumulata quella sera, quando mi aveva dato praticamente dell’imbecille per averle dato un consiglio sensato, cominciava ad arrivare al limite.&#xA;&#xA;Perché una cosa è ignorare un consiglio. Un’altra è ridicolizzare chi te lo dà, subire esattamente la conseguenza prevista e poi rifiutarsi comunque di riconoscere il rapporto tra ciò che hai fatto e ciò che ti è successo.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Un altro momento topico fu quello degli esperti in iPhone.&#xA;&#xA;Insieme alla mia azienda stavamo progettando e costruendo un intero hosting center destinato a gestire il sistema di pedaggi di una media nazione europea.&#xA;&#xA;Era grande.&#xA;&#xA;E soprattutto, il tipo di attrezzature con cui avevamo a che fare non era decisamente “consumer”. Non stavamo scegliendo il colore di una cover, né discutendo se la nuova fotocamera facesse meglio le foto al tramonto. Stavamo parlando di infrastrutture, continuità operativa, ridondanza, sicurezza, gestione dei dati e sistemi che dovevano funzionare sempre, perché se si fermavano non smetteva di funzionare un telefono: si fermava un pezzo di un paese.&#xA;&#xA;Ma lui conosceva tutte le novità dell’ultimo modello di iPhone.&#xA;&#xA;Quindi apriva bocca per contraddirmi ogni volta che dicevo:&#xA;&#xA;«Ragazzi, possono profilarvi online.»&#xA;&#xA;E lui rispondeva:&#xA;&#xA;«No, perché se nel tuo iPhone vai qui e premi questa icona, allora hai la privacy.»&#xA;&#xA;Immagino sia stato profilato come “comodo idiota” in qualche sparse matrix di Meta.&#xA;&#xA;E non era nemmeno l’unico caso.&#xA;&#xA;Anche se non mi riguardava direttamente, c’era uno che di mestiere lavorava allo sportello di una banca e, per questa ragione, veniva considerato il massimo esperto disponibile di finanza, macroeconomia e quindi, per riflesso automatico, anche di politica monetaria.&#xA;&#xA;Perché, naturalmente, se consegni carte di credito e spieghi ai clienti dove firmare, allora devi anche conoscere nei dettagli il funzionamento della BCE, la struttura dei mercati obbligazionari e gli effetti sistemici della politica dei tassi.&#xA;&#xA;Ok.&#xA;&#xA;Il problema di questi personaggi è che voi costruite hosting center, mentre loro leggono Applicando, eppure gli esperti sarebbero loro.&#xA;&#xA;Perché loro conoscono — o credono di conoscere — la tecnologia consumer.&#xA;&#xA;E quindi, se gli dite che quando sono online vengono spiati, profilati, classificati e inseriti in segmenti commerciali, loro vi contraddicono. Hanno visto una schermata. Hanno premuto un pulsante. Hanno letto una descrizione rassicurante scritta dal reparto marketing.&#xA;&#xA;«Il nuovo iPhone ha l’icona viola per non mandare i tuoi dati a Facebook. Per questo oggi Facebook rischia di fallire.»&#xA;&#xA;Ta-dah.&#xA;&#xA;La rivoluzione contro le grandi multinazionali, guidata da quel gruppo di noti bolscevichi che dirige Apple.&#xA;&#xA;E quindi, alle altre domande, si aggiunse &#34;per quanto altro tempo acconsentirai di sentire la tua competenza calpestata e derisa da uno che conosce le icone di Apple? &#34;&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;Il momento in cui la goccia fece traboccare il vaso arrivò quando una di loro rifiutò di installare un client Matrix, perché era:&#xA;&#xA;«Troppo stress installare un’app soltanto per te.»&#xA;&#xA;Dovevo essere io a installare WhatsApp.&#xA;&#xA;E, in astratto, la cosa avrebbe anche potuto avere senso.&#xA;&#xA;Mia madre, ottantottenne, ha difficoltà a distinguere icone di colore simile, a meno che io non le ingrandisca fino a dimensioni tali da far sembrare il telefono equipaggiato con quel vecchio sistema operativo mobile di Microsoft.&#xA;&#xA;Come cazzo si chiamava?&#xA;&#xA;Windows Mobile.&#xA;&#xA;Ecco.&#xA;&#xA;Nel suo caso, aggiungere un’applicazione significa davvero aggiungere complessità. Significa ricordare un’icona nuova, capire dove si trova, distinguere una notifica dalle altre e imparare un gesto in più. Posso capire che per lei sia uno stress.&#xA;&#xA;Ma la tipa che mi parlava in quel modo aveva installato sul telefono tutta l’immondizia possibile del market.&#xA;&#xA;Tre applicazioni per l’oroscopo.&#xA;Una per il makeup.&#xA;Due applicazioni per leggere qualche cazzo di gossip in treno.&#xA;Due applicazioni di dating.&#xA;Ed era sposata.&#xA;&#xA;Insomma, aveva una quarantina di applicazioni, il cui backup era praticamente impossibile, e piangeva ogni volta che cambiava telefono. Di quelle quaranta applicazioni, almeno trenta erano alla moda, inutili o entrambe le cose.&#xA;&#xA;Ma installarne una per parlare con un “amico” era:&#xA;&#xA;«Troppo stress.»&#xA;&#xA;Quella era la misura precisa del valore che attribuiva a quell’amicizia.&#xA;&#xA;Non il costo dell’applicazione, che era nullo. Non il tempo necessario, che era di pochi minuti. Non la difficoltà tecnica, visto che riusciva perfettamente a installare qualsiasi altra stronzata attirasse la sua attenzione.&#xA;&#xA;Il problema ero io.&#xA;&#xA;O, più precisamente, il fatto che parlare con me non valesse nemmeno lo sforzo richiesto per toccare il pulsante “Installa”.&#xA;&#xA;E la cosa più interessante, nonostante le onde telluriche prodotte dalle mie palle ormai in rotazione sincrona con la nostra stella primaria, fu che l’idea risolutiva me la diede proprio lei.&#xA;&#xA;Parlando con altre madri ormai single, infatti, continuava a discutere delle famose “red flag” da applicare agli uomini incontrati sulle varie applicazioni di dating.&#xA;&#xA;  Questo ha detto una certa cosa: red flag.&#xA;    Quello si comporta in un certo modo: red flag.&#xA;    Quell’altro ha un rapporto strano con la madre: red flag.&#xA;&#xA;E così iniziai a chiedermi:&#xA;&#xA;«Ehi, ma… e se questa cosa delle red flag valesse anche per gli amici?»&#xA;&#xA;Era una teoria convincente.&#xA;&#xA;Dopotutto, non esiste alcuna ragione per cui dovremmo selezionare con attenzione le persone con cui andare a letto, ma accettare senza alcun criterio quelle con cui passiamo il nostro tempo, condividiamo problemi, organizziamo serate e costruiamo una parte importante della nostra vita sociale.&#xA;&#xA;Così cominciai ad applicare il metodo.&#xA;&#xA;Una red flag, e diventavo freddo.&#xA;&#xA;Due red flag, e se c’erano loro io non venivo all’uscita.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;Oggi come oggi, ho amici molto diversi da quelli che avevo prima.&#xA;&#xA;Capiscono di privacy. A suo tempo hanno fatto le scelte giuste riguardo alle fotografie dei figli online. Non ascoltano i consigli finanziari dell’usciere di una banca. Ridono di chi usa un iPhone e si crede al sicuro perché c’è iCloud.&#xA;&#xA;E soprattutto, quando sono con loro non mi sento né solo né pazzo.&#xA;&#xA;Non devo più difendere l’idea che un rischio esista soltanto perché non si è ancora materializzato davanti ai loro occhi. Non devo aspettare che succeda qualcosa di irreparabile perché una precauzione elementare venga finalmente considerata ragionevole.&#xA;&#xA;E il giorno in cui scoppierà lo scandalo delle fotografie di persone qualsiasi trasformate in film pornografici, e diventerete tutte attrici di porno interracial anal usando le immagini in bikini che avete messo online per anni, mi divertirò moltissimo a non rispondere al telefono.&#xA;&#xA;Come già successo in passato.&#xA;&#xA;Nessuno mi viene più a spiegare quanto male faccia il 5G, giusto prima di partire per due settimane di spiaggia, in un bagno infernale di radiazioni ionizzanti, circa 10¹⁴ volte più potenti del 5G.&#xA;&#xA;«Tanto ho la crema a protezione 60.»&#xA;&#xA;Che, se funzionasse davvero contro le radiazioni ionizzanti, non ti abbronzeresti affatto.&#xA;&#xA;E soprattutto non devo più seguire gruppi di fascistoidi che riescono a farti sentire woke, estremista e isolato soltanto perché pensi che, tutto sommato, sia stato giusto chiudere Auschwitz.&#xA;&#xA;A un certo punto bisogna smettere di chiedersi quanto ancora si debba sopportare per conservare certe amicizie, e cominciare a chiedersi se quelle persone siano davvero amici.&#xA;&#xA;Io me lo sono chiesto.&#xA;&#xA;E siccome non posso cambiare gli amici, ho cambiato amici.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;So benissimo quali possano essere le conseguenze sulla vita personale.&#xA;&#xA;Ma:&#xA;&#xA;Avere degli amici NON è uno sport di coppia. Potete avere amici diversi, separati e persino incompatibili tra loro.&#xA;I “gruppi delle mamme” che si scambiano consigli avrebbero senso soltanto se nel gruppo fosse presente un pediatra. O almeno una IA decente.&#xA;Il parto non è uno sport di squadra. Difficilmente le amicizie nate lì sono vere amicizie, quando assomigliano piuttosto a concorsi di bellezza per cervici usate.&#xA;Il fatto che siate andati a scuola insieme non significa nulla. È stato il ministero a mettervi nella stessa classe.&#xA;Il fatto che siate vicini di casa non significa nulla, a meno che non si tratti della chat del condominio.&#xA;&#xA;Insomma, è ora di cominciare a usare le red flag anche con gli amici, e di costruirsi dei giri nei quali si sta bene.&#xA;&#xA;E nel giro nel quale sto bene, contattarmi su Jabber non è un problema.&#xA;&#xA;Sarebbe un problema se io fossi su WhatsApp.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Ovviamente mi direte che e&#39; una scelta estrema. Davvero?&#xA;&#xA;Mi si puo&#39; raggiungere in diversi modi.&#xA;&#xA;Ultimo, ma non meno importante:&#xA;&#xA;Le persone possono comunicare con me via email, dal momento che gestisco un mio server di posta in entrata, privo di spam, perche&#39; cosi&#39; ho deciso scrivendo il codice.&#xA;Le persone possono comunicare con me tramite XMPP con OMEMO, visto che ospito una mia istanza.&#xA;Le persone possono comunicare con me sul Fediverso, e ho persino sviluppato un mio server per impedire che i loro allegati finiscano su S3 — o in qualche posto ancora peggiore.&#xA;Le persone potranno comunicare con me anche tramite Matrix, dal momento che sto sviluppando un server leggero conforme alla direttiva Chat Control. (Cioè abbastanza piccolo da restare sotto la soglia necessaria perché la direttiva si applichi, cancellando i contenuti multimediali e facendo tutto il resto del caso.)&#xA;Se siete vecchi e vi piaceva usenet, ho sviluppato una applicazione chiamata Tribes che usa nntp per il client, su localhost, e si connette con tutte le altre usando IPFS/Libp2p. Dovete solo scaricarla e farla partire. Zero manutenzione.&#xA;&#xA;Quindi, quando qualcuno ha già l’email (serve per registrare i telefoni, cribbio!) , dispone di altri tre modi per comunicare con me e ha scaricato metà dell’immondizia disponibile nell’app store — una quarantina di applicazioni quasi tutte inutili — ma non riesce comunque a sopportare il peso di installarne una in più, forse vale la pena ricordare che le red flag non esistono soltanto nelle relazioni sentimentali.&#xA;&#xA;Si applicano anche alle amicizie.&#xA;&#xA;Sì, sono un cazzo di Scorpione.&#xA;&#xA;Ma ho anche dei difetti.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Per puro caso, discutendo d’altro sul fediverso — e non sto puntando il dito contro nessuno, sia chiaro — mi sono ritrovato a parlare della famosa questione:
«Ma i miei amici non vogliono contattarmi su Matrix, XMPP o qualsiasi altra cosa.» Dicono che WhatsApp ce l&#39;hanno tutti!</p>

<p>La risposta, in genere, è sempre la stessa: tutti usano quell’altra piattaforma, quindi sei tu la pecora nera. Sei tu quello che si rifiuta di fare ciò che fanno tutti gli altri, pur sapendo benissimo quali siano i rischi.</p>

<p>Com’è andata?</p>

<p>Nei primi tempi, quando cominciavo ad addentrarmi in progetti sempre più grandi, tra cui uno di big data analytics, provavo due sensazioni estremamente fastidiose ogni volta che partecipavo a qualche evento sociale: pizzate, bowling, cinema e cose del genere.</p>

<p>Poi sono arrivati i primi figli, e il bowling è sparito. Anche il cinema non se l’è passata molto meglio.</p>

<p>Sono stati sostituiti da parchi, parchi giochi e altre amenità che piacciono ai bambini e che gli adulti fingono di trovare interessanti perché, in fondo, non hanno molta scelta.</p>

<p>Ma rimanevano comunque attività sociali. Si parlava di tutto, si organizzavano le occasioni successive e, prima o poi, si finiva inevitabilmente a discutere di come contattarsi e di come rimanere in contatto.</p>

<p>Ed era lì che cominciavano le strane discussioni.</p>

<p>Io dicevo, che so:</p>

<p>«Mi trovi su Goocle Chat.» Che poi era Jabber/XMPP.</p>

<p>Finché Google Chat ha continuato a usare XMPP, potevo spacciarlo semplicemente per «Google Chat», e la cosa funzionava.</p>

<p>Non sembrava particolarmente strana: Google lo usava, quindi doveva essere normale.</p>

<p>Poi Google ha smesso, e Jabber ha cominciato a diventare «quella strana roba da hacker che usa solo lui».</p>

<p>A quel punto, due sensazioni hanno cominciato a diventare prevalenti.</p>

<p>Convincerli a cambiare era impossibile, e ricevevo sempre le stesse risposte idiote. Alla fine, tutto questo mi ha portato a chiedermi:</p>

<p>«Per quanto tempo dovrò continuare a sentirmi quello pazzo, stupido e privo di buon senso ogni volta che esco con i miei amici?»</p>

<p>E poi:</p>

<p>«Come dovrei sentirmi a trascorrere il mio tempo con persone che considero sempre più un branco di idioti?»</p>

<p>E ancora:</p>

<p>«Per quanto tempo devo continuare a sentirmi solo e isolato quando esco con persone che dovrebbero essere “i miei amici”?»</p>

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Le cose peggiorarono con l’arrivo dei figli.</p>

<p>Sapevo bene che già un fotoshopper discretamente capace poteva prendere le immagini dei pargoli e trasformarle in materiale pedopornografico. Non servivano tecnologie futuristiche, laboratori segreti o intelligenze artificiali senzienti: bastavano un computer, un po’ di tempo e competenze nemmeno particolarmente eccezionali.</p>

<p>E sapevo anche che, prima o poi, sarebbe diventato possibile ricavarne animazioni di qualsiasi tipo. Che fossero le IA, qualche nuova tecnica di elaborazione video o qualsiasi altra cosa, il punto era irrilevante. La tecnologia sarebbe arrivata. Era soltanto questione di tempo.</p>

<p>Così vietai, in maniera del tutto consapevole, di mettere online immagini di mia figlia.</p>

<p>Un ordine che oggi, da maggiorenne, mia figlia capisce e apprezza. All’epoca, invece, causò un putiferio.</p>

<p>Specialmente quando, con l’adolescenza, la questione smise di essere:</p>

<p>«Non mettiamo in giro le foto della neonata.»</p>

<p>e diventò qualcosa di molto più diretto:</p>

<p>«No, signorina. Tu quella roba online non la metti.»</p>

<p>La fortuna di vivere in Germania fece sì che ci fosse effettivamente molta più gente attenta alla privacy, e alcuni — non tutti — la pensavano come me. Finì quindi che ebbi degli “amici preferiti” con cui fare certe cose, cioè persone con le quali non fosse necessario ricominciare ogni volta da zero la discussione sull’opportunità di pubblicare qualsiasi frammento della vita dei figli.</p>

<p>Ma sia con gli amici italiani sia con gli amici expat non ci fu verso.</p>

<p>Per la donna italiana, la salute e la bellezza dei figli fanno spesso parte del concorso:</p>

<p>«Guarda quanto bene funziona la mia fica.»</p>

<p>È quindi un concorso di bellezza per uteri, e di conseguenza i figli devono essere ESIBITI, dentro una competizione permanente tra madri: il famoso “utero funzionante deathmatch” o, se preferite, “The Call of Cervix”.</p>

<p>Ogni compleanno, vacanza, recita scolastica, costume di carnevale, giornata al mare e visita dai nonni diventa materiale promozionale. Il bambino non è più soltanto una persona: è la prova pubblica del successo biologico, estetico e sociale della madre. O meglio, del suo utero funzionante.</p>

<p>Adesso che la stragrande maggioranza di quelle fotografie ha contribuito ad addestrare le IA criminali usate per creare filmati pedofili, immagino che saranno tutti contenti.</p>

<p>Dopotutto, i loro figli sono già delle star, no?</p>

<p>Comunque, le due sensazioni di cui parlavo sopra diventavano sempre più forti.</p>

<p>Una volta, durante una cena di famiglia, una parente mise online sia la lussuosità della nuova camera da letto della madre anziana, sia una quantità di informazioni sufficiente a localizzare l’abitazione.</p>

<p>Poi, quando la portò in viaggio per il suo compleanno, pubblicò anche le date durante le quali sarebbero state all’estero.</p>

<p>Perché la ricchezza deve essere esibita. Sempre.</p>

<p>Non basta possedere qualcosa. Occorre che gli altri sappiano che la possiedi, quanto costa, dove si trova e, già che ci siamo, in quali giorni nessuno sarà in casa a sorvegliarla.</p>

<p>Le dissi di non farlo. Le spiegai che stava fornendo direttamente ai delinquenti le coordinate della casa da svaligiare.</p>

<p>Mi diede, più o meno, dell’imbecille davanti a tutti.</p>

<p>Quando partì per le vacanze, le svaligiarono la casa.</p>

<p>A quel punto mi chiamò per chiedermi come rimuovere tutto da internet.</p>

<p>Io non risposi al telefono.</p>

<p>Dovette fare un giro più largo, passando attraverso altri parenti, per riuscire a contattarmi.</p>

<p>Ma nelle discussioni continuava a usare la formula:</p>

<p>«Gli zingari sono esperti, sanno sempre in quali case cercare.»</p>

<p>Anziché dire la cosa più semplice e più vera:</p>

<p>«Gliel’ho detto io, in quali case cercare, ci sono andati, e non hanno neppure ringraziato. Ingrati.»</p>

<p>L’irritazione accumulata quella sera, quando mi aveva dato praticamente dell’imbecille per averle dato un consiglio sensato, cominciava ad arrivare al limite.</p>

<p>Perché una cosa è ignorare un consiglio. Un’altra è ridicolizzare chi te lo dà, subire esattamente la conseguenza prevista e poi rifiutarsi comunque di riconoscere il rapporto tra ciò che hai fatto e ciò che ti è successo.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Un altro momento topico fu quello degli esperti in iPhone.</p>

<p>Insieme alla mia azienda stavamo progettando e costruendo un intero hosting center destinato a gestire il sistema di pedaggi di una media nazione europea.</p>

<p>Era grande.</p>

<p>E soprattutto, il tipo di attrezzature con cui avevamo a che fare non era decisamente “consumer”. Non stavamo scegliendo il colore di una cover, né discutendo se la nuova fotocamera facesse meglio le foto al tramonto. Stavamo parlando di infrastrutture, continuità operativa, ridondanza, sicurezza, gestione dei dati e sistemi che dovevano funzionare sempre, perché se si fermavano non smetteva di funzionare un telefono: si fermava un pezzo di un paese.</p>

<p>Ma lui conosceva tutte le novità dell’ultimo modello di iPhone.</p>

<p>Quindi apriva bocca per contraddirmi ogni volta che dicevo:</p>

<p>«Ragazzi, possono profilarvi online.»</p>

<p>E lui rispondeva:</p>

<p>«No, perché se nel tuo iPhone vai qui e premi questa icona, allora hai la privacy.»</p>

<p>Immagino sia stato profilato come “comodo idiota” in qualche sparse matrix di Meta.</p>

<p>E non era nemmeno l’unico caso.</p>

<p>Anche se non mi riguardava direttamente, c’era uno che di mestiere lavorava allo sportello di una banca e, per questa ragione, veniva considerato il massimo esperto disponibile di finanza, macroeconomia e quindi, per riflesso automatico, anche di politica monetaria.</p>

<p>Perché, naturalmente, se consegni carte di credito e spieghi ai clienti dove firmare, allora devi anche conoscere nei dettagli il funzionamento della BCE, la struttura dei mercati obbligazionari e gli effetti sistemici della politica dei tassi.</p>

<p>Ok.</p>

<p>Il problema di questi personaggi è che voi costruite hosting center, mentre loro leggono Applicando, eppure gli esperti sarebbero loro.</p>

<p>Perché loro conoscono — o credono di conoscere — la tecnologia consumer.</p>

<p>E quindi, se gli dite che quando sono online vengono spiati, profilati, classificati e inseriti in segmenti commerciali, loro vi contraddicono. Hanno visto una schermata. Hanno premuto un pulsante. Hanno letto una descrizione rassicurante scritta dal reparto marketing.</p>

<p>«Il nuovo iPhone ha l’icona viola per non mandare i tuoi dati a Facebook. Per questo oggi Facebook rischia di fallire.»</p>

<p>Ta-dah.</p>

<p>La rivoluzione contro le grandi multinazionali, guidata da quel gruppo di noti bolscevichi che dirige Apple.</p>

<p>E quindi, alle altre domande, si aggiunse “per quanto altro tempo acconsentirai di sentire la tua competenza calpestata e derisa da uno che conosce le icone di Apple? “</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
<br>
Il momento in cui la goccia fece traboccare il vaso arrivò quando una di loro rifiutò di installare un client Matrix, perché era:</p>

<p>«Troppo stress installare un’app soltanto per te.»</p>

<p>Dovevo essere io a installare WhatsApp.</p>

<p>E, in astratto, la cosa avrebbe anche potuto avere senso.</p>

<p>Mia madre, ottantottenne, ha difficoltà a distinguere icone di colore simile, a meno che io non le ingrandisca fino a dimensioni tali da far sembrare il telefono equipaggiato con quel vecchio sistema operativo mobile di Microsoft.</p>

<p>Come cazzo si chiamava?</p>

<p>Windows Mobile.</p>

<p>Ecco.</p>

<p>Nel suo caso, aggiungere un’applicazione significa davvero aggiungere complessità. Significa ricordare un’icona nuova, capire dove si trova, distinguere una notifica dalle altre e imparare un gesto in più. Posso capire che per lei sia uno stress.</p>

<p>Ma la tipa che mi parlava in quel modo aveva installato sul telefono tutta l’immondizia possibile del market.</p>

<p>Tre applicazioni per l’oroscopo.
Una per il makeup.
Due applicazioni per leggere qualche cazzo di gossip in treno.
Due applicazioni di dating.
Ed era sposata.</p>

<p>Insomma, aveva una quarantina di applicazioni, il cui backup era praticamente impossibile, e piangeva ogni volta che cambiava telefono. Di quelle quaranta applicazioni, almeno trenta erano alla moda, inutili o entrambe le cose.</p>

<p>Ma installarne una per parlare con un “amico” era:</p>

<p>«Troppo stress.»</p>

<p>Quella era la misura precisa del valore che attribuiva a quell’amicizia.</p>

<p>Non il costo dell’applicazione, che era nullo. Non il tempo necessario, che era di pochi minuti. Non la difficoltà tecnica, visto che riusciva perfettamente a installare qualsiasi altra stronzata attirasse la sua attenzione.</p>

<p>Il problema ero io.</p>

<p>O, più precisamente, il fatto che parlare con me non valesse nemmeno lo sforzo richiesto per toccare il pulsante “Installa”.</p>

<p>E la cosa più interessante, nonostante le onde telluriche prodotte dalle mie palle ormai in rotazione sincrona con la nostra stella primaria, fu che l’idea risolutiva me la diede proprio lei.</p>

<p>Parlando con altre madri ormai single, infatti, continuava a discutere delle famose “red flag” da applicare agli uomini incontrati sulle varie applicazioni di dating.</p>

<blockquote><p>Questo ha detto una certa cosa: red flag.</p>

<p>Quello si comporta in un certo modo: red flag.</p>

<p>Quell’altro ha un rapporto strano con la madre: red flag.</p></blockquote>

<p>E così iniziai a chiedermi:</p>

<p>«Ehi, ma… e se questa cosa delle red flag valesse anche per gli amici?»</p>

<p>Era una teoria convincente.</p>

<p>Dopotutto, non esiste alcuna ragione per cui dovremmo selezionare con attenzione le persone con cui andare a letto, ma accettare senza alcun criterio quelle con cui passiamo il nostro tempo, condividiamo problemi, organizziamo serate e costruiamo una parte importante della nostra vita sociale.</p>

<p>Così cominciai ad applicare il metodo.</p>

<p>Una red flag, e diventavo freddo.</p>

<p>Due red flag, e se c’erano loro <strong>io non venivo all’uscita.</strong></p>

<hr/>

<p><br>
<br>
Oggi come oggi, ho amici molto diversi da quelli che avevo prima.</p>

<p>Capiscono di privacy. A suo tempo hanno fatto le scelte giuste riguardo alle fotografie dei figli online. Non ascoltano i consigli finanziari dell’usciere di una banca. Ridono di chi usa un iPhone e si crede al sicuro perché c’è iCloud.</p>

<p>E soprattutto, quando sono con loro non mi sento né solo né pazzo.</p>

<p>Non devo più difendere l’idea che un rischio esista soltanto perché non si è ancora materializzato davanti ai loro occhi. Non devo aspettare che succeda qualcosa di irreparabile perché una precauzione elementare venga finalmente considerata ragionevole.</p>

<p>E il giorno in cui scoppierà lo scandalo delle fotografie di persone qualsiasi trasformate in film pornografici, e diventerete tutte attrici di porno interracial anal usando le immagini in bikini che avete messo online per anni, mi divertirò moltissimo a non rispondere al telefono.</p>

<p>Come già successo in passato.</p>

<p>Nessuno mi viene più a spiegare quanto male faccia il 5G, giusto prima di partire per due settimane di spiaggia, in un bagno infernale di radiazioni ionizzanti, circa 10¹⁴ volte più potenti del 5G.</p>

<p>«Tanto ho la crema a protezione 60.»</p>

<p>Che, se funzionasse davvero contro le radiazioni ionizzanti, non ti abbronzeresti affatto.</p>

<p>E soprattutto non devo più seguire gruppi di fascistoidi che riescono a farti sentire woke, estremista e isolato soltanto perché pensi che, tutto sommato, sia stato giusto chiudere Auschwitz.</p>

<p>A un certo punto bisogna smettere di chiedersi quanto ancora si debba sopportare per conservare certe amicizie, e cominciare a chiedersi se quelle persone siano davvero amici.</p>

<p>Io me lo sono chiesto.</p>

<p>E siccome non posso cambiare gli amici, ho cambiato amici.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>So benissimo quali possano essere le conseguenze sulla vita personale.</p>

<p>Ma:</p>
<ul><li>Avere degli amici NON è uno sport di coppia. Potete avere amici diversi, separati e persino incompatibili tra loro.</li>
<li>I “gruppi delle mamme” che si scambiano consigli avrebbero senso soltanto se nel gruppo fosse presente un pediatra. O almeno una IA decente.</li>
<li>Il parto non è uno sport di squadra. Difficilmente le amicizie nate lì sono vere amicizie, quando assomigliano piuttosto a concorsi di bellezza per cervici usate.</li>
<li>Il fatto che siate andati a scuola insieme non significa nulla. È stato il ministero a mettervi nella stessa classe.</li>
<li>Il fatto che siate vicini di casa non significa nulla, a meno che non si tratti della chat del condominio.</li></ul>

<p>Insomma, è ora di cominciare a usare le red flag anche con gli amici, e di costruirsi dei giri nei quali si sta bene.</p>

<p>E nel giro nel quale sto bene, contattarmi su Jabber non è un problema.</p>

<p>Sarebbe un problema se io fossi su WhatsApp.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Ovviamente mi direte che e&#39; una scelta estrema. Davvero?</p>

<p>Mi si puo&#39; raggiungere in diversi modi.</p>

<p>Ultimo, ma non meno importante:</p>
<ol><li>Le persone possono comunicare con me via email, dal momento che gestisco un mio server di posta in entrata, privo di spam, perche&#39; cosi&#39; ho deciso scrivendo il codice.</li>
<li>Le persone possono comunicare con me tramite XMPP con OMEMO, visto che ospito una mia istanza.</li>
<li>Le persone possono comunicare con me sul Fediverso, e ho persino sviluppato un mio server per impedire che i loro allegati finiscano su S3 — o in qualche posto ancora peggiore.</li>
<li>Le persone potranno comunicare con me anche tramite Matrix, dal momento che sto sviluppando un server leggero conforme alla direttiva Chat Control. (Cioè abbastanza piccolo da restare sotto la soglia necessaria perché la direttiva si applichi, cancellando i contenuti multimediali e facendo tutto il resto del caso.)</li>
<li>Se siete vecchi e vi piaceva usenet, ho sviluppato una applicazione chiamata Tribes che usa nntp per il client, su localhost, e si connette con tutte le altre usando IPFS/Libp2p. Dovete solo scaricarla e farla partire. Zero manutenzione.</li></ol>

<p>Quindi, quando qualcuno ha già l’email (serve per registrare i telefoni, cribbio!) , dispone di altri tre modi per comunicare con me e ha scaricato metà dell’immondizia disponibile nell’app store — una quarantina di applicazioni quasi tutte inutili — ma non riesce comunque a sopportare il peso di installarne una in più, forse vale la pena ricordare che le red flag non esistono soltanto nelle relazioni sentimentali.</p>

<p>Si applicano anche alle amicizie.</p>

<p>Sì, sono un cazzo di Scorpione.</p>

<p>Ma ho anche dei difetti.</p>

<p><br></p>

<p>Uriel Fanelli
<p/>
—<br>
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      <guid>https://keinpfusch.net/ma-lo-hanno-tutti</guid>
      <pubDate>Wed, 15 Jul 2026 09:56:02 +0000</pubDate>
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      <title>&#34;Non&#34; esistono alternative?</title>
      <link>https://keinpfusch.net/non-esistono-alternative</link>
      <description>&lt;![CDATA[Nello scorso post ho parlato di come le logiche tecniche — o le culture aziendali, come si chiamano oggi — stiano traboccando dai confini delle aziende e stiano progressivamente allagando i campi della politica, della società e della cultura. Il vero problema, però, è che le grandi aziende, o comunque le realtà economiche immense, non sono affatto una novità. Esistono da secoli. Basti pensare alle compagnie coloniali inglesi e olandesi, che disponevano di eserciti, flotte, territori e poteri quasi statali. E prima ancora esistevano i grandi mercanti, i banchieri, le corporazioni e le famiglie commerciali capaci di influenzare interi regni.&#xA;Quindi la domanda è: che cosa è cambiato, dentro le aziende?&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;La risposta è: nulla.&#xA;&#xA;A essere cambiato è ciò che sta fuori dalle aziende, e lo è in un senso molto specifico.&#xA;&#xA;Nel senso, appunto, di Nequaquam vacuum: la natura non tollera il vuoto. E se esiste un vero e proprio orrore del vuoto, allora il motivo per cui gli ideali aziendali prendono il posto di quelli civili è molto semplice: gli ideali civili non esistono più. O, quantomeno, non esistono più in una forma abbastanza forte, condivisa e riconoscibile da poter occupare quello spazio.&#xA;&#xA;Le aziende sono rimaste praticamente le uniche realtà nelle quali esista ancora una cultura comune — quella che viene infatti chiamata “cultura aziendale” — insieme a obiettivi dichiarati di crescita, sviluppo e miglioramento. Che poi questi obiettivi siano sinceri, realistici o semplicemente funzionali alla produttività è un altro discorso. Ma almeno esistono, vengono formulati, ripetuti e trasformati in una narrazione collettiva.&#xA;&#xA;Per usare una frase che ho sentito in sala mensa:&#xA;&#xA;«Se soltanto i governi volessero migliorare le nostre vite quanto lo vuole il nostro reparto Human Resources».&#xA;&#xA;E lo so: detta così sembra paradossale. Anzi, sembra quasi una battuta. Ma il succo è esattamente questo.&#xA;&#xA;E c’è una ragione specifica.&#xA;&#xA;Immaginate di poter sognare. Provate a immaginare un paese migliore. Il vostro paese, ma migliore. Diciamo pure fantascienza, se la parola “utopia” vi mette a disagio.&#xA;&#xA;Come lo immaginate?&#xA;&#xA;Potete fare questo esercizio del paese utopico quanto volete, ma il risultato sarà quasi sempre lo stesso: tutto quello che siete ancora capaci di &#34;sognare&#34; è una pubblica amministrazione più efficiente.&#xA;&#xA;Meno burocrazia, direte. Una giustizia più rapida, più efficace e con una maggiore certezza della pena. Una polizia che funziona meglio. Ospedali meglio organizzati. Scuole più efficienti. Uffici pubblici nei quali non si perdano documenti, tempo e pazienza. E blablabla.&#xA;&#xA;Insomma, quando vi si chiede di immaginare un’utopia, tutto ciò che riuscite realmente a concepire è una serie di miglioramenti apportati alla pubblica amministrazione attuale.&#xA;&#xA;La stessa società di oggi, soltanto amministrata meglio.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;La cosa può sembrare irrilevante, ma potrete notare anche altri segnali piuttosto scoraggianti.&#xA;&#xA;Se andate a osservare l’immaginazione del futuro, per esempio nel settore fantascientifico di Netflix, o di qualsiasi altra piattaforma di streaming preferiate, scoprirete una cosa devastante: l’immaginario del futuro è ormai quasi completamente distopico.&#xA;&#xA;Il futuro, quando viene rappresentato, è quasi sempre peggiore del presente. È più autoritario, più violento, più povero, più disumano. Ci sono catastrofi climatiche, guerre permanenti, epidemie, collassi sociali, multinazionali onnipotenti, intelligenze artificiali assassine, città invivibili e governi totalitari.&#xA;&#xA;Ma quasi mai un mondo migliore.&#xA;&#xA;Me ne sono reso conto quando mi sono messo a scrivere Averno. Averno è un’utopia fantascientifica. E immaginare un mondo migliore nel futuro è stato un lavoro improbo.&#xA;&#xA;Mi sono dovuto rendere conto, piuttosto amaramente, che il “male” era entrato dentro di noi. Anche dentro di me.&#xA;&#xA;Immaginare ucronie distopiche era relativamente semplice. Bastava prendere qualcosa che già esiste, peggiorarlo, estenderlo e portarlo alle sue conseguenze più estreme. Anche dentro di me, però, esisteva questa difficoltà quasi fisica nell’immaginare un futuro che non fosse distopico.&#xA;&#xA;Come se il futuro dovesse necessariamente essere una punizione.&#xA;&#xA;Il compromesso fu quello di far avvenire prima tutta la distopia che oggi riusciamo a immaginare, ambientare il romanzo nel 2500 e rotti, e soltanto a quel punto provare a concepire un’umanità che avesse imparato qualcosa da lezioni durissime.&#xA;&#xA;È molto strano, ma sembra funzionare così.&#xA;&#xA;Una volta soddisfatto l’impulso millenaristico — «le foreste bruceranno» — possiamo finalmente immaginare foreste OGM capaci di muoversi, di migrare per seguire il fresco e di ricoprire nuovamente il pianeta.&#xA;&#xA;Prima deve arrivare l’Apocalisse. Poi, e soltanto poi, sembra diventare possibile pensare a qualcosa di migliore.&#xA;&#xA;Per qualche strano motivo, ho notato che questo impulso millenaristico aveva inquinato anche me.&#xA;&#xA;Come tanti, non riuscivo a non pensare alla “terza guerra mondiale”. Ma l’esistenza futura di una terza guerra mondiale non è affatto scontata.&#xA;&#xA;Per prima cosa, quelle che chiamiamo guerre “mondiali” sono state principalmente guerre tra stati europei. Anche includendo gli Stati Uniti e il Giappone, al massimo sono state guerre tra paesi industrializzati, combattute attraverso imperi coloniali e alleanze internazionali.&#xA;&#xA;Il fatto che in seguito abbiamo appiccicato a quelle guerre l’etichetta di “mondiali” non significa che fossero percepite in quel modo mentre accadevano.&#xA;&#xA;Chi partecipò alla guerra del 1914-1918 sapeva di partecipare a una guerra. Dopo, quando si contarono i morti e i danni, divenne la “Grande Guerra”.&#xA;&#xA;La percezione della guerra del 1914-1918 come prima guerra mondiale venne dopo.&#xA;&#xA;E lo stesso vale per la seconda guerra mondiale.&#xA;&#xA;Nessuno, all’epoca, poteva parlare spontaneamente di “seconda” guerra mondiale, perché chiamarla “seconda” presupponeva che la precedente fosse già stata fissata definitivamente nella memoria collettiva come “prima”. Cosa che non era. Quelle guerre vennero vissute come guerre nazionali, coloniali o internazionali, a seconda del punto di vista di chi le combatteva.&#xA;&#xA;Soltanto in seguito qualcuno cominciò a catalogare le grandi guerre tra paesi industrializzati come “prima guerra mondiale” e “seconda guerra mondiale”.&#xA;&#xA;Ma questa catalogazione, apparentemente innocua, produce immediatamente un effetto.&#xA;&#xA;Se esiste una prima guerra mondiale e ne esiste una seconda, allora per induzione deve esistere anche una terza guerra mondiale.&#xA;&#xA;E poi una quarta. Una quinta. Una guerra mondiale numero n. E, inevitabilmente, una guerra mondiale numero n+1.&#xA;&#xA;La numerazione trasforma due eventi storici in una serie.&#xA;&#xA;E una volta costruita la serie, cominciamo a considerare il termine successivo non soltanto possibile, ma quasi inevitabile.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Ma se soltanto cinquanta o sessant’anni fa avessimo chiesto a qualcuno di immaginare società diverse, migliori e persino utopistiche, ne avremmo ottenute a bizzeffe.&#xA;&#xA;Avremmo trovato racconti sul “risveglio” dell’umanità, mondi nei quali la scienza aveva liberato le persone dalla miseria, società capaci di superare la guerra, la fame, lo sfruttamento e forse persino il denaro.&#xA;&#xA;E questo immaginario non apparteneva soltanto alla filosofia o alla letteratura più ambiziosa. Esisteva anche nella cultura popolare.&#xA;&#xA;Basta pensare al mondo utopistico di Star Trek, nel quale la scarsità è stata sostanzialmente sconfitta, il denaro non organizza più l’intera società e le persone lavorano soprattutto per migliorarsi, esplorare e contribuire al bene degli altri.&#xA;&#xA;Quel futuro poteva essere ingenuo, certamente. Poteva essere ottimista sino all’eccesso. Ma almeno esisteva. Nel senso che qualcuno lo aveva immaginato, sognato, rappresentato.&#xA;&#xA;Oggi, invece, sembriamo avere perso persino la capacità di concepirlo.&#xA;&#xA;Perché non siamo più capaci di immaginare il progresso?&#xA;&#xA;E non dico necessariamente un’utopia perfetta, senza conflitti e senza difetti. Dico qualcosa di molto più modesto: un mondo nettamente migliore di quello attuale. Più avanzato, più vivibile, meno crudele, con meno sofferenza e più felicità.&#xA;&#xA;Perché riusciamo a immaginare con estrema facilità il collasso, la guerra, la dittatura, l’estinzione, la pandemia e la catastrofe climatica, ma facciamo una fatica enorme a immaginare una società che abbia semplicemente risolto alcuni dei propri problemi?&#xA;&#xA;Questo è il vero problema.&#xA;&#xA;Non il fatto che il futuro possa essere terribile.&#xA;&#xA;Il fatto che non riusciamo più nemmeno a concepirlo migliore. Le nostre menti mutilate, apparentemente, hanno perso l&#39;organo di &#34;sognare un mondo migliore&#34;.&#xA;&#xA;Il massimo che sappiamo immaginare, ormai, è una pubblica amministrazione più efficiente.&#xA;&#xA;Non una società diversa. Non rapporti umani migliori. Non un nuovo modo di vivere, lavorare, abitare, conoscere o stare insieme.&#xA;&#xA;Gli stessi ministeri, gli stessi tribunali, gli stessi ospedali, le stesse scuole, gli stessi uffici e le stesse città.&#xA;&#xA;Soltanto con meno moduli, meno code, meno ritardi e un’applicazione che funziona.&#xA;&#xA;br&#xA;La risposta sarà quasi sempre la stessa:&#xA;&#xA;«Non esistono alternative a quello che stiamo facendo adesso».&#xA;&#xA;E non appena proviamo a insistere, ecco comparire l’intero apparato degli esperti incaricati di spiegarci perché qualsiasi alternativa sia impossibile.&#xA;&#xA;Gli economisti ci spiegheranno che non ci sono abbastanza soldi e che quel mondo non funzionerebbe economicamente.&#xA;I sociologi ci spiegheranno che una società organizzata in quel modo non sopravviverebbe, perché bla, bla, bla.&#xA;I politologi ci spiegheranno che quell’ordinamento non funzionerebbe, perché bla, bla, bla.&#xA;I politici e i funzionari ci spiegheranno che non si può fare, perché bla, bla, bla.&#xA;&#xA;Ovviamente, mostrare che si tratta spesso di semplice fuffa applicata sarebbe piuttosto facile.&#xA;&#xA;È come quando la BCE ci spiega che certe regole sono necessarie per garantire la stabilità finanziaria. Se c’è una cosa che non è esistita negli ultimi sessant’anni, è proprio la stabilità dei mercati finanziari.&#xA;&#xA;Abbiamo avuto crisi valutarie, crisi petrolifere, crisi bancarie, bolle speculative, crolli immobiliari, recessioni, inflazione, deflazione, salvataggi pubblici, fallimenti sistemici e mercati tenuti in piedi dalle banche centrali.&#xA;&#xA;La famosa stabilità finanziaria, insomma, deve essersi assentata proprio durante gli anni nei quali quelle regole avrebbero dovuto garantirla.&#xA;&#xA;Allora, agli economisti che obiettano che il mondo utopistico che abbiamo in mente non funzionerebbe economicamente, potremmo rispondere con un’osservazione molto semplice:&#xA;nemmeno questo mondo funziona economicamente.&#xA;&#xA;Non è che stiamo confrontando un sistema perfettamente funzionante con un’utopia ingenua e irrealizzabile.&#xA;&#xA;Stiamo confrontando un’ipotesi diversa con un sistema che produce continuamente crisi, precarietà, disuguaglianze, emergenze e fallimenti, ma che pretende comunque di essere considerato l’unico sistema realistico possibile.&#xA;&#xA;E la stessa critica può essere applicata ai sociologi, ai politologi, ai politici e ai funzionari.&#xA;&#xA;Ai sociologi che ci spiegano che una società diversa non potrebbe sopravvivere, potremmo rispondere che nemmeno questa società sembra cavarsela particolarmente bene.&#xA;&#xA;Produce solitudine, alienazione, crollo demografico, epidemie di disagio mentale, comunità disgregate, famiglie sempre più fragili e individui che trascorrono una parte crescente della propria vita a discutere con sconosciuti ostili attraverso uno schermo.&#xA;&#xA;Se questo è il modello di società che “funziona”, sarebbe interessante sapere che cosa dovrebbe accadere prima che venga dichiarato non funzionante.&#xA;&#xA;Ai politologi che ci spiegano che un ordinamento diverso sarebbe instabile, potremmo far notare che gli ordinamenti esistenti non sembrano esattamente dei monumenti alla stabilità.&#xA;&#xA;Abbiamo governi che cadono, parlamenti paralizzati, partiti che scompaiono, elettori che non votano più, istituzioni nelle quali nessuno crede, movimenti antisistema, colpi di stato, guerre civili, rivolte e democrazie che producono periodicamente personaggi intenzionati a smantellare la democrazia stessa.&#xA;&#xA;Anche qui, dunque, non stiamo confrontando un sistema stabile con uno instabile.&#xA;&#xA;Stiamo confrontando un sistema instabile che conosciamo con un sistema diverso che ci viene proibito persino di immaginare, in nome della stabilità.&#xA;&#xA;Ai politici che ci spiegano che una certa soluzione non sarebbe realizzabile, potremmo ricordare che il loro lavoro consisterebbe precisamente nel rendere realizzabili le cose che la società considera desiderabili.&#xA;&#xA;Un politico che risponde a ogni proposta dicendo che non si può fare è come un medico che risponde a ogni malattia spiegando che il corpo umano è molto complicato.&#xA;&#xA;Probabilmente è vero.&#xA;&#xA;Ma non è per ascoltare questa osservazione che lo abbiamo chiamato.&#xA;&#xA;Quanto ai funzionari, la loro obiezione è quasi inevitabile: una realtà diversa richiederebbe procedure diverse, competenze diverse e forse istituzioni diverse. In altre parole, metterebbe in discussione il sistema del quale essi sono il prodotto, gli interpreti e spesso anche i custodi.&#xA;&#xA;È quindi del tutto naturale che ci spieghino come ogni cambiamento sostanziale sia tecnicamente impossibile, amministrativamente impraticabile o giuridicamente prematuro.&#xA;&#xA;Il punto, però, rimane lo stesso.&#xA;&#xA;Economisti, sociologi, politologi, politici e funzionari non stanno dimostrando che un altro mondo non funzionerebbe.&#xA;&#xA;Stanno assumendo che il mondo presente funzioni, e usano questa assunzione come metro per giudicare qualsiasi alternativa.&#xA;&#xA;Ma il mondo presente non funziona economicamente.&#xA;&#xA;Non funziona socialmente.&#xA;&#xA;Non funziona politicamente.&#xA;&#xA;E molto spesso non funziona nemmeno amministrativamente.&#xA;&#xA;Semplicemente, siamo abituati ai suoi fallimenti.&#xA;&#xA;Li abbiamo trasformati in paesaggio.&#xA;&#xA;E quando un fallimento dura abbastanza a lungo, smettiamo di chiamarlo fallimento e cominciamo a chiamarlo realtà.&#xA;&#xA;br&#xA;Come si è arrivati a questo?&#xA;&#xA;br&#xA;Per capirlo, potremmo seguire un approccio semplificato: osserviamo il vertice, l’acme dell’essere umano che questa società propone, e vediamo che cosa gli viene chiesto di essere.&#xA;&#xA;Qual è l’essere umano esemplare di questa società?&#xA;&#xA;Che cosa dovremmo essere tutti, o almeno che cosa dovremmo aspirare a diventare?&#xA;&#xA;Qual è l’acme di questa umanità? E che cosa pretende dagli altri?&#xA;&#xA;L’acme è quell’essere imbecille e pomposo che chiamiamo CEO, fotografato normalmente a braccia conserte e con lo sguardo da condottiero. Oppure vestito da quattordicenne quando deve rappresentare l’innovazione: felpa, scarpe da ginnastica e aria di chi sta per reinventare il futuro prima di pranzo.&#xA;&#xA;Questo homo managerus viene presentato come una specie di semidio organizzativo. Vede più lontano degli altri, comprende sistemi complessi, guida migliaia di persone e trasforma il caos in strategia.&#xA;&#xA;Ma se andiamo a osservare le contraddizioni contenute in questo modello, scopriamo che non può funzionare.&#xA;&#xA;Chi immagina il semidio-CEO, infatti, immagina un ossimoro.&#xA;&#xA;Vuole lavoratori autonomi, intelligenti e capaci di iniziativa, perché senza di loro l’organizzazione non funziona. Ma vuole anche lavoratori obbedienti, prevedibili e completamente controllabili.&#xA;&#xA;Vuole persone capaci di prendere decisioni da sole, ma soltanto le decisioni che avrebbe preso lui.&#xA;&#xA;Vuole cittadini istruiti abbastanza da far funzionare istituzioni complesse, ma non abbastanza autonomi da contestarne i fini.&#xA;&#xA;Vuole creatività, ma soltanto entro obiettivi stabiliti dall’alto.&#xA;&#xA;Vuole spirito critico, purché la critica non raggiunga mai la strategia, la gerarchia o chi ha fissato gli obiettivi.&#xA;&#xA;Vuole partecipazione, ma senza una reale condivisione del potere.&#xA;&#xA;Vuole responsabilità individuale, ma conserva per sé il diritto di decidere.&#xA;&#xA;Vuole persone che “pensino fuori dagli schemi”, purché non escano mai dallo schema aziendale.&#xA;&#xA;Questa contraddizione non è un incidente, e non dipende dalla particolare stupidità di qualche dirigente.&#xA;&#xA;È strutturale.&#xA;&#xA;Ogni organizzazione deve mobilitare l’autonomia delle persone, perché ha bisogno della loro intelligenza, della loro esperienza, della loro creatività e della loro capacità di reagire agli imprevisti.&#xA;&#xA;Ma, nello stesso momento, cerca di sopprimere quella stessa autonomia, perché l’autonomia produce comportamenti non prevedibili, decisioni non autorizzate e, nel peggiore dei casi, la possibilità che qualcuno contesti gli obiettivi dell’organizzazione stessa.&#xA;&#xA;L’organizzazione vuole dunque individui autonomi che si comportino come automi.&#xA;&#xA;Persone capaci di pensare, ma non di scegliere i fini.&#xA;&#xA;Capaci di decidere, ma non di decidere diversamente.&#xA;&#xA;Capaci di innovare, ma non di cambiare il sistema dentro il quale innovano.&#xA;&#xA;E non può funzionare.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;E seguendo l’imitazione di questo homo managerius, la stessa contraddizione viene imposta sia alle persone che vogliono fare carriera, sia al dipendente perfetto.&#xA;&#xA;Chi vuole salire nella gerarchia deve diventare progressivamente a immagine e somiglianza del CEO: autonomo, intraprendente, capace di iniziativa, creativo, persino anticonformista nell’aspetto e nel linguaggio. Ma, nello stesso tempo, deve dimostrare di avere interiorizzato completamente gli obiettivi dell’organizzazione.&#xA;&#xA;Deve sembrare libero, senza esserlo davvero.&#xA;&#xA;Anche il dipendente perfetto viene costruito secondo lo stesso modello. Deve essere abbastanza intelligente da risolvere da solo i problemi, abbastanza autonomo da non richiedere istruzioni continue e abbastanza creativo da inventare nuove soluzioni. Ma deve usare tutta questa autonomia esclusivamente per raggiungere fini decisi da qualcun altro.&#xA;&#xA;In pratica, deve diventare una copia in miniatura del CEO.&#xA;&#xA;E, come se non bastasse, poiché la cultura aziendale tracima all’esterno e invade la società, la stessa cosa viene richiesta anche al cittadino medio.&#xA;&#xA;Un essere autonomo che si comporti come un automa.&#xA;&#xA;Deve scegliere liberamente, ma in maniera prevedibile. Deve costruire la propria identità, ma attraverso categorie già disponibili. Deve esprimersi, purché ciò che esprime possa essere classificato, misurato e trasformato in un dato.&#xA;&#xA;Deve essere originale, ma non così originale da diventare incomprensibile al sistema.&#xA;&#xA;Deve essere autonomo, prevedibile e quantificabile.&#xA;&#xA;Potrei fare molti esempi di questi creativi sterili: persone e movimenti che proclamano una trasformazione radicale, ma riescono a immaginarla soltanto all’interno delle strutture già esistenti.&#xA;&#xA;Prendiamo il mondo femminista.&#xA;&#xA;Il femminismo vuole una donna molto diversa da quella tradizionale: una donna autonoma, economicamente indipendente, capace di decidere della propria vita. E per ottenere questo risultato vuole persino modificare l’impianto generale della cultura della nostra società.&#xA;&#xA;E questo potrebbe anche andare.&#xA;&#xA;Se non fosse che, nelle proposte femministe, si vede sorprendentemente poco riguardo a una vera rivoluzione del diritto familiare.&#xA;&#xA;Movimenti che predicano una completa ridefinizione del rapporto tra uomo e donna immaginano una donna autonoma, sì, ma la lasciano chiusa dentro la gabbia delle stesse leggi familiari che regolavano il rapporto tra uomini e donne nel mondo precedente.&#xA;&#xA;Cambiano l’individuo, ma non la struttura.&#xA;&#xA;Pretendono una donna nuova dentro un contratto familiare vecchio.&#xA;&#xA;Vogliono autonomia personale senza ripensare sino in fondo matrimonio, separazione, filiazione, obblighi reciproci, dipendenza economica, responsabilità e distribuzione del potere all’interno della famiglia.&#xA;&#xA;La donna deve diventare completamente autonoma, ma continuare a muoversi dentro un ordinamento costruito quando quella stessa autonomia non era prevista.&#xA;Interessante, vero?&#xA;&#xA;In pratica &#34;immaginiamo un mondo nuovo, certo, con una donna autonoma, ma anche abbastanza automatica da non cambiare l&#39;essenza dei rapporti giuridici tra uomo e donna, ovvero il diritto di famiglia&#34;.&#xA;&#xA;Un altro esempio, questa volta preso da destra, è l’incredibile volontà di giudicare la compatibilità dello straniero con le leggi, le tradizioni e la cultura locale, accompagnata però dal rifiuto totale di applicare lo stesso criterio ai cittadini locali.&#xA;&#xA;Così scopro che l’immigrato dovrebbe parlare perfettamente italiano, conoscere la storia italiana a menadito, rispettare le tradizioni, comprendere le istituzioni, condividere i valori fondamentali della società e magari sapere anche chi abbia scritto l’inno nazionale.&#xA;&#xA;Peccato che pochissimi cittadini locali possiedano davvero la stessa competenza.&#xA;&#xA;Ma quello non si vuole toccare.&#xA;&#xA;Nessuno propone di sottoporre gli italiani a un esame periodico di lingua, storia, diritto costituzionale e compatibilità culturale. Nessuno chiede al cittadino nato sul territorio di dimostrare di conoscere il paese al quale appartiene, o di condividere concretamente i valori che pretende dallo straniero.&#xA;&#xA;Il criterio vale soltanto per chi arriva da fuori.&#xA;&#xA;Cambiamento, certo.&#xA;&#xA;Creiamo pure un nuovo mondo nel quale ogni straniero sia di fatto indistinguibile da un italiano: stessa lingua, stessa cultura, stessa memoria storica, stessi valori, stessi comportamenti.&#xA;&#xA;Senonché non abbiamo sottoposto allo stesso esame di compatibilità gli italiani stessi.&#xA;&#xA;Pretendiamo dunque dallo straniero un livello di integrazione e istruzione che non pretendiamo dalla popolazione locale.&#xA;&#xA;Lo straniero deve diventare il cittadino ideale.&#xA;&#xA;Il cittadino reale, invece, può continuare tranquillamente a ignorare la lingua, la storia, le istituzioni e persino le leggi del proprio paese.&#xA;&#xA;Anche qui abbiamo un pensiero apparentemente radicale, che promette una trasformazione profonda, ma che si arresta esattamente davanti alla struttura che dovrebbe mettere in discussione.&#xA;&#xA;La fantasia al potere, ma anche in manette.&#xA;&#xA;Pensiero autonomo, ma anche automatico.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;In questo modo la società nasconde a se stessa il fatto di creare continuamente la propria identità.&#xA;&#xA;Finge che la cultura italiana esista già, completa e immutabile, e che il solo problema consista nel trasferirla dentro la testa dello straniero.&#xA;&#xA;Ma una società realmente autonoma dovrebbe porsi domande molto più pericolose.&#xA;&#xA;Che cosa intendiamo oggi per cultura italiana?&#xA;Quali tradizioni vogliamo conservare?&#xA;Quali vogliamo abbandonare?&#xA;Quali sono soltanto abitudini, quali sono valori e quali sono semplicemente residui storici?&#xA;Quali leggi rappresentano davvero ciò che diciamo di essere?&#xA;Gli italiani reali condividono questi valori?&#xA;E soprattutto: quale società vogliamo diventare?&#xA;&#xA;Sono domande pericolose perché non chiedono soltanto allo straniero di trasformarsi.&#xA;&#xA;Chiedono alla società di osservare se stessa, giudicare le proprie istituzioni e ammettere che la propria identità non è una cosa ereditata una volta per tutte, ma qualcosa che viene continuamente prodotto, modificato e reinventato.&#xA;&#xA;Ed è precisamente questo compito che si vuole evitare.&#xA;&#xA;Invece di discutere che cosa sia oggi l’Italia, si prepara un test di italianità per gli stranieri.&#xA;&#xA;Invece di chiedersi se gli italiani conoscano, rispettino e condividano davvero le proprie istituzioni, si pretende che lo dimostri chi è appena arrivato.&#xA;&#xA;Ancora una volta, l’intero peso del cambiamento viene trasferito sull’individuo.&#xA;&#xA;Ed è lo stesso meccanismo che si vede nel caso precedente.&#xA;&#xA;La donna deve diventare nuova, autonoma, indipendente e capace di ridefinire completamente il proprio rapporto con l’uomo, ma le istituzioni fondamentali dentro le quali questa autonomia dovrebbe esercitarsi — famiglia, matrimonio, filiazione, obblighi economici, responsabilità reciproche — possono restare sostanzialmente intatte.&#xA;&#xA;Lo straniero deve diventare italiano, ma l’Italia non deve chiedersi che cosa significhi oggi essere italiana.&#xA;&#xA;In entrambi i casi viene promessa una trasformazione radicale, purché a trasformarsi sia soltanto l’individuo.&#xA;&#xA;La donna deve cambiare, ma non necessariamente il diritto familiare.&#xA;&#xA;Lo straniero deve cambiare, ma non la società nella quale dovrebbe integrarsi.&#xA;&#xA;Il soggetto viene dichiarato autonomo proprio mentre gli si vieta di discutere le istituzioni che stabiliscono i confini della sua autonomia.&#xA;&#xA;Può reinventare se stesso, ma non il mondo.&#xA;&#xA;Può educarsi, emanciparsi, integrarsi, migliorarsi, aggiornarsi e lavorare su se stesso.&#xA;&#xA;Ma non deve mai arrivare al punto di dire:&#xA;&#xA;«Adesso discutiamo le istituzioni che hanno deciso che cosa io debba diventare».&#xA;&#xA;Perché quello sarebbe il momento autenticamente politico.&#xA;&#xA;Sarebbe il momento nel quale la società smette di considerare le proprie leggi, le proprie strutture e i propri valori come fenomeni naturali e riconosce di averli creati.&#xA;&#xA;E dunque di poterli cambiare.&#xA;&#xA;Ma questa società non vuole reinventarsi.&#xA;&#xA;Vuole che siano gli individui a reinventarsi continuamente, per adattarsi a istituzioni che rimangono fuori dalla discussione.&#xA;&#xA;La fantasia al potere, entro certi limiti di legge.&#xA;&#xA;Pensiero autonomo, ma anche automatico.&#xA;&#xA;Autonomia nei mezzi, obbedienza nei fini.&#xA;&#xA;br&#xA;Il motivo per il quale l’immaginazione del futuro e della società è morta è che è stata imbrigliata e soffocata dentro una forma molto particolare di autonomia.&#xA;&#xA;Possiamo essere autonomi, certo.&#xA;&#xA;Possiamo scegliere, inventare, ridefinirci, migliorarci e immaginare qualcosa di nuovo. Ma soltanto a condizione che i fini rimangano quelli già stabiliti.&#xA;&#xA;Possiamo immaginare un mondo fatto come quello attuale, soltanto un poco più efficiente, più inclusivo, più tecnologico, più ordinato o più sostenibile.&#xA;&#xA;Possiamo cambiare i mezzi.&#xA;&#xA;Non può però venire meno l’obbedienza nei fini.&#xA;&#xA;Ed è precisamente qui che l’immaginazione si spegne.&#xA;&#xA;Perché un’immaginazione alla quale è consentito modificare soltanto i dettagli non è più immaginazione politica. È progettazione. È ottimizzazione. È manutenzione dell’esistente.&#xA;&#xA;Così possiamo immaginare una donna nuova, autonoma, indipendente e completamente diversa da quella tradizionale, senza però toccare davvero il diritto familiare.&#xA;&#xA;Matrimonio, divorzio, eredità, monogamia, filiazione, obblighi reciproci: tutto questo può rimanere sullo sfondo, come se fosse un insieme di dati naturali anziché il prodotto di precise scelte storiche e politiche.&#xA;&#xA;La donna può reinventarsi.&#xA;&#xA;La struttura nella quale deve vivere, molto meno.&#xA;&#xA;Allo stesso modo, possiamo immaginare un paese nel quale tutti siano omogeneamente italiani, nel quale ogni straniero parli la lingua, conosca la storia, condivida i valori e adotti i comportamenti richiesti.&#xA;&#xA;Ma non chiediamo alla società di definire, per legge e in modo esplicito, che cosa voglia dire essere italiani.&#xA;&#xA;Non chiediamo quali tradizioni siano davvero vincolanti, quali valori debbano essere condivisi, quali comportamenti siano incompatibili e, soprattutto, se gli italiani stessi soddisfino quei criteri.&#xA;&#xA;Pretendiamo l’adattamento dell’individuo, ma rifiutiamo l’autodefinizione della società.&#xA;&#xA;In entrambi i casi, il cambiamento viene autorizzato purché non raggiunga mai il livello nel quale si decidono i fini.&#xA;&#xA;L’individuo può trasformarsi quanto vuole.&#xA;&#xA;La società no.&#xA;&#xA;br&#xA;L&#39;immaginario e&#39; morto perche&#39; e&#39; stato limitato ai mezzi, e gli e&#39; vietato di mettere in dubbio gli obiettivi finali.&#xA;&#xA;Prendiamo il cinema per far capire quale sia il processo in corso.&#xA;&#xA;Arriva qualcuno di estremamente innovativo, e lo sottopone alle case produttrici di oggi. I manager sono i nostri CEO/Homo Managerius,&#xA;che cercano di limitare l&#39;immaginazione sociale ai mezzi, senza toccare i fini della societa&#39;.&#xA;&#xA;Il problema e&#39; che occorre esaltare l&#39;innovativita&#39; dei mezzi, prendiamo per esempio la comune violenza individuale, ma dobbiamo lasciare&#xA;intoccati tutti i fini della societa&#39;: una vita consumistica.&#xA;&#xA;Chiaramente, qualsiasi azienda si opporra&#39;. Le scene di violenza sono chiaramente vendibili, ma il fine, la distruzione del consumismo, non lo e&#39;.&#xA;&#xA;Per chi non lo sa, Fight Club rischio&#39; di non uscire mai per via di questa contraddizione. Il mezzo era creativo e vastamente accettabile , ed accettato.&#xA;Il fine, invece no. La distruzione del consumismo e del sistema finanziario non era un fine accettabile.&#xA;&#xA;Il film adopera un mezzo che la nostra società comprende perfettamente: la violenza. Uomini che si picchiano, terrorismo, esplosioni, organizzazioni clandestine, disciplina militare, sacrificio fisico. Tutte cose che il nostro immaginario sa rappresentare senza alcuna difficoltà.&#xA;&#xA;La violenza è ammessa. È cinematograficamente leggibile. Può essere spettacolarizzata, venduta, trasformata in trailer, poster e merchandising.&#xA;&#xA;Il problema nasce quando quella violenza viene orientata verso un fine che la società non considera accettabile: distruggere il consumismo, o almeno distruggere il dominio che il consumo esercita sull’identità delle persone.&#xA;&#xA;A quel punto il film diventa quasi incomprensibile per l’organizzazione che lo sta producendo.&#xA;&#xA;La Fox possiede tutti i mezzi necessari per realizzarlo: denaro, attori, tecnici, studi, distribuzione, pubblicità. E non ha alcun problema, in linea di principio, a mostrare uomini che si massacrano di botte.&#xA;&#xA;Quello che crea il conflitto è il fine.&#xA;&#xA;Il film non dice semplicemente che la violenza è eccitante. Dice che l’uomo costruito dal consumo è vuoto, addomesticato, reso impotente, e che qualcuno potrebbe arrivare a usare la violenza per uscire da quella gabbia e distruggere il sistema che l’ha prodotta.&#xA;&#xA;La violenza, dunque, è un mezzo socialmente accettato.&#xA;&#xA;La distruzione del consumismo non è un fine socialmente accettato.&#xA;&#xA;Ed è per questo che Fight Club poté essere prodotto soltanto attraverso una specie di disobbedienza interna alla stessa azienda che lo finanziava. Alcuni dirigenti usarono i mezzi della corporation contro gli automatismi ideologici della corporation.&#xA;&#xA;Il risultato è quasi comico: una grande azienda finanzia un film contro il mondo costruito dalle grandi aziende, e poi, una volta terminato, scopre di non sapere bene che cosa farsene.&#xA;&#xA;Perché il sistema accetta perfettamente che si immagini la violenza.&#xA;&#xA;Quello che non accetta è che si immagini uno scopo diverso.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Per esempio, esistono declinazioni più o meno femministe, o pseudofemministe, di Wonder Woman.&#xA;&#xA;Bello.&#xA;&#xA;Ma provate a immaginare Wonder Woman contro l’industria della moda.&#xA;&#xA;Se ci mettiamo un sacco di violenza distruttiva e una Wonder Woman incazzata perché ha preso qualche chilo, non entra più nei costumi che le hanno disegnato e non ne può più di vestirsi come una battona per soddisfare il mercato, probabilmente potremmo ottenere un effetto piuttosto esilarante.&#xA;&#xA;Una supereroina che non combatte il solito miliardario pazzo, il mostro interdimensionale o il generale megalomane, ma l’intera macchina economica che stabilisce come debba apparire il corpo femminile.&#xA;&#xA;E potremmo continuare all’infinito.&#xA;&#xA;Batman contro Wall Street.&#xA;&#xA;Superman contro Google.&#xA;&#xA;Con degli sceneggiatori decenti, ci sarebbe parecchio da ridere.&#xA;&#xA;I mezzi ci sono già tutti. Violenza, inseguimenti, esplosioni, palazzi distrutti, dirigenti scaraventati attraverso le finestre, server farm ridotte in cenere e consigli di amministrazione terrorizzati.&#xA;&#xA;Il cinema contemporaneo non ha alcun problema con questi mezzi. Li usa continuamente.&#xA;&#xA;Ma sarebbero tutti film caratterizzati da una perfetta concordanza nei mezzi e da una totale discordanza nei fini.&#xA;&#xA;br&#xA;Tutti vorremmo vedere Batman che sventra Elon Musk, o almeno un personaggio che gli assomiglia in maniera così evidente che nessuno avrebbe bisogno di leggere il nome nei titoli di coda.&#xA;&#xA;Sarebbe persino divertente.&#xA;&#xA;Eppure un film simile non verrebbe percepito semplicemente come un altro film violento. Verrebbe percepito come qualcosa di pericoloso.&#xA;&#xA;Non perché Batman picchia qualcuno.&#xA;Batman picchia qualcuno da quasi un secolo. Figuriamoci. I mezzi sono ampiamente accettati.&#xA;&#xA;Il problema sarebbe chi picchia, e soprattutto perché.&#xA;&#xA;La violenza contro il criminale eccentrico è perfettamente accettabile. La violenza contro una struttura economica reale, riconoscibile e ancora potente diventa improvvisamente irresponsabile, estremista, divisiva, problematica.&#xA;&#xA;Ripeto: l’immaginario attuale è prodotto da persone autorizzate a essere creative nei mezzi, ma obbligate a essere conservatrici nei fini.&#xA;&#xA;Possono inventare armi mai viste, città impossibili, nuovi pianeti, nuove specie, nuove tecnologie e nuovi modi di distruggere un edificio.&#xA;&#xA;Ma non possono immaginare seriamente un nemico diverso.&#xA;&#xA;Possono cambiare il costume del supereroe.&#xA;&#xA;Non possono cambiare ciò che il supereroe difende.&#xA;&#xA;Per questa ragione Lobo contro Mark Zuckerberg* non uscirà mai.&#xA;&#xA;Peccato.&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Nello scorso post ho parlato di come le logiche tecniche — o le culture aziendali, come si chiamano oggi — stiano traboccando dai confini delle aziende e stiano progressivamente allagando i campi della politica, della società e della cultura. Il vero problema, però, è che le grandi aziende, o comunque le realtà economiche immense, non sono affatto una novità. Esistono da secoli. Basti pensare alle compagnie coloniali inglesi e olandesi, che disponevano di eserciti, flotte, territori e poteri quasi statali. E prima ancora esistevano i grandi mercanti, i banchieri, le corporazioni e le famiglie commerciali capaci di influenzare interi regni.
Quindi la domanda è: che cosa è cambiato, dentro le aziende?</p>

<p>La risposta è: nulla.</p>

<p>A essere cambiato è ciò che sta fuori dalle aziende, e lo è in un senso molto specifico.</p>

<p>Nel senso, appunto, di <em>Nequaquam vacuum</em>: la natura non tollera il vuoto. E se esiste un vero e proprio orrore del vuoto, allora il motivo per cui gli ideali aziendali prendono il posto di quelli civili è molto semplice: gli ideali civili non esistono più. O, quantomeno, non esistono più in una forma abbastanza forte, condivisa e riconoscibile da poter occupare quello spazio.</p>

<p>Le aziende sono rimaste praticamente le uniche realtà nelle quali esista ancora una cultura comune — quella che viene infatti chiamata “cultura aziendale” — insieme a obiettivi dichiarati di crescita, sviluppo e miglioramento. Che poi questi obiettivi siano sinceri, realistici o semplicemente funzionali alla produttività è un altro discorso. Ma almeno esistono, vengono formulati, ripetuti e trasformati in una narrazione collettiva.</p>

<p>Per usare una frase che ho sentito in sala mensa:</p>

<p>«Se soltanto i governi volessero migliorare le nostre vite quanto lo vuole il nostro reparto Human Resources».</p>

<p>E lo so: detta così sembra paradossale. Anzi, sembra quasi una battuta. Ma il succo è esattamente questo.</p>

<p>E c’è una ragione specifica.</p>

<p>Immaginate di poter sognare. Provate a immaginare un paese migliore. Il vostro paese, ma migliore. Diciamo pure fantascienza, se la parola “utopia” vi mette a disagio.</p>

<p>Come lo immaginate?</p>

<p>Potete fare questo esercizio del paese utopico quanto volete, ma il risultato sarà quasi sempre lo stesso: tutto quello che siete ancora capaci di “sognare” <strong>è una pubblica amministrazione più efficiente.</strong></p>

<p>Meno burocrazia, direte. Una giustizia più rapida, più efficace e con una maggiore certezza della pena. Una polizia che funziona meglio. Ospedali meglio organizzati. Scuole più efficienti. Uffici pubblici nei quali non si perdano documenti, tempo e pazienza. E blablabla.</p>

<p>Insomma, quando vi si chiede di immaginare un’utopia, tutto ciò che riuscite realmente a concepire è una serie di miglioramenti apportati alla pubblica amministrazione attuale.</p>

<p>La stessa società di oggi, soltanto amministrata meglio.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
La cosa può sembrare irrilevante, ma potrete notare anche altri segnali piuttosto scoraggianti.</p>

<p>Se andate a osservare l’immaginazione del futuro, per esempio nel settore fantascientifico di Netflix, o di qualsiasi altra piattaforma di streaming preferiate, scoprirete una cosa devastante: l’immaginario del futuro è ormai quasi completamente <strong>distopico</strong>.</p>

<p>Il futuro, quando viene rappresentato, è quasi sempre peggiore del presente. È più autoritario, più violento, più povero, più disumano. Ci sono catastrofi climatiche, guerre permanenti, epidemie, collassi sociali, multinazionali onnipotenti, intelligenze artificiali assassine, città invivibili e governi totalitari.</p>

<p>Ma quasi mai un mondo migliore.</p>

<p>Me ne sono reso conto quando mi sono messo a scrivere <em>Averno</em>. <em>Averno</em> è un’utopia fantascientifica. E immaginare un mondo migliore nel futuro è stato un lavoro improbo.</p>

<p>Mi sono dovuto rendere conto, piuttosto amaramente, che il “male” era entrato dentro di noi. Anche dentro di me.</p>

<p>Immaginare ucronie distopiche era relativamente semplice. Bastava prendere qualcosa che già esiste, peggiorarlo, estenderlo e portarlo alle sue conseguenze più estreme. Anche dentro di me, però, esisteva questa difficoltà quasi fisica nell’immaginare un futuro che non fosse distopico.</p>

<p>Come se il futuro dovesse necessariamente essere una punizione.</p>

<p>Il compromesso fu quello di far avvenire prima tutta la distopia che oggi riusciamo a immaginare, ambientare il romanzo nel 2500 e rotti, e soltanto a quel punto provare a concepire un’umanità che avesse imparato qualcosa da lezioni durissime.</p>

<p>È molto strano, ma sembra funzionare così.</p>

<p>Una volta soddisfatto l’impulso millenaristico — «le foreste bruceranno» — possiamo finalmente immaginare foreste OGM capaci di muoversi, di migrare per seguire il fresco e di ricoprire nuovamente il pianeta.</p>

<p>Prima deve arrivare l’Apocalisse. Poi, e soltanto poi, sembra diventare possibile pensare a qualcosa di migliore.</p>

<p>Per qualche strano motivo, ho notato che questo impulso millenaristico aveva inquinato anche me.</p>

<p>Come tanti, non riuscivo a non pensare alla “terza guerra mondiale”. Ma l’esistenza futura di una terza guerra mondiale non è affatto scontata.</p>

<p>Per prima cosa, quelle che chiamiamo guerre “mondiali” sono state principalmente guerre tra stati europei. Anche includendo gli Stati Uniti e il Giappone, al massimo sono state guerre tra paesi industrializzati, combattute attraverso imperi coloniali e alleanze internazionali.</p>

<p>Il fatto che in seguito abbiamo appiccicato a quelle guerre l’etichetta di “mondiali” non significa che fossero percepite in quel modo mentre accadevano.</p>

<p>Chi partecipò alla guerra del 1914-1918 sapeva di partecipare a una guerra. Dopo, quando si contarono i morti e i danni, divenne la “Grande Guerra”.</p>

<p>La percezione della guerra del 1914-1918 come <strong>prima</strong> guerra <strong>mondiale</strong> venne dopo.</p>

<p>E lo stesso vale per la seconda guerra mondiale.</p>

<p>Nessuno, all’epoca, poteva parlare spontaneamente di “seconda” guerra mondiale, perché chiamarla “seconda” presupponeva che la precedente fosse già stata fissata definitivamente nella memoria collettiva come “prima”. Cosa che non era. Quelle guerre vennero vissute come guerre nazionali, coloniali o internazionali, a seconda del punto di vista di chi le combatteva.</p>

<p>Soltanto in seguito qualcuno cominciò a catalogare le grandi guerre tra paesi industrializzati come “prima guerra mondiale” e “seconda guerra mondiale”.</p>

<p>Ma questa catalogazione, apparentemente innocua, produce immediatamente un effetto.</p>

<p>Se esiste una prima guerra mondiale e ne esiste una seconda, allora per induzione deve esistere anche una terza guerra mondiale.</p>

<p>E poi una quarta. Una quinta. Una guerra mondiale numero <em>n</em>. E, inevitabilmente, una guerra mondiale numero <em>n+1</em>.</p>

<p>La numerazione trasforma due eventi storici in una serie.</p>

<p>E una volta costruita la serie, cominciamo a considerare il termine successivo non soltanto possibile, ma quasi inevitabile.</p>

<hr/>

<p><br>
Ma se soltanto cinquanta o sessant’anni fa avessimo chiesto a qualcuno di immaginare società diverse, migliori e persino utopistiche, ne avremmo ottenute a bizzeffe.</p>

<p>Avremmo trovato racconti sul “risveglio” dell’umanità, mondi nei quali la scienza aveva liberato le persone dalla miseria, società capaci di superare la guerra, la fame, lo sfruttamento e forse persino il denaro.</p>

<p>E questo immaginario non apparteneva soltanto alla filosofia o alla letteratura più ambiziosa. Esisteva anche nella cultura popolare.</p>

<p>Basta pensare al mondo utopistico di <em>Star Trek</em>, nel quale la scarsità è stata sostanzialmente sconfitta, il denaro non organizza più l’intera società e le persone lavorano soprattutto per migliorarsi, esplorare e contribuire al bene degli altri.</p>

<p>Quel futuro poteva essere ingenuo, certamente. Poteva essere ottimista sino all’eccesso. Ma almeno esisteva. Nel senso che qualcuno lo aveva immaginato, sognato, rappresentato.</p>

<p>Oggi, invece, <strong><em>sembriamo avere perso persino la capacità di concepirlo.</em></strong></p>

<p>Perché non siamo più capaci di immaginare il progresso?</p>

<p>E non dico necessariamente un’utopia perfetta, senza conflitti e senza difetti. Dico qualcosa di molto più modesto: un mondo nettamente migliore di quello attuale. Più avanzato, più vivibile, meno crudele, con meno sofferenza e più felicità.</p>

<p>Perché riusciamo a immaginare con estrema facilità il collasso, la guerra, la dittatura, l’estinzione, la pandemia e la catastrofe climatica, ma facciamo una fatica enorme a immaginare una società che abbia semplicemente risolto alcuni dei propri problemi?</p>

<p>Questo è il vero problema.</p>

<p>Non il fatto che il futuro possa essere terribile.</p>

<p>Il fatto che non riusciamo più nemmeno a concepirlo migliore. Le nostre menti mutilate, apparentemente, hanno perso l&#39;organo di “sognare un mondo migliore”.</p>

<p>Il massimo che sappiamo immaginare, ormai, è una pubblica amministrazione più efficiente.</p>

<p>Non una società diversa. Non rapporti umani migliori. Non un nuovo modo di vivere, lavorare, abitare, conoscere o stare insieme.</p>

<p>Gli stessi ministeri, gli stessi tribunali, gli stessi ospedali, le stesse scuole, gli stessi uffici e le stesse città.</p>

<p>Soltanto con meno moduli, meno code, meno ritardi e un’applicazione che funziona.</p>

<hr/>

<p><br>
La risposta sarà quasi sempre la stessa:</p>

<p>«Non esistono alternative a quello che stiamo facendo adesso».</p>

<p>E non appena proviamo a insistere, ecco comparire l’intero apparato degli esperti incaricati di spiegarci perché qualsiasi alternativa sia impossibile.</p>
<ul><li>Gli economisti ci spiegheranno che non ci sono abbastanza soldi e che quel mondo non funzionerebbe economicamente.</li>
<li>I sociologi ci spiegheranno che una società organizzata in quel modo non sopravviverebbe, perché bla, bla, bla.</li>
<li>I politologi ci spiegheranno che quell’ordinamento non funzionerebbe, perché bla, bla, bla.</li>
<li>I politici e i funzionari ci spiegheranno che non si può fare, perché bla, bla, bla.</li></ul>

<p>Ovviamente, mostrare che si tratta spesso di semplice fuffa applicata sarebbe piuttosto facile.</p>

<p>È come quando la BCE ci spiega che certe regole sono necessarie per garantire la stabilità finanziaria. Se c’è una cosa che non è esistita negli ultimi sessant’anni, è proprio la stabilità dei mercati finanziari.</p>

<p>Abbiamo avuto crisi valutarie, crisi petrolifere, crisi bancarie, bolle speculative, crolli immobiliari, recessioni, inflazione, deflazione, salvataggi pubblici, fallimenti sistemici e mercati tenuti in piedi dalle banche centrali.</p>

<p>La famosa stabilità finanziaria, insomma, deve essersi assentata proprio durante gli anni nei quali quelle regole avrebbero dovuto garantirla.</p>

<p>Allora, agli economisti che obiettano che il mondo utopistico che abbiamo in mente non funzionerebbe economicamente, potremmo rispondere con un’osservazione molto semplice:
nemmeno <strong>questo</strong> mondo funziona economicamente.</p>

<p>Non è che stiamo confrontando un sistema perfettamente funzionante con un’utopia ingenua e irrealizzabile.</p>

<p>Stiamo confrontando un’ipotesi diversa con un sistema che produce continuamente crisi, precarietà, disuguaglianze, emergenze e fallimenti, ma che pretende comunque di essere considerato l’unico sistema realistico possibile.</p>

<p>E la stessa critica può essere applicata ai sociologi, ai politologi, ai politici e ai funzionari.</p>

<p>Ai sociologi che ci spiegano che una società diversa non potrebbe sopravvivere, potremmo rispondere che nemmeno questa società sembra cavarsela particolarmente bene.</p>

<p>Produce solitudine, alienazione, crollo demografico, epidemie di disagio mentale, comunità disgregate, famiglie sempre più fragili e individui che trascorrono una parte crescente della propria vita a discutere con sconosciuti ostili attraverso uno schermo.</p>

<p>Se questo è il modello di società che “funziona”, sarebbe interessante sapere che cosa dovrebbe accadere prima che venga dichiarato non funzionante.</p>

<p>Ai politologi che ci spiegano che un ordinamento diverso sarebbe instabile, potremmo far notare che gli ordinamenti esistenti non sembrano esattamente dei monumenti alla stabilità.</p>

<p>Abbiamo governi che cadono, parlamenti paralizzati, partiti che scompaiono, elettori che non votano più, istituzioni nelle quali nessuno crede, movimenti antisistema, colpi di stato, guerre civili, rivolte e democrazie che producono periodicamente personaggi intenzionati a smantellare la democrazia stessa.</p>

<p>Anche qui, dunque, non stiamo confrontando un sistema stabile con uno instabile.</p>

<p>Stiamo confrontando un sistema instabile che conosciamo con un sistema diverso che ci viene proibito persino di immaginare, in nome della stabilità.</p>

<p>Ai politici che ci spiegano che una certa soluzione non sarebbe realizzabile, potremmo ricordare che il loro lavoro consisterebbe precisamente nel rendere realizzabili le cose che la società considera desiderabili.</p>

<p>Un politico che risponde a ogni proposta dicendo che non si può fare è come un medico che risponde a ogni malattia spiegando che il corpo umano è molto complicato.</p>

<p>Probabilmente è vero.</p>

<p>Ma non è per ascoltare questa osservazione che lo abbiamo chiamato.</p>

<p>Quanto ai funzionari, la loro obiezione è quasi inevitabile: una realtà diversa richiederebbe procedure diverse, competenze diverse e forse istituzioni diverse. In altre parole, metterebbe in discussione il sistema del quale essi sono il prodotto, gli interpreti e spesso anche i custodi.</p>

<p>È quindi del tutto naturale che ci spieghino come ogni cambiamento sostanziale sia tecnicamente impossibile, amministrativamente impraticabile o giuridicamente prematuro.</p>

<p>Il punto, però, rimane lo stesso.</p>

<p>Economisti, sociologi, politologi, politici e funzionari non stanno dimostrando che un altro mondo non funzionerebbe.</p>

<p>Stanno assumendo che il mondo presente funzioni, e usano questa assunzione come metro per giudicare qualsiasi alternativa.</p>

<p>Ma il mondo presente non funziona economicamente.</p>

<p>Non funziona socialmente.</p>

<p>Non funziona politicamente.</p>

<p>E molto spesso non funziona nemmeno amministrativamente.</p>

<p>Semplicemente, siamo abituati ai suoi fallimenti.</p>

<p>Li abbiamo trasformati in paesaggio.</p>

<p>E quando un fallimento dura abbastanza a lungo, smettiamo di chiamarlo fallimento e cominciamo a chiamarlo realtà.</p>

<hr/>

<p><br>
Come si è arrivati a questo?</p>

<p><br>
Per capirlo, potremmo seguire un approccio semplificato: osserviamo il vertice, l’acme dell’essere umano che questa società propone, e vediamo che cosa gli viene chiesto di essere.</p>

<p>Qual è l’essere umano esemplare di questa società?</p>

<p>Che cosa dovremmo essere tutti, o almeno che cosa dovremmo aspirare a diventare?</p>

<p>Qual è l’<strong>acme</strong> di questa umanità? E che cosa pretende dagli altri?</p>

<p>L’acme è quell’essere imbecille e pomposo che chiamiamo CEO, fotografato normalmente a braccia conserte e con lo sguardo da condottiero. Oppure vestito da quattordicenne quando deve rappresentare l’innovazione: felpa, scarpe da ginnastica e aria di chi sta per reinventare il futuro prima di pranzo.</p>

<p>Questo <em>homo managerus</em> viene presentato come una specie di semidio organizzativo. Vede più lontano degli altri, comprende sistemi complessi, guida migliaia di persone e trasforma il caos in strategia.</p>

<p>Ma se andiamo a osservare le contraddizioni contenute in questo modello, scopriamo che non può funzionare.</p>

<p>Chi immagina il semidio-CEO, infatti, immagina un ossimoro.</p>

<p>Vuole lavoratori autonomi, intelligenti e capaci di iniziativa, perché senza di loro l’organizzazione non funziona. Ma vuole anche lavoratori obbedienti, prevedibili e completamente controllabili.</p>

<p>Vuole persone capaci di prendere decisioni da sole, ma soltanto le decisioni che avrebbe preso lui.</p>

<p>Vuole cittadini istruiti abbastanza da far funzionare istituzioni complesse, ma non abbastanza autonomi da contestarne i fini.</p>

<p>Vuole creatività, ma soltanto entro obiettivi stabiliti dall’alto.</p>

<p>Vuole spirito critico, purché la critica non raggiunga mai la strategia, la gerarchia o chi ha fissato gli obiettivi.</p>

<p>Vuole partecipazione, ma senza una reale condivisione del potere.</p>

<p>Vuole responsabilità individuale, ma conserva per sé il diritto di decidere.</p>

<p>Vuole persone che “pensino fuori dagli schemi”, purché non escano mai dallo schema aziendale.</p>

<p>Questa contraddizione non è un incidente, e non dipende dalla particolare stupidità di qualche dirigente.</p>

<p>È strutturale.</p>

<p>Ogni organizzazione deve mobilitare l’autonomia delle persone, perché ha bisogno della loro intelligenza, della loro esperienza, della loro creatività e della loro capacità di reagire agli imprevisti.</p>

<p>Ma, nello stesso momento, cerca di sopprimere quella stessa autonomia, perché l’autonomia produce comportamenti non prevedibili, decisioni non autorizzate e, nel peggiore dei casi, la possibilità che qualcuno contesti gli obiettivi dell’organizzazione stessa.</p>

<h2 id="l-organizzazione-vuole-dunque-individui-autonomi-che-si-comportino-come-automi">L’organizzazione vuole dunque individui autonomi che si comportino come automi.</h2>

<p>Persone capaci di pensare, ma non di scegliere i fini.</p>

<p>Capaci di decidere, ma non di decidere diversamente.</p>

<p>Capaci di innovare, ma non di cambiare il sistema dentro il quale innovano.</p>

<p>E non può funzionare.</p>

<hr/>

<p><br>
E seguendo l’imitazione di questo <em>homo managerius</em>, la stessa contraddizione viene imposta sia alle persone che vogliono fare carriera, sia al dipendente perfetto.</p>

<p>Chi vuole salire nella gerarchia deve diventare progressivamente a immagine e somiglianza del CEO: autonomo, intraprendente, capace di iniziativa, creativo, persino anticonformista nell’aspetto e nel linguaggio. Ma, nello stesso tempo, deve dimostrare di avere interiorizzato completamente gli obiettivi dell’organizzazione.</p>

<p>Deve sembrare libero, senza esserlo davvero.</p>

<p>Anche il dipendente perfetto viene costruito secondo lo stesso modello. Deve essere abbastanza intelligente da risolvere da solo i problemi, abbastanza autonomo da non richiedere istruzioni continue e abbastanza creativo da inventare nuove soluzioni. Ma deve usare tutta questa autonomia esclusivamente per raggiungere fini decisi da qualcun altro.</p>

<p>In pratica, deve diventare una copia in miniatura del CEO.</p>

<p>E, come se non bastasse, poiché la cultura aziendale tracima all’esterno e invade la società, la stessa cosa viene richiesta anche al cittadino medio.</p>

<p>Un essere autonomo che si comporti come un automa.</p>

<p>Deve scegliere liberamente, ma in maniera prevedibile. Deve costruire la propria identità, ma attraverso categorie già disponibili. Deve esprimersi, purché ciò che esprime possa essere classificato, misurato e trasformato in un dato.</p>

<p>Deve essere originale, ma non così originale da diventare incomprensibile al sistema.</p>

<p>Deve essere autonomo, prevedibile e quantificabile.</p>

<p>Potrei fare molti esempi di questi creativi sterili: persone e movimenti che proclamano una trasformazione radicale, ma riescono a immaginarla soltanto all’interno delle strutture già esistenti.</p>

<p>Prendiamo il mondo femminista.</p>

<p>Il femminismo vuole una donna molto diversa da quella tradizionale: una donna autonoma, economicamente indipendente, capace di decidere della propria vita. E per ottenere questo risultato vuole persino modificare l’impianto generale della cultura della nostra società.</p>

<p>E questo potrebbe anche andare.</p>

<p>Se non fosse che, nelle proposte femministe, si vede sorprendentemente poco riguardo a una vera rivoluzione del diritto familiare.</p>

<p>Movimenti che predicano una completa ridefinizione del rapporto tra uomo e donna immaginano una donna autonoma, sì, ma la lasciano chiusa dentro la gabbia delle stesse leggi familiari che regolavano il rapporto tra uomini e donne nel mondo precedente.</p>

<p>Cambiano l’individuo, ma non la struttura.</p>

<p>Pretendono una donna nuova dentro un contratto familiare vecchio.</p>

<p>Vogliono autonomia personale senza ripensare sino in fondo matrimonio, separazione, filiazione, obblighi reciproci, dipendenza economica, responsabilità e distribuzione del potere all’interno della famiglia.</p>

<p>La donna deve diventare completamente autonoma, ma continuare a muoversi dentro un ordinamento costruito quando quella stessa autonomia non era prevista.
Interessante, vero?</p>

<p>In pratica “immaginiamo un mondo nuovo, certo, con una donna autonoma, ma anche abbastanza automatica da non cambiare l&#39;essenza dei rapporti giuridici tra uomo e donna, ovvero il diritto di famiglia”.</p>

<hr/>

<p>Un altro esempio, questa volta preso da destra, è l’incredibile volontà di giudicare la compatibilità dello straniero con le leggi, le tradizioni e la cultura locale, accompagnata però dal rifiuto totale di applicare lo stesso criterio ai cittadini locali.</p>

<p>Così scopro che l’immigrato dovrebbe parlare perfettamente italiano, conoscere la storia italiana a menadito, rispettare le tradizioni, comprendere le istituzioni, condividere i valori fondamentali della società e magari sapere anche chi abbia scritto l’inno nazionale.</p>

<p>Peccato che pochissimi cittadini locali possiedano davvero la stessa competenza.</p>

<p>Ma quello non si vuole toccare.</p>

<p>Nessuno propone di sottoporre gli italiani a un esame periodico di lingua, storia, diritto costituzionale e compatibilità culturale. Nessuno chiede al cittadino nato sul territorio di dimostrare di conoscere il paese al quale appartiene, o di condividere concretamente i valori che pretende dallo straniero.</p>

<p>Il criterio vale soltanto per chi arriva da fuori.</p>

<p>Cambiamento, certo.</p>

<p>Creiamo pure un nuovo mondo nel quale ogni straniero sia di fatto indistinguibile da un italiano: stessa lingua, stessa cultura, stessa memoria storica, stessi valori, stessi comportamenti.</p>

<p>Senonché non abbiamo sottoposto allo stesso esame di compatibilità gli italiani stessi.</p>

<h3 id="pretendiamo-dunque-dallo-straniero-un-livello-di-integrazione-e-istruzione-che-non-pretendiamo-dalla-popolazione-locale"><strong>Pretendiamo dunque dallo straniero un livello di integrazione e istruzione che non pretendiamo dalla popolazione locale.</strong></h3>

<p>Lo straniero deve diventare il cittadino ideale.</p>

<p>Il cittadino reale, invece, può continuare tranquillamente a ignorare la lingua, la storia, le istituzioni e persino le leggi del proprio paese.</p>

<p>Anche qui abbiamo un pensiero apparentemente radicale, che promette una trasformazione profonda, ma che si arresta esattamente davanti alla struttura che dovrebbe mettere in discussione.</p>

<p>La fantasia al potere, ma anche in manette.</p>

<p>Pensiero autonomo, ma anche automatico.</p>

<hr/>

<p><br>
<br></p>

<h2 id="in-questo-modo-la-società-nasconde-a-se-stessa-il-fatto-di-creare-continuamente-la-propria-identità">In questo modo la società nasconde a se stessa il fatto di creare continuamente la propria identità.</h2>

<p>Finge che la cultura italiana esista già, completa e immutabile, e che il solo problema consista nel trasferirla dentro la testa dello straniero.</p>

<p>Ma una società realmente autonoma dovrebbe porsi domande molto più pericolose.</p>
<ul><li>Che cosa intendiamo oggi per cultura italiana?</li>
<li>Quali tradizioni vogliamo conservare?</li>
<li>Quali vogliamo abbandonare?</li>
<li>Quali sono soltanto abitudini, quali sono valori e quali sono semplicemente residui storici?</li>
<li>Quali leggi rappresentano davvero ciò che diciamo di essere?</li>
<li>Gli italiani reali condividono questi valori?</li>
<li>E soprattutto: quale società vogliamo diventare?</li></ul>

<p>Sono domande pericolose perché non chiedono soltanto allo straniero di trasformarsi.</p>

<p>Chiedono alla società di osservare se stessa, giudicare le proprie istituzioni e ammettere che la propria identità non è una cosa ereditata una volta per tutte, ma qualcosa che viene continuamente prodotto, modificato e reinventato.</p>

<p>Ed è precisamente questo compito che si vuole evitare.</p>

<p>Invece di discutere che cosa sia oggi l’Italia, si prepara un test di italianità per gli stranieri.</p>

<p>Invece di chiedersi se gli italiani conoscano, rispettino e condividano davvero le proprie istituzioni, si pretende che lo dimostri chi è appena arrivato.</p>

<p>Ancora una volta, l’intero peso del cambiamento viene trasferito sull’individuo.</p>

<p>Ed è lo stesso meccanismo che si vede nel caso precedente.</p>

<p>La donna deve diventare nuova, autonoma, indipendente e capace di ridefinire completamente il proprio rapporto con l’uomo, <strong>ma le istituzioni fondamentali dentro le quali questa autonomia dovrebbe esercitarsi — famiglia, matrimonio, filiazione, obblighi economici, responsabilità reciproche — possono restare sostanzialmente intatte.</strong></p>

<p>Lo straniero deve diventare italiano, <strong>ma l’Italia non deve chiedersi che cosa significhi oggi essere italiana.</strong></p>

<p>In entrambi i casi viene promessa una trasformazione radicale, purché a trasformarsi sia soltanto l’individuo.</p>

<p>La donna deve cambiare, ma non necessariamente il diritto familiare.</p>

<p>Lo straniero deve cambiare, ma non la società nella quale dovrebbe integrarsi.</p>

<p>Il soggetto viene dichiarato autonomo proprio mentre gli si vieta di discutere le istituzioni che stabiliscono i confini della sua autonomia.</p>

<p>Può reinventare se stesso, ma non il mondo.</p>

<p>Può educarsi, emanciparsi, integrarsi, migliorarsi, aggiornarsi e lavorare su se stesso.</p>

<p>Ma non deve mai arrivare al punto di dire:</p>

<p>«Adesso discutiamo le istituzioni che hanno deciso che cosa io debba diventare».</p>

<p>Perché quello sarebbe il momento autenticamente politico.</p>

<p>Sarebbe il momento nel quale la società smette di considerare le proprie leggi, le proprie strutture e i propri valori come fenomeni naturali e riconosce di averli creati.</p>

<p>E dunque di poterli cambiare.</p>

<p>Ma questa società non vuole reinventarsi.</p>

<h2 id="vuole-che-siano-gli-individui-a-reinventarsi-continuamente-per-adattarsi-a-istituzioni-che-rimangono-fuori-dalla-discussione">Vuole che siano gli individui a reinventarsi continuamente, per adattarsi a istituzioni che rimangono fuori dalla discussione.</h2>

<p>La fantasia al potere, entro certi limiti di legge.</p>

<p>Pensiero autonomo, ma anche automatico.</p>

<h2 id="autonomia-nei-mezzi-obbedienza-nei-fini">Autonomia nei mezzi, obbedienza nei fini.</h2>

<hr/>

<p><br>
Il motivo per il quale l’immaginazione del futuro e della società è morta è che è stata imbrigliata e soffocata dentro una forma molto particolare di autonomia.</p>

<p>Possiamo essere autonomi, certo.</p>

<p>Possiamo scegliere, inventare, ridefinirci, migliorarci e immaginare qualcosa di nuovo. Ma soltanto a condizione che i fini rimangano quelli già stabiliti.</p>

<p>Possiamo immaginare un mondo fatto come quello attuale, soltanto un poco più efficiente, più inclusivo, più tecnologico, più ordinato o più sostenibile.</p>

<p>Possiamo cambiare i mezzi.</p>

<p>Non può però venire meno l’obbedienza nei fini.</p>

<p>Ed è precisamente qui che l’immaginazione si spegne.</p>

<p>Perché un’immaginazione alla quale è consentito modificare soltanto i dettagli non è più immaginazione politica. È progettazione. È ottimizzazione. È manutenzione dell’esistente.</p>

<p>Così possiamo immaginare una donna nuova, autonoma, indipendente e completamente diversa da quella tradizionale, senza però toccare davvero il diritto familiare.</p>

<p>Matrimonio, divorzio, eredità, monogamia, filiazione, obblighi reciproci: tutto questo può rimanere sullo sfondo, come se fosse un insieme di dati naturali anziché il prodotto di precise scelte storiche e politiche.</p>

<p>La donna può reinventarsi.</p>

<p>La struttura nella quale deve vivere, molto meno.</p>

<p>Allo stesso modo, possiamo immaginare un paese nel quale tutti siano omogeneamente italiani, nel quale ogni straniero parli la lingua, conosca la storia, condivida i valori e adotti i comportamenti richiesti.</p>

<p>Ma non chiediamo alla società di definire, per legge e in modo esplicito, che cosa voglia dire essere italiani.</p>

<p>Non chiediamo quali tradizioni siano davvero vincolanti, quali valori debbano essere condivisi, quali comportamenti siano incompatibili e, soprattutto, se gli italiani stessi soddisfino quei criteri.</p>

<p>Pretendiamo l’adattamento dell’individuo, ma rifiutiamo l’autodefinizione della società.</p>

<p>In entrambi i casi, il cambiamento viene autorizzato purché non raggiunga mai il livello nel quale si decidono i fini.</p>

<p>L’individuo può trasformarsi quanto vuole.</p>

<p>La società no.</p>

<hr/>

<p><br>
L&#39;immaginario e&#39; morto perche&#39; e&#39; stato limitato ai mezzi, e gli e&#39; vietato di mettere in dubbio gli obiettivi finali.</p>

<p>Prendiamo il cinema per far capire quale sia il processo in corso.</p>

<p>Arriva qualcuno di estremamente innovativo, e lo sottopone alle case produttrici di oggi. I manager sono i nostri CEO/Homo Managerius,
che cercano di limitare l&#39;immaginazione sociale ai mezzi, senza toccare i fini della societa&#39;.</p>

<p>Il problema e&#39; che occorre esaltare l&#39;innovativita&#39; dei mezzi, prendiamo per esempio la comune violenza individuale, ma dobbiamo lasciare
intoccati tutti i fini della societa&#39;: una vita consumistica.</p>

<p>Chiaramente, qualsiasi azienda si opporra&#39;. Le scene di violenza sono chiaramente vendibili, ma il fine, la distruzione del consumismo, non lo e&#39;.</p>

<p>Per chi non lo sa, Fight Club rischio&#39; di non uscire mai per via di questa contraddizione. Il mezzo era creativo e vastamente accettabile , ed accettato.
Il fine, invece no. La distruzione del consumismo e del sistema finanziario non era un fine accettabile.</p>

<p>Il film adopera un mezzo che la nostra società comprende perfettamente: la violenza. Uomini che si picchiano, terrorismo, esplosioni, organizzazioni clandestine, disciplina militare, sacrificio fisico. Tutte cose che il nostro immaginario sa rappresentare senza alcuna difficoltà.</p>

<p>La violenza è ammessa. È cinematograficamente leggibile. Può essere spettacolarizzata, venduta, trasformata in trailer, poster e merchandising.</p>

<p>Il problema nasce quando quella violenza viene orientata verso un fine che la società non considera accettabile: distruggere il consumismo, o almeno distruggere il dominio che il consumo esercita sull’identità delle persone.</p>

<p>A quel punto il film diventa quasi incomprensibile per l’organizzazione che lo sta producendo.</p>

<p>La Fox possiede tutti i mezzi necessari per realizzarlo: denaro, attori, tecnici, studi, distribuzione, pubblicità. E non ha alcun problema, in linea di principio, a mostrare uomini che si massacrano di botte.</p>

<p>Quello che crea il conflitto è il fine.</p>

<p>Il film non dice semplicemente che la violenza è eccitante. Dice che l’uomo costruito dal consumo è vuoto, addomesticato, reso impotente, e che qualcuno potrebbe arrivare a usare la violenza per uscire da quella gabbia e distruggere il sistema che l’ha prodotta.</p>

<p>La violenza, dunque, è un mezzo socialmente accettato.</p>

<p>La distruzione del consumismo non è un fine socialmente accettato.</p>

<p>Ed è per questo che <em>Fight Club</em> poté essere prodotto soltanto attraverso una specie di disobbedienza interna alla stessa azienda che lo finanziava. Alcuni dirigenti usarono i mezzi della corporation contro gli automatismi ideologici della corporation.</p>

<p>Il risultato è quasi comico: una grande azienda finanzia un film contro il mondo costruito dalle grandi aziende, e poi, una volta terminato, scopre di non sapere bene che cosa farsene.</p>

<p>Perché il sistema accetta perfettamente che si immagini la violenza.</p>

<p>Quello che non accetta è che si immagini uno scopo diverso.</p>

<hr/>

<p><br>
Per esempio, esistono declinazioni più o meno femministe, o pseudofemministe, di <em>Wonder Woman</em>.</p>

<p>Bello.</p>

<p>Ma provate a immaginare <em>Wonder Woman</em> contro l’industria della moda.</p>

<p>Se ci mettiamo un sacco di violenza distruttiva e una Wonder Woman incazzata perché ha preso qualche chilo, non entra più nei costumi che le hanno disegnato e non ne può più di vestirsi come una battona per soddisfare il mercato, probabilmente potremmo ottenere un effetto piuttosto esilarante.</p>

<p>Una supereroina che non combatte il solito miliardario pazzo, il mostro interdimensionale o il generale megalomane, ma l’intera macchina economica che stabilisce come debba apparire il corpo femminile.</p>

<p>E potremmo continuare all’infinito.</p>

<p><em>Batman contro Wall Street.</em></p>

<p><em>Superman contro Google.</em></p>

<p>Con degli sceneggiatori decenti, ci sarebbe parecchio da ridere.</p>

<p>I mezzi ci sono già tutti. Violenza, inseguimenti, esplosioni, palazzi distrutti, dirigenti scaraventati attraverso le finestre, server farm ridotte in cenere e consigli di amministrazione terrorizzati.</p>

<p>Il cinema contemporaneo non ha alcun problema con questi mezzi. Li usa continuamente.</p>

<p>Ma sarebbero tutti film caratterizzati da una perfetta concordanza nei mezzi e da una totale discordanza nei fini.</p>

<p><br>
Tutti vorremmo vedere Batman che sventra Elon Musk, o almeno un personaggio che gli assomiglia in maniera così evidente che nessuno avrebbe bisogno di leggere il nome nei titoli di coda.</p>

<p>Sarebbe persino divertente.</p>

<p>Eppure un film simile non verrebbe percepito semplicemente come un altro film violento. Verrebbe percepito come qualcosa di pericoloso.</p>

<p>Non perché Batman picchia qualcuno.
Batman picchia qualcuno da quasi un secolo. Figuriamoci. I mezzi sono ampiamente accettati.</p>

<p>Il problema sarebbe chi picchia, e soprattutto <strong>perché.</strong></p>

<p>La violenza contro il criminale eccentrico è perfettamente accettabile. La violenza contro una struttura economica reale, riconoscibile e ancora potente diventa improvvisamente irresponsabile, estremista, divisiva, problematica.</p>

<h2 id="ripeto-l-immaginario-attuale-è-prodotto-da-persone-autorizzate-a-essere-creative-nei-mezzi-ma-obbligate-a-essere-conservatrici-nei-fini">Ripeto: l’immaginario attuale è prodotto da persone autorizzate a essere creative nei mezzi, ma obbligate a essere conservatrici nei fini.</h2>

<p>Possono inventare armi mai viste, città impossibili, nuovi pianeti, nuove specie, nuove tecnologie e nuovi modi di distruggere un edificio.</p>

<p>Ma non possono immaginare seriamente un nemico diverso.</p>

<p>Possono cambiare il costume del supereroe.</p>

<p>Non possono cambiare ciò che il supereroe difende.</p>

<p>Per questa ragione <em>Lobo contro Mark Zuckerberg</em> non uscirà mai.</p>

<p>Peccato.</p>

<p><img src="/images/d79a41166bf0fe9d2d14674c293e9875.png" alt="image.png"></p>

<p>Uriel Fanelli
<p/>
—<br>
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      <pubDate>Tue, 14 Jul 2026 10:14:01 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Oligarchie e social network.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/oligarchie-e-social-network</link>
      <description>&lt;![CDATA[Sto cominciando a vedere, un po’ ovunque in rete, una serie di scritti che sembrano convergere tutti verso lo stesso problema: il fatto che i tecnogiganti stiano diventando dei veri e propri imperi, capaci di decidere chi sarà il presidente degli Stati Uniti, di interferire direttamente con la politica estera e, nel frattempo, di amministrare quantità di denaro, infrastrutture e risorse semplicemente indecenti.&#xA;L’errore assurdo che vedo, però, consiste nel pensare che questa situazione stia nascendo soltanto adesso. E, soprattutto, nel credere che sia un fenomeno limitato ai giganti del settore tecnologico.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Per prima cosa, si nota immediatamente un doppio standard grande come una casa.&#xA;&#xA;I giganti della tecnologia non sono una novità. Esistono da decenni, accumulano potere da decenni e influenzano il dibattito pubblico da decenni. Ma finché erano le aziende very woke della Silicon Valley gay, sembrava andare tutto benissimo.&#xA;&#xA;Non esisteva alcun problema quando su Facebook era vietato scrivere «All Lives Matter», perché bisognava necessariamente affermare che soltanto Black Lives Matter. In quel momento, il fatto che una corporation privata decidesse quali formule politiche fossero moralmente accettabili, quali opinioni potessero circolare e quali invece dovessero essere cancellate non sembrava turbare quasi nessuno.&#xA;&#xA;È diventato improvvisamente un problema oggi, semplicemente perché il vento è cambiato e adesso accade l’opposto.&#xA;&#xA;È il problema del Retard Pride, Darling.&#xA;&#xA;Questo vuol dire che i giganti della tecnologia siano cambiati? O vuol dire piuttosto che ce ne stiamo accorgendo ora perche&#39; prima eravamo occupati a celebrare il Retard Pride?&#xA;&#xA;Il problema e&#39; generale.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Quando una grande azienda, sia essa un’impresa informatica oppure una catena di supermercati, ha degli obiettivi materiali e quantificabili da raggiungere — numero di clienti, presenza internazionale, fatturato, margine, quota di mercato, e così via — finisce inevitabilmente per organizzarsi attorno a quegli obiettivi.&#xA;&#xA;br&#xA;E poiché si tratta di obiettivi materiali, misurabili e verificabili, essi sono, in senso proprio, degli obiettivi «tecnici».&#xA;&#xA;Per ottenere ciò che vuole, quindi, l’azienda sviluppa una razionalità strumentale orientata all’efficienza. Ma l’efficienza non esiste in astratto: viene sempre definita rispetto agli obiettivi stabiliti.&#xA;&#xA;È efficiente ciò che serve a vendere più automobili. È efficiente ciò che consente di spendere meno. È efficiente ciò che aumenta il margine, riduce i tempi, conquista clienti oppure elimina un concorrente.&#xA;&#xA;Tutto il modo di pensare che deriva da questa razionalità strumentale diventa ciò che Habermas chiama anche «logica tecnica», e che i manager preferiscono chiamare «cultura aziendale».&#xA;&#xA;Sinché tutto questo rimane confinato tra le mura dell’azienda, va benissimo. Anzi, è esattamente ciò che ci si aspetta da un’azienda.&#xA;&#xA;Il guaio comincia quando questa cultura esce dall’impresa, tracima e comincia ad allagare il resto del mondo: la società, la politica, l’arte, l’urbanistica, la scuola e qualsiasi altro ambito della vita collettiva.&#xA;&#xA;Facciamo un esempio.&#xA;&#xA;Se quasi tutto ciò che si vende viene distribuito da gigantesche corporation che costruiscono i cosiddetti mall, cioè i centri commerciali, cosa accade quando la loro cultura aziendale — o, se preferite, la loro logica tecnica — trabocca e invade la politica?&#xA;Accade, per esempio, la gentrificazione.&#xA;&#xA;Il centro storico delle città viene ridisegnato assegnandogli le funzioni tipiche di un centro commerciale. O, più precisamente, viene riorganizzato secondo la logica tecnica di un centro commerciale.&#xA;Gli spazi gratuiti, quelli di semplice aggregazione e quelli che non producono immediatamente profitto vengono progressivamente spazzati via. &#xA;Al loro posto arrivano spazi dedicati al business, al consumo e all’advertising.&#xA;&#xA;E cosa succede, invece, quando la logica dell’industria manifatturiera trabocca dai confini aziendali e invade la politica?&#xA;&#xA;Succede che si comincia a parlare di «scuola per il mondo del lavoro», come se la scuola fosse un semplice centro di formazione professionale costruito per soddisfare le esigenze delle aziende.&#xA;Succede che le zone residenziali diventano giganteschi open space nei quali far dormire i dipendenti: quartieri senza negozi, senza servizi, senza luoghi d’incontro e senza una vera vita urbana.&#xA;&#xA;br&#xA;E cosa succede ancora quando, in generale, tutte le aziende cominciano ad allagare la politica con le proprie logiche tecniche?&#xA;Succede che si privatizza ogni cosa, nel tentativo di trasformare le istituzioni in aziende.&#xA;&#xA;Succede che le persone cominciano a chiedersi «a cosa serve» studiare certe materie a scuola, come se ogni conoscenza dovesse giustificarsi mediante un ritorno economico di investimento.&#xA;Succede che le elezioni diventano operazioni di marketing e advertising, nelle quali le idee contano meno del brand, l’identità visiva conta più del programma e il candidato viene venduto come un prodotto.&#xA;&#xA;Eccetera, eccetera, eccetera.&#xA;&#xA;br&#xA;Questi sono tutti sintomi di culture aziendali che traboccano dai propri confini e invadono gli altri campi della società.&#xA;&#xA;In modo particolare invadono la politica, sia essa locale oppure nazionale.&#xA;&#xA;E se usiamo questo criterio, cioè quello dell’allagamento delle logiche aziendali in ogni settore della cultura e della società, ci accorgiamo immediatamente che il fenomeno dura da molto, molto tempo.&#xA;&#xA;La logica della finanza applicata all’abitazione.&#xA;&#xA;Una casa smette di essere il luogo nel quale qualcuno vive e diventa un asset che deve produrre rendimento. Il risultato sono appartamenti lasciati vuoti perché conviene aspettare che aumentino di valore, interi quartieri trasformati in portafogli immobiliari e affitti determinati non dai redditi locali, ma dalle aspettative degli investitori.&#xA;&#xA;La logica alberghiera applicata alle città.&#xA;&#xA;Il centro urbano non viene più progettato per chi ci abita, ma per massimizzare il numero di visitatori, pernottamenti e consumazioni. &#xA;I negozi utili scompaiono, sostituiti da souvenir, ristorazione seriale e affitti brevi. La città diventa un resort dal quale gli abitanti vengono progressivamente espulsi.&#xA;&#xA;La logica del call center applicata alla pubblica amministrazione.&#xA;&#xA;Il cittadino non è più una persona titolare di diritti, ma un ticket da chiudere. L’obiettivo non diventa risolvere il problema, bensì ridurre il tempo medio della pratica, diminuire il numero dei contatti e mostrare una dashboard piena di indicatori verdi.&#xA;Che poi il cittadino abbia realmente ottenuto ciò che gli spetta è quasi secondario: la pratica risulta chiusa, quindi il sistema ha funzionato.&#xA;&#xA;La logica assicurativa applicata alla sanità.&#xA;&#xA;Il paziente diventa un profilo di rischio. Non ci si domanda soltanto quale cura gli serva, ma quanto costerà, quale probabilità abbia di funzionare e se quella persona sia economicamente conveniente da curare. La prevenzione stessa rischia così di trasformarsi in selezione della clientela.&#xA;&#xA;La logica industriale applicata agli ospedali.&#xA;&#xA;I letti devono avere un alto tasso di occupazione, i pazienti devono attraversare rapidamente la catena e ogni reparto deve dimostrare la propria produttività.&#xA;Ma un ospedale mantenuto costantemente al massimo della capacità è efficientissimo in condizioni normali e completamente inutile durante un’emergenza. La capacità inutilizzata, che dal punto di vista aziendale appare come uno spreco, è precisamente ciò che consente a un sistema sanitario di assorbire una crisi.&#xA;&#xA;La logica delle piattaforme applicata alla cultura.&#xA;&#xA;Un libro, un film o una canzone non vengono più valutati soltanto per ciò che sono, ma per engagement, retention, click e probabilità di essere raccomandati dall’algoritmo.&#xA;Le opere vengono costruite per impedire che lo spettatore interrompa la visione, come se l’arte fosse un metodo particolarmente elaborato per evitare che qualcuno cambi pagina, canale o applicazione.&#xA;&#xA;La logica pubblicitaria applicata al giornalismo.&#xA;&#xA;Lo scopo del giornale non è più informare, ma generare traffico. La notizia migliore diventa quella che produce più click, più indignazione e più tempo trascorso sulla pagina.&#xA;Di conseguenza, ciò che è importante perde contro ciò che è scandaloso. Il giornalismo non seleziona più gli eventi in base alla loro rilevanza, ma in base alla loro capacità di attirare e trattenere l’attenzione.&#xA;&#xA;La logica del branding applicata alle persone.&#xA;&#xA;Ogni individuo viene invitato a costruire il proprio personal brand, come se fosse una confezione di shampoo.&#xA;Gli interessi diventano posizionamento, le opinioni diventano reputazione e perfino la vita privata viene trattata come materiale promozionale. Non bisogna più soltanto essere qualcosa: bisogna comunicarlo, confezionarlo e venderlo correttamente.&#xA;&#xA;La logica delle risorse umane applicata all’istruzione.&#xA;&#xA;Lo studente diventa capitale umano. Le materie vengono valutate in base all’occupabilità, le scuole in base ai risultati misurabili e gli insegnanti in base a metriche standardizzate.&#xA;Tutto ciò che forma una persona, ma non produce immediatamente una competenza vendibile, viene considerato decorativo. La scuola non deve più formare cittadini, persone o individui capaci di pensare: deve produrre risorse umane già pronte per il reparto nel quale verranno impiegate.&#xA;&#xA;br&#xA;La logica dei fast food applicata alla ristorazione.&#xA;&#xA;I menu diventano standardizzati, i tempi prevedibili, gli ingredienti intercambiabili e il personale facilmente sostituibile.&#xA;Poi questa logica invade l’intera filiera alimentare, sino al punto in cui anche l’agricoltura deve produrre alimenti pensati soprattutto per sopravvivere al trasporto, alla conservazione e alla lavorazione industriale, anziché per essere buoni o nutrire qualcuno.&#xA;&#xA;La logica dell’automobile applicata all’urbanistica.&#xA;&#xA;La città viene costruita per massimizzare il flusso dei veicoli. Le distanze aumentano, i servizi vengono separati dalle abitazioni e camminare diventa impraticabile.&#xA;A quel punto l’automobile, che aveva prodotto il problema, diventa indispensabile per sopravvivere alla città progettata secondo la logica dell’automobile. E la necessità dell’automobile viene poi usata per giustificare la costruzione di altro spazio destinato alle automobili.&#xA;&#xA;La logica informatica applicata alla legge.&#xA;&#xA;Si pretende che ogni norma possa essere trasformata in una procedura automatica, eliminando ambiguità, eccezioni e giudizio umano.&#xA;Ma la legge contiene deliberatamente principi, interpretazioni e proporzionalità. Trattarla come software significa spesso sostituire la giustizia con la semplice esecuzione di una regola.&#xA;La burocrazia diventa improvvisamente un algoritmo, mediante la cosiddetta «digitalizzazione» della pubblica amministrazione. Il fatto che una decisione sia automatizzata viene scambiato per la prova che sia oggettiva, anche quando l’algoritmo si limita a rendere più veloce e invisibile un’ingiustizia.&#xA;&#xA;La logica del supermercato applicata alla politica.&#xA;&#xA;L’elettore diventa consumatore e i partiti diventano scaffali di offerte. Le idee vengono confezionate per segmenti demografici, testate mediante sondaggi e ritirate quando non vendono.&#xA;Nessuno deve più convincere il cittadino: basta proporgli il prodotto politico che confermi ciò che pensa già.&#xA;&#xA;Se un’associazione di consumatori finisce per avere i diritti e il ruolo di un partito politico, stiamo semplicemente assistendo all’applicazione di una logica commerciale alla politica, nella quale un ruolo tipicamente commerciale — quello del consumatore — viene trasformato in un ruolo politico.&#xA;&#xA;Il cittadino, cioè colui che partecipa alla definizione degli obiettivi della società, viene sostituito dal consumatore, cioè colui che sceglie tra prodotti già preparati da qualcun altro.&#xA;&#xA;Questo fenomeno, quindi, esiste da molto tempo. Semplicemente, quasi nessuno — a parte qualche filosofo — ha mai osato descriverne il meccanismo e denunciarlo apertamente.&#xA;Sono decenni, ormai, che le aziende e le realtà economiche non fanno altro che allagare la cultura e la società con le proprie logiche tecniche.&#xA;E nessuno sembrava particolarmente preoccupato, almeno finché quelle logiche producevano risultati politici graditi.&#xA;&#xA;La cosa è ormai così radicata da essere entrata a far parte della cultura quotidiana.&#xA;&#xA;Non ci meravigliamo più di andare in giro con una maglietta che pubblicizza questa o quella azienda, semplicemente perché sopra compare il nome di un calciatore. Indossiamo vestiti pieni di brand, loghi, slogan e scritte che hanno esattamente il formato di una pubblicità.&#xA;&#xA;Paghiamo, letteralmente, per trasformarci in cartelloni pubblicitari ambulanti.&#xA;&#xA;Ma non ce ne accorgiamo più. È diventato normale. È come l’aria: ci circonda in ogni momento, ma proprio per questo abbiamo smesso di vederla.&#xA;&#xA;Cosa caratterizza, allora, questo nuovo salto di qualità?&#xA;&#xA;Il fatto che, mentre le logiche tecniche aziendali invadono la politica e ogni cosa viene progressivamente trasformata in un’azienda, gli spazi sociali reali vengono compressi.&#xA;&#xA;Le piazze vengono trasformate in centri commerciali. I luoghi di aggregazione gratuita scompaiono. I quartieri diventano dormitori. I cittadini vengono ridotti a consumatori, utenti, clienti, profili e segmenti di mercato.&#xA;&#xA;E, mentre questi spazi sociali venivano compressi, tutti si sono rifugiati in nuovi spazi sociali apparentemente sconfinati: i cosiddetti social network.&#xA;&#xA;Questi spazi hanno velocizzato enormemente tutte le tendenze già esistenti. Perché l’emorragia di pensiero aziendale non si è più limitata ad allagare la politica, aspettando che fosse poi la politica a trasformare la società.&#xA;&#xA;Ha cominciato ad allagare direttamente la società.&#xA;&#xA;Non è più:&#xA;&#xA;Azienda → Politica → Società&#xA;&#xA;Oggi è:&#xA;&#xA;Azienda → Società → Politica.&#xA;&#xA;L’azienda non ha più bisogno di convincere il governo a imporre alla società la propria logica tecnica. Può costruire direttamente l’ambiente nel quale milioni o miliardi di persone parlano, discutono, litigano, si informano, si organizzano, cercano un partner, mantengono le amicizie e formano le proprie opinioni.&#xA;&#xA;Non deve più limitarsi a influenzare la politica.&#xA;&#xA;Possiede direttamente lo spazio sociale.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Prendiamo l’esempio della gentrificazione.&#xA;Se io applico una logica aziendale secondo la quale chi beve dalla fontanella in piazza non mi serve al business, la gentrificazione risolverà il problema eliminando la fontanella.&#xA;&#xA;Ma una piazza progettata per costringere le persone a sedersi in un dehors e bere a pagamento non è affatto neutrale. Contiene già un messaggio politico molto preciso:&#xA;chi non paga è un pezzente.&#xA;&#xA;La struttura stessa dello spazio urbano comunica che bere gratuitamente, fermarsi senza consumare o occupare uno spazio pubblico senza produrre fatturato sono comportamenti socialmente inferiori.&#xA;&#xA;E così, lentamente, si forma un’opinione.&#xA;&#xA;Con il tempo emerge l’idea che, se vai in giro con una borraccia d’acqua, sei un pezzente. Se vuoi prendere il sole in una spiaggia libera, senza pagare ombrelloni, sei un pezzente. &#xA;Se prendi la metropolitana, usi lo «spostapoveri», come dicono a Milano.&#xA;&#xA;Il giudizio economico contenuto nella logica aziendale viene prima incorporato nello spazio, poi trasformato in comportamento normale e infine interiorizzato come giudizio sociale.&#xA;&#xA;Questo è il meccanismo classico:&#xA;&#xA;Azienda → Politica → Società&#xA;&#xA;L’azienda trasmette la propria logica alla politica. La politica ridisegna lo spazio pubblico secondo quella logica. La società vive dentro quello spazio e, lentamente, finisce per assorbirne il messaggio.&#xA;&#xA;È un processo potente, ma relativamente lento.&#xA;&#xA;Se invece il percorso diventa:&#xA;&#xA;Azienda → Società → Politica&#xA;&#xA;la velocità cambia completamente.&#xA;&#xA;Sui social network posso chiamare direttamente «pezzenti» quelli che bevono alla fontanella. Posso costruire meme, battute, mode, classifiche sociali e stigma attorno a quel comportamento. &#xA;Posso farlo circolare milioni di volte, sino a trasformarlo in senso comune.&#xA;&#xA;Senza passare prima dalla politica.&#xA;&#xA;A quel punto sarà la politica ad adeguarsi a un’opinione pubblica che è già stata formata altrove, dentro uno spazio privato posseduto e regolato da un’azienda.&#xA;&#xA;br&#xA;Questa emorragia di logiche tecniche, cioè, si è evoluta sino a passare attraverso le grandi corporation dei mass media e, da lì, ad allagare direttamente la società.&#xA;&#xA;In questo senso, limitarsi a lamentarsi del comportamento delle aziende non ha molto senso.&#xA;&#xA;Le aziende fanno ciò che hanno sempre fatto: perseguono i propri obiettivi mediante le logiche che si sono date per raggiungerli. A essere cambiato è il comportamento della società e della politica, che si sono lasciate allagare, permeare e infine riorganizzare secondo logiche tecniche aziendali.&#xA;&#xA;Il problema non è più soltanto che le aziende siano diventate troppo potenti.&#xA;&#xA;Il problema è che la società ha cominciato a pensare come un’azienda, mentre la politica ha cominciato a trattare i processi sociali come se fossero processi aziendali.&#xA;&#xA;E, a questo punto, occorre fermarsi un momento e cercare di capire il futuro.&#xA;&#xA;Diamo pure per scontato che le logiche tecniche aziendali diventino sempre più dominanti. Diamo per scontato che continuino a uscire dai confini delle imprese e a colonizzare il linguaggio, la politica, i rapporti sociali e perfino il modo &#xA;in cui le persone giudicano sé stesse e gli altri.&#xA;&#xA;Poniamoci allora alcune domande.&#xA;&#xA;A quale processo sociale e politico equivale, precisamente, il processo aziendale del «licenziamento»?&#xA;&#xA;Che cosa significa, in una società organizzata secondo logiche aziendali, dichiarare che un cittadino non è più utile, non è più produttivo, costa troppo oppure non è sufficientemente allineato agli obiettivi dell’organizzazione?&#xA;&#xA;E a che cosa corrisponderebbe, sul piano sociale e politico, il concetto di appraisal, cioè la valutazione periodica delle prestazioni?&#xA;&#xA;Chi stabilirà i criteri secondo i quali un cittadino viene giudicato? Chi deciderà se ha prodotto abbastanza, se si è comportato correttamente, se ha raggiunto gli standard previsti, se merita una promozione sociale oppure un demansionamento?&#xA;&#xA;E quando a un cittadino verranno assegnati degli «obiettivi da raggiungere», di che cosa parleremo?&#xA;&#xA;Di diritti subordinati alla performance? Di accesso ai servizi condizionato al raggiungimento di determinati risultati? Di premi per i cittadini più efficienti e di sanzioni per quelli che non soddisfano gli indicatori?&#xA;&#xA;A quel punto non parleremo più di cittadinanza.&#xA;&#xA;Parleremo di una valutazione delle prestazioni applicata all’esistenza.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Prendiamo un aspetto oscuro, e ancora poco valutato, dell’intelligenza artificiale.&#xA;&#xA;Supponiamo che io sottoponga una persona a un test tecnico. La stacco da internet, le impedisco di usare qualsiasi AI e le chiedo di svolgere una serie di compiti.&#xA;&#xA;Adesso supponiamo che questi test siano «tagliati», per difficoltà e complessità, sulle capacità dei diversi modelli di intelligenza artificiale.&#xA;&#xA;Il test destinato a un programmatore junior, per esempio, con un reddito pari a X, potrebbe essere costruito in modo da confrontarne la prestazione con quella di un modello di AI che, per svolgere lo stesso lavoro, costa X.&#xA;&#xA;E quel costo non dovrebbe nemmeno essere stimato in maniera arbitraria.&#xA;&#xA;Può già essere calcolato usando strumenti e parametri forniti dalle stesse aziende produttrici: numero di token consumati, modello utilizzato, tempo di elaborazione, quantità di contesto, eventuale uso di strumenti esterni.&#xA;&#xA;A quel punto si può stabilire quanto costa far eseguire un determinato compito a una macchina e confrontare direttamente quel costo con quello della prestazione umana.&#xA;&#xA;CI RENDIAMO CONTO CHE LE METRICHE USATE PER CALCOLARE IL PREZZO DELL’AI POTREBBERO ESSERE APPLICATE ANCHE ALLA PERFORMANCE UMANA, SEMPLICEMENTE CREANDO DEI TEST DI PRODUTTIVITÀ COMPARABILI CON I DIVERSI PRODOTTI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE?&#xA;&#xA;Non si tratterebbe più soltanto di chiedersi se una persona sappia fare il proprio lavoro.&#xA;&#xA;Si tratterebbe di chiedersi se una persona riesca a svolgere quel lavoro meglio, più velocemente oppure a un costo inferiore rispetto al modello di AI corrispondente alla sua fascia salariale.&#xA;&#xA;In pratica, farei eseguire alla persona gli stessi identici test tecnici che sottopongo a un sistema di intelligenza artificiale. Poi guarderei quanto mi costa farli risolvere dalla macchina.&#xA;&#xA;E quel costo determinerebbe il reddito del candidato.&#xA;&#xA;Se un modello di AI riesce a svolgere una certa quantità di lavoro spendendo X, il candidato umano dovrebbe dimostrare di produrre almeno lo stesso valore, oppure accettare di essere pagato meno di X.&#xA;&#xA;Lo trovate distopico?&#xA;&#xA;Ebbene, se lasciamo che le logiche tecniche delle grandi aziende di AI allaghino il mondo della società e del lavoro, la performance intellettuale potrebbe essere valutata molto facilmente in termini di AI-equivalente.&#xA;&#xA;Un programmatore, un traduttore, un grafico, un avvocato o un analista non verrebbero più valutati soltanto per esperienza, preparazione o qualità del lavoro, ma in base al numero e al tipo di modelli di AI necessari per sostituirli.&#xA;&#xA;E, dal punto di vista della razionalità aziendale, avrebbe perfettamente senso.&#xA;&#xA;L’azienda potrebbe pagare una persona soltanto finché il suo costo rimane inferiore, o almeno competitivo, rispetto a quello dell’intelligenza artificiale necessaria per svolgere lo stesso lavoro.&#xA;&#xA;Non servirebbe alcuna legge distopica. Non servirebbe un ministero incaricato di classificare il valore intellettuale degli esseri umani.&#xA;&#xA;Basterebbe che la semplice logica tecnica delle aziende produttrici di AI uscisse dai loro confini e diventasse, quasi senza discussione, un criterio vastamente accettato nel mondo del lavoro.&#xA;&#xA;Ma, soprattutto, perché questo meccanismo possa funzionare occorrerebbe la nascita di una metrica adeguata.&#xA;&#xA;Se oggi le persone vengono conteggiate e pagate in termini di FTE-equivalente, cioè come frazioni o multipli di un lavoratore a tempo pieno, domani potrebbero essere valutate in termini di ChatGPT-equivalente, Claude-equivalente, oppure mediante qualche altra unità costruita sui prodotti di intelligenza artificiale disponibili.&#xA;&#xA;Un programmatore, per esempio, potrebbe valere 0,8 Claude-equivalenti. Un traduttore 1,3 ChatGPT-equivalenti. &#xA;Un analista junior, magari, mezzo modello di fascia media più una certa quantità di supervisione umana.&#xA;&#xA;Oggi queste metriche non esistono ancora, soprattutto perché i prodotti di intelligenza artificiale cambiano troppo rapidamente. I modelli vengono aggiornati, sostituiti, riprezzati, migliorati o ritirati nel giro di pochi mesi.&#xA;&#xA;Ma se il prezzo per token, il costo per compito, il costo per unità di contesto o qualsiasi altra metrica commerciale finiranno per stabilizzarsi, allora la comparazione diventerà quasi inevitabile.&#xA;&#xA;A quel punto non si parlerà più soltanto di quanto costa usare un’intelligenza artificiale.&#xA;&#xA;Si parlerà di quanto vale un essere umano, espresso nella stessa unità di misura.&#xA;&#xA;Sinché tutto questo rimane confinato nell’ambito aziendale, beh, sappiamo bene che le aziende valutano continuamente se convenga usare strumenti automatici al posto dei lavoratori, confrontando costi, velocità e qualità del risultato.&#xA;&#xA;Si tratta di un processo normale, all’interno della normale pratica aziendale.&#xA;&#xA;Un’azienda si domanda se una macchina costi meno di un dipendente, se produca più velocemente, se commetta meno errori e se il costo dell’automazione venga compensato dai risparmi successivi. Non c’è nulla di nuovo, in questo.&#xA;&#xA;Il problema comincia quando questa logica esce dall’azienda, si estende e finisce per allagare l’intera società.&#xA;&#xA;Accettereste che la pagella dei vostri figli venga generata confrontando la loro prestazione con quella di un’intelligenza artificiale?&#xA;&#xA;Accettereste che il vostro medico vi venga presentato come un professionista che vale, per esempio, 4,5 volte una AI standardizzata chiamata DoctorAI?&#xA;&#xA;Pensateci.&#xA;&#xA;Se per assegnare i voti agli studenti si usasse una AI standardizzata, probabilmente il voto assumerebbe un significato molto più sistematico. Non indicherebbe più soltanto il giudizio di un insegnante, ma la distanza misurabile tra la prestazione dello studente e quella della macchina scelta come riferimento.&#xA;&#xA;Un ragazzo potrebbe diplomarsi valendo, per esempio, 0,7 AI-equivalenti in matematica, 1,2 in scrittura e 0,4 in programmazione.&#xA;&#xA;E, dall’altro lato, le aziende saprebbero sin dall’inizio come fissare il budget massimo — cioè lo stipendio massimo — da offrire a quel ragazzo appena diplomato.&#xA;&#xA;Se la sua prestazione è equivalente a quella di una AI che costa una certa cifra, il salario non dovrebbe superare quella cifra, a meno che il candidato non possieda qualche qualità aggiuntiva che la macchina non offre.&#xA;&#xA;Lo stesso varrebbe per i neolaureati.&#xA;&#xA;Il titolo di studio potrebbe smettere di indicare semplicemente un percorso formativo e diventare una certificazione di superiorità, inferiorità o equivalenza rispetto a un modello artificiale standard.&#xA;&#xA;E la cosa potrebbe estendersi all’estimo delle opere d’arte, alla valutazione dei testi, della musica, del design o di qualsiasi altro lavoro intellettuale.&#xA;&#xA;Si stabilisce una AI standard, uguale per tutti, e da quel momento le opere vengono valutate in base alla loro distanza da quella prestazione di riferimento.&#xA;&#xA;Un quadro potrebbe valere tre PainterAI-equivalenti. Un romanzo potrebbe essere giudicato superiore del 40% rispetto a WriterAI. Una composizione musicale potrebbe essere considerata economicamente mediocre perché un sistema automatico produce qualcosa di simile in venti secondi e al costo di pochi centesimi.&#xA;&#xA;Sarebbe economicamente comodissimo.&#xA;&#xA;E, dal punto di vista aziendale, sarebbe quasi ineccepibile.&#xA;&#xA;Le metriche sarebbero uniformi. I costi diventerebbero prevedibili. I salari potrebbero essere collegati direttamente alla sostituibilità. Le scuole produrrebbero classificazioni immediatamente leggibili dalle imprese. Il mercato del lavoro avrebbe finalmente una singola unità di misura per confrontare persone e macchine.&#xA;&#xA;La domanda che dobbiamo porci, quindi, non è soltanto se gli oligarchi della tecnologia siano troppo ricchi, troppo potenti o troppo influenti.&#xA;&#xA;Continuare a gridare «Buuu, gli oligarchi!» serve a poco.&#xA;&#xA;La vera domanda è un’altra:&#xA;&#xA;quante di queste logiche aziendali vogliamo lasciare entrare nella società?*&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;br&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Sto cominciando a vedere, un po’ ovunque in rete, una serie di scritti che sembrano convergere tutti verso lo stesso problema: il fatto che i tecnogiganti stiano diventando dei veri e propri imperi, capaci di decidere chi sarà il presidente degli Stati Uniti, di interferire direttamente con la politica estera e, nel frattempo, di amministrare quantità di denaro, infrastrutture e risorse semplicemente indecenti.
L’errore assurdo che vedo, però, consiste nel pensare che questa situazione stia nascendo soltanto adesso. E, soprattutto, nel credere che sia un fenomeno limitato ai giganti del settore tecnologico.</p>

<p>Per prima cosa, si nota immediatamente un doppio standard grande come una casa.</p>

<p>I giganti della tecnologia non sono una novità. Esistono da decenni, accumulano potere da decenni e influenzano il dibattito pubblico da decenni. Ma finché erano le aziende very woke della Silicon Valley gay, sembrava andare tutto benissimo.</p>

<p>Non esisteva alcun problema quando su Facebook era vietato scrivere «All Lives Matter», perché bisognava necessariamente affermare che soltanto Black Lives Matter. In quel momento, il fatto che una corporation privata decidesse quali formule politiche fossero moralmente accettabili, quali opinioni potessero circolare e quali invece dovessero essere cancellate non sembrava turbare quasi nessuno.</p>

<p>È diventato improvvisamente un problema oggi, semplicemente perché il vento è cambiato e adesso accade l’opposto.</p>

<p>È il problema del Retard Pride, Darling.</p>

<p>Questo vuol dire che i giganti della tecnologia siano cambiati? O vuol dire piuttosto che ce ne stiamo accorgendo ora perche&#39; prima eravamo occupati a celebrare il Retard Pride?</p>

<p>Il problema e&#39; generale.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Quando una grande azienda, sia essa un’impresa informatica oppure una catena di supermercati, ha degli obiettivi materiali e quantificabili da raggiungere — numero di clienti, presenza internazionale, fatturato, margine, quota di mercato, e così via — finisce inevitabilmente per organizzarsi attorno a quegli obiettivi.</p>

<p><br>
E poiché si tratta di obiettivi materiali, misurabili e verificabili, essi sono, in senso proprio, degli obiettivi «tecnici».</p>

<p>Per ottenere ciò che vuole, quindi, l’azienda sviluppa una razionalità strumentale orientata all’efficienza. Ma l’efficienza non esiste in astratto: viene sempre definita rispetto agli obiettivi stabiliti.</p>

<p>È efficiente ciò che serve a vendere più automobili. È efficiente ciò che consente di spendere meno. È efficiente ciò che aumenta il margine, riduce i tempi, conquista clienti oppure elimina un concorrente.</p>

<p>Tutto il modo di pensare che deriva da questa razionalità strumentale diventa ciò che Habermas chiama anche «logica tecnica», e che i manager preferiscono chiamare «cultura aziendale».</p>

<p>Sinché tutto questo rimane confinato tra le mura dell’azienda, va benissimo. Anzi, è esattamente ciò che ci si aspetta da un’azienda.</p>

<p>Il guaio comincia quando questa cultura esce dall’impresa, tracima e comincia ad allagare il resto del mondo: la società, la politica, l’arte, l’urbanistica, la scuola e qualsiasi altro ambito della vita collettiva.</p>

<p>Facciamo un esempio.</p>

<p>Se quasi tutto ciò che si vende viene distribuito da gigantesche corporation che costruiscono i cosiddetti mall, cioè i centri commerciali, cosa accade quando la loro cultura aziendale — o, se preferite, la loro logica tecnica — trabocca e invade la politica?
Accade, per esempio, la gentrificazione.</p>
<ul><li>Il centro storico delle città viene ridisegnato assegnandogli le funzioni tipiche di un centro commerciale. O, più precisamente, viene riorganizzato secondo la logica tecnica di un centro commerciale.</li>
<li>Gli spazi gratuiti, quelli di semplice aggregazione e quelli che non producono immediatamente profitto vengono progressivamente spazzati via.</li>
<li>Al loro posto arrivano spazi dedicati al business, al consumo e all’advertising.</li></ul>

<p>E cosa succede, invece, quando la logica dell’industria manifatturiera trabocca dai confini aziendali e invade la politica?</p>
<ul><li>Succede che si comincia a parlare di «scuola per il mondo del lavoro», come se la scuola fosse un semplice centro di formazione professionale costruito per soddisfare le esigenze delle aziende.</li>
<li>Succede che le zone residenziali diventano giganteschi open space nei quali far dormire i dipendenti: quartieri senza negozi, senza servizi, senza luoghi d’incontro e senza una vera vita urbana.</li></ul>

<p><br>
E cosa succede ancora quando, in generale, tutte le aziende cominciano ad allagare la politica con le proprie logiche tecniche?
Succede che si privatizza ogni cosa, nel tentativo di trasformare le istituzioni in aziende.</p>
<ul><li>Succede che le persone cominciano a chiedersi «a cosa serve» studiare certe materie a scuola, come se ogni conoscenza dovesse giustificarsi mediante un ritorno economico di investimento.</li>
<li>Succede che le elezioni diventano operazioni di marketing e advertising, nelle quali le idee contano meno del brand, l’identità visiva conta più del programma e il candidato viene venduto come un prodotto.</li></ul>

<p>Eccetera, eccetera, eccetera.</p>

<p><br>
Questi sono tutti sintomi di culture aziendali che traboccano dai propri confini e invadono gli altri campi della società.</p>

<p>In modo particolare invadono la politica, sia essa locale oppure nazionale.</p>

<hr/>

<p>E se usiamo questo criterio, cioè quello dell’allagamento delle logiche aziendali in ogni settore della cultura e della società, ci accorgiamo immediatamente che il fenomeno dura da molto, molto tempo.</p>

<p><strong>La logica della finanza applicata all’abitazione.</strong></p>

<p>Una casa smette di essere il luogo nel quale qualcuno vive e diventa un asset che deve produrre rendimento. Il risultato sono appartamenti lasciati vuoti perché conviene aspettare che aumentino di valore, interi quartieri trasformati in portafogli immobiliari e affitti determinati <strong>non dai redditi locali,</strong> ma dalle aspettative degli investitori.</p>

<p><strong>La logica alberghiera applicata alle città.</strong></p>

<p>Il centro urbano non viene più progettato per chi ci abita, ma per massimizzare il numero di visitatori, pernottamenti e consumazioni.
I negozi utili scompaiono, sostituiti da souvenir, ristorazione seriale e affitti brevi. La città diventa un resort dal quale gli abitanti vengono progressivamente espulsi.</p>

<p><strong>La logica del call center applicata alla pubblica amministrazione.</strong></p>

<p>Il cittadino non è più una persona titolare di diritti, ma un ticket da chiudere. L’obiettivo non diventa risolvere il problema, bensì ridurre il tempo medio della pratica, diminuire il numero dei contatti e mostrare una dashboard piena di indicatori verdi.
Che poi il cittadino abbia realmente ottenuto ciò che gli spetta è quasi secondario: la pratica risulta chiusa, quindi il sistema ha funzionato.</p>

<p><strong>La logica assicurativa applicata alla sanità.</strong></p>

<p>Il paziente diventa un profilo di rischio. Non ci si domanda soltanto quale cura gli serva, ma quanto costerà, quale probabilità abbia di funzionare e se quella persona sia economicamente conveniente da curare. La prevenzione stessa rischia così di trasformarsi in selezione della clientela.</p>

<p><strong>La logica industriale applicata agli ospedali.</strong></p>

<p>I letti devono avere un alto tasso di occupazione, i pazienti devono attraversare rapidamente la catena e ogni reparto deve dimostrare la propria produttività.
Ma un ospedale mantenuto costantemente al massimo della capacità è efficientissimo in condizioni normali <strong>e completamente inutile durante un’emergenza. La capacità inutilizzata, che dal punto di vista aziendale appare come uno spreco, è precisamente ciò che consente a un sistema sanitario di assorbire una crisi.</strong></p>

<p><strong>La logica delle piattaforme applicata alla cultura.</strong></p>

<p>Un libro, un film o una canzone non vengono più valutati soltanto per ciò che sono, ma per engagement, retention, click e probabilità di essere raccomandati dall’algoritmo.
Le opere vengono costruite per impedire che lo spettatore interrompa la visione, come se l’arte fosse un metodo particolarmente elaborato per evitare che qualcuno cambi pagina, canale o applicazione.</p>

<p><strong>La logica pubblicitaria applicata al giornalismo.</strong></p>

<p>Lo scopo del giornale non è più informare, ma generare traffico. La notizia migliore diventa quella che produce più click, più indignazione e più tempo trascorso sulla pagina.
Di conseguenza, ciò che è importante perde contro ciò che è scandaloso. Il giornalismo non seleziona più gli eventi in base alla loro rilevanza, ma in base alla loro capacità di attirare e trattenere l’attenzione.</p>

<p><strong>La logica del branding applicata alle persone.</strong></p>

<p>Ogni individuo viene invitato a costruire il proprio personal brand, come se fosse una confezione di shampoo.
Gli interessi diventano posizionamento, le opinioni diventano reputazione e perfino la vita privata viene trattata come materiale promozionale. Non bisogna più soltanto essere qualcosa: bisogna comunicarlo, confezionarlo e venderlo correttamente.</p>

<p><strong>La logica delle risorse umane applicata all’istruzione.</strong></p>

<p>Lo studente diventa capitale umano. Le materie vengono valutate in base all’occupabilità, le scuole in base ai risultati misurabili e gli insegnanti in base a metriche standardizzate.
Tutto ciò che forma una persona, ma non produce immediatamente una competenza vendibile, viene considerato decorativo. La scuola non deve più formare cittadini, persone o individui capaci di pensare: deve produrre risorse umane già pronte per il reparto nel quale verranno impiegate.</p>

<p><br>
<strong>La logica dei fast food applicata alla ristorazione.</strong></p>

<p>I menu diventano standardizzati, i tempi prevedibili, gli ingredienti intercambiabili e il personale facilmente sostituibile.
Poi questa logica invade l’intera filiera alimentare, sino al punto in cui anche l’agricoltura deve produrre alimenti pensati soprattutto per sopravvivere al trasporto, alla conservazione e alla lavorazione industriale, anziché per essere buoni o nutrire qualcuno.</p>

<p><strong>La logica dell’automobile applicata all’urbanistica.</strong></p>

<p>La città viene costruita per massimizzare il flusso dei veicoli. Le distanze aumentano, i servizi vengono separati dalle abitazioni e camminare diventa impraticabile.
A quel punto l’automobile, che aveva prodotto il problema, diventa indispensabile per sopravvivere alla città progettata secondo la logica dell’automobile. E la necessità dell’automobile viene poi usata per giustificare la costruzione di altro spazio destinato alle automobili.</p>

<p><strong>La logica informatica applicata alla legge.</strong></p>

<p>Si pretende che ogni norma possa essere trasformata in una procedura automatica, eliminando ambiguità, eccezioni e giudizio umano.
Ma la legge contiene deliberatamente principi, interpretazioni e proporzionalità. Trattarla come software significa spesso sostituire la giustizia con la semplice esecuzione di una regola.
La burocrazia diventa improvvisamente un algoritmo, mediante la cosiddetta «digitalizzazione» della pubblica amministrazione. Il fatto che una decisione sia automatizzata viene scambiato per la prova che sia oggettiva, anche quando l’algoritmo si limita a rendere più veloce e invisibile un’ingiustizia.</p>

<p><strong>La logica del supermercato applicata alla politica.</strong></p>

<p>L’elettore diventa consumatore e i partiti diventano scaffali di offerte. Le idee vengono confezionate per segmenti demografici, testate mediante sondaggi e ritirate quando non vendono.
Nessuno deve più convincere il cittadino: basta proporgli il prodotto politico che confermi ciò che pensa già.</p>

<p>Se un’associazione di consumatori finisce per avere i diritti e il ruolo di un partito politico, stiamo semplicemente assistendo all’applicazione di una logica commerciale alla politica, nella quale un ruolo tipicamente commerciale — quello del consumatore — viene trasformato in un ruolo politico.</p>

<p>Il cittadino, cioè colui che partecipa alla definizione degli obiettivi della società, viene sostituito dal consumatore, cioè colui che sceglie tra prodotti già preparati da qualcun altro.</p>

<p>Questo fenomeno, quindi, esiste da <strong>molto</strong> tempo. Semplicemente, quasi nessuno — a parte qualche filosofo — ha mai osato descriverne il meccanismo e denunciarlo apertamente.
Sono <strong>decenni</strong>, ormai, che le aziende e le realtà economiche non fanno altro che allagare la cultura e la società con le proprie logiche tecniche.
E nessuno sembrava particolarmente preoccupato, almeno finché quelle logiche producevano risultati politici graditi.</p>

<hr/>

<p>La cosa è ormai così radicata da essere entrata a far parte della cultura quotidiana.</p>

<p>Non ci meravigliamo più di andare in giro con una maglietta che pubblicizza questa o quella azienda, semplicemente perché sopra compare il nome di un calciatore. Indossiamo vestiti pieni di brand, loghi, slogan e scritte che hanno esattamente il formato di una pubblicità.</p>

<p>Paghiamo, letteralmente, per trasformarci in cartelloni pubblicitari ambulanti.</p>

<p>Ma non ce ne accorgiamo più. È diventato normale. È come l’aria: ci circonda in ogni momento, ma proprio per questo abbiamo smesso di vederla.</p>

<p>Cosa caratterizza, allora, questo nuovo salto di qualità?</p>

<p>Il fatto che, mentre le logiche tecniche aziendali invadono la politica e ogni cosa viene progressivamente trasformata in un’azienda, gli spazi sociali reali vengono compressi.</p>

<p>Le piazze vengono trasformate in centri commerciali. I luoghi di aggregazione gratuita scompaiono. I quartieri diventano dormitori. I cittadini vengono ridotti a consumatori, utenti, clienti, profili e segmenti di mercato.</p>

<p>E, mentre questi spazi sociali venivano compressi, tutti si sono rifugiati in nuovi spazi sociali apparentemente sconfinati: i cosiddetti social network.</p>

<p>Questi spazi hanno velocizzato enormemente tutte le tendenze già esistenti. Perché l’emorragia di pensiero aziendale non si è più limitata ad allagare la politica, aspettando che fosse poi la politica a trasformare la società.</p>

<p>Ha cominciato ad allagare direttamente la società.</p>

<p>Non è più:</p>

<p><strong>Azienda → Politica → Società</strong></p>

<p>Oggi è:</p>

<p><strong>Azienda → Società → Politica.</strong></p>

<p>L’azienda non ha più bisogno di convincere il governo a imporre alla società la propria logica tecnica. Può costruire direttamente l’ambiente nel quale milioni o miliardi di persone parlano, discutono, litigano, si informano, si organizzano, cercano un partner, mantengono le amicizie e formano le proprie opinioni.</p>

<p>Non deve più limitarsi a influenzare la politica.</p>

<p>Possiede direttamente lo spazio sociale.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Prendiamo l’esempio della gentrificazione.
Se io applico una logica aziendale secondo la quale chi beve dalla fontanella in piazza non mi serve al business, la gentrificazione risolverà il problema eliminando la fontanella.</p>

<p>Ma una piazza progettata per costringere le persone a sedersi in un dehors e bere a pagamento non è affatto neutrale. Contiene già un messaggio politico molto preciso:
<strong>chi non paga è un pezzente.</strong></p>

<p>La struttura stessa dello spazio urbano comunica che bere gratuitamente, fermarsi senza consumare o occupare uno spazio pubblico senza produrre fatturato sono <strong>comportamenti socialmente inferiori.</strong></p>

<p>E così, lentamente, si forma un’opinione.</p>

<p>Con il tempo emerge l’idea che, se vai in giro con una borraccia d’acqua, sei un pezzente. Se vuoi prendere il sole in una spiaggia libera, senza pagare ombrelloni, sei un pezzente.
Se prendi la metropolitana, usi lo «spostapoveri», come dicono a Milano.</p>

<p>Il giudizio economico contenuto nella logica aziendale viene prima incorporato nello spazio, poi trasformato in comportamento normale e infine interiorizzato come giudizio sociale.</p>

<p>Questo è il meccanismo classico:</p>

<p><strong>Azienda → Politica → Società</strong></p>

<p>L’azienda trasmette la propria logica alla politica. La politica ridisegna lo spazio pubblico secondo quella logica. La società vive dentro quello spazio e, lentamente, finisce per assorbirne il messaggio.</p>

<p>È un processo potente, ma relativamente lento.</p>

<p>Se invece il percorso diventa:</p>

<p><strong>Azienda → Società → Politica</strong></p>

<p>la velocità cambia completamente.</p>

<p>Sui social network posso chiamare direttamente «pezzenti» quelli che bevono alla fontanella. Posso costruire meme, battute, mode, classifiche sociali e stigma attorno a quel comportamento.
Posso farlo circolare milioni di volte, sino a trasformarlo in senso comune.</p>

<p>Senza passare prima dalla politica.</p>

<p>A quel punto sarà la politica ad adeguarsi a un’opinione pubblica <strong>che è già stata formata altrove</strong>, dentro uno spazio privato posseduto e regolato da un’azienda.</p>

<hr/>

<p><br>
Questa emorragia di logiche tecniche, cioè, si è evoluta sino a passare attraverso le grandi corporation dei mass media e, da lì, ad allagare direttamente la società.</p>

<p>In questo senso, limitarsi a lamentarsi del comportamento delle aziende non ha molto senso.</p>

<p>Le aziende fanno ciò che hanno sempre fatto: perseguono i propri obiettivi mediante le logiche che si sono date per raggiungerli. A essere cambiato è il comportamento della società e della politica, che si sono lasciate allagare, permeare e infine riorganizzare secondo logiche tecniche aziendali.</p>

<p>Il problema non è più soltanto che le aziende siano diventate troppo potenti.</p>

<p>Il problema è che la società ha cominciato a pensare come un’azienda, mentre la politica ha cominciato a trattare i processi sociali come se fossero processi aziendali.</p>

<p>E, a questo punto, occorre fermarsi un momento e cercare di capire il futuro.</p>

<p>Diamo pure per scontato che le logiche tecniche aziendali diventino sempre più dominanti. Diamo per scontato che continuino a uscire dai confini delle imprese e a colonizzare il linguaggio, la politica, i rapporti sociali e perfino il modo
in cui le persone giudicano sé stesse e gli altri.</p>

<p>Poniamoci allora alcune domande.</p>

<p>A quale processo sociale e politico equivale, precisamente, il processo aziendale del «licenziamento»?</p>

<p>Che cosa significa, in una società organizzata secondo logiche aziendali, dichiarare che un cittadino non è più utile, non è più produttivo, costa troppo oppure non è sufficientemente allineato agli obiettivi dell’organizzazione?</p>

<p>E a che cosa corrisponderebbe, sul piano sociale e politico, il concetto di <strong>appraisal</strong>, cioè la valutazione periodica delle prestazioni?</p>

<p>Chi stabilirà i criteri secondo i quali un cittadino viene giudicato? Chi deciderà se ha prodotto abbastanza, se si è comportato correttamente, se ha raggiunto gli standard previsti, se merita una promozione sociale oppure un demansionamento?</p>

<p>E quando a un cittadino verranno assegnati degli «obiettivi da raggiungere», di che cosa parleremo?</p>

<p>Di diritti subordinati alla performance? Di accesso ai servizi condizionato al raggiungimento di determinati risultati? Di premi per i cittadini più efficienti e di sanzioni per quelli che non soddisfano gli indicatori?</p>

<p>A quel punto non parleremo più di cittadinanza.</p>

<p>Parleremo di una valutazione delle prestazioni applicata all’esistenza.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Prendiamo un aspetto oscuro, e ancora poco valutato, dell’intelligenza artificiale.</p>

<p>Supponiamo che io sottoponga una persona a un test tecnico. La stacco da internet, le impedisco di usare qualsiasi AI e le chiedo di svolgere una serie di compiti.</p>

<p>Adesso supponiamo che questi test siano «tagliati», per difficoltà e complessità, sulle capacità dei diversi modelli di intelligenza artificiale.</p>

<p>Il test destinato a un programmatore junior, per esempio, con un reddito pari a <strong>X</strong>, potrebbe essere costruito in modo da confrontarne la prestazione con quella di un modello di AI che, per svolgere lo stesso lavoro, costa <strong>X</strong>.</p>

<p>E quel costo non dovrebbe nemmeno essere stimato in maniera arbitraria.</p>

<p>Può già essere calcolato usando strumenti e parametri forniti dalle stesse aziende produttrici: numero di token consumati, modello utilizzato, tempo di elaborazione, quantità di contesto, eventuale uso di strumenti esterni.</p>

<p>A quel punto si può stabilire quanto costa far eseguire un determinato compito a una macchina e confrontare direttamente quel costo con quello della prestazione umana.</p>

<p><strong>CI RENDIAMO CONTO CHE LE METRICHE USATE PER CALCOLARE IL PREZZO DELL’AI POTREBBERO ESSERE APPLICATE ANCHE ALLA PERFORMANCE UMANA, SEMPLICEMENTE CREANDO DEI TEST DI PRODUTTIVITÀ COMPARABILI CON I DIVERSI PRODOTTI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE?</strong></p>

<p>Non si tratterebbe più soltanto di chiedersi se una persona sappia fare il proprio lavoro.</p>

<p>Si tratterebbe di chiedersi se una persona riesca a svolgere quel lavoro meglio, più velocemente oppure a un costo inferiore rispetto al modello di AI corrispondente alla sua fascia salariale.</p>

<p>In pratica, farei eseguire alla persona gli stessi identici test tecnici che sottopongo a un sistema di intelligenza artificiale. Poi guarderei quanto mi costa farli risolvere dalla macchina.</p>

<p>E quel costo determinerebbe il reddito del candidato.</p>

<p>Se un modello di AI riesce a svolgere una certa quantità di lavoro spendendo <strong>X</strong>, il candidato umano dovrebbe dimostrare di produrre almeno lo stesso valore, oppure accettare di essere pagato meno di <strong>X</strong>.</p>

<p>Lo trovate distopico?</p>

<p>Ebbene, se lasciamo che le logiche tecniche delle grandi aziende di AI allaghino il mondo della società e del lavoro, la performance intellettuale potrebbe essere valutata molto facilmente in termini di <strong>AI-equivalente</strong>.</p>

<p>Un programmatore, un traduttore, un grafico, un avvocato o un analista non verrebbero più valutati soltanto per esperienza, preparazione o qualità del lavoro, ma in base al numero e al tipo di modelli di AI necessari per sostituirli.</p>

<p>E, dal punto di vista della razionalità aziendale, avrebbe perfettamente senso.</p>

<p>L’azienda potrebbe pagare una persona soltanto finché il suo costo rimane inferiore, o almeno competitivo, rispetto a quello dell’intelligenza artificiale necessaria per svolgere lo stesso lavoro.</p>

<p>Non servirebbe alcuna legge distopica. Non servirebbe un ministero incaricato di classificare il valore intellettuale degli esseri umani.</p>

<p>Basterebbe che la semplice logica tecnica delle aziende produttrici di AI uscisse dai loro confini e diventasse, quasi senza discussione, un criterio vastamente accettato nel mondo del lavoro.</p>

<p>Ma, soprattutto, perché questo meccanismo possa funzionare occorrerebbe la nascita di una metrica adeguata.</p>

<p>Se oggi le persone vengono conteggiate e pagate in termini di FTE-equivalente, cioè come frazioni o multipli di un lavoratore a tempo pieno, domani potrebbero essere valutate in termini di <strong>ChatGPT-equivalente</strong>, <strong>Claude-equivalente</strong>, oppure mediante qualche altra unità costruita sui prodotti di intelligenza artificiale disponibili.</p>

<p>Un programmatore, per esempio, potrebbe valere 0,8 Claude-equivalenti. Un traduttore 1,3 ChatGPT-equivalenti.
Un analista junior, magari, mezzo modello di fascia media più una certa quantità di supervisione umana.</p>

<p>Oggi queste metriche non esistono ancora, soprattutto perché i prodotti di intelligenza artificiale cambiano troppo rapidamente. I modelli vengono aggiornati, sostituiti, riprezzati, migliorati o ritirati nel giro di pochi mesi.</p>

<p>Ma se il prezzo per token, il costo per compito, il costo per unità di contesto o qualsiasi altra metrica commerciale finiranno per stabilizzarsi, <strong>allora la comparazione diventerà quasi inevitabile.</strong></p>

<p>A quel punto non si parlerà più soltanto di quanto costa usare un’intelligenza artificiale.</p>

<p>Si parlerà di quanto vale un essere umano<strong>, espresso nella stessa unità di misura.</strong></p>

<hr/>

<p>Sinché tutto questo rimane confinato nell’ambito aziendale, beh, sappiamo bene che le aziende valutano continuamente se convenga usare strumenti automatici al posto dei lavoratori, confrontando costi, velocità e qualità del risultato.</p>

<p>Si tratta di un processo normale, all’interno della normale pratica aziendale.</p>

<p>Un’azienda si domanda se una macchina costi meno di un dipendente, se produca più velocemente, se commetta meno errori e se il costo dell’automazione venga compensato dai risparmi successivi. Non c’è nulla di nuovo, in questo.</p>

<p>Il problema comincia quando questa logica esce dall’azienda, si estende e finisce per allagare l’intera società.</p>

<p>Accettereste che la pagella dei vostri figli venga generata confrontando la loro prestazione con quella di un’intelligenza artificiale?</p>

<p>Accettereste che il vostro medico vi venga presentato come un professionista che vale, per esempio, 4,5 volte una AI standardizzata chiamata DoctorAI?</p>

<p>Pensateci.</p>

<p>Se per assegnare i voti agli studenti si usasse una AI standardizzata, probabilmente il voto assumerebbe un significato molto più sistematico. Non indicherebbe più soltanto il giudizio di un insegnante, ma la distanza misurabile tra la prestazione dello studente e quella della macchina scelta come riferimento.</p>

<p>Un ragazzo potrebbe diplomarsi valendo, per esempio, 0,7 AI-equivalenti in matematica, 1,2 in scrittura e 0,4 in programmazione.</p>

<p>E, dall’altro lato, le aziende saprebbero sin dall’inizio come fissare il budget massimo — cioè lo stipendio massimo — da offrire a quel ragazzo appena diplomato.</p>

<p>Se la sua prestazione è equivalente a quella di una AI che costa una certa cifra, il salario non dovrebbe superare quella cifra, a meno che il candidato non possieda qualche qualità aggiuntiva che la macchina non offre.</p>

<p>Lo stesso varrebbe per i neolaureati.</p>

<p>Il titolo di studio potrebbe smettere di indicare semplicemente un percorso formativo e diventare una certificazione di superiorità, inferiorità o equivalenza rispetto a un modello artificiale standard.</p>

<p>E la cosa potrebbe estendersi all’estimo delle opere d’arte, alla valutazione dei testi, della musica, del design o di qualsiasi altro lavoro intellettuale.</p>

<p>Si stabilisce una AI standard, uguale per tutti, e da quel momento le opere vengono valutate in base alla loro distanza da quella prestazione di riferimento.</p>

<p>Un quadro potrebbe valere tre PainterAI-equivalenti. Un romanzo potrebbe essere giudicato superiore del 40% rispetto a WriterAI. Una composizione musicale potrebbe essere considerata economicamente mediocre perché un sistema automatico produce qualcosa di simile in venti secondi e al costo di pochi centesimi.</p>

<p>Sarebbe economicamente comodissimo.</p>

<p>E, dal punto di vista aziendale, sarebbe quasi ineccepibile.</p>

<p>Le metriche sarebbero uniformi. I costi diventerebbero prevedibili. I salari potrebbero essere collegati direttamente alla sostituibilità. Le scuole produrrebbero classificazioni immediatamente leggibili dalle imprese. Il mercato del lavoro avrebbe finalmente una singola unità di misura per confrontare persone e macchine.</p>

<p>La domanda che dobbiamo porci, quindi, non è soltanto se gli oligarchi della tecnologia siano troppo ricchi, troppo potenti o troppo influenti.</p>

<p>Continuare a gridare «Buuu, gli oligarchi!» serve a poco.</p>

<p>La vera domanda è un’altra:</p>

<h2 id="quante-di-queste-logiche-aziendali-vogliamo-lasciare-entrare-nella-società"><strong>quante di queste logiche aziendali vogliamo lasciare entrare nella società?</strong></h2>

<p><br>
<br>
<br></p>

<p>Uriel Fanelli
<p/>
—<br>
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]]></content:encoded>
      <guid>https://keinpfusch.net/oligarchie-e-social-network</guid>
      <pubDate>Mon, 13 Jul 2026 09:08:23 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Chat Control, e il mito dell&#39; E2E</title>
      <link>https://keinpfusch.net/chat-control-e-il-mito-dell-e2e</link>
      <description>&lt;![CDATA[per capire cosa stia succedendo davvero nel caso della cosiddetta direttiva &#34;Chat Control&#34;, occorre capire bene, e sfatare, un mito nel quale credono tutti.&#xA;Occorre cioe&#39; capire come funzionano (o meglio, NON funzionano) i cosiddetti sistemi con &#34;Crittazione E2E&#34;, cui tutti attribuiscono poteri immaginifici,&#xA;ma per come viene implementata, non e&#39; niente di quello che pensate.Prima smontiamo il mito, poi vediamo di capire come si sviluppa tutta la narrativa che circonda&#xA;questa minchiata.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Normalmente, quando si parla di crittazione end-to-end, o E2E, si intende una situazione nella quale soltanto i dispositivi posti alle due estremità della comunicazione possono leggere il contenuto dei messaggi.&#xA;&#xA;In una conversazione tra due persone, quindi, il vostro client — il cellulare, il programma installato sul computer, e così via — e il client del vostro interlocutore sono gli unici a possedere il materiale crittografico necessario per cifrare e decifrare i messaggi.&#xA;Soltanto le due end di end-to-end possono leggere ciò che viene scritto. I server attraversati dai messaggi possono trasportarli, conservarli temporaneamente e consegnarli, ma non dovrebbero possedere le chiavi necessarie per comprenderne il contenuto.&#xA;&#xA;A questo punto, però, nasce una domanda abbastanza ovvia: se esistono delle chiavi capaci di leggere i messaggi, per quale motivo qualcuno non potrebbe semplicemente rubarle?&#xA;&#xA;Il punto è che la crittazione end-to-end può essere implementata in modi diversi. Nel campo della messaggistica, i tre schemi più importanti da conoscere sono:&#xA;&#xA;Off-the-Record Messaging, o OTR, uno dei primi protocolli pensati espressamente per rendere sicure le conversazioni istantanee;&#xA;il Double Ratchet, usato dalla famiglia di protocolli resa popolare da Signal e progettato soprattutto per le conversazioni asincrone tra due interlocutori;&#xA;Messaging Layer Security, o MLS, uno standard più recente, pensato soprattutto per gestire in modo efficiente le conversazioni di gruppo.&#xA;&#xA;In questo articolo partirò dal Double Ratchet, non perché sia l’unico schema possibile, ma perché permette di capire con relativa facilità alcuni dei problemi fondamentali della messaggistica cifrata: come cambiare continuamente le chiavi, come limitare i danni causati dal furto di una chiave e come recuperare sicurezza dopo una compromissione temporane&#xA;&#xA;Una volta chiariti questi concetti, sarà più semplice riconoscere problemi e soluzioni analoghe anche in altri protocolli, come Off-the-Record Messaging, o OTR, e Messaging Layer Security, o MLS.&#xA;&#xA;I tre sistemi non funzionano nello stesso modo e non sono stati progettati esattamente per lo stesso scenario. Tuttavia devono affrontare una parte dello stesso problema generale: impedire che il possesso di una singola chiave trasformi un’intera conversazione, passata e futura, in un archivio leggibile da chiunque riesca a rubarla.&#xA;&#xA;Il Double Ratchet cerca di risolvere il problema facendo in modo che le chiavi non rimangano ferme.&#xA;&#xA;Una conversazione cifrata nel modo più semplice potrebbe funzionare così: Alice e Bob si accordano su una chiave, e da quel momento usano quella chiave per cifrare e decifrare tutti i messaggi. Il sistema può anche essere matematicamente solidissimo, ma ha un difetto abbastanza evidente: se qualcuno riesce a rubare quella chiave, può leggere tutto. Può leggere i messaggi futuri e, se ha conservato una copia del traffico precedente, può tornare indietro e leggere anche quelli passati.&#xA;&#xA;Il Double Ratchet parte dall’idea che una chiave tanto importante non debba rimanere in circolazione così a lungo.&#xA;&#xA;Anziché usare sempre la stessa chiave, i due client mantengono una specie di catena crittografica. Ogni volta che viene inviato un messaggio, dalla catena viene ricavata una nuova chiave, usata soltanto per quel messaggio. Subito dopo, il client fa avanzare la catena e cancella, per quanto possibile, la chiave appena utilizzata.&#xA;&#xA;Il meccanismo si chiama ratchet, cioè cricchetto, proprio perché dovrebbe funzionare come un ingranaggio che può avanzare ma non tornare indietro.&#xA;&#xA;Il sistema funziona un po’ come la ruota di una cassaforte che, dopo ogni messaggio, cambia combinazione. La combinazione usata prima viene abbandonata, e quella nuova viene ricavata dallo stato corrente.&#xA;Il Double Ratchet usa due meccanismi di questo tipo: uno cambia la combinazione a ogni messaggio, l’altro introduce periodicamente nuovo materiale segreto, in modo che anche chi avesse copiato una vecchia combinazione smetta, prima o poi, di poter seguire la conversazione.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;Conoscendo lo stato attuale della catena è possibile calcolare il passo successivo, ma non dovrebbe essere possibile ricostruire quelli precedenti. Di conseguenza, chi ruba oggi le chiavi presenti nella memoria del telefono non dovrebbe poter risalire automaticamente alle chiavi usate ieri, purché quelle vecchie siano state davvero cancellate.&#xA;&#xA;Questo è il primo ratchet: quello che fa avanzare la catena delle chiavi a ogni messaggio.&#xA;&#xA;Ma da solo non basta.&#xA;&#xA;Supponiamo che qualcuno riesca a compromettere il telefono di Alice e a copiare lo stato attuale della catena. Anche senza poter leggere il passato, potrebbe continuare a calcolare le chiavi successive e quindi leggere i messaggi futuri.&#xA;&#xA;Per evitare che una singola intrusione condanni per sempre la conversazione, periodicamente Alice e Bob introducono nella catena nuovo materiale segreto, ottenuto attraverso uno scambio crittografico tra i due dispositivi. Quando uno dei due risponde usando una nuova chiave pubblica, entrambi possono ricavare un nuovo segreto e usarlo per avviare nuove catene di invio e ricezione.&#xA;&#xA;Questo è il secondo ratchet.&#xA;&#xA;Il nome Double Ratchet deriva appunto dalla combinazione dei due meccanismi: un cricchetto simmetrico, che produce una nuova chiave per ogni messaggio, e un cricchetto basato su Diffie-Hellman, che introduce periodicamente nuovo materiale segreto nella conversazione.&#xA;Il primo serve soprattutto a proteggere il passato: rubare una chiave attuale non permette, almeno in teoria, di ricostruire quelle già usate e cancellate.&#xA;&#xA;Ogni volta che dite qualcosa, lo stato crittografico della conversazione avanza. A partire dalla chiave corrente viene derivata una nuova chiave, destinata a un singolo messaggio, mentre quella precedente può essere eliminata.&#xA;&#xA;Le due parti fanno avanzare indipendentemente le proprie catene: quella usata da Alice per inviare corrisponde a quella usata da Bob per ricevere, e viceversa. Quando Bob riceve il messaggio, usa le informazioni contenute nell’intestazione per portare la propria catena allo stesso punto e ricavare la stessa chiave del messaggio.&#xA;&#xA;Se riesce a decifrarlo e a verificarne l’autenticità, significa che i due client hanno seguito correttamente la stessa evoluzione crittografica della conversazione.&#xA;&#xA;Il secondo permette alla conversazione di recuperare sicurezza dopo una compromissione temporanea. Se l’aggressore ha copiato le chiavi in un determinato momento, ma in seguito perde l’accesso al dispositivo, prima o poi Alice e Bob introdurranno un nuovo segreto che l’aggressore non conosce. Da quel momento, le copie rubate in precedenza non saranno più sufficienti per leggere i nuovi messaggi.&#xA;&#xA;Naturalmente, se l’aggressore controlla permanentemente il telefono, legge la memoria, registra la tastiera o vede direttamente lo schermo, nessun movimento delle chiavi può fare miracoli. Il Double Ratchet può guarire da una compromissione conclusa; non può guarire da una compromissione che continua.&#xA;&#xA;C’è però un dettaglio importante: tutto questo descrive una conversazione tra due client.&#xA;&#xA;Non necessariamente tra due esseri umani: tra due precise installazioni del programma, ciascuna con il proprio stato, le proprie catene e le proprie chiavi. Il Double Ratchet, preso da solo, sa gestire il dialogo tra il dispositivo di Alice e quello di Bob.&#xA;Ma allora come si fa a creare una conversazione con Alice, Bob, Carlo, Daniela e altre cinquanta persone?&#xA;&#xA;E, prima ancora: come si fa quando Alice possiede contemporaneamente un telefono, un tablet, un computer portatile e un computer fisso?&#xA;&#xA;Come si può avere una conversazione di gruppo, oppure usare più di un client, se il Double Ratchet nasce come rapporto crittografico tra due soli dispositivi?&#xA;&#xA;Alla seconda domanda — come si fa ad avere più di un client — bisogna rispondere così: il nuovo dispositivo deve essere autorizzato e inserito tra quelli fidati.&#xA;Per questo, normalmente, il programma mostra un codice QR, che il nuovo client legge per stabilire un collegamento sicuro con quello già autorizzato e ottenere il materiale necessario a creare le proprie chiavi.&#xA;Da quel momento, però, i due dispositivi restano distinti: ciascuno mantiene le proprie sessioni e il proprio stato crittografico. Quando arriva un messaggio, il sistema deve quindi cifrarne una copia separata per ogni dispositivo.&#xA;&#xA;Tuttavia, da quel momento, non vedrete voi stessi come due utenti distinti collegati da due dispositivi diversi. L’interfaccia continuerà a mostrarvi come un unico utente.&#xA;Annotate bene questa cosa: nella conversazione possono essere presenti n client, mentre voi vedete soltanto pochi utenti. Un partecipante visibile potrebbe quindi corrispondere a un telefono, a un computer, a un tablet o a diversi dispositivi contemporaneamente.&#xA;Questo significa che, a meno che il programma non mostri esplicitamente l’elenco dei dispositivi collegati, non vedete davvero tutti i client che partecipano alla conversazione. Vedete le identità degli utenti, non necessariamente tutte le estremità crittografiche alle quali i messaggi vengono consegnati.&#xA;&#xA;Passiamo allora al caso dei gruppi.&#xA;&#xA;La soluzione più semplice consiste nel fingere che il gruppo non esista.&#xA;&#xA;Supponiamo che Alice scriva in una conversazione con Bob, Carlo e Daniela. Il suo client prende il messaggio e ne produce tre copie: una cifrata per Bob, una per Carlo e una per Daniela. Ciascuna copia viaggia dentro una sessione distinta tra due client, che può usare il proprio&#xA;Double Ratchet.&#xA;&#xA;Dal punto di vista di Alice esiste un solo gruppo. Dal punto di vista crittografico, invece, esistono numerose conversazioni a due che procedono in parallelo.&#xA;&#xA;E ricordate che stiamo contando i client, non gli utenti. Se Bob possiede un telefono e due computer, Carlo un telefono e Daniela quattro dispositivi, il messaggio di Alice non deve essere cifrato tre volte, ma una volta per ciascun dispositivo autorizzato.&#xA;&#xA;Il sistema funziona, ed è anche relativamente semplice da comprendere. Ma il costo cresce rapidamente: ogni messaggio deve essere cifrato, spedito e gestito molte volte. In un gruppo grande, con utenti che possiedono più dispositivi, il numero reale delle destinazioni può essere molto superiore al numero dei nomi mostrati sullo schermo.&#xA;&#xA;Per evitare questa moltiplicazione, alcuni sistemi usano una chiave del mittente. Alice distribuisce in modo sicuro una propria chiave agli altri membri del gruppo, usando le sessioni individuali già esistenti. Dopo questa distribuzione iniziale, può cifrare il messaggio una sola volta, e tutti i membri autorizzati possono decifrarlo.&#xA;&#xA;Ogni mittente mantiene la propria catena di chiavi: Alice ne possiede una, Bob un’altra, Carlo un’altra ancora. Quando Alice scrive, fa avanzare la propria catena e produce una nuova chiave per il messaggio successivo.&#xA;&#xA;Ma questa soluzione introduce un altro problema. Quando una persona entra nel gruppo, esce dal gruppo oppure aggiunge un nuovo dispositivo, bisogna stabilire quali chiavi debba ricevere e quali non debba più conoscere.&#xA;&#xA;Se Daniela viene espulsa, non basta rimuovere il suo nome dall’interfaccia. Occorre cambiare il materiale crittografico usato dal gruppo, altrimenti il suo client potrebbe continuare a leggere i messaggi futuri.&#xA;&#xA;E se un nuovo dispositivo viene aggiunto all’account di Bob, bisogna decidere chi lo autorizza, quali chiavi riceve e da quale momento può leggere la conversazione.&#xA;&#xA;A questo punto il problema non è più soltanto cifrare un messaggio. Il problema è mantenere una rappresentazione crittografica aggiornata di chi appartiene al gruppo, con quali dispositivi e da quale momento.&#xA;&#xA;Ed è qui che entra in gioco Sesame.&#xA;&#xA;Sesame non sostituisce il Double Ratchet. Serve a gestire molte sessioni Double Ratchet contemporaneamente, soprattutto quando ogni utente possiede più dispositivi e può collegarne di nuovi nel tempo.&#xA;&#xA;Per Sesame, infatti, Bob non è una singola estremità crittografica. Bob può essere il telefono, il portatile, il computer dell’ufficio e un vecchio tablet dimenticato in un cassetto. Ciascuno di questi dispositivi può avere una propria sessione separata con ciascuno dei dispositivi di Alice.&#xA;&#xA;Quando Alice manda un messaggio a Bob, il sistema deve quindi conoscere l’elenco dei dispositivi attribuiti a Bob e consegnare una copia cifrata a ognuno di essi. Sesame si occupa di creare, conservare, sostituire e chiudere queste sessioni, anche quando i dispositivi sono temporaneamente offline.&#xA;&#xA;Ma nell’interfaccia Alice continua a vedere soltanto Bob.&#xA;&#xA;E in un gruppo continua a vedere Alice, Bob, Carlo e Daniela, non necessariamente tutti i telefoni, i tablet e i computer che ricevono davvero i messaggi.&#xA;&#xA;Questo è il punto da annotare bene: l’elenco dei membri del gruppo e l’elenco delle estremità crittografiche non sono la stessa cosa.&#xA;&#xA;Un gruppo che mostra dieci utenti potrebbe distribuire ogni messaggio a venti, trenta o cinquanta client. Alcuni programmi permettono di ispezionare separatamente i dispositivi associati a ciascun contatto; altri rendono questa informazione poco visibile o la mostrano soltanto quando cambia una chiave.&#xA;&#xA;Di conseguenza, guardando il semplice elenco dei partecipanti, non vedete davvero tutte le macchine che fanno parte della conversazione. Vedete le identità logiche alle quali quelle macchine sono attribuite.&#xA;E questo significa anche che la sicurezza del gruppo dipende da dispositivi che gli altri partecipanti potrebbero non aver mai visto, né sapere che esistono.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;La domanda che vi pongo ora è questa: che cosa succede se nel gruppo esiste un’identità che non vi viene mostrata come partecipante, ma viene nascosta facendola apparire come un semplice dispositivo appartenente a qualcun altro?&#xA;La risposta è: dal vostro punto di vista, non succede nulla.&#xA;&#xA;Supponiamo che nel gruppo esista un’estremità crittografica chiamata “sbir”* — nome scelto del tutto casualmente, senza voler suggerire governi, polizie o altre istituzioni particolarmente curiose.&#xA;Se il vostro client non vi mostra il dispositivo sbir, voi non saprete mai che esiste. Continuerete a vedere Alice, Bob e Carlo, mentre i messaggi vengono cifrati e consegnati anche a una quarta estremità crittografica.&#xA;&#xA;La crittografia, da sola, non può avvertirvi. Dal suo punto di vista, sbir è semplicemente un altro dispositivo autorizzato, dotato delle chiavi necessarie per ricevere i messaggi.&#xA;&#xA;Il problema, quindi, non è che il Double Ratchet sia stato spezzato.&#xA;Il Double Ratchet sta funzionando perfettamente: sta cifrando il messaggio anche per sbir.&#xA;&#xA;Il problema è che il vostro client non vi permette di sapere per chi lo sta cifrando.&#xA;&#xA;Se non potete vedere e verificare tutti i dispositivi associati ai membri del gruppo, non potete escludere che tra essi esista un client che non conoscete. Vedete gli utenti dichiarati dall’interfaccia, ma non necessariamente tutte le estremità crittografiche alle quali la conversazione viene realmente consegnata.&#xA;&#xA;br&#xA;Il secondo metodo è MLS*, cioè Messaging Layer Security.&#xA;&#xA;A differenza del Double Ratchet, MLS non parte da una conversazione tra due dispositivi che viene poi estesa artificialmente a molti. Nasce direttamente per gestire gruppi composti da numerosi client, anche quando non sono tutti collegati nello stesso momento.&#xA;&#xA;L’idea generale è che i client del gruppo vengano organizzati in una struttura ad albero. Ogni estremità crittografica occupa una posizione nell’albero e condivide parte del materiale necessario a ricavare le chiavi del gruppo.&#xA;Quando un client entra, esce o aggiorna le proprie chiavi, non è necessario ricostruire da zero una relazione separata con tutti gli altri. Viene aggiornata soltanto la parte dell’albero interessata, e da quell’aggiornamento tutti i membri legittimi possono ricavare il nuovo stato crittografico del gruppo.&#xA;&#xA;È, in sostanza, un modo molto più efficiente di far avanzare insieme le chiavi di un numero elevato di client. MLS è stato progettato proprio per fornire ai gruppi proprietà analoghe alla protezione del passato e al recupero dopo una compromissione offerte dal Double Ratchet.&#xA;Ma anche qui bisogna osservare attentamente che cosa significhi la parola membro.&#xA;&#xA;In MLS, l’appartenenza al gruppo viene gestita al livello dei singoli client. Normalmente un client corrisponde a un dispositivo. Se Bob possiede tre dispositivi, nel gruppo MLS possono quindi esistere tre client distinti, anche se l’interfaccia continua a mostrarvi un solo utente chiamato Bob.&#xA;&#xA;MLS può garantire che soltanto i client presenti nell’albero possano ricavare le chiavi del gruppo. Ma non stabilisce, da solo, come questi client debbano essere rappresentati sul vostro schermo, né garantisce che l’applicazione vi mostri chiaramente a quale essere umano siano attribuiti.&#xA;&#xA;Torniamo quindi al nostro dispositivo chiamato sbir.&#xA;&#xA;Se sbir viene inserito regolarmente nell’albero MLS, riceve gli aggiornamenti necessari e possiede credenziali considerate valide dall’applicazione, dal punto di vista crittografico è un membro perfettamente legittimo del gruppo.&#xA;&#xA;Se poi l’interfaccia decide di nasconderlo sotto il nome di Bob, presentandolo come uno dei suoi dispositivi, voi continuerete a vedere Bob una sola volta.&#xA;&#xA;MLS non è stato violato. Nessuno ha decifrato abusivamente i messaggi. Nessuno ha spezzato le chiavi.&#xA;&#xA;Il messaggio è stato cifrato correttamente anche per sbir, perché sbir faceva parte del gruppo crittografico.&#xA;&#xA;Ancora una volta, quindi, la crittografia può garantire che soltanto i membri autorizzati leggano la conversazione. Ma se non potete vedere e verificare l’elenco REALE dei client autorizzati, non potete sapere chi siano davvero questi membri.&#xA;&#xA;br&#xA;Il terzo metodo è OTR*, cioè Off-the-Record Messaging.&#xA;&#xA;OTR nasce per riprodurre, nel mondo digitale, alcune proprietà di una conversazione privata avvenuta a voce.&#xA;&#xA;Durante la conversazione, Alice deve poter essere ragionevolmente sicura di parlare con Bob. Nessuno all’esterno deve poter leggere i messaggi, modificarli senza essere scoperto o inserirne di falsi.&#xA;&#xA;Ma, una volta conclusa la conversazione, Alice non dovrebbe poter prendere la trascrizione e dimostrare crittograficamente a un giudice, a un giornalista o a un’altra persona che una determinata frase è stata certamente scritta da Bob.&#xA;&#xA;In altre parole, OTR cerca di ottenere contemporaneamente due risultati apparentemente contraddittori: autenticare l’interlocutore durante la conversazione, ma evitare che i messaggi diventino firme digitali permanenti contro di lui.&#xA;&#xA;Per ottenere questo risultato, OTR cambia periodicamente le chiavi e, dopo averle utilizzate, rende pubbliche alcune chiavi di autenticazione ormai scadute. Da quel momento, chiunque potrebbe teoricamente costruire un messaggio compatibile con quelle vecchie chiavi.&#xA;&#xA;La conversazione era verificabile mentre avveniva, ma la sua trascrizione non costituisce più una prova crittografica incontestabile.&#xA;&#xA;Da qui il nome Off the Record: ciò che viene detto è riservato, ma soprattutto non viene trasformato automaticamente in una dichiarazione firmata e utilizzabile contro chi l’ha pronunciata.&#xA;&#xA;Anche OTR, tuttavia, nasce essenzialmente come conversazione tra due client. Nelle versioni tradizionali, inoltre, i due interlocutori devono normalmente essere collegati nello stesso momento per iniziare lo scambio delle chiavi.&#xA;&#xA;E anche qui ritorna il nostro problema.&#xA;&#xA;Se Bob possiede più dispositivi, non esiste un unico Bob crittografico: esistono più client, ciascuno con le proprie sessioni. E se un programma costruisce un gruppo sommando diverse conversazioni OTR, deve ancora una volta decidere quali dispositivi includere e quali mostrare nell’interfaccia.&#xA;&#xA;Supponiamo quindi che, oltre ai dispositivi visibili di Alice, Bob e Carlo, esista il solito client chiamato sbir.&#xA;&#xA;Se il software apre regolarmente una sessione anche con sbir, e poi nasconde quel client sotto l’identità di Bob, OTR non può protestare. Dal suo punto di vista, la sessione è cifrata, autenticata e perfettamente valida.&#xA;&#xA;Ancora una volta, nessuno ha spezzato la crittografia.&#xA;&#xA;È il sistema che ha deciso di includere un destinatario senza mostrarvelo.&#xA;&#xA;Double Ratchet, MLS e OTR affrontano il problema delle chiavi in modi differenti. Ma tutti arrivano allo stesso limite: possono proteggere la conversazione soltanto rispetto all’elenco dei client che il sistema considera autorizzati.&#xA;&#xA;Se non potete vedere e verificare quell’elenco, la crittografia può dirvi che soltanto i membri del gruppo stanno leggendo.&#xA;&#xA;Non può dirvi che il programma vi abbia mostrato tutti i membri del gruppo.&#xA;&#xA;br&#xA;In conclusione, se il vostro sistema di messaggistica consente di accedere allo stesso account da più dispositivi, continuando a mostrarli tutti sotto il nome di un solo utente, allora può teoricamente associarvi un dispositivo aggiuntivo — chiamiamolo ancora sbir* — capace di ricevere e registrare tutto ciò che scrivete.&#xA;&#xA;E nulla, nel sistema di cifratura in sé, può impedirlo.&#xA;&#xA;Dal punto di vista crittografico, infatti, sbir non è un intruso. È un dispositivo regolarmente autorizzato, al quale i messaggi vengono cifrati e consegnati nel modo previsto dal protocollo.&#xA;&#xA;Lo stesso problema si presenta nei gruppi. Se il sistema può aggiungere un client all’insieme dei partecipanti senza mostrarvelo chiaramente, quel client riceverà legittimamente le chiavi necessarie a leggere la conversazione.&#xA;&#xA;L’interfaccia che vi mostra l’elenco dei dispositivi associati al vostro account, o ai membri del gruppo, non è necessariamente soggetta allo stesso contratto crittografico che protegge i messaggi.&#xA;&#xA;Quell’elenco può essere prodotto dal server, filtrato dall’applicazione o rappresentato nel modo deciso dal fornitore del servizio. La crittografia può garantire che il messaggio sia stato consegnato soltanto ai dispositivi autorizzati dal sistema.&#xA;&#xA;Non può però garantirvi che l’interfaccia vi abbia mostrato l’elenco completo di quei dispositivi.&#xA;&#xA;A meno che l’elenco non sia verificabile indipendentemente, firmato, registrato in modo trasparente e controllabile dagli altri partecipanti, dovete fidarvi del software quando vi dice chi sta ricevendo davvero i messaggi.&#xA;&#xA;La cifratura end-to-end può quindi impedire al server di leggere direttamente il contenuto.&#xA;&#xA;Ma non può impedirgli di autorizzare un’estremità aggiuntiva, se il protocollo gli consente di presentarla come un vostro dispositivo o come il dispositivo di un altro partecipante.&#xA;&#xA;Il problema successivo, quindi, non è più la cifratura dei messaggi.&#xA;&#xA;È la directory dei dispositivi.&#xA;&#xA;Quando scrivete a Bob, il vostro client deve sapere quali siano i dispositivi autorizzati a ricevere i suoi messaggi: il telefono di Bob, il suo portatile, il tablet e così via. Questa informazione deve arrivare da qualche parte, e normalmente arriva dal server.&#xA;&#xA;Ma se il server può semplicemente dichiarare che Bob possiede un nuovo dispositivo, allora può aggiungere anche sbir all’elenco.&#xA;&#xA;A quel punto il vostro client cifrerà diligentemente una copia del messaggio anche per sbir, convinto di stare semplicemente comunicando con un nuovo telefono di Bob.&#xA;&#xA;Per evitare questo problema serve qualcosa che, in termini generali, viene chiamato key transparency, cioè trasparenza delle chiavi.&#xA;&#xA;L’idea è che l’elenco delle chiavi e dei dispositivi associati a ogni utente non venga consegnato dal server come una semplice informazione modificabile a piacere. Deve invece essere inserito in un registro verificabile, coerente e resistente alle modifiche invisibili.&#xA;&#xA;Se Bob aggiunge davvero un nuovo telefono, il cambiamento deve lasciare una traccia. Il vostro client deve poter verificare che l’elenco attuale sia una continuazione coerente di quello precedente, e possibilmente deve avvertirvi che qualcosa è cambiato.&#xA;&#xA;Il server non dovrebbe poter mostrare a voi una versione dell’elenco e a Bob una versione diversa, aggiungendo sbir soltanto nella copia destinata al vostro client.&#xA;&#xA;Questo tipo di attacco si chiama spesso equivocation: il server presenta realtà differenti a utenti differenti.&#xA;&#xA;Un sistema di trasparenza cerca quindi di ottenere almeno tre cose.&#xA;&#xA;Primo: ogni modifica all’elenco dei dispositivi deve essere registrata.&#xA;&#xA;Secondo: il server non deve poter cancellare retroattivamente una modifica senza lasciare tracce.&#xA;&#xA;Terzo: client diversi devono poter controllare di stare vedendo una storia compatibile dello stesso registro.&#xA;&#xA;A questo punto, però, compare un’altra difficoltà.&#xA;&#xA;Chi controlla il registro?&#xA;&#xA;Se il registro è mantenuto dallo stesso fornitore che gestisce il server, l’applicazione e gli aggiornamenti del client, allora la verifica rischia di diventare circolare: il sistema vi assicura che il sistema non sta mentendo.&#xA;&#xA;Per avere una garanzia più forte servono controlli indipendenti, confronti tra client, registri pubblicamente verificabili oppure meccanismi che rendano evidente quando il server mostra versioni differenti della stessa realtà.&#xA;&#xA;La crittografia end-to-end protegge dunque il messaggio durante il viaggio.&#xA;La trasparenza delle chiavi cerca invece di proteggere l’elenco dei destinatari.&#xA;&#xA;Senza la prima, il server può leggere il messaggio.&#xA;&#xA;Senza la seconda, può semplicemente aggiungere qualcuno tra coloro che hanno il diritto di leggerlo.&#xA;&#xA;*&#xA;&#xA;A questo punto, però, rimane un problema ancora più profondo.&#xA;&#xA;Chi esegue tutte queste verifiche?&#xA;&#xA;Il vostro client.&#xA;&#xA;È il client che controlla il registro, confronta le chiavi, verifica la presenza di nuovi dispositivi e decide se mostrarvi un avviso.&#xA;&#xA;Ma quel client, nella maggior parte dei casi, viene distribuito e aggiornato dallo stesso soggetto che gestisce il servizio.&#xA;&#xA;Il fornitore controlla quindi il server, la directory dei dispositivi e anche il programma che dovrebbe accorgersi se il server sta mentendo.&#xA;&#xA;Può pubblicare un sistema di key transparency perfettamente progettato e, nello stesso tempo, distribuire a un utente specifico una versione modificata del client che non esegue davvero i controlli, ignora le anomalie oppure nasconde la presenza del solito dispositivo sbir.&#xA;&#xA;Anche in questo caso, la crittografia può continuare a funzionare perfettamente.&#xA;&#xA;Le firme sono valide. Le chiavi coincidono. I messaggi arrivano cifrati. Il registro può perfino contenere davvero il nuovo dispositivo.&#xA;&#xA;È soltanto l’interfaccia a non dirvelo.&#xA;&#xA;Il problema, quindi, si sposta ancora una volta. Non basta che il protocollo sia sicuro. Bisogna anche potersi fidare del programma che lo implementa.&#xA;&#xA;Il fatto che il software sia open source aiuta, ma non risolve automaticamente il problema. Potete leggere il codice pubblicato, ma dovete ancora sapere se il programma installato sul vostro telefono sia stato costruito proprio da quel codice e senza modifiche.&#xA;&#xA;In altre parole, occorre poter verificare la corrispondenza tra il codice sorgente esaminabile e il file binario realmente distribuito.&#xA;&#xA;È il problema delle build riproducibili.&#xA;&#xA;Se persone indipendenti possono compilare lo stesso codice e ottenere esattamente lo stesso programma distribuito dal fornitore, diventa più difficile inserire modifiche nascoste soltanto nella versione pubblicata sugli store.&#xA;&#xA;Ma anche questo non chiude completamente il problema.&#xA;&#xA;Il fornitore potrebbe distribuire una versione speciale soltanto a un singolo utente. Oppure potrebbe inserire il comportamento sospetto soltanto quando il server invia un comando particolare. Il programma sarebbe apparentemente innocuo durante l’analisi, ma cambierebbe comportamento nel momento desiderato.&#xA;&#xA;E così arriviamo al punto essenziale.&#xA;&#xA;La sicurezza end-to-end non dipende soltanto dagli algoritmi crittografici.&#xA;&#xA;Dipende dalla directory dei dispositivi, dal registro delle chiavi, dal client che esegue le verifiche, dal sistema di aggiornamento e dalla possibilità di controllare che il programma installato sia davvero quello che pensiamo.&#xA;&#xA;Più precisamente: la crittografia può proteggere molto bene una conversazione da chi si trova all’esterno del sistema.&#xA;&#xA;È molto meno efficace contro chi controlla la definizione stessa di quali dispositivi facciano parte del sistema.&#xA;&#xA;Insomma, se usate il client di WhatsApp per collegarvi ai server di WhatsApp, la dicitura “crittografia end-to-end” non vi protegge da WhatsApp stesso qualora WhatsApp controlli il client, la directory dei dispositivi e il modo in cui questi dispositivi vengono mostrati.&#xA;&#xA;Non vi ha mai protetto da questo specifico tipo di attacco.&#xA;&#xA;Non vi protegge oggi.&#xA;&#xA;E non potrà proteggervi in futuro, finché il soggetto dal quale volete difendervi controlla anche il programma che decide quali estremità siano autorizzate a ricevere i vostri messaggi.&#xA;&#xA;La crittografia end-to-end di WhatsApp può impedire a un osservatore esterno, a un provider di rete o a un server che si limiti a trasportare i messaggi di leggerne il contenuto.&#xA;&#xA;WhatsApp dichiara inoltre di usare una directory verificabile delle chiavi e meccanismi di key transparency.&#xA;&#xA;Ma questa protezione non equivale alla garanzia assoluta che il produttore del client non possa mai modificare il client, l’elenco dei dispositivi oppure il modo in cui quell’elenco vi viene presentato.&#xA;&#xA;In altre parole: la crittografia vi protegge da chi si trova fuori dal sistema.&#xA;&#xA;Non può, da sola, proteggervi da chi possiede il sistema, distribuisce il client e stabilisce quali siano le estremità legittime della comunicazione.&#xA;&#xA;br&#xA;E allora, per quale motivo esiste tutta questa opposizione al cosiddetto Chat Control dell’Unione Europea?&#xA;&#xA;br&#xA;Perché molti pensano che stia distruggendo garanzie di sicurezza che oggi possiedono, o che almeno possedevano fino a ieri. Garanzie associate a espressioni come crittografia end-to-end, key transparency*, verifica dei dispositivi e sicurezza delle conversazioni.&#xA;&#xA;Il problema è che quelle garanzie, nella forma assoluta in cui vengono normalmente immaginate, non le avete mai avute.&#xA;&#xA;Avete avuto una protezione contro alcuni tipi di attacco. Contro chi intercetta il traffico sulla rete. Contro un server che trasporta passivamente messaggi cifrati. Contro un aggressore esterno che non controlla i dispositivi, il client o la directory delle chiavi.&#xA;&#xA;Ma non avete mai avuto, per il solo fatto che sullo schermo compariva la scritta end-to-end encrypted, la garanzia che il produttore del sistema non potesse aggiungere un destinatario, modificare il client, nascondere un dispositivo oppure cambiare il modo in cui vengono gestite le chiavi.&#xA;&#xA;Il Chat Control può certamente introdurre nuovi obblighi, nuovi sistemi di scansione e nuove superfici di abuso. Ma non sta violando una specie di sacramento crittografico che prima rendeva impossibile al fornitore del servizio accedere alla conversazione.&#xA;&#xA;Quella impossibilità non esisteva.&#xA;&#xA;Esisteva, al massimo, entro un preciso modello di minaccia: il client è onesto, il sistema operativo è onesto, la directory dei dispositivi è completa, il server non mente, gli aggiornamenti non sono mirati e il produttore non decide di collaborare contro di voi.&#xA;&#xA;Una volta tolte queste ipotesi, la frase «protetto dalla crittografia end-to-end» diventa molto meno rassicurante di quanto sembri.&#xA;&#xA;Perché, se pensate che il vostro problema di sicurezza sia stato risolto semplicemente dalla crittografia, allora le possibilità sono due.&#xA;&#xA;O non avete capito la crittografia.&#xA;Oppure non avete capito la sicurezza.&#xA;&#xA;In questo senso, chi vi convince a lottare contro il Chat Control vi sta convincendo a difendere garanzie che, nella forma in cui le immaginate, non avete mai posseduto.&#xA;&#xA;E più vi terrà occupati a pensare che il problema cominci con il Chat Control, meno sarete inclini a porvi la domanda davvero scomoda: quelle garanzie di privacy e sicurezza che credete di voler salvare, esistono davvero già oggi?&#xA;&#xA;Perché non potete salvare qualcosa che non avete.&#xA;&#xA;Potete impedire che la situazione peggiori. Potete opporvi a nuove forme di sorveglianza, a nuovi obblighi di scansione e a nuovi abusi. Ma è un’altra cosa.&#xA;&#xA;Se vi raccontano che prima esisteva una cittadella crittografica inviolabile e che il Chat Control sta per abbatterne le mura, vi stanno descrivendo una fortezza che, in realtà, non è mai esistita.&#xA;&#xA;Esistevano protocolli capaci di proteggervi da alcuni aggressori, in determinate condizioni. Non esisteva la garanzia assoluta che il fornitore del servizio, controllando client, server, directory dei dispositivi e aggiornamenti, non potesse introdurre il solito dispositivo sbir*.&#xA;&#xA;Presentare il Chat Control come il momento preciso nel quale perderete la vostra privacy serve quindi anche a non farvi chiedere quanta privacy abbiate realmente avuto fino a quel momento.&#xA;&#xA;È il trucco del prestigiatore.&#xA;&#xA;Vi indica con enfasi una mano, vi ordina di guardare il pericolo che si sta avvicinando da quella parte, e intanto esegue il trucco con l’altra.&#xA;&#xA;Il diversivo funziona perché vi fa sentire impegnati nella difesa della privacy.&#xA;&#xA;Mentre evita accuratamente che vi domandiate se quella privacy sia mai stata davvero nelle vostre mani.&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;br&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>per capire cosa stia succedendo davvero nel caso della cosiddetta direttiva “Chat Control”, occorre capire bene, e sfatare, un mito nel quale credono tutti.
Occorre cioe&#39; capire come funzionano (o meglio, NON funzionano) i cosiddetti sistemi con “Crittazione E2E”, cui tutti attribuiscono poteri immaginifici,
ma per come viene implementata, non e&#39; niente di quello che pensate.Prima smontiamo il mito, poi vediamo di capire come si sviluppa tutta la narrativa che circonda
questa minchiata.</p>

<p>Normalmente, quando si parla di crittazione end-to-end, o E2E, si intende una situazione nella quale soltanto i dispositivi posti alle due estremità della comunicazione possono leggere il contenuto dei messaggi.</p>

<p>In una conversazione tra due persone, quindi, il vostro client — il cellulare, il programma installato sul computer, e così via — e il client del vostro interlocutore sono gli unici a possedere il materiale crittografico necessario per cifrare e decifrare i messaggi.
Soltanto le due <em>end</em> di <em>end-to-end</em> possono leggere ciò che viene scritto. I server attraversati dai messaggi possono trasportarli, conservarli temporaneamente e consegnarli, ma non dovrebbero possedere le chiavi necessarie per comprenderne il contenuto.</p>

<p>A questo punto, però, nasce una domanda abbastanza ovvia: se esistono delle chiavi capaci di leggere i messaggi, per quale motivo qualcuno non potrebbe semplicemente rubarle?</p>

<p>Il punto è che la crittazione end-to-end può essere implementata in modi diversi. Nel campo della messaggistica, i tre schemi più importanti da conoscere sono:</p>
<ul><li><strong>Off-the-Record Messaging</strong>, o <strong>OTR</strong>, uno dei primi protocolli pensati espressamente per rendere sicure le conversazioni istantanee;</li>
<li>il <strong>Double Ratchet</strong>, usato dalla famiglia di protocolli resa popolare da Signal e progettato soprattutto per le conversazioni asincrone tra due interlocutori;</li>
<li><strong>Messaging Layer Security</strong>, o <strong>MLS</strong>, uno standard più recente, pensato soprattutto per gestire in modo efficiente le conversazioni di gruppo.</li></ul>

<p>In questo articolo partirò dal <strong>Double Ratchet</strong>, non perché sia l’unico schema possibile, ma perché permette di capire con relativa facilità alcuni dei problemi fondamentali della messaggistica cifrata: come cambiare continuamente le chiavi, come limitare i danni causati dal furto di una chiave e come recuperare sicurezza dopo una compromissione temporane</p>

<p>Una volta chiariti questi concetti, sarà più semplice riconoscere problemi e soluzioni analoghe anche in altri protocolli, come <strong>Off-the-Record Messaging</strong>, o <strong>OTR</strong>, e <strong>Messaging Layer Security</strong>, o <strong>MLS</strong>.</p>

<p>I tre sistemi non funzionano nello stesso modo e non sono stati progettati esattamente per lo stesso scenario. Tuttavia devono affrontare una parte dello stesso problema generale: impedire che il possesso di una singola chiave trasformi un’intera conversazione, passata e futura, in un archivio leggibile da chiunque riesca a rubarla.</p>

<hr/>

<p>Il <strong>Double Ratchet</strong> cerca di risolvere il problema facendo in modo che le chiavi non rimangano ferme.</p>

<p>Una conversazione cifrata nel modo più semplice potrebbe funzionare così: Alice e Bob si accordano su una chiave, e da quel momento usano quella chiave per cifrare e decifrare tutti i messaggi. Il sistema può anche essere matematicamente solidissimo, ma ha un difetto abbastanza evidente: se qualcuno riesce a rubare quella chiave, può leggere tutto. Può leggere i messaggi futuri e, se ha conservato una copia del traffico precedente, può tornare indietro e leggere anche quelli passati.</p>

<p>Il Double Ratchet parte dall’idea che una chiave tanto importante non debba rimanere in circolazione così a lungo.</p>

<p>Anziché usare sempre la stessa chiave, i due client mantengono una specie di catena crittografica. Ogni volta che viene inviato un messaggio, dalla catena viene ricavata una nuova chiave, usata soltanto per quel messaggio. Subito dopo, il client fa avanzare la catena e cancella, per quanto possibile, la chiave appena utilizzata.</p>

<p>Il meccanismo si chiama <em>ratchet</em>, cioè <strong>cricchetto</strong>, proprio perché dovrebbe funzionare come un ingranaggio che può avanzare ma non tornare indietro.</p>

<p>Il sistema funziona un po’ come la ruota di una cassaforte che, dopo ogni messaggio, cambia combinazione. La combinazione usata prima viene abbandonata, e quella nuova viene ricavata dallo stato corrente.
Il Double Ratchet usa due meccanismi di questo tipo: uno cambia la combinazione a ogni messaggio, l’altro introduce periodicamente nuovo materiale segreto, in modo che anche chi avesse copiato una vecchia combinazione smetta, prima o poi, di poter seguire la conversazione.</p>

<p><br>
<br>
Conoscendo lo stato attuale della catena è possibile calcolare il passo successivo, ma non dovrebbe essere possibile ricostruire quelli precedenti. Di conseguenza, chi ruba oggi le chiavi presenti nella memoria del telefono non dovrebbe poter risalire automaticamente alle chiavi usate ieri, purché quelle vecchie siano state davvero cancellate.</p>

<p>Questo è il primo <em>ratchet</em>: quello che fa avanzare la catena delle chiavi a ogni messaggio.</p>

<p>Ma da solo non basta.</p>

<p>Supponiamo che qualcuno riesca a compromettere il telefono di Alice e a copiare lo stato attuale della catena. Anche senza poter leggere il passato, potrebbe continuare a calcolare le chiavi successive e quindi leggere i messaggi futuri.</p>

<p>Per evitare che una singola intrusione condanni per sempre la conversazione, periodicamente Alice e Bob introducono nella catena nuovo materiale segreto, ottenuto attraverso uno scambio crittografico tra i due dispositivi. Quando uno dei due risponde usando una nuova chiave pubblica, entrambi possono ricavare un nuovo segreto e usarlo per avviare nuove catene di invio e ricezione.</p>

<p>Questo è il secondo <em>ratchet</em>.</p>

<p>Il nome <strong>Double Ratchet</strong> deriva appunto dalla combinazione dei due meccanismi: un cricchetto simmetrico, che produce una nuova chiave per ogni messaggio, e un cricchetto basato su Diffie-Hellman, <strong>che introduce periodicamente nuovo materiale segreto nella conversazione.</strong>
Il primo serve soprattutto a proteggere il passato: rubare una chiave attuale non permette, almeno in teoria, di ricostruire quelle già usate e cancellate.</p>

<p>Ogni volta che dite qualcosa, lo stato crittografico della conversazione avanza. A partire dalla chiave corrente viene derivata una nuova chiave, destinata a un singolo messaggio, mentre quella precedente può essere eliminata.</p>

<p>Le due parti fanno avanzare indipendentemente le proprie catene: quella usata da Alice per inviare corrisponde a quella usata da Bob per ricevere, e viceversa. Quando Bob riceve il messaggio, usa le informazioni contenute nell’intestazione per portare la propria catena allo stesso punto e ricavare la stessa chiave del messaggio.</p>

<p>Se riesce a decifrarlo e a verificarne l’autenticità, significa che i due client hanno seguito correttamente la stessa evoluzione crittografica della conversazione.</p>

<p>Il secondo permette alla conversazione di recuperare sicurezza dopo una compromissione temporanea. Se l’aggressore ha copiato le chiavi in un determinato momento, ma in seguito perde l’accesso al dispositivo, prima o poi Alice e Bob introdurranno un nuovo segreto che l’aggressore non conosce. Da quel momento, le copie rubate in precedenza non saranno più sufficienti per leggere i nuovi messaggi.</p>

<p>Naturalmente, se l’aggressore controlla permanentemente il telefono, legge la memoria, registra la tastiera o vede direttamente lo schermo, nessun movimento delle chiavi può fare miracoli. Il Double Ratchet può guarire da una compromissione conclusa; non può guarire da una compromissione che continua.</p>

<p>C’è però un dettaglio importante: tutto questo descrive una conversazione tra <strong>due client</strong>.</p>

<p>Non necessariamente tra due esseri umani: tra due precise installazioni del programma, ciascuna con il proprio stato, le proprie catene e le proprie chiavi. Il Double Ratchet, preso da solo, sa gestire il dialogo tra il dispositivo di Alice e quello di Bob.
Ma allora come si fa a creare una conversazione con Alice, Bob, Carlo, Daniela e altre cinquanta persone?</p>

<p>E, prima ancora: come si fa quando Alice possiede contemporaneamente un telefono, un tablet, un computer portatile e un computer fisso?</p>

<p>Come si può avere una conversazione di gruppo, oppure usare più di un client, se il Double Ratchet nasce come rapporto crittografico tra due soli dispositivi?</p>

<p>Alla seconda domanda — come si fa ad avere più di un client — bisogna rispondere così: il nuovo dispositivo deve essere autorizzato e inserito tra quelli fidati.
Per questo, normalmente, il programma mostra un <strong>codice QR</strong>, che il nuovo client legge per stabilire un collegamento sicuro con quello già autorizzato e ottenere il materiale necessario a creare le proprie chiavi.
Da quel momento, però, i due dispositivi restano distinti: ciascuno mantiene le proprie sessioni e il proprio stato crittografico. Quando arriva un messaggio, il sistema deve quindi cifrarne una copia separata per ogni dispositivo.</p>

<p>Tuttavia, da quel momento, non vedrete voi stessi come due utenti distinti collegati da due dispositivi diversi. L’interfaccia continuerà a mostrarvi come un unico utente.
Annotate bene questa cosa: nella conversazione possono essere presenti <strong>n client</strong>, mentre voi vedete soltanto pochi utenti. Un partecipante visibile potrebbe quindi corrispondere a un telefono, a un computer, a un tablet o a diversi dispositivi contemporaneamente.
Questo significa che, a meno che il programma non mostri esplicitamente l’elenco dei dispositivi collegati, non vedete davvero tutti i client che partecipano alla conversazione. Vedete le identità degli utenti, non necessariamente tutte le estremità crittografiche alle quali i messaggi vengono consegnati.</p>

<p>Passiamo allora al caso dei gruppi.</p>

<p>La soluzione più semplice consiste nel fingere che il gruppo non esista.</p>

<p>Supponiamo che Alice scriva in una conversazione con Bob, Carlo e Daniela. Il suo client prende il messaggio e ne produce tre copie: una cifrata per Bob, una per Carlo e una per Daniela. Ciascuna copia viaggia dentro una sessione distinta tra due client, che può usare il proprio
Double Ratchet.</p>

<p>Dal punto di vista di Alice esiste un solo gruppo. Dal punto di vista crittografico, invece, esistono numerose conversazioni a due che procedono in parallelo.</p>

<p>E ricordate che stiamo contando i <strong>client</strong>, non gli utenti. Se Bob possiede un telefono e due computer, Carlo un telefono e Daniela quattro dispositivi, il messaggio di Alice non deve essere cifrato tre volte, ma una volta per ciascun dispositivo autorizzato.</p>

<p>Il sistema funziona, ed è anche relativamente semplice da comprendere. Ma il costo cresce rapidamente: ogni messaggio deve essere cifrato, spedito e gestito molte volte. In un gruppo grande, con utenti che possiedono più dispositivi, il numero reale delle destinazioni può essere molto superiore al numero dei nomi mostrati sullo schermo.</p>

<p>Per evitare questa moltiplicazione, alcuni sistemi usano una <strong>chiave del mittente</strong>. Alice distribuisce in modo sicuro una propria chiave agli altri membri del gruppo, usando le sessioni individuali già esistenti. Dopo questa distribuzione iniziale, può cifrare il messaggio una sola volta, e tutti i membri autorizzati possono decifrarlo.</p>

<p>Ogni mittente mantiene la propria catena di chiavi: Alice ne possiede una, Bob un’altra, Carlo un’altra ancora. Quando Alice scrive, fa avanzare la propria catena e produce una nuova chiave per il messaggio successivo.</p>

<p>Ma questa soluzione introduce un altro problema. Quando una persona entra nel gruppo, esce dal gruppo oppure aggiunge un nuovo dispositivo, bisogna stabilire quali chiavi debba ricevere e quali non debba più conoscere.</p>

<p>Se Daniela viene espulsa, non basta rimuovere il suo nome dall’interfaccia. Occorre cambiare il materiale crittografico usato dal gruppo, altrimenti il suo client potrebbe continuare a leggere i messaggi futuri.</p>

<p>E se un nuovo dispositivo viene aggiunto all’account di Bob, bisogna decidere chi lo autorizza, quali chiavi riceve e da quale momento può leggere la conversazione.</p>

<p>A questo punto il problema non è più soltanto cifrare un messaggio. Il problema è mantenere una rappresentazione crittografica aggiornata di chi appartiene al gruppo, con quali dispositivi e da quale momento.</p>

<p>Ed è qui che entra in gioco <strong>Sesame</strong>.</p>

<p>Sesame non sostituisce il Double Ratchet. Serve a gestire molte sessioni Double Ratchet contemporaneamente, soprattutto quando ogni utente possiede più dispositivi e può collegarne di nuovi nel tempo.</p>

<p>Per Sesame, infatti, Bob non è una singola estremità crittografica. Bob può essere il telefono, il portatile, il computer dell’ufficio e un vecchio tablet dimenticato in un cassetto. Ciascuno di questi dispositivi può avere una propria sessione separata con ciascuno dei dispositivi di Alice.</p>

<p>Quando Alice manda un messaggio a Bob, il sistema deve quindi conoscere l’elenco dei dispositivi attribuiti a Bob e consegnare una copia cifrata a ognuno di essi. Sesame si occupa di creare, conservare, sostituire e chiudere queste sessioni, anche quando i dispositivi sono temporaneamente offline.</p>

<p>Ma nell’interfaccia Alice continua a vedere soltanto <strong>Bob</strong>.</p>

<p>E in un gruppo continua a vedere Alice, Bob, Carlo e Daniela, non necessariamente tutti i telefoni, i tablet e i computer che ricevono davvero i messaggi.</p>

<p>Questo è il punto da annotare bene: l’elenco dei membri del gruppo e l’elenco delle estremità crittografiche non sono la stessa cosa.</p>

<p>Un gruppo che mostra dieci utenti potrebbe distribuire ogni messaggio a venti, trenta o cinquanta client. Alcuni programmi permettono di ispezionare separatamente i dispositivi associati a ciascun contatto; altri rendono questa informazione poco visibile o la mostrano soltanto quando cambia una chiave.</p>

<p>Di conseguenza, guardando il semplice elenco dei partecipanti, non vedete davvero tutte le macchine che fanno parte della conversazione. Vedete le identità logiche alle quali quelle macchine sono attribuite.
E questo significa anche che la sicurezza del gruppo dipende da dispositivi che gli altri partecipanti potrebbero non aver mai visto, né sapere che esistono.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
La domanda che vi pongo ora è questa: che cosa succede se nel gruppo esiste un’identità che non vi viene mostrata come partecipante, ma viene nascosta facendola apparire come un semplice dispositivo appartenente a qualcun altro?
La risposta è: dal vostro punto di vista, non succede nulla.</p>

<p>Supponiamo che nel gruppo esista un’estremità crittografica chiamata <strong>“sbir”</strong> — nome scelto del tutto casualmente, senza voler suggerire governi, polizie o altre istituzioni particolarmente curiose.
Se il vostro client non vi mostra il dispositivo <em>sbir</em>, voi non saprete mai che esiste. Continuerete a vedere Alice, Bob e Carlo, mentre i messaggi vengono cifrati e consegnati anche a una quarta estremità crittografica.</p>

<p>La crittografia, da sola, non può avvertirvi. Dal suo punto di vista, <em>sbir</em> è semplicemente un altro dispositivo autorizzato, dotato delle chiavi necessarie per ricevere i messaggi.</p>

<p>Il problema, quindi, non è che il Double Ratchet sia stato spezzato.
Il Double Ratchet sta funzionando perfettamente: sta cifrando il messaggio anche per <em>sbir</em>.</p>

<p>Il problema è che il vostro client non vi permette di sapere per chi lo sta cifrando.</p>

<h3 id="se-non-potete-vedere-e-verificare-tutti-i-dispositivi-associati-ai-membri-del-gruppo-non-potete-escludere-che-tra-essi-esista-un-client-che-non-conoscete-vedete-gli-utenti-dichiarati-dall-interfaccia-ma-non-necessariamente-tutte-le-estremità-crittografiche-alle-quali-la-conversazione-viene-realmente-consegnata">Se non potete vedere e verificare tutti i dispositivi associati ai membri del gruppo, non potete escludere che tra essi esista un client che non conoscete. Vedete gli utenti dichiarati dall’interfaccia, ma non necessariamente tutte le estremità crittografiche alle quali la conversazione viene realmente consegnata.</h3>

<hr/>

<p><br>
Il secondo metodo è <strong>MLS</strong>, cioè <em>Messaging Layer Security</em>.</p>

<p>A differenza del Double Ratchet, MLS non parte da una conversazione tra due dispositivi che viene poi estesa artificialmente a molti. Nasce direttamente per gestire gruppi composti da numerosi client, anche quando non sono tutti collegati nello stesso momento.</p>

<p>L’idea generale è che i client del gruppo vengano organizzati in una struttura ad albero. Ogni estremità crittografica occupa una posizione nell’albero e condivide parte del materiale necessario a ricavare le chiavi del gruppo.
Quando un client entra, esce o aggiorna le proprie chiavi, non è necessario ricostruire da zero una relazione separata con tutti gli altri. Viene aggiornata soltanto la parte dell’albero interessata, e da quell’aggiornamento tutti i membri legittimi possono ricavare il nuovo stato crittografico del gruppo.</p>

<p>È, in sostanza, un modo molto più efficiente di far avanzare insieme le chiavi di un numero elevato di client. MLS è stato progettato proprio per fornire ai gruppi proprietà analoghe alla protezione del passato e al recupero dopo una compromissione offerte dal Double Ratchet.
Ma anche qui bisogna osservare attentamente che cosa significhi la parola <strong>membro</strong>.</p>

<p>In MLS, l’appartenenza al gruppo viene gestita al livello dei singoli client. Normalmente un client corrisponde a un dispositivo. Se Bob possiede tre dispositivi, nel gruppo MLS possono quindi esistere tre client distinti, anche se l’interfaccia continua a mostrarvi un solo utente chiamato Bob.</p>

<p>MLS può garantire che soltanto i client presenti nell’albero possano ricavare le chiavi del gruppo. Ma non stabilisce, da solo, come questi client debbano essere rappresentati sul vostro schermo, né garantisce che l’applicazione vi mostri chiaramente a quale essere umano siano attribuiti.</p>

<p>Torniamo quindi al nostro dispositivo chiamato <strong>sbir</strong>.</p>

<p>Se <em>sbir</em> viene inserito regolarmente nell’albero MLS, riceve gli aggiornamenti necessari e possiede credenziali considerate valide dall’applicazione, dal punto di vista crittografico è un membro perfettamente legittimo del gruppo.</p>

<p>Se poi l’interfaccia decide di nasconderlo sotto il nome di Bob, presentandolo come uno dei suoi dispositivi, voi continuerete a vedere Bob una sola volta.</p>

<p>MLS non è stato violato. Nessuno ha decifrato abusivamente i messaggi. Nessuno ha spezzato le chiavi.</p>

<p>Il messaggio è stato cifrato correttamente anche per <em>sbir</em>, perché <em>sbir</em> faceva parte del gruppo crittografico.</p>

<p>Ancora una volta, quindi, la crittografia può garantire che soltanto i membri autorizzati leggano la conversazione. Ma se non potete vedere e verificare l’elenco REALE dei client autorizzati, non potete sapere chi siano davvero questi membri.</p>

<hr/>

<p><br>
Il terzo metodo è <strong>OTR</strong>, cioè <em>Off-the-Record Messaging</em>.</p>

<p>OTR nasce per riprodurre, nel mondo digitale, alcune proprietà di una conversazione privata avvenuta a voce.</p>

<p>Durante la conversazione, Alice deve poter essere ragionevolmente sicura di parlare con Bob. Nessuno all’esterno deve poter leggere i messaggi, modificarli senza essere scoperto o inserirne di falsi.</p>

<p>Ma, una volta conclusa la conversazione, Alice non dovrebbe poter prendere la trascrizione e dimostrare crittograficamente a un giudice, a un giornalista o a un’altra persona che una determinata frase è stata certamente scritta da Bob.</p>

<p>In altre parole, OTR cerca di ottenere contemporaneamente due risultati apparentemente contraddittori: autenticare l’interlocutore durante la conversazione, ma evitare che i messaggi diventino firme digitali permanenti contro di lui.</p>

<p>Per ottenere questo risultato, OTR cambia periodicamente le chiavi e, dopo averle utilizzate, rende pubbliche alcune chiavi di autenticazione ormai scadute. Da quel momento, chiunque potrebbe teoricamente costruire un messaggio compatibile con quelle vecchie chiavi.</p>

<p>La conversazione era verificabile mentre avveniva, ma la sua trascrizione non costituisce più una prova crittografica incontestabile.</p>

<p>Da qui il nome <em>Off the Record</em>: ciò che viene detto è riservato, ma soprattutto non viene trasformato automaticamente in una dichiarazione firmata e utilizzabile contro chi l’ha pronunciata.</p>

<p>Anche OTR, tuttavia, nasce essenzialmente come conversazione tra due client. Nelle versioni tradizionali, inoltre, i due interlocutori devono normalmente essere collegati nello stesso momento per iniziare lo scambio delle chiavi.</p>

<p>E anche qui ritorna il nostro problema.</p>

<p>Se Bob possiede più dispositivi, non esiste un unico Bob crittografico: esistono più client, ciascuno con le proprie sessioni. E se un programma costruisce un gruppo sommando diverse conversazioni OTR, deve ancora una volta decidere quali dispositivi includere e quali mostrare nell’interfaccia.</p>

<p>Supponiamo quindi che, oltre ai dispositivi visibili di Alice, Bob e Carlo, esista il solito client chiamato <strong>sbir</strong>.</p>

<p>Se il software apre regolarmente una sessione anche con <em>sbir</em>, e poi nasconde quel client sotto l’identità di Bob, OTR non può protestare. Dal suo punto di vista, la sessione è cifrata, autenticata e perfettamente valida.</p>

<p>Ancora una volta, nessuno ha spezzato la crittografia.</p>

<p>È il sistema che ha deciso di includere un destinatario senza mostrarvelo.</p>

<p>Double Ratchet, MLS e OTR affrontano il problema delle chiavi in modi differenti. Ma tutti arrivano allo stesso limite: possono proteggere la conversazione soltanto rispetto all’elenco dei client che il sistema considera autorizzati.</p>

<p>Se non potete vedere e verificare quell’elenco, la crittografia può dirvi che soltanto i membri del gruppo stanno leggendo.</p>

<p>Non può dirvi che il programma vi abbia mostrato tutti i membri del gruppo.</p>

<hr/>

<p><br></p>

<h3 id="in-conclusione-se-il-vostro-sistema-di-messaggistica-consente-di-accedere-allo-stesso-account-da-più-dispositivi-continuando-a-mostrarli-tutti-sotto-il-nome-di-un-solo-utente-allora-può-teoricamente-associarvi-un-dispositivo-aggiuntivo-chiamiamolo-ancora-sbir-capace-di-ricevere-e-registrare-tutto-ciò-che-scrivete">In conclusione, se il vostro sistema di messaggistica consente di accedere allo stesso account da più dispositivi, continuando a mostrarli tutti sotto il nome di un solo utente, allora può teoricamente associarvi un dispositivo aggiuntivo — chiamiamolo ancora <strong>sbir</strong> — capace di ricevere e registrare tutto ciò che scrivete.</h3>

<p>E nulla, nel sistema di cifratura in sé, può impedirlo.</p>

<p>Dal punto di vista crittografico, infatti, <em>sbir</em> non è un intruso. È un dispositivo regolarmente autorizzato, al quale i messaggi vengono cifrati e consegnati nel modo previsto dal protocollo.</p>

<p>Lo stesso problema si presenta nei gruppi. Se il sistema può aggiungere un client all’insieme dei partecipanti senza mostrarvelo chiaramente, quel client riceverà legittimamente le chiavi necessarie a leggere la conversazione.</p>

<p>L’interfaccia che vi mostra l’elenco dei dispositivi associati al vostro account, o ai membri del gruppo, non è necessariamente soggetta allo stesso contratto crittografico che protegge i messaggi.</p>

<p>Quell’elenco può essere prodotto dal server, filtrato dall’applicazione o rappresentato nel modo deciso dal fornitore del servizio. La crittografia può garantire che il messaggio sia stato consegnato soltanto ai dispositivi autorizzati dal sistema.</p>

<p>Non può però garantirvi che l’interfaccia vi abbia mostrato l’elenco completo di quei dispositivi.</p>

<p>A meno che l’elenco non sia verificabile indipendentemente, firmato, registrato in modo trasparente e controllabile dagli altri partecipanti, dovete fidarvi del software quando vi dice chi sta ricevendo davvero i messaggi.</p>

<p>La cifratura end-to-end può quindi impedire al server di leggere direttamente il contenuto.</p>

<p>Ma non può impedirgli di autorizzare un’estremità aggiuntiva, se il protocollo gli consente di presentarla come un vostro dispositivo o come il dispositivo di un altro partecipante.</p>

<p>Il problema successivo, quindi, non è più la cifratura dei messaggi.</p>

<p>È la <strong>directory dei dispositivi</strong>.</p>

<p>Quando scrivete a Bob, il vostro client deve sapere quali siano i dispositivi autorizzati a ricevere i suoi messaggi: il telefono di Bob, il suo portatile, il tablet e così via. Questa informazione deve arrivare da qualche parte, e normalmente arriva dal server.</p>

<p>Ma se il server può semplicemente dichiarare che Bob possiede un nuovo dispositivo, allora può aggiungere anche <em>sbir</em> all’elenco.</p>

<p>A quel punto il vostro client cifrerà diligentemente una copia del messaggio anche per <em>sbir</em>, convinto di stare semplicemente comunicando con un nuovo telefono di Bob.</p>

<p>Per evitare questo problema serve qualcosa che, in termini generali, viene chiamato <strong>key transparency</strong>, cioè trasparenza delle chiavi.</p>

<p>L’idea è che l’elenco delle chiavi e dei dispositivi associati a ogni utente non venga consegnato dal server come una semplice informazione modificabile a piacere. Deve invece essere inserito in un registro verificabile, coerente e resistente alle modifiche invisibili.</p>

<p>Se Bob aggiunge davvero un nuovo telefono, il cambiamento deve lasciare una traccia. Il vostro client deve poter verificare che l’elenco attuale sia una continuazione coerente di quello precedente, e possibilmente deve avvertirvi che qualcosa è cambiato.</p>

<p>Il server non dovrebbe poter mostrare a voi una versione dell’elenco e a Bob una versione diversa, aggiungendo <em>sbir</em> soltanto nella copia destinata al vostro client.</p>

<p>Questo tipo di attacco si chiama spesso <strong>equivocation</strong>: il server presenta realtà differenti a utenti differenti.</p>

<p>Un sistema di trasparenza cerca quindi di ottenere almeno tre cose.</p>

<p>Primo: ogni modifica all’elenco dei dispositivi deve essere registrata.</p>

<p>Secondo: il server non deve poter cancellare retroattivamente una modifica senza lasciare tracce.</p>

<p>Terzo: client diversi devono poter controllare di stare vedendo una storia compatibile dello stesso registro.</p>

<p>A questo punto, però, compare un’altra difficoltà.</p>

<h2 id="chi-controlla-il-registro">Chi controlla il registro?</h2>

<p>Se il registro è mantenuto dallo stesso fornitore che gestisce il server, l’applicazione e gli aggiornamenti del client, allora la verifica rischia di diventare circolare: il sistema vi assicura che il sistema non sta mentendo.</p>

<p>Per avere una garanzia più forte servono controlli indipendenti, confronti tra client, registri pubblicamente verificabili oppure meccanismi che rendano evidente quando il server mostra versioni differenti della stessa realtà.</p>
<ol><li>La crittografia end-to-end protegge dunque il messaggio durante il viaggio.</li>
<li>La trasparenza delle chiavi cerca invece di proteggere l’elenco dei destinatari.</li></ol>

<p>Senza la prima, il server può leggere il messaggio.</p>

<p>Senza la seconda, può semplicemente aggiungere qualcuno tra coloro che hanno il diritto di leggerlo.</p>

<hr/>

<p>A questo punto, però, rimane un problema ancora più profondo.</p>

<p>Chi esegue tutte queste verifiche?</p>

<p>Il vostro client.</p>

<p>È il client che controlla il registro, confronta le chiavi, verifica la presenza di nuovi dispositivi e decide se mostrarvi un avviso.</p>

<p>Ma quel client, nella maggior parte dei casi, viene distribuito e aggiornato dallo stesso soggetto che gestisce il servizio.</p>

<p>Il fornitore controlla quindi il server, la directory dei dispositivi e anche il programma che dovrebbe accorgersi se il server sta mentendo.</p>

<p>Può pubblicare un sistema di <em>key transparency</em> perfettamente progettato e, nello stesso tempo, distribuire a un utente specifico una versione modificata del client che non esegue davvero i controlli, ignora le anomalie oppure nasconde la presenza del solito dispositivo <em>sbir</em>.</p>

<p>Anche in questo caso, la crittografia può continuare a funzionare perfettamente.</p>

<p>Le firme sono valide. Le chiavi coincidono. I messaggi arrivano cifrati. Il registro può perfino contenere davvero il nuovo dispositivo.</p>

<p>È soltanto l’interfaccia a non dirvelo.</p>

<p>Il problema, quindi, si sposta ancora una volta. Non basta che il protocollo sia sicuro. Bisogna anche potersi fidare del programma che lo implementa.</p>

<p>Il fatto che il software sia open source aiuta, ma non risolve automaticamente il problema. Potete leggere il codice pubblicato, ma dovete ancora sapere se il programma installato sul vostro telefono sia stato costruito proprio da quel codice e senza modifiche.</p>

<p>In altre parole, occorre poter verificare la corrispondenza tra il codice sorgente esaminabile e il file binario realmente distribuito.</p>

<p>È il problema delle <strong>build riproducibili</strong>.</p>

<p>Se persone indipendenti possono compilare lo stesso codice e ottenere esattamente lo stesso programma distribuito dal fornitore, diventa più difficile inserire modifiche nascoste soltanto nella versione pubblicata sugli store.</p>

<p>Ma anche questo non chiude completamente il problema.</p>

<h3 id="il-fornitore-potrebbe-distribuire-una-versione-speciale-soltanto-a-un-singolo-utente-oppure-potrebbe-inserire-il-comportamento-sospetto-soltanto-quando-il-server-invia-un-comando-particolare-il-programma-sarebbe-apparentemente-innocuo-durante-l-analisi-ma-cambierebbe-comportamento-nel-momento-desiderato">Il fornitore potrebbe distribuire una versione speciale soltanto a un singolo utente. Oppure potrebbe inserire il comportamento sospetto soltanto quando il server invia un comando particolare. Il programma sarebbe apparentemente innocuo durante l’analisi, ma cambierebbe comportamento nel momento desiderato.</h3>

<p>E così arriviamo al punto essenziale.</p>

<p>La sicurezza end-to-end non dipende soltanto dagli algoritmi crittografici.</p>

<p>Dipende dalla directory dei dispositivi, dal registro delle chiavi, dal client che esegue le verifiche, dal sistema di aggiornamento e dalla possibilità di controllare che il programma installato sia davvero quello che pensiamo.</p>

<p>Più precisamente: la crittografia può proteggere molto bene una conversazione da chi si trova all’esterno del sistema.</p>

<p>È molto meno efficace contro chi controlla la definizione stessa di quali dispositivi facciano parte del sistema.</p>

<p>Insomma, se usate il client di WhatsApp per collegarvi ai server di WhatsApp, la dicitura <strong>“crittografia end-to-end”</strong> non vi protegge da WhatsApp stesso qualora WhatsApp controlli il client, la directory dei dispositivi e il modo in cui questi dispositivi vengono mostrati.</p>

<p>Non vi ha mai protetto da questo specifico tipo di attacco.</p>

<p>Non vi protegge oggi.</p>

<p>E non potrà proteggervi in futuro, finché il soggetto dal quale volete difendervi controlla anche il programma che decide quali estremità siano autorizzate a ricevere i vostri messaggi.</p>

<p>La crittografia end-to-end di WhatsApp può impedire a un osservatore esterno, a un provider di rete o a un server che si limiti a trasportare i messaggi di leggerne il contenuto.</p>

<p>WhatsApp dichiara inoltre di usare una directory verificabile delle chiavi e meccanismi di <em>key transparency</em>.</p>

<p>Ma questa protezione non equivale alla garanzia assoluta che il produttore del client non possa mai modificare il client, l’elenco dei dispositivi oppure il modo in cui quell’elenco vi viene presentato.</p>

<p>In altre parole: la crittografia vi protegge da chi si trova fuori dal sistema.</p>

<p>Non può, da sola, proteggervi <strong>da chi possiede il sistema, distribuisce il client e stabilisce quali siano le estremità legittime della comunicazione.</strong></p>

<hr/>

<p><br>
E allora, per quale motivo esiste tutta questa opposizione al cosiddetto <strong>Chat Control</strong> dell’Unione Europea?</p>

<p><br>
Perché molti pensano che stia distruggendo garanzie di sicurezza che oggi possiedono, o che almeno possedevano fino a ieri. Garanzie associate a espressioni come <strong>crittografia end-to-end</strong>, <strong>key transparency</strong>, verifica dei dispositivi e sicurezza delle conversazioni.</p>

<p>Il problema è che quelle garanzie, nella forma assoluta in cui vengono normalmente immaginate, non le avete mai avute.</p>

<p>Avete avuto una protezione contro alcuni tipi di attacco. Contro chi intercetta il traffico sulla rete. Contro un server che trasporta passivamente messaggi cifrati. Contro un aggressore esterno che non controlla i dispositivi, il client o la directory delle chiavi.</p>

<p>Ma non avete mai avuto, per il solo fatto che sullo schermo compariva la scritta <em>end-to-end encrypted</em>, la garanzia che il produttore del sistema non potesse aggiungere un destinatario, modificare il client, nascondere un dispositivo oppure cambiare il modo in cui vengono gestite le chiavi.</p>

<p>Il Chat Control può certamente introdurre nuovi obblighi, nuovi sistemi di scansione e nuove superfici di abuso. Ma non sta violando una specie di sacramento crittografico che prima rendeva impossibile al fornitore del servizio accedere alla conversazione.</p>

<p>Quella impossibilità non esisteva.</p>

<p>Esisteva, al massimo, entro un preciso modello di minaccia: il client è onesto, il sistema operativo è onesto, la directory dei dispositivi è completa, il server non mente, gli aggiornamenti non sono mirati e il produttore non decide di collaborare contro di voi.</p>

<p>Una volta tolte queste ipotesi, la frase «protetto dalla crittografia end-to-end» diventa molto meno rassicurante di quanto sembri.</p>

<p>Perché, se pensate che il vostro problema di sicurezza sia stato risolto semplicemente dalla crittografia, allora le possibilità sono due.</p>
<ul><li>O non avete capito la crittografia.</li>
<li>Oppure non avete capito la sicurezza.</li></ul>

<p>In questo senso, chi vi convince a lottare contro il Chat Control vi sta convincendo a difendere garanzie che, nella forma in cui le immaginate, non avete mai posseduto.</p>

<p>E più vi terrà occupati a pensare che il problema cominci con il Chat Control, meno sarete inclini a porvi la domanda davvero scomoda: quelle garanzie di privacy e sicurezza che credete di voler salvare, esistono davvero già oggi?</p>

<p>Perché non potete salvare qualcosa che non avete.</p>

<p>Potete impedire che la situazione peggiori. Potete opporvi a nuove forme di sorveglianza, a nuovi obblighi di scansione e a nuovi abusi. Ma è un’altra cosa.</p>

<p>Se vi raccontano che prima esisteva una cittadella crittografica inviolabile e che il Chat Control sta per abbatterne le mura, vi stanno descrivendo una fortezza che, in realtà, non è mai esistita.</p>

<p>Esistevano protocolli capaci di proteggervi da alcuni aggressori, in determinate condizioni. Non esisteva la garanzia assoluta che il fornitore del servizio, controllando client, server, directory dei dispositivi e aggiornamenti, non potesse introdurre il solito dispositivo <em>sbir</em>.</p>

<p>Presentare il Chat Control come il momento preciso nel quale perderete la vostra privacy serve quindi anche a non farvi chiedere quanta privacy abbiate realmente avuto fino a quel momento.</p>

<p>È il trucco del prestigiatore.</p>

<p>Vi indica con enfasi una mano, vi ordina di guardare il pericolo che si sta avvicinando da quella parte, e intanto esegue il trucco con l’altra.</p>

<p>Il diversivo funziona perché vi fa sentire impegnati nella difesa della privacy.</p>

<p>Mentre evita accuratamente che vi domandiate se quella privacy sia mai stata davvero nelle vostre mani.</p>

<p><img src="/images/adee61e76f103a9683a95e637af2b346.png" alt="image.png"></p>

<p><br>
<br>
<br></p>

<p>Uriel Fanelli
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—<br>
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      <guid>https://keinpfusch.net/chat-control-e-il-mito-dell-e2e</guid>
      <pubDate>Sat, 11 Jul 2026 18:02:20 +0000</pubDate>
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      <title>Difesa UE. Sfatiamo qualche mito.</title>
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      <description>&lt;![CDATA[Quando i giornali italiani, che sono corrotti dagli americani sino alla nausea (Vero Rampini?) parlano di difesa europea, dimenticano sempre di omettere&#xA;un &#34;piccolo&#34; dettaglio. Ovvero, il fatto che il trattato di difesa ci sia gia&#39;, e che sia addirittura stato usato, solo in maniera diversa.&#xA;Vediamo perche&#39;.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Esiste un trattato di difesa europeo, analogo alla NATO?&#xA;&#xA;Sì. È previsto dall’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione europea — la cosiddetta clausola di difesa reciproca.&#xA;Il testo stabilisce, in sostanza:&#xA;&#xA;  Se uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere.&#xA;&#xA;L’obbligo è quindi reale e giuridicamente vincolante, non una semplice dichiarazione di solidarietà. È richiamato anche il diritto di autodifesa individuale e collettiva previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.&#xA;Ci sono però alcune precisazioni importanti:&#xA;&#xA;non dice esplicitamente che ogni paese debba automaticamente dichiarare guerra o inviare truppe;&#xA;ciascuno Stato determina concretamente quali mezzi fornire, anche se l’assistenza deve essere effettiva;&#xA;rispetta la neutralità o la particolare politica di difesa di alcuni Stati membri;&#xA;per i membri della NATO, il trattato precisa che la NATO resta il fondamento della loro difesa collettiva.&#xA;&#xA;Quindi è simile all’articolo 5 della NATO, ma non identico. Anzi, sul piano letterale la formulazione europea «con tutti i mezzi in loro potere» è piuttosto forte rispetto a quello NATO.&#xA;Esiste inoltre l’articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell’UE, chiamato clausola di solidarietà, che riguarda soprattutto attacchi terroristici e calamità naturali o provocate dall’uomo, non la normale aggressione militare da parte di uno Stato.&#xA;&#xA;Se qualcuno si chiede il perche&#39; delle resistenze a far entrare l&#39;Ukraina nella UE, ha la sua risposta.&#xA;&#xA;L’obbligo giuridico esiste già: ogni Stato deve prestare «aiuto e assistenza con tutti i mezzi in suo potere». Però l’articolo 42(7) non stabilisce:&#xA;&#xA;chi accerta formalmente che vi sia stata un’“aggressione armata”;&#xA;una procedura precisa di attivazione;&#xA;entro quanto tempo intervenire;&#xA;quali forze o risorse ciascun paese debba fornire;&#xA;una catena di comando militare europea automatica;&#xA;sanzioni specifiche per uno Stato che offra un aiuto puramente simbolico.&#xA;&#xA;Non serve neppure una decisione formale del Consiglio europeo per attivarlo: nel 2015 la Francia lo invocò direttamente dopo gli attentati di Parigi, e poi negoziò bilateralmente con i singoli Stati membri quale forma dovesse assumere l’assistenza.&#xA;Questo ultimo dettaglio è particolarmente fetente.&#xA;&#xA;Il fatto che la Francia abbia effettivamente attivato l’articolo ci dice anzitutto che esiste, almeno informalmente, un meccanismo per invocare il trattato. E non funziona come l’articolo 5 della NATO, dove l’attivazione passa attraverso una decisione politica collettiva e dove tutti devono, in qualche modo, riconoscere che si sia verificato un attacco rilevante per l’Alleanza.&#xA;&#xA;br&#xA;Qui sembra bastare che uno Stato membro dichiari di essere stato aggredito e di ritenersi in pericolo. Da quel momento, l’obbligo di assistenza esiste. Il modo concreto in cui gli altri Stati lo adempiono viene discusso dopo, caso per caso, anche bilateralmente.&#xA;&#xA;La seconda cosa particolarmente fetente è che quasi nessuno conosce l’esistenza di questo obbligo. Quasi nessuno sa che sia già stato invocato, quando sia avvenuto, né quale tipo di assistenza la Francia abbia poi negoziato con gli altri Paesi.&#xA;&#xA;Il risultato è che l’Unione europea possiede già una clausola di difesa reciproca, l’ha già utilizzata almeno una volta, ha già prodotto conseguenze operative, ma tutto questo è rimasto sostanzialmente fuori dal dibattito pubblico.&#xA;&#xA;Una specie di alleanza militare in stato gassoso: giuridicamente esiste, politicamente viene usata, ma nessuno sembra voler ammettere fino in fondo che cosa sia.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Supponiamo quindi che Putin aggredisca gli Stati baltici. Che cosa succede?&#xA;&#xA;br&#xA;La prima reazione sarebbe, ovviamente, quella prevista da decenni: Estonia, Lettonia e Lituania invocherebbero il trattato NATO e chiederebbero l’attivazione dell’articolo 5.&#xA;&#xA;A quel punto Trump metterebbe il veto, oppure impedirebbe comunque che si formi il consenso politico necessario. La NATO rimarrebbe paralizzata proprio nel momento per il quale, teoricamente, era stata costruita: un Paese membro sarebbe sotto attacco, ma l’Alleanza non riuscirebbe a decidere una risposta comune.&#xA;&#xA;Questo, però, non lascerebbe gli Stati baltici senza un secondo strumento.&#xA;&#xA;Prevedibilmente, invocherebbero immediatamente la clausola di difesa europea. E da quel momento si aprirebbe un secondo tavolo, diverso da quello della NATO.&#xA;&#xA;Non un tavolo pubblico, con una procedura già definita, una catena di comando evidente e una decisione politica solenne. Comincerebbe invece una trattativa tra governi: chi manda truppe, chi fornisce difesa aerea, chi concede basi, chi apre i propri aeroporti, chi trasferisce munizioni, chi protegge le infrastrutture e chi si limita al supporto logistico.&#xA;&#xA;E gran parte di questa trattativa avverrebbe attraverso canali non pubblici, quindi scarsamente politici nel senso democratico del termine. Diplomazie, ministeri della Difesa, stati maggiori e servizi negozierebbero direttamente il tipo e la quantità dell’assistenza.&#xA;&#xA;La guerra, insomma, potrebbe cominciare sotto gli occhi di tutti. Ma la costruzione della risposta europea avverrebbe quasi interamente dietro le quinte.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;E questo è un problema.&#xA;&#xA;Nel senso che neppure la NATO è nata tutta insieme, già completa di comandi integrati, procedure, strutture permanenti, piani operativi e meccanismi per gestire l’escalation. È nata in uno stato embrionale non troppo diverso da quello nel quale si trova oggi la clausola europea, e poi si è costruita gradualmente, aggiungendo un pezzo alla volta.&#xA;&#xA;Ma lo ha fatto credendo di avere una guida.&#xA;&#xA;Quella americana.&#xA;&#xA;Nel caso europeo, invece, il salto in avanti dovrebbe essere compiuto direttamente durante l’emergenza. La reazione andrebbe coordinata mentre l’attacco è già in corso, concordandola con gli Stati baltici e con tutti i Paesi disposti a intervenire.&#xA;&#xA;E sia chiaro: se un Paese non fosse d’accordo, non essendo richiesta l’unanimità in questa trattativa, gli altri potrebbero semplicemente procedere senza di lui.&#xA;&#xA;Potrebbero, per così dire, andare in full berserk.&#xA;&#xA;A differenza della NATO, infatti, non esistono processi consolidati di mitigazione dell’escalation, strutture comuni incaricate di rallentare le decisioni, procedure prestabilite per impedire che un singolo governo reagisca troppo in fretta o troppo duramente.&#xA;&#xA;L’Ungheria non ci sta?&#xA;&#xA;Pazienza. Si farà senza l’Ungheria.&#xA;&#xA;La Slovacchia non vuole partecipare?&#xA;&#xA;Benissimo. Gli altri continueranno.&#xA;&#xA;Perché il trattato, da questo punto di vista, è chiaro: gli Stati membri hanno un obbligo di assistenza. Non dice che debbano prima raggiungere l’unanimità sulla forma precisa della risposta, né che uno di loro possa impedire agli altri di intervenire.&#xA;&#xA;In questa situazione, considerando che il meccanismo è già stato utilizzato dalla Francia — e che ancora oggi non è molto chiaro quali aiuti abbia chiesto, a chi, con quali tempi e attraverso quali canali — il trattato europeo non appare semplicemente carente.&#xA;&#xA;Appare incredibilmente flessibile.&#xA;&#xA;Talmente flessibile da non poter essere paralizzato con un veto.&#xA;&#xA;Ed è proprio questa la parte più inquietante: la mancanza di una struttura formale non significa necessariamente assenza di capacità d’azione. Può significare, al contrario, che ogni coalizione disponibile può costruire la propria risposta, in tempo reale, senza aspettare l’autorizzazione di tutti gli altri.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Nella nostra simulazione, quindi, gli Stati baltici vengono assaliti e chiedono aiuto.&#xA;&#xA;A quel punto qualsiasi Stato europeo che ritenga minacciata anche la propria sicurezza potrebbe decidere di intervenire immediatamente. La Polonia, per esempio, non avrebbe bisogno di aspettare che ventisette governi si mettano d’accordo su un comunicato, su una catena di comando o sulla corretta intensità della risposta.&#xA;&#xA;La Polonia sarebbe direttamente in pericolo.&#xA;&#xA;E potrebbe andare in full berserk, scatenando tutto quello che ha.&#xA;&#xA;Lo stesso vale per gli Stati scandinavi. Finlandia e Svezia non osserverebbero la guerra da una distanza rassicurante: si troverebbero davanti un conflitto combattuto nel Baltico, lungo le loro rotte marittime e a poche centinaia di chilometri dalle loro basi. I Paesi baltici, non dimentichiamolo, sono a tiro di cannone dagli Stati scandinavi.&#xA;&#xA;In alcuni casi, quasi letteralmente.&#xA;&#xA;Il problema è che non esisterebbe un coordinamento chiaro, e soprattutto non esisterebbe un capo riconosciuto da tutti. Non ci sarebbe un comandante supremo americano, né una struttura NATO già incaricata di assegnare obiettivi, distribuire responsabilità e, soprattutto, impedire che ogni singolo Stato conduca la propria guerra privata contro la Russia.&#xA;&#xA;Probabilmente i polacchi considererebbero immediatamente la Bielorussia come parte integrante della macchina logistica russa. Da lì passerebbero truppe, munizioni, carburante, missili e rifornimenti diretti verso il fronte baltico.&#xA;&#xA;La conclusione militare polacca potrebbe essere molto semplice: per difendere Vilnius bisogna tagliare la Bielorussia.&#xA;&#xA;E quindi attaccarla.&#xA;&#xA;La Bielorussia è un Paese fragile, dipendente dalla Russia e governato da un regime la cui stabilità non è mai stata realmente sottoposta alla prova di un’invasione convenzionale. Non appena comparisse una brigata polacca sul suo territorio, le sue patetiche forze armate circensi potrebbero sciogliersi assai più rapidamente di quanto preveda la propaganda di Minsk, e Lukashenko potrebbe essere cacciato o costretto alla fuga.&#xA;&#xA;A quel punto, ci sarebbe qualcuno capace di fermare i polacchi?&#xA;&#xA;Probabilmente no.&#xA;&#xA;Non perché il trattato europeo conceda esplicitamente alla Polonia il diritto di invadere qualsiasi Paese le sembri utile invadere. Formalmente, ogni operazione dovrebbe ancora essere giustificata come necessaria e proporzionata alla difesa degli Stati aggrediti.&#xA;&#xA;Ma chi stabilirebbe, durante l’emergenza, dove finisca la difesa e dove cominci l’escalation?&#xA;&#xA;Non l’Ungheria, perché non dispone di un veto.&#xA;&#xA;Non il Consiglio europeo, perché l’assistenza non dipende da una sua autorizzazione unanime.&#xA;&#xA;Non un comando militare europeo, perché un comando militare europeo capace di imporre questa decisione semplicemente non esiste.&#xA;&#xA;Sarebbero quindi i polacchi, insieme agli Stati baltici e agli altri Paesi già impegnati nella guerra, a decidere che cosa sia militarmente necessario. E una volta iniziata l’operazione, fermarli significherebbe non soltanto aprire una crisi politica dentro l’Unione, ma tentare di bloccare uno&#xA;&#xA;Stato membro mentre sta adempiendo al proprio obbligo di assistere altri membri aggrediti.&#xA;&#xA;Non sarebbe possibile rimproverare alla Polonia il semplice fatto di essere intervenuta. Il trattato le impone di prestare aiuto e assistenza «con tutti i mezzi in suo potere».&#xA;&#xA;Si potrebbe contestare l’invasione della Bielorussia. Si potrebbe discutere se sia necessaria, proporzionata o strategicamente suicida.&#xA;&#xA;Ma la discussione arriverebbe dopo.&#xA;&#xA;Le brigate polacche, invece, scatterebbero subito, se non altro per paura.&#xA;&#xA;br&#xA;Nel frattempo si attiverebbe anche la NATO, ovviamente.&#xA;&#xA;Prima che Hegseth capisca dove si trovi esattamente il Baltico e riesca a pronunciare correttamente «Estonia», però, i polacchi sarebbero già dalle parti di Riga.&#xA;&#xA;E non sarà certo quella roba russa che stiamo vedendo in Ucraina a fermarli.&#xA;&#xA;Perché nel frattempo il meccanismo europeo avrebbe già cominciato a funzionare a cascata. Tutti i Paesi che si sentissero minacciati avrebbero già una base legale per andare in soccorso degli Stati aggrediti. Non ci sarebbe una nuova decisione politica da prendere per stabilire se sia lecito aiutarli: quella decisione è già scritta nel trattato.&#xA;&#xA;Nessun voto preliminare.&#xA;&#xA;Nessun veto possibile.&#xA;&#xA;Nessun governo filorusso in grado di sabotare l’intero meccanismo semplicemente rifiutandosi di approvare una risoluzione comune.&#xA;&#xA;Ogni Stato dovrebbe decidere soltanto che cosa intenda fare, con quali mezzi e con quale intensità. E, una volta che uno dei grandi Paesi europei entrasse effettivamente in guerra, la decisione degli altri diventerebbe progressivamente meno libera.&#xA;&#xA;Supponiamo, per esempio, che intervenga la Polonia.&#xA;&#xA;A quel punto anche la Germania dovrebbe domandarsi se le stia bene che la Polonia perda la guerra.&#xA;&#xA;La risposta sarebbe no.&#xA;&#xA;Non per amore dei polacchi, non per romanticismo europeo e neppure per fedeltà a qualche ideale astratto. Semplicemente perché una sconfitta polacca porterebbe la guerra direttamente sul confine tedesco, distruggerebbe l’equilibrio politico dell’Europa centrale e trasformerebbe la Germania nel prossimo grande ostacolo fra la Russia e il resto del continente.&#xA;&#xA;Quindi anche la Germania entrerebbe, magari con esitazione, magari cercando inizialmente di limitarsi alla logistica, alla difesa aerea, alle munizioni e alla protezione delle retrovie.&#xA;&#xA;Ma entrerebbe.&#xA;&#xA;E la stessa cosa accadrebbe agli altri.&#xA;&#xA;Il coinvolgimento procederebbe a catena, perché ogni nuovo ingresso cambierebbe il livello di rischio per chi ancora rimane fuori. Più Paesi europei partecipano, più diventa pericoloso lasciarli soli. Più la guerra si avvicina, meno credibile diventa la neutralità.&#xA;Prendiamo poi il caso delle armi nucleari tattiche.&#xA;&#xA;Nel momento stesso in cui la Russia minacciasse seriamente di usare, o cominciasse a preparare, armi nucleari di piccola potenza sul teatro europeo, la questione cambierebbe completamente natura.&#xA;&#xA;La Francia capirebbe immediatamente di essere diventata il principale bersaglio strategico europeo.&#xA;&#xA;Non necessariamente il primo bersaglio militare sul campo, ma il primo bersaglio politico e nucleare, perché è l’unico Stato dell’Unione dotato di una forza atomica autonoma e credibile. A quel punto Parigi non potrebbe più trattare la guerra come un conflitto periferico nell’Europa orientale.&#xA;&#xA;Scatterebbe subito.&#xA;&#xA;Il vero problema, quindi, è questo.&#xA;&#xA;La NATO, quando gli Stati Uniti partecipano davvero, è enormemente più potente. Dispone di una struttura di comando, di procedure comuni, di una capacità logistica incomparabile e di una forza militare che l’Unione europea, da sola, non possiede ancora.&#xA;&#xA;Ma è anche più lenta.&#xA;&#xA;Occorre stabilire politicamente che cosa sia accaduto, se l’attacco rientri davvero nei casi previsti dal trattato, quale risposta sia opportuna e fino a dove l’Alleanza sia disposta a spingersi. Le decisioni vengono prese per consenso, e quindi ogni governo può rallentare, condizionare o bloccare la risposta collettiva.&#xA;&#xA;br&#xA;L’articolo 42, paragrafo 7, del trattato dell’Unione europea è diverso.&#xA;&#xA;È meno potente.&#xA;&#xA;È meno coordinato.&#xA;&#xA;Non possiede una vera catena di comando comune, non dispone di un esercito europeo e non stabilisce in anticipo chi debba fare cosa.&#xA;&#xA;Ma possiede un vantaggio enorme.&#xA;&#xA;Non deve essere attivato da una decisione collettiva.&#xA;&#xA;Quando uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio, l’obbligo degli altri esiste già.&#xA;&#xA;In questo senso, scatta in zero secondi.&#xA;&#xA;br&#xA;Ed è questo il motivo per cui Putin si oppone con la stessa ostinazione all’ingresso dell’Ucraina nella NATO e nell’Unione europea.&#xA;&#xA;Le due organizzazioni sono molto diverse. Una è un’alleanza militare esplicita, dotata di comandi, procedure e strutture operative. L’altra continua a presentarsi soprattutto come un’unione politica ed economica.&#xA;&#xA;Ma, dal punto di vista russo, in entrambi i casi accadrebbe la stessa cosa fondamentale.&#xA;&#xA;Scatterebbe un dovere di solidarietà.&#xA;&#xA;Con l’ingresso nella NATO, l’Ucraina verrebbe protetta dall’articolo 5. Con l’ingresso nell’Unione europea, ricadrebbe sotto l’articolo 42(7), e quindi sotto l’obbligo degli altri Stati membri di prestarle aiuto e assistenza in caso di aggressione armata.&#xA;&#xA;Cambierebbero la potenza disponibile, i tempi, le procedure e il grado di coordinamento.&#xA;&#xA;Non cambierebbe il problema strategico per Mosca: attaccare l’Ucraina non significherebbe più attaccare soltanto l’Ucraina.&#xA;&#xA;Significherebbe attivare, in una forma o nell’altra, la solidarietà militare dell’intero continente.&#xA;&#xA;Per questa ragione continuo a tenere buona la previsione che feci scrivendo Altri Robot.&#xA;&#xA;Se Putin dovesse cercare un altro bersaglio, non sceglierebbe necessariamente gli Stati baltici. I baltici sono piccoli, esposti e geograficamente vulnerabili, ma appartengono sia alla NATO sia all’Unione europea. Attaccarli significherebbe azionare contemporaneamente due meccanismi di difesa, uno lento ma potentissimo e l’altro meno coordinato ma immediato.&#xA;&#xA;Sarebbe una scommessa enorme.&#xA;&#xA;La Moldavia, invece, non appartiene all’Unione europea.&#xA;&#xA;Non appartiene alla NATO.&#xA;&#xA;Non esiste quindi alcuna clausola automatica che obblighi gli altri Paesi a intervenire. Certamente potrebbero aiutarla. Potrebbero inviare armi, denaro, consiglieri, intelligence e forse anche truppe.&#xA;&#xA;Ma dovrebbero decidere di farlo.&#xA;&#xA;E ogni decisione potrebbe essere rallentata, negoziata, sabotata o annacquata.&#xA;&#xA;Nel caso dei baltici, invece, la base legale dell’intervento esisterebbe già prima ancora che cada il primo missile. Per la Moldavia, quella base dovrebbe essere costruita politicamente mentre l’aggressione è già in corso.&#xA;&#xA;Ed è esattamente il genere di differenza che interessa a chi sceglie una vittima.&#xA;&#xA;Perciò no.&#xA;&#xA;Non i baltici.&#xA;&#xA;La Moldavia.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;br&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Quando i giornali italiani, che sono corrotti dagli americani sino alla nausea (Vero Rampini?) parlano di difesa europea, dimenticano sempre di omettere
un “piccolo” dettaglio. Ovvero, il fatto che il trattato di difesa ci sia gia&#39;, e che sia addirittura stato usato, solo in maniera diversa.
Vediamo perche&#39;.</p>

<p>Esiste un trattato di difesa europeo, analogo alla NATO?</p>

<p>Sì. È previsto dall’<strong>articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione europea</strong> — la cosiddetta <strong>clausola di difesa reciproca</strong>.
Il testo stabilisce, in sostanza:</p>

<blockquote><p>Se uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere.</p></blockquote>

<p>L’obbligo è quindi reale e giuridicamente vincolante, non una semplice dichiarazione di solidarietà. È richiamato anche il diritto di autodifesa individuale e collettiva previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.
Ci sono però alcune precisazioni importanti:</p>
<ul><li>non dice esplicitamente che ogni paese debba automaticamente dichiarare guerra o inviare truppe;</li>
<li>ciascuno Stato determina concretamente quali mezzi fornire, anche se l’assistenza deve essere effettiva;</li>
<li>rispetta la neutralità o la particolare politica di difesa di alcuni Stati membri;</li>
<li>per i membri della NATO, il trattato precisa che la NATO resta il fondamento della loro difesa collettiva.</li></ul>

<p>Quindi è <strong>simile all’articolo 5 della NATO, ma non identico</strong>. Anzi, sul piano letterale la formulazione europea «con tutti i mezzi in loro potere» è piuttosto forte rispetto a quello NATO.
Esiste inoltre l’<strong>articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell’UE</strong>, chiamato clausola di solidarietà, che riguarda soprattutto attacchi terroristici e calamità naturali o provocate dall’uomo, non la normale aggressione militare da parte di uno Stato.</p>

<p>Se qualcuno si chiede il perche&#39; delle resistenze a far entrare l&#39;Ukraina nella UE, ha la sua risposta.</p>

<hr/>

<p>L’obbligo giuridico esiste già: ogni Stato deve prestare «aiuto e assistenza con tutti i mezzi in suo potere». Però l’articolo 42(7) non stabilisce:</p>
<ul><li>chi accerta formalmente che vi sia stata un’“aggressione armata”;</li>
<li>una procedura precisa di attivazione;</li>
<li>entro quanto tempo intervenire;</li>
<li>quali forze o risorse ciascun paese debba fornire;</li>
<li>una catena di comando militare europea automatica;</li>
<li>sanzioni specifiche per uno Stato che offra un aiuto puramente simbolico.</li></ul>

<p>Non serve neppure una decisione formale del Consiglio europeo per attivarlo: nel 2015 la Francia lo invocò direttamente dopo gli attentati di Parigi, e poi negoziò bilateralmente con i singoli Stati membri quale forma dovesse assumere l’assistenza.
Questo ultimo dettaglio è particolarmente fetente.</p>

<p>Il fatto che la Francia abbia effettivamente attivato l’articolo ci dice anzitutto che esiste, almeno informalmente, un meccanismo per invocare il trattato. E non funziona come l’articolo 5 della NATO, dove l’attivazione passa attraverso una decisione politica collettiva e dove tutti devono, in qualche modo, riconoscere che si sia verificato un attacco rilevante per l’Alleanza.</p>

<p><br>
Qui sembra bastare che uno Stato membro dichiari di essere stato aggredito e di ritenersi in pericolo. Da quel momento, l’obbligo di assistenza esiste. Il modo concreto in cui gli altri Stati lo adempiono viene discusso dopo, caso per caso, anche bilateralmente.</p>

<p>La seconda cosa particolarmente fetente è che quasi nessuno conosce l’esistenza di questo obbligo. Quasi nessuno sa che sia già stato invocato, quando sia avvenuto, né quale tipo di assistenza la Francia abbia poi negoziato con gli altri Paesi.</p>

<p>Il risultato è che l’Unione europea possiede già una clausola di difesa reciproca, l’ha già utilizzata almeno una volta, ha già prodotto conseguenze operative, ma tutto questo è rimasto sostanzialmente fuori dal dibattito pubblico.</p>

<p>Una specie di alleanza militare in stato gassoso: giuridicamente esiste, politicamente viene usata, ma nessuno sembra voler ammettere fino in fondo che cosa sia.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Supponiamo quindi che Putin aggredisca gli Stati baltici. Che cosa succede?</p>

<p><br>
La prima reazione sarebbe, ovviamente, quella prevista da decenni: Estonia, Lettonia e Lituania invocherebbero il trattato NATO e chiederebbero l’attivazione dell’articolo 5.</p>

<p>A quel punto Trump metterebbe il veto, oppure impedirebbe comunque che si formi il consenso politico necessario. La NATO rimarrebbe paralizzata proprio nel momento per il quale, teoricamente, era stata costruita: un Paese membro sarebbe sotto attacco, ma l’Alleanza non riuscirebbe a decidere una risposta comune.</p>

<p>Questo, però, non lascerebbe gli Stati baltici senza un secondo strumento.</p>

<p>Prevedibilmente, invocherebbero immediatamente la clausola di difesa europea. E da quel momento si aprirebbe un secondo tavolo, diverso da quello della NATO.</p>

<p>Non un tavolo pubblico, con una procedura già definita, una catena di comando evidente e una decisione politica solenne. Comincerebbe invece una trattativa tra governi: chi manda truppe, chi fornisce difesa aerea, chi concede basi, chi apre i propri aeroporti, chi trasferisce munizioni, chi protegge le infrastrutture e chi si limita al supporto logistico.</p>

<p>E gran parte di questa trattativa avverrebbe attraverso canali non pubblici, quindi scarsamente politici nel senso democratico del termine. Diplomazie, ministeri della Difesa, stati maggiori e servizi negozierebbero direttamente il tipo e la quantità dell’assistenza.</p>

<p>La guerra, insomma, potrebbe cominciare sotto gli occhi di tutti. Ma la costruzione della risposta europea avverrebbe quasi interamente dietro le quinte.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>E questo è un problema.</p>

<p>Nel senso che neppure la NATO è nata tutta insieme, già completa di comandi integrati, procedure, strutture permanenti, piani operativi e meccanismi per gestire l’escalation. È nata in uno stato embrionale non troppo diverso da quello nel quale si trova oggi la clausola europea, e poi si è costruita gradualmente, aggiungendo un pezzo alla volta.</p>

<p>Ma lo ha fatto credendo di avere una guida.</p>

<p>Quella americana.</p>

<p>Nel caso europeo, invece, il salto in avanti dovrebbe essere compiuto direttamente durante l’emergenza. La reazione andrebbe coordinata mentre l’attacco è già in corso, concordandola con gli Stati baltici e con tutti i Paesi disposti a intervenire.</p>

<p>E sia chiaro: se un Paese non fosse d’accordo, non essendo richiesta l’unanimità in questa trattativa, gli altri potrebbero semplicemente procedere senza di lui.</p>

<p>Potrebbero, per così dire, andare in full berserk.</p>

<p>A differenza della NATO, infatti, non esistono processi consolidati di mitigazione dell’escalation, strutture comuni incaricate di rallentare le decisioni, procedure prestabilite per impedire che un singolo governo reagisca troppo in fretta o troppo duramente.</p>

<p>L’Ungheria non ci sta?</p>

<p>Pazienza. Si farà senza l’Ungheria.</p>

<p>La Slovacchia non vuole partecipare?</p>

<p>Benissimo. Gli altri continueranno.</p>

<p>Perché il trattato, da questo punto di vista, è chiaro: gli Stati membri hanno un obbligo di assistenza. Non dice che debbano prima raggiungere l’unanimità sulla forma precisa della risposta, né che uno di loro possa impedire agli altri di intervenire.</p>

<p>In questa situazione, considerando che il meccanismo è già stato utilizzato dalla Francia — e che ancora oggi non è molto chiaro quali aiuti abbia chiesto, a chi, con quali tempi e attraverso quali canali — il trattato europeo non appare semplicemente carente.</p>

<p>Appare incredibilmente flessibile.</p>

<p>Talmente flessibile da non poter essere paralizzato con un veto.</p>

<p>Ed è proprio questa la parte più inquietante: la mancanza di una struttura formale non significa necessariamente assenza di capacità d’azione. Può significare, al contrario, che ogni coalizione disponibile può costruire la propria risposta, in tempo reale, senza aspettare l’autorizzazione di tutti gli altri.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Nella nostra simulazione, quindi, gli Stati baltici vengono assaliti e chiedono aiuto.</p>

<p>A quel punto qualsiasi Stato europeo che ritenga minacciata anche la propria sicurezza potrebbe decidere di intervenire immediatamente. La Polonia, per esempio, non avrebbe bisogno di aspettare che ventisette governi si mettano d’accordo su un comunicato, su una catena di comando o sulla corretta intensità della risposta.</p>

<p>La Polonia sarebbe direttamente in pericolo.</p>

<p>E potrebbe andare in full berserk, scatenando tutto quello che ha.</p>

<p>Lo stesso vale per gli Stati scandinavi. Finlandia e Svezia non osserverebbero la guerra da una distanza rassicurante: si troverebbero davanti un conflitto combattuto nel Baltico, lungo le loro rotte marittime e a poche centinaia di chilometri dalle loro basi. I Paesi baltici, non dimentichiamolo, sono a tiro di cannone dagli Stati scandinavi.</p>

<p>In alcuni casi, quasi letteralmente.</p>

<p>Il problema è che non esisterebbe un coordinamento chiaro, e soprattutto non esisterebbe un capo riconosciuto da tutti. Non ci sarebbe un comandante supremo americano, né una struttura NATO già incaricata di assegnare obiettivi, distribuire responsabilità e, soprattutto, impedire che ogni singolo Stato conduca la propria guerra privata contro la Russia.</p>

<p>Probabilmente i polacchi considererebbero immediatamente la Bielorussia come parte integrante della macchina logistica russa. Da lì passerebbero truppe, munizioni, carburante, missili e rifornimenti diretti verso il fronte baltico.</p>

<p>La conclusione militare polacca potrebbe essere molto semplice: per difendere Vilnius bisogna tagliare la Bielorussia.</p>

<p>E quindi attaccarla.</p>

<p>La Bielorussia è un Paese fragile, dipendente dalla Russia e governato da un regime la cui stabilità non è mai stata realmente sottoposta alla prova di un’invasione convenzionale. Non appena comparisse una brigata polacca sul suo territorio, le sue patetiche forze armate circensi potrebbero sciogliersi assai più rapidamente di quanto preveda la propaganda di Minsk, e Lukashenko potrebbe essere cacciato o costretto alla fuga.</p>

<p>A quel punto, ci sarebbe qualcuno capace di fermare i polacchi?</p>

<p>Probabilmente no.</p>

<p>Non perché il trattato europeo conceda esplicitamente alla Polonia il diritto di invadere qualsiasi Paese le sembri utile invadere. Formalmente, ogni operazione dovrebbe ancora essere giustificata come necessaria e proporzionata alla difesa degli Stati aggrediti.</p>

<p>Ma chi stabilirebbe, durante l’emergenza, dove finisca la difesa e dove cominci l’escalation?</p>

<p>Non l’Ungheria, perché non dispone di un veto.</p>

<p>Non il Consiglio europeo, perché l’assistenza non dipende da una sua autorizzazione unanime.</p>

<p>Non un comando militare europeo, perché un comando militare europeo capace di imporre questa decisione semplicemente non esiste.</p>

<p>Sarebbero quindi i polacchi, insieme agli Stati baltici e agli altri Paesi già impegnati nella guerra, a decidere che cosa sia militarmente necessario. E una volta iniziata l’operazione, fermarli significherebbe non soltanto aprire una crisi politica dentro l’Unione, ma tentare di bloccare uno</p>

<p>Stato membro mentre sta adempiendo al proprio obbligo di assistere altri membri aggrediti.</p>

<p>Non sarebbe possibile rimproverare alla Polonia il semplice fatto di essere intervenuta. Il trattato le impone di prestare aiuto e assistenza «con tutti i mezzi in suo potere».</p>

<p>Si potrebbe contestare l’invasione della Bielorussia. Si potrebbe discutere se sia necessaria, proporzionata o strategicamente suicida.</p>

<p>Ma la discussione arriverebbe dopo.</p>

<p>Le brigate polacche, invece, scatterebbero subito, se non altro per paura.</p>

<hr/>

<p><br>
Nel frattempo si attiverebbe anche la NATO, ovviamente.</p>

<p>Prima che Hegseth capisca dove si trovi esattamente il Baltico e riesca a pronunciare correttamente «Estonia», però, i polacchi sarebbero già dalle parti di Riga.</p>

<p>E non sarà certo quella roba russa che stiamo vedendo in Ucraina a fermarli.</p>

<p>Perché nel frattempo il meccanismo europeo avrebbe già cominciato a funzionare a cascata. Tutti i Paesi che si sentissero minacciati avrebbero già una base legale per andare in soccorso degli Stati aggrediti. Non ci sarebbe una nuova decisione politica da prendere per stabilire se sia lecito aiutarli: quella decisione è già scritta nel trattato.</p>

<p>Nessun voto preliminare.</p>

<p>Nessun veto possibile.</p>

<p>Nessun governo filorusso in grado di sabotare l’intero meccanismo semplicemente rifiutandosi di approvare una risoluzione comune.</p>

<p>Ogni Stato dovrebbe decidere soltanto che cosa intenda fare, con quali mezzi e con quale intensità. E, una volta che uno dei grandi Paesi europei entrasse effettivamente in guerra, la decisione degli altri diventerebbe progressivamente meno libera.</p>

<p>Supponiamo, per esempio, che intervenga la Polonia.</p>

<p>A quel punto anche la Germania dovrebbe domandarsi se le stia bene che la Polonia perda la guerra.</p>

<p>La risposta sarebbe no.</p>

<p>Non per amore dei polacchi, non per romanticismo europeo e neppure per fedeltà a qualche ideale astratto. Semplicemente perché una sconfitta polacca porterebbe la guerra direttamente sul confine tedesco, distruggerebbe l’equilibrio politico dell’Europa centrale e trasformerebbe la Germania nel prossimo grande ostacolo fra la Russia e il resto del continente.</p>

<p>Quindi anche la Germania entrerebbe, magari con esitazione, magari cercando inizialmente di limitarsi alla logistica, alla difesa aerea, alle munizioni e alla protezione delle retrovie.</p>

<p>Ma entrerebbe.</p>

<p>E la stessa cosa accadrebbe agli altri.</p>

<p>Il coinvolgimento procederebbe a catena, perché ogni nuovo ingresso cambierebbe il livello di rischio per chi ancora rimane fuori. Più Paesi europei partecipano, più diventa pericoloso lasciarli soli. Più la guerra si avvicina, meno credibile diventa la neutralità.
Prendiamo poi il caso delle armi nucleari tattiche.</p>

<p>Nel momento stesso in cui la Russia minacciasse seriamente di usare, o cominciasse a preparare, armi nucleari di piccola potenza sul teatro europeo, la questione cambierebbe completamente natura.</p>

<p>La Francia capirebbe immediatamente di essere diventata il principale bersaglio strategico europeo.</p>

<p>Non necessariamente il primo bersaglio militare sul campo, ma il primo bersaglio politico e nucleare, perché è l’unico Stato dell’Unione dotato di una forza atomica autonoma e credibile. A quel punto Parigi non potrebbe più trattare la guerra come un conflitto periferico nell’Europa orientale.</p>

<p>Scatterebbe subito.</p>

<p>Il vero problema, quindi, è questo.</p>

<p>La NATO, quando gli Stati Uniti partecipano davvero, è enormemente più potente. Dispone di una struttura di comando, di procedure comuni, di una capacità logistica incomparabile e di una forza militare che l’Unione europea, da sola, non possiede ancora.</p>

<h3 id="ma-è-anche-più-lenta">Ma è anche più lenta.</h3>

<p>Occorre stabilire politicamente che cosa sia accaduto, se l’attacco rientri davvero nei casi previsti dal trattato, quale risposta sia opportuna e fino a dove l’Alleanza sia disposta a spingersi. Le decisioni vengono prese per consenso, e quindi ogni governo può rallentare, condizionare o bloccare la risposta collettiva.</p>

<p><br>
L’articolo 42, paragrafo 7, del trattato dell’Unione europea è diverso.</p>

<p>È meno potente.</p>

<p>È meno coordinato.</p>

<p>Non possiede una vera catena di comando comune, non dispone di un esercito europeo e non stabilisce in anticipo chi debba fare cosa.</p>

<p>Ma possiede un vantaggio enorme.</p>

<p>Non deve essere attivato da una decisione collettiva.</p>

<p>Quando uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio, l’obbligo degli altri esiste già.</p>

<p>In questo senso, scatta in zero secondi.</p>

<hr/>

<p><br>
Ed è questo il motivo per cui Putin si oppone con la stessa ostinazione all’ingresso dell’Ucraina nella NATO e nell’Unione europea.</p>

<p>Le due organizzazioni sono molto diverse. Una è un’alleanza militare esplicita, dotata di comandi, procedure e strutture operative. L’altra continua a presentarsi soprattutto come un’unione politica ed economica.</p>

<p>Ma, dal punto di vista russo, in entrambi i casi accadrebbe la stessa cosa fondamentale.</p>

<p>Scatterebbe un dovere di solidarietà.</p>

<p>Con l’ingresso nella NATO, l’Ucraina verrebbe protetta dall’articolo 5. Con l’ingresso nell’Unione europea, ricadrebbe sotto l’articolo 42(7), e quindi sotto l’obbligo degli altri Stati membri di prestarle aiuto e assistenza in caso di aggressione armata.</p>

<p>Cambierebbero la potenza disponibile, i tempi, le procedure e il grado di coordinamento.</p>

<p>Non cambierebbe il problema strategico per Mosca: attaccare l’Ucraina non significherebbe più attaccare soltanto l’Ucraina.</p>

<p>Significherebbe attivare, in una forma o nell’altra, la solidarietà militare dell’intero continente.</p>

<p>Per questa ragione continuo a tenere buona la previsione che feci scrivendo <em>Altri Robot</em>.</p>

<p>Se Putin dovesse cercare un altro bersaglio, non sceglierebbe necessariamente gli Stati baltici. I baltici sono piccoli, esposti e geograficamente vulnerabili, ma appartengono sia alla NATO sia all’Unione europea. Attaccarli significherebbe azionare contemporaneamente due meccanismi di difesa, uno lento ma potentissimo e l’altro meno coordinato ma immediato.</p>

<p>Sarebbe una scommessa enorme.</p>

<p>La Moldavia, invece, non appartiene all’Unione europea.</p>

<p>Non appartiene alla NATO.</p>

<p>Non esiste quindi alcuna clausola automatica che obblighi gli altri Paesi a intervenire. Certamente potrebbero aiutarla. Potrebbero inviare armi, denaro, consiglieri, intelligence e forse anche truppe.</p>

<p>Ma dovrebbero decidere di farlo.</p>

<p>E ogni decisione potrebbe essere rallentata, negoziata, sabotata o annacquata.</p>

<p>Nel caso dei baltici, invece, la base legale dell’intervento esisterebbe già prima ancora che cada il primo missile. Per la Moldavia, quella base dovrebbe essere costruita politicamente mentre l’aggressione è già in corso.</p>

<p>Ed è esattamente il genere di differenza che interessa a chi sceglie una vittima.</p>

<p>Perciò no.</p>

<p>Non i baltici.</p>

<p>La Moldavia.</p>

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<br>
<br></p>

<p>Uriel Fanelli
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—<br>
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      <pubDate>Fri, 10 Jul 2026 20:54:11 +0000</pubDate>
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      <title>Università umanistiche: il perché di un fallimento.</title>
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      <description>&lt;![CDATA[Stavo osservando i log dei server che gestisco, sia questo blog che altri, e noto una cosa abbastanza impressionante: la furiosa, disperata determinazione con cui i bot cercano di fare ingestion dei contenuti.&#xA;Arrivano, raschiano, riprovano, cambiano user agent, insistono. Sembrano mosche contro il vetro. E se il vetro non si rompe, continuano comunque, perché da qualche parte ci deve pur essere un contenuto da succhiare, indicizzare, archiviare, riassumere, riciclare. Su questo possiamo farci molta propaganda contro la AI, ovviamente. Possiamo dire che i cattivi robot stanno rubando il lavoro agli autori, che le macchine divorano la creatività umana, che siamo entrati nell’era dei vampiri statistici, e via dicendo. Tutto vero, almeno in parte. Ma il punto che mi interessa non è questo.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Il punto è che il mondo di Internet ha creato una gigantesca domanda di contenuti. Una domanda continua, bulimica, quasi patologica. E specialmente di contenuti freschi.&#xA;&#xA;Non solo per il training delle AI. Quella è soltanto la parte più visibile oggi, perché fa rumore, perché ci sono miliardi in ballo, perché ogni volta che qualcuno dice “modello linguistico” da qualche parte un venture capitalist sente il profumo del sangue. Ma la fame viene da prima. Viene dalla semplice fame di informazione, dalla richiesta costante di novità, dalla soddisfazione immediata che è diventata la cifra della Internet moderna.&#xA;&#xA;La rete non vuole soltanto contenuti. Vuole contenuti nuovi. Sempre. Vuole qualcosa che non ha ancora visto, non ha ancora indicizzato, non ha ancora archiviato, non ha ancora trasformato in un frammento da mostrare a qualcuno per tre secondi prima del prossimo scroll.&#xA;&#xA;Ora, se parliamo di Internet e ci chiediamo quanto la sua diffusione abbia beneficiato i tecnici, scopriamo una cosa abbastanza evidente: la categoria STEM è stata sicuramente premiata da questa onnipresenza della rete. In termini di stipendi, di opportunità, di mercato del lavoro, di prestigio sociale persino. Il programmatore, l’amministratore di sistema, l’architetto cloud, il data engineer, il machine learning coso, tutta questa fauna qui ha beneficiato enormemente del fatto che ormai ogni attività umana debba passare da una rete, da una piattaforma, da un database, da un cluster, da una pipeline.&#xA;&#xA;E fin qui, niente di sorprendente. Se il mondo si informatizza, chi costruisce e mantiene l’infrastruttura informatica viene pagato. È quasi ragionevole. Una di quelle cose che capitano raramente, ma capitano.&#xA;&#xA;Ma se siamo abbastanza analitici, scopriamo subito che qualcosa non va.&#xA;&#xA;Qualcosa manca.&#xA;&#xA;Perché la rete non è fatta soltanto di cavi, server, protocolli, CDN, database, reverse proxy e container orchestrati da qualche divinità minore con l’ansia. La rete è fatta anche — e soprattutto — di contenuti. Senza contenuti, tutta questa magnifica infrastruttura non serve a nulla. Sarebbe un’autostrada perfetta che collega il nulla al niente, con un casello automatico in mezzo.&#xA;&#xA;E allora la domanda va fatta.&#xA;&#xA;Se c’è un disperato bisogno di contenuti, come mai chi li produce in maniera professionale non viene premiato?&#xA;&#xA;Come mai viene sottopagato?&#xA;&#xA;Voglio dire: prendiamo i musicisti. A prescindere dalla AI, o meno. Prima ancora di chiederci se un modello generativo possa produrre canzonette da ascensore in quantità industriale, bisognerebbe chiedersi un’altra cosa: come mai chi produce musica è così sottopagato, dentro una rete che ha continuamente bisogno di nuova musica?&#xA;&#xA;Una rete che consuma musica ogni giorno, che la usa per video, reel, podcast, streaming, sottofondi, pubblicità, giochi, sigle, contenuti social, tutorial, spot, presentazioni aziendali e qualsiasi altra forma di rumore organizzato. Una rete che archivia quella vecchia con cadenza mensile, perché dopo un mese non è più “fresca”, non è più “trend”, non è più spendibile.&#xA;&#xA;Eppure il musicista, cioè colui che produce esattamente la cosa di cui la rete sembra avere fame, molto spesso non vive affatto nella ricchezza. Anzi. Vive in quella zona grigia dove tutti usano il suo lavoro, tutti dicono che la musica è fondamentale, tutti vogliono la colonna sonora giusta, il jingle giusto, il mood giusto, il pezzo giusto, ma quando si tratta di pagare comincia improvvisamente una grande riflessione filosofica sul valore dell’esposizione.&#xA;&#xA;E la stessa cosa vale, in generale, per chi scrive. Per chi fotografa. Per chi disegna. Per chi produce video. Per chi crea materiale originale. Per chi mette qualcosa dentro il gigantesco stomaco della rete.&#xA;&#xA;Il risultato è abbastanza paradossale: chi produce la tecnologia è ben pagato, mentre chi produce i contenuti che rendono utile quella tecnologia non lo è.&#xA;&#xA;E allora la domanda vera è questa.&#xA;&#xA;Come mai Internet premia così bene chi costruisce i tubi, ma così male chi mette l’acqua dentro?&#xA;&#xA;br&#xA;Le risposte che si danno a questa domanda non sono quasi mai soddisfacenti.&#xA;&#xA;La prima risposta, oggi, è diventata quasi automatica: è colpa della AI. L’intelligenza artificiale ruba il lavoro degli autori, copia, imita, impasta statisticamente ciò che altri hanno prodotto, e quindi distrugge il mercato dei contenuti.&#xA;&#xA;Ora, chi accusa la AI di “rubare il lavoro di altri” deve però capire una cosa: proprio per questo motivo, l’intelligenza artificiale non può creare qualcosa di mai visto. O di mai udito, nel caso della musica.&#xA;&#xA;Può imitare, ricombinare, comprimere, interpolare. Può produrre una cosa che sembra il risultato medio di tutte le cose simili che ha visto prima. Può fare la canzone che sembra una canzone, il testo che sembra un testo, l’immagine che sembra un’immagine, il video che sembra un video. Può essere tremendamente efficace quando quello che le chiedete è, in sostanza, una variante del già esistente.&#xA;&#xA;Ma se il vostro contenuto è davvero creativo, se contiene qualcosa di nuovo, qualcosa che non era già presente nel grande minestrone statistico da cui il modello pesca, allora no: non è davvero soggetto alla competizione dell’intelligenza artificiale.&#xA;&#xA;Non nel senso forte del termine.&#xA;&#xA;Può essere copiato dopo, certo. Può essere imitato dopo. Può essere normalizzato dopo, digerito dopo, trasformato in stile dopo. Ma la AI non può arrivare prima. Non può inventare ciò che non ha mai visto, esattamente come un turista non può ricordare una città in cui non è mai stato. Può immaginarla, forse. Ma il più delle volte immaginerà pezzi di altre città incollati insieme, con qualche fontana al centro perché statisticamente le fontane fanno città.&#xA;&#xA;Quindi no: se i vostri contenuti sono davvero creativi, o davvero nuovi, il problema non è semplicemente “la AI vi fa concorrenza”.&#xA;&#xA;Il problema è più vecchio, più profondo, e più fastidioso.&#xA;&#xA;Potremmo parlare di qualsiasi questione quantitativa o legata al mercato. Potremmo dire che ci sono troppi contenuti, troppi autori, troppi musicisti, troppi fotografi, troppi illustratori, troppi scrittori, troppa gente che produce roba.&#xA;&#xA;Potremmo dire che il mercato è saturo, che l’offerta supera la domanda, che la qualità media è bassa, che moltissima produzione è mediocre o pessima.&#xA;&#xA;Ma questo non spiega davvero il fenomeno.&#xA;&#xA;Perché esistono anche pezzi di codice mediocri o pessimi. Esistono infrastrutture progettate male, software scritti coi piedi, architetture cloud che sembrano concepite durante una crisi mistica, sistemi informatici che stanno in piedi per miracolo, script aziendali che nessuno osa toccare perché l’ultima persona che li capiva è stata assunta da Google nel 2017 e adesso medita in Colorado.&#xA;&#xA;Eppure il fatto che esista codice mediocre non impedisce ai programmatori di essere pagati. Il fatto che esistano infrastrutture pessime non impedisce agli architetti, ai sistemisti, agli specialisti di rete, ai DevOps e a tutta la confraternita del “funziona sul mio cluster” di avere un mercato del lavoro molto più favorevole.&#xA;&#xA;Allo stesso modo, il fatto che esistano contenuti mediocri o pessimi non basta a spiegare perché chi produce contenuti venga pagato così poco.&#xA;&#xA;Si potrebbe allora tirare fuori l’argomento del monopolio. Pochi grandi enti controllano la distribuzione, pochi grandi intermediari decidono cosa si vede, cosa si ascolta, cosa viene indicizzato, cosa viene monetizzato. Ed è vero. Ma anche qui, la spiegazione non basta.&#xA;&#xA;Perché, se è per questo, anche i migliori posti di lavoro nel mondo tecnico — cioè quelli meglio pagati — sono spesso monopolio di grandi giganti. Le migliori possibilità di carriera sono concentrate in poche aziende, in pochi ecosistemi, in poche piattaforme. Anche lì ci sono gatekeeper, anche lì ci sono oligopoli, anche lì ci sono nomi talmente grandi che non competono nel mercato: in molti casi, sono loro a decidere cos’è il mercato.&#xA;&#xA;Eppure il tecnico che entra in quel mondo viene pagato. Magari viene spremuto, magari viene messo dentro una macchina aziendale orrenda, magari finisce a fare riunioni su riunioni per decidere il nome di una variabile, ma viene pagato. E anche nel nostro settore c&#39;e&#39; concorrenza dall&#39; Intelligenza Artificiale.&#xA;&#xA;Il produttore di contenuti, invece, spesso no. O viene pagato poco. O viene pagato in visibilità, che è il modo educato per dire “in aria fritta con un logo sopra”.&#xA;&#xA;Quindi no: non basta dire che la AI ruba. Non basta dire che il mercato è saturo. Non basta dire che molti contenuti sono mediocri. Non basta dire che esistono monopoli.&#xA;&#xA;Tutte queste cose sono vere, o almeno parzialmente vere. Ma non spiegano il divario enorme tra quanto viene pagato chi produce l’infrastruttura e quanto viene pagato chi produce ciò che rende quella infrastruttura interessante.&#xA;&#xA;Il divario rimane.&#xA;&#xA;E rimane enorme.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;La domanda è tremenda, e a testimoniarlo sono i prezzi.&#xA;&#xA;Un film ben riuscito guadagna miliardi, anche se appartiene al genere “giovani culturisti in calzamaglia con gli effetti speciali”, altrimenti detto “supereroi”. Un genere che, in teoria, non offre nulla di nuovo nemmeno sul piano narrativo, ormai da un decennio, se non di più.&#xA;&#xA;Bisogna capire che i soldi che questi film incassano non sono altro che il prezzo che l’opera ha sul mercato. Non sono necessariamente un giudizio sulla qualità artistica, e nemmeno sulla novità dell’opera. Sono il prezzo. Il mercato decide che quella cosa vale quei soldi, e li paga.&#xA;&#xA;E se una tizia si compra la Porsche solo mostrando grosse tette su OnlyFans, vuol dire che persino le mammelle sono un contenuto pagato a carissimo prezzo, tale è la fame di contenuti. Anche qui, non serve fare moralismo: basta osservare il dato economico. Qualcuno produce un contenuto, qualcuno lo compra, e il prezzo può essere altissimo.&#xA;&#xA;Se poi andiamo sulle principali piattaforme di streaming video, e persino su TikTok, troviamo milioni di video tutti uguali. Stessi formati, stessi gesti, stessi tormentoni, stesse musiche, stesse imitazioni. E la fame di contenuti è tale che vengono premiate le tendenze, ovvero le imitazioni.&#xA;&#xA;Il sistema non premia soltanto la novità. Premia anche la ripetizione. Premia il fatto che esista ancora un altro video, ancora un’altra faccia, ancora un’altra variazione minima dello stesso identico contenuto. Il mercato, quindi, paga bene.&#xA;&#xA;La domanda è immensa, il prezzo è quindi alto.&#xA;&#xA;E allora?&#xA;&#xA;Come mai, se cerchiamo chi ha beneficiato davvero del boom del “content creator”, troviamo quasi più tecnici — cioè coloro che creano e mantengono l’infrastruttura — laureati in materie STEM, e quasi pochissimi tra quelli usciti da facoltà umanistiche?&#xA;&#xA;Com’è possibile che un mondo affamato di contenuti abbia arricchito soprattutto chi costruisce i tubi, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di pagamento e distribuzione, e molto meno chi quei contenuti dovrebbe produrli?&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;In questo catastrofico fallimento deve esserci qualcosa in comune tra le vittime.&#xA;&#xA;E la risposta mi sembra evidente. Il fatto che, tra gli esempi di successo nel mondo dei contenuti, non ci siano quasi mai persone uscite da università umanistiche, la dice lunga.&#xA;&#xA;Se vieni battuto o battuta da una che mostra le tette, qualcosa sta andando storto nel tuo modo di fare contenuti. Sicuri che non ci siano modi migliori di mostrare le tette? Eppure la letteratura erotica è sconfinata. Come mai hai studiato per quindici anni la letteratura erotica e non riesci a diventare una star su OnlyFans? Come mai hai studiato sociologia per vent’anni e il premio al fumetto con la critica sociale va a Zerocalcare? Non hai niente di meglio da dire?&#xA;&#xA;Secondo me, quindi, il fallimento delle facoltà non-STEM va analizzato meglio, anche a costo di sollevare polveroni. Certo, dovrebbero essere i filosofi a farlo, invece lo fa un blogger.&#xA;&#xA;Perché?&#xA;&#xA;Proviamo a vederlo. Anzi: provo ad analizzare le risposte comunemente date alla stessa domanda, che non sono io a porre. Perché questa domanda gira già, solo che di solito viene addomesticata, resa innocua, trasformata in una lamentela generica contro il mercato, contro gli algoritmi, contro il capitalismo, contro la volgarità del pubblico. Tutte cose comodissime, perché spostano sempre il problema da un’altra parte.&#xA;&#xA;Il primo problema che viene denunciato è il passatismo.&#xA;&#xA;La rete premia i contenuti originali. Quindi, se inventi qualcosa, schizzi in cima. Se sei il primo o la prima ad arrivare, schizzi in cima. E ovviamente la tendenza accademica, specialmente nelle facoltà umanistiche, è quella di studiare il passato. Testi passati, autori passati, movimenti passati, categorie passate, dispute passate, forme passate.&#xA;&#xA;È una teoria credibile, ma c’è un problema.&#xA;&#xA;La cultura generale delle persone non copre tutto lo scibile umano. Essere “nuovi”, molto spesso, significa soltanto dire cose che le persone non ricordano di avere già visto. O che non hanno mai visto perché, banalmente, non hanno letto abbastanza, non hanno viaggiato abbastanza, non hanno studiato abbastanza, non hanno incontrato abbastanza mondi.&#xA;&#xA;Siccome le persone non hanno visto molto, per chi conosce la storia delle tette non dovrebbe essere un problema primeggiare tra le mostratette di OnlyFans. Il loro contenuto, agli occhi di chi non ha un PhD in tette, può risultare nuovo e originale. Anche se, alla fine, magari è nato in Nepal nel 1300.&#xA;&#xA;E questo vale per moltissimi altri contenuti. Il pubblico non chiede davvero l’assoluto inedito metafisico, mai apparso nella storia dell’umanità. Il pubblico chiede qualcosa che sembri nuovo a lui. E tra “nuovo per l’umanità” e “nuovo per il pubblico” passa la stessa differenza che passa tra inventare il fuoco e accendere un accendino davanti a un bambino.&#xA;&#xA;Per questa ragione, il passatismo non basta a spiegare il fallimento. Anzi, in teoria dovrebbe essere un vantaggio. Chi ha studiato il passato dispone di un archivio enorme di forme, tecniche, immagini, racconti, strutture, simboli, trucchi, variazioni, registri, generi e ossessioni umane da riproporre a un pubblico che non li riconoscerà mai.&#xA;&#xA;Il problema, quindi, non può essere semplicemente che le facoltà umanistiche studiano il passato.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Il secondo problema è lo sdegno accademico verso quanto piace al pubblico, cioè verso il “mercato”.&#xA;&#xA;Sino al 1700, perché un artista fosse preso in considerazione, doveva prima esibirsi in un’accademia prestigiosa. Doveva passare da lì. Solo dopo essere stato battezzato, consacrato, legittimato, poteva sperare di farci due lire. Anche perché il fruitore dell’arte, in quel mondo, era comunque un aristocratico, oppure un clerico. Gente che stava dentro lo stesso circuito sociale, culturale e simbolico dell’accademia.&#xA;Con il mercantilismo arriva la borghesia, e la borghesia è troppo numerosa per stare nelle accademie. Non solo: è anche troppo volgare, almeno agli occhi di chi nelle accademie ci stava già. Questi nuovi fruitori vengono guardati con sospetto, considerati gente dal gusto dubbio, troppo legata al denaro, al commercio, alla casa da arredare, al salotto da mostrare, alla reputazione da comprare.&#xA;Le accademie, quindi, continuano a parlare soprattutto ad aristocratici e gente di chiesa. Intanto, fuori, nascono le gallerie d’arte, dove l’arte viene presentata, venduta e rivenduta. L’opera entra in un circuito commerciale più esplicito. E così il nome degli autori — Monet, e via dicendo — diventa adesso un brand. Arriva il commercio. Arriva il mercato. Arriva l’arte come oggetto che circola, che si compra, che si rivende, che acquista valore anche perché porta una firma riconoscibile.Ma attenzione: l’invidia per l’accademia rimane.&#xA;&#xA;Insomma, o sei consacrato dall’accademia, oppure sei consacrato dal mercato. Sono due sacerdoti diversi, ma sempre consacrazione è. Da una parte il tempio, dall’altra il listino prezzi. Cambia l’incenso, non cambia il bisogno di essere riconosciuti da qualcuno che conti.&#xA;&#xA;Poi arriva il ceto medio. Arrivano il benessere, il consumo di massa, il consumismo. A questo punto l’arte non viene più soltanto comprata: viene consumata. Entra in un ciclo economico diverso, più rapido, più largo, più ripetitivo.&#xA;&#xA;Esistono le star nella musica, nel cinema, nell’intrattenimento, ma non più nello stesso modo nell’arte classica. L’arte diventa “Pop”.&#xA;&#xA;“Pop” indica semplicemente l’arte diventata parte di un sistema consumistico. Non significa necessariamente arte stupida, né arte bassa, né arte fatta male. Significa arte che circola dentro il consumo, che parla al consumo, che usa il consumo, e spesso lo rappresenta. Andy Warhol è un esempio classico, se vogliamo. Ma lo sono anche i registi di film, visto che alla lista si aggiunge il cinema pop, con i suoi miti, le sue immagini, le sue icone, i suoi poster appesi nelle camerette.&#xA;&#xA;Anche qui, i puristi della consacrazione — mercato o accademia che sia — si strappano i capelli dallo scandalo. Perché per loro l’arte deve sempre essere autorizzata da qualcuno: dall’accademia, dal critico, dal collezionista, dal museo, dal prezzo d’asta, dal festival, dalla retrospettiva. L’idea che il pubblico consumi direttamente qualcosa, e che quella cosa diventi culturalmente rilevante proprio perché consumata, resta per molti una bestemmia.&#xA;&#xA;Ma nemmeno questa teoria mi convince.&#xA;&#xA;Innanzitutto perché l’arte classica è usatissima, se non altro a livello di meme, e non è affatto sconosciuta. Il meme sotto non esisterebbe senza Michelangelo. Non esisterebbero certe pose, certe citazioni, certe immagini continuamente riciclate, certe battute visive, se il patrimonio classico fosse davvero morto e sepolto dentro i musei.&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;Non c’è metallaro che non ascolti anche musica classica, o che almeno non abbia qualche simpatia per organi, cori, requiem, sinfonie, atmosfere gotiche, architetture sonore che arrivano da molto lontano. I luoghi dell’arte rinascimentale sono stravisitati. Le città d’arte sono piene. I musei fanno code. Le immagini classiche vengono continuamente riusate nella pubblicità, nella moda, nei videoclip, nei videogiochi, nelle copertine degli album, nei profili social, nei meme.&#xA;&#xA;Quindi non ha senso dire che il pubblico rifiuta quel materiale. Non è vero. Il pubblico lo riconosce, lo consuma, lo fotografa, lo cita, lo trasforma, lo riduce a meme, se necessario, ma lo usa.&#xA;E allora non ha senso che qualcuno che ha studiato queste cose non riesca a farci due soldi.&#xA;Non ha senso che chi ha passato anni a studiare simboli, forme, miti, immagini, testi, musica, estetica e narrazione non riesca a trasformare tutto questo in qualcosa che il pubblico voglia comprare, guardare, ascoltare o condividere.&#xA;&#xA;br&#xA;No, mi spiace, non c&#39;entra nemmeno questo.&#xA;&#xA;br&#xA;Il mondo accademico si è politicizzato.&#xA;&#xA;È un male?&#xA;&#xA;Sì.&#xA;&#xA;Se consideriamo che la politica fornisce sostanzialmente solo due grandi categorie per vedere il mondo — destra o sinistra — allora il problema diventa evidente: con due categorie non vai lontano. Puoi interpretare alcune cose, certo.&#xA;&#xA;Puoi organizzare qualche conflitto, dare un nome a certe appartenenze, riconoscere alcuni schieramenti. Ma non puoi ridurre tutta la realtà a due etichette e poi stupirti se, quando provi a produrre contenuti, sembri sempre il comunicato stampa di qualcuno.&#xA;&#xA;Il punto non è nemmeno soltanto ideologico. Il punto è espressivo.&#xA;&#xA;Perché ogni corrente politica porta con sé i propri stilemi, i propri morfemi, il proprio sistema di immaginario, i propri tic linguistici, i propri nemici rituali, i propri santi, i propri mostri, i propri modi di comunicare. Una volta che entri in quel recinto, finisci quasi inevitabilmente dentro un coro o dentro l’altro.&#xA;&#xA;E quando finisci dentro un coro, puoi anche cantare benissimo. Ma difficilmente stai dicendo qualcosa che non fosse già previsto dallo spartito.&#xA;&#xA;Quindi sì: politicizzarsi, se la politica è diventata quella forma di calcio giocata con altri mezzi, può rendere i contenuti banali sino a cancellare la domanda.&#xA;Perché a quel punto non stai più producendo contenuti: stai producendo segnali di appartenenza. Stai dicendo al tuo pubblico “sono dei vostri”, oppure “sono contro quelli là”. Il contenuto diventa una bandierina. Una sciarpa da stadio.&#xA;&#xA;Un modo per riconoscersi, applaudire, fischiare, insultare l’arbitro e tornare a casa convinti di avere partecipato alla Storia.&#xA;&#xA;E questo, ovviamente, alla lunga annoia.&#xA;&#xA;Annoia perché è prevedibile. Annoia perché sai già dove andrà a parare. Annoia perché, dopo tre righe, hai già capito chi sono i buoni, chi sono i cattivi, chi deve essere assolto, chi deve essere bruciato, chi deve essere “problematico” e chi invece deve essere “necessario”. È un teatrino con due copioni, e il pubblico finisce per conoscerli entrambi a memoria.&#xA;&#xA;Tuttavia, nemmeno questo mi convince.&#xA;&#xA;Le grandi sovrapposizioni politiche, morali, tribali e simboliche sono sempre esistite. Guelfi e Ghibellini, Orazi e Curiazi, Atene e Sparta, Roma e Cartagine, papisti e antipapisti, rivoluzionari e reazionari. La storia umana è piena di divisioni binarie, di appartenenze feroci, di fazioni che si odiavano con metodo, disciplina e una certa soddisfazione estetica.&#xA;&#xA;E spesso queste contrapposizioni sono finite nell’arte.&#xA;&#xA;Non solo: hanno prodotto arte. Hanno prodotto poemi, tragedie, satire, affreschi, cronache, canti, romanzi, pamphlet, architetture, simboli, miti fondativi. Interi pezzi della cultura europea sono nati dentro conflitti politici, religiosi, dinastici, cittadini, imperiali. E nessuno può dire che questo abbia impedito il successo dei contenuti relativi.&#xA;&#xA;Anzi, spesso li ha resi più forti.&#xA;&#xA;Quindi il problema non può essere semplicemente “la politica entra nella cultura”. La politica è sempre entrata nella cultura. Il conflitto è sempre entrato nella narrazione. Le fazioni sono sempre entrate nell’immaginario.&#xA;&#xA;br&#xA;Non credo quindi a nessuna delle grandi teorie riguardanti la mancanza di sbocchi professionali degli studenti di facoltà umanistiche.&#xA;&#xA;O meglio: penso che forse ci siano componenti forti di questi tre atteggiamenti, e che facciano parte del problema. Il passatismo, lo sdegno verso il mercato, la politicizzazione del linguaggio e dell’immaginario: tutto questo pesa.&#xA;&#xA;Sarebbe stupido negarlo.&#xA;&#xA;Ma non credo che siano sufficienti a spiegare il tutto.&#xA;&#xA;Quello che credo, invece, è molto diverso.&#xA;&#xA;Credo che il problema sia nella mancanza di coscienza del proprio ruolo. Non tanto nella mancanza di talento, o nella mancanza di cultura, o nella mancanza di materiale da usare. Il materiale c’è. La cultura c’è. Il talento, almeno in alcuni casi, c’è. Quello che manca è la percezione chiara di cosa si stia andando a fare nel mondo.&#xA;&#xA;Posso prendere l’Italia come esempio, e poi mostrare come la cosa si declini all’estero.&#xA;&#xA;In Italia, chi sceglie facoltà umanistiche?&#xA;&#xA;Il dialogo interno, e spesso anche quello familiare, è principalmente questo:&#xA;&#xA;Voglio fare una facoltà completamente umanistica.&#xA;E dopo cosa andrai a fare? Quali sbocchi lavorativi avrai?&#xA;&#xA;Questa domanda arriva quasi sempre. Arriva dai genitori, dai parenti, dagli amici, dal tizio che ha fatto ragioneria e ora lavora in banca, dal conoscente che “però ingegneria dà più possibilità”, dal barista che ha opinioni molto solide sul mercato del lavoro perché ha un cugino laureato in filosofia che fa il rider.&#xA;&#xA;E la risposta non è quasi mai: oggi, con Internet e con la domanda immensa di contenuti, vivrò dei miei contenuti.&#xA;&#xA;La seconda risposta, per dire, sarebbe del tutto legittima. Sarebbe persino razionale. Se il mondo chiede contenuti in quantità industriale, e se io sto andando a studiare linguaggi, testi, immagini, narrazioni, storia, estetica, simboli, forme culturali, allora posso rispondere: andrò a produrre contenuti. Andrò dove c’è domanda. Andrò nel mercato che ha fame esattamente di ciò che dovrei imparare a fare.&#xA;&#xA;Ma come mai non si tratta della risposta di default?&#xA;&#xA;Come mai chi sceglie una facoltà umanistica non si vede, istintivamente, come una persona che sta imparando a produrre contenuti per un mondo che vive di contenuti?&#xA;&#xA;Qui bisogna allargare un pochino lo sguardo.&#xA;&#xA;È mai successo prima, in Italia, che la capacità di produrre contenuti fosse considerata una probabile fonte di reddito?&#xA;&#xA;Ma specialmente: è mai successo che le facoltà umanistiche abbiano avuto come scopo dichiarato — se escludiamo giurisprudenza — quello di formare una precisa classe di professionisti, o più di una?&#xA;&#xA;Chi studia giurisprudenza sa che mira a diventare avvocato, notaio, procuratore, giudice, magistrato. Insomma, quella facoltà ha piena contezza di preparare un certo numero di professionisti. Può riuscirci bene o male, può produrre più laureati di quanti il mercato riesca ad assorbire, può avere tutti i problemi del caso, ma almeno sa cosa sta facendo. Sa quale figura professionale sta cercando di formare.&#xA;&#xA;E persino facoltà un tempo considerate troppo astratte, come matematica, oggi hanno preso coscienza del fatto che stanno preparando professionisti. Professionisti del data mining, del data analytics, data engineer, data scientist, modellisti, gente che finirà a lavorare su algoritmi, statistiche, ottimizzazione, previsione, sistemi complessi, finanza quantitativa, intelligenza artificiale, e così via.&#xA;&#xA;Hanno creato le necessarie strutture per far sentire agli studenti che si stanno muovendo in quella direzione. O almeno hanno creato la narrativa che serve. Perché, se ti insegno certe cose, alla fine sappiamo che probabilmente finirai a fare quello. Non è più una vergogna dirlo. Non è più una caduta di stile. È un obiettivo dichiarato.&#xA;&#xA;Ora invece la mia domanda è: vista la domanda immensa di contenuti, le facoltà umanistiche hanno questa stessa coscienza?&#xA;&#xA;Il DAMS, per esempio, ha coscienza chiara del fatto che dovrebbe preparare gli studenti a lavorare nel settore della produzione di contenuti audiovisivi reali, cioè quelli che esistono davvero sul mercato, non quelli che fanno bella figura nel programma del corso?&#xA;&#xA;E quindi, per essere brutali: il DAMS ha coscienza chiara che dovrebbe preparare gli studenti a lavorare anche nel settore del porno, che oggi rappresenta una quantità gigantesca della produzione di contenuti su Internet?&#xA;&#xA;Perché se stiamo parlando di contenuti, bisogna parlare dei contenuti che il mercato consuma davvero. Non soltanto di quelli che possiamo nominare senza imbarazzo durante un seminario.&#xA;&#xA;Ovviamente la domanda , indirizzata al porno, e&#39;una domanda estrema che faccio a scopo di shock, ma ... potrei fare domande piu&#39; semplici. Perche&#39; la facolta&#39; di lettere non ha corsi per giornalisti fatti al preciso scopo di formare giornalisti? Quali e quante facolta&#39; li hanno?&#xA;&#xA;Facciamo un parallelo con le materie STEM, giusto per capire il punto.&#xA;&#xA;br&#xA;Se entri a ingegneria, nessuno ti dice: “stai studiando la bellezza astratta delle strutture”. Ti dicono, più o meno esplicitamente: stai imparando a costruire ponti, edifici, macchine, impianti, reti, sistemi, software, infrastrutture. Poi magari finirai a fare altro, perché la vita è piena di tradimenti, ma la direzione è chiara.&#xA;&#xA;Ingegneria edile prepara persone che, almeno in teoria, dovrebbero capire qualcosa di edifici. Ingegneria informatica prepara persone che, almeno in teoria, dovrebbero capire qualcosa di sistemi informatici. Ingegneria gestionale prepara persone che, almeno in teoria, dovrebbero capire qualcosa di processi, organizzazioni, produzione, logistica. E già qui potremmo aprire un processo per direttissima, ma non è il tema.&#xA;&#xA;Se entri a fisica, puoi trovare percorsi che ti portano verso la fisica della materia, la fisica nucleare, l’astrofisica, la fisica applicata, la modellistica, i materiali, la sensoristica, la ricerca industriale. Anche quando la materia sembra astratta, l’istituzione sa costruire una narrativa professionale: stai imparando strumenti che possono finire in laboratorio, nell’industria, nei dati, nella simulazione, nella tecnologia.&#xA;&#xA;Se entri a matematica, un tempo potevi ancora raccontarti la favola romantica del matematico puro che vive nutrendosi di teoremi e caffè. Oggi invece anche matematica ha imparato benissimo a dire: data science, crittografia, finanza quantitativa, ottimizzazione, machine learning, analisi dei dati, modellistica, algoritmi. Magari poi metà di queste parole vengono usate come amuleti contro la disoccupazione, ma almeno la direzione viene nominata.&#xA;&#xA;Cioè: le facoltà STEM, anche quando studiano cose astratte, hanno imparato a tradurre quella astrazione in figure professionali.&#xA;&#xA;Corsi universitari italiani con “giornalismo” nel nome o nel curriculum&#xA;&#xA;Numero prudente: circa 8 corsi/curricula magistrali individuabili.&#xA;&#xA;| Ateneo | Forma |&#xA;| ------ | ----- |&#xA;| Università di Bologna | Laurea magistrale in Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa, con curriculum Giornalismo e comunicazione politica |&#xA;| Università di Parma | Laurea magistrale in Giornalismo, cultura editoriale, comunicazione ambientale e multimediale, classe LM-19 |&#xA;| Sapienza Università di Roma | Laurea magistrale Media, comunicazione digitale e giornalismo, classe LM-19, con curriculum Giornalismo |&#xA;| Università del Salento | Laurea magistrale Comunicazione, media digitali, giornalismo, classe LM-19, con curriculum Media digitali e giornalismo |&#xA;| Università Roma Tre | Laurea magistrale Informazione, Editoria e Giornalismo, classe LM-19 |&#xA;| Università di Cagliari | Laurea magistrale Giornalismo e Informazione Web, classe LM-19 |&#xA;| Università di Verona | Laurea magistrale Editoria e Giornalismo, classe LM-19 |&#xA;| Università di Roma Tor Vergata | Curriculum Editoria, Giornalismo, Comunicazione dentro una laurea magistrale LM-19 |&#xA;&#xA;Scuole/master di giornalismo riconosciuti dall’Ordine dei Giornalisti&#xA;&#xA;Da tenere separati dai corsi di laurea: sono scuole o master riconosciuti dall’Ordine, spesso percorsi successivi alla laurea.&#xA;&#xA;Numero trovato: 11 scuole/master attivi o autorizzati.&#xA;&#xA;| Sede | Scuola / master |&#xA;| ---- | --------------- |&#xA;| Bari | Master in Giornalismo |&#xA;| Bologna | Scuola di Giornalismo |&#xA;| Milano | Università Cattolica |&#xA;| Milano | IULM |&#xA;| Milano | Università Statale / Walter Tobagi |&#xA;| Napoli | Suor Orsola Benincasa |&#xA;| Perugia | Scuola di Giornalismo |&#xA;| Roma | LUMSA |&#xA;| Roma | LUISS |&#xA;| Torino | Scuola di Giornalismo |&#xA;| Urbino | Scuola di Giornalismo |&#xA;&#xA;Se cerchiamo una cosa analoga a “ingegneria edile” dentro ingegneria, o “fisica della materia” dentro fisica, cioè un corso di laurea che dica chiaramente allo studente “tu stai venendo qui per diventare questa figura professionale/accademica”, nel caso del giornalismo troviamo pochissimo.&#xA;&#xA;Non zero: qualcosa esiste.&#xA;&#xA;Esistono alcuni corsi magistrali LM-19, cioè “Informazione e sistemi editoriali”, che hanno “giornalismo” nel nome o dentro un curriculum. Facendo un conto prudente, siamo nell’ordine di una manciata: circa otto corsi o curricula esplicitamente riconoscibili.&#xA;&#xA;Poi esistono le scuole e i master riconosciuti dall’Ordine dei Giornalisti, che sono un’altra cosa: l’Ordine ne elenca undici attivi o autorizzati. Ma appunto, sono master, scuole, percorsi successivi, spesso separati dalla normale identità della facoltà umanistica generalista.&#xA;&#xA;E questo conferma il punto: il giornalismo non è pensato normalmente come lo sbocco naturale e dichiarato di chi studia lettere, linguistica, storia, retorica, testi, media, narrazione. È trattato come una specializzazione eventuale, successiva, quasi laterale.&#xA;&#xA;Il confronto è impietoso: le università di tipo umanistico sembrano completamente disinteressate a dare agli studi una prospettiva futura chiara.&#xA;&#xA;Prima, intanto, “studi”. Poi, semmai, ti fai un master, una scuola ulteriore, un percorso professionalizzante aggiuntivo, qualcosa che arrivi dopo e che provi a trasformare quello che hai studiato in un mestiere. Come se il mestiere fosse un accessorio imbarazzante, una faccenda pratica da sistemare più avanti, possibilmente lontano dalla purezza originaria dello studio.&#xA;&#xA;E lo stesso vale per, che so io, il “content producer” per Internet.&#xA;&#xA;Ci sono scuole di blogging? No. Esistono corsi, manuali, consulenti, tutorial, fuffaguru che vendono “strategie di contenuto” con la stessa solennità con cui un alchimista vendeva polvere di drago. Ma una filiera universitaria chiara, dichiarata, rispettabile, che dica: noi formiamo persone capaci di produrre contenuti scritti per il web, no. Non davvero.&#xA;&#xA;E la realtà è ancora più assurda: la facoltà di Lettere e Filosofia non ha nemmeno un corso di laurea per diventare scrittori.&#xA;&#xA;Scrittori.&#xA;&#xA;Cioè la figura professionale più ovvia che dovrebbe uscire da un posto dove si studiano testi, lingua, letteratura, retorica, narrazione, generi, stili, storia delle forme espressive. Se esiste un luogo in cui uno dovrebbe poter dire “vado lì perché voglio imparare a scrivere professionalmente”, quello dovrebbe essere Lettere.&#xA;&#xA;E invece no.&#xA;&#xA;Puoi studiare gli scrittori. Puoi commentare gli scrittori. Puoi contestualizzare gli scrittori. Puoi decostruire gli scrittori, storicizzarli, problematizzarli, inserirli dentro correnti, movimenti, tradizioni, genealogie, dispositivi, orizzonti di senso e altre parole che fanno curriculum accademico.&#xA;&#xA;Ma diventare scrittore?&#xA;&#xA;Faccio una domanda semplice: perché una persona non può studiare Lettere allo scopo di diventare uno scrittore di fantascienza, ed essere in un posto dove oggettivamente gli insegnano a scrivere fantascienza?&#xA;&#xA;Se voglio diventare un ingegnere edile, cribbio, faccio ingegneria edile. E lì le materie stesse dicono che stai studiando proprio quello. Non è che ti trovi Scienza delle costruzioni per il destino cinico e baro. È lì perché devi imparare a progettare strutture. È lì perché esiste una professione, esiste un mestiere, esiste un campo di applicazione. L’università non fa finta che tu stia contemplando il concetto platonico di pilastro.&#xA;&#xA;E allora perché a Lettere non c’è un corso di laurea per scrivere fantascienza?&#xA;&#xA;Perché non esiste un percorso dichiarato per chi vuole scrivere sceneggiature di film? O storie erotiche? O telenovelas? O contenuti per la TV? O narrativa seriale? O romanzi di genere? O dialoghi per videogiochi? O testi per podcast? O format per YouTube?&#xA;&#xA;Non sto dicendo che ogni università debba diventare una fabbrica di romanzetti, con l’esame di “Elfo problematico I” e “Distopia post-apocalittica II”. Sto dicendo una cosa molto più semplice: se il mondo consuma quantità immense di narrazione, perché il luogo che studia narrazione non si sente responsabile di formare narratori?&#xA;&#xA;Perché la fantascienza deve essere studiata come fenomeno culturale, magari con grande finezza critica, ma non insegnata come mestiere? Perché posso fare una tesi su Philip K. Dick, Ursula Le Guin o Stanisław Lem, ma non posso seguire un percorso serio, tecnico, valutato, strutturato, per imparare a scrivere quel tipo di cose?&#xA;&#xA;E attenzione: “insegnare a scrivere fantascienza” non significa spiegare agli studenti dove mettere i laser e le astronavi. Significa insegnare worldbuilding, ritmo narrativo, costruzione dei personaggi, coerenza interna, gestione dell’informazione, estrapolazione sociale, uso della tecnologia come motore narrativo, dialoghi, conflitto, revisione, mercato editoriale, serialità, adattamento audiovisivo.&#xA;&#xA;Cioè competenze. Tecniche. Strumenti.&#xA;&#xA;Le stesse cose che altrove vengono considerate normali quando si tratta di formare un professionista.&#xA;&#xA;Invece, a Lettere, molto spesso puoi studiare chi ha scritto. Puoi studiare cosa ha scritto. Puoi studiare quando ha scritto, perché ha scritto, dentro quale contesto ha scritto, con quali influenze, con quali rapporti di potere, con quali implicazioni simboliche.&#xA;&#xA;Ma se vuoi scrivere tu, professionalmente, allora improvvisamente cala il silenzio.&#xA;&#xA;Come se produrre contenuti fosse una cosa che deve accadere fuori dall’università. Dopo. Altrove. Per conto tuo. Magari di notte, mentre di giorno fai un lavoro vero, cioè un lavoro che qualcuno ha avuto la decenza di nominare dentro un corso di laurea.&#xA;&#xA;Le facoltà umanistiche ragionano come se lo studio puro fosse la loro missione. Prima si studia. Poi, alla fine, per caso, sbatterai la testa qui e lì, farai qualche tentativo, ti adatterai, ti reinventerai, e magari troverai un qualche lavoro.&#xA;&#xA;Per caso.&#xA;&#xA;Sia chiaro: non tutti gli ingegneri edili finiscono per fare gli ingegneri edili. Non tutti i fisici della materia finiscono a fare i fisici della materia. Non tutti quelli che studiano informatica finiscono a scrivere compilatori, sistemi operativi o driver per schede di rete in una cantina illuminata da un neon tremolante.&#xA;&#xA;Ma almeno mirare in quella direzione si può fare.&#xA;&#xA;La direzione esiste. È nominata. È dichiarata. È visibile nelle materie, nei curricula, nei laboratori, nei tirocini, negli esempi, persino nella propaganda della facoltà. Lo studente può anche cambiare strada, certo. Può scoprire che non gli interessa davvero progettare edifici, o che la fisica della materia lo annoia, o che la data science è meno romantica di quanto sembrasse sulle brochure. Ma non può dire di non avere mai visto un bersaglio.&#xA;&#xA;Nelle facoltà umanistiche, invece, spesso il bersaglio non c’è.&#xA;&#xA;O meglio: c’è, ma non viene detto. Rimane implicito, nebuloso, quasi imbarazzante. Studi testi, ma non per diventare uno scrittore. Studi linguaggi, ma non per diventare un produttore professionale di contenuti. Studi storia dell’arte, ma non per imparare a produrre immagini, curare immaginari, costruire narrazioni visive vendibili nel mondo reale.&#xA;&#xA;Studi.&#xA;&#xA;Poi si vedrà.&#xA;&#xA;E questo “poi si vedrà” è il problema.&#xA;&#xA;E qui siamo al punto: le facoltà umanistiche non si prendono alcuna responsabilità, nemmeno vaga come quella di ingegneria chimica, di indicare una direzione allo studente.&#xA;&#xA;La direzione la prenderai dopo.&#xA;&#xA;Ma è accessoria.&#xA;&#xA;Una strana eccezione, che però conferma la regola, è quella degli storici.&#xA;&#xA;C’è fame di storia. E le facoltà sono anche strutturate, tipo “storia contemporanea”, “storia medievale”, eccetera. Ma l’idea che lo storico potrebbe essere una persona che spiega un’epoca e viene pagata dal pubblico per questo, stile Barbero, è accessoria.&#xA;&#xA;Certo, Barbero ha talento in questo, per cui c’è poco da fare. Ma perché “divulgazione” non è un curriculum? Perché non esiste un percorso che dica chiaramente: tu studi storia anche per imparare a raccontarla al pubblico, a renderla comprensibile, interessante, rigorosa ma ascoltabile?&#xA;&#xA;Cercate sulle piattaforme principali. La fame c’è. Il pubblico c’è. Il mercato c’è. E lo si nota anche nell’assenza.... di presenza sul mercato.&#xA;&#xA;Sul mercato, sì.&#xA;&#xA;Quando parliamo di self-publishing pensiamo sempre a piattaforme da hobbisti che fanno cose per ragioni commerciali, o per vanità, o per disperazione editoriale. Ma perché nessuna facoltà di Lettere ha una piattaforma di self-publishing per studenti?&#xA;&#xA;Non scrivono?&#xA;&#xA;Non gli piacerebbe scrivere?&#xA;&#xA;Nessuno?&#xA;&#xA;Statisticamente impossibile. Stai studiando Lettere, santiddio.&#xA;&#xA;Una facoltà di Lettere dovrebbe essere piena di persone che scrivono racconti, saggi, romanzi, poesie, recensioni, pamphlet, traduzioni, articoli, dialoghi, sceneggiature, monologhi, esperimenti narrativi, persino brutte fanfiction sugli amori tormentati tra Leopardi e una creatura di Lovecraft. Va bene tutto. Ma deve esserci produzione.&#xA;&#xA;E non produzione nel senso del compitino consegnato al docente, letto da tre persone e poi sepolto in una cartella. Produzione vera. Pubblicazione. Lettori. Commenti. Numeri. Download. Fallimenti. Revisioni. Copertine brutte. Copertine meno brutte. Sinossi sbagliate. Titoli che non funzionano. Testi che nessuno legge. Testi che qualcuno legge. Testi che girano. Testi che imbarazzano l’autore dopo sei mesi, come è giusto che sia.&#xA;&#xA;Perché è così che si impara a stare nel mercato dei contenuti: producendo contenuti, pubblicandoli, misurandone la ricezione, correggendo il tiro. Non solo studiando quelli prodotti da altri, possibilmente morti da secoli e quindi incapaci di lamentarsi se li interpretiamo male.&#xA;&#xA;Una piattaforma di self-publishing universitaria sarebbe una cosa banalissima. Un catalogo interno, pubblico, indicizzato. Ogni studente può pubblicare racconti, saggi brevi, traduzioni commentate, raccolte, esperimenti, piccoli ebook. I docenti possono fare da editor, o almeno da revisori. I corsi possono produrre collane. Gli studenti possono imparare impaginazione, editing, revisione, promozione, metadati, licenze, distribuzione.&#xA;&#xA;Cioè tutte quelle cose sporche, pratiche, basse, mercantili, senza le quali un testo rimane un file dimenticato sul desktop.&#xA;&#xA;Esistono tanti giornali online. Se Sofri può fare il suo foglietto online semplicemente procurandosi un CMS, e se persino i licei si fanno i loro giornalini — io vengo dall’“Acido Roitico” — perché una facoltà di Lettere e Filosofia non ha il suo giornale online per esercitare e formare studenti sul giornalismo online?&#xA;&#xA;Non sto parlando del comunicato istituzionale dell’ateneo, con la foto del rettore che inaugura una siepe. Sto parlando di un giornale vero, fatto dagli studenti, con una redazione, una linea editoriale, sezioni, rubriche, recensioni, inchieste, interviste, fact checking, correzioni pubbliche, responsabilità sui testi, scadenze, titoli, SEO, newsletter, social, statistiche di lettura.&#xA;&#xA;Una palestra. E un piccolo palcoscenico.l&#xA;&#xA;Vuoi formare giornalisti? Falli scrivere. Vuoi formare critici? Falli recensire. Vuoi formare divulgatori? Falli spiegare. Vuoi formare persone capaci di stare nel mondo dei contenuti? Falle stare nel mondo dei contenuti, non nel plastico in scala uno a mille della cultura.&#xA;&#xA;E invece sembra sempre che il contatto col pubblico debba arrivare dopo, fuori, quasi per contaminazione. Prima la teoria. Poi, forse, la realtà.&#xA;&#xA;Ma la realtà, nel frattempo, è già piena di gente che pubblica.&#xA;&#xA;E il risultato è desolante.&#xA;&#xA;Abbiamo creato, negli ultimi trent’anni, il più famelico e redditizio mercato dei contenuti della storia. Una macchina immensa, globale, sempre accesa, che consuma testi, immagini, video, musica, opinioni, spiegazioni, tutorial, recensioni, intrattenimento, pornografia, divulgazione, polemica, satira, narrativa, memoria, identità.&#xA;&#xA;Una domanda mai vista.&#xA;&#xA;Cifre in gioco da capogiro.&#xA;&#xA;Eppure le università che dovrebbero sfornare chi produce questi contenuti non se ne sono accorte.*&#xA;&#xA;O, peggio, se ne sono accorte e hanno deciso che non era affar loro.&#xA;&#xA;Hanno continuato a ragionare come se il contenuto fosse un oggetto da studiare dopo che qualcun altro lo ha prodotto. Come se il testo fosse qualcosa da commentare, non da scrivere. Come se l’immagine fosse qualcosa da interpretare, non da costruire. Come se la narrazione fosse qualcosa da analizzare, non da vendere, pubblicare, distribuire, adattare, serializzare, mettere alla prova davanti a un pubblico reale.&#xA;&#xA;Il mondo chiedeva produttori di contenuti.&#xA;&#xA;Le facoltà umanistiche hanno continuato a formare lettori di contenuti.&#xA;&#xA;E poi si sono stupite del fatto che il mercato abbia premiato chi costruiva le piattaforme, non chi avrebbe dovuto riempirle.&#xA;&#xA;Passeranno alla storia per il loro fallimento.&#xA;&#xA;Uriel Fanelli&#xD;&#xA;p/&#xD;&#xA;--br&#xD;&#xA;Written using Blogfrei: https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfreibr&#xD;&#xA;Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;vecchio blog: https://blog.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;email: blog@keinpfusch.netbr]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Stavo osservando i log dei server che gestisco, sia questo blog che altri, e noto una cosa abbastanza impressionante: la furiosa, disperata determinazione con cui i bot cercano di fare ingestion dei contenuti.
Arrivano, raschiano, riprovano, cambiano user agent, insistono. Sembrano mosche contro il vetro. E se il vetro non si rompe, continuano comunque, perché da qualche parte ci deve pur essere un contenuto da succhiare, indicizzare, archiviare, riassumere, riciclare. Su questo possiamo farci molta propaganda contro la AI, ovviamente. Possiamo dire che i cattivi robot stanno rubando il lavoro agli autori, che le macchine divorano la creatività umana, che siamo entrati nell’era dei vampiri statistici, e via dicendo. Tutto vero, almeno in parte. Ma il punto che mi interessa non è questo.</p>

<p>Il punto è che il mondo di Internet ha creato una gigantesca domanda di contenuti. Una domanda continua, bulimica, quasi patologica. E specialmente di contenuti freschi.</p>

<p>Non solo per il training delle AI. Quella è soltanto la parte più visibile oggi, perché fa rumore, perché ci sono miliardi in ballo, perché ogni volta che qualcuno dice “modello linguistico” da qualche parte un venture capitalist sente il profumo del sangue. Ma la fame viene da prima. Viene dalla semplice fame di informazione, dalla richiesta costante di novità, dalla soddisfazione immediata che è diventata la cifra della Internet moderna.</p>

<p>La rete non vuole soltanto contenuti. Vuole contenuti nuovi. Sempre. Vuole qualcosa che non ha ancora visto, non ha ancora indicizzato, non ha ancora archiviato, non ha ancora trasformato in un frammento da mostrare a qualcuno per tre secondi prima del prossimo scroll.</p>

<p>Ora, se parliamo di Internet e ci chiediamo quanto la sua diffusione abbia beneficiato i tecnici, scopriamo una cosa abbastanza evidente: la categoria STEM è stata sicuramente premiata da questa onnipresenza della rete. In termini di stipendi, di opportunità, di mercato del lavoro, di prestigio sociale persino. Il programmatore, l’amministratore di sistema, l’architetto cloud, il data engineer, il machine learning coso, tutta questa fauna qui ha beneficiato enormemente del fatto che ormai ogni attività umana debba passare da una rete, da una piattaforma, da un database, da un cluster, da una pipeline.</p>

<p>E fin qui, niente di sorprendente. Se il mondo si informatizza, chi costruisce e mantiene l’infrastruttura informatica viene pagato. È quasi ragionevole. Una di quelle cose che capitano raramente, ma capitano.</p>

<p>Ma se siamo abbastanza analitici, scopriamo subito che qualcosa non va.</p>

<p>Qualcosa manca.</p>

<p>Perché la rete non è fatta soltanto di cavi, server, protocolli, CDN, database, reverse proxy e container orchestrati da qualche divinità minore con l’ansia. La rete è fatta anche — e soprattutto — di contenuti. Senza contenuti, tutta questa magnifica infrastruttura non serve a nulla. Sarebbe un’autostrada perfetta che collega il nulla al niente, con un casello automatico in mezzo.</p>

<p>E allora la domanda va fatta.</p>

<p>Se c’è un disperato bisogno di contenuti, come mai chi li produce in maniera professionale non viene premiato?</p>

<p>Come mai viene sottopagato?</p>

<p>Voglio dire: prendiamo i musicisti. A prescindere dalla AI, o meno. Prima ancora di chiederci se un modello generativo possa produrre canzonette da ascensore in quantità industriale, bisognerebbe chiedersi un’altra cosa: come mai chi produce musica è così sottopagato, dentro una rete che ha continuamente bisogno di nuova musica?</p>

<p>Una rete che consuma musica ogni giorno, che la usa per video, reel, podcast, streaming, sottofondi, pubblicità, giochi, sigle, contenuti social, tutorial, spot, presentazioni aziendali e qualsiasi altra forma di rumore organizzato. Una rete che archivia quella vecchia con cadenza mensile, perché dopo un mese non è più “fresca”, non è più “trend”, non è più spendibile.</p>

<p>Eppure il musicista, cioè colui che produce esattamente la cosa di cui la rete sembra avere fame, molto spesso non vive affatto nella ricchezza. Anzi. Vive in quella zona grigia dove tutti usano il suo lavoro, tutti dicono che la musica è fondamentale, tutti vogliono la colonna sonora giusta, il jingle giusto, il mood giusto, il pezzo giusto, ma quando si tratta di pagare comincia improvvisamente una grande riflessione filosofica sul valore dell’esposizione.</p>

<p>E la stessa cosa vale, in generale, per chi scrive. Per chi fotografa. Per chi disegna. Per chi produce video. Per chi crea materiale originale. Per chi mette qualcosa dentro il gigantesco stomaco della rete.</p>

<p>Il risultato è abbastanza paradossale: chi produce la tecnologia è ben pagato, mentre chi produce i contenuti che rendono utile quella tecnologia non lo è.</p>

<p>E allora la domanda vera è questa.</p>

<p>Come mai Internet premia così bene chi costruisce i tubi, ma così male chi mette l’acqua dentro?</p>

<hr/>

<p><br>
Le risposte che si danno a questa domanda non sono quasi mai soddisfacenti.</p>

<p>La prima risposta, oggi, è diventata quasi automatica: è colpa della AI. L’intelligenza artificiale ruba il lavoro degli autori, copia, imita, impasta statisticamente ciò che altri hanno prodotto, e quindi distrugge il mercato dei contenuti.</p>

<p>Ora, chi accusa la AI di “rubare il lavoro di altri” deve però capire una cosa: proprio per questo motivo, l’intelligenza artificiale non può creare qualcosa di mai visto. O di mai udito, nel caso della musica.</p>

<p>Può imitare, ricombinare, comprimere, interpolare. Può produrre una cosa che sembra il risultato medio di tutte le cose simili che ha visto prima. Può fare la canzone che sembra una canzone, il testo che sembra un testo, l’immagine che sembra un’immagine, il video che sembra un video. Può essere tremendamente efficace quando quello che le chiedete è, in sostanza, una variante del già esistente.</p>

<p>Ma se il vostro contenuto è davvero creativo, se contiene qualcosa di nuovo, qualcosa che non era già presente nel grande minestrone statistico da cui il modello pesca, allora no: non è davvero soggetto alla competizione dell’intelligenza artificiale.</p>

<p>Non nel senso forte del termine.</p>

<p>Può essere copiato dopo, certo. Può essere imitato dopo. Può essere normalizzato dopo, digerito dopo, trasformato in stile dopo. Ma la AI non può arrivare prima. Non può inventare ciò che non ha mai visto, esattamente come un turista non può ricordare una città in cui non è mai stato. Può immaginarla, forse. Ma il più delle volte immaginerà pezzi di altre città incollati insieme, con qualche fontana al centro perché statisticamente le fontane fanno città.</p>

<p>Quindi no: se i vostri contenuti sono davvero creativi, o davvero nuovi, il problema non è semplicemente “la AI vi fa concorrenza”.</p>

<p>Il problema è più vecchio, più profondo, e più fastidioso.</p>

<p>Potremmo parlare di qualsiasi questione quantitativa o legata al mercato. Potremmo dire che ci sono troppi contenuti, troppi autori, troppi musicisti, troppi fotografi, troppi illustratori, troppi scrittori, troppa gente che produce roba.</p>

<p>Potremmo dire che il mercato è saturo, che l’offerta supera la domanda, che la qualità media è bassa, che moltissima produzione è mediocre o pessima.</p>

<p>Ma questo non spiega davvero il fenomeno.</p>

<p>Perché esistono anche pezzi di codice mediocri o pessimi. Esistono infrastrutture progettate male, software scritti coi piedi, architetture cloud che sembrano concepite durante una crisi mistica, sistemi informatici che stanno in piedi per miracolo, script aziendali che nessuno osa toccare perché l’ultima persona che li capiva è stata assunta da Google nel 2017 e adesso medita in Colorado.</p>

<p>Eppure il fatto che esista codice mediocre non impedisce ai programmatori di essere pagati. Il fatto che esistano infrastrutture pessime non impedisce agli architetti, ai sistemisti, agli specialisti di rete, ai DevOps e a tutta la confraternita del “funziona sul mio cluster” di avere un mercato del lavoro molto più favorevole.</p>

<p>Allo stesso modo, il fatto che esistano contenuti mediocri o pessimi non basta a spiegare perché chi produce contenuti venga pagato così poco.</p>

<p>Si potrebbe allora tirare fuori l’argomento del monopolio. Pochi grandi enti controllano la distribuzione, pochi grandi intermediari decidono cosa si vede, cosa si ascolta, cosa viene indicizzato, cosa viene monetizzato. Ed è vero. Ma anche qui, la spiegazione non basta.</p>

<p>Perché, se è per questo, anche i migliori posti di lavoro nel mondo tecnico — cioè quelli meglio pagati — sono spesso monopolio di grandi giganti. Le migliori possibilità di carriera sono concentrate in poche aziende, in pochi ecosistemi, in poche piattaforme. Anche lì ci sono gatekeeper, anche lì ci sono oligopoli, anche lì ci sono nomi talmente grandi che non competono nel mercato: in molti casi, sono loro a decidere cos’è il mercato.</p>

<p>Eppure il tecnico che entra in quel mondo viene pagato. Magari viene spremuto, magari viene messo dentro una macchina aziendale orrenda, magari finisce a fare riunioni su riunioni per decidere il nome di una variabile, ma viene pagato. E anche nel nostro settore c&#39;e&#39; concorrenza dall&#39; Intelligenza Artificiale.</p>

<p>Il produttore di contenuti, invece, spesso no. O viene pagato poco. O viene pagato in visibilità, che è il modo educato per dire “in aria fritta con un logo sopra”.</p>

<p>Quindi no: non basta dire che la AI ruba. Non basta dire che il mercato è saturo. Non basta dire che molti contenuti sono mediocri. Non basta dire che esistono monopoli.</p>

<p>Tutte queste cose sono vere, o almeno parzialmente vere. Ma non spiegano il divario enorme tra quanto viene pagato chi produce l’infrastruttura e quanto viene pagato chi produce ciò che rende quella infrastruttura interessante.</p>

<p>Il divario rimane.</p>

<p>E rimane enorme.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>La domanda è tremenda, e a testimoniarlo sono i prezzi.</p>

<p>Un film ben riuscito guadagna miliardi, anche se appartiene al genere “giovani culturisti in calzamaglia con gli effetti speciali”, altrimenti detto “supereroi”. Un genere che, in teoria, non offre nulla di nuovo nemmeno sul piano narrativo, ormai da un decennio, se non di più.</p>

<p>Bisogna capire che i soldi che questi film incassano non sono altro che il prezzo che l’opera ha sul mercato. Non sono necessariamente un giudizio sulla qualità artistica, e nemmeno sulla novità dell’opera. Sono il prezzo. Il mercato decide che quella cosa vale quei soldi, e li paga.</p>

<p>E se una tizia si compra la Porsche solo mostrando grosse tette su OnlyFans, vuol dire che persino le mammelle sono un contenuto pagato a carissimo prezzo, tale è la fame di contenuti. Anche qui, non serve fare moralismo: basta osservare il dato economico. Qualcuno produce un contenuto, qualcuno lo compra, e il prezzo può essere altissimo.</p>

<p>Se poi andiamo sulle principali piattaforme di streaming video, e persino su TikTok, troviamo milioni di video tutti uguali. Stessi formati, stessi gesti, stessi tormentoni, stesse musiche, stesse imitazioni. E la fame di contenuti è tale che vengono premiate le tendenze, ovvero le imitazioni.</p>

<p>Il sistema non premia soltanto la novità. Premia anche la ripetizione. Premia il fatto che esista ancora un altro video, ancora un’altra faccia, ancora un’altra variazione minima dello stesso identico contenuto. Il mercato, quindi, paga bene.</p>

<p>La domanda è immensa, il prezzo è quindi alto.</p>

<p>E allora?</p>

<p>Come mai, se cerchiamo chi ha beneficiato davvero del boom del “content creator”, troviamo quasi più tecnici — cioè coloro che creano e mantengono l’infrastruttura — laureati in materie STEM, e quasi pochissimi tra quelli usciti da facoltà umanistiche?</p>

<p>Com’è possibile che un mondo affamato di contenuti abbia arricchito soprattutto chi costruisce i tubi, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di pagamento e distribuzione, e molto meno chi <strong>quei contenuti dovrebbe produrli?</strong></p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
In questo catastrofico fallimento deve esserci qualcosa in comune tra le vittime.</p>

<p>E la risposta mi sembra evidente. Il fatto che, tra gli esempi di successo nel mondo dei contenuti, non ci siano quasi mai persone uscite da università umanistiche, la dice lunga.</p>

<p>Se vieni battuto o battuta da una che mostra le tette, qualcosa sta andando storto nel tuo modo di fare contenuti. Sicuri che non ci siano modi migliori di mostrare le tette? Eppure la letteratura erotica è sconfinata. Come mai hai studiato per quindici anni la letteratura erotica e non riesci a diventare una star su OnlyFans? Come mai hai studiato sociologia per vent’anni e il premio al fumetto con la critica sociale va a Zerocalcare? Non hai niente di meglio da dire?</p>

<p>Secondo me, quindi, il fallimento delle facoltà non-STEM va analizzato meglio, anche a costo di sollevare polveroni. Certo, dovrebbero essere i filosofi a farlo, invece lo fa un blogger.</p>

<p>Perché?</p>

<p>Proviamo a vederlo. Anzi: provo ad analizzare le risposte comunemente date alla stessa domanda, che non sono io a porre. Perché questa domanda gira già, solo che di solito viene addomesticata, resa innocua, trasformata in una lamentela generica contro il mercato, contro gli algoritmi, contro il capitalismo, contro la volgarità del pubblico. Tutte cose comodissime, perché spostano sempre il problema da un’altra parte.</p>

<h3 id="il-primo-problema-che-viene-denunciato-è-il-passatismo"><strong>Il primo problema che viene denunciato è il passatismo.</strong></h3>

<p>La rete premia i contenuti originali. Quindi, se inventi qualcosa, schizzi in cima. Se sei il primo o la prima ad arrivare, schizzi in cima. E ovviamente la tendenza accademica, specialmente nelle facoltà umanistiche, è quella di studiare il passato. Testi passati, autori passati, movimenti passati, categorie passate, dispute passate, forme passate.</p>

<p>È una teoria credibile, ma c’è un problema.</p>

<p>La cultura generale delle persone non copre tutto lo scibile umano. Essere “nuovi”, molto spesso, significa soltanto dire cose che le persone non ricordano di avere già visto. O che non hanno mai visto perché, banalmente, non hanno letto abbastanza, non hanno viaggiato abbastanza, non hanno studiato abbastanza, non hanno incontrato abbastanza mondi.</p>

<p>Siccome le persone non hanno visto molto, per chi conosce la storia delle tette non dovrebbe essere un problema primeggiare tra le mostratette di OnlyFans. Il loro contenuto, agli occhi di chi non ha un PhD in tette, può risultare nuovo e originale. Anche se, alla fine, magari è nato in Nepal nel 1300.</p>

<p>E questo vale per moltissimi altri contenuti. Il pubblico non chiede davvero l’assoluto inedito metafisico, mai apparso nella storia dell’umanità. Il pubblico chiede qualcosa che sembri nuovo a lui. E tra “nuovo per l’umanità” e “nuovo per il pubblico” passa la stessa differenza che passa tra inventare il fuoco e accendere un accendino davanti a un bambino.</p>

<p>Per questa ragione, il passatismo non basta a spiegare il fallimento. Anzi, in teoria dovrebbe essere un vantaggio. Chi ha studiato il passato dispone di un archivio enorme di forme, tecniche, immagini, racconti, strutture, simboli, trucchi, variazioni, registri, generi e ossessioni umane da riproporre a un pubblico che non li riconoscerà mai.</p>

<p>Il problema, quindi, non può essere semplicemente che le facoltà umanistiche studiano il passato.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br></p>

<h3 id="il-secondo-problema-è-lo-sdegno-accademico-verso-quanto-piace-al-pubblico-cioè-verso-il-mercato">Il secondo problema è lo sdegno accademico verso quanto piace al pubblico, cioè verso il “mercato”.</h3>

<p>Sino al 1700, perché un artista fosse preso in considerazione, doveva prima esibirsi in un’accademia prestigiosa. Doveva passare da lì. Solo dopo essere stato battezzato, consacrato, legittimato, poteva sperare di farci due lire. Anche perché il fruitore dell’arte, in quel mondo, era comunque un aristocratico, oppure un clerico. Gente che stava dentro lo stesso circuito sociale, culturale e simbolico dell’accademia.
Con il mercantilismo arriva la borghesia, e la borghesia è troppo numerosa per stare nelle accademie. Non solo: è anche troppo volgare, almeno agli occhi di chi nelle accademie ci stava già. Questi nuovi fruitori vengono guardati con sospetto, considerati gente dal gusto dubbio, troppo legata al denaro, al commercio, alla casa da arredare, al salotto da mostrare, alla reputazione da comprare.
Le accademie, quindi, continuano a parlare soprattutto ad aristocratici e gente di chiesa. Intanto, fuori, nascono le gallerie d’arte, dove l’arte viene presentata, venduta e rivenduta. L’opera entra in un circuito commerciale più esplicito. E così il nome degli autori — Monet, e via dicendo — diventa adesso un brand. Arriva il commercio. Arriva il mercato. Arriva l’arte come oggetto che circola, che si compra, che si rivende, che acquista valore anche perché porta una firma riconoscibile.Ma attenzione: l’invidia per l’accademia rimane.</p>

<p>Insomma, o sei consacrato dall’accademia, oppure sei consacrato dal mercato. Sono due sacerdoti diversi, ma sempre consacrazione è. Da una parte il tempio, dall’altra il listino prezzi. Cambia l’incenso, non cambia il bisogno di essere riconosciuti da qualcuno che conti.</p>

<p>Poi arriva il ceto medio. Arrivano il benessere, il consumo di massa, il consumismo. A questo punto l’arte non viene più soltanto comprata: viene consumata. Entra in un ciclo economico diverso, più rapido, più largo, più ripetitivo.</p>

<p>Esistono le star nella musica, nel cinema, nell’intrattenimento, ma non più nello stesso modo nell’arte classica. L’arte diventa “Pop”.</p>

<p>“Pop” indica semplicemente l’arte diventata parte di un sistema consumistico. Non significa necessariamente arte stupida, né arte bassa, né arte fatta male. Significa arte che circola dentro il consumo, che parla al consumo, che usa il consumo, e spesso lo rappresenta. Andy Warhol è un esempio classico, se vogliamo. Ma lo sono anche i registi di film, visto che alla lista si aggiunge il cinema pop, con i suoi miti, le sue immagini, le sue icone, i suoi poster appesi nelle camerette.</p>

<p>Anche qui, i puristi della consacrazione — mercato o accademia che sia — si strappano i capelli dallo scandalo. Perché per loro l’arte deve sempre essere autorizzata da qualcuno: dall’accademia, dal critico, dal collezionista, dal museo, dal prezzo d’asta, dal festival, dalla retrospettiva. L’idea che il pubblico consumi direttamente qualcosa, e che quella cosa diventi culturalmente rilevante proprio perché consumata, resta per molti una bestemmia.</p>

<p>Ma nemmeno questa teoria mi convince.</p>

<p>Innanzitutto perché l’arte classica è usatissima, se non altro a livello di meme, e non è affatto sconosciuta. Il meme sotto non esisterebbe senza Michelangelo. Non esisterebbero certe pose, certe citazioni, certe immagini continuamente riciclate, certe battute visive, se il patrimonio classico fosse davvero morto e sepolto dentro i musei.</p>

<p><img src="/images/422e0eed05e737ac60e874ef0c7dde97.png" alt="image.png"></p>

<p>Non c’è metallaro che non ascolti anche musica classica, o che almeno non abbia qualche simpatia per organi, cori, requiem, sinfonie, atmosfere gotiche, architetture sonore che arrivano da molto lontano. I luoghi dell’arte rinascimentale sono stravisitati. Le città d’arte sono piene. I musei fanno code. Le immagini classiche vengono continuamente riusate nella pubblicità, nella moda, nei videoclip, nei videogiochi, nelle copertine degli album, nei profili social, nei meme.</p>

<p>Quindi non ha senso dire che il pubblico rifiuta quel materiale. Non è vero. Il pubblico lo riconosce, lo consuma, lo fotografa, lo cita, lo trasforma, lo riduce a meme, se necessario, ma lo usa.
E allora non ha senso che qualcuno che ha studiato queste cose non riesca a farci due soldi.
Non ha senso che chi ha passato anni a studiare simboli, forme, miti, immagini, testi, musica, estetica e narrazione non riesca a trasformare tutto questo in qualcosa che il pubblico voglia comprare, guardare, ascoltare o condividere.</p>

<p><br>
No, mi spiace, non c&#39;entra nemmeno questo.</p>

<hr/>

<p><br></p>

<h3 id="il-mondo-accademico-si-è-politicizzato">Il mondo accademico si è politicizzato.</h3>

<p>È un male?</p>

<p>Sì.</p>

<p>Se consideriamo che la politica fornisce sostanzialmente solo due grandi categorie per vedere il mondo — destra o sinistra — allora il problema diventa evidente: con due categorie non vai lontano. Puoi interpretare alcune cose, certo.</p>

<p>Puoi organizzare qualche conflitto, dare un nome a certe appartenenze, riconoscere alcuni schieramenti. Ma non puoi ridurre tutta la realtà a due etichette e poi stupirti se, quando provi a produrre contenuti, sembri sempre il comunicato stampa di qualcuno.</p>

<p>Il punto non è nemmeno soltanto ideologico. Il punto è espressivo.</p>

<p>Perché ogni corrente politica porta con sé i propri stilemi, i propri morfemi, il proprio sistema di immaginario, i propri tic linguistici, i propri nemici rituali, i propri santi, i propri mostri, i propri modi di comunicare. Una volta che entri in quel recinto, finisci quasi inevitabilmente dentro un coro o dentro l’altro.</p>

<p>E quando finisci dentro un coro, puoi anche cantare benissimo. Ma difficilmente stai dicendo qualcosa che non fosse già previsto dallo spartito.</p>

<p>Quindi sì: politicizzarsi, se la politica è diventata quella forma di calcio giocata con altri mezzi, può rendere i contenuti banali sino a cancellare la domanda.
Perché a quel punto non stai più producendo contenuti: stai producendo segnali di appartenenza. Stai dicendo al tuo pubblico “sono dei vostri”, oppure “sono contro quelli là”. Il contenuto diventa una bandierina. Una sciarpa da stadio.</p>

<p>Un modo per riconoscersi, applaudire, fischiare, insultare l’arbitro e tornare a casa convinti di avere partecipato alla Storia.</p>

<p>E questo, ovviamente, alla lunga annoia.</p>

<p>Annoia perché è prevedibile. Annoia perché sai già dove andrà a parare. Annoia perché, dopo tre righe, hai già capito chi sono i buoni, chi sono i cattivi, chi deve essere assolto, chi deve essere bruciato, chi deve essere “problematico” e chi invece deve essere “necessario”. È un teatrino con due copioni, e il pubblico finisce per conoscerli entrambi a memoria.</p>

<p>Tuttavia, nemmeno questo mi convince.</p>

<p>Le grandi sovrapposizioni politiche, morali, tribali e simboliche sono sempre esistite. Guelfi e Ghibellini, Orazi e Curiazi, Atene e Sparta, Roma e Cartagine, papisti e antipapisti, rivoluzionari e reazionari. La storia umana è piena di divisioni binarie, di appartenenze feroci, di fazioni che si odiavano con metodo, disciplina e una certa soddisfazione estetica.</p>

<p>E spesso queste contrapposizioni sono finite nell’arte.</p>

<p>Non solo: hanno prodotto arte. Hanno prodotto poemi, tragedie, satire, affreschi, cronache, canti, romanzi, pamphlet, architetture, simboli, miti fondativi. Interi pezzi della cultura europea sono nati dentro conflitti politici, religiosi, dinastici, cittadini, imperiali. E nessuno può dire che questo abbia impedito il successo dei contenuti relativi.</p>

<p>Anzi, spesso li ha resi più forti.</p>

<p>Quindi il problema non può essere semplicemente “la politica entra nella cultura”. La politica è sempre entrata nella cultura. Il conflitto è sempre entrato nella narrazione. Le fazioni sono sempre entrate nell’immaginario.</p>

<hr/>

<p><br>
Non credo quindi a nessuna delle grandi teorie riguardanti la mancanza di sbocchi professionali degli studenti di facoltà umanistiche.</p>

<p>O meglio: penso che forse ci siano componenti forti di questi tre atteggiamenti, e che facciano parte del problema. Il passatismo, lo sdegno verso il mercato, la politicizzazione del linguaggio e dell’immaginario: tutto questo pesa.</p>

<p>Sarebbe stupido negarlo.</p>

<p>Ma non credo che siano sufficienti a spiegare il tutto.</p>

<p>Quello che credo, invece, è molto diverso.</p>

<p>Credo che il problema sia nella mancanza di coscienza del proprio ruolo. Non tanto nella mancanza di talento, o nella mancanza di cultura, o nella mancanza di materiale da usare. Il materiale c’è. La cultura c’è. Il talento, almeno in alcuni casi, c’è. Quello che manca è la percezione chiara di cosa si stia andando a fare nel mondo.</p>

<p>Posso prendere l’Italia come esempio, e poi mostrare come la cosa si declini all’estero.</p>

<p>In Italia, chi sceglie facoltà umanistiche?</p>

<p>Il dialogo interno, e spesso anche quello familiare, è principalmente questo:</p>
<ul><li>Voglio fare una facoltà completamente umanistica.</li>
<li>E dopo cosa andrai a fare? Quali sbocchi lavorativi avrai?</li></ul>

<p>Questa domanda arriva quasi sempre. Arriva dai genitori, dai parenti, dagli amici, dal tizio che ha fatto ragioneria e ora lavora in banca, dal conoscente che “però ingegneria dà più possibilità”, dal barista che ha opinioni molto solide sul mercato del lavoro perché ha un cugino laureato in filosofia che fa il rider.</p>

<p>E la risposta non è quasi mai: oggi, con Internet e con la domanda immensa di contenuti, vivrò dei miei contenuti.</p>

<p>La seconda risposta, per dire, sarebbe del tutto legittima. Sarebbe persino razionale. Se il mondo chiede contenuti in quantità industriale, e se io sto andando a studiare linguaggi, testi, immagini, narrazioni, storia, estetica, simboli, forme culturali, allora posso rispondere: andrò a produrre contenuti. Andrò dove c’è domanda. Andrò nel mercato che ha fame esattamente di ciò che dovrei imparare a fare.</p>

<p>Ma come mai non si tratta della risposta di default?</p>

<p>Come mai chi sceglie una facoltà umanistica non si vede, istintivamente, come una persona che sta imparando a produrre contenuti per un mondo che vive di contenuti?</p>

<p>Qui bisogna allargare un pochino lo sguardo.</p>

<p>È mai successo prima, in Italia, che la capacità di produrre contenuti fosse considerata una probabile fonte di reddito?</p>

<p>Ma specialmente: è mai successo che le facoltà umanistiche abbiano avuto come scopo dichiarato — se escludiamo giurisprudenza — quello di formare una precisa classe di professionisti, o più di una?</p>

<p>Chi studia giurisprudenza sa che mira a diventare avvocato, notaio, procuratore, giudice, magistrato. Insomma, quella facoltà ha piena contezza di preparare un certo numero di professionisti. Può riuscirci bene o male, può produrre più laureati di quanti il mercato riesca ad assorbire, può avere tutti i problemi del caso, ma almeno sa cosa sta facendo. Sa quale figura professionale sta cercando di formare.</p>

<p>E persino facoltà un tempo considerate troppo astratte, come matematica, oggi hanno preso coscienza del fatto che stanno preparando professionisti. Professionisti del data mining, del data analytics, data engineer, data scientist, modellisti, gente che finirà a lavorare su algoritmi, statistiche, ottimizzazione, previsione, sistemi complessi, finanza quantitativa, intelligenza artificiale, e così via.</p>

<p>Hanno creato le necessarie strutture per far sentire agli studenti che si stanno muovendo in quella direzione. O almeno hanno creato la narrativa che serve. Perché, se ti insegno certe cose, alla fine sappiamo che probabilmente finirai a fare quello. Non è più una vergogna dirlo. Non è più una caduta di stile. È un obiettivo dichiarato.</p>

<p>Ora invece la mia domanda è: vista la domanda immensa di contenuti, le facoltà umanistiche hanno questa stessa coscienza?</p>

<p>Il DAMS, per esempio, ha coscienza chiara del fatto che dovrebbe preparare gli studenti a lavorare nel settore della produzione di contenuti audiovisivi reali, cioè quelli che esistono davvero sul mercato, non quelli che fanno bella figura nel programma del corso?</p>

<p>E quindi, per essere brutali: il DAMS ha coscienza chiara che dovrebbe preparare gli studenti a lavorare anche nel settore del porno, che oggi rappresenta una quantità gigantesca della produzione di contenuti su Internet?</p>

<p>Perché se stiamo parlando di contenuti, bisogna parlare dei contenuti che il mercato consuma davvero. Non soltanto di quelli che possiamo nominare senza imbarazzo durante un seminario.</p>

<p>Ovviamente la domanda , indirizzata al porno, e&#39;una domanda estrema che faccio a scopo di shock, ma ... potrei fare domande piu&#39; semplici. Perche&#39; la facolta&#39; di lettere non ha corsi per giornalisti fatti al preciso scopo di formare giornalisti? Quali e quante facolta&#39; li hanno?</p>

<p>Facciamo un parallelo con le materie STEM, giusto per capire il punto.</p>

<p><br>
Se entri a ingegneria, nessuno ti dice: “stai studiando la bellezza astratta delle strutture”. Ti dicono, più o meno esplicitamente: stai imparando a costruire ponti, edifici, macchine, impianti, reti, sistemi, software, infrastrutture. Poi magari finirai a fare altro, perché la vita è piena di tradimenti, ma la direzione è chiara.</p>

<p>Ingegneria edile prepara persone che, almeno in teoria, dovrebbero capire qualcosa di edifici. Ingegneria informatica prepara persone che, almeno in teoria, dovrebbero capire qualcosa di sistemi informatici. Ingegneria gestionale prepara persone che, almeno in teoria, dovrebbero capire qualcosa di processi, organizzazioni, produzione, logistica. E già qui potremmo aprire un processo per direttissima, ma non è il tema.</p>

<p>Se entri a fisica, puoi trovare percorsi che ti portano verso la fisica della materia, la fisica nucleare, l’astrofisica, la fisica applicata, la modellistica, i materiali, la sensoristica, la ricerca industriale. Anche quando la materia sembra astratta, l’istituzione sa costruire una narrativa professionale: stai imparando strumenti che possono finire in laboratorio, nell’industria, nei dati, nella simulazione, nella tecnologia.</p>

<p>Se entri a matematica, un tempo potevi ancora raccontarti la favola romantica del matematico puro che vive nutrendosi di teoremi e caffè. Oggi invece anche matematica ha imparato benissimo a dire: data science, crittografia, finanza quantitativa, ottimizzazione, machine learning, analisi dei dati, modellistica, algoritmi. Magari poi metà di queste parole vengono usate come amuleti contro la disoccupazione, ma almeno la direzione viene nominata.</p>

<p>Cioè: le facoltà STEM, anche quando studiano cose astratte, hanno imparato a tradurre quella astrazione in figure professionali.</p>

<h2 id="corsi-universitari-italiani-con-giornalismo-nel-nome-o-nel-curriculum">Corsi universitari italiani con “giornalismo” nel nome o nel curriculum</h2>

<p>Numero prudente: <strong>circa 8 corsi/curricula magistrali individuabili</strong>.</p>

<table>
<thead>
<tr>
<th>Ateneo</th>
<th>Forma</th>
</tr>
</thead>

<tbody>
<tr>
<td>Università di Bologna</td>
<td>Laurea magistrale in <strong>Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa</strong>, con curriculum <strong>Giornalismo e comunicazione politica</strong></td>
</tr>

<tr>
<td>Università di Parma</td>
<td>Laurea magistrale in <strong>Giornalismo, cultura editoriale, comunicazione ambientale e multimediale</strong>, classe LM-19</td>
</tr>

<tr>
<td>Sapienza Università di Roma</td>
<td>Laurea magistrale <strong>Media, comunicazione digitale e giornalismo</strong>, classe LM-19, con curriculum <strong>Giornalismo</strong></td>
</tr>

<tr>
<td>Università del Salento</td>
<td>Laurea magistrale <strong>Comunicazione, media digitali, giornalismo</strong>, classe LM-19, con curriculum <strong>Media digitali e giornalismo</strong></td>
</tr>

<tr>
<td>Università Roma Tre</td>
<td>Laurea magistrale <strong>Informazione, Editoria e Giornalismo</strong>, classe LM-19</td>
</tr>

<tr>
<td>Università di Cagliari</td>
<td>Laurea magistrale <strong>Giornalismo e Informazione Web</strong>, classe LM-19</td>
</tr>

<tr>
<td>Università di Verona</td>
<td>Laurea magistrale <strong>Editoria e Giornalismo</strong>, classe LM-19</td>
</tr>

<tr>
<td>Università di Roma Tor Vergata</td>
<td>Curriculum <strong>Editoria, Giornalismo, Comunicazione</strong> dentro una laurea magistrale LM-19</td>
</tr>
</tbody>
</table>

<h2 id="scuole-master-di-giornalismo-riconosciuti-dall-ordine-dei-giornalisti">Scuole/master di giornalismo riconosciuti dall’Ordine dei Giornalisti</h2>

<p>Da tenere separati dai corsi di laurea: sono <strong>scuole o master riconosciuti dall’Ordine</strong>, spesso percorsi successivi alla laurea.</p>

<p>Numero trovato: <strong>11 scuole/master attivi o autorizzati</strong>.</p>

<table>
<thead>
<tr>
<th>Sede</th>
<th>Scuola / master</th>
</tr>
</thead>

<tbody>
<tr>
<td>Bari</td>
<td>Master in Giornalismo</td>
</tr>

<tr>
<td>Bologna</td>
<td>Scuola di Giornalismo</td>
</tr>

<tr>
<td>Milano</td>
<td>Università Cattolica</td>
</tr>

<tr>
<td>Milano</td>
<td>IULM</td>
</tr>

<tr>
<td>Milano</td>
<td>Università Statale / Walter Tobagi</td>
</tr>

<tr>
<td>Napoli</td>
<td>Suor Orsola Benincasa</td>
</tr>

<tr>
<td>Perugia</td>
<td>Scuola di Giornalismo</td>
</tr>

<tr>
<td>Roma</td>
<td>LUMSA</td>
</tr>

<tr>
<td>Roma</td>
<td>LUISS</td>
</tr>

<tr>
<td>Torino</td>
<td>Scuola di Giornalismo</td>
</tr>

<tr>
<td>Urbino</td>
<td>Scuola di Giornalismo</td>
</tr>
</tbody>
</table>

<p>Se cerchiamo una cosa analoga a “ingegneria edile” dentro ingegneria, o “fisica della materia” dentro fisica, cioè un corso di laurea che dica chiaramente allo studente “tu stai venendo qui per diventare questa figura professionale/accademica”, nel caso del giornalismo troviamo pochissimo.</p>

<p>Non zero: qualcosa esiste.</p>

<p>Esistono alcuni corsi magistrali LM-19, cioè “Informazione e sistemi editoriali”, che hanno “giornalismo” nel nome o dentro un curriculum. Facendo un conto prudente, siamo nell’ordine di una manciata: circa otto corsi o curricula esplicitamente riconoscibili.</p>

<p>Poi esistono le scuole e i master riconosciuti dall’Ordine dei Giornalisti, che sono un’altra cosa: l’Ordine ne elenca undici attivi o autorizzati. Ma appunto, sono master, scuole, percorsi successivi, spesso separati dalla normale identità della facoltà umanistica generalista.</p>

<p>E questo conferma il punto: il giornalismo non è pensato normalmente come lo sbocco naturale e dichiarato di chi studia lettere, linguistica, storia, retorica, testi, media, narrazione. È trattato come una specializzazione eventuale, successiva, quasi laterale.</p>

<hr/>

<p>Il confronto è impietoso: le università di tipo umanistico sembrano completamente disinteressate a dare agli studi una prospettiva futura chiara.</p>

<p>Prima, intanto, “studi”. Poi, semmai, ti fai un master, una scuola ulteriore, un percorso professionalizzante aggiuntivo, qualcosa che arrivi dopo e che provi a trasformare quello che hai studiato in un mestiere. Come se il mestiere fosse un accessorio imbarazzante, una faccenda pratica da sistemare più avanti, possibilmente lontano dalla purezza originaria dello studio.</p>

<p>E lo stesso vale per, che so io, il “content producer” per Internet.</p>

<p>Ci sono scuole di blogging? No. Esistono corsi, manuali, consulenti, tutorial, fuffaguru che vendono “strategie di contenuto” con la stessa solennità con cui un alchimista vendeva polvere di drago. Ma una filiera universitaria chiara, dichiarata, rispettabile, che dica: noi formiamo persone capaci di produrre contenuti scritti per il web, no. Non davvero.</p>

<p>E la realtà è ancora più assurda: la facoltà di Lettere e Filosofia non ha nemmeno un corso di laurea per diventare scrittori.</p>

<h2 id="scrittori">Scrittori.</h2>

<p>Cioè la figura professionale più ovvia che dovrebbe uscire da un posto dove si studiano testi, lingua, letteratura, retorica, narrazione, generi, stili, storia delle forme espressive. Se esiste un luogo in cui uno dovrebbe poter dire “vado lì perché voglio imparare a scrivere professionalmente”, quello dovrebbe essere Lettere.</p>

<p>E invece no.</p>

<p>Puoi studiare gli scrittori. Puoi commentare gli scrittori. Puoi contestualizzare gli scrittori. Puoi decostruire gli scrittori, storicizzarli, problematizzarli, inserirli dentro correnti, movimenti, tradizioni, genealogie, dispositivi, orizzonti di senso e altre parole che fanno curriculum accademico.</p>

<p>Ma diventare scrittore?</p>

<p>Faccio una domanda semplice: perché una persona non può studiare Lettere allo scopo di diventare uno scrittore di fantascienza, ed essere in un posto dove oggettivamente gli insegnano a scrivere fantascienza?</p>

<p>Se voglio diventare un ingegnere edile, cribbio, faccio ingegneria edile. E lì le materie stesse dicono che stai studiando proprio quello. Non è che ti trovi Scienza delle costruzioni per il destino cinico e baro. È lì perché devi imparare a progettare strutture. È lì perché esiste una professione, esiste un mestiere, esiste un campo di applicazione. L’università non fa finta che tu stia contemplando il concetto platonico di pilastro.</p>

<p>E allora perché a Lettere non c’è un corso di laurea per scrivere fantascienza?</p>

<p>Perché non esiste un percorso dichiarato per chi vuole scrivere sceneggiature di film? O storie erotiche? O telenovelas? O contenuti per la TV? O narrativa seriale? O romanzi di genere? O dialoghi per videogiochi? O testi per podcast? O format per YouTube?</p>

<p>Non sto dicendo che ogni università debba diventare una fabbrica di romanzetti, con l’esame di “Elfo problematico I” e “Distopia post-apocalittica II”. Sto dicendo una cosa molto più semplice: se il mondo consuma quantità immense di narrazione, perché il luogo che studia narrazione non si sente responsabile di formare narratori?</p>

<p>Perché la fantascienza deve essere studiata come fenomeno culturale, magari con grande finezza critica, ma non insegnata come mestiere? Perché posso fare una tesi su Philip K. Dick, Ursula Le Guin o Stanisław Lem, ma non posso seguire un percorso serio, tecnico, valutato, strutturato, per imparare a scrivere quel tipo di cose?</p>

<p>E attenzione: “insegnare a scrivere fantascienza” non significa spiegare agli studenti dove mettere i laser e le astronavi. Significa insegnare worldbuilding, ritmo narrativo, costruzione dei personaggi, coerenza interna, gestione dell’informazione, estrapolazione sociale, uso della tecnologia come motore narrativo, dialoghi, conflitto, revisione, mercato editoriale, serialità, adattamento audiovisivo.</p>

<p>Cioè competenze. Tecniche. Strumenti.</p>

<p>Le stesse cose che altrove vengono considerate normali quando si tratta di formare un professionista.</p>

<p>Invece, a Lettere, molto spesso puoi studiare chi ha scritto. Puoi studiare cosa ha scritto. Puoi studiare quando ha scritto, perché ha scritto, dentro quale contesto ha scritto, con quali influenze, con quali rapporti di potere, con quali implicazioni simboliche.</p>

<p>Ma se vuoi scrivere tu, professionalmente, allora improvvisamente cala il silenzio.</p>

<p>Come se produrre contenuti fosse una cosa che deve accadere fuori dall’università. Dopo. Altrove. Per conto tuo. Magari di notte, mentre di giorno fai un lavoro vero, cioè un lavoro che qualcuno ha avuto la decenza di nominare dentro un corso di laurea.</p>

<p>Le facoltà umanistiche ragionano come se lo studio puro fosse la loro missione. Prima si studia. Poi, alla fine, per caso, sbatterai la testa qui e lì, farai qualche tentativo, ti adatterai, ti reinventerai, e magari troverai un qualche lavoro.</p>

<p>Per caso.</p>

<p>Sia chiaro: non tutti gli ingegneri edili finiscono per fare gli ingegneri edili. Non tutti i fisici della materia finiscono a fare i fisici della materia. Non tutti quelli che studiano informatica finiscono a scrivere compilatori, sistemi operativi o driver per schede di rete in una cantina illuminata da un neon tremolante.</p>

<p>Ma almeno mirare in quella direzione si può fare.</p>

<p>La direzione esiste. È nominata. È dichiarata. È visibile nelle materie, nei curricula, nei laboratori, nei tirocini, negli esempi, persino nella propaganda della facoltà. Lo studente può anche cambiare strada, certo. Può scoprire che non gli interessa davvero progettare edifici, o che la fisica della materia lo annoia, o che la data science è meno romantica di quanto sembrasse sulle brochure. Ma non può dire di non avere mai visto un bersaglio.</p>

<p>Nelle facoltà umanistiche, invece, spesso il bersaglio non c’è.</p>

<p>O meglio: c’è, ma non viene detto. Rimane implicito, nebuloso, quasi imbarazzante. Studi testi, ma non per diventare uno scrittore. Studi linguaggi, ma non per diventare un produttore professionale di contenuti. Studi storia dell’arte, ma non per imparare a produrre immagini, curare immaginari, costruire narrazioni visive vendibili nel mondo reale.</p>

<p>Studi.</p>

<p>Poi si vedrà.</p>

<p>E questo “poi si vedrà” è il problema.</p>

<hr/>

<p>E qui siamo al punto: le facoltà umanistiche non si prendono <strong>alcuna responsabilità</strong>, nemmeno vaga come quella di ingegneria chimica, di indicare una direzione allo studente.</p>

<p>La direzione la prenderai dopo.</p>

<p>Ma è accessoria.</p>

<p>Una strana eccezione, che però conferma la regola, è quella degli storici.</p>

<p>C’è fame di storia. E le facoltà sono anche strutturate, tipo “storia contemporanea”, “storia medievale”, eccetera. Ma l’idea che lo storico potrebbe essere una persona che spiega un’epoca e viene pagata dal pubblico per questo, stile Barbero, è accessoria.</p>

<p>Certo, Barbero ha talento in questo, per cui c’è poco da fare. Ma perché “divulgazione” non è un curriculum? Perché non esiste un percorso che dica chiaramente: tu studi storia anche per imparare a raccontarla al pubblico, a renderla comprensibile, interessante, rigorosa ma ascoltabile?</p>

<p>Cercate sulle piattaforme principali. La fame c’è. Il pubblico c’è. Il mercato c’è. E lo si nota anche nell’assenza.... di <strong><em>presenza sul mercato.</em></strong></p>

<p>Sul mercato, sì.</p>

<p>Quando parliamo di self-publishing pensiamo sempre a piattaforme da hobbisti che fanno cose per ragioni commerciali, o per vanità, o per disperazione editoriale. Ma perché nessuna facoltà di Lettere ha una piattaforma di self-publishing per studenti?</p>

<p>Non scrivono?</p>

<p>Non gli piacerebbe scrivere?</p>

<p>Nessuno?</p>

<p>Statisticamente impossibile. Stai studiando Lettere, santiddio.</p>

<p>Una facoltà di Lettere dovrebbe essere piena di persone che scrivono racconti, saggi, romanzi, poesie, recensioni, pamphlet, traduzioni, articoli, dialoghi, sceneggiature, monologhi, esperimenti narrativi, persino brutte fanfiction sugli amori tormentati tra Leopardi e una creatura di Lovecraft. Va bene tutto. Ma deve esserci produzione.</p>

<p>E non produzione nel senso del compitino consegnato al docente, letto da tre persone e poi sepolto in una cartella. Produzione vera. Pubblicazione. Lettori. Commenti. Numeri. Download. Fallimenti. Revisioni. Copertine brutte. Copertine meno brutte. Sinossi sbagliate. Titoli che non funzionano. Testi che nessuno legge. Testi che qualcuno legge. Testi che girano. Testi che imbarazzano l’autore dopo sei mesi, come è giusto che sia.</p>

<p>Perché è così che si impara a stare nel mercato dei contenuti: producendo contenuti, pubblicandoli, misurandone la ricezione, correggendo il tiro. Non solo studiando quelli prodotti da altri, possibilmente morti da secoli e quindi incapaci di lamentarsi se li interpretiamo male.</p>

<p>Una piattaforma di self-publishing universitaria sarebbe una cosa banalissima. Un catalogo interno, pubblico, indicizzato. Ogni studente può pubblicare racconti, saggi brevi, traduzioni commentate, raccolte, esperimenti, piccoli ebook. I docenti possono fare da editor, o almeno da revisori. I corsi possono produrre collane. Gli studenti possono imparare impaginazione, editing, revisione, promozione, metadati, licenze, distribuzione.</p>

<p>Cioè tutte quelle cose sporche, pratiche, basse, mercantili, senza le quali un testo rimane un file dimenticato sul desktop.</p>

<p>Esistono tanti giornali online. Se Sofri può fare il suo foglietto online semplicemente procurandosi un CMS, e se persino i licei si fanno i loro giornalini — io vengo dall’“Acido Roitico” — perché una facoltà di Lettere e Filosofia non ha il suo giornale online per esercitare e formare studenti sul giornalismo online?</p>

<p>Non sto parlando del comunicato istituzionale dell’ateneo, con la foto del rettore che inaugura una siepe. Sto parlando di un giornale vero, fatto dagli studenti, con una redazione, una linea editoriale, sezioni, rubriche, recensioni, inchieste, interviste, fact checking, correzioni pubbliche, responsabilità sui testi, scadenze, titoli, SEO, newsletter, social, statistiche di lettura.</p>

<p>Una palestra. E un piccolo palcoscenico.l</p>

<p>Vuoi formare giornalisti? Falli scrivere. Vuoi formare critici? Falli recensire. Vuoi formare divulgatori? Falli spiegare. Vuoi formare persone capaci di stare nel mondo dei contenuti? Falle stare nel mondo dei contenuti, non nel plastico in scala uno a mille della cultura.</p>

<p>E invece sembra sempre che il contatto col pubblico debba arrivare dopo, fuori, quasi per contaminazione. Prima la teoria. Poi, forse, la realtà.</p>

<p>Ma la realtà, nel frattempo, è già piena di gente che pubblica.</p>

<hr/>

<p>E il risultato è desolante.</p>

<h2 id="abbiamo-creato-negli-ultimi-trent-anni-il-più-famelico-e-redditizio-mercato-dei-contenuti-della-storia-una-macchina-immensa-globale-sempre-accesa-che-consuma-testi-immagini-video-musica-opinioni-spiegazioni-tutorial-recensioni-intrattenimento-pornografia-divulgazione-polemica-satira-narrativa-memoria-identità">Abbiamo creato, negli ultimi trent’anni, il più famelico e redditizio mercato dei contenuti della storia. Una macchina immensa, globale, sempre accesa, che consuma testi, immagini, video, musica, opinioni, spiegazioni, tutorial, recensioni, intrattenimento, pornografia, divulgazione, polemica, satira, narrativa, memoria, identità.</h2>

<p>Una domanda mai vista.</p>

<p>Cifre in gioco da capogiro.</p>

<p>Eppure le università che dovrebbero sfornare chi produce questi contenuti <strong>non se ne sono accorte.</strong></p>

<p>O, peggio, se ne sono accorte e hanno deciso che non era affar loro.</p>

<p>Hanno continuato a ragionare come se il contenuto fosse un oggetto da studiare dopo che qualcun altro lo ha prodotto. Come se il testo fosse qualcosa da commentare, non da scrivere. Come se l’immagine fosse qualcosa da interpretare, non da costruire. Come se la narrazione fosse qualcosa da analizzare, non da vendere, pubblicare, distribuire, adattare, serializzare, mettere alla prova davanti a un pubblico reale.</p>

<p>Il mondo chiedeva produttori di contenuti.</p>

<p>Le facoltà umanistiche hanno continuato a formare lettori di contenuti.</p>

<p>E poi si sono stupite del fatto che il mercato abbia premiato chi costruiva le piattaforme, non chi avrebbe dovuto riempirle.</p>

<p>Passeranno alla storia per il loro fallimento.</p>

<p>Uriel Fanelli
<p/>
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      <pubDate>Thu, 09 Jul 2026 15:51:32 +0000</pubDate>
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