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    <title>Das Böse Büro</title>
    <link>https://keinpfusch.net/</link>
    <description>Le etichette sono il contrario del pensiero.</description>
    <pubDate>Wed, 12 Aug 2026 19:04:18 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>Qualcosa da leggere sotto l&#39;ombrellone?</title>
      <link>https://keinpfusch.net/qualcosa-da-leggere-sotto-lombrellone</link>
      <description>&lt;![CDATA[Ok, prima di andare via, ho deciso di lasciare qualcosa da leggere sotto l&#39;ombrellone.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Il libro e&#39; il mio ultimo, se vi piace la fantascienza, ed e&#39; ambientato in Italia. Anche se non si chiama piu&#39; italia.&#xA;&#xA;cover-KDP.png&#xA;&#xA;Si&#39;, lo so, pensate che io abbia fatto un errore cretino nello scrivere Horror Vacui. No, invece. Il libro parla proprio di un Horror Vacuus,&#xA;nome che i telepati danno ai sistemi dotati di coscienza artificiale.&#xA;&#xA;Lo trovate sul solito negozio di Lulu se volete l&#39; epub senza DRM:&#xA;&#xA;br&#xA;LA VERSIONE IN ITALIANO&#xA;&#xA;LA VERSIONE IN INGLESE&#xA;&#xA;LA VERSIONE IN TEDESCO&#xA;&#xA;Uscira&#39; tra qualche ora anche su Amazon, se volete il cartaceo, ma non ho ancora l&#39; URL perche&#39; Amazon KDP e&#39; piuttosto macchinoso.&#xA;&#xA;Se volete trovarlo, dovrete aspettare un attimo, che KDP li pubblichi.&#xA;&#xA;Qui:&#xA;&#xA;CARTACEO E KINDLE&#xA;Siccome Amazon ama complicarvi la vita , se entrate da amazon.com potrete solo comprare quello in inglese, se entrate in amazon.it potrete solo comprare quello in italiano, se entrate in amazon.de , solo quello tedesco.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;Buona lettura sotto l&#39;ombrellone.&#xA;&#xA;Avviso. Leggete bene cosa comprate. Sono tre versioni in tre lingue, quelle su Amazon.&#xA;&#xA;NON compratele tutte e tre, a meno che non vogliate leggere lo stesso libro in tre lingue diverse.&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Ok, prima di andare via, ho deciso di lasciare qualcosa da leggere sotto l&#39;ombrellone.</p>

<p>Il libro e&#39; il mio ultimo, se vi piace la fantascienza, ed e&#39; ambientato in Italia. Anche se non si chiama piu&#39; italia.</p>

<p><img src="/images/651e8c698ca4f763680cb19c330a7a53.png" alt="cover-KDP.png"></p>

<p>Si&#39;, lo so, pensate che io abbia fatto un errore cretino nello scrivere <strong>Horror Vacui</strong>. No, invece. Il libro parla proprio di un Horror Vacuus,
nome che i telepati danno ai sistemi dotati di coscienza artificiale.</p>

<p>Lo trovate sul solito negozio di Lulu se volete l&#39; epub senza DRM:</p>

<p><br>
<a href="https://www.lulu.com/shop/uriel-fanelli/horror-vacuus/ebook/product-zmngr59.html?page=1&amp;pageSize=4">LA VERSIONE IN ITALIANO</a></p>

<p><a href="https://www.lulu.com/shop/uriel-fanelli/horror-vacuus-english-edition/ebook/product-dy45dnr.html?page=1&amp;pageSize=4">LA VERSIONE IN INGLESE</a></p>

<p><a href="https://www.lulu.com/shop/uriel-fanelli/horror-vacuus-deutsche-ausgabe/ebook/product-zmngrk5.html?page=1&amp;pageSize=4">LA VERSIONE IN TEDESCO</a></p>

<p>Uscira&#39; tra qualche ora anche su Amazon, se volete il cartaceo, ma non ho ancora l&#39; URL perche&#39; Amazon KDP e&#39; piuttosto macchinoso.</p>

<p>Se volete trovarlo, dovrete aspettare un attimo, che KDP li pubblichi.</p>

<p>Qui:</p>

<p><a href="https://www.amazon.com/dp/B0HDMN5MLN?binding=kindle_edition&amp;ref=dbs_dp_sirpi">CARTACEO E KINDLE</a>
Siccome Amazon ama complicarvi la vita , se entrate da amazon.com potrete solo comprare quello in inglese, se entrate in amazon.it potrete solo comprare quello in italiano, se entrate in amazon.de , solo quello tedesco.</p>

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Buona lettura sotto l&#39;ombrellone.</p>

<h2 id="avviso-leggete-bene-cosa-comprate-sono-tre-versioni-in-tre-lingue-quelle-su-amazon">Avviso. Leggete bene cosa comprate. Sono tre versioni in tre lingue, quelle su Amazon.</h2>

<h2 id="non-compratele-tutte-e-tre-a-meno-che-non-vogliate-leggere-lo-stesso-libro-in-tre-lingue-diverse">NON compratele tutte e tre, a meno che non vogliate leggere lo stesso libro in tre lingue diverse.</h2>

<div style="text-align: left;">
  Uriel Fanelli<br>
  <br>
  --<br>
  Written using Blogfrei:
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      <guid>https://keinpfusch.net/qualcosa-da-leggere-sotto-lombrellone</guid>
      <pubDate>Sun, 09 Aug 2026 19:14:04 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Chiuso per ferie.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/chiuso-per-ferie</link>
      <description>&lt;![CDATA[Come dicevo qualche post fa, sto per andare in ferie con un paio di amici. Quindi, ci rivedremo dopo ferragosto.&#xA;&#xA;Ad Maiora!!!&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Come dicevo qualche post fa, sto per andare in ferie con un paio di amici. Quindi, ci rivedremo dopo ferragosto.</p>

<p>Ad Maiora!!!</p>

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  Uriel Fanelli<br>
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      <guid>https://keinpfusch.net/chiuso-per-ferie</guid>
      <pubDate>Sun, 09 Aug 2026 16:35:31 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La società come formicaio.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/la-societa-come-formicaio</link>
      <description>&lt;![CDATA[Ci sono due componenti del sistema cognitivo umano che, negli ultimi anni, vengono manipolate in maniera criminale. La prima riguarda quelle che, con una definizione forse poco rigorosa ma intuitivamente efficace, chiamerei psicosi di massa. E in questo campo i russi sono esperti: non necessariamente perché siano sempre loro a produrle, ma perché la popolazione russa ha vissuto immersa in una realtà delirante per almeno tre generazioni, durante tutto il periodo comunista, e poi non ne è mai uscita davvero.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Personalmente dubito che riuscirà a farlo in tempi brevi. Non perché esista qualche inesistente malattia mentale iscritta nel DNA dei russi, naturalmente, ma perché ormai il meccanismo si trasmette come se fosse congenito: attraverso la famiglia, la scuola, il linguaggio, il rapporto con l’autorità e la rappresentazione permanente di un mondo esterno ostile.&#xA;&#xA;Chi nasce e cresce dentro una casa russa eredita spesso una struttura cognitiva già deformata dalle generazioni precedenti. I bambini nascono fottuti: non biologicamente, ma perché vengono consegnati, sin dalla nascita, a un ambiente che insegna loro a considerare normale la menzogna, inevitabile la violenza e pericolosa qualsiasi versione della realtà che non provenga dall’autorità.&#xA;&#xA;La seconda operazione di PsyOps attualmente in corso, e forse ancora più criminale, consiste invece nel convincere una parte della popolazione occidentale che il principale problema dell’Occidente sia l’empatia.&#xA;&#xA;Il primo punto da capire è semplice: esistono specie animali fortemente sociali e specie molto meno sociali.&#xA;&#xA;Se prendiamo alcuni individui appartenenti a una specie poco sociale e li confiniamo in uno spazio ristretto, può anche succedere che riescano a convivere. Questo, però, non significa necessariamente che abbiano formato una comunità: significa soltanto che, in quelle condizioni, si tollerano.&#xA;&#xA;Se uno di loro muore o viene ucciso, la reazione degli altri può essere limitata, individuale o puramente difensiva. Non esiste necessariamente un gruppo che interpreti la morte del singolo come un attacco rivolto all’intera comunità.&#xA;&#xA;In una specie fortemente sociale, invece, il singolo non è semplicemente un animale che si trova accanto agli altri. È parte di una struttura fatta di alleanze, gerarchie, cooperazione e dipendenze reciproche.&#xA;&#xA;Se attaccate un lupo appartenente a un branco, quindi, non state necessariamente affrontando soltanto quel lupo: state interferendo con una struttura sociale capace di reagire collettivamente. Se invece uccidete un individuo appartenente a una specie scarsamente sociale, non potete aspettarvi automaticamente che gli altri rischino la vita per vendicarlo.&#xA;&#xA;Detto in maniera meno zoologicamente elegante: agli altri potrebbe non fregare un cazzo.&#xA;&#xA;E questa caratteristica, che noi chiameremmo mancanza di empatia, non è affatto scollegata dalla socievolezza. Ma occorre intendersi su cosa significhi davvero essere una specie sociale.&#xA;Non basta che molti individui vivano insieme, cooperino o formino una struttura efficiente. Le formiche sono perfettamente organizzate: costruiscono colonie, suddividono il lavoro, allevano la prole, difendono il formicaio e sacrificano il singolo quando serve. Eppure non abbiamo bisogno di attribuire loro empatia per spiegare tutto questo. Il comportamento della colonia può emergere da regole relativamente semplici, segnali chimici, risposte automatiche e meccanismi di auto-organizzazione.&#xA;&#xA;Una colonia può quindi essere organizzata senza essere, nel senso che interessa qui, una società di individui.&#xA;&#xA;La differenza appare quando osserviamo la natura dei rapporti tra i suoi membri. In una struttura organizzata, gli individui possono essere sostituibili: ciò che conta è la funzione che svolgono. In una società, invece, gli individui si riconoscono, formano legami differenti, ricordano le interazioni precedenti e modificano il proprio comportamento in base allo stato &#34;emotivo&#34; e all’identità degli altri.&#xA;&#xA;È a questo livello che cominciano ad apparire i comportamenti che definiamo empatici. Non semplicemente perché aiutano il gruppo a funzionare, ma perché esiste una relazione tra individui: uno percepisce la paura, il dolore o il disagio dell’altro, e quella percezione altera il suo comportamento.&#xA;&#xA;L’empatia, quindi, non è la colla di qualsiasi organizzazione collettiva. È una delle conseguenze possibili di una società composta da individui che intrattengono rapporti personali, riconoscibili e relativamente stabili.&#xA;&#xA;Le formiche possono costruire un formicaio senza provare nulla per la formica che hanno accanto. Un lupo, un elefante o un primate, invece, non vive soltanto in mezzo ai propri simili: vive insieme a individui precisi, con i quali possiede una storia.&#xA;&#xA;Organizzazione e società possono sembrare la stessa cosa, viste da lontano. Ma non appena si esamina la natura dei rapporti tra gli individui, diventano due fenomeni profondamente diversi.&#xA;&#xA;https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3497120/&#xA;&#xA;br&#xA;Qui, però, bisogna chiarire cosa significhi davvero percepire.&#xA;&#xA;Nelle specie sociali, la percezione dello stato altrui passa attraverso segnali: posture, movimenti, espressioni, vocalizzazioni, richiami di allarme, odori, oppure comportamenti associati al dolore, alla paura e all’aggressività. Un individuo osserva o riceve questi segnali e modifica di conseguenza il proprio comportamento.&#xA;&#xA;Ma non tutti i sistemi di comunicazione collettiva sono dello stesso tipo.&#xA;&#xA;Un formicaio funziona soprattutto attraverso segnali chimici, in particolare feromoni, e attraverso risposte relativamente rigide a stimoli locali. La singola formica non deve necessariamente comprendere lo stato di un’altra formica: le basta reagire al segnale. Da questa rete di reazioni elementari emerge un’organizzazione estremamente complessa.&#xA;&#xA;Nelle società dei mammiferi superiori, invece, la percezione tende a diventare qualcosa di diverso: non soltanto la ricezione di uno stimolo, ma l’interpretazione di un segnale all’interno di un linguaggio condiviso.&#xA;&#xA;Quel linguaggio può essere fatto di suoni, posture, espressioni, contatto fisico, odori e sequenze di comportamento. E non appartiene soltanto alla specie in astratto: spesso appartiene anche a quel particolare gruppo, perché viene appreso, raffinato e modificato attraverso la convivenza.&#xA;&#xA;Lo vediamo nei cetacei, che possiedono repertori vocali complessi e, in alcuni casi, veri e propri dialetti di gruppo. Lo vediamo nei cani e nei lupi, nei quali posture, movimenti, vocalizzazioni e odori assumono significato all’interno di una rete stabile di rapporti. E naturalmente lo vediamo negli esseri umani, dove questa capacità raggiunge il massimo sviluppo attraverso il linguaggio simbolico.&#xA;&#xA;La differenza, quindi, non consiste semplicemente nel fatto che un animale emetta un segnale e un altro lo riceva. Consiste nel fatto che quel segnale viene interpretato alla luce di una relazione, di una memoria comune e di un linguaggio condiviso.&#xA;&#xA;Ed è proprio questa interpretazione a rendere possibile la percezione sociale propriamente detta.&#xA;&#xA;A differenza di quanto accade nelle formiche, dove i segnali chimici trasmettono soprattutto un’informazione funzionale — da quella parte c’è del cibo, qui c’è un pericolo, questo percorso va seguito — o, se preferite, alimentano direttamente una funzione di utilità, nei mammiferi superiori la comunicazione trasmette spesso lo stato interno di un individuo.&#xA;&#xA;Non soltanto, quindi, «c’è un pericolo», ma «ho paura». Non soltanto «serve del cibo», ma «ho fame». E ancora: sono sazio, sono ferito, sono aggressivo, sono disposto a giocare oppure voglio essere lasciato in pace.&#xA;&#xA;Da questo stato gli altri individui possono poi inferire la situazione e scegliere la reazione migliore, per sé stessi oppure per il gruppo. La funzione di utilità non scompare: semplicemente, non è più contenuta direttamente nel segnale. Tra il segnale e la risposta compare un passaggio ulteriore, cioè l’interpretazione dello stato dell’altro.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Per «funzione di utilità» non intendo qui il concetto economico, ma quello usato in robotica e nei sistemi autonomi.&#xA;&#xA;Una funzione di utilità è, in sostanza, una regola che assegna un valore ai possibili risultati di un’azione. Il sistema osserva la situazione, valuta le alternative disponibili e sceglie quella che produce il risultato migliore secondo il criterio che gli è stato assegnato.&#xA;&#xA;Un robot aspirapolvere, per esempio, può attribuire un valore positivo alla superficie pulita e valori negativi al consumo di energia, al tempo impiegato, al rischio di urtare un ostacolo o alla possibilità di rimanere bloccato. Non deve comprendere cosa significhi «pulito», né provare soddisfazione quando ha finito: gli basta confrontare i risultati possibili e scegliere l’azione che massimizza la propria funzione di utilità.&#xA;&#xA;Lo stesso principio vale in sistemi molto più complessi, come uno sciame di droni.&#xA;&#xA;Ogni drone può ricevere poche regole locali: mantenere una certa distanza dagli altri, evitare collisioni, non uscire dall’area assegnata, conservare energia, coprire una zona ancora inesplorata, mantenere il collegamento radio oppure seguire il movimento medio dei droni vicini.&#xA;&#xA;Il singolo drone non deve necessariamente possedere una rappresentazione completa dello sciame. Non deve sapere quale sia il piano generale, né comprendere lo stato degli altri droni come farebbe un individuo empatico. Gli basta valutare le azioni disponibili secondo la propria funzione di utilità: spostarsi a destra riduce il rischio di collisione, salire migliora la copertura radio, avanzare aumenta l’area esplorata, rientrare evita di esaurire la batteria.&#xA;&#xA;Dalla combinazione di queste decisioni locali può emergere un comportamento collettivo estremamente ordinato. Lo sciame può distribuirsi nello spazio, circondare un obiettivo, esplorare un territorio o riorganizzarsi quando uno dei droni viene perduto, senza che nessuna macchina debba «capire» le altre.&#xA;&#xA;In un sistema composto da molti agenti, quindi, ciascun individuo può reagire a segnali semplici secondo una funzione di utilità locale. «Qui c’è un ostacolo», «qui la comunicazione è migliore», «questa zona non è ancora coperta», «il drone vicino è troppo vicino». Dall’insieme di queste reazioni può emergere una struttura collettiva molto complessa, senza che nessuno degli agenti debba rappresentarsi lo stato interno degli altri.&#xA;&#xA;È in questo senso che un formicaio può essere perfettamente organizzato senza essere empatico. Ogni formica reagisce a segnali che modificano il valore delle azioni disponibili: seguire una pista, abbandonarla, attaccare, fuggire, trasportare del cibo. L’efficienza della colonia nasce dalla combinazione di queste decisioni locali, non dalla comprensione reciproca degli individui.&#xA;In una società empatica, invece, il segnale non modifica soltanto la convenienza di un’azione. Trasmette anche qualcosa sullo stato di un altro individuo: ha paura, soffre, è affamato, è tranquillo, è ostile. Chi riceve il segnale deve riconoscere quello stato, interpretarlo e decidere come reagire.&#xA;&#xA;La differenza è quindi questa: in una specie organizzata il segnale entra direttamente nella funzione di utilità; in una specie empatica, tra il segnale e la decisione compare la rappresentazione dello stato dell’altro.&#xA;&#xA;Uno sciame può perdere un drone e riorganizzarsi perfettamente. Ma non lo fa perché agli altri droni dispiaccia.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Un esempio ancora più semplice è quello della freccia a un incrocio.&#xA;&#xA;Quando azionate l’indicatore di direzione, state comunicando agli altri automobilisti quale azione avete deciso di compiere: girare a destra, girare a sinistra oppure cambiare corsia. Non state trasmettendo uno stato interiore. Non state dicendo «ho paura», «sono in difficoltà» oppure «sono irritato». State annunciando una scelta operativa.&#xA;&#xA;Se alla guida ci fosse un robot, descriveremmo quella scelta proprio attraverso una funzione di utilità. Il robot valuta le alternative — proseguire, svoltare, fermarsi, cambiare corsia — attribuisce a ciascuna un valore sulla base della destinazione, del traffico, della sicurezza, del tempo di percorrenza e delle regole stradali, quindi sceglie l’azione che considera migliore.&#xA;&#xA;La freccia comunica agli altri il risultato di quel calcolo: «fra le azioni possibili, quella che ho scelto è svoltare a destra».&#xA;&#xA;Gli altri veicoli non devono sapere perché quella scelta sia conveniente per voi. Non devono conoscere la vostra destinazione, sapere se siete in ritardo o comprendere il vostro stato mentale. Devono soltanto ricevere il segnale, aggiornare la propria valutazione della situazione e scegliere a loro volta l’azione più utile: rallentare, aspettare, lasciare spazio oppure proseguire.&#xA;&#xA;È una comunicazione perfettamente funzionale, capace di coordinare molti individui senza richiedere alcuna empatia. Ogni automobilista segnala l’azione che intende compiere, gli altri incorporano quel segnale nella propria funzione di utilità e il traffico, almeno teoricamente, si organizza.&#xA;&#xA;Una società empatica comunica anche altro. Non soltanto «sto per girare», ma «ho paura», «sto soffrendo», «sono stanco», «ho bisogno di aiuto». Nel primo caso il segnale descrive un’azione prevista; nel secondo rende percepibile lo stato di un individuo.&#xA;&#xA;In realtà, nemmeno nel traffico trasmettiamo sempre e soltanto segnali di utilità, anche se sul confine tra le due cose si potrebbe discutere a lungo.&#xA;&#xA;Un’ambulanza, per esempio, comunica certamente un’informazione funzionale: deve passare, gli altri veicoli devono liberare la strada, il tempo ha un valore critico. Ma insieme comunica anche lo stato di qualcuno: a bordo c’è una persona ferita, malata o comunque in una condizione abbastanza grave da giustificare la sospensione temporanea delle normali regole del traffico.&#xA;&#xA;Lo stesso vale, almeno in parte, per la polizia o per i vigili del fuoco. Il segnale dice che un mezzo deve arrivare rapidamente da qualche parte, ma lascia anche inferire che esista un’emergenza: qualcuno è in pericolo, qualcosa sta bruciando, oppure si è verificato un evento che richiede un intervento immediato.&#xA;&#xA;Il segnale, quindi, possiede due livelli. Il primo è puramente operativo: «spostati, devo passare». Il secondo rende percepibile una condizione altrui: «qualcuno ha bisogno di aiuto».&#xA;&#xA;Ed è significativo che il secondo livello rafforzi il primo. Non lasciamo passare un’ambulanza soltanto perché il codice della strada ce lo impone, ma anche perché comprendiamo, almeno in astratto, che il ritardo potrebbe peggiorare la sofferenza o mettere in pericolo la vita di un altro individuo.&#xA;&#xA;La comunicazione empatica non sostituisce quindi quella funzionale. Può sovrapporsi a essa, darle peso e trasformare un semplice ordine operativo in una richiesta che riconosciamo come moralmente urgente.&#xA;&#xA;Che cosa fa, allora, chi sostiene che l’empatia sia un problema? Che sia addirittura il problema dell’Occidente?&#xA;&#xA;Chiede un Occidente che somigli molto a un formicaio e molto poco a una società.&#xA;&#xA;Chiede individui capaci di coordinarsi, produrre, obbedire, segnalare pericoli, distribuire risorse e svolgere funzioni, ma non di percepire davvero lo stato degli altri. Un sistema perfettamente organizzato, nel quale ciascuno reagisce ai segnali che riceve e massimizza la propria funzione di utilità, senza che la sofferenza altrui debba necessariamente significare qualcosa.&#xA;&#xA;Non occorre nemmeno tornare indietro di qualche miliardo di anni, come specie. Basta rinunciare a una parte considerevole di ciò che ha reso possibili le società dei mammiferi superiori: il riconoscimento individuale, i legami personali, la cura, la protezione reciproca e la capacità di modificare il proprio comportamento perché un altro individuo soffre.&#xA;&#xA;Il risultato non sarebbe una società più razionale. Sarebbe una struttura più semplice: efficiente, coordinata e possibilmente feroce, proprio perché priva di tutto ciò che impedisce di trattare gli individui come componenti intercambiabili.&#xA;&#xA;Ed è significativo che i robot possano già funzionare in questo modo. Uno sciame di droni può coordinarsi, reagire alle perdite, redistribuire i compiti e continuare la missione senza provare nulla per il drone abbattuto. Una macchina può riconoscere un segnale, inserirlo nella propria funzione di utilità e scegliere la risposta migliore senza rappresentarsi alcuna sofferenza.&#xA;&#xA;Per questo un simile desiderio si inserisce tanto bene in certe ideologie transumaniste: non perché il transumanesimo implichi necessariamente l’abolizione dell’empatia, ma perché offre il vocabolario perfetto per descrivere l’uomo come un sistema da ottimizzare.&#xA;&#xA;Se l’essere umano viene ridotto a un agente che riceve segnali, calcola utilità e produce risposte, allora l’empatia appare facilmente come rumore, inefficienza o errore di progettazione.&#xA;&#xA;Il problema è che, eliminato quel presunto errore, non avete perfezionato la società.&#xA;&#xA;Avete costruito un formicaio.&#xA;&#xA;br&#xA;La cosa più assurda è che questa richiesta di abolire l’empatia viene formulata, quasi sempre, attraverso una richiesta di empatia.&#xA;&#xA;Il fascistoide che mi ordina di non essere empatico — e ricordo sempre che il contrario di «buonista» è «pezzo di merda» — contemporaneamente pretende che io provi empatia per Pamela Mastropietro.&#xA;&#xA;Ora, la domanda è semplice: se l’Occidente deve finalmente liberarsi dell’empatia, per quale cazzo di motivo dovrei provare empatia per Pamela?&#xA;&#xA;Non è possibile chiedermi di commuovermi per lei e, nello stesso momento, ordinarmi di non provare nulla per una ragazza della stessa età violentata, torturata o uccisa in un campo di detenzione libico.&#xA;&#xA;Se l’empatia è un difetto, allora deve esserlo anche quando la vittima è italiana, bianca e mediaticamente utile. Se invece Pamela merita la mia empatia perché era una persona, allora la merita anche la ragazza eritrea, somala o nigeriana violentata in Libia.&#xA;&#xA;Non potete sostenere entrambe le cose.&#xA;&#xA;Quello che viene richiesto, infatti, non è di eliminare l’empatia. È di sostituirla con una funzione di classificazione.&#xA;&#xA;Alcune vittime devono produrre una reazione, altre no. Alcune sofferenze devono essere percepite come urgenti, altre devono essere scartate come irrilevanti. Non perché siano diverse nella loro natura, ma perché il sistema assegna loro un valore differente.&#xA;&#xA;Ed eccoci di nuovo al formicaio.&#xA;&#xA;Alcune formiche appartengono al formicaio, altre no. Alcune portano il segnale corretto, altre quello del nemico. Alcune vanno protette, altre respinte, eliminate o lasciate morire. Non serve comprendere il loro dolore, perché il dolore non entra nel calcolo. Entra soltanto la categoria.&#xA;&#xA;Bianca: vittima.&#xA;Nera: minaccia.&#xA;&#xA;Questa non è empatia selettiva, perché l’empatia richiede di percepire lo stato dell’altro come individuo.&#xA;&#xA;Qui l’individuo scompare del tutto. Rimane soltanto l’etichetta, e all’etichetta viene associata una risposta automatica.&#xA;&#xA;Il fascistoide, quindi, non mi sta chiedendo di diventare meno emotivo, più razionale o più efficiente.&#xA;&#xA;Mi sta chiedendo di funzionare come una formica.&#xA;&#xA;E, di riflesso, sta chiedendo alla società intera di funzionare come un formicaio.&#xA;&#xA;O, se preferite, come uno swarm di droni.&#xA;&#xA;Non è nemmeno un paragone particolarmente fantasioso: nella robotica di sciame si usano molto spesso proprio gli insetti sociali come modello. Formiche, api e termiti mostrano come sia possibile ottenere un comportamento collettivo complesso a partire da agenti relativamente semplici, ciascuno dei quali segue regole locali, reagisce a pochi segnali e non possiede una rappresentazione completa dell’intero sistema.&#xA;&#xA;Lo sciame si coordina, si distribuisce, aggira gli ostacoli, redistribuisce i compiti e continua a funzionare anche quando perde alcuni elementi. Ma non perché i singoli droni comprendano gli altri. Funziona perché ogni unità riconosce un segnale, lo inserisce nella propria funzione di utilità e produce la risposta prevista.&#xA;&#xA;È precisamente questo il modello sociale che si ottiene quando si sostituisce l’empatia con la classificazione.&#xA;&#xA;Non individui che percepiscono lo stato degli altri, ma unità che riconoscono categorie. Non persone che comprendono la sofferenza, ma agenti che reagiscono a un’etichetta. Non una società, ma un sistema distribuito nel quale alcune unità vengono protette e altre respinte perché così prescrive la funzione.&#xA;&#xA;Il fascistoide non sta soltanto chiedendo a me di comportarmi come una formica.&#xA;&#xA;Sta chiedendo alla società di diventare uno swarm di droni. O di nuovo, un formicaio.&#xA;&#xA;Ma lo swarm di droni, come esempio, spiega come mai ad una setta di transumanisti la cosa sembra attraente ed auspicabile.&#xA;&#xA;L’altro fenomeno che noto, e che possiede alcune caratteristiche delle psicosi di massa, è la richiesta di produrre una risposta collettiva davanti a problemi immaginari.&#xA;&#xA;Il meccanismo, dopo quanto detto, dovrebbe essere abbastanza chiaro.&#xA;&#xA;Quando emettiamo un segnale funzionale, come quando mettiamo la freccia a un incrocio, non stiamo dicendo nulla sullo stato degli occupanti dell’automobile. Stiamo semplicemente comunicando un’azione: svolteremo a destra, svolteremo a sinistra, cambieremo corsia. Gli altri automobilisti ricevono questa informazione, la inseriscono nella propria funzione di utilità e modificano di conseguenza il proprio comportamento.&#xA;&#xA;L’ambulanza, invece, trasmette entrambe le cose. La sirena contiene una richiesta funzionale — liberate la strada, perché questo veicolo deve arrivare il prima possibile — ma permette anche di inferire lo stato di un individuo: qualcuno è ferito, sta male o si trova comunque in una situazione abbastanza grave da richiedere un intervento urgente.&#xA;&#xA;Contiene quindi sia una funzione di utilità sia una richiesta di empatia.&#xA;&#xA;Nel formicaio, invece, il segnale di allarme non deve necessariamente contenere alcuna rappresentazione dello stato di un’altra formica. Una formica incontra un pericolo, emette un feromone d’allarme e le altre reagiscono: fuggono, diventano aggressive, raggiungono il punto dal quale proviene il segnale oppure mettono in atto altre risposte difensive. Il segnale può propagarsi rapidamente attraverso la colonia e produrre una reazione collettiva, senza che ciascuna formica debba osservare direttamente la minaccia.&#xA;&#xA;La formica che riceve il segnale non sa necessariamente che, da quella parte, qualcuno ci abbia lasciato le penne. Non sa se un’altra formica sia stata ferita, mutilata o uccisa. Non riceve la rappresentazione della sofferenza di un individuo.&#xA;&#xA;Riceve soltanto: pericolo.&#xA;&#xA;E il punto decisivo è che può reagire a quel segnale senza verificarne personalmente la causa. Il sistema è costruito proprio per questo: una risposta immediata e coordinata è spesso più utile di una lenta indagine individuale. L’allarme può persino produrre comportamenti relativamente stereotipati, benché la loro intensità possa essere modulata dal contesto, dall’esperienza e dallo stato della formica che lo riceve.&#xA;&#xA;https://dictionary.apa.org/collective-hysteria&#xA;&#xA;https://applications.emro.who.int/dsaf/epi/2012/epi\monitor\2012\5\22.pdf&#xA;&#xA;https://iris.who.int/bitstreams/2c064608-d15c-4748-8e10-01aac35e072e/download&#xA;&#xA;https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC543940/&#xA;&#xA;https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3536509/&#xA;&#xA;br&#xA;Ma ciò significa anche che, una volta separato il segnale dall’esperienza diretta del pericolo, diventa possibile produrre un segnale di pericolo cieco.&#xA;&#xA;Non occorre mostrare una formica morta. Non occorre mostrare una formica ferita. Non occorre nemmeno che il pericolo esista davvero. È sufficiente immettere nel sistema il segnale corretto.&#xA;&#xA;La colonia reagirà non alla sofferenza osservata di un individuo, ma alla classificazione astratta di una situazione: pericolo, nemico, invasore.&#xA;&#xA;Ed è proprio questo che accade quando una società rinuncia all’empatia e comincia a funzionare come un formicaio. Se nessuno deve più percepire lo stato reale degli individui coinvolti, allora non serve più dimostrare che qualcuno abbia sofferto, che qualcuno sia stato ferito o che una minaccia abbia prodotto vittime reali.&#xA;&#xA;Basta emettere il segnale.&#xA;&#xA;Emergenza.&#xA;&#xA;Invasione.&#xA;&#xA;Sostituzione etnica.&#xA;&#xA;Bambini minacciati.&#xA;&#xA;Occidente sotto attacco.&#xA;&#xA;Crescita del crimine.&#xA;&#xA;Una volta ricevuto il feromone politico, la popolazione non deve osservare, verificare o pensare.&#xA;&#xA;Deve soltanto riconoscere la categoria e produrre la risposta collettiva prevista.&#xA;Il vantaggio del formicaio, per chi controlla i segnali, è esattamente questo: per creare un pericolo non serve più creare il pericolo.&#xA;&#xA;Basta crearne il feromone.&#xA;&#xA;E poiche&#39; si comportano come formiche o insetti, tanto basta. Mi e&#39; capitato di sentir chiamare &#34;iper razionalismo&#34; il fatto di andare a cercare&#xA;se sotto il segnale ci sia qualcosa di vero.&#xA;&#xA;Un esempio recentissimo è la questione di Ceuta.&#xA;&#xA;Ceuta è una città spagnola e, politicamente, territorio dell’Unione europea. Geograficamente, però, si trova nel continente africano, sulla costa settentrionale dell’Africa e al confine con il Marocco.&#xA;&#xA;Chi attraversa il confine marocchino ed entra a Ceuta entra quindi in territorio spagnolo ed europeo dal punto di vista politico e giuridico, ma non viene magicamente teletrasportato sul continente europeo. Rimane fisicamente in Africa.&#xA;&#xA;È una distinzione piuttosto semplice, eppure sembra essere scomparsa quasi completamente dal dibattito.&#xA;&#xA;Alla fine di luglio del 2026 sono entrate a Ceuta circa 72.000 persone. È stato un afflusso enorme per una città così piccola, sufficiente a provocarne il collasso logistico e umanitario. Ma la grande maggioranza è poi tornata in Marocco, mentre soltanto alcune migliaia sono rimaste nell’enclave. Soprattutto, nessuna massa di decine di migliaia di persone ha attraversato autonomamente lo stretto raggiungendo la Spagna continentale.&#xA;Perché questo accadesse sarebbe stato necessario organizzare navi, traghetti o aerei, oppure lasciare che quelle persone utilizzassero regolarmente i collegamenti con la penisola iberica. In altre parole, sarebbe servita una seconda operazione, completamente diversa dall’attraversamento del confine marocchino.&#xA;&#xA;Ma qualcuno ha emesso il feromone:&#xA;&#xA;«Ci stanno invadendo. Arrivano a milioni.»&#xA;&#xA;E il resto del formicaio ha reagito al segnale.&#xA;&#xA;Chiudiamo le frontiere. Sospendiamo Schengen. Fermiamo gli immigrati. Proteggiamo l’Europa. Mamma li turchi.&#xA;&#xA;Nessuno si è fermato a chiedere dove si trovassero davvero quelle persone, come avrebbero potuto raggiungere il continente europeo e quante di loro fossero effettivamente in condizione di farlo. Alcuni governi europei hanno reagito come se una massa di migranti stesse già attraversando Francia, Italia e Germania, benché la crisi fosse rimasta sostanzialmente confinata nella piccola enclave africana.&#xA;&#xA;Naturalmente, introdurre decine di migliaia di persone in una città di quelle dimensioni costituisce un problema reale per Ceuta. Se vi mandassimo un milione di profughi, otterremmo probabilmente il collasso completo della città, la perdita del controllo amministrativo e forse persino una crisi politica capace di rimetterne in discussione l’appartenenza alla Spagna.&#xA;&#xA;Ma non avremmo trasferito un milione di persone sul continente europeo.&#xA;&#xA;Avremmo trasferito un milione di persone da una parte dell’Africa a un’altra parte dell’Africa, entrando però in territorio spagnolo e dell’Unione europea. Per portarle nella penisola iberica sarebbe comunque necessario un ponte navale o aereo, organizzato, consentito oppure almeno tollerato dalle autorità spagnole.&#xA;&#xA;Dietro il segnale «milioni di persone stanno invadendo l’Europa», dunque, non esisteva il fenomeno che il segnale pretendeva di descrivere.&#xA;&#xA;Esisteva un problema locale enorme, certamente: una città congestionata, strutture di accoglienza collassate, persone morte durante l’attraversamento, minori rimasti senza sistemazione e una pressione politica esercitata attraverso il confine. Ma questo stato reale degli individui e della città è stato cancellato e sostituito con un segnale astratto:&#xA;&#xA;allarme invasione dell’Europa.&#xA;&#xA;Ed eccoci nuovamente al formicaio.&#xA;&#xA;La formica non riceve la storia di un individuo, non osserva necessariamente il danno subito da qualcuno e non verifica la natura della minaccia. Riceve un segnale di pericolo e produce la risposta associata.&#xA;&#xA;Una comunicazione sociale più complessa, invece, dovrebbe permetterci di trasmettere anche lo stato concreto degli individui coinvolti: persone intrappolate in una città africana, bambini senza alloggio, morti al confine, strutture sovraccariche, autorità incapaci di gestire l’afflusso.&#xA;&#xA;Ma questo richiederebbe di osservare la realtà.&#xA;&#xA;Il feromone politico è molto più semplice.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;L’analogia con il formicaio diventa sempre meno metaforica quando ci chiediamo quale sia il desiderata: quale modello di società abbiano in mente i nuovi tecnocrati, specialmente quelli che mescolano autoritarismo, pronatalismo e fantasie transumaniste.&#xA;&#xA;Un formicaio non è composto da individui equivalenti che scelgono liberamente il proprio ruolo. È una struttura fondata sulla divisione biologica e funzionale del lavoro. Le categorie precise cambiano da specie a specie, ma lo schema generale è abbastanza riconoscibile.&#xA;&#xA;Ci sono le operaie, che raccolgono il cibo, costruiscono, riparano, puliscono e mantengono in vita la colonia. Lavorano, insomma. E se crepano, il formicaio le sostituisce.&#xA;In alcune specie esistono poi operaie specializzate nella difesa, quelle che normalmente chiamiamo soldati: proteggono la colonia, combattono gli altri formicai e reagiscono alle minacce esterne. La repressione interna, quando esiste, non è necessariamente affidata a una vera casta militare: può essere esercitata da altre operaie mediante aggressioni, controllo della riproduzione e distruzione delle uova non autorizzate. Ma, per il formicaio, la distinzione è secondaria: esistono comunque meccanismi che eliminano o neutralizzano gli individui il cui comportamento contrasta con la funzione collettiva.&#xA;Ci sono quindi le nutrici, cioè operaie che accudiscono le larve, alimentano la regina e mantengono l’ambiente nel quale viene prodotta la generazione successiva.&#xA;Infine ci sono gli individui riproduttivi, soprattutto la regina, che genera gran parte o tutta la nuova popolazione della colonia. Non governa nel senso umano del termine: non emette decreti e non presiede consigli di amministrazione. Ma occupa il centro biologico del sistema, perché la continuità del formicaio dipende dalla sua capacità riproduttiva.&#xA;&#xA;Ora osservate il mondo immaginato da una parte dei nuovi oligarchi tecnologici.&#xA;&#xA;Ci sono le operaie: la working class, incaricata di produrre beni, servizi, dati, consegne, contenuti e valore economico. Deve lavorare, possibilmente senza interrompersi, e se un individuo viene consumato o espulso dal sistema ne arriverà un altro.&#xA;Ci sono i militari: poliziotti, soldati, apparati di sicurezza, sorveglianza privata e sistemi automatici incaricati di proteggere il perimetro, contenere gli altri formicai e reprimere chi ostacola il funzionamento della colonia.&#xA;Ci sono le nutrici: le donne alle quali viene nuovamente assegnato il compito sociale di produrre, allevare e mantenere la generazione successiva, mentre l’ideologia pronatalista spiega loro che la maternità non è più una scelta individuale, ma una responsabilità verso la civiltà, la nazione o il patrimonio genetico del gruppo.&#xA;E poi ci sono loro: gli oligarchi, collocati al vertice economico e tecnologico del sistema, ossessionati dalla continuità della propria stirpe e convinti che il proprio materiale genetico costituisca una risorsa da moltiplicare.&#xA;&#xA;Non è soltanto una caricatura. Elon Musk ha fatto del crollo demografico uno dei propri temi politici ricorrenti e ha almeno quattordici figli pubblicamente conosciuti. Pavel Durov sostiene invece di essere il padre biologico di oltre cento bambini, in gran parte concepiti attraverso donazioni di sperma, e ha dichiarato che tutti potranno concorrere alla sua eredità. Intorno a questi personaggi esiste ormai un ambiente pronatalista della Silicon Valley che finanzia tecnologie riproduttive e tratta la natalità come un problema ingegneristico da risolvere attraverso selezione, capitale e pianificazione.&#xA;&#xA;La corrispondenza non è perfetta, naturalmente. Nessuna analogia biologica lo è. Gli oligarchi non sono regine-formica, le madri non costituiscono una casta anatomica e i poliziotti non possiedono mandibole specializzate.&#xA;&#xA;Ma l’architettura mentale è impressionante.&#xA;&#xA;Una massa produttiva intercambiabile.&#xA;&#xA;Un apparato armato che protegge il sistema.&#xA;&#xA;Una classe incaricata della riproduzione e dell’allevamento.&#xA;&#xA;E, al centro, individui ricchissimi convinti che il futuro abbia bisogno soprattutto del loro denaro, delle loro macchine e dei loro geni.&#xA;&#xA;Non stanno immaginando una società composta da persone.&#xA;&#xA;Stanno progettando una colonia.&#xA;&#xA;Una colonia di insetti.&#xA;&#xA;***&#xA;&#xA;br&#xA;Con la sola, piccola distinzione che il comportamento di questi insetti viene normalmente chiamato &#34;psicosi di massa&#34;, ma se giudicassimo la popolazione umana in questo periodo, noteremmo&#xA;di sicuro delle meccaniche piu&#39; tipiche dei formicai, che delle societa&#39;.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;br&#xA;br&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono due componenti del sistema cognitivo umano che, negli ultimi anni, vengono manipolate in maniera criminale. La prima riguarda quelle che, con una definizione forse poco rigorosa ma intuitivamente efficace, chiamerei <strong>psicosi di massa</strong>. E in questo campo i russi sono esperti: non necessariamente perché siano sempre loro a produrle, ma perché la popolazione russa ha vissuto immersa in una realtà delirante per almeno tre generazioni, durante tutto il periodo comunista, e poi non ne è mai uscita davvero.</p>

<p>Personalmente dubito che riuscirà a farlo in tempi brevi. Non perché esista qualche inesistente malattia mentale iscritta nel DNA dei russi, naturalmente, ma perché ormai il meccanismo si trasmette come se fosse congenito: attraverso la famiglia, la scuola, il linguaggio, il rapporto con l’autorità e la rappresentazione permanente di un mondo esterno ostile.</p>

<p>Chi nasce e cresce dentro una casa russa eredita spesso una struttura cognitiva già deformata dalle generazioni precedenti. I bambini nascono fottuti: non biologicamente, ma perché vengono consegnati, sin dalla nascita, a un ambiente che insegna loro a considerare normale la menzogna, inevitabile la violenza e pericolosa qualsiasi versione della realtà che non provenga dall’autorità.</p>

<p>La seconda operazione di PsyOps attualmente in corso, e forse ancora più criminale, consiste invece nel convincere una parte della popolazione occidentale che il principale problema dell’Occidente sia l’empatia.</p>

<p>Il primo punto da capire è semplice: esistono specie animali fortemente sociali e specie molto meno sociali.</p>

<p>Se prendiamo alcuni individui appartenenti a una specie poco sociale e li confiniamo in uno spazio ristretto, può anche succedere che riescano a convivere. Questo, però, non significa necessariamente che abbiano formato una comunità: significa soltanto che, in quelle condizioni, si tollerano.</p>

<p>Se uno di loro muore o viene ucciso, la reazione degli altri può essere limitata, individuale o puramente difensiva. Non esiste necessariamente un gruppo che interpreti la morte del singolo come un attacco rivolto all’intera comunità.</p>

<p>In una specie fortemente sociale, invece, il singolo non è semplicemente un animale che si trova accanto agli altri. È parte di una struttura fatta di alleanze, gerarchie, cooperazione e dipendenze reciproche.</p>

<p>Se attaccate un lupo appartenente a un branco, quindi, non state necessariamente affrontando soltanto quel lupo: state interferendo con una struttura sociale capace di reagire collettivamente. Se invece uccidete un individuo appartenente a una specie scarsamente sociale, non potete aspettarvi automaticamente che gli altri rischino la vita per vendicarlo.</p>

<p>Detto in maniera meno zoologicamente elegante: <strong>agli altri potrebbe non fregare un cazzo.</strong></p>

<p>E questa caratteristica, che noi chiameremmo mancanza di empatia, non è affatto scollegata dalla socievolezza. Ma occorre intendersi su cosa significhi davvero essere una specie sociale.
Non basta che molti individui vivano insieme, cooperino o formino una struttura efficiente. Le formiche sono perfettamente organizzate: costruiscono colonie, suddividono il lavoro, allevano la prole, difendono il formicaio e sacrificano il singolo quando serve. Eppure non abbiamo bisogno di attribuire loro empatia per spiegare tutto questo. Il comportamento della colonia può emergere da regole relativamente semplici, segnali chimici, risposte automatiche e meccanismi di auto-organizzazione.</p>

<p>Una colonia può quindi essere organizzata senza essere, nel senso che interessa qui, una società di individui.</p>

<p>La differenza appare quando osserviamo la natura dei rapporti tra i suoi membri. In una struttura organizzata, gli individui possono essere sostituibili: <strong>ciò che conta è la funzione che svolgono.</strong> In una società, invece, gli individui si riconoscono, formano legami differenti, ricordano le interazioni precedenti <strong>e modificano il proprio comportamento in base allo stato “emotivo” e all’identità degli altri.</strong></p>

<p>È a questo livello che cominciano ad apparire i comportamenti che definiamo empatici. Non semplicemente perché aiutano il gruppo a funzionare, ma perché esiste una relazione tra individui: uno <strong>percepisce</strong> la paura, il dolore o il disagio dell’altro, e quella <strong>percezione</strong> altera il suo comportamento.</p>

<p>L’empatia, quindi, non è la colla di qualsiasi organizzazione collettiva. È una delle conseguenze possibili di una società composta da individui che intrattengono rapporti personali, riconoscibili e relativamente stabili.</p>

<p>Le formiche possono costruire un formicaio senza provare nulla per la formica che hanno accanto. Un lupo, un elefante o un primate, invece, non vive soltanto in mezzo ai propri simili: vive insieme a individui precisi, con i quali possiede una storia.</p>

<p>Organizzazione e società possono sembrare la stessa cosa, viste da lontano. Ma non appena si esamina la natura dei rapporti tra gli individui, diventano due fenomeni profondamente diversi.</p>

<p><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3497120/">https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3497120/</a></p>

<hr/>

<p><br>
Qui, però, bisogna chiarire cosa significhi davvero <strong>percepire</strong>.</p>

<p>Nelle specie sociali, la percezione dello stato altrui passa attraverso segnali: posture, movimenti, espressioni, vocalizzazioni, richiami di allarme, odori, oppure comportamenti associati al dolore, alla paura e all’aggressività. Un individuo osserva o riceve questi segnali e modifica di conseguenza il proprio comportamento.</p>

<p>Ma non tutti i sistemi di comunicazione collettiva sono dello stesso tipo.</p>

<p>Un formicaio funziona soprattutto attraverso segnali chimici, in particolare feromoni, e attraverso risposte relativamente rigide a stimoli locali. La singola formica non deve necessariamente comprendere lo stato di un’altra formica: le basta reagire al segnale. Da questa rete di reazioni elementari emerge un’organizzazione estremamente complessa.</p>

<p>Nelle società dei mammiferi superiori, invece, la percezione tende a diventare qualcosa di diverso: non soltanto la ricezione di uno stimolo, ma l’interpretazione di un segnale all’interno di un linguaggio condiviso.</p>

<p>Quel linguaggio può essere fatto di suoni, posture, espressioni, contatto fisico, odori e sequenze di comportamento. E non appartiene soltanto alla specie in astratto: spesso appartiene anche a quel particolare gruppo, perché viene appreso, raffinato e modificato attraverso la convivenza.</p>

<p>Lo vediamo nei cetacei, che possiedono repertori vocali complessi e, in alcuni casi, veri e propri dialetti di gruppo. Lo vediamo nei cani e nei lupi, nei quali posture, movimenti, vocalizzazioni e odori assumono significato all’interno di una rete stabile di rapporti. E naturalmente lo vediamo negli esseri umani, dove questa capacità raggiunge il massimo sviluppo attraverso il linguaggio simbolico.</p>

<p>La differenza, quindi, non consiste semplicemente nel fatto che un animale emetta un segnale e un altro lo riceva. Consiste nel fatto che quel segnale viene interpretato alla luce di una relazione, di una memoria comune e di un linguaggio condiviso.</p>

<p>Ed è proprio questa interpretazione a rendere possibile la percezione sociale propriamente detta.</p>

<p>A differenza di quanto accade nelle formiche, dove i segnali chimici trasmettono soprattutto un’informazione funzionale — da quella parte c’è del cibo, qui c’è un pericolo, questo percorso va seguito — o, se preferite, alimentano direttamente una funzione di utilità, nei mammiferi superiori la comunicazione trasmette spesso lo stato interno di un individuo.</p>

<p>Non soltanto, quindi, «c’è un pericolo», ma «ho paura». Non soltanto «serve del cibo», ma «ho fame». E ancora: sono sazio, sono ferito, sono aggressivo, sono disposto a giocare oppure voglio essere lasciato in pace.</p>

<p>Da questo stato gli altri individui possono poi inferire la situazione e scegliere la reazione migliore, per sé stessi oppure per il gruppo. La funzione di utilità non scompare: semplicemente, non è più contenuta direttamente nel segnale. Tra il segnale e la risposta compare un passaggio ulteriore, cioè l’interpretazione dello stato dell’altro.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Per «funzione di utilità» non intendo qui il concetto economico, ma quello usato in robotica e nei sistemi autonomi.</p>

<p>Una funzione di utilità è, in sostanza, una regola che assegna un valore ai possibili risultati di un’azione. Il sistema osserva la situazione, valuta le alternative disponibili e sceglie quella che produce il risultato migliore secondo il criterio che gli è stato assegnato.</p>

<p>Un robot aspirapolvere, per esempio, può attribuire un valore positivo alla superficie pulita e valori negativi al consumo di energia, al tempo impiegato, al rischio di urtare un ostacolo o alla possibilità di rimanere bloccato. Non deve comprendere cosa significhi «pulito», né provare soddisfazione quando ha finito: gli basta confrontare i risultati possibili e scegliere l’azione che massimizza la propria funzione di utilità.</p>

<p>Lo stesso principio vale in sistemi molto più complessi, come uno sciame di droni.</p>

<p>Ogni drone può ricevere poche regole locali: mantenere una certa distanza dagli altri, evitare collisioni, non uscire dall’area assegnata, conservare energia, coprire una zona ancora inesplorata, mantenere il collegamento radio oppure seguire il movimento medio dei droni vicini.</p>

<p>Il singolo drone non deve necessariamente possedere una rappresentazione completa dello sciame. Non deve sapere quale sia il piano generale, né comprendere lo stato degli altri droni come farebbe un individuo empatico. Gli basta valutare le azioni disponibili secondo la propria funzione di utilità: spostarsi a destra riduce il rischio di collisione, salire migliora la copertura radio, avanzare aumenta l’area esplorata, rientrare evita di esaurire la batteria.</p>

<p>Dalla combinazione di queste decisioni locali può emergere un comportamento collettivo estremamente ordinato. Lo sciame può distribuirsi nello spazio, circondare un obiettivo, esplorare un territorio o riorganizzarsi quando uno dei droni viene perduto, senza che nessuna macchina debba «capire» le altre.</p>

<p>In un sistema composto da molti agenti, quindi, ciascun individuo può reagire a segnali semplici secondo una funzione di utilità locale. «Qui c’è un ostacolo», «qui la comunicazione è migliore», «questa zona non è ancora coperta», «il drone vicino è troppo vicino». Dall’insieme di queste reazioni può emergere una struttura collettiva molto complessa, senza che nessuno degli agenti debba rappresentarsi lo stato interno degli altri.</p>

<p>È in questo senso che un formicaio può essere perfettamente organizzato senza essere empatico. Ogni formica reagisce a segnali che modificano il valore delle azioni disponibili: seguire una pista, abbandonarla, attaccare, fuggire, trasportare del cibo. L’efficienza della colonia nasce dalla combinazione di queste decisioni locali, non dalla comprensione reciproca degli individui.
In una società empatica, invece, il segnale non modifica soltanto la convenienza di un’azione. Trasmette anche qualcosa sullo stato di un altro individuo: ha paura, soffre, è affamato, è tranquillo, è ostile. Chi riceve il segnale deve riconoscere quello stato, interpretarlo e decidere come reagire.</p>

<p>La differenza è quindi questa: in una specie organizzata il segnale entra direttamente nella funzione di utilità; in una specie empatica, tra il segnale e la decisione compare la rappresentazione dello stato dell’altro.</p>

<p>Uno sciame può perdere un drone e riorganizzarsi perfettamente. Ma non lo fa perché agli altri droni dispiaccia.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Un esempio ancora più semplice è quello della freccia a un incrocio.</p>

<p>Quando azionate l’indicatore di direzione, state comunicando agli altri automobilisti quale azione avete deciso di compiere: girare a destra, girare a sinistra oppure cambiare corsia. Non state trasmettendo uno stato interiore. Non state dicendo «ho paura», «sono in difficoltà» oppure «sono irritato». State annunciando una scelta operativa.</p>

<p>Se alla guida ci fosse un robot, descriveremmo quella scelta proprio attraverso una funzione di utilità. Il robot valuta le alternative — proseguire, svoltare, fermarsi, cambiare corsia — attribuisce a ciascuna un valore sulla base della destinazione, del traffico, della sicurezza, del tempo di percorrenza e delle regole stradali, quindi sceglie l’azione che considera migliore.</p>

<p>La freccia comunica agli altri il risultato di quel calcolo: «fra le azioni possibili, quella che ho scelto è svoltare a destra».</p>

<p>Gli altri veicoli non devono sapere perché quella scelta sia conveniente per voi. Non devono conoscere la vostra destinazione, sapere se siete in ritardo o comprendere il vostro stato mentale. Devono soltanto ricevere il segnale, aggiornare la propria valutazione della situazione e scegliere a loro volta l’azione più utile: rallentare, aspettare, lasciare spazio oppure proseguire.</p>

<p>È una comunicazione perfettamente funzionale, capace di coordinare molti individui senza richiedere alcuna empatia. Ogni automobilista segnala l’azione che intende compiere, gli altri incorporano quel segnale nella propria funzione di utilità e il traffico, almeno teoricamente, si organizza.</p>

<p>Una società empatica comunica anche altro. Non soltanto «sto per girare», ma «ho paura», «sto soffrendo», «sono stanco», «ho bisogno di aiuto». Nel primo caso il segnale descrive un’azione prevista; nel secondo rende percepibile lo stato di un individuo.</p>

<p>In realtà, nemmeno nel traffico trasmettiamo sempre e soltanto segnali di utilità, anche se sul confine tra le due cose si potrebbe discutere a lungo.</p>

<p>Un’ambulanza, per esempio, comunica certamente un’informazione funzionale: deve passare, gli altri veicoli devono liberare la strada, il tempo ha un valore critico. Ma insieme comunica anche lo stato di qualcuno: a bordo c’è una persona ferita, malata o comunque in una condizione abbastanza grave da giustificare la sospensione temporanea delle normali regole del traffico.</p>

<p>Lo stesso vale, almeno in parte, per la polizia o per i vigili del fuoco. Il segnale dice che un mezzo deve arrivare rapidamente da qualche parte, ma lascia anche inferire che esista un’emergenza: qualcuno è in pericolo, qualcosa sta bruciando, oppure si è verificato un evento che richiede un intervento immediato.</p>

<p>Il segnale, quindi, possiede due livelli. Il primo è puramente operativo: «spostati, devo passare». Il secondo rende percepibile una condizione altrui: «qualcuno ha bisogno di aiuto».</p>

<p>Ed è significativo che il secondo livello rafforzi il primo. Non lasciamo passare un’ambulanza soltanto perché il codice della strada ce lo impone, ma anche perché comprendiamo, almeno in astratto, che il ritardo potrebbe peggiorare la sofferenza o mettere in pericolo la vita di un altro individuo.</p>

<p>La comunicazione empatica non sostituisce quindi quella funzionale. Può sovrapporsi a essa, darle peso e trasformare un semplice ordine operativo in una richiesta che riconosciamo come moralmente urgente.</p>

<hr/>

<p>Che cosa fa, allora, chi sostiene che l’empatia sia un problema? Che sia addirittura <strong>il</strong> problema dell’Occidente?</p>

<p>Chiede un Occidente <strong>che somigli molto a un formicaio e molto poco a una società.</strong></p>

<p>Chiede individui capaci di coordinarsi, produrre, obbedire, segnalare pericoli, distribuire risorse e svolgere funzioni, ma non di percepire davvero lo stato degli altri. Un sistema perfettamente organizzato, nel quale ciascuno reagisce ai segnali che riceve e massimizza la propria funzione di utilità, <strong>senza che la sofferenza altrui debba necessariamente significare qualcosa.</strong></p>

<p>Non occorre nemmeno tornare indietro di qualche miliardo di anni, come specie. Basta rinunciare a una parte considerevole di ciò che ha reso possibili le società dei mammiferi superiori: <em>il riconoscimento individuale, i legami personali, la cura, la protezione reciproca e la capacità di modificare il proprio comportamento perché un altro individuo soffre.</em></p>

<p>Il risultato non sarebbe una società più razionale. Sarebbe una struttura più semplice: efficiente, coordinata e possibilmente feroce, proprio perché priva di tutto ciò che impedisce di trattare gli individui come componenti intercambiabili.</p>

<p>Ed è significativo che i robot possano già funzionare in questo modo. Uno sciame di droni può coordinarsi, reagire alle perdite, redistribuire i compiti e continuare la missione senza provare nulla per il drone abbattuto. Una macchina può riconoscere un segnale, inserirlo nella propria funzione di utilità e scegliere la risposta migliore senza rappresentarsi alcuna sofferenza.</p>

<p>Per questo un simile desiderio si inserisce tanto bene in certe ideologie transumaniste: non perché il transumanesimo implichi necessariamente l’abolizione dell’empatia, <strong>ma perché offre il vocabolario perfetto per descrivere l’uomo come un sistema da ottimizzare.</strong></p>

<p>Se l’essere umano viene ridotto a un agente che riceve segnali, calcola utilità e produce risposte, allora l’empatia appare facilmente come rumore, inefficienza o errore di progettazione.</p>

<p>Il problema è che, eliminato quel presunto errore, non avete perfezionato la società.</p>

<h2 id="avete-costruito-un-formicaio">Avete costruito un formicaio.</h2>

<hr/>

<p><br>
La cosa più assurda è che questa richiesta di abolire l’empatia viene formulata, quasi sempre, attraverso una richiesta di empatia.</p>

<p>Il fascistoide che mi ordina di non essere empatico — e ricordo sempre che il contrario di «buonista» è «pezzo di merda» — contemporaneamente pretende che io provi empatia per Pamela Mastropietro.</p>

<p>Ora, la domanda è semplice: se l’Occidente deve finalmente liberarsi dell’empatia, per quale cazzo di motivo dovrei provare empatia per Pamela?</p>

<p>Non è possibile chiedermi di commuovermi per lei e, nello stesso momento, ordinarmi di non provare nulla per una ragazza della stessa età violentata, torturata o uccisa in un campo di detenzione libico.</p>

<p>Se l’empatia è un difetto, allora deve esserlo anche quando la vittima è italiana, bianca e mediaticamente utile. Se invece Pamela merita la mia empatia perché era una persona, allora la merita anche la ragazza eritrea, somala o nigeriana violentata in Libia.</p>

<p>Non potete sostenere entrambe le cose.</p>

<p>Quello che viene richiesto, infatti, non è di eliminare l’empatia. È di sostituirla con una funzione di classificazione.</p>

<p>Alcune vittime devono produrre una reazione, altre no. Alcune sofferenze devono essere percepite come urgenti, altre devono essere scartate come irrilevanti. Non perché siano diverse nella loro natura, ma perché il sistema assegna loro un valore differente.</p>

<p>Ed eccoci di nuovo al formicaio.</p>

<p>Alcune formiche appartengono al formicaio, altre no. Alcune portano il segnale corretto, altre quello del nemico. Alcune vanno protette, altre respinte, eliminate o lasciate morire. Non serve comprendere il loro dolore, perché il dolore non entra nel calcolo. Entra soltanto la categoria.</p>

<p>Bianca: vittima.
Nera: minaccia.</p>

<p>Questa non è empatia selettiva, perché l’empatia richiede di percepire lo stato dell’altro come individuo.</p>

<p>Qui l’individuo scompare del tutto. Rimane soltanto l’etichetta, e all’etichetta viene associata una risposta automatica.</p>

<p>Il fascistoide, quindi, non mi sta chiedendo di diventare meno emotivo, più razionale o più efficiente.</p>

<h2 id="mi-sta-chiedendo-di-funzionare-come-una-formica"><strong>Mi sta chiedendo di funzionare come una formica.</strong></h2>

<p>E, di riflesso, sta chiedendo alla società intera di funzionare come un formicaio.</p>

<p>O, se preferite, come uno swarm di droni.</p>

<p>Non è nemmeno un paragone particolarmente fantasioso: nella robotica di sciame si usano molto spesso proprio gli insetti sociali come modello. Formiche, api e termiti mostrano come sia possibile ottenere un comportamento collettivo complesso a partire da agenti relativamente semplici, ciascuno dei quali segue regole locali, reagisce a pochi segnali e non possiede una rappresentazione completa dell’intero sistema.</p>

<p>Lo sciame si coordina, si distribuisce, aggira gli ostacoli, redistribuisce i compiti e continua a funzionare anche quando perde alcuni elementi. Ma non perché i singoli droni comprendano gli altri. Funziona perché ogni unità riconosce un segnale, lo inserisce nella propria funzione di utilità e produce la risposta prevista.</p>

<p>È precisamente questo il modello sociale che si ottiene quando si sostituisce l’empatia con la classificazione.</p>

<p>Non individui che percepiscono lo stato degli altri, ma unità che riconoscono categorie. Non persone che comprendono la sofferenza, ma agenti che reagiscono a un’etichetta. Non una società, ma un sistema distribuito nel quale alcune unità vengono protette e altre respinte perché così prescrive la funzione.</p>

<p>Il fascistoide non sta soltanto chiedendo a me di comportarmi come una formica.</p>

<h2 id="sta-chiedendo-alla-società-di-diventare-uno-swarm-di-droni-o-di-nuovo-un-formicaio"><strong>Sta chiedendo alla società di diventare uno swarm di droni. O di nuovo, un formicaio.</strong></h2>

<p>Ma lo swarm di droni, come esempio, spiega come mai ad una setta di transumanisti la cosa sembra attraente ed auspicabile.</p>

<hr/>

<p>L’altro fenomeno che noto, e che possiede alcune caratteristiche delle psicosi di massa, è la richiesta di produrre una risposta collettiva davanti a problemi immaginari.</p>

<p>Il meccanismo, dopo quanto detto, dovrebbe essere abbastanza chiaro.</p>

<p>Quando emettiamo un segnale funzionale, come quando mettiamo la freccia a un incrocio, non stiamo dicendo nulla sullo stato degli occupanti dell’automobile. Stiamo semplicemente comunicando un’azione: svolteremo a destra, svolteremo a sinistra, cambieremo corsia. Gli altri automobilisti ricevono questa informazione, la inseriscono nella propria funzione di utilità e modificano di conseguenza il proprio comportamento.</p>

<p>L’ambulanza, invece, trasmette entrambe le cose. La sirena contiene una richiesta funzionale — liberate la strada, perché questo veicolo deve arrivare il prima possibile — ma permette anche di inferire lo stato di un individuo: qualcuno è ferito, sta male o si trova comunque in una situazione abbastanza grave da richiedere un intervento urgente.</p>

<p>Contiene quindi sia una funzione di utilità sia una richiesta di empatia.</p>

<p>Nel formicaio, invece, il segnale di allarme non deve necessariamente contenere alcuna rappresentazione dello stato di un’altra formica. Una formica incontra un pericolo, emette un feromone d’allarme e le altre reagiscono: fuggono, diventano aggressive, raggiungono il punto dal quale proviene il segnale oppure mettono in atto altre risposte difensive. Il segnale può propagarsi rapidamente attraverso la colonia e produrre una reazione collettiva, senza che ciascuna formica debba osservare direttamente la minaccia.</p>

<p>La formica che riceve il segnale non sa necessariamente che, da quella parte, qualcuno ci abbia lasciato le penne. Non sa se un’altra formica sia stata ferita, mutilata o uccisa. Non riceve la rappresentazione della sofferenza di un individuo.</p>

<p>Riceve soltanto: <strong>pericolo</strong>.</p>

<p>E il punto decisivo è che può reagire a quel segnale senza verificarne personalmente la causa. Il sistema è costruito proprio per questo: una risposta immediata e coordinata è spesso più utile di una lenta indagine individuale. L’allarme può persino produrre comportamenti relativamente stereotipati, benché la loro intensità possa essere modulata dal contesto, dall’esperienza e dallo stato della formica che lo riceve.</p>

<p><a href="https://dictionary.apa.org/collective-hysteria">https://dictionary.apa.org/collective-hysteria</a></p>

<p><a href="https://applications.emro.who.int/dsaf/epi/2012/epi_monitor_2012_5_22.pdf">https://applications.emro.who.int/dsaf/epi/2012/epi_monitor_2012_5_22.pdf</a></p>

<p><a href="https://iris.who.int/bitstreams/2c064608-d15c-4748-8e10-01aac35e072e/download">https://iris.who.int/bitstreams/2c064608-d15c-4748-8e10-01aac35e072e/download</a></p>

<p><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC543940/">https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC543940/</a></p>

<p><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3536509/">https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3536509/</a></p>

<p><br>
Ma ciò significa anche che, una volta separato il segnale dall’esperienza diretta del pericolo, diventa possibile produrre un <strong>segnale di pericolo cieco</strong>.</p>

<p>Non occorre mostrare una formica morta. Non occorre mostrare una formica ferita. Non occorre nemmeno che il pericolo esista davvero. È sufficiente immettere nel sistema il segnale corretto.</p>

<p>La colonia reagirà non alla sofferenza osservata di un individuo, ma alla classificazione astratta di una situazione: pericolo, nemico, invasore.</p>

<p>Ed è proprio questo che accade quando una società rinuncia all’empatia e comincia a funzionare come un formicaio. Se nessuno deve più percepire lo stato reale degli individui coinvolti, allora non serve più dimostrare che qualcuno abbia sofferto, che qualcuno sia stato ferito o che una minaccia abbia prodotto vittime reali.</p>

<p>Basta emettere il segnale.</p>

<p>Emergenza.</p>

<p>Invasione.</p>

<p>Sostituzione etnica.</p>

<p>Bambini minacciati.</p>

<p>Occidente sotto attacco.</p>

<p>Crescita del crimine.</p>

<p>Una volta ricevuto il feromone politico, la popolazione non deve osservare, verificare o pensare.</p>

<p>Deve soltanto riconoscere la categoria e produrre la risposta collettiva prevista.
Il vantaggio del formicaio, per chi controlla i segnali, è esattamente questo: per creare un pericolo non serve più creare il pericolo.</p>

<p>Basta crearne il feromone.</p>

<p>E poiche&#39; si comportano come formiche o insetti, tanto basta. Mi e&#39; capitato di sentir chiamare “iper razionalismo” il fatto di andare a cercare
se sotto il segnale ci sia qualcosa di vero.</p>

<hr/>

<p>Un esempio recentissimo è la questione di Ceuta.</p>

<p>Ceuta è una città spagnola e, politicamente, territorio dell’Unione europea. Geograficamente, però, si trova nel continente africano, sulla costa settentrionale dell’Africa e al confine con il Marocco.</p>

<p>Chi attraversa il confine marocchino ed entra a Ceuta entra quindi in territorio spagnolo ed europeo dal punto di vista politico e giuridico, ma non viene magicamente teletrasportato sul continente europeo. Rimane fisicamente in Africa.</p>

<p>È una distinzione piuttosto semplice, eppure sembra essere scomparsa quasi completamente dal dibattito.</p>

<p>Alla fine di luglio del 2026 sono entrate a Ceuta circa 72.000 persone. È stato un afflusso enorme per una città così piccola, sufficiente a provocarne il collasso logistico e umanitario. Ma la grande maggioranza è poi tornata in Marocco, mentre soltanto alcune migliaia sono rimaste nell’enclave. Soprattutto, nessuna massa di decine di migliaia di persone ha attraversato autonomamente lo stretto raggiungendo la Spagna continentale.
Perché questo accadesse sarebbe stato necessario organizzare navi, traghetti o aerei, oppure lasciare che quelle persone utilizzassero regolarmente i collegamenti con la penisola iberica. In altre parole, sarebbe servita una seconda operazione, completamente diversa dall’attraversamento del confine marocchino.</p>

<p>Ma qualcuno ha emesso il feromone:</p>

<p><strong>«Ci stanno invadendo. Arrivano a milioni.»</strong></p>

<p>E il resto del formicaio ha reagito al segnale.</p>

<p>Chiudiamo le frontiere. Sospendiamo Schengen. Fermiamo gli immigrati. Proteggiamo l’Europa. Mamma li turchi.</p>

<p>Nessuno si è fermato a chiedere dove si trovassero davvero quelle persone, come avrebbero potuto raggiungere il continente europeo e quante di loro fossero effettivamente in condizione di farlo. Alcuni governi europei hanno reagito come se una massa di migranti stesse già attraversando Francia, Italia e Germania, benché la crisi fosse rimasta sostanzialmente confinata nella piccola enclave africana.</p>

<p>Naturalmente, introdurre decine di migliaia di persone in una città di quelle dimensioni costituisce un problema reale per Ceuta. Se vi mandassimo un milione di profughi, otterremmo probabilmente il collasso completo della città, la perdita del controllo amministrativo e forse persino una crisi politica capace di rimetterne in discussione l’appartenenza alla Spagna.</p>

<p>Ma non avremmo trasferito un milione di persone sul continente europeo.</p>

<p>Avremmo trasferito un milione di persone da una parte dell’Africa a un’altra parte dell’Africa, entrando però in territorio spagnolo e dell’Unione europea. Per portarle nella penisola iberica sarebbe comunque necessario un ponte navale o aereo, organizzato, consentito oppure almeno tollerato dalle autorità spagnole.</p>

<p>Dietro il segnale «milioni di persone stanno invadendo l’Europa», dunque, non esisteva il fenomeno che il segnale pretendeva di descrivere.</p>

<p>Esisteva un problema locale enorme, certamente: una città congestionata, strutture di accoglienza collassate, persone morte durante l’attraversamento, minori rimasti senza sistemazione e una pressione politica esercitata attraverso il confine. Ma questo stato reale degli individui e della città è stato cancellato e sostituito con un segnale astratto:</p>

<p><strong>allarme invasione dell’Europa.</strong></p>

<p>Ed eccoci nuovamente al formicaio.</p>

<p>La formica non riceve la storia di un individuo, non osserva necessariamente il danno subito da qualcuno e non verifica la natura della minaccia. Riceve un segnale di pericolo e produce la risposta associata.</p>

<p>Una comunicazione sociale più complessa, invece, dovrebbe permetterci di trasmettere anche lo stato concreto degli individui coinvolti: persone intrappolate in una città africana, bambini senza alloggio, morti al confine, strutture sovraccariche, autorità incapaci di gestire l’afflusso.</p>

<p>Ma questo richiederebbe di osservare la realtà.</p>

<p>Il feromone politico è molto più semplice.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>L’analogia con il formicaio diventa sempre meno metaforica quando ci chiediamo quale sia il <em>desiderata</em>: quale modello di società abbiano in mente i nuovi tecnocrati, specialmente quelli che mescolano autoritarismo, pronatalismo e fantasie transumaniste.</p>

<p>Un formicaio non è composto da individui equivalenti che scelgono liberamente il proprio ruolo. È una struttura fondata sulla divisione biologica e funzionale del lavoro. Le categorie precise cambiano da specie a specie, ma lo schema generale è abbastanza riconoscibile.</p>
<ul><li>Ci sono le <strong>operaie,</strong> che raccolgono il cibo, costruiscono, riparano, puliscono e mantengono in vita la colonia. Lavorano, insomma. E se crepano, il formicaio le sostituisce.</li>
<li>In alcune specie esistono poi operaie specializzate nella difesa, quelle che normalmente chiamiamo <strong>soldati:</strong> proteggono la colonia, combattono gli altri formicai e reagiscono alle minacce esterne. La repressione interna, quando esiste, non è necessariamente affidata a una vera casta militare: può essere esercitata da altre operaie mediante aggressioni, controllo della riproduzione e distruzione delle uova non autorizzate. Ma, per il formicaio, la distinzione è secondaria: esistono comunque meccanismi che eliminano o neutralizzano gli individui il cui comportamento contrasta con la funzione collettiva.</li>
<li>Ci sono quindi le <strong>nutrici</strong>, cioè operaie che accudiscono le larve, alimentano la regina e mantengono l’ambiente nel quale viene prodotta la generazione successiva.</li>
<li>Infine ci sono gli individui riproduttivi, soprattutto la regina, che genera gran parte o tutta la nuova popolazione della colonia. Non governa nel senso umano del termine: non emette decreti e non presiede consigli di amministrazione. Ma occupa <strong>il centro biologico</strong> del sistema, perché la continuità del formicaio dipende <strong>dalla sua capacità riproduttiva.</strong></li></ul>

<p>Ora osservate il mondo immaginato da una parte dei nuovi oligarchi tecnologici.</p>
<ul><li>Ci sono le operaie: la working class, incaricata di produrre beni, servizi, dati, consegne, contenuti e valore economico. Deve lavorare, possibilmente senza interrompersi, e se un individuo viene consumato o espulso dal sistema ne arriverà un altro.</li>
<li>Ci sono i militari: poliziotti, soldati, apparati di sicurezza, sorveglianza privata e sistemi automatici incaricati di proteggere il perimetro, contenere gli altri formicai e reprimere chi ostacola il funzionamento della colonia.</li>
<li>Ci sono le nutrici: le donne alle quali viene nuovamente assegnato il compito sociale di produrre, allevare e mantenere la generazione successiva, mentre l’ideologia pronatalista spiega loro che la maternità non è più una scelta individuale, ma una responsabilità verso la civiltà, la nazione o il patrimonio genetico del gruppo.</li>
<li>E poi ci sono loro: gli oligarchi, collocati al vertice economico e tecnologico del sistema, ossessionati dalla continuità della propria stirpe e convinti che il proprio materiale genetico costituisca una risorsa da moltiplicare.</li></ul>

<p>Non è soltanto una caricatura. Elon Musk ha fatto del crollo demografico uno dei propri temi politici ricorrenti e ha almeno quattordici figli pubblicamente conosciuti. Pavel Durov sostiene invece di essere il padre biologico di oltre cento bambini, in gran parte concepiti attraverso donazioni di sperma, e ha dichiarato che tutti potranno concorrere alla sua eredità. Intorno a questi personaggi esiste ormai un ambiente pronatalista della Silicon Valley che finanzia tecnologie riproduttive e tratta la natalità come un problema ingegneristico da risolvere attraverso selezione, capitale e pianificazione.</p>

<p>La corrispondenza non è perfetta, naturalmente. Nessuna analogia biologica lo è. Gli oligarchi non sono regine-formica, le madri non costituiscono una casta anatomica e i poliziotti non possiedono mandibole specializzate.</p>

<p>Ma l’architettura mentale è impressionante.</p>

<p>Una massa produttiva intercambiabile.</p>

<p>Un apparato armato che protegge il sistema.</p>

<p>Una classe incaricata della riproduzione e dell’allevamento.</p>

<p>E, al centro, individui ricchissimi convinti che il futuro abbia bisogno soprattutto del loro denaro, delle loro macchine e dei loro geni.</p>

<p>Non stanno immaginando una società composta da persone.</p>

<p>Stanno progettando una colonia.</p>

<h2 id="una-colonia-di-insetti">Una colonia di insetti.</h2>

<hr/>

<p><br>
Con la sola, piccola distinzione che il comportamento di questi insetti viene normalmente chiamato “psicosi di massa”, ma se giudicassimo la popolazione umana in questo periodo, noteremmo
di sicuro delle meccaniche piu&#39; tipiche dei formicai, che delle societa&#39;.</p>

<p><br>
<br>
<br>
<br></p>

<div style="text-align: left;">
  Uriel Fanelli<br>
  <br>
  --<br>
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      <guid>https://keinpfusch.net/la-societa-come-formicaio</guid>
      <pubDate>Thu, 06 Aug 2026 09:52:03 +0000</pubDate>
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      <title>Questioni cognitive.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/questioni-cognitive</link>
      <description>&lt;![CDATA[Una delle critiche più frequenti, in questi giorni, è che mi starei occupando troppo di questioni cognitive. Per esempio, dimostrando attraverso la teoria della stima statistica che non può esistere alcuna percezione individuale del livello di criminalità: quando il fenomeno osservato ha un ordine di grandezza di 0,7 casi ogni centomila abitanti, un singolo individuo dovrebbe osservare direttamente un campione casuale di circa 28 milioni di persone per ottenere la precisione e il livello di confidenza richiesti dalla stima.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Può osservare ciò che accade a lui, ai suoi conoscenti e nelle poche strade che frequenta. Tutto il resto gli arriva necessariamente attraverso racconti, selezioni giornalistiche, social network, discorsi politici e rappresentazioni collettive.&#xA;&#xA;Ma perché è così importante affrontare la questione cognitiva?&#xA;&#xA;Per capirlo possiamo ricorrere a un esempio molto più quotidiano: quello della persona che non aveva mai pensato di comprare l’oggetto X, entra nel consueto percorso guidato di IKEA e, quando ne esce, ha deciso di desiderarlo.&#xA;&#xA;La domanda che pongo è molto semplice: perché?&#xA;&#xA;Se all’ingresso non sentivate alcun bisogno di comprarlo, se non possedete quell’oggetto e magari non ne avete mai posseduto neppure uno simile, perché improvvisamente lo desiderate?&#xA;&#xA;La risposta è altrettanto semplice: perché il desiderio è (anche) cognitivo.&#xA;&#xA;In qualche modo pensate che quell’oggetto debba essere comprato perché vi aspettate di ricavarne, diciamo, «qualcosa di buono». Eppure non lo avete mai posseduto. Non sapete davvero come sarà averlo in casa, usarlo ogni giorno, pulirlo, conservarlo o scoprirne i difetti.&#xA;&#xA;In che modo, allora, potete essere certi che vi darà proprio quel «qualcosa di buono» che state cercando?&#xA;&#xA;Non mi interessa, in questo momento, stabilire come abbiate costruito quella convinzione. Può essere stato il passaparola, la logica, la pubblicità, l’imitazione, il modo in cui l’oggetto è stato esposto oppure qualche altro meccanismo.&#xA;&#xA;Il punto è che, prima di comprarlo e prima di conoscerlo davvero, avete già un’opinione su di esso. Se vogliamo, avete già un pregiudizio: una rappresentazione anticipata che vi porta a pensare all’oggetto in un certo modo e, proprio per questo, a desiderarlo.&#xA;&#xA;Questo significa che il desiderio non affonda le proprie radici soltanto nella ricerca di quel «qualcosa di buono» che attiva i meccanismi cerebrali dell’aspettativa, della motivazione e della ricompensa. Il desiderio dipende anche dall’idea che vi siete costruiti di ciò che state per ottenere.&#xA;&#xA;Il problema, insomma, è che nel desiderio è sempre coinvolta un’opinione.&#xA;&#xA;Un’opinione che deve esistere prima di conoscere davvero l’oggetto e che, proprio perché precede l’esperienza, è strutturata come un pregiudizio. È quella rappresentazione preventiva a rendere l’oggetto desiderabile.&#xA;In questo senso, quindi, il desiderio è cognitivo.&#xA;&#xA;Il pregiudizio può avere ottime ragioni — per esempio: mi serve un battibistecche per preparare le bistecche del barbecue del fine settimana — oppure può assumere la forma di un’idea piuttosto strana, come: «Ogni supercar Lamborghini si riempirà di troie da sola».&#xA;&#xA;Ma rimane il fatto che quella convinzione, sensata o delirante che sia, contribuisce a produrre il desiderio.&#xA;&#xA;Non desiderate semplicemente un oggetto. Desiderate ciò che pensate che quell’oggetto farà di voi, per voi o intorno a voi.&#xA;&#xA;Ma torniamo indietro, e riflettiamo sulle cose «percepite»: il caldo percepito, il crimine percepito, il traffico percepito e, in generale, tutto ciò che finisce per essere definito attraverso quell’aggettivo.&#xA;&#xA;La prima cosa alla quale dobbiamo pensare è che, quando diciamo «percepito», intendiamo in realtà «percepito da me».&#xA;&#xA;Il guaio è che, se proviamo a verificare quanto siamo precisi — o anche soltanto quanto potremmo esserlo — usando la fisica oppure la teoria statistica della stima, scopriamo che quei fenomeni «percepiti» non esistono come misurazioni individuali attendibili.&#xA;&#xA;Esiste certamente una sensazione. Ma quella sensazione non costituisce necessariamente una misura del fenomeno esterno.&#xA;&#xA;La componente cognitiva, cioè, prevale sulla componente informativa: ciò che pensiamo di sapere, ciò che ci aspettiamo, ciò che ricordiamo e ciò che ci è stato raccontato finisce per pesare più delle informazioni che i nostri sensi potrebbero realmente raccogliere.&#xA;&#xA;Prendiamo, per esempio, il «caldo percepito».&#xA;&#xA;In questo caso scopriamo che l’espressione ha effettivamente un fondamento fisico: quando l’umidità relativa si avvicina al 100%, l’evaporazione del sudore diventa sempre meno efficace e, quando l’aria è satura, non può più contribuire&#xA;in modo significativo alla dispersione del calore corporeo.&#xA;&#xA;Il sudore, infatti, non raffredda il corpo per il semplice fatto di essere prodotto. Lo raffredda quando evapora, sottraendo energia termica alla pelle. Se non evapora, rimane soltanto acqua calda sulla pelle e il sistema di raffreddamento smette sostanzialmente di funzionare.&#xA;&#xA;Sappiamo benissimo che l’evaporazione può modificare la temperatura misurata. Ed è proprio su questo principio che funziona lo psicrometro: si confronta la temperatura indicata da un termometro asciutto con quella indicata da un secondo termometro, il cui bulbo è avvolto in un tessuto bagnato.&#xA;&#xA;Quando l’acqua evapora, il bulbo bagnato si raffredda e indica una temperatura inferiore. Quanto maggiore è la differenza tra i due termometri, tanto più facilmente l’acqua sta evaporando e, dunque, tanto più secca è l’aria.&#xA;&#xA;Quando invece l’umidità relativa raggiunge il 100%, l’acqua non evapora più: il termometro bagnato e quello asciutto finiscono quindi per indicare la stessa temperatura.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Tuttavia, rimane un problema: il fatto che un fenomeno fisico esista non implica affatto che noi siamo capaci di percepirlo da soli, e tantomeno di misurarlo con precisione.&#xA;&#xA;È verissimo, per esempio, che in ogni momento siamo attraversati da miliardi di neutrini. Il fenomeno esiste, è reale e può essere misurato con strumenti adeguati. Ma noi non ce ne siamo mai accorti.&#xA;&#xA;Allo stesso modo, quando diciamo che «ieri la temperatura era di 37 gradi, ma se ne percepivano 39», non stiamo descrivendo una percezione reale nel senso ordinario del termine.&#xA;&#xA;Sulla temperatura di 37 gradi possiamo essere ragionevolmente sicuri, perché disponiamo di termometri precisi, tarati e ripetibili. Ma quando passiamo ai 39 gradi «percepiti», quella precisione di due gradi non appartiene alla nostra esperienza cognitiva.&#xA;&#xA;Nessun essere umano possiede un termometro interiore capace di distinguere con esattezza 38, 39 o 40 gradi apparenti. Quel numero non è stato percepito: è stato calcolato.&#xA;&#xA;Sarebbe quindi più corretto dire: «La temperatura era di 37 gradi, l’umidità relativa era del 95%, il vento aveva una certa velocità e l’irraggiamento solare era quello misurato». Questi sono dati fisici.&#xA;&#xA;Poi, sulla base di quei dati e di un modello convenzionale del corpo umano, possiamo calcolare un indice di temperatura apparente. &#xA;&#xA;Ma chiamarlo «percepito» produce l’illusione che qualcuno abbia davvero percepito proprio quel numero.&#xA;&#xA;br&#xA;Perché, onestamente, faccio fatica a capire come venga rappresentata una situazione con il 100% di umidità relativa.&#xA;&#xA;Quando l’umidità relativa raggiunge il 100%, la temperatura dell’aria coincide con il punto di rugiada. Questo non significa necessariamente che debba esserci una nebbia fitta e uniforme ovunque, ma significa che l’aria è satura.&#xA;&#xA;Di conseguenza, qualsiasi superficie anche solo leggermente più fredda dell’aria — un pezzo di metallo, un vetro, una parete o un oggetto rimasto all’ombra abbastanza a lungo — si trova sotto il punto di rugiada e comincia a coprirsi di condensa.&#xA;&#xA;La nebbia richiede anche che il vapore condensi in minuscole goccioline sospese nell’aria, in quantità sufficiente da ridurre la visibilità. Ma la saturazione rimane un fenomeno fisico assai concreto: al 100% di umidità, basta una differenza minima di temperatura perché l’acqua cominci a condensare sulle superfici.&#xA;&#xA;Morale: chi vi racconta di avere «visto» un’umidità del 100% mente, perché l’umidità relativa non si vede.&#xA;&#xA;Può averla letta su un igrometro, certamente. Può aver osservato che la temperatura dell’aria coincideva, entro la precisione degli strumenti, con il punto di rugiada. Ma non può aver percepito direttamente quel 100%, né averlo distinto a sensazione da un 97%, un 98% o un 99%.&#xA;&#xA;E soprattutto non dovrebbe raccontarlo come se il numero descrivesse un’esperienza umana precisa. Il 100% è il risultato di una misura e di una definizione fisica: non è qualcosa che il corpo umano sa leggere da solo.&#xA;&#xA;Insomma, il fenomeno può esistere, ma la sua misura non nasce dalla percezione individuale.&#xA;&#xA;E chiamarlo &#34;percepito&#34; serve solo ad inserire un pregiudizio su quello che le persone si aspettano di percepire. Il caldo &#34;percepito&#34; non e&#39; altro che un caldo &#34;cognitivo&#34;.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Non per nulla mi trovo qui in Germania, nel mezzo di un’estate relativamente mite, mentre da casa mi parlano di temperature anche dieci gradi più alte. Eppure i tedeschi stanno morendo di caldo, perché sono convinti di «percepire» un calore incredibilmente superiore.&#xA;&#xA;Ed è qui che si vede quanto possa essere potente lo strato cognitivo.&#xA;&#xA;Persino sopra qualcosa di apparentemente neutrale come un numero possiamo costruire un intero sistema di pregiudizi.&#xA;&#xA;Ventotto gradi fanno caldissimo. Trentasette gradi sono una temperatura estiva enorme. Quaranta gradi sono l’apocalisse. Non perché il corpo sappia leggere quei numeri, naturalmente, ma perché noi abbiamo già deciso che cosa debbano significare.&#xA;&#xA;Il numero non si limita a descrivere la sensazione: la prepara.&#xA;&#xA;Prima ancora di uscire di casa, sappiamo già che 28 gradi sono «troppi». E quando usciamo, interpretiamo ogni goccia di sudore, ogni momento di stanchezza e ogni stanza poco ventilata come una conferma di ciò che il numero ci aveva già annunciato.&#xA;&#xA;Abbiamo quindi costruito uno strato cognitivo di aspettative e pregiudizi persino sopra una misura astratta.&#xA;&#xA;Il termometro dice 28.&#xA;&#xA;Tutto il resto lo aggiungiamo noi.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Il problema, quando si discute di fenomeni sociali e politici, è che quello strato cognitivo non nasce da solo. È stato manipolato pesantemente, per anni, con tecniche pubblicitarie.&#xA;&#xA;Ma cosa sono, in concreto, le tecniche pubblicitarie?&#xA;&#xA;Prendiamo il problema secondo cui «ogni automobile Lamborghini sufficientemente prestigiosa si riempie automaticamente di troie».&#xA;&#xA;Si tratta di un pregiudizio interamente cognitivo. Se parlate con un ingegnere che progetta le Lamborghini, scoprite subito che la funzione di produrre troie non è mai stata implementata.&#xA;&#xA;Nell’automobile non esiste alcun apparato capace di farlo.&#xA;&#xA;Non potete quindi formulare domande tecniche precise, del tipo: «Sì, ma quante troie al chilometro produce?», oppure: «Quante troie al litro?». Non esiste una curva di rendimento, non esiste una portata nominale e non esiste una scheda tecnica che riporti il numero di troie generate per unità di carburante.&#xA;&#xA;Tantomeno potete usare questa caratteristica come parametro di qualità. Non potete chiedere a un ingegnere della Lamborghini quale sarà la qualità delle troie prodotte, quale sarà la loro età media o quale classe di emissioni rispetteranno. Quest&#39;ultima domanda, veramente cruciale.&#xA;&#xA;La funzione, semplicemente, non esiste.&#xA;&#xA;Tuttavia, se la pubblicità prende un’automobile — e no, so benissimo che Lamborghini non si pubblicizza attraverso normali spot televisivi — e continua a rappresentarla con a bordo un ragazzo giovane e una pila di troie in bikini, mentre tutti insieme si dirigono verso una festa sulla spiaggia, allora sull’automobile viene costruito uno strato cognitivo molto pesante.&#xA;&#xA;A quel punto una parte del desiderio non deriva più dalle caratteristiche dell’oggetto: motore, accelerazione, tenuta di strada, materiali o progettazione.&#xA;&#xA;Deriva dal pregiudizio secondo cui: «Se possedessi quell’automobile, avrei una mia sorgente privata di troie».&#xA;&#xA;La pubblicità non ha aggiunto nulla all’automobile.&#xA;&#xA;Ha aggiunto qualcosa alla vostra idea dell’automobile.&#xA;&#xA;**&#xA;&#xA;br&#xA;E questa è precisamente la componente cognitiva del desiderio.&#xA;&#xA;br&#xA;Desideriamo qualcosa perché un pregiudizio ce la presenta come desiderabile, vantaggiosa, piacevole, prestigiosa o comunque capace di procurarci quel «qualcosa di buono» che abbiamo già deciso di cercare.&#xA;&#xA;La costruzione di questo pregiudizio è esattamente il meccanismo cognitivo sul quale si basa la pubblicità.&#xA;&#xA;I filosofi stoici moderni, o neostoici, invitano infatti chi li segue a individuare questo genere di pregiudizio, a sospendere l’assenso immediato e ad analizzarlo criticamente, in modo da non cadere nella trappola delle proprie rappresentazioni. Non si tratta di negare ciò che vediamo, ma di distinguere l’impressione iniziale dal giudizio che costruiamo sopra di essa.&#xA;&#xA;Tempo fa, per esempio, esistevano pubblicità nelle quali alcune casalinghe sembravano provare una specie di piacere fisico mentre spazzavano il pavimento con una nuova scopa di spugna.&#xA;&#xA;La scopa scivolava, il pavimento brillava e la donna assumeva un’espressione che, fisiologicamente parlando, sarebbe stata più adatta a un’attività molto diversa dalla pulizia delle piastrelle.&#xA;&#xA;br&#xA;Naturalmente non aveva alcun senso.&#xA;&#xA;Una scopa non contiene un apparato capace di produrre piacere fisico nella persona che la impugna. Non esiste un coefficiente di soddisfazione erotica per metro quadrato pulito, né una curva che metta in relazione la quantità di sporco raccolto con l’intensità dell’orgasmo domestico.&#xA;&#xA;Ma la pubblicità non aveva bisogno che il fenomeno esistesse.&#xA;&#xA;Doveva soltanto costruire un pregiudizio.&#xA;&#xA;E quel pregiudizio sarebbe riemerso ogni volta che una donna esposta a quella pubblicità avesse incontrato la stessa scopa sullo scaffale di un supermercato. L’oggetto non sarebbe più stato soltanto una scopa: sarebbe diventato la promessa di una casa pulita senza fatica, di una vita domestica finalmente ordinata e magari persino di un piacere inspiegabile nel lavare il pavimento.&#xA;&#xA;Un esempio ancora più forte è quello delle vacanze.&#xA;&#xA;Qui in Germania il pregiudizio cognitivo è che, se partiamo da Berlino e andiamo a Palma di Maiorca — una specie di Formentera dei tedeschi, ma con più birra — allora ci riposeremo, ci ricaricheremo e, soprattutto, sfuggiremo all’afa.&#xA;&#xA;Tutte queste conseguenze vengono date per scontate prima ancora di partire.&#xA;&#xA;In realtà potremmo non riposarci affatto, perché passeremo la vacanza in attività continua: aeroporto, trasferimenti, albergo, spiaggia, escursioni, ristoranti, discoteche e ritorno.&#xA;&#xA;Potremmo non ricaricarci affatto, perché saremo fuori dalla nostra zona di comfort, dormiremo in un letto che non è il nostro, mangeremo a orari insoliti e trascorreremo una settimana a rispettare un programma più intenso di quello lavorativo.&#xA;&#xA;E non è affatto detto che sfuggiremo al caldo.&#xA;&#xA;Se te ne vai da una città nella quale ci sono 34 gradi, «percepiti» 38, per andare su una spiaggia dove ce ne sono 46, «percepiti» 50, non sei sfuggito proprio a niente. Hai semplicemente preso un aereo per raggiungere un caldo ancora peggiore, pagando per farlo.&#xA;&#xA;Ma lo strato cognitivo è già stato costruito: la città è associata all’afa, mentre la spiaggia è associata alla freschezza, al riposo e al benessere.&#xA;&#xA;Per questa ragione non soltanto ti sentirai più fresco, o almeno racconterai di esserlo, ma ti stenderai volontariamente sotto il sole per massimizzare l’assorbimento di calore, esponendoti per ore a un forno di radiazioni ultraviolette.&#xA;&#xA;Ma sempre per via della componente cognitiva, non soltanto ti sentirai più fresco: ti stenderai al sole per massimizzare l’assorbimento di calore, esponendoti contemporaneamente a un forno di radiazioni ultraviolette capaci di danneggiare direttamente e indirettamente il DNA, trasformando così la vacanza in un bagno di cattiva salute.(\)&#xA;&#xA;Avrai quindi trasformato la vacanza in un bagno di stress e cattiva salute, continuando però a descriverla come un periodo nel quale ti sei «ricaricato».&#xA;&#xA;Ancora una volta, il fenomeno fisico e il racconto cognitivo procedono in direzioni diverse.&#xA;&#xA;Il corpo è stanco, disidratato, accaldato e irradiato.&#xA;&#xA;Ma il pregiudizio dice che siete in vacanza, e dunque state bene.&#xA;&#xA;**&#xA;&#xA;Quest’estate, cioè tra poco, farò una specie di test cognitivo.&#xA;&#xA;Ero stufo di sentir parlare continuamente di Palma di Maiorca, così ho convinto due dei miei amici più stretti — i miei buddies della palestra di judo — a saltare Palma e ad andare invece in Sicilia.&#xA;&#xA;Aha.&#xA;&#xA;So già per certo che arriveranno portandosi dietro alcuni pregiudizi cognitivi.&#xA;&#xA;Uno dei due è allergico al latte vaccino e si aspetta di trovare una quantità sterminata di dolci e prodotti preparati con ricotta di pecora.&#xA;&#xA;Check.&#xA;&#xA;So benissimo che li troverà. Cannoli, cassate e una parte consistente della pasticceria siciliana confermeranno con grande efficienza il suo pregiudizio.&#xA;&#xA;Non conosce ancora l’esistenza della versione siciliana della granita servita dentro — o, più normalmente, insieme — alla brioscia. Ma la apprenderà.&#xA;&#xA;Questa è la parte semplice: un’aspettativa costruita in anticipo che, almeno in questo caso, incontrerà una realtà perfettamente disposta a confermarla.&#xA;&#xA;Il secondo dei due, invece, vuole andare a vedere Corleone.&#xA;&#xA;So che a questo punto molti di voi diranno: «Eh?».&#xA;&#xA;Eh.&#xA;&#xA;Purtroppo una quantità impressionante di film, a partire dal Padrino, ha spiegato al mondo che Corleone sarebbe la capitale della mafia. La capitale geografica, culturale e possibilmente amministrativa di Cosa Nostra, con tanto di municipio, ufficio informazioni e sportello per il rilascio della coppola.&#xA;&#xA;Dal momento che abbiamo affittato un’automobile, a Corleone ci andremo.&#xA;&#xA;Ma sono relativamente certo che ne rimarranno delusi.&#xA;&#xA;O forse no.&#xA;&#xA;Perché il bias cognitivo è precisamente questo: non stanno andando a visitare il paese reale. Stanno andando a cercare il paese che il cinema ha già costruito nella loro testa.&#xA;&#xA;Si aspettano che Corleone abbia un aspetto particolare.&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;(Notoriamente, sparare un colpo di lupara contro una bicicletta serve ad avviare meglio le biciclette di Corleone. L’unico personaggio senza coppola, il bambino che gioca a calcio, si chiama «Qua­quaraquà».)&#xA;&#xA;Tuttavia, &#34;sospetto fortemente&#34; che non vedranno nulla del genere.&#xA;&#xA;Secondo me arriveremo in un piccolo paese siciliano, parcheggeremo l’automobile, compreremo qualcosa da mangiare e forse troveremo qualche souvenir trash che richiama la mafia, prodotto apposta per i turisti che hanno visto Il&#xA;&#xA;Padrino e desiderano portarsi a casa una coppola, una calamita con la lupara o qualche altra forma di folklore cinematografico industrializzato.&#xA;&#xA;Ma, onestamente, non credo che incontreremo alcun fenomeno mafioso direttamente osservabile.&#xA;&#xA;Non credo che vedremo uomini appostati agli angoli delle strade con la lupara, bambini baffuti che giocano a pallone sotto lo sguardo delle famiglie, automobili che producono coppole o un grattacielo di vetro con l’insegna luminosa Cosa Nostra AG.&#xA;&#xA;Probabilmente vedremo un paese.&#xA;&#xA;Il problema è che loro non stanno andando a cercare semplicemente un paese. Stanno andando a verificare se la realtà possiede l’aspetto particolare che il cinema le ha assegnato.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Ho lavorato in Sicilia , e ci sono stato , e NON sono mai stato a Corleone, ma sono relativamente certo che non sia come nell&#39;immagine.&#xA;&#xA;Vediamo allora come potrebbe costruirsi, poco alla volta, la «Cosa Nostra percepita».&#xA;&#xA;Arriveremo in Sicilia, prenderemo possesso del nostro residence e andremo a fare compere, dopo aver chiesto qualche informazione alle persone del luogo.&#xA;&#xA;Conoscendo i siciliani — e questo non è un pregiudizio, è memoria — mediamente si sbracceranno per spiegarci dove trovare una pasticceria piena di dolci preparati con la ricotta di pecora, dove comprare i prodotti migliori e dove fare colazione con granita e brioscia, o qualcosa di simile.&#xA;&#xA;In quel momento la componente cognitiva sarà felice.&#xA;&#xA;La Sicilia reale coinciderà perfettamente con il pregiudizio: un pregiudizio positivo, sia chiaro. Gente ospitale, cibo preparato con latte di pecora, dolci meravigliosi e persone disposte a passare venti minuti a spiegarvi quale pasticceria dovete assolutamente provare.&#xA;&#xA;Check.&#xA;&#xA;Poi andremo a mangiare qualcosa fuori. Spero di trovare del pesce fresco, e compreremo formaggi come il pecorino o altri prodotti di pecora, grazie ai quali il mio amico potrà ingrassare serenamente senza essere costretto a ingoiare pillole contenenti enzimi vari.&#xA;&#xA;E via: altri due pregiudizi cognitivi confermati.&#xA;&#xA;Il cibo è ottimo.&#xA;&#xA;Si usano latte di pecora e latte di capra.&#xA;&#xA;Fatto.&#xA;&#xA;Le spiagge saranno bellissime — e, in Sicilia, sbagliare completamente spiaggia richiede comunque un certo impegno — mentre il caldo sarà quel che sarà.&#xA;Falconara, vicino a Licata, non e&#39; &#34;un posto fresco&#34;.&#xA;&#xA;La festa del patrono locale confermerà il retroterra di caos, rumore e allegria.&#xA;&#xA;Fatto.&#xA;&#xA;I negozi chiuderanno verso l’ora di pranzo e riapriranno nel pomeriggio. Loro penseranno che si tratti della «siesta», senza sapere di non essere in Spagna.&#xA;&#xA;Comunque: check.&#xA;&#xA;A quel punto saremo già entrati in una situazione cognitiva molto precisa. Avranno portato con sé una serie di aspettative sulla Sicilia e, una dopo l’altra, quelle aspettative saranno state confermate.&#xA;&#xA;La Sicilia sarà ospitale.&#xA;&#xA;Il cibo sarà buono.&#xA;&#xA;La ricotta sarà di pecora.&#xA;&#xA;Le spiagge saranno belle.&#xA;&#xA;La festa sarà rumorosa.&#xA;&#xA;I negozi chiuderanno a metà giornata.&#xA;&#xA;Tutto corrisponderà.&#xA;&#xA;E poi andremo a Corleone.&#xA;&#xA;Ed è lì che, ovviamente, vedranno la mafia.&#xA;&#xA;Non perché la mafia debba necessariamente manifestarsi davanti a noi — sono ragionevolmente convinto che le donne di Corleone non abbiano i baffi, e neppure le automobili — ma proprio perché sarà invisibile.&#xA;&#xA;Non troveranno il grattacielo di Cosa Nostra AG.&#xA;&#xA;Non troveranno uomini con la lupara appostati agli incroci.&#xA;&#xA;Non troveranno bambini con la coppola che giocano sotto un cartello con scritto «Direzione generale mandamento».&#xA;Non credo che sia uso tirare colpi di lupara alla propria bicicletta.&#xA;&#xA;Non troveranno nulla che corrisponda apertamente al mondo costruito dal cinema.&#xA;&#xA;Ma a quel punto avranno un problema di «mafia percepita».&#xA;&#xA;Perché, quando un pregiudizio è molto forte e la realtà non lo conferma apertamente, la mente non è costretta ad abbandonarlo subito. Può cominciare, invece, a reinterpretare ciò che vede.&#xA;&#xA;Ed è proprio questo che sono curioso di osservare: quante cose completamente normali verranno lette come segnali della mafia?&#xA;&#xA;Un gruppo di uomini seduti al bar sarà soltanto un gruppo di uomini seduti al bar?&#xA;&#xA;Un negozio chiuso sarà semplicemente chiuso?&#xA;&#xA;Una persona poco loquace sarà riservata, oppure starà praticando l’omertà?&#xA;&#xA;Due persone che si salutano si conoscono, oppure si sono appena scambiate un ordine?&#xA;&#xA;Un’automobile costosa sarà soltanto un’automobile costosa, oppure apparterrà certamente a un boss?&#xA;&#xA;È questo il punto interessante: una volta entrati a Corleone, ogni dettaglio normale potrà essere promosso a indizio.&#xA;&#xA;Essendo due persone intelligenti, naturalmente, potranno anche arrivare alla conclusione opposta e dire: «Siamo stati a Corleone, ed erano tutte cazzate di Hollywood».&#xA;&#xA;Ci conto molto.&#xA;&#xA;Ma un pregiudizio costruito da decenni di cinema non scompare necessariamente nel momento esatto in cui viene contraddetto. Viene smontato lentamente, osservazione dopo osservazione, mentre cerca ancora di sopravvivere reinterpretando ciò che incontra.&#xA;&#xA;Ed è proprio questo che voglio vedere.&#xA;&#xA;Non la mafia.&#xA;&#xA;La «mafia percepita» mentre tenta disperatamente di fabbricarsi delle prove.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Esperimenti a parte, il punto è che noi, come esseri umani moderni, trascorriamo quaranta ore alla settimana dentro un ufficio, escluse le ferie. Dormiamo a casa, ci spostiamo lungo percorsi abituali, frequentiamo più o meno sempre gli stessi luoghi e incontriamo un numero relativamente ristretto di persone.&#xA;&#xA;Non abbiamo quindi una possibilità reale di conoscere direttamente il mondo esterno nella sua interezza.&#xA;&#xA;Quasi tutto ciò che sappiamo del mondo è «percepito», ma non osservato. E questo accade sia per gli ovvi limiti dei sensi umani, sia per ragioni statistiche.&#xA;&#xA;Non possiamo vedere milioni di persone.&#xA;&#xA;Non possiamo assistere personalmente a migliaia di eventi.&#xA;&#xA;Non possiamo verificare direttamente la criminalità di un paese, l’andamento dell’economia, il comportamento medio di una popolazione o le condizioni di una città distante migliaia di chilometri.&#xA;&#xA;Quasi tutto ci arriva attraverso numeri, racconti, fotografie, filmati, giornali, social network, discorsi politici e testimonianze altrui.&#xA;Il nostro rapporto con il mondo, cioè, è in grandissima parte cognitivo.&#xA;&#xA;La realtà esiste, naturalmente. Ma ciò che noi chiamiamo «il mondo» è quasi sempre una rappresentazione mentale costruita a partire da una quantità minuscola di osservazioni dirette e da una quantità enorme di informazioni ricevute da altri.&#xA;&#xA;E, come tale, la fotografia di Corleone che ho generato potrebbe essere distante dalla realtà quanto qualsiasi altra cosa venga definita «percepita» e che, proprio per questo, finiamo per considerare reale o realistica.&#xA;&#xA;Nell’immagine ci sono baffi, coppole, lupare, Fiat 500 e il quartier generale di Cosa Nostra AG.&#xA;&#xA;Sappiamo che è una caricatura perché gli elementi sono stati spinti fino all’assurdo.&#xA;&#xA;Ma il meccanismo con cui è stata costruita non è diverso da quello con cui costruiamo ogni giorno immagini molto più serie e credibili: selezioniamo alcuni elementi, li associamo tra loro, li ripetiamo e infine li scambiamo per una descrizione del mondo.&#xA;&#xA;Per questo considero essenziale la questione cognitiva.&#xA;&#xA;Perché, se non capiamo come viene costruita la rappresentazione, non possiamo sapere quanta parte di ciò che crediamo reale derivi dall’osservazione e quanta, invece, dal pregiudizio.&#xA;&#xA;E no: non suggeritemi di andare a guardare qualcosa di Žižek.&#xA;&#xA;Žižek parla di falsità, di ideologia, di costruzioni politiche che mascherano o deformano la realtà. Il suo problema è stabilire in che modo una rappresentazione sia falsa, a chi serva, quale struttura di potere protegga e quale funzione politica svolga.&#xA;&#xA;Io sto parlando di un’altra cosa.&#xA;&#xA;Sto parlando del meccanismo cognitivo con cui una rappresentazione viene costruita, prima ancora di stabilire se sia vera, falsa, utile, dannosa, progressista o reazionaria.&#xA;&#xA;Naturalmente le due cose possono anche coincidere. Una rappresentazione prodotta da un certo meccanismo cognitivo può essere falsa, e può essere stata costruita deliberatamente per ragioni politiche.&#xA;&#xA;Ma non sono la stessa questione.&#xA;&#xA;La parola «falsità», in Žižek, possiede già un valore morale e politico. Presuppone una critica, un inganno, una funzione ideologica, qualcuno che nasconde qualcosa a qualcun altro.&#xA;&#xA;Per me, invece, il meccanismo cognitivo non è né buono né cattivo.&#xA;&#xA;È semplicemente il modo in cui la mente costruisce il mondo che crede di osservare.&#xA;&#xA;Può produrre la mafia percepita, il caldo percepito, il crimine percepito oppure il desiderio di comprare una scopa di spugna. Può essere manipolato dalla pubblicità o dalla propaganda, ma può anche funzionare da solo, senza che esista necessariamente un colpevole, un inganno consapevole o un progetto politico.&#xA;&#xA;Prima di domandarci chi ci stia mentendo, quindi, dovremmo capire in che modo diventiamo capaci di credere a quella menzogna.&#xA;&#xA;Ed è precisamente questo il problema cognitivo.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;br&#xA;(\) Questi UV danneggiano comunque il DNA senza doverlo ionizzare. In particolare:&#xA;&#xA;gli UVB vengono assorbiti direttamente dalle basi del DNA e producono soprattutto dimeri di pirimidina e fotoprodotti 6-4;&#xA;gli UVA agiscono in gran parte indirettamente, generando specie reattive dell’ossigeno, ma possono produrre anche alcuni danni diretti;&#xA;tali lesioni, se riparate male, causano mutazioni e tumori cutanei.&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Una delle critiche più frequenti, in questi giorni, è che mi starei occupando troppo di questioni cognitive. Per esempio, dimostrando attraverso la teoria della stima statistica che non può esistere alcuna percezione individuale del livello di criminalità: quando il fenomeno osservato ha un ordine di grandezza di 0,7 casi ogni centomila abitanti, un singolo individuo dovrebbe osservare direttamente un campione casuale di circa 28 milioni di persone per ottenere la precisione e il livello di confidenza richiesti dalla stima.</p>

<p>Può osservare ciò che accade a lui, ai suoi conoscenti e nelle poche strade che frequenta. Tutto il resto gli arriva necessariamente attraverso racconti, selezioni giornalistiche, social network, discorsi politici e rappresentazioni collettive.</p>

<p>Ma perché è così importante affrontare la questione cognitiva?</p>

<p>Per capirlo possiamo ricorrere a un esempio molto più quotidiano: quello della persona che non aveva mai pensato di comprare l’oggetto X, entra nel consueto percorso guidato di IKEA e, quando ne esce, ha deciso di desiderarlo.</p>

<p>La domanda che pongo è molto semplice: perché?</p>

<p>Se all’ingresso non sentivate alcun bisogno di comprarlo, se non possedete quell’oggetto e magari non ne avete mai posseduto neppure uno simile, perché improvvisamente lo desiderate?</p>

<h2 id="la-risposta-è-altrettanto-semplice-perché-il-desiderio-è-anche-cognitivo">La risposta è altrettanto semplice: perché il desiderio è (anche) cognitivo.</h2>

<p>In qualche modo pensate che quell’oggetto debba essere comprato perché vi aspettate di ricavarne, diciamo, «qualcosa di buono». Eppure non lo avete mai posseduto. Non sapete davvero come sarà averlo in casa, usarlo ogni giorno, pulirlo, conservarlo o scoprirne i difetti.</p>

<p>In che modo, allora, potete essere certi che vi darà proprio quel «qualcosa di buono» che state cercando?</p>

<p>Non mi interessa, in questo momento, stabilire come abbiate costruito quella convinzione. Può essere stato il passaparola, la logica, la pubblicità, l’imitazione, il modo in cui l’oggetto è stato esposto oppure qualche altro meccanismo.</p>

<p>Il punto è che, prima di comprarlo e prima di conoscerlo davvero, avete già un’opinione su di esso. Se vogliamo, avete già un pregiudizio: una rappresentazione anticipata che vi porta a pensare all’oggetto in un certo modo e, proprio per questo, a desiderarlo.</p>

<p>Questo significa che il desiderio non affonda le proprie radici soltanto nella ricerca di quel «qualcosa di buono» che attiva i meccanismi cerebrali dell’aspettativa, della motivazione e della ricompensa. Il desiderio dipende anche dall’idea che vi siete costruiti di ciò che state per ottenere.</p>

<p>Il problema, insomma, è che nel desiderio è sempre coinvolta un’opinione.</p>

<p>Un’opinione che deve esistere prima di conoscere davvero l’oggetto e che, proprio perché precede l’esperienza, è strutturata come un pregiudizio. È quella rappresentazione preventiva a rendere l’oggetto desiderabile.
In questo senso, quindi, il desiderio è cognitivo.</p>

<p>Il pregiudizio può avere ottime ragioni — per esempio: mi serve un battibistecche per preparare le bistecche del barbecue del fine settimana — oppure può assumere la forma di un’idea piuttosto strana, come: «Ogni supercar Lamborghini si riempirà di troie da sola».</p>

<p>Ma rimane il fatto che quella convinzione, sensata o delirante che sia, contribuisce a produrre il desiderio.</p>

<p>Non desiderate semplicemente un oggetto. Desiderate ciò che pensate che quell’oggetto farà di voi, per voi o intorno a voi.</p>

<hr/>

<p>Ma torniamo indietro, e riflettiamo sulle cose «percepite»: il caldo percepito, il crimine percepito, il traffico percepito e, in generale, tutto ciò che finisce per essere definito attraverso quell’aggettivo.</p>

<p>La prima cosa alla quale dobbiamo pensare è che, quando diciamo «percepito», intendiamo in realtà «percepito da me».</p>

<p>Il guaio è che, se proviamo a verificare quanto siamo precisi — o anche soltanto quanto potremmo esserlo — usando la fisica oppure la teoria statistica della stima, scopriamo che quei fenomeni «percepiti» non esistono come misurazioni individuali attendibili.</p>

<p>Esiste certamente una sensazione. Ma quella sensazione non costituisce necessariamente una misura del fenomeno esterno.</p>

<p>La componente cognitiva, cioè, prevale sulla componente informativa: ciò che pensiamo di sapere, ciò che ci aspettiamo, ciò che ricordiamo e ciò che ci è stato raccontato finisce per pesare più delle informazioni che i nostri sensi potrebbero realmente raccogliere.</p>

<p>Prendiamo, per esempio, il «caldo percepito».</p>

<p>In questo caso scopriamo che l’espressione ha effettivamente un fondamento fisico: quando l’umidità relativa si avvicina al 100%, l’evaporazione del sudore diventa sempre meno efficace e, quando l’aria è satura, non può più contribuire
in modo significativo alla dispersione del calore corporeo.</p>

<p>Il sudore, infatti, non raffredda il corpo per il semplice fatto di essere prodotto. Lo raffredda quando evapora, sottraendo energia termica alla pelle. Se non evapora, rimane soltanto acqua calda sulla pelle e il sistema di raffreddamento smette sostanzialmente di funzionare.</p>

<p>Sappiamo benissimo che l’evaporazione può modificare la temperatura misurata. Ed è proprio su questo principio che funziona lo psicrometro: si confronta la temperatura indicata da un termometro asciutto con quella indicata da un secondo termometro, il cui bulbo è avvolto in un tessuto bagnato.</p>

<p>Quando l’acqua evapora, il bulbo bagnato si raffredda e indica una temperatura inferiore. Quanto maggiore è la differenza tra i due termometri, tanto più facilmente l’acqua sta evaporando e, dunque, tanto più secca è l’aria.</p>

<p>Quando invece l’umidità relativa raggiunge il 100%, l’acqua non evapora più: il termometro bagnato e quello asciutto finiscono quindi per indicare la stessa temperatura.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Tuttavia, rimane un problema: il fatto che un fenomeno fisico esista non implica affatto che noi siamo capaci di percepirlo da soli, e tantomeno di misurarlo con precisione.</p>

<p>È verissimo, per esempio, che in ogni momento siamo attraversati da miliardi di neutrini. Il fenomeno esiste, è reale e può essere misurato con strumenti adeguati. Ma noi non ce ne siamo mai accorti.</p>

<p>Allo stesso modo, quando diciamo che «ieri la temperatura era di 37 gradi, ma se ne percepivano 39», non stiamo descrivendo una percezione reale nel senso ordinario del termine.</p>

<p>Sulla temperatura di 37 gradi possiamo essere ragionevolmente sicuri, perché disponiamo di termometri precisi, tarati e ripetibili. Ma quando passiamo ai 39 gradi «percepiti», quella precisione di due gradi non appartiene alla nostra esperienza cognitiva.</p>

<p>Nessun essere umano possiede un termometro interiore capace di distinguere con esattezza 38, 39 o 40 gradi apparenti. Quel numero non è stato percepito: è stato calcolato.</p>

<p>Sarebbe quindi più corretto dire: «La temperatura era di 37 gradi, l’umidità relativa era del 95%, il vento aveva una certa velocità e l’irraggiamento solare era quello misurato». Questi sono dati fisici.</p>

<p>Poi, sulla base di quei dati e di un modello convenzionale del corpo umano, possiamo calcolare un indice di temperatura apparente.</p>

<h2 id="ma-chiamarlo-percepito-produce-l-illusione-che-qualcuno-abbia-davvero-percepito-proprio-quel-numero">Ma chiamarlo «percepito» produce l’illusione che qualcuno abbia davvero percepito proprio quel numero.</h2>

<p><br>
Perché, onestamente, faccio fatica a capire come venga rappresentata una situazione con il 100% di umidità relativa.</p>

<p>Quando l’umidità relativa raggiunge il 100%, la temperatura dell’aria coincide con il punto di rugiada. Questo non significa necessariamente che debba esserci una nebbia fitta e uniforme ovunque, ma significa che l’aria è satura.</p>

<p>Di conseguenza, qualsiasi superficie anche solo leggermente più fredda dell’aria — un pezzo di metallo, un vetro, una parete o un oggetto rimasto all’ombra abbastanza a lungo — si trova sotto il punto di rugiada e comincia a coprirsi di condensa.</p>

<p>La nebbia richiede anche che il vapore condensi in minuscole goccioline sospese nell’aria, in quantità sufficiente da ridurre la visibilità. Ma la saturazione rimane un fenomeno fisico assai concreto: al 100% di umidità, basta una differenza minima di temperatura perché l’acqua cominci a condensare sulle superfici.</p>

<p>Morale: chi vi racconta di avere «visto» un’umidità del 100% mente, perché l’umidità relativa non si vede.</p>

<p>Può averla letta su un igrometro, certamente. Può aver osservato che la temperatura dell’aria coincideva, entro la precisione degli strumenti, con il punto di rugiada. Ma non può aver percepito direttamente quel 100%, né averlo distinto a sensazione da un 97%, un 98% o un 99%.</p>

<p>E soprattutto non dovrebbe raccontarlo come se il numero descrivesse un’esperienza umana precisa. Il 100% è il risultato di una misura e di una definizione fisica: <strong>non è qualcosa che il corpo umano sa leggere da solo.</strong></p>

<p>Insomma, <strong>il fenomeno può esistere, ma la sua misura non nasce dalla percezione individuale</strong>.</p>

<p>E chiamarlo “percepito” serve solo ad inserire un pregiudizio su quello che le persone si aspettano di percepire. Il caldo “percepito” non e&#39; altro che un caldo “cognitivo”.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Non per nulla mi trovo qui in Germania, nel mezzo di un’estate relativamente mite, mentre da casa mi parlano di temperature anche dieci gradi più alte. Eppure i tedeschi stanno morendo di caldo, perché sono convinti di «percepire» un calore incredibilmente superiore.</p>

<p>Ed è qui che si vede quanto possa essere potente lo strato cognitivo.</p>

<p>Persino sopra qualcosa di apparentemente neutrale come un numero possiamo costruire un intero sistema di pregiudizi.</p>

<p>Ventotto gradi fanno caldissimo. Trentasette gradi sono una temperatura estiva enorme. Quaranta gradi sono l’apocalisse. Non perché il corpo sappia leggere quei numeri, naturalmente, ma perché noi abbiamo già deciso che cosa debbano significare.</p>

<p>Il numero non si limita a descrivere la sensazione: la prepara.</p>

<p>Prima ancora di uscire di casa, sappiamo già che 28 gradi sono «troppi». E quando usciamo, interpretiamo ogni goccia di sudore, ogni momento di stanchezza e ogni stanza poco ventilata come una conferma di ciò che il numero ci aveva già annunciato.</p>

<p>Abbiamo quindi costruito uno strato cognitivo di aspettative e pregiudizi persino sopra una misura astratta.</p>

<p>Il termometro dice 28.</p>

<p>Tutto il resto lo aggiungiamo noi.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Il problema, quando si discute di fenomeni sociali e politici, è che quello strato cognitivo non nasce da solo. È stato manipolato pesantemente, per anni, con tecniche pubblicitarie.</p>

<p>Ma cosa sono, in concreto, le tecniche pubblicitarie?</p>

<p>Prendiamo il problema secondo cui «ogni automobile Lamborghini sufficientemente prestigiosa si riempie automaticamente di troie».</p>

<p>Si tratta di un pregiudizio interamente cognitivo. Se parlate con un ingegnere che progetta le Lamborghini, scoprite subito che la funzione di produrre troie non è mai stata implementata.</p>

<p>Nell’automobile non esiste alcun apparato capace di farlo.</p>

<p>Non potete quindi formulare domande tecniche precise, del tipo: «Sì, ma quante troie al chilometro produce?», oppure: «Quante troie al litro?». Non esiste una curva di rendimento, non esiste una portata nominale e non esiste una scheda tecnica che riporti il numero di troie generate per unità di carburante.</p>

<p>Tantomeno potete usare questa caratteristica come parametro di qualità. Non potete chiedere a un ingegnere della Lamborghini quale sarà la qualità delle troie prodotte, quale sarà la loro età media o quale classe di emissioni rispetteranno. Quest&#39;ultima domanda, veramente cruciale.</p>

<p>La funzione, semplicemente, non esiste.</p>

<p>Tuttavia, se la pubblicità prende un’automobile — e no, so benissimo che Lamborghini non si pubblicizza attraverso normali spot televisivi — e continua a rappresentarla con a bordo un ragazzo giovane e una pila di troie in bikini, mentre tutti insieme si dirigono verso una festa sulla spiaggia, allora sull’automobile viene costruito uno strato cognitivo molto pesante.</p>

<p>A quel punto una parte del desiderio non deriva più dalle caratteristiche dell’oggetto: motore, accelerazione, tenuta di strada, materiali o progettazione.</p>

<p>Deriva dal pregiudizio secondo cui: «Se possedessi quell’automobile, avrei una mia sorgente privata di troie».</p>

<p>La pubblicità non ha aggiunto nulla all’automobile.</p>

<p>Ha aggiunto qualcosa alla vostra idea dell’automobile.</p>

<hr/>

<p><br>
E questa è precisamente la componente cognitiva del desiderio.</p>

<p><br>
Desideriamo qualcosa perché un pregiudizio ce la presenta come desiderabile, vantaggiosa, piacevole, prestigiosa o comunque capace di procurarci quel «qualcosa di buono» che abbiamo già deciso di cercare.</p>

<p>La costruzione di questo pregiudizio è esattamente il meccanismo cognitivo sul quale si basa la pubblicità.</p>

<p>I filosofi stoici moderni, o neostoici, invitano infatti chi li segue a individuare questo genere di pregiudizio, a sospendere l’assenso immediato e ad analizzarlo criticamente, in modo da non cadere nella trappola delle proprie rappresentazioni. Non si tratta di negare ciò che vediamo, ma di distinguere l’impressione iniziale dal giudizio che costruiamo sopra di essa.</p>

<p>Tempo fa, per esempio, esistevano pubblicità nelle quali alcune casalinghe sembravano provare una specie di piacere fisico mentre spazzavano il pavimento con una nuova scopa di spugna.</p>

<p>La scopa scivolava, il pavimento brillava e la donna assumeva un’espressione che, fisiologicamente parlando, sarebbe stata più adatta a un’attività molto diversa dalla pulizia delle piastrelle.</p>

<p><br>
Naturalmente non aveva alcun senso.</p>

<p>Una scopa non contiene un apparato capace di produrre piacere fisico nella persona che la impugna. Non esiste un coefficiente di soddisfazione erotica per metro quadrato pulito, né una curva che metta in relazione la quantità di sporco raccolto con l’intensità dell’orgasmo domestico.</p>

<p>Ma la pubblicità non aveva bisogno che il fenomeno esistesse.</p>

<p>Doveva soltanto costruire un pregiudizio.</p>

<p>E quel pregiudizio sarebbe riemerso ogni volta che una donna esposta a quella pubblicità avesse incontrato la stessa scopa sullo scaffale di un supermercato. L’oggetto non sarebbe più stato soltanto una scopa: sarebbe diventato la promessa di una casa pulita senza fatica, di una vita domestica finalmente ordinata e magari persino di un piacere inspiegabile nel lavare il pavimento.</p>

<p>Un esempio ancora più forte è quello delle vacanze.</p>

<p>Qui in Germania il pregiudizio cognitivo è che, se partiamo da Berlino e andiamo a Palma di Maiorca — una specie di Formentera dei tedeschi, ma con più birra — allora ci riposeremo, ci ricaricheremo e, soprattutto, sfuggiremo all’afa.</p>

<p>Tutte queste conseguenze vengono date per scontate prima ancora di partire.</p>

<p>In realtà potremmo non riposarci affatto, perché passeremo la vacanza in attività continua: aeroporto, trasferimenti, albergo, spiaggia, escursioni, ristoranti, discoteche e ritorno.</p>

<p>Potremmo non ricaricarci affatto, perché saremo fuori dalla nostra zona di comfort, dormiremo in un letto che non è il nostro, mangeremo a orari insoliti e trascorreremo una settimana a rispettare un programma più intenso di quello lavorativo.</p>

<p>E non è affatto detto che sfuggiremo al caldo.</p>

<p>Se te ne vai da una città nella quale ci sono 34 gradi, «percepiti» 38, per andare su una spiaggia dove ce ne sono 46, «percepiti» 50, non sei sfuggito proprio a niente. Hai semplicemente preso un aereo per raggiungere un caldo ancora peggiore, pagando per farlo.</p>

<p>Ma lo strato cognitivo è già stato costruito: la città è associata all’afa, mentre la spiaggia è associata alla freschezza, al riposo e al benessere.</p>

<p>Per questa ragione non soltanto ti sentirai più fresco, o almeno racconterai di esserlo, ma ti stenderai volontariamente sotto il sole per massimizzare l’assorbimento di calore, esponendoti per ore a un forno di radiazioni ultraviolette.</p>

<p>Ma sempre per via della componente cognitiva, non soltanto ti sentirai più fresco: ti stenderai al sole per massimizzare l’assorbimento di calore, esponendoti contemporaneamente a un forno di radiazioni ultraviolette capaci di danneggiare direttamente e indirettamente il DNA, trasformando così la vacanza in un bagno di cattiva salute.(*)</p>

<p>Avrai quindi trasformato la vacanza <strong>in un bagno di stress e cattiva salute</strong>, continuando però a descriverla come un periodo nel quale ti sei «ricaricato».</p>

<p>Ancora una volta, il fenomeno fisico e il racconto cognitivo procedono in direzioni diverse.</p>

<p>Il corpo è stanco, disidratato, accaldato e irradiato.</p>

<p>Ma il pregiudizio dice che siete in vacanza, <strong>e dunque state bene.</strong></p>

<hr/>

<p>Quest’estate, cioè tra poco, farò una specie di test cognitivo.</p>

<p>Ero stufo di sentir parlare continuamente di Palma di Maiorca, così ho convinto due dei miei amici più stretti — i miei buddies della palestra di judo — a saltare Palma e ad andare invece in Sicilia.</p>

<p>Aha.</p>

<p>So già per certo che arriveranno portandosi dietro alcuni pregiudizi cognitivi.</p>

<p>Uno dei due è allergico al latte vaccino e si aspetta di trovare una quantità sterminata di dolci e prodotti preparati con ricotta di pecora.</p>

<p>Check.</p>

<p>So benissimo che li troverà. Cannoli, cassate e una parte consistente della pasticceria siciliana confermeranno con grande efficienza il suo pregiudizio.</p>

<p>Non conosce ancora l’esistenza della versione siciliana della granita servita dentro — o, più normalmente, insieme — alla brioscia. Ma la apprenderà.</p>

<p>Questa è la parte semplice: un’aspettativa costruita in anticipo che, almeno in questo caso, incontrerà una realtà perfettamente disposta a confermarla.</p>

<p>Il secondo dei due, invece, vuole andare a vedere Corleone.</p>

<p>So che a questo punto molti di voi diranno: «Eh?».</p>

<p>Eh.</p>

<p>Purtroppo una quantità impressionante di film, a partire dal <em>Padrino</em>, ha spiegato al mondo che Corleone sarebbe la capitale della mafia. La capitale geografica, culturale e possibilmente amministrativa di Cosa Nostra, con tanto di municipio, ufficio informazioni e sportello per il rilascio della coppola.</p>

<p>Dal momento che abbiamo affittato un’automobile, a Corleone ci andremo.</p>

<p>Ma sono relativamente certo che ne rimarranno delusi.</p>

<p>O forse no.</p>

<p>Perché il bias cognitivo è precisamente questo: non stanno andando a visitare il paese reale. Stanno andando a cercare il paese che il cinema ha già costruito nella loro testa.</p>

<p>Si aspettano che Corleone abbia un aspetto particolare.</p>

<p><img src="/images/309c69f5d1351bb89014fdd5576dd5c8.png" alt="image.png"></p>

<p>(Notoriamente, sparare un colpo di lupara contro una bicicletta serve ad avviare meglio le biciclette di Corleone. L’unico personaggio senza coppola, il bambino che gioca a calcio, si chiama «Qua­quaraquà».)</p>

<p>Tuttavia, “sospetto fortemente” che non vedranno nulla del genere.</p>

<p>Secondo me arriveremo in un piccolo paese siciliano, parcheggeremo l’automobile, compreremo qualcosa da mangiare e forse troveremo qualche souvenir trash che richiama la mafia, prodotto apposta per i turisti che hanno visto <em>Il</em></p>

<p><em>Padrino</em> e desiderano portarsi a casa una coppola, una calamita con la lupara o qualche altra forma di folklore cinematografico industrializzato.</p>

<p>Ma, onestamente, non credo che incontreremo alcun fenomeno mafioso direttamente osservabile.</p>

<p>Non credo che vedremo uomini appostati agli angoli delle strade con la lupara, bambini baffuti che giocano a pallone sotto lo sguardo delle famiglie, automobili che producono coppole o un grattacielo di vetro con l’insegna luminosa <strong>Cosa Nostra AG</strong>.</p>

<p>Probabilmente vedremo un paese.</p>

<p>Il problema è che loro non stanno andando a cercare semplicemente un paese. Stanno andando a verificare se la realtà possiede l’aspetto particolare che il cinema le ha assegnato.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Ho lavorato in Sicilia , e ci sono stato , e NON sono mai stato a Corleone, ma sono relativamente certo che non sia come nell&#39;immagine.</p>

<p>Vediamo allora come potrebbe costruirsi, poco alla volta, la «Cosa Nostra percepita».</p>

<p>Arriveremo in Sicilia, prenderemo possesso del nostro residence e andremo a fare compere, dopo aver chiesto qualche informazione alle persone del luogo.</p>

<p>Conoscendo i siciliani — e questo non è un pregiudizio, è memoria — mediamente si sbracceranno per spiegarci dove trovare una pasticceria piena di dolci preparati con la ricotta di pecora, dove comprare i prodotti migliori e dove fare colazione con granita e brioscia, o qualcosa di simile.</p>

<p>In quel momento la componente cognitiva sarà felice.</p>

<p>La Sicilia reale coinciderà perfettamente con il pregiudizio: un pregiudizio positivo, sia chiaro. Gente ospitale, cibo preparato con latte di pecora, dolci meravigliosi e persone disposte a passare venti minuti a spiegarvi quale pasticceria dovete assolutamente provare.</p>

<p>Check.</p>

<p>Poi andremo a mangiare qualcosa fuori. Spero di trovare del pesce fresco, e compreremo formaggi come il pecorino o altri prodotti di pecora, grazie ai quali il mio amico potrà ingrassare serenamente senza essere costretto a ingoiare pillole contenenti enzimi vari.</p>

<p>E via: altri due pregiudizi cognitivi confermati.</p>

<p>Il cibo è ottimo.</p>

<p>Si usano latte di pecora e latte di capra.</p>

<p>Fatto.</p>

<p>Le spiagge saranno bellissime — e, in Sicilia, sbagliare completamente spiaggia richiede comunque un certo impegno — mentre il caldo sarà quel che sarà.
Falconara, vicino a Licata, non e&#39; “un posto fresco”.</p>

<p>La festa del patrono locale confermerà il retroterra di caos, rumore e allegria.</p>

<p>Fatto.</p>

<p>I negozi chiuderanno verso l’ora di pranzo e riapriranno nel pomeriggio. Loro penseranno che si tratti della «siesta», senza sapere di non essere in Spagna.</p>

<p>Comunque: check.</p>

<p>A quel punto saremo già entrati in una situazione cognitiva molto precisa. Avranno portato con sé una serie di aspettative sulla Sicilia e, una dopo l’altra, quelle aspettative saranno state confermate.</p>

<p>La Sicilia sarà ospitale.</p>

<p>Il cibo sarà buono.</p>

<p>La ricotta sarà di pecora.</p>

<p>Le spiagge saranno belle.</p>

<p>La festa sarà rumorosa.</p>

<p>I negozi chiuderanno a metà giornata.</p>

<p>Tutto corrisponderà.</p>

<p>E poi andremo a Corleone.</p>

<p>Ed è lì che, ovviamente, vedranno la mafia.</p>

<p>Non perché la mafia debba necessariamente manifestarsi davanti a noi — sono ragionevolmente convinto che le donne di Corleone non abbiano i baffi, e neppure le automobili — ma proprio perché sarà invisibile.</p>

<p>Non troveranno il grattacielo di <strong>Cosa Nostra AG</strong>.</p>

<p>Non troveranno uomini con la lupara appostati agli incroci.</p>

<p>Non troveranno bambini con la coppola che giocano sotto un cartello con scritto «Direzione generale mandamento».
Non credo che sia uso tirare colpi di lupara alla propria bicicletta.</p>

<p>Non troveranno nulla che corrisponda apertamente al mondo costruito dal cinema.</p>

<p>Ma a quel punto avranno un problema di «mafia percepita».</p>

<p>Perché, quando un pregiudizio è molto forte e la realtà non lo conferma apertamente, la mente non è costretta ad abbandonarlo subito. Può cominciare, invece, a reinterpretare ciò che vede.</p>

<p>Ed è proprio questo che sono curioso di osservare: quante cose completamente normali verranno lette come segnali della mafia?</p>

<p>Un gruppo di uomini seduti al bar sarà soltanto un gruppo di uomini seduti al bar?</p>

<p>Un negozio chiuso sarà semplicemente chiuso?</p>

<p>Una persona poco loquace sarà riservata, oppure starà praticando l’omertà?</p>

<p>Due persone che si salutano si conoscono, oppure si sono appena scambiate un ordine?</p>

<p>Un’automobile costosa sarà soltanto un’automobile costosa, oppure apparterrà certamente a un boss?</p>

<p>È questo il punto interessante: una volta entrati a Corleone, ogni dettaglio normale potrà essere promosso a indizio.</p>

<p>Essendo due persone intelligenti, naturalmente, potranno anche arrivare alla conclusione opposta e dire: «Siamo stati a Corleone, ed erano tutte cazzate di Hollywood».</p>

<p>Ci conto molto.</p>

<p>Ma un pregiudizio costruito da decenni di cinema non scompare necessariamente nel momento esatto in cui viene contraddetto. Viene smontato lentamente, osservazione dopo osservazione, mentre cerca ancora di sopravvivere reinterpretando ciò che incontra.</p>

<p>Ed è proprio questo che voglio vedere.</p>

<p>Non la mafia.</p>

<p>La «mafia percepita» mentre tenta disperatamente di fabbricarsi delle prove.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Esperimenti a parte, il punto è che noi, come esseri umani moderni, trascorriamo quaranta ore alla settimana dentro un ufficio, escluse le ferie. Dormiamo a casa, ci spostiamo lungo percorsi abituali, frequentiamo più o meno sempre gli stessi luoghi e incontriamo un numero relativamente ristretto di persone.</p>

<p>Non abbiamo quindi una possibilità reale di conoscere direttamente il mondo esterno nella sua interezza.</p>

<p>Quasi tutto ciò che sappiamo del mondo è «percepito», ma non osservato. E questo accade sia per gli ovvi limiti dei sensi umani, sia per ragioni statistiche.</p>

<p>Non possiamo vedere milioni di persone.</p>

<p>Non possiamo assistere personalmente a migliaia di eventi.</p>

<p>Non possiamo verificare direttamente la criminalità di un paese, l’andamento dell’economia, il comportamento medio di una popolazione o le condizioni di una città distante migliaia di chilometri.</p>

<p>Quasi tutto ci arriva attraverso numeri, racconti, fotografie, filmati, giornali, social network, discorsi politici e testimonianze altrui.
Il nostro rapporto con il mondo, cioè, è in grandissima parte cognitivo.</p>

<p>La realtà esiste, naturalmente. Ma ciò che noi chiamiamo «il mondo» è quasi sempre una rappresentazione mentale costruita a partire da una quantità minuscola di osservazioni dirette e da una quantità enorme di informazioni ricevute da altri.</p>

<p>E, come tale, la fotografia di Corleone che ho generato potrebbe essere distante dalla realtà quanto qualsiasi altra cosa venga definita «percepita» e che, proprio per questo, finiamo per considerare reale o realistica.</p>

<p>Nell’immagine ci sono baffi, coppole, lupare, Fiat 500 e il quartier generale di <strong>Cosa Nostra AG</strong>.</p>

<p>Sappiamo che è una caricatura perché gli elementi sono stati spinti fino all’assurdo.</p>

<p>Ma il meccanismo con cui è stata costruita non è diverso da quello con cui costruiamo ogni giorno immagini molto più serie e credibili: selezioniamo alcuni elementi, li associamo tra loro, li ripetiamo e infine li scambiamo per una descrizione del mondo.</p>

<p>Per questo considero essenziale la questione cognitiva.</p>

<p>Perché, se non capiamo come viene costruita la rappresentazione, non possiamo sapere quanta parte di ciò che crediamo reale derivi dall’osservazione e quanta, invece, dal pregiudizio.</p>

<p>E no: non suggeritemi di andare a guardare qualcosa di Žižek.</p>

<p>Žižek parla di falsità, di ideologia, di costruzioni politiche che mascherano o deformano la realtà. Il suo problema è stabilire in che modo una rappresentazione sia falsa, a chi serva, quale struttura di potere protegga e quale funzione politica svolga.</p>

<p>Io sto parlando di un’altra cosa.</p>

<p>Sto parlando del meccanismo cognitivo con cui una rappresentazione viene costruita, prima ancora di stabilire se sia vera, falsa, utile, dannosa, progressista o reazionaria.</p>

<p>Naturalmente le due cose possono anche coincidere. Una rappresentazione prodotta da un certo meccanismo cognitivo può essere falsa, e può essere stata costruita deliberatamente per ragioni politiche.</p>

<p>Ma non sono la stessa questione.</p>

<p>La parola «falsità», in Žižek, possiede già un valore morale e politico. Presuppone una critica, un inganno, una funzione ideologica, qualcuno che nasconde qualcosa a qualcun altro.</p>

<p>Per me, invece, il meccanismo cognitivo non è né buono né cattivo.</p>

<p>È semplicemente il modo in cui la mente costruisce il mondo che crede di osservare.</p>

<p>Può produrre la mafia percepita, il caldo percepito, il crimine percepito oppure il desiderio di comprare una scopa di spugna. Può essere manipolato dalla pubblicità o dalla propaganda, ma può anche funzionare da solo, senza che esista necessariamente un colpevole, un inganno consapevole o un progetto politico.</p>

<p>Prima di domandarci chi ci stia mentendo, quindi, dovremmo capire in che modo diventiamo capaci di credere a quella menzogna.</p>

<p>Ed è precisamente questo il problema cognitivo.</p>

<p><br>
<br>
<br>
(*) Questi UV danneggiano comunque il DNA senza doverlo ionizzare. In particolare:</p>
<ul><li>gli <strong>UVB</strong> vengono assorbiti direttamente dalle basi del DNA e producono soprattutto dimeri di pirimidina e fotoprodotti 6-4;</li>
<li>gli <strong>UVA</strong> agiscono in gran parte indirettamente, generando specie reattive dell’ossigeno, ma possono produrre anche alcuni danni diretti;</li>
<li>tali lesioni, se riparate male, <strong>causano mutazioni e tumori cutanei.</strong></li></ul>

<div style="text-align: left;">
  Uriel Fanelli<br>
  <br>
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]]></content:encoded>
      <guid>https://keinpfusch.net/questioni-cognitive</guid>
      <pubDate>Mon, 03 Aug 2026 09:37:08 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sulle statistiche a braccio.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/sulle-statistiche-a-braccio</link>
      <description>&lt;![CDATA[Per motivi diversi, mi sono trovato a leggere una pagina web. Di per sé nulla di strano, se non fosse che vi si enuncia una tale pila di stronzate da meritare, a un certo punto, un serio debunking.&#xA;Parlo di questa pagina:&#xA;https://pinperepette.github.io/signal.pirate/articoli/i-numeri-sono-giusti.html&#xA;La prima cosa da dire è che, quando si parla di statistica, occorrerebbe prestare una certa attenzione agli ordini di grandezza, alla natura dei dati e al metodo con cui vengono raccolti.&#xA;Perché qui vedo un paio di astuzie e molta, molta, molta ignoranza.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Prima cosa. I tassi di criminalità si esprimono normalmente come numero di eventi ogni centomila abitanti. Per esempio, il tasso medio di omicidi nell’Unione europea, secondo Eurostat, è nell’ordine di 0,7 omicidi ogni centomila abitanti.&#xA;&#xA;Ora, che cosa significa questo?&#xA;&#xA;Supponiamo di non conoscere il dato complessivo e di voler stimare il rischio semplicemente sulla base di ciò che osserviamo. Che cosa staremmo facendo?&#xA;&#xA;Staremmo effettuando una stima campionaria. Dove il campione sono le persone che osserviamo. Quelle che vediamo.&#xA;&#xA;Ora, di quale campione avremmo bisogno per stimare un tasso di 0,7 casi ogni centomila abitanti, con un margine d’errore e un livello di confidenza tali da non rendere inutile la stima?&#xA;&#xA;Perché questo è il punto: una stima non diventa utile soltanto perché le abbiamo appiccicato sopra un numero. Se il margine d’errore è dello stesso ordine di grandezza del valore che stiamo cercando di misurare, non abbiamo ottenuto una misura: abbiamo ottenuto una maniera matematicamente decorata di dire che non ne sappiamo nulla.&#xA;&#xA;Se vogliamo che il margine d’errore sia inferiore di almeno un ordine di grandezza rispetto al valore stimato, dobbiamo chiedere un errore relativo non superiore al 10 per cento.&#xA;&#xA;Nel nostro caso, quindi, vorremmo stimare un tasso di 0,7 omicidi ogni centomila abitanti con un margine d’errore di circa 0,07 casi ogni centomila, assumendo un livello di confidenza del 95 per cento.&#xA;&#xA;Il numero è abbastanza chiaro: per effettuare una stima del genere su una popolazione di 60.000.000 di abitanti, dovremmo osservarne circa 29 milioni.&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;Ventinove milioni.&#xA;&#xA;Perché altrimenti che cosa otteniamo? Una stima del tipo «un caso ogni centomila, più o meno due casi ogni centomila»: formalmente un risultato statistico, sostanzialmente una supercazzola con l’intervallo di confidenza.&#xA;L&#39;errore supera la misura.&#xA;&#xA;br&#xA;**&#xA;&#xA;br&#xA;Ma che cosa significa, in pratica?&#xA;&#xA;br&#xA;Significa che nessuno può davvero stimare il tasso di criminalità di un paese come l&#39;Italia sulla base del classico «io ci vivo, so quello che vedo». È una cazzata. Sic et simpliciter.&#xA;&#xA;Nessun individuo osserva un campione abbastanza grande, abbastanza distribuito e abbastanza rappresentativo da potersi costruire, attraverso la sola esperienza personale, una misura sensata della criminalità complessiva.&#xA;&#xA;La nostra percezione del crimine viene quindi quasi interamente dai mass media. Perché, a parte coloro che consultano le statistiche reali, nessuno può osservare abbastanza persone, abbastanza luoghi e abbastanza eventi da farsi un’idea propria che abbia un qualche valore statistico.&#xA;&#xA;Può farsi un’impressione. Può raccontare un’esperienza. Può descrivere il proprio quartiere.(se non e&#39; troppo grande).&#xA;&#xA;Ma non può stimare il tasso di criminalità di un paese.&#xA;&#xA;A quel punto al singolo individuo rimangono due scelte. La prima e&#39; quella di usare statistiche ufficiali, l&#39;altra e&#39; quella di usare i mass media, ovvero gli unici due enti che in qualche modo &#34;osservano&#34; 29 milioni di persone.&#xA;&#xA;gli enti che fanno statistiche ufficiali.&#xA;i mass media.&#xA;&#xA;Quindi, non non cita statistiche ufficiali, cita i mass media. L&#39;esperienza personale, come ci dice la statistica\\, non vale nulla.\\&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;Ma andiamo avanti, perché quell’articolo è abbastanza malizioso.&#xA;&#xA;Comincia citando soprattutto conteggi assoluti anziché tassi rapportati alla popolazione: 533.799 reati in meno, 582.057 furti in meno, 61.737 ingiurie scomparse dalle statistiche.&#xA;Numeri grandi, impressionanti, che però nascondono provvisoriamente l’ordine di grandezza del fenomeno rispetto alla popolazione italiana.&#xA;&#xA;E soprattutto gli consentono di evitare la domanda essenziale: grande rispetto a che cosa?&#xA;&#xA;Un conteggio assoluto non è ancora una misura del rischio. Per ottenere una misura confrontabile occorre almeno rapportarlo alla popolazione esposta, trasformandolo in un tasso pro capite e specificando quale popolazione costituisca davvero il denominatore.&#xA;&#xA;Questa omissione gli permette anche di non affrontare il problema della percezione individuale: se il fenomeno ha un’incidenza dell’ordine di poche unità, o di poche decine di unità, ogni centomila abitanti, nessuna persona può osservarne abbastanza da ricavarne direttamente una stima sensata. Il famoso «io ci vivo e so quello che vedo» non è una statistica: è un aneddoto.&#xA;&#xA;Detto questo, non si può sostenere che il nostro aspirante statistico non usi strumenti statistici. Li usa: applica il test di Mann-Kendall, lo stimatore di Theil-Sen, un test sup-F per cercare una rottura della serie e alcune simulazioni per valutarne la significatività.&#xA;&#xA;Il problema non è quindi l’assenza completa di tecnica. Il problema è ciò che decide di misurare, il denominatore che sceglie — o che talvolta non sceglie affatto — e il salto logico con cui passa dall’andamento di alcuni conteggi alla percezione del rischio criminale da parte dell’intera popolazione.&#xA;&#xA;Quanto al Covid, trattarlo come una semplice parentesi narrativa non basta. Per i reati di strada il lockdown modifica direttamente l’esposizione al rischio: meno persone sui mezzi pubblici, meno persone nei negozi, meno persone nelle strade e nelle abitazioni lasciate vuote. Non è soltanto un valore anomalo da eliminare: è una discontinuità del processo che genera i dati.&#xA;&#xA;Occorre quindi distinguere le serie, rapportare i conteggi alla popolazione effettivamente esposta e confrontare separatamente il periodo precedente, quello pandemico e quello successivo. Soltanto dopo si può parlare di andamento della criminalità, invece di osservare una montagna di numeri e attribuirle il significato editoriale che si preferisce.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;Il suo errore fondamentale è questo: confonde la composizione della criminalità con il suo livello complessivo.&#xA;I numeri possono dirgli contemporaneamente che:&#xA;&#xA;il totale dei reati denunciati è diminuito;&#xA;alcune categorie sono diminuite moltissimo;&#xA;altre categorie sono aumentate;&#xA;la composizione del totale è cambiata.&#xA;&#xA;Da queste quattro cose, però, non segue che il calo complessivo sia fittizio, né tantomeno che la criminalità sia aumentata. Segue soltanto che il calo non è uniforme.&#xA;&#xA;1\. Costruisce una categoria artificiale: «tutto tranne i furti»&#xA;&#xA;Il passaggio centrale è:&#xA;&#xA;  i furti sono scesi più del totale, dunque tutto il resto è aumentato.&#xA;&#xA;Aritmeticamente è vero: se il totale cala di 533.799 unità e i furti calano di 582.057, la somma di tutte le altre categorie deve essere cresciuta di circa 48.000 unità. &#xA;Ma “tutto il resto” non è una categoria statistica. È un contenitore creato apposta sottraendo la categoria che è diminuita di più.&#xA;Dentro ci mette insieme:&#xA;&#xA;truffe informatiche;&#xA;violenze sessuali;&#xA;danneggiamenti;&#xA;estorsioni;&#xA;reati amministrativi;&#xA;reati contro la persona;&#xA;categorie influenzate da cambi legislativi;&#xA;fenomeni con propensioni alla denuncia completamente diverse. (poi parlo di questo argomento)&#xA;&#xA;È come dire:&#xA;&#xA;  La mortalità complessiva è diminuita, ma se togliamo le morti cardiovascolari, tutte le altre cause messe insieme sono aumentate.&#xA;&#xA;Può essere vero. Ma non dimostra che la mortalità complessiva sia aumentata, né che il suo calo sia un’illusione. Dimostra che una componente ha prodotto gran parte del miglioramento.&#xA;Il suo trucco consiste nel trattare il complemento arbitrario di una categoria come se fosse una variabile dotata di significato autonomo.&#xA;&#xA;2\. Un calo concentrato rimane un calo&#xA;&#xA;L’autore sembra ritenere che, se il 52% della diminuzione deriva dai furti di veicoli, allora quel calo valga meno. &#xA;Ma perché?&#xA;Se gli immobilizer hanno impedito centinaia di migliaia di furti, quelle sono centinaia di migliaia di vittimizzazioni in meno. Non importa che i ladri siano diventati moralmente migliori oppure che la tecnologia abbia reso il reato più difficile.&#xA;Lui scrive, in sostanza:&#xA;&#xA;  Non è cambiato il paese; sono cambiati i bersagli.&#xA;&#xA;Ma la sicurezza non misura la bontà interiore dei criminali. Misura anche la probabilità che un reato avvenga.&#xA;Se una banca non viene più rapinata perché è blindata, la rapina è comunque scomparsa. Se un’automobile non viene rubata perché ha l’immobilizer, il proprietario è comunque più sicuro.&#xA;L’autore sostituisce surrettiziamente la domanda:&#xA;&#xA;  Quanti reati avvengono?&#xA;&#xA;con:&#xA;&#xA;  Quanto sono diventati moralmente miti i potenziali criminali?&#xA;&#xA;Ma i dati citati misurano la prima cosa, non la seconda.&#xA;&#xA;3\. Trasforma il cambiamento della composizione in una negazione del calo&#xA;&#xA;Calcola che la quantità sia cambiata del 18,2% e la composizione del 17,3%, poi conclude che concentrarsi sul totale significherebbe buttare via «metà dell’informazione». (Pinperepette | Signal Pirate&#34;))&#xA;&#xA;Questo non è corretto.&#xA;&#xA;La variazione del totale e la distanza tra due composizioni non sono due metà additive della stessa informazione. Sono grandezze diverse, con unità e significati diversi. Non puoi dire:&#xA;&#xA;18,2% di variazione della quantità più 17,3% di variazione della composizione.&#xA;&#xA;e dedurne che ciascuna rappresenti metà del fenomeno.&#xA;&#xA;La distanza in variazione totale tra due vettori di quote indica quanto sia cambiata la distribuzione relativa delle categorie. Non misura una quantità di criminalità nascosta e non può essere sommata, confrontata o pesata direttamente come se fosse un secondo pezzo del totale.&#xA;&#xA;La frase «metà dell’informazione, misurata» è retorica, non statistica.&#xA;&#xA;4\. Usa le quote interne come se misurassero il rischio&#xA;&#xA;Scrive che i furti passano dal 55,8% al 44% dei delitti e le truffe informatiche dal 4,1% all’11,9%. (Pinperepette | Signal Pirate&#34;))&#xA;Ma una quota sul totale dei reati non è un tasso di rischio.&#xA;Se una categoria diminuisce rapidamente, le altre possono aumentare come quota anche restando ferme in valore assoluto. Il denominatore cambia continuamente.&#xA;Esempio:&#xA;&#xA;furti: da 100 a 50;&#xA;truffe: ferme a 10;&#xA;totale: da 110 a 60.&#xA;&#xA;Le truffe passano dal 9,1% al 16,7% del totale, pur non essendo aumentate affatto.&#xA;Quindi la crescita della quota di una categoria non dimostra automaticamente che il relativo rischio sia aumentato. Bisogna utilizzare:&#xA;&#xA;il numero assoluto;&#xA;il tasso per popolazione;&#xA;possibilmente la popolazione realmente esposta;&#xA;una serie temporale coerente.&#xA;&#xA;Lui passa continuamente da conteggi assoluti a quote sul totale e poi a percentuali di variazione, attribuendo a tutte queste grandezze lo stesso significato narrativo.&#xA;&#xA;5\. Sceglie il 2019 per ottenere il segno positivo&#xA;&#xA;Critica l’uso del 2007 come anno iniziale, perché sarebbe un picco, e propone il 2019: rispetto al 2019, nel 2024 il totale sarebbe cresciuto del 4,2%. (Pinperepette | Signal Pirate&#34;))&#xA;Ma questa non è una stima della tendenza. È un confronto tra due estremi scelti.&#xA;Il 2019 può essere un riferimento sensato come ultimo anno prima del Covid, ma non dimostra da solo che la criminalità abbia intrapreso un trend crescente. Per affermarlo servirebbe analizzare l’intera serie post-pandemica, tenendo conto almeno di:&#xA;&#xA;shock del 2020;&#xA;recupero successivo;&#xA;dimensione della popolazione;&#xA;eventuali cambiamenti nella classificazione;&#xA;propensione alla denuncia;&#xA;intervallo d’incertezza della tendenza.&#xA;&#xA;Passare da «nel 2024 ci sono il 4,2% di denunce in più rispetto al 2019» a «la criminalità sta aumentando» è precisamente il tipo di inferenza che lui rimprovera all’articolo originale.&#xA;Inoltre usa conteggi assoluti mentre la popolazione italiana tra il 2019 e il 2024 è diminuita: per parlare di rischio avrebbe dovuto calcolare almeno i tassi per abitante.&#xA;&#xA;6\. Confonde criminalità, denunce, autori denunciati e vittimizzazione&#xA;&#xA;L’articolo mette a confronto:&#xA;&#xA;delitti denunciati;&#xA;persone denunciate;&#xA;risposte alle indagini di vittimizzazione;&#xA;propensione alla denuncia;&#xA;percezione di insicurezza.&#xA;&#xA;Sono tutte variabili collegate, ma non sono misure intercambiabili.&#xA;Il fatto che crescano le persone denunciate mentre calano i fatti denunciati non significa necessariamente che i fatti reali aumentino. Una persona può essere denunciata per più episodi; più persone possono essere denunciate per uno stesso fatto; possono cambiare l’efficienza investigativa, i criteri di registrazione e i tempi procedurali.&#xA;Lui stesso ammette che non è possibile distinguere un miglioramento investigativo da una minore propensione alla denuncia, ma usa comunque la divergenza per insinuare che il calo dei reati sia dubbio. (Pinperepette | Signal Pirate&#34;))&#xA;Questo non è un risultato: è un’indeterminatezza. Da «questo indicatore non permette di scegliere tra due spiegazioni» non segue che la spiegazione preferita dall’autore sia quella vera.&#xA;&#xA;7\. Sugli scippi trasforma una coincidenza numerica in un’identità causale&#xA;&#xA;Il punto più fragile è il ragionamento:&#xA;&#xA;le vittime dichiarate sono stabili;&#xA;la propensione a denunciare scende;&#xA;le denunce scendono quasi nella stessa misura;&#xA;dunque non è avvenuto alcuno scippo in meno.&#xA;&#xA;E conclude che il calo osservato «non contiene un solo scippo in meno». (Pinperepette | Signal Pirate&#34;))&#xA;È una conclusione molto più forte dei dati.&#xA;Un’indagine campionaria produce stime con:&#xA;&#xA;errore campionario;&#xA;pesi;&#xA;intervalli di confidenza;&#xA;errori di memoria;&#xA;possibili differenze nella popolazione intervistata e nel periodo di riferimento.&#xA;&#xA;Dire che due variazioni percentuali «combaciano» non dimostra che una spieghi integralmente l’altra. Per affermare «zero scippi in meno» bisognerebbe propagare l’incertezza di entrambe le stime e verificare formalmente la compatibilità del modello.&#xA;Invece l’autore prende due stime approssimativamente concordanti e le trasforma in una precisa decomposizione causale.&#xA;&#xA;8\. Considera il Covid una spiegazione alternativa alla diminuzione, ma non lo è&#xA;&#xA;Scrive che, se durante la pandemia circolavano meno persone, il calo dei borseggi non sarebbe «meno criminalità», ma soltanto meno occasioni. (Pinperepette | Signal Pirate&#34;))&#xA;&#xA;Ancora una volta cambia la definizione.&#xA;&#xA;Se avvengono meno borseggi perché meno persone sono esposte, avvengono comunque meno borseggi. È una riduzione reale della vittimizzazione osservata.&#xA;&#xA;Si può dire che non dimostra una riduzione della propensione individuale a delinquere. Ma non si può dire che non sia una riduzione della criminalità registrata o del rischio effettivamente corso in quel periodo.&#xA;&#xA;La distinzione corretta sarebbe:&#xA;&#xA;frequenza osservata dei reati: diminuita;&#xA;rischio condizionato all’esposizione: da stimare;&#xA;propensione criminale degli autori: non ricavabile direttamente.&#xA;&#xA;L’autore salta dalla terza grandezza alla prima e dichiara irreale un calo perfettamente reale.&#xA;&#xA;In sintesi&#xA;&#xA;Il tizio non dimostra che la criminalità sia aumentata.&#xA;Dimostra, con diversa solidità, che:&#xA;&#xA;il calo è concentrato in alcune categorie;&#xA;la composizione dei reati è cambiata;&#xA;alcuni reati sono aumentati;&#xA;una parte delle statistiche dipende dalla propensione alla denuncia;&#xA;il periodo post-Covid è meno favorevole del confronto 2007–2024.&#xA;&#xA;Sono osservazioni legittime.&#xA;Poi però commette il salto abusivo:&#xA;&#xA;alcune categorie crescono⟹il calo totale non eˋ vero o non conta&#xA;&#xA;Questo è falso.&#xA;&#xA;La conclusione statisticamente corretta sarebbe:&#xA;&#xA;  La criminalità denunciata complessiva è diminuita rispetto al 2007, ma il calo è molto eterogeneo, è concentrato soprattutto nei furti e convive con la crescita di alcune categorie, in particolare quelle informatiche. Rispetto al minimo pandemico e, per alcuni indicatori, rispetto al 2019, si osserva inoltre una ripresa recente.&#xA;&#xA;Non:&#xA;&#xA;  La criminalità è in realtà aumentata.&#xA;&#xA;In altre parole, non scopre che il segno meno è un segno più.&#xA;&#xA;Scompone il segno meno, trova al suo interno alcuni segni più e pretende che questi annullino logicamente il totale.&#xA;&#xA;Ma una somma resta una somma, anche quando i suoi addendi non vanno tutti nella stessa direzione.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;C’è poi il solito feticcio della «propensione alla denuncia», usato invariabilmente in una sola direzione.&#xA;&#xA;Il ragionamento è sempre lo stesso: i reati denunciati sono meno dei reati realmente avvenuti, dunque le statistiche ufficiali sottostimano necessariamente la criminalità.&#xA;&#xA;Ma chi ha stabilito che l’errore debba avere un solo segno?&#xA;&#xA;La mancata denuncia spinge certamente il dato verso il basso. Ma esistono anche denunce infondate, fraudolente, duplicate o costruite appositamente per ottenere un vantaggio economico, che lo spingono nella direzione opposta.&#xA;&#xA;Il caso più ovvio è quello delle frodi assicurative. Per ottenere il risarcimento di un’automobile rubata, di beni sottratti o di determinati danni, è spesso necessario presentare una denuncia. E infatti proprio i furti di veicoli, per i quali la denuncia è indispensabile ai fini assicurativi, sono tra i reati con la più alta percentuale di segnalazione.&#xA;&#xA;Solo che non tutte queste denunce descrivono necessariamente un reato realmente avvenuto.&#xA;&#xA;Esistono furti simulati, falsi incidenti, danni inventati o gonfiati, lesioni inesistenti e lesioni pregresse attribuite opportunamente a un sinistro. Non tutte le frodi assicurative producono una denuncia penale, naturalmente; ma una parte di esse può introdurre nelle statistiche eventi che non sono mai avvenuti, oppure che non sono avvenuti nel modo dichiarato.&#xA;&#xA;Di conseguenza, la differenza tra reati reali e reati denunciati non è semplicemente:&#xA;reati reali meno reati non denunciati.&#xA;&#xA;È, semmai, qualcosa del genere:&#xA;&#xA;reati realmente avvenuti&#xA;meno reati non denunciati&#xA;più denunce infondate o fraudolente&#xA;più eventuali duplicazioni ed errori di classificazione.&#xA;&#xA;La «propensione alla denuncia» non è quindi una comoda manopola con cui aumentare a piacere il numero dei reati reali. È soltanto una delle componenti del processo che trasforma gli eventi accaduti in registrazioni amministrative.&#xA;&#xA;Se si vuole correggere il dato ufficiale, bisogna stimare tutte le distorsioni rilevanti, non scegliere soltanto quella che sposta il risultato nella direzione desiderata.&#xA;&#xA;Altrimenti non si sta facendo statistica.&#xA;&#xA;Si sta applicando un correttore ideologico con un solo pulsante: «aumenta».&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;&#xA;E non stiamo parlando di un fenomeno statisticamente irrilevante.&#xA;&#xA;Nel solo settore della responsabilità civile automobilistica, ogni anno le compagnie italiane individuano circa 650.000 sinistri con indicatori di rischio frode, ne sottopongono ad approfondimento quasi 300.000 e ne chiudono senza seguito, grazie all’attività antifrode, circa 37.000.&#xA;&#xA;Non possiamo dire che tutte queste pratiche corrispondano a false denunce di reato. Ma l’ordine di grandezza è quello delle decine di migliaia di richieste di risarcimento bloccate ogni anno, non delle poche decine di casi folkloristici.&#xA;&#xA;All’interno di questo fenomeno, le lesioni personali inesistenti, gonfiate o attribuite falsamente a un sinistro rappresentano verosimilmente un numero dell’ordine delle migliaia, se non delle decine di migliaia, ogni anno.&#xA;&#xA;Dunque la distorsione non procede affatto soltanto verso il basso.&#xA;&#xA;Esistono reati veri che non vengono denunciati, ma esistono anche sinistri, furti, danneggiamenti e lesioni che vengono denunciati o documentati allo scopo di ottenere un risarcimento, pur non essendo mai avvenuti o non essendo avvenuti nella forma dichiarata.&#xA;&#xA;E qui gli ordini di grandezza diventano devastanti.&#xA;&#xA;Nel solo settore della responsabilità civile automobilistica, ogni anno vengono segnalati come esposti a rischio frode più di 650.000 sinistri; quasi 300.000 vengono approfonditi e circa 37.000 vengono chiusi senza seguito grazie all’attività antifrode.&#xA;&#xA;Rapportati alla popolazione italiana, i soli 37.000 sinistri bloccati corrispondono grossolanamente a oltre sessanta casi ogni centomila abitanti. L’intero bacino delle pratiche esposte a rischio frode supera invece il migliaio ogni centomila abitanti.&#xA;&#xA;Naturalmente non sono tutti falsi furti, false aggressioni o false denunce penali. Ma è precisamente questo il problema: nessuno sa quale quota di queste pratiche finisca per alimentare le statistiche dei furti, dei danneggiamenti, delle aggressioni o delle lesioni personali.&#xA;&#xA;Eppure stiamo tentando di correggere tassi criminali dell’ordine delle unità o delle decine ogni centomila abitanti mediante una “propensione alla denuncia”, fingendo che l’unica distorsione esistente sia quella al ribasso.&#xA;&#xA;La distorsione di segno opposto ha invece, almeno potenzialmente, un ordine di grandezza comparabile o superiore a quello dei fenomeni che pretendiamo di misurare.&#xA;&#xA;Questo non autorizza a sostenere che metà delle denunce per furto di automobili o motorini siano fraudolente: per farlo servirebbe conoscere precisamente quanti furti simulati entrino nelle statistiche. Ma autorizza certamente a dire che una correzione fondata soltanto sui reati non denunciati è metodologicamente monca.&#xA;&#xA;Non sappiamo soltanto quanti reati reali manchino dal conteggio.&#xA;&#xA;Non sappiamo neppure quanti reati inesistenti vi siano entrati.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Ragioniamo deliberatamente per assurdo, applicando alle frodi assicurative lo stesso genere di ragionamento che viene usato quando si parla di «propensione alla denuncia».&#xA;Nel 2023, su circa 300.000 sinistri sottoposti ad approfondimento perché sospetti, circa 37.000 sono stati chiusi senza seguito grazie all’attività antifrode.&#xA;Il rapporto è:&#xA;&#xA;37.000 / 300.000 = 0,1233&#xA;&#xA;ovvero:&#xA;&#xA;0,1233 × 100 = 12,33%&#xA;&#xA;Se trattassimo questo valore come una specie di «propensione alla falsa denuncia», con la stessa disinvoltura con cui altri usano la propensione alla denuncia per aumentare il numero dei reati, dovremmo concludere che le statistiche ufficiali vanno ridotte del 12,3%.&#xA;In altre parole:&#xA;&#xA;reati stimati = denunce ufficiali × (1 - 0,1233)&#xA;&#xA;e quindi:&#xA;&#xA;reati stimati = denunce ufficiali × 0,8767&#xA;&#xA;Per esempio:&#xA;&#xA;100.000 denunce × 0,8767 = 87.670 reati stimati&#xA;&#xA;200.000 denunce × 0,8767 = 175.340 reati stimati&#xA;&#xA;500.000 denunce × 0,8767 = 438.350 reati stimati&#xA;&#xA;Potremmo dunque sostenere, usando questo metodo, che circa una denuncia su otto descrive un fatto inesistente, alterato o fraudolento e che, di conseguenza, tutte le statistiche ufficiali dovrebbero essere ridotte di oltre il 12%.&#xA;&#xA;Naturalmente sarebbe un calcolo metodologicamente osceno.&#xA;&#xA;I 300.000 casi approfonditi non costituiscono infatti un campione casuale dell’intera popolazione dei sinistri. Sono stati selezionati proprio perché presentavano indicatori di rischio frode.&#xA;&#xA;Estendere il tasso osservato all’interno di questo gruppo all’intero universo dei sinistri sarebbe come misurare la diffusione della febbre in un reparto di malattie infettive e applicare il risultato a tutta la popolazione italiana.&#xA;&#xA;Ma questo è precisamente il motivo per cui il ragionamento è utile come reductio ad absurdum.&#xA;&#xA;Se si accetta il metodo con cui la «propensione alla denuncia» viene usata per correggere verso l’alto il numero ufficiale dei reati, allora si potrebbe usare con la stessa disinvoltura un indicatore di segno opposto per correggerlo verso il basso del 12,3%.&#xA;&#xA;Esiste poi un calcolo meno assurdo, anche se ancora molto grezzo.&#xA;&#xA;Nel 2023 sono stati denunciati complessivamente circa 2.490.815 sinistri. Rapportando i circa 37.000 casi chiusi senza seguito all’intero universo dei sinistri denunciati, otteniamo:&#xA;&#xA;37.000 / 2.490.815 = 0,01485&#xA;&#xA;ovvero:&#xA;&#xA;0,01485 × 100 = 1,485%&#xA;&#xA;Arrotondando:&#xA;&#xA;circa 1,5%&#xA;&#xA;Applicando questa correzione:&#xA;&#xA;reati stimati = denunce ufficiali × (1 - 0,015)&#xA;&#xA;quindi:&#xA;&#xA;reati stimati = denunce ufficiali × 0,985&#xA;&#xA;Per esempio:&#xA;&#xA;100.000 denunce × 0,985 = 98.500 reati stimati&#xA;&#xA;500.000 denunce × 0,985 = 492.500 reati stimati&#xA;&#xA;Avremmo dunque due possibili risultati:&#xA;&#xA;correzione assurda, ricavata dai soli casi sospetti: -12,3%&#xA;&#xA;rapporto grezzo sull&#39;intero universo dei sinistri: -1,5%&#xA;&#xA;Nessuno dei due valori può essere trasferito automaticamente alle statistiche generali della criminalità. I sinistri assicurativi non coincidono con le denunce penali, e i casi chiusi senza seguito non corrispondono necessariamente a falsi reati entrati nelle statistiche.&#xA;&#xA;Ma il punto rimane.&#xA;&#xA;A seconda della «propensione» che scegliamo, possiamo fabbricare una correzione verso l’alto oppure verso il basso.&#xA;&#xA;Se consideriamo soltanto i reati avvenuti ma non denunciati, aumentiamo le statistiche ufficiali.&#xA;&#xA;Se consideriamo soltanto le denunce infondate, gli eventi simulati e le richieste fraudolente, le diminuiamo.&#xA;&#xA;Senza un modello completo del processo che trasforma un evento reale — o inesistente — in una registrazione amministrativa, non stiamo correggendo il dato.&#xA;&#xA;Lo stiamo orientando nella direzione che preferiamo.&#xA;&#xA;Morale?&#xA;&#xA;L’argomento della «propensione alla denuncia», usato in questo modo, è merda pura.&#xA;&#xA;Perché, con lo stesso identico livello di rigore, avrei potuto prendere le statistiche sui falsi sinistri, trattarle come una specie di «propensione alla falsa denuncia» e togliere spannometricamente il 12,3 per cento dei reati dal computo ufficiale.&#xA;&#xA;Avrei sbagliato, naturalmente.&#xA;&#xA;Ma non avrei sbagliato più di chi usa la mancata denuncia per gonfiare automaticamente il numero dei reati reali.&#xA;&#xA;Solo che io non ho voluto farlo.&#xA;&#xA;br&#xA;*&#xA;&#xA;br&#xA;Conclusione.&#xA;&#xA;br&#xA;Si tratta di un articolo «furbo», che pretende di parlare attraverso i numeri sperando che il lettore si perda in sommatorie, percentuali, confronti tra categorie e cambi di denominatore abbastanza a lungo da non accorgersi del trucco.&#xA;&#xA;Il trucco consiste nel prendere un calo generalizzato della criminalità, scomporlo finché non si trovano alcune categorie in aumento e usare quelle categorie per sostenere che, in realtà, il calo sarebbe un aumento.&#xA;&#xA;Ma un totale che diminuisce continua a diminuire anche quando alcune delle sue componenti crescono. La composizione del fenomeno può cambiare, certe forme di criminalità possono aumentare e altre diminuire molto più rapidamente, ma nessuna di queste cose trasforma aritmeticamente un segno meno in un segno più.&#xA;&#xA;L’altro trucco consiste nel dare un significato statistico alla cosiddetta «percezione della popolazione».&#xA;&#xA;Una percezione collettiva autonoma della criminalità, costruita attraverso l’esperienza diretta, è semplicemente impossibile. Nessun individuo osserva un campione abbastanza grande, distribuito e rappresentativo da poter stimare il rischio criminale di un intero paese.&#xA;&#xA;Quella che viene chiamata «percezione della popolazione» è quindi, nella sostanza, percezione mediatica: il risultato di ciò che televisioni, giornali, social network e politica decidono di mostrare, ripetere e amplificare.&#xA;&#xA;Non è una misura alternativa della criminalità.&#xA;&#xA;È una misura di quanto si parla della criminalità.&#xA;&#xA;In breve, la misura delle chiacchiere che si fanno dalla parrucchiera.&#xA;&#xA;Dove finiremo, signora mia.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Per motivi diversi, mi sono trovato a leggere una pagina web. Di per sé nulla di strano, se non fosse che vi si enuncia una tale pila di stronzate da meritare, a un certo punto, un serio debunking.
Parlo di questa pagina:
<a href="https://pinperepette.github.io/signal.pirate/articoli/i-numeri-sono-giusti.html">https://pinperepette.github.io/signal.pirate/articoli/i-numeri-sono-giusti.html</a>
La prima cosa da dire è che, quando si parla di statistica, occorrerebbe prestare una certa attenzione agli ordini di grandezza, alla natura dei dati e al metodo con cui vengono raccolti.
Perché qui vedo un paio di astuzie e molta, molta, molta ignoranza.</p>

<p>Prima cosa. I tassi di criminalità si esprimono normalmente come numero di eventi ogni centomila abitanti. Per esempio, il tasso medio di omicidi nell’Unione europea, secondo Eurostat, è nell’ordine di 0,7 omicidi ogni centomila abitanti.</p>

<p>Ora, che cosa significa questo?</p>

<p>Supponiamo di non conoscere il dato complessivo e di voler stimare il rischio semplicemente sulla base di ciò che osserviamo. Che cosa staremmo facendo?</p>

<p>Staremmo effettuando una stima campionaria. Dove il campione sono le persone che osserviamo. Quelle che vediamo.</p>

<p>Ora, di quale campione avremmo bisogno per stimare un tasso di 0,7 casi ogni centomila abitanti, con un margine d’errore e un livello di confidenza tali da non rendere inutile la stima?</p>

<p>Perché questo è il punto: una stima non diventa utile soltanto perché le abbiamo appiccicato sopra un numero. Se il margine d’errore è dello stesso ordine di grandezza del valore che stiamo cercando di misurare, non abbiamo ottenuto una misura: abbiamo ottenuto una maniera matematicamente decorata di dire che non ne sappiamo nulla.</p>

<p>Se vogliamo che il margine d’errore sia inferiore di almeno un ordine di grandezza rispetto al valore stimato, dobbiamo chiedere un errore relativo non superiore al 10 per cento.</p>

<p>Nel nostro caso, quindi, vorremmo stimare un tasso di 0,7 omicidi ogni centomila abitanti con un margine d’errore di circa 0,07 casi ogni centomila, assumendo un livello di confidenza del 95 per cento.</p>

<p>Il numero è abbastanza chiaro: per effettuare una stima del genere su una popolazione di 60.000.000 di abitanti, dovremmo osservarne circa 29 milioni.</p>

<p><img src="/images/513cf852db2cdf5a3b28add8d29ee1b7.png" alt="image.png"></p>

<h2 id="ventinove-milioni"><strong>Ventinove milioni.</strong></h2>

<p>Perché altrimenti che cosa otteniamo? Una stima del tipo «un caso ogni centomila, più o meno due casi ogni centomila»: formalmente un risultato statistico, sostanzialmente una supercazzola con l’intervallo di confidenza.
L&#39;errore supera la misura.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Ma che cosa significa, in pratica?</p>

<p><br>
Significa che nessuno può davvero stimare il tasso di criminalità di un paese come l&#39;Italia sulla base del classico «io ci vivo, so quello che vedo». È una cazzata. Sic et simpliciter.</p>

<p>Nessun individuo osserva un campione abbastanza grande, abbastanza distribuito e abbastanza rappresentativo da potersi costruire, attraverso la sola esperienza personale, una misura sensata della criminalità complessiva.</p>

<h2 id="la-nostra-percezione-del-crimine-viene-quindi-quasi-interamente-dai-mass-media-perché-a-parte-coloro-che-consultano-le-statistiche-reali-nessuno-può-osservare-abbastanza-persone-abbastanza-luoghi-e-abbastanza-eventi-da-farsi-un-idea-propria-che-abbia-un-qualche-valore-statistico">La nostra percezione del crimine viene quindi quasi interamente dai mass media. Perché, a parte coloro che consultano le statistiche reali, nessuno può osservare abbastanza persone, abbastanza luoghi e abbastanza eventi da farsi un’idea propria che abbia un qualche valore statistico.</h2>

<p>Può farsi un’impressione. Può raccontare un’esperienza. Può descrivere il proprio quartiere.(se non e&#39; troppo grande).</p>

<p>Ma non può stimare il tasso di criminalità di un paese.</p>

<p>A quel punto al singolo individuo rimangono due scelte. La prima e&#39; quella di usare statistiche ufficiali, l&#39;altra e&#39; quella di usare i mass media, ovvero gli unici due enti che in qualche modo “osservano” 29 milioni di persone.</p>
<ol><li>gli enti che fanno statistiche ufficiali.</li>
<li>i mass media.</li></ol>

<p>Quindi, non non cita statistiche ufficiali, cita i mass media. L&#39;esperienza personale, come ci dice la statistica**, non vale nulla.**</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Ma andiamo avanti, perché quell’articolo è abbastanza malizioso.</p>

<p>Comincia citando soprattutto conteggi assoluti anziché tassi rapportati alla popolazione: 533.799 reati in meno, 582.057 furti in meno, 61.737 ingiurie scomparse dalle statistiche.
Numeri grandi, impressionanti, che però nascondono provvisoriamente l’ordine di grandezza del fenomeno rispetto alla popolazione italiana.</p>

<p>E soprattutto gli consentono di evitare la domanda essenziale: grande rispetto a che cosa?</p>

<p>Un conteggio assoluto non è ancora una misura del rischio. Per ottenere una misura confrontabile occorre almeno rapportarlo alla popolazione esposta, trasformandolo in un tasso pro capite e specificando quale popolazione costituisca davvero il denominatore.</p>

<p>Questa omissione gli permette anche di non affrontare il problema della percezione individuale: se il fenomeno ha un’incidenza dell’ordine di poche unità, o di poche decine di unità, ogni centomila abitanti, nessuna persona può osservarne abbastanza da ricavarne direttamente una stima sensata. Il famoso «io ci vivo e so quello che vedo» non è una statistica: è un aneddoto.</p>

<p>Detto questo, non si può sostenere che il nostro aspirante statistico non usi strumenti statistici. Li usa: applica il test di Mann-Kendall, lo stimatore di Theil-Sen, un test sup-F per cercare una rottura della serie e alcune simulazioni per valutarne la significatività.</p>

<p>Il problema non è quindi l’assenza completa di tecnica. Il problema è ciò che decide di misurare, il denominatore che sceglie — o che talvolta non sceglie affatto — e il salto logico con cui passa dall’andamento di alcuni conteggi alla percezione del rischio criminale da parte dell’intera popolazione.</p>

<p>Quanto al Covid, trattarlo come una semplice parentesi narrativa non basta. Per i reati di strada il lockdown modifica direttamente l’esposizione al rischio: meno persone sui mezzi pubblici, meno persone nei negozi, meno persone nelle strade e nelle abitazioni lasciate vuote. Non è soltanto un valore anomalo da eliminare: è una discontinuità del processo che genera i dati.</p>

<p>Occorre quindi distinguere le serie, rapportare i conteggi alla popolazione effettivamente esposta e confrontare separatamente il periodo precedente, quello pandemico e quello successivo. Soltanto dopo si può parlare di andamento della criminalità, invece di osservare una montagna di numeri e attribuirle il significato editoriale che si preferisce.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
<br>
Il suo errore fondamentale è questo: <strong>confonde la composizione della criminalità con il suo livello complessivo</strong>.
I numeri possono dirgli contemporaneamente che:</p>
<ol><li>il totale dei reati denunciati è diminuito;</li>
<li>alcune categorie sono diminuite moltissimo;</li>
<li>altre categorie sono aumentate;</li>
<li>la composizione del totale è cambiata.</li></ol>

<p>Da queste quattro cose, però, <strong>non segue</strong> che il calo complessivo sia fittizio, né tantomeno che la criminalità sia aumentata. Segue soltanto che il calo non è uniforme.</p>

<h2 id="1-costruisce-una-categoria-artificiale-tutto-tranne-i-furti">1. Costruisce una categoria artificiale: «tutto tranne i furti»</h2>

<p>Il passaggio centrale è:</p>

<blockquote><p>i furti sono scesi più del totale, dunque tutto il resto è aumentato.</p></blockquote>

<p>Aritmeticamente è vero: se il totale cala di 533.799 unità e i furti calano di 582.057, la somma di tutte le altre categorie deve essere cresciuta di circa 48.000 unità.
Ma <strong>“tutto il resto” non è una categoria statistica</strong>. È un contenitore creato apposta sottraendo la categoria che è diminuita di più.
Dentro ci mette insieme:</p>
<ul><li>truffe informatiche;</li>
<li>violenze sessuali;</li>
<li>danneggiamenti;</li>
<li>estorsioni;</li>
<li>reati amministrativi;</li>
<li>reati contro la persona;</li>
<li>categorie influenzate da cambi legislativi;</li>
<li>fenomeni con propensioni alla denuncia completamente diverse. (poi parlo di questo argomento)</li></ul>

<p>È come dire:</p>

<blockquote><p>La mortalità complessiva è diminuita, ma se togliamo le morti cardiovascolari, tutte le altre cause messe insieme sono aumentate.</p></blockquote>

<p>Può essere vero. Ma non dimostra che la mortalità complessiva sia aumentata, né che il suo calo sia un’illusione. Dimostra che <strong>una componente ha prodotto gran parte del miglioramento</strong>.
Il suo trucco consiste nel trattare il complemento arbitrario di una categoria come se fosse una variabile dotata di significato autonomo.</p>

<h2 id="2-un-calo-concentrato-rimane-un-calo">2. Un calo concentrato rimane un calo</h2>

<p>L’autore sembra ritenere che, se il 52% della diminuzione deriva dai furti di veicoli, allora quel calo valga meno.
Ma perché?
Se gli immobilizer hanno impedito centinaia di migliaia di furti, quelle sono centinaia di migliaia di vittimizzazioni in meno. Non importa che i ladri siano diventati moralmente migliori oppure che la tecnologia abbia reso il reato più difficile.
Lui scrive, in sostanza:</p>

<blockquote><p>Non è cambiato il paese; sono cambiati i bersagli.</p></blockquote>

<p>Ma la sicurezza non misura la bontà interiore dei criminali. Misura anche la probabilità che un reato avvenga.
Se una banca non viene più rapinata perché è blindata, <strong>la rapina è comunque scomparsa</strong>. Se un’automobile non viene rubata perché ha l’immobilizer, il proprietario è comunque più sicuro.
L’autore sostituisce surrettiziamente la domanda:</p>

<blockquote><p>Quanti reati avvengono?</p></blockquote>

<p>con:</p>

<blockquote><p>Quanto sono diventati moralmente miti i potenziali criminali?</p></blockquote>

<p>Ma i dati citati misurano la prima cosa, non la seconda.</p>

<h2 id="3-trasforma-il-cambiamento-della-composizione-in-una-negazione-del-calo">3. Trasforma il cambiamento della composizione in una negazione del calo</h2>

<p>Calcola che la quantità sia cambiata del 18,2% e la composizione del 17,3%, poi conclude che concentrarsi sul totale significherebbe buttare via «metà dell’informazione». (Pinperepette | Signal Pirate”))</p>

<p>Questo non è corretto.</p>

<p>La variazione del totale e la distanza tra due composizioni <strong>non sono due metà additive della stessa informazione</strong>. Sono grandezze diverse, con unità e significati diversi. Non puoi dire:</p>

<p>18,2% di variazione della quantità più 17,3% di variazione della composizione.</p>

<p>e dedurne che ciascuna rappresenti metà del fenomeno.</p>

<p>La distanza in variazione totale tra due vettori di quote indica quanto sia cambiata la distribuzione relativa delle categorie. Non misura una quantità di criminalità nascosta e non può essere sommata, confrontata o pesata direttamente come se fosse un secondo pezzo del totale.</p>

<p>La frase «metà dell’informazione, misurata» è retorica, non statistica.</p>

<h2 id="4-usa-le-quote-interne-come-se-misurassero-il-rischio">4. Usa le quote interne come se misurassero il rischio</h2>

<p>Scrive che i furti passano dal 55,8% al 44% dei delitti e le truffe informatiche dal 4,1% all’11,9%. (Pinperepette | Signal Pirate”))
Ma una <strong>quota sul totale dei reati</strong> non è un tasso di rischio.
Se una categoria diminuisce rapidamente, le altre possono aumentare come quota anche restando ferme in valore assoluto. Il denominatore cambia continuamente.
Esempio:</p>
<ul><li>furti: da 100 a 50;</li>
<li>truffe: ferme a 10;</li>
<li>totale: da 110 a 60.</li></ul>

<p>Le truffe passano dal 9,1% al 16,7% del totale, pur non essendo aumentate affatto.
Quindi la crescita della quota di una categoria non dimostra automaticamente che il relativo rischio sia aumentato. Bisogna utilizzare:</p>
<ul><li>il numero assoluto;</li>
<li>il tasso per popolazione;</li>
<li>possibilmente la popolazione realmente esposta;</li>
<li>una serie temporale coerente.</li></ul>

<p>Lui passa continuamente da conteggi assoluti a quote sul totale e poi a percentuali di variazione, attribuendo a tutte queste grandezze lo stesso significato narrativo.</p>

<h2 id="5-sceglie-il-2019-per-ottenere-il-segno-positivo">5. Sceglie il 2019 per ottenere il segno positivo</h2>

<p>Critica l’uso del 2007 come anno iniziale, perché sarebbe un picco, e propone il 2019: rispetto al 2019, nel 2024 il totale sarebbe cresciuto del 4,2%. (Pinperepette | Signal Pirate”))
Ma questa non è una stima della tendenza. È un confronto tra due estremi scelti.
Il 2019 può essere un riferimento sensato come ultimo anno prima del Covid, ma non dimostra da solo che la criminalità abbia intrapreso un trend crescente. Per affermarlo servirebbe analizzare l’intera serie post-pandemica, tenendo conto almeno di:</p>
<ul><li>shock del 2020;</li>
<li>recupero successivo;</li>
<li>dimensione della popolazione;</li>
<li>eventuali cambiamenti nella classificazione;</li>
<li>propensione alla denuncia;</li>
<li>intervallo d’incertezza della tendenza.</li></ul>

<p>Passare da «nel 2024 ci sono il 4,2% di denunce in più rispetto al 2019» a «la criminalità sta aumentando» è precisamente il tipo di inferenza che lui rimprovera all’articolo originale.
Inoltre usa conteggi assoluti mentre la popolazione italiana tra il 2019 e il 2024 è diminuita: per parlare di rischio avrebbe dovuto calcolare almeno i tassi per abitante.</p>

<h2 id="6-confonde-criminalità-denunce-autori-denunciati-e-vittimizzazione">6. Confonde criminalità, denunce, autori denunciati e vittimizzazione</h2>

<p>L’articolo mette a confronto:</p>
<ul><li>delitti denunciati;</li>
<li>persone denunciate;</li>
<li>risposte alle indagini di vittimizzazione;</li>
<li>propensione alla denuncia;</li>
<li>percezione di insicurezza.</li></ul>

<p>Sono tutte variabili collegate, ma <strong>non sono misure intercambiabili</strong>.
Il fatto che crescano le persone denunciate mentre calano i fatti denunciati non significa necessariamente che i fatti reali aumentino. Una persona può essere denunciata per più episodi; più persone possono essere denunciate per uno stesso fatto; possono cambiare l’efficienza investigativa, i criteri di registrazione e i tempi procedurali.
Lui stesso ammette che non è possibile distinguere un miglioramento investigativo da una minore propensione alla denuncia, ma usa comunque la divergenza per insinuare che il calo dei reati sia dubbio. (Pinperepette | Signal Pirate”))
Questo non è un risultato: è un’indeterminatezza. Da «questo indicatore non permette di scegliere tra due spiegazioni» non segue che la spiegazione preferita dall’autore sia quella vera.</p>

<h2 id="7-sugli-scippi-trasforma-una-coincidenza-numerica-in-un-identità-causale">7. Sugli scippi trasforma una coincidenza numerica in un’identità causale</h2>

<p>Il punto più fragile è il ragionamento:</p>
<ul><li>le vittime dichiarate sono stabili;</li>
<li>la propensione a denunciare scende;</li>
<li>le denunce scendono quasi nella stessa misura;</li>
<li>dunque non è avvenuto alcuno scippo in meno.</li></ul>

<p>E conclude che il calo osservato «non contiene un solo scippo in meno». (Pinperepette | Signal Pirate”))
È una conclusione molto più forte dei dati.
Un’indagine campionaria produce stime con:</p>
<ul><li>errore campionario;</li>
<li>pesi;</li>
<li>intervalli di confidenza;</li>
<li>errori di memoria;</li>
<li>possibili differenze nella popolazione intervistata e nel periodo di riferimento.</li></ul>

<p>Dire che due variazioni percentuali «combaciano» non dimostra che una spieghi integralmente l’altra. Per affermare «zero scippi in meno» bisognerebbe propagare l’incertezza di entrambe le stime e verificare formalmente la compatibilità del modello.
Invece l’autore prende due stime approssimativamente concordanti e le trasforma in una precisa decomposizione causale.</p>

<h2 id="8-considera-il-covid-una-spiegazione-alternativa-alla-diminuzione-ma-non-lo-è">8. Considera il Covid una spiegazione alternativa alla diminuzione, ma non lo è</h2>

<p>Scrive che, se durante la pandemia circolavano meno persone, il calo dei borseggi non sarebbe «meno criminalità», ma soltanto meno occasioni. (Pinperepette | Signal Pirate”))</p>

<p>Ancora una volta cambia la definizione.</p>

<p>Se avvengono meno borseggi perché meno persone sono esposte, <strong>avvengono comunque meno borseggi</strong>. È una riduzione reale della vittimizzazione osservata.</p>

<p>Si può dire che non dimostra una riduzione della propensione individuale a delinquere. Ma non si può dire che non sia una riduzione della criminalità registrata o del rischio effettivamente corso in quel periodo.</p>

<p>La distinzione corretta sarebbe:</p>
<ul><li><strong>frequenza osservata dei reati:</strong> diminuita;</li>
<li><strong>rischio condizionato all’esposizione:</strong> da stimare;</li>
<li><strong>propensione criminale degli autori:</strong> non ricavabile direttamente.</li></ul>

<p>L’autore salta dalla terza grandezza alla prima e dichiara irreale un calo perfettamente reale.</p>

<h2 id="in-sintesi">In sintesi</h2>

<p>Il tizio non dimostra che la criminalità sia aumentata.
Dimostra, con diversa solidità, che:</p>
<ul><li>il calo è concentrato in alcune categorie;</li>
<li>la composizione dei reati è cambiata;</li>
<li>alcuni reati sono aumentati;</li>
<li>una parte delle statistiche dipende dalla propensione alla denuncia;</li>
<li>il periodo post-Covid è meno favorevole del confronto 2007–2024.</li></ul>

<p>Sono osservazioni legittime.
Poi però commette il salto abusivo:</p>

<p>alcune categorie crescono⟹il calo totale non eˋ vero o non conta</p>

<p>Questo è falso.</p>

<p>La conclusione statisticamente corretta sarebbe:</p>

<blockquote><p>La criminalità denunciata complessiva è diminuita rispetto al 2007, ma il calo è molto eterogeneo, è concentrato soprattutto nei furti e convive con la crescita di alcune categorie, in particolare quelle informatiche. Rispetto al minimo pandemico e, per alcuni indicatori, rispetto al 2019, si osserva inoltre una ripresa recente.</p></blockquote>

<p>Non:</p>

<blockquote><p>La criminalità è in realtà aumentata.</p></blockquote>

<p>In altre parole, <strong>non scopre che il segno meno è un segno più</strong>.</p>

<p>Scompone il segno meno, trova al suo interno alcuni segni più e pretende che questi annullino logicamente il totale.</p>

<p>Ma una somma resta una somma, anche quando i suoi addendi non vanno tutti nella stessa direzione.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
C’è poi il solito feticcio della «propensione alla denuncia», usato invariabilmente in una sola direzione.</p>

<p>Il ragionamento è sempre lo stesso: i reati denunciati sono meno dei reati realmente avvenuti, dunque le statistiche ufficiali sottostimano necessariamente la criminalità.</p>

<p>Ma chi ha stabilito che l’errore debba avere un solo segno?</p>

<p>La mancata denuncia spinge certamente il dato verso il basso. Ma esistono anche denunce infondate, fraudolente, duplicate o costruite appositamente per ottenere un vantaggio economico, che lo spingono nella direzione opposta.</p>

<p>Il caso più ovvio è quello delle frodi assicurative. Per ottenere il risarcimento di un’automobile rubata, di beni sottratti o di determinati danni, è spesso necessario presentare una denuncia. E infatti proprio i furti di veicoli, per i quali la denuncia è indispensabile ai fini assicurativi, sono tra i reati con la più alta percentuale di segnalazione.</p>

<p>Solo che non tutte queste denunce descrivono necessariamente un reato realmente avvenuto.</p>

<p>Esistono furti simulati, falsi incidenti, danni inventati o gonfiati, lesioni inesistenti e lesioni pregresse attribuite opportunamente a un sinistro. Non tutte le frodi assicurative producono una denuncia penale, naturalmente; ma una parte di esse può introdurre nelle statistiche eventi che non sono mai avvenuti, oppure che non sono avvenuti nel modo dichiarato.</p>

<p>Di conseguenza, la differenza tra reati reali e reati denunciati non è semplicemente:
reati reali meno reati non denunciati.</p>

<p>È, semmai, qualcosa del genere:</p>
<ul><li>reati realmente avvenuti</li>
<li>meno reati non denunciati</li>
<li>più denunce infondate o fraudolente</li>
<li>più eventuali duplicazioni ed errori di classificazione.</li></ul>

<p>La «propensione alla denuncia» non è quindi una comoda manopola con cui aumentare a piacere il numero dei reati reali. È soltanto una delle componenti del processo che trasforma gli eventi accaduti in registrazioni amministrative.</p>

<p>Se si vuole correggere il dato ufficiale, bisogna stimare tutte le distorsioni rilevanti, non scegliere soltanto quella che sposta il risultato nella direzione desiderata.</p>

<p>Altrimenti non si sta facendo statistica.</p>

<p>Si sta applicando un correttore ideologico con un solo pulsante: «aumenta».</p>

<p><br>
<br>
<hr/></p>

<p>E non stiamo parlando di un fenomeno statisticamente irrilevante.</p>

<p>Nel solo settore della responsabilità civile automobilistica, ogni anno le compagnie italiane individuano circa 650.000 sinistri con indicatori di rischio frode, ne sottopongono ad approfondimento quasi 300.000 e ne chiudono senza seguito, grazie all’attività antifrode, circa 37.000.</p>

<p>Non possiamo dire che tutte queste pratiche corrispondano a false denunce di reato. Ma l’ordine di grandezza è quello delle decine di migliaia di richieste di risarcimento bloccate ogni anno, non delle poche decine di casi folkloristici.</p>

<p>All’interno di questo fenomeno, le lesioni personali inesistenti, gonfiate o attribuite falsamente a un sinistro rappresentano verosimilmente un numero dell’ordine delle migliaia, se non delle decine di migliaia, ogni anno.</p>

<p>Dunque la distorsione non procede affatto soltanto verso il basso.</p>

<p>Esistono reati veri che non vengono denunciati, ma esistono anche sinistri, furti, danneggiamenti e lesioni che vengono denunciati o documentati allo scopo di ottenere un risarcimento, <strong>pur non essendo mai avvenuti o non essendo avvenuti nella forma dichiarata.</strong></p>

<h2 id="e-qui-gli-ordini-di-grandezza-diventano-devastanti">E qui gli ordini di grandezza diventano devastanti.</h2>

<p>Nel solo settore della responsabilità civile automobilistica, ogni anno vengono segnalati come esposti a rischio frode più di 650.000 sinistri; quasi 300.000 vengono approfonditi e circa 37.000 vengono chiusi senza seguito grazie all’attività antifrode.</p>

<p>Rapportati alla popolazione italiana, i soli 37.000 sinistri bloccati corrispondono grossolanamente a oltre sessanta casi ogni centomila abitanti. L’intero bacino delle pratiche esposte a rischio frode supera invece il migliaio ogni centomila abitanti.</p>

<p>Naturalmente non sono tutti falsi furti, false aggressioni o false denunce penali. Ma è precisamente questo il problema: nessuno sa quale quota di queste pratiche finisca per alimentare le statistiche dei furti, dei danneggiamenti, delle aggressioni o delle lesioni personali.</p>

<p>Eppure stiamo tentando di correggere tassi criminali dell’ordine delle unità o delle decine ogni centomila abitanti mediante una “propensione alla denuncia”, fingendo che l’unica distorsione esistente sia quella al ribasso.</p>

<p>La distorsione di segno opposto ha invece, almeno potenzialmente, un ordine di grandezza comparabile o superiore a quello dei fenomeni che pretendiamo di misurare.</p>

<p>Questo non autorizza a sostenere che metà delle denunce per furto di automobili o motorini siano fraudolente: per farlo servirebbe conoscere precisamente quanti furti simulati entrino nelle statistiche. Ma autorizza certamente a dire che una correzione fondata soltanto sui reati non denunciati è metodologicamente monca.</p>

<p>Non sappiamo soltanto quanti reati reali manchino dal conteggio.</p>

<p>Non sappiamo neppure quanti reati inesistenti vi siano entrati.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Ragioniamo deliberatamente per assurdo, applicando alle frodi assicurative lo stesso genere di ragionamento che viene usato quando si parla di «propensione alla denuncia».
Nel 2023, su circa 300.000 sinistri sottoposti ad approfondimento perché sospetti, circa 37.000 sono stati chiusi senza seguito grazie all’attività antifrode.
Il rapporto è:</p>

<pre><code>37.000 / 300.000 = 0,1233
</code></pre>

<p>ovvero:</p>

<pre><code>0,1233 × 100 = 12,33%
</code></pre>

<p>Se trattassimo questo valore come una specie di «propensione alla falsa denuncia», con la stessa disinvoltura con cui altri usano la propensione alla denuncia per aumentare il numero dei reati, dovremmo concludere che le statistiche ufficiali vanno ridotte del 12,3%.
In altre parole:</p>

<pre><code>reati stimati = denunce ufficiali × (1 - 0,1233)
</code></pre>

<p>e quindi:</p>

<pre><code>reati stimati = denunce ufficiali × 0,8767
</code></pre>

<p>Per esempio:</p>

<pre><code>100.000 denunce × 0,8767 = 87.670 reati stimati
</code></pre>

<pre><code>200.000 denunce × 0,8767 = 175.340 reati stimati
</code></pre>

<pre><code>500.000 denunce × 0,8767 = 438.350 reati stimati
</code></pre>

<p>Potremmo dunque sostenere, usando questo metodo, che circa una denuncia su otto descrive un fatto inesistente, alterato o fraudolento e che, di conseguenza, tutte le statistiche ufficiali dovrebbero essere ridotte di oltre il 12%.</p>

<p>Naturalmente sarebbe un calcolo metodologicamente osceno.</p>

<p>I 300.000 casi approfonditi non costituiscono infatti un campione casuale dell’intera popolazione dei sinistri. Sono stati selezionati proprio perché presentavano indicatori di rischio frode.</p>

<p>Estendere il tasso osservato all’interno di questo gruppo all’intero universo dei sinistri sarebbe come misurare la diffusione della febbre in un reparto di malattie infettive e applicare il risultato a tutta la popolazione italiana.</p>

<p>Ma questo è precisamente il motivo per cui il ragionamento è utile come reductio ad absurdum.</p>

<p>Se si accetta il metodo con cui la «propensione alla denuncia» viene usata per correggere verso l’alto il numero ufficiale dei reati, allora si potrebbe usare con la stessa disinvoltura un indicatore di segno opposto per correggerlo verso il basso del 12,3%.</p>

<p>Esiste poi un calcolo meno assurdo, anche se ancora molto grezzo.</p>

<p>Nel 2023 sono stati denunciati complessivamente circa 2.490.815 sinistri. Rapportando i circa 37.000 casi chiusi senza seguito all’intero universo dei sinistri denunciati, otteniamo:</p>

<pre><code>37.000 / 2.490.815 = 0,01485
</code></pre>

<p>ovvero:</p>

<pre><code>0,01485 × 100 = 1,485%
</code></pre>

<p>Arrotondando:</p>

<pre><code>circa 1,5%
</code></pre>

<p>Applicando questa correzione:</p>

<pre><code>reati stimati = denunce ufficiali × (1 - 0,015)
</code></pre>

<p>quindi:</p>

<pre><code>reati stimati = denunce ufficiali × 0,985
</code></pre>

<p>Per esempio:</p>

<pre><code>100.000 denunce × 0,985 = 98.500 reati stimati
</code></pre>

<pre><code>500.000 denunce × 0,985 = 492.500 reati stimati
</code></pre>

<p>Avremmo dunque due possibili risultati:</p>

<pre><code>correzione assurda, ricavata dai soli casi sospetti: -12,3%
</code></pre>

<pre><code>rapporto grezzo sull&#39;intero universo dei sinistri: -1,5%
</code></pre>

<p>Nessuno dei due valori può essere trasferito automaticamente alle statistiche generali della criminalità. I sinistri assicurativi non coincidono con le denunce penali, e i casi chiusi senza seguito non corrispondono necessariamente a falsi reati entrati nelle statistiche.</p>

<p>Ma il punto rimane.</p>

<p>A seconda della «propensione» che scegliamo, possiamo fabbricare una correzione verso l’alto oppure verso il basso.</p>

<p>Se consideriamo soltanto i reati avvenuti ma non denunciati, aumentiamo le statistiche ufficiali.</p>

<p>Se consideriamo soltanto le denunce infondate, gli eventi simulati e le richieste fraudolente, le diminuiamo.</p>

<p>Senza un modello completo del processo che trasforma un evento reale — o inesistente — in una registrazione amministrativa, non stiamo correggendo il dato.</p>

<p>Lo stiamo orientando nella direzione che preferiamo.</p>

<p>Morale?</p>

<p>L’argomento della «propensione alla denuncia», usato in questo modo, è merda pura.</p>

<p>Perché, con lo stesso identico livello di rigore, avrei potuto prendere le statistiche sui falsi sinistri, trattarle come una specie di «propensione alla falsa denuncia» e togliere spannometricamente il 12,3 per cento dei reati dal computo ufficiale.</p>

<p>Avrei sbagliato, naturalmente.</p>

<p>Ma non avrei sbagliato più di chi usa la mancata denuncia per gonfiare automaticamente il numero dei reati reali.</p>

<p>Solo che io non ho voluto farlo.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Conclusione.</p>

<p><br>
Si tratta di un articolo «furbo», che pretende di parlare attraverso i numeri sperando che il lettore si perda in sommatorie, percentuali, confronti tra categorie e cambi di denominatore abbastanza a lungo da non accorgersi del trucco.</p>

<p>Il trucco consiste nel prendere un calo generalizzato della criminalità, scomporlo finché non si trovano alcune categorie in aumento e usare quelle categorie per sostenere che, in realtà, il calo sarebbe un aumento.</p>

<p>Ma un totale che diminuisce continua a diminuire anche quando alcune delle sue componenti crescono. La composizione del fenomeno può cambiare, certe forme di criminalità possono aumentare e altre diminuire molto più rapidamente, ma nessuna di queste cose trasforma aritmeticamente un segno meno in un segno più.</p>

<p>L’altro trucco consiste nel dare un significato statistico alla cosiddetta «percezione della popolazione».</p>

<p>Una percezione collettiva autonoma della criminalità, costruita attraverso l’esperienza diretta, è semplicemente impossibile. Nessun individuo osserva un campione abbastanza grande, distribuito e rappresentativo da poter stimare il rischio criminale di un intero paese.</p>

<p>Quella che viene chiamata «percezione della popolazione» è quindi, nella sostanza, percezione mediatica: il risultato di ciò che televisioni, giornali, social network e politica decidono di mostrare, ripetere e amplificare.</p>

<p>Non è una misura alternativa della criminalità.</p>

<p>È una misura di quanto si parla della criminalità.</p>

<p>In breve, la misura delle chiacchiere che si fanno dalla parrucchiera.</p>

<p>Dove finiremo, signora mia.</p>

<p><br>
<br></p>

<div style="text-align: left;">
  Uriel Fanelli<br>
  <br>
  --<br>
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      <guid>https://keinpfusch.net/sulle-statistiche-a-braccio</guid>
      <pubDate>Sat, 01 Aug 2026 13:26:53 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Sui font, e autocompiacimento.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/sui-font-e-autocompiacimento</link>
      <description>&lt;![CDATA[Ho già ricevuto diverse email sul nuovo font del blog. Secondo alcuni sarebbe «difficile da leggere»; secondo altri, più sinteticamente, «fa schifo».&#xA;Il punto, però, è un altro: OpenDyslexic è un font concepito per facilitare la lettura alle persone dislessiche. Non significa che funzioni necessariamente per ogni persona dislessica, né che esista un font miracoloso capace di risolvere la dislessia. Significa soltanto che è stato progettato tenendo conto di alcune difficoltà che possono presentarsi durante la lettura.&#xA;È successo che una persona dislessica mi abbia scritto per email. Mi ha detto che i post gli piacciono, ma che faceva molta fatica a leggere quelli più lunghi proprio a causa della dislessia.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Così ho deciso che perdere qualche punto percentuale di eleganza tipografica fosse un prezzo piuttosto modesto, se in cambio potevo aiutare concretamente una persona a leggere quello che scrivo. Era una cosa che potevo fare senza particolare fatica, e quindi ho deciso di farla.&#xA;&#xA;A chi il nuovo font non piace rimangono comunque diverse alternative. Potete usare il vostro lettore RSS e scegliere il carattere che preferite, oppure iscrivervi alla newsletter, ricevere i post per email e leggerli con il font che volete.&#xA;&#xA;Ma quando un essere umano chiede una mano, e quella mano gliela si può dare senza togliere nulla di sostanziale agli altri, gliela si dà.&#xA;Se conoscete font migliori di OpenDyslexic, suggeritemeli.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;Detto questo, comincio con l’autocompiacimento.&#xA;&#xA;Sto scrivendo Xenomorph: un’istanza del Fediverso scritta in Ada/SPARK.&#xA;&#xA;In passato mi avete sentito bestemmiare parecchio riguardo al fatto che ActivityPub sia uno standard scritto coi piedi, da persone che dovrebbero dedicarsi alla coltivazione dei cetrioli per uso interno.&#xA;&#xA;Ed è vero.&#xA;&#xA;Aktor era una fork di qualcosa che, nel corso degli anni, era riuscito a collezionare quasi tutte le stranezze consentite dal protocollo e, con quelle stranezze, a costruire qualcosa che funzionasse davvero.&#xA;&#xA;Ma continuava a sapermi di resa.&#xA;&#xA;E io non mi arrendo. Nessun ferrarese si arrende. Se ci fosse stato un ferrarese al comando, gli Alleati starebbero ancora cercando di conquistare Cona.&#xA;&#xA;Anzi, torniamo ancora più indietro: probabilmente Alarico starebbe ancora cercando di attraversare il Po.&#xA;&#xA;E quindi non mi sono arreso. Ho deciso invece di studiare come funziona un coso piccolo che funziona davvero, il cui autore, anziché aggiungere ogni possibile stravaganza prevista, tollerata o accidentalmente suggerita dal protocollo, ha seguito l’approccio opposto: ha tolto delle cose.&#xA;&#xA;Sembra un metodo assurdo, specialmente nel software moderno, dove ogni problema viene affrontato aggiungendo altri tre framework, sette dipendenze e un orchestratore. Ma snac2 funziona. È piccolo, minimalista, non ha bisogno di un database ed è scritto in C.&#xA;&#xA;Così, siccome il ferrarese non si arrende e, già che c’è, alza anche la posta, ho deciso prima di capirlo e poi di riscriverlo in Ada/SPARK.&#xA;&#xA;Perché Ada/SPARK?&#xA;&#xA;Ada, di per sé, è un linguaggio di nicchia. Viene usato soprattutto negli ambiti nei quali un errore non produce soltanto una schermata bianca o un ticket su Jira, ma può fermare un treno, compromettere un sistema aerospaziale o mandare fuori controllo un’applicazione mission critical.&#xA;&#xA;Questo avviene principalmente per due ragioni.&#xA;&#xA;Ada può essere un linguaggio estremamente sicuro perché è pedante. Il sistema dei tipi è severo, molti controlli sono incorporati nel linguaggio e il compilatore tende a rifiutare situazioni che altri linguaggi accetterebbero con entusiasmo, lasciando poi al programmatore il piacere di scoprirle in produzione.&#xA;&#xA;Ma, se ci fermassimo qui, oggi si potrebbe rispondere: va bene, prendete Rust.&#xA;&#xA;Ada dispone però anche di SPARK, cioè di un sottoinsieme del linguaggio accompagnato da strumenti di analisi e verifica formale.&#xA;&#xA;Verifica formale significa che posso specificare, mediante precondizioni, postcondizioni, invarianti e altri contratti, ciò che una funzione può ricevere, ciò che deve produrre e quali proprietà deve conservare.&#xA;&#xA;A quel punto GNATprove genera gli obblighi di prova e tenta di dimostrare matematicamente che l’implementazione rispetta quei contratti. Può inoltre dimostrare, entro il perimetro analizzato e sotto le assunzioni dichiarate, l’assenza di intere classi di errori a runtime: accessi fuori dai limiti, overflow, letture di variabili non inizializzate e altre amenità normalmente lasciate all’utente finale.&#xA;&#xA;Non significa che basta scrivere una postcondizione e il computer, per educazione, la dichiara vera. Significa che il verificatore deve riuscire a dimostrarla. Quando non ci riesce, occorre modificare il codice, rendere più precise le specifiche, aggiungere invarianti oppure riconoscere che una certa proprietà non è stata dimostrata.&#xA;&#xA;L’ecosistema Rust sta sviluppando strumenti di verifica formale come Kani, Creusot e Verus, e sarebbe assurdo fingere che non esistano. Ma si tratta ancora di strumenti differenti, con approcci e livelli d’integrazione diversi, che non costituiscono un ambiente unico e maturo paragonabile a quello costruito intorno ad Ada e SPARK.&#xA;&#xA;Anche nel mondo Go esistono progetti accademici di verifica, come Gobra. Del resto Go ha finito per riscoprire diverse idee che un programmatore Ada trova familiari: semplicità deliberata, compilazione severa, concorrenza trattata come parte centrale del linguaggio e una certa ostilità verso le acrobazie sintattiche. Non direi che Go discenda direttamente da Ada, ma in alcuni punti sembra essere arrivato, per un’altra strada, nello stesso quartiere.&#xA;&#xA;SPARK, invece, non è un esperimento appena uscito da un laboratorio universitario. Le sue radici risalgono a parecchi decenni fa; la generazione moderna, SPARK 2014, è disponibile da oltre dieci anni ed è impiegata nello sviluppo di software ad alta integrità e mission critical.&#xA;&#xA;In altre parole, è un prodotto maturo.&#xA;&#xA;Ed è precisamente per questo che ho deciso di usarlo per scrivere un server ActivityPub: perché, quando il protocollo è stato progettato da persone che sembrano considerare l’ambiguità una forma d’arte, l’unica risposta ragionevole è costruire l’implementazione usando un linguaggio che considera l’ambiguità un crimine.&#xA;&#xA;br&#xA;Naturalmente, non tutto è matematicamente dimostrabile.&#xA;&#xA;Se mando una richiesta a un server remoto, devo attraversare la rete, arrivare fino al server, ottenere una risposta e riceverla senza che qualcosa si rompa nel frattempo.&#xA;Non ho un accidente di metodo per prevedere che cosa mi ritornerà il server, se risponderà davvero, se la connessione cadrà a metà o se, dall’altra parte, qualcuno abbia implementato ActivityPub consultando i fondi di caffè.&#xA;&#xA;Quella parte del sistema rimane esterna, impura e sostanzialmente ostile.&#xA;&#xA;Ma non ho bisogno di prevedere ogni possibile modo nel quale possa andare storta.&#xA;&#xA;Posso decidere in anticipo che cosa considero una risposta accettabile.&#xA;&#xA;Per esempio:&#xA;&#xA;«Voglio una risposta HTTP entro un certo timeout, con uno dei codici che considero validi, un corpo entro una certa dimensione e un oggetto ActivityPub che rispetti le condizioni che mi servono».&#xA;&#xA;Quella è la proprietà che mi interessa.&#xA;&#xA;Tutto il resto può essere cassato con un unico verdetto:&#xA;&#xA;«Non è ciò che volevo».&#xA;&#xA;Non devo necessariamente distinguere, nel resto del programma, tra DNS fallito, connessione rifiutata, certificato scaduto, timeout, 404, 503, JSON deforme, campo mancante o server remoto posseduto dal demonio.&#xA;&#xA;Posso anche distinguere questi casi, se mi servono per i log, per decidere quando ritentare o per produrre diagnostica. Ma questa è gestione operativa degli errori, non è il cuore della verifica formale.&#xA;Il cuore della verifica è un altro.&#xA;&#xA;Costruisco un wrapper che esegue la richiesta, applica i timeout, riceve la risposta e la sottopone a tutti i controlli necessari. Alla fine, il wrapper restituisce soltanto uno di due risultati:&#xA;&#xA;«Sì: ho ottenuto esattamente una risposta appartenente all’insieme di quelle che considero accettabili».&#xA;&#xA;Oppure:&#xA;&#xA;«No: non ho ottenuto ciò che avevo richiesto».&#xA;&#xA;A quel punto posso verificare formalmente che non esista una terza possibilità.&#xA;&#xA;Il wrapper non può restituire al resto del programma un oggetto mezzo valido, un JSON parzialmente decodificato, una struttura inizializzata a metà o qualche avanzo radioattivo del parser. O produce un valore che soddisfa le condizioni stabilite, oppure dichiara il fallimento.&#xA;&#xA;Non sto dimostrando matematicamente che Internet funzioni.&#xA;&#xA;Sto dimostrando che il programma accetta soltanto ciò che ho definito formalmente come valido, e che tutto il resto viene respinto.&#xA;&#xA;Questo è molto diverso dal tentativo di modellare ogni possibile disgrazia della rete.&#xA;&#xA;La rete può fallire in un milione di modi, alcuni dei quali non sono ancora stati inventati. Non mi interessa elencarli tutti. Mi interessa dimostrare che nessuno di quei modi possa produrre accidentalmente un risultato che il programma tratti come buono.&#xA;Il timeout fa parte dello stesso confine.&#xA;&#xA;Non dimostra che il server risponderà entro il tempo previsto. Stabilisce che una risposta arrivata fuori da quel limite non appartiene all’insieme delle risposte che accetto. Dal punto di vista del contratto, è semplicemente un altro caso di:&#xA;&#xA;«Non è ciò che volevo».&#xA;&#xA;Lo stesso vale per i codici HTTP.&#xA;&#xA;Posso decidere che, per una certa operazione, accetto soltanto 200 OK. Oppure 200 e 202. Oppure un insieme più complesso di codici, purché associati a un contenuto che soddisfi determinate condizioni.&#xA;&#xA;Qualsiasi altra risposta viene respinta.&#xA;&#xA;Non devo formalizzare filosoficamente la differenza tra un 401, un 429 e un 503, a meno che quella differenza non mi serva davvero. Per la proprietà che voglio dimostrare possono essere tutti ricondotti allo stesso risultato:&#xA;&#xA;«La postcondizione richiesta non è stata ottenuta».&#xA;&#xA;In altre parole, posso scegliere il risultato che voglio e trattare tutto il resto come mancato soddisfacimento del contratto operativo.&#xA;&#xA;È precisamente questo che rende utile il wrapper.&#xA;&#xA;Trasforma un universo incontrollabile di comportamenti esterni in una domanda binaria:&#xA;&#xA;«Ho ottenuto qualcosa che soddisfa la proprietà richiesta?»&#xA;&#xA;Sì oppure no.&#xA;&#xA;Ed è questa riduzione a essere verificabile.&#xA;&#xA;Lo stesso principio vale per la scrittura su disco.&#xA;&#xA;Quando chiamo una funzione di scrittura non so davvero che cosa stia accadendo sotto di me. Posso essere su un disco locale, su NFS, su un volume fornito da Amazon, dentro una macchina virtuale o sopra una catena di cache che promettono tutte di essere affidabili con l’aria di chi sta per vendermi un’assicurazione.&#xA;&#xA;Ma anche qui non devo modellare ogni possibile guasto.&#xA;&#xA;Posso decidere quale risultato considero sufficiente.&#xA;&#xA;Per esempio, posso stabilire che l’operazione abbia successo soltanto se:&#xA;&#xA;il file viene scritto;&#xA;&#xA;viene chiuso senza errore;&#xA;&#xA;viene riaperto;&#xA;&#xA;il contenuto viene riletto;&#xA;&#xA;la lunghezza e i byte , o un hash, corrispondono a quelli originali.&#xA;&#xA;Oppure posso confrontare un hash, se questo è sufficiente per la proprietà che voglio ottenere.&#xA;&#xA;A quel punto il wrapper restituisce soltanto:&#xA;&#xA;«Sì: il file è stato scritto, riaperto e verificato secondo i criteri stabiliti».&#xA;&#xA;Oppure:&#xA;&#xA;«No: non ho ottenuto quella proprietà».&#xA;&#xA;Anche qui, non devo necessariamente esportare al resto del programma la differenza tra disco pieno, permessi insufficienti, mount NFS scomparso, errore di rete, file troncato o contenuto differente.&#xA;&#xA;Posso registrarli separatamente, naturalmente. Ma per la logica verificata possono essere tutti un solo caso:&#xA;&#xA;«Il risultato richiesto non è stato ottenuto».&#xA;&#xA;La riapertura del file non dimostra che quei dati sopravvivranno per sempre, né che si trovino davvero su un supporto fisico non volatile. Dimostra una proprietà più limitata e molto precisa:&#xA;&#xA;«Nel momento della verifica, ciò che ho riletto corrispondeva a ciò che volevo scrivere».&#xA;&#xA;È questa la proprietà che il contratto deve esprimere.&#xA;&#xA;Non bisogna promettere più di quanto il wrapper possa osservare. Ma non bisogna neppure promettere meno.&#xA;&#xA;Se il wrapper si limita a controllare il valore restituito da write, potrà garantire soltanto che la chiamata ha dichiarato di avere accettato i dati.&#xA;&#xA;Se chiude, riapre e confronta, potrà garantire qualcosa di più forte.&#xA;&#xA;Se aggiunge una sincronizzazione, potrà appoggiarsi alle garanzie che quella sincronizzazione offre nel sistema concreto.&#xA;&#xA;In ogni caso, la struttura logica rimane la stessa:&#xA;&#xA;definisco la proprietà che voglio;&#xA;eseguo tutte le operazioni necessarie per verificarla;&#xA;restituisco vero soltanto quando quella proprietà è stata osservata;&#xA;riduco ogni altra situazione a falso.&#xA;&#xA;SPARK non rende deterministici Internet, NFS o Amazon.&#xA;&#xA;Permette di costruire un confine nel quale il programma dice:&#xA;&#xA;«Questo è esattamente ciò che considero accettabile».&#xA;&#xA;E poi dimostrare formalmente che soltanto ciò che supera quel confine può essere trattato come valido.&#xA;&#xA;Il resto non deve essere compreso, catalogato o trasformato in una tassonomia bizantina degli errori.&#xA;&#xA;Il resto è semplicemente:&#xA;&#xA;«Non è quel che volevo».&#xA;&#xA;Voi capite che aggiungere alla sfida anche la verifica formale, come se stessi scrivendo il codice dell’istanza federata destinata a girare sulla ISS, è una specie di «vedo e rilancio» che piace molto ai ferraresi etnici come me.&#xA;&#xA;Non lo capisco?&#xA;&#xA;Nessun problema.&#xA;&#xA;Adesso lo capisco, lo ripeto con parole mie e, già che ci sono, ve lo dimostro pure.&#xA;&#xA;Potete quindi immaginare il burst di autostima che sto ricevendo dal fatto che Xenomorph, a questo punto, stia federando correttamente.&#xA;&#xA;Ho finalmente capito il codice di snac2. L’ho preso, l’ho smontato mentalmente, ne ho ricostruito la logica e l’ho ripetuto con parole mie: in Ada.&#xA;&#xA;E siccome limitarsi a vincere sarebbe stato poco ferrarese, adesso sto anche umiliando l’avversario sconfitto mediante verifica formale.&#xA;&#xA;Non snac2, sia chiaro, non era quello l&#39;avversario.&#xA;&#xA;snac2 ha fatto il suo lavoro, e lo ha fatto bene. Chapeau.&#xA;&#xA;L’avversario sconfitto è ActivityPub: uno standard scritto coi piedi, che prima ho dovuto capire, poi tradurre in un linguaggio decente e infine costringere a rispettare dei contratti matematicamente verificabili.&#xA;Insomma: prima l’ho capito.&#xA;&#xA;Poi l’ho riscritto.&#xA;&#xA;Adesso gli sto spiegando perché funziona.&#xA;&#xA;Godi, troia.&#xA;&#xA;br&#xA;Così ho deciso di vantarmene un po’.&#xA;&#xA;br&#xA;Come si dice a Ferrara: «A fag tut mi».&#xA;&#xA;Faccio tutto io.&#xA;&#xA;Ricapitolando:&#xA;&#xA;Ho adottato OpenDyslexic come font del blog, nel tentativo di rendere la lettura meno faticosa almeno per alcune persone dislessiche. Se conoscete un font sostenuto da prove più solide, possibilmente dimostrato efficace e non soltanto pubblicizzato come tale, fatemelo sapere.&#xA;Ho finalmente creato la mia istanza del Fediverso, alla faccia di quel protocollo austroungarico e ritardato che è ActivityPub.&#xA;Mi sento particolarmente bene per entrambe le cose, in un modo che soltanto i ferraresi possono capire davvero: quella soddisfazione un po’ autarchica che deriva dal guardare un problema, constatare che nessuno ha intenzione di risolverlo come si deve e concludere, serenamente, che toccherà fare tutto da soli.&#xA;Se vi ho incuriosito su Ada/SPARK, e volete scrivere codice certificabile per missili e aerei di sesta generazione, ecco QUI. &#xA;&#xA;A fag tut mi, appunto.&#xA;&#xA;E poi dicono.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;UPDATE: DIETRO SUGGERIMENTO DI ALCUNI UTENTI, SONO PASSATO AD UN FONT IDEATO DAL BRAILLE INSTITUTE, DISTRIBUITO GRATUITAMENTE, ATKINSON HYPERLEGIBLE&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Ho già ricevuto diverse email sul nuovo font del blog. Secondo alcuni sarebbe «difficile da leggere»; secondo altri, più sinteticamente, «fa schifo».
Il punto, però, è un altro: OpenDyslexic è un font concepito per facilitare la lettura alle persone dislessiche. Non significa che funzioni necessariamente per ogni persona dislessica, né che esista un font miracoloso capace di risolvere la dislessia. Significa soltanto che è stato progettato tenendo conto di alcune difficoltà che possono presentarsi durante la lettura.
È successo che una persona dislessica mi abbia scritto per email. Mi ha detto che i post gli piacciono, ma che faceva molta fatica a leggere quelli più lunghi proprio a causa della dislessia.</p>

<p>Così ho deciso che perdere qualche punto percentuale di eleganza tipografica fosse un prezzo piuttosto modesto, se in cambio potevo aiutare concretamente una persona a leggere quello che scrivo. Era una cosa che potevo fare senza particolare fatica, e quindi ho deciso di farla.</p>

<p>A chi il nuovo font non piace rimangono comunque diverse alternative. Potete usare il vostro lettore RSS e scegliere il carattere che preferite, oppure iscrivervi alla newsletter, ricevere i post per email e leggerli con il font che volete.</p>

<p>Ma quando un essere umano chiede una mano, e quella mano gliela si può dare senza togliere nulla di sostanziale agli altri, gliela si dà.
Se conoscete font migliori di OpenDyslexic, suggeritemeli.</p>

<p><br>
<br>
Detto questo, comincio con l’autocompiacimento.</p>

<p>Sto scrivendo Xenomorph: un’istanza del Fediverso scritta in Ada/SPARK.</p>

<p>In passato mi avete sentito bestemmiare parecchio riguardo al fatto che ActivityPub sia uno standard scritto coi piedi, da persone che dovrebbero dedicarsi alla coltivazione dei cetrioli per uso interno.</p>

<p>Ed è vero.</p>

<p>Aktor era una fork di qualcosa che, nel corso degli anni, era riuscito a collezionare quasi tutte le stranezze consentite dal protocollo e, con quelle stranezze, a costruire qualcosa che funzionasse davvero.</p>

<p>Ma continuava a sapermi di resa.</p>

<p>E io non mi arrendo. Nessun ferrarese si arrende. Se ci fosse stato un ferrarese al comando, gli Alleati starebbero ancora cercando di conquistare Cona.</p>

<p>Anzi, torniamo ancora più indietro: probabilmente Alarico starebbe ancora cercando di attraversare il Po.</p>

<p>E quindi non mi sono arreso. Ho deciso invece di studiare come funziona un coso piccolo che funziona davvero, il cui autore, anziché aggiungere ogni possibile stravaganza prevista, tollerata o accidentalmente suggerita dal protocollo, ha seguito l’approccio opposto: ha tolto delle cose.</p>

<p>Sembra un metodo assurdo, specialmente nel software moderno, dove ogni problema viene affrontato aggiungendo altri tre framework, sette dipendenze e un orchestratore. Ma snac2 funziona. È piccolo, minimalista, non ha bisogno di un database ed è scritto in C.</p>

<p>Così, siccome il ferrarese non si arrende e, già che c’è, alza anche la posta, ho deciso prima di capirlo e poi di riscriverlo in Ada/SPARK.</p>

<p>Perché Ada/SPARK?</p>

<p>Ada, di per sé, è un linguaggio di nicchia. Viene usato soprattutto negli ambiti nei quali un errore non produce soltanto una schermata bianca o un ticket su Jira, ma può fermare un treno, compromettere un sistema aerospaziale o mandare fuori controllo un’applicazione mission critical.</p>

<p>Questo avviene principalmente per due ragioni.</p>
<ol><li>Ada può essere un linguaggio estremamente sicuro perché è pedante. Il sistema dei tipi è severo, molti controlli sono incorporati nel linguaggio e il compilatore tende a rifiutare situazioni che altri linguaggi accetterebbero con entusiasmo, lasciando poi al programmatore il piacere di scoprirle in produzione.</li></ol>

<p>Ma, se ci fermassimo qui, oggi si potrebbe rispondere: va bene, prendete Rust.</p>
<ol><li>Ada dispone però anche di SPARK, cioè di un sottoinsieme del linguaggio accompagnato da strumenti di analisi e verifica formale.</li></ol>

<p>Verifica formale significa che posso specificare, mediante precondizioni, postcondizioni, invarianti e altri contratti, ciò che una funzione può ricevere, ciò che deve produrre e quali proprietà deve conservare.</p>

<p>A quel punto GNATprove genera gli obblighi di prova e tenta di dimostrare matematicamente che l’implementazione rispetta quei contratti. Può inoltre dimostrare, entro il perimetro analizzato e sotto le assunzioni dichiarate, l’assenza di intere classi di errori a runtime: accessi fuori dai limiti, overflow, letture di variabili non inizializzate e altre amenità normalmente lasciate all’utente finale.</p>

<p>Non significa che basta scrivere una postcondizione e il computer, per educazione, la dichiara vera. Significa che il verificatore deve riuscire a dimostrarla. Quando non ci riesce, occorre modificare il codice, rendere più precise le specifiche, aggiungere invarianti oppure riconoscere che una certa proprietà non è stata dimostrata.</p>

<p>L’ecosistema Rust sta sviluppando strumenti di verifica formale come Kani, Creusot e Verus, e sarebbe assurdo fingere che non esistano. Ma si tratta ancora di strumenti differenti, con approcci e livelli d’integrazione diversi, che non costituiscono un ambiente unico e maturo paragonabile a quello costruito intorno ad Ada e SPARK.</p>

<p>Anche nel mondo Go esistono progetti accademici di verifica, come Gobra. Del resto Go ha finito per riscoprire diverse idee che un programmatore Ada trova familiari: semplicità deliberata, compilazione severa, concorrenza trattata come parte centrale del linguaggio e una certa ostilità verso le acrobazie sintattiche. Non direi che Go discenda direttamente da Ada, ma in alcuni punti sembra essere arrivato, per un’altra strada, nello stesso quartiere.</p>

<p>SPARK, invece, non è un esperimento appena uscito da un laboratorio universitario. Le sue radici risalgono a parecchi decenni fa; la generazione moderna, SPARK 2014, è disponibile da oltre dieci anni ed è impiegata nello sviluppo di software ad alta integrità e mission critical.</p>

<p>In altre parole, è un prodotto maturo.</p>

<p>Ed è precisamente per questo che ho deciso di usarlo per scrivere un server ActivityPub: perché, quando il protocollo è stato progettato da persone che sembrano considerare l’ambiguità una forma d’arte, l’unica risposta ragionevole è costruire l’implementazione usando un linguaggio che considera l’ambiguità un crimine.</p>

<hr/>

<p><br>
Naturalmente, non tutto è matematicamente dimostrabile.</p>

<p>Se mando una richiesta a un server remoto, devo attraversare la rete, arrivare fino al server, ottenere una risposta e riceverla senza che qualcosa si rompa nel frattempo.
Non ho un accidente di metodo per prevedere che cosa mi ritornerà il server, se risponderà davvero, se la connessione cadrà a metà o se, dall’altra parte, qualcuno abbia implementato ActivityPub consultando i fondi di caffè.</p>

<p>Quella parte del sistema rimane esterna, impura e sostanzialmente ostile.</p>

<p>Ma non ho bisogno di prevedere ogni possibile modo nel quale possa andare storta.</p>

<p>Posso decidere in anticipo che cosa considero una risposta accettabile.</p>

<p>Per esempio:</p>

<p>«Voglio una risposta HTTP entro un certo timeout, con uno dei codici che considero validi, un corpo entro una certa dimensione e un oggetto ActivityPub che rispetti le condizioni che mi servono».</p>

<p>Quella è la proprietà che mi interessa.</p>

<p>Tutto il resto può essere cassato con un unico verdetto:</p>

<p>«Non è ciò che volevo».</p>

<p>Non devo necessariamente distinguere, nel resto del programma, tra DNS fallito, connessione rifiutata, certificato scaduto, timeout, <code>404</code>, <code>503</code>, JSON deforme, campo mancante o server remoto posseduto dal demonio.</p>

<p>Posso anche distinguere questi casi, se mi servono per i log, per decidere quando ritentare o per produrre diagnostica. Ma questa è gestione operativa degli errori, non è il cuore della verifica formale.
Il cuore della verifica è un altro.</p>

<p>Costruisco un wrapper che esegue la richiesta, applica i timeout, riceve la risposta e la sottopone a tutti i controlli necessari. Alla fine, il wrapper restituisce soltanto uno di due risultati:</p>

<p>«Sì: ho ottenuto esattamente una risposta appartenente all’insieme di quelle che considero accettabili».</p>

<p>Oppure:</p>

<p>«No: non ho ottenuto ciò che avevo richiesto».</p>

<p>A quel punto posso verificare formalmente che non esista una terza possibilità.</p>

<p>Il wrapper non può restituire al resto del programma un oggetto mezzo valido, un JSON parzialmente decodificato, una struttura inizializzata a metà o qualche avanzo radioattivo del parser. O produce un valore che soddisfa le condizioni stabilite, oppure dichiara il fallimento.</p>

<p>Non sto dimostrando matematicamente che Internet funzioni.</p>

<p>Sto dimostrando <strong>che il programma accetta soltanto ciò che ho definito formalmente come valido, e che tutto il resto viene respinto.</strong></p>

<p>Questo è molto diverso dal tentativo di modellare ogni possibile disgrazia della rete.</p>

<p>La rete <strong>può fallire in un milione di modi,</strong> alcuni dei quali non sono ancora stati inventati. Non mi interessa elencarli tutti. Mi interessa dimostrare che nessuno di quei modi possa produrre accidentalmente un risultato che il programma tratti come buono.
Il timeout fa parte dello stesso confine.</p>

<p>Non dimostra che il server risponderà entro il tempo previsto. Stabilisce che una risposta arrivata fuori da quel limite non appartiene all’insieme delle risposte che accetto. Dal punto di vista del contratto, è semplicemente un altro caso di:</p>

<p>«Non è ciò che volevo».</p>

<p>Lo stesso vale per i codici HTTP.</p>

<p>Posso decidere che, per una certa operazione, accetto soltanto <code>200 OK</code>. Oppure <code>200</code> e <code>202</code>. Oppure un insieme più complesso di codici, purché associati a un contenuto che soddisfi determinate condizioni.</p>

<p>Qualsiasi altra risposta viene respinta.</p>

<p>Non devo formalizzare filosoficamente la differenza tra un <code>401</code>, un <code>429</code> e un <code>503</code>, a meno che quella differenza non mi serva davvero. Per la proprietà che voglio dimostrare possono essere tutti ricondotti allo stesso risultato:</p>

<p>«La postcondizione richiesta non è stata ottenuta».</p>

<p>In altre parole, posso scegliere il risultato che voglio e trattare tutto il resto come mancato soddisfacimento del contratto operativo.</p>

<p>È precisamente questo che rende utile il wrapper.</p>

<p>Trasforma un universo incontrollabile di comportamenti esterni in una domanda binaria:</p>

<p>«Ho ottenuto qualcosa che soddisfa la proprietà richiesta?»</p>

<p><strong>Sì oppure no.</strong></p>

<p>Ed è questa riduzione a essere verificabile.</p>

<p>Lo stesso principio vale per la scrittura su disco.</p>

<p>Quando chiamo una funzione di scrittura non so davvero che cosa stia accadendo sotto di me. Posso essere su un disco locale, su NFS, su un volume fornito da Amazon, dentro una macchina virtuale o sopra una catena di cache che promettono tutte di essere affidabili con l’aria di chi sta per vendermi un’assicurazione.</p>

<p>Ma anche qui non devo modellare ogni possibile guasto.</p>

<p>Posso decidere quale risultato considero sufficiente.</p>

<p>Per esempio, posso stabilire che l’operazione abbia successo soltanto se:</p>

<p>il file viene scritto;</p>

<p>viene chiuso senza errore;</p>

<p>viene riaperto;</p>

<p>il contenuto viene riletto;</p>

<p>la lunghezza e i byte , o un hash, corrispondono a quelli originali.</p>

<p>Oppure posso confrontare un hash, se questo è sufficiente per la proprietà che voglio ottenere.</p>

<p>A quel punto il wrapper restituisce soltanto:</p>

<p>«Sì: il file è stato scritto, riaperto e verificato secondo i criteri stabiliti».</p>

<p>Oppure:</p>

<p>«No: non ho ottenuto quella proprietà».</p>

<p>Anche qui, non devo necessariamente esportare al resto del programma la differenza tra disco pieno, permessi insufficienti, mount NFS scomparso, errore di rete, file troncato o contenuto differente.</p>

<p>Posso registrarli separatamente, naturalmente. Ma per la logica verificata possono essere tutti un solo caso:</p>

<p>«Il risultato richiesto non è stato ottenuto».</p>

<p>La riapertura del file non dimostra che quei dati sopravvivranno per sempre, né che si trovino davvero su un supporto fisico non volatile. Dimostra una proprietà più limitata e molto precisa:</p>

<p>«Nel momento della verifica, ciò che ho riletto corrispondeva a ciò che volevo scrivere».</p>

<p>È questa la proprietà che il contratto deve esprimere.</p>

<p>Non bisogna promettere più di quanto il wrapper possa osservare. Ma non bisogna neppure promettere meno.</p>

<p>Se il wrapper si limita a controllare il valore restituito da <code>write</code>, potrà garantire soltanto che la chiamata ha dichiarato di avere accettato i dati.</p>

<p>Se chiude, riapre e confronta, potrà garantire qualcosa di più forte.</p>

<p>Se aggiunge una sincronizzazione, potrà appoggiarsi alle garanzie che quella sincronizzazione offre nel sistema concreto.</p>

<p>In ogni caso, la struttura logica rimane la stessa:</p>
<ul><li>definisco la proprietà che voglio;</li>
<li>eseguo tutte le operazioni necessarie per verificarla;</li>
<li>restituisco vero soltanto quando quella proprietà è stata osservata;</li>
<li>riduco ogni altra situazione a falso.</li></ul>

<p>SPARK non rende deterministici Internet, NFS o Amazon.</p>

<p>Permette di costruire un confine nel quale il programma dice:</p>

<p>«Questo è esattamente ciò che considero accettabile».</p>

<p>E poi dimostrare formalmente che soltanto ciò che supera quel confine può essere trattato come valido.</p>

<p>Il resto non deve essere compreso, catalogato o trasformato in una tassonomia bizantina degli errori.</p>

<p>Il resto è semplicemente:</p>

<p>«Non è quel che volevo».</p>

<hr/>

<p>Voi capite che aggiungere alla sfida anche la verifica formale, come se stessi scrivendo il codice dell’istanza federata destinata a girare sulla ISS, è una specie di «vedo e rilancio» che piace molto ai ferraresi etnici come me.</p>

<p>Non lo capisco?</p>

<p>Nessun problema.</p>

<p>Adesso lo capisco, lo ripeto con parole mie e, già che ci sono, ve lo dimostro pure.</p>

<p>Potete quindi immaginare il burst di autostima che sto ricevendo dal fatto che Xenomorph, a questo punto, stia federando correttamente.</p>

<p>Ho finalmente capito il codice di snac2. L’ho preso, l’ho smontato mentalmente, ne ho ricostruito la logica e l’ho ripetuto con parole mie: in Ada.</p>

<p>E siccome limitarsi a vincere sarebbe stato poco ferrarese, adesso sto anche umiliando l’avversario sconfitto mediante verifica formale.</p>

<p>Non snac2, sia chiaro, non era quello l&#39;avversario.</p>

<p>snac2 ha fatto il suo lavoro, e lo ha fatto bene. Chapeau.</p>

<p>L’avversario sconfitto è ActivityPub: uno standard scritto coi piedi, che prima ho dovuto capire, poi tradurre in un linguaggio decente e infine costringere a rispettare dei contratti matematicamente verificabili.
Insomma: prima l’ho capito.</p>

<p>Poi l’ho riscritto.</p>

<p>Adesso gli sto spiegando perché funziona.</p>

<p>Godi, troia.</p>

<hr/>

<p><br>
Così ho deciso di vantarmene un po’.</p>

<p><br>
Come si dice a Ferrara: «A fag tut mi».</p>

<p>Faccio tutto io.</p>

<p>Ricapitolando:</p>
<ol><li>Ho adottato OpenDyslexic come font del blog, nel tentativo di rendere la lettura meno faticosa almeno per alcune persone dislessiche. Se conoscete un font sostenuto da prove più solide, possibilmente dimostrato efficace e non soltanto pubblicizzato come tale, fatemelo sapere.</li>
<li>Ho finalmente creato la mia istanza del Fediverso, alla faccia di quel protocollo austroungarico e ritardato che è ActivityPub.</li>
<li>Mi sento particolarmente bene per entrambe le cose, in un modo che soltanto i ferraresi possono capire davvero: quella soddisfazione un po’ autarchica che deriva dal guardare un problema, constatare che nessuno ha intenzione di risolverlo come si deve e concludere, serenamente, che toccherà fare tutto da soli.</li>
<li>Se vi ho incuriosito su Ada/SPARK, e volete scrivere codice certificabile per missili e aerei di sesta generazione, ecco <a href="https://git.keinpfusch.net/loweel/xenomorph">QUI.</a></li></ol>

<p>A fag tut mi, appunto.</p>

<p>E poi dicono.</p>

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<hr/></p>

<h2 id="update-dietro-suggerimento-di-alcuni-utenti-sono-passato-ad-un-font-ideato-dal-braille-institute-distribuito-gratuitamente-atkinson-hyperlegible">UPDATE: DIETRO SUGGERIMENTO DI ALCUNI UTENTI, SONO PASSATO AD UN FONT IDEATO DAL BRAILLE INSTITUTE, DISTRIBUITO GRATUITAMENTE, ATKINSON HYPERLEGIBLE</h2>

<div style="text-align: left;">
  Uriel Fanelli<br>
  <br>
  --<br>
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      <guid>https://keinpfusch.net/sui-font-e-autocompiacimento</guid>
      <pubDate>Sat, 01 Aug 2026 10:01:00 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Vivere con la mente negli USA.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/vivere-con-la-mente-negli-usa</link>
      <description>&lt;![CDATA[Un paio di post fa ho scritto che la sinistra italiana sta accettando di diventare una porcheria &#34;liberal&#34; nel senso americano/anglosassone, semplicemente perche&#39; in un contesto anglosassone si sente piu&#39; a casa propria, e per questo vantaggio poco consistente ha sacrificato qualsiasi parte di sinistra operaista o working class, per diventare una sinistra del ceto medio, ovvero una sinistra piccoloborghese. E scontare quindi la distruzione attuale del ceto medio, in termini di calo di voti e di consensi. Ma quello che secondo me andrebbe chiarito e&#39; l&#39;effetto di un paese che, per via dei social americani e dei politici che si dividono tra MAGA e WOKE, vede solo i problemi americani e non quelli locali. E questo vale sia in Italia che, sia chiaro, in Germania. Con gli stessi identici risultati: la gente che ha problemi non-americani e&#39; stufa marcia di sentir discutere di problemi americani.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;br&#xA;Prendiamo un esempio particolarmente eclatante. Se andiamo su un qualsiasi social network americano — YouTube è probabilmente l’epitome del fenomeno — scopriamo che negli Stati Uniti avrebbero, o sarebbero convinti di avere, il gravissimo problema delle drag queen invitate nelle scuole per fare strip-tease davanti a bambini di sei o sette anni.&#xA;&#xA;Ora, onestamente, non so quanto questa descrizione corrisponda alla realtà. Negli Stati Uniti esistono davvero le cosiddette Drag Queen Story Hour: drag queen invitate in biblioteche, scuole, librerie e altri spazi educativi per leggere libri ai bambini o partecipare ad attività sull’inclusione e sull’identità. Ma questo non significa affatto che lo strip-tease davanti ai bambini sia diventato una materia curricolare della scuola elementare americana. I video scandalistici possono mostrare un episodio reale, un’esibizione giudicata inappropriata, un caso isolato oppure semplicemente un evento raccontato tagliando via tutto il contesto. Da qui a trasformarlo in una prassi generale della scuola statunitense passa, come minimo, un oceano.&#xA;&#xA;Ma ammettiamo pure, per assurdo, che negli Stati Uniti esista davvero l’ora settimanale di drag queen alle elementari. Ammettiamo persino la versione più isterica che circola su YouTube. Il vero problema è che dubito pesantemente che questa cosa rappresenti, come sostengono alcuni discutibili politici di destra del calibro di Pillon o Adinolfi, un problema della scuola italiana.&#xA;&#xA;Provate a pensarci seriamente. Stiamo parlando di un paese nel quale una maestra può finire sui giornali, essere sospesa o perdere il posto perché si scopre che ha una vita privata considerata sconveniente, un amante oppure un hobby troppo piccante; e dovremmo contemporaneamente credere che le stesse scuole organizzino corsi regolari di strip-tease tenuti da drag queen?&#xA;&#xA;In Italia?&#xA;&#xA;O in Germania?&#xA;&#xA;Stiamo scherzando, o cosa?&#xA;&#xA;Il punto non è nemmeno stabilire se ogni singolo video americano sia vero, falso o manipolato. Il punto è che, anche qualora YouTube raccontasse la pura verità sugli Stati Uniti, continuerebbe a raccontare un problema statunitense.&#xA;&#xA;Non un problema italiano, non un problema tedesco e, soprattutto, non un problema che giustifichi il fatto che la politica italiana o tedesca dedichi settimane a discuterne come se stesse accadendo nella scuola sotto casa.&#xA;&#xA;Anche tralasciando il fatto che «strip-tease di una drag queen» sia quasi un ossimoro — nel senso che, togliendo i vestiti, il trucco, la parrucca e il resto della costruzione scenica, a un certo punto non rimane più la drag queen — si tratta di un classico esempio di come politici italiani o tedeschi cerchino di trascinare il dibattito pubblico su un problema che forse, ripeto forse, esiste negli Stati Uniti, ma non da noi.&#xA;&#xA;E lo stesso vale per tutto il dibattito sui bambini trans, sulla «cultura gender» e compagnia cantando.&#xA;&#xA;Forse negli Stati Uniti esistono migliaia, o milioni, di bambini che i genitori vorrebbero costringere a cambiare sesso. Forse esistono strutture che consentono ad adolescenti molto giovani di accedere ai bloccanti della pubertà o, in seguito, a terapie ormonali. Forse esistono medici irresponsabili, protocolli troppo permissivi e famiglie fanatiche.&#xA;&#xA;Ma, anche se tutto questo esistesse davvero nelle dimensioni raccontate dalla propaganda americana, rimarrebbe prima di tutto un problema americano.&#xA;&#xA;In un paese dotato di sanità pubblica, équipe multidisciplinari, norme sulla tutela dei minori e procedure mediche regolamentate, è difficile che lo stesso fenomeno possa assumere dimensioni paragonabili in Italia o in Germania.&#xA;&#xA;Quando, nel 2024, scoppiò la polemica sul centro per l’incongruenza di genere dell’ospedale pubblico Careggi di Firenze, il centro venne descritto da una parte della politica quasi come una catena di montaggio per la transizione dei bambini. Poi si scoprì che la triptorelina, il farmaco impiegato per ritardare temporaneamente la pubertà, era stata somministrata a ventisei pazienti, su circa centocinquanta minori seguiti dal centro.&#xA;&#xA;Ventisei.&#xA;&#xA;E secondo i dati comunicati dall’AIFA, nell’intero 2023 i minori trattati con triptorelina in tutta Italia erano stati venticinque, molti dei quali passati proprio dal Careggi e provenienti da regioni diverse.&#xA;&#xA;Si può certamente discutere se il protocollo fosse applicato correttamente. Si può discutere della qualità delle valutazioni psicologiche, degli effetti a lungo termine, della prudenza necessaria e persino dell’opportunità di utilizzare questi farmaci sui minori.&#xA;&#xA;Ma venticinque casi in un anno, in un paese di quasi sessanta milioni di abitanti, non costituiscono un’emergenza nazionale.&#xA;&#xA;Costituiscono un numero molto ristretto di casi clinici complessi.&#xA;&#xA;L’emergenza nazionale, semmai, sembra essere il numero di politici che riescono a parlarne ogni giorno.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;Un altro esempio è l’ossessione per la Cina.&#xA;&#xA;Gli Stati Uniti vedono la Cina come un problema gigantesco, quasi metafisico: non più semplicemente un concorrente industriale e commerciale, ma una specie di nemico assoluto destinato prima o poi a sostituirli, dominarli, umiliarli e probabilmente rubare loro anche il cane.&#xA;&#xA;Ora, è evidente che la Cina costituisca un problema commerciale molto serio. Esistono squilibri nella bilancia commerciale, sussidi pubblici, trasferimenti tecnologici, problemi di proprietà intellettuale, barriere all’ingresso e una politica industriale cinese che non coincide esattamente con il manuale del libero mercato. Gli stessi governi americani contestano da anni queste pratiche e hanno cercato di affrontarle mediante dazi, negoziati e accordi commerciali. Nel 2025, nonostante tutto, gli scambi di merci tra Stati Uniti e Cina valevano ancora circa 415 miliardi di dollari.&#xA;&#xA;Ma appunto: sono problemi commerciali. Trasformarla in una guerra fredda non ha senso.&#xA;&#xA;E i problemi commerciali si affrontano con strumenti commerciali. Con dazi, quote, regole comuni, trattati, arbitrati, controlli sugli investimenti, politiche industriali e, quando serve, con il divieto di esportare tecnologie strategiche. Non trasformando un conflitto economico in un’ostilità culturale permanente, destinata a crescere sino a rendere plausibile una guerra che, per definizione, non risolverebbe nessuno dei problemi commerciali che l’avrebbero provocata.&#xA;&#xA;La cosa più surreale è che anche questa ossessione viene poi importata integralmente in Europa. Così politici italiani e tedeschi cominciano a parlare della Cina come se Italia e Germania avessero la stessa posizione geopolitica, gli stessi interessi, la stessa struttura industriale e soprattutto lo stesso oceano da difendere degli Stati Uniti.&#xA;&#xA;Non li hanno.&#xA;&#xA;Possono avere problemi con la Cina, naturalmente. Ma sono i loro problemi, e andrebbero definiti sulla base degli interessi europei, italiani o tedeschi. Non copiando il panico strategico di Washington e traducendolo malamente nella lingua locale.&#xA;&#xA;Lo stesso meccanismo si vede nell’ossessione per il rapporto tra migranti e criminalità.&#xA;&#xA;Negli Stati Uniti questo discorso si inserisce dentro un problema molto più vasto: l’incapacità del paese di ridurre la violenza criminale complessiva ai livelli europei. Se usiamo l’omicidio, che è uno dei pochi reati abbastanza chiaramente definibili da permettere confronti internazionali sensati, la differenza è enorme.&#xA;&#xA;Nel 2023 l’Unione Europea ha registrato 3.930 omicidi intenzionali, pari a meno di un omicidio ogni centomila abitanti; il tasso di mortalità per omicidio nell’UE era circa 0,7 per centomila. Negli Stati Uniti, pur dopo il calo più recente degli omicidi, il livello rimane diverse volte superiore.&#xA;&#xA;Questo non significa che in Europa non esistano criminalità, quartieri pericolosi, bande o reati commessi da immigrati. Significa che gli Stati Uniti partono da un livello generale di violenza molto più alto, prodotto da un insieme di fattori che comprende armi da fuoco, disuguaglianze, segregazione urbana, narcotraffico, debolezza dei servizi sociali e funzionamento del sistema penale.&#xA;&#xA;In un contesto del genere, attribuire il problema della criminalità ai migranti è politicamente comodo, perché permette di fingere che il crimine arrivi da fuori. Basta chiudere il confine, espellere qualcuno e il problema, almeno nella propaganda, è risolto.&#xA;&#xA;Ma se un paese registra livelli di violenza molto superiori a quelli europei anche prima di distinguere tra cittadini e immigrati, allora il problema non può essere spiegato semplicemente con l’immigrazione.&#xA;&#xA;È un problema americano.&#xA;&#xA;Il punto, ancora una volta, non è sostenere che l’immigrazione non produca mai problemi. Può produrre tensioni sociali, sfruttamento, marginalità, criminalità organizzata e conflitti culturali. E ogni paese ha il diritto di decidere quanti immigrati accogliere, con quali criteri e con quali obblighi.&#xA;&#xA;Il punto è che Italia e Germania dovrebbero discutere dell’immigrazione sulla base dei reati realmente commessi in Italia e Germania, delle loro leggi, delle loro frontiere, del loro mercato del lavoro e della capacità concreta dei loro servizi pubblici.&#xA;&#xA;Invece importano il dibattito americano completo di lessico, immagini, paure e soluzioni. Parlano come se il Mediterraneo fosse il Rio Grande, come se Lampedusa confinasse con il Texas e come se le periferie di Berlino fossero improvvisamente diventate quelle di Los Angeles.&#xA;&#xA;E così, ancora una volta, la politica non affronta i problemi locali.&#xA;&#xA;Recita una puntata doppiata male della politica americana.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;La cosa peggiore, però, è ritrovarsi ad avere nemici che non sono nemici nostri, ma nemici degli Stati Uniti.&#xA;&#xA;Prendiamo l’Iran.&#xA;&#xA;Nel gennaio del 2016 il presidente iraniano Hassan Rouhani venne ricevuto a Roma da Matteo Renzi, incontrò il presidente della Repubblica e il papa, visitò i Musei Capitolini e firmò accordi economici per miliardi di euro. La grande polemica italiana di quei giorni non riguardò minacce militari, attentati o aggressioni contro il nostro paese, ma la decisione grottesca di nascondere dietro alcuni pannelli le statue nude dei Musei Capitolini, apparentemente per non offendere la sensibilità dell’ospite iraniano.&#xA;&#xA;Non stiamo parlando della Persia di Ciro il Grande. Era già la Repubblica islamica. Era già il regime degli ayatollah, con la repressione politica, la polizia religiosa, la censura e tutto ciò che continuiamo, giustamente, a considerare ripugnante.&#xA;&#xA;Eppure veniva trattato come un paese con il quale era possibile negoziare, commerciare e mantenere normali relazioni diplomatiche.&#xA;&#xA;Oggi, invece, scopriamo che l’Iran sarebbe un nemico pericolosissimo, ferocemente ostile e quasi naturalmente destinato a entrare in guerra con noi.&#xA;&#xA;Ma diciamolo chiaramente: che cosa aveva fatto l’Iran all’Italia?&#xA;&#xA;Che cosa aveva fatto alla Germania?&#xA;&#xA;Che cosa aveva fatto all’Unione Europea, nel suo complesso, per diventare improvvisamente un nostro nemico esistenziale?&#xA;&#xA;Certo, l’Iran ha fornito armi alla Russia. Ma il mercato internazionale delle armi e dei materiali dual use è vasto, opaco e molto indiretto. La Russia riceve componenti, tecnologie, munizioni e apparati da una pluralità di paesi, aziende e intermediari. Se la vendita di materiale militare a uno Stato coinvolto in una guerra bastasse, da sola, a trasformare il fornitore in nostro nemico, avremmo una lista di nemici lunga quanto l’elenco telefonico.&#xA;&#xA;E certo, i servizi iraniani sono stati accusati di complotti, intimidazioni e operazioni clandestine sul territorio europeo.&#xA;&#xA;Ma anche qui bisogna decidere se il criterio valga per tutti.&#xA;&#xA;Le rivelazioni di Edward Snowden mostrarono che gli Stati Uniti avevano sottoposto a sorveglianza massiccia cittadini, governi e alleati europei, arrivando sino alle comunicazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel. La vicenda provocò una delle più gravi crisi di fiducia tra Germania e Stati Uniti dalla guerra in Iraq.&#xA;&#xA;In Italia, agenti della CIA rapirono nel 2003 l’imam Abu Omar in pieno giorno, a Milano, e lo trasferirono illegalmente in Egitto, dove denunciò di essere stato torturato. Ventitré cittadini statunitensi, in gran parte agenti della CIA, furono successivamente condannati dalla giustizia italiana; la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì inoltre che l’operazione era stata condotta con la cooperazione delle autorità italiane e aveva violato la Convenzione europea.&#xA;&#xA;Eppure nessuno concluse che gli Stati Uniti fossero diventati, per questo, un nemico dell’Italia o della Germania.&#xA;&#xA;Giustamente, peraltro.&#xA;&#xA;Si parlò di uno scandalo, di una violazione della sovranità, di attività illegali dei servizi segreti e di una crisi diplomatica. Non si trasformò automaticamente un alleato in un nemico assoluto.&#xA;&#xA;Perché dunque lo stesso criterio non dovrebbe valere per l’Iran?&#xA;&#xA;Questo non significa approvare il regime iraniano. Possiamo considerarlo autoritario, repressivo e teocratico. Possiamo sostenere le rivolte contro il governo, condannare la repressione delle donne e sperare che il sistema politico iraniano venga rovesciato dai suoi stessi cittadini.&#xA;&#xA;Ma questa è, prima di tutto, politica interna iraniana.&#xA;&#xA;Un regime può essere disgustoso senza essere nostro nemico. Può violare i diritti dei propri cittadini senza rappresentare una minaccia militare contro l’Italia. Può condurre operazioni clandestine senza che questo renda inevitabile una guerra, soprattutto quando tolleriamo comportamenti analoghi — o persino più gravi — da parte degli Stati che consideriamo alleati.&#xA;&#xA;L’Iran è certamente un nemico dichiarato e ideologico degli Stati Uniti.&#xA;&#xA;Ma come è diventato un nemico nostro, di preciso?&#xA;&#xA;Che cosa ci ha fatto, di preciso, che non sia stato compiuto anche da paesi con i quali continuiamo a commerciare, collaborare e stringere alleanze?&#xA;&#xA;La risposta è semplice: non è diventato nostro nemico in seguito a una valutazione autonoma degli interessi italiani, tedeschi o europei.&#xA;&#xA;È diventato nostro nemico perché abbiamo spostato negli Stati Uniti il baricentro del nostro pensiero.&#xA;&#xA;E quando si sposta il baricentro del pensiero, prima si importano i problemi americani.&#xA;&#xA;Poi si importano le paure americane.&#xA;&#xA;Infine si importano anche i nemici americani.&#xA;&#xA;br&#xA;Ed è bene ricordare che gli americani hanno un certo talento nel procurarsi nemici militari.&#xA;Non necessariamente perché siano più cattivi degli altri, e nemmeno perché ogni loro preoccupazione sia inventata. Semplicemente, davanti a un problema internazionale, gli Stati Uniti tendono sempre più spesso a chiedersi quale pressione possano esercitare, quali sanzioni possano imporre, quali armi possano vendere, quale flotta possano spostare e quale paese debba essere indicato come avversario.&#xA;L’Unione Europea, con tutti i suoi difetti, tende ancora a chiedersi quale trattato possa firmare.&#xA;Se prendiamo all’incirca gli ultimi dieci anni, la differenza è piuttosto visibile. Dal 2016 in poi l’Unione Europea ha concluso, firmato o messo in applicazione accordi commerciali importanti con:&#xA;&#xA;il Canada, con il CETA, applicato provvisoriamente dal 2017;&#xA;il Giappone, con l’accordo di partenariato economico entrato in vigore nel 2019;&#xA;Singapore, con l’accordo commerciale entrato in vigore nel 2019;&#xA;il Vietnam, con l’accordo di libero scambio entrato in vigore nel 2020;&#xA;il Regno Unito, con il Trade and Cooperation Agreement applicato dal 2021;&#xA;la Nuova Zelanda, con l’accordo entrato in vigore nel 2024;&#xA;il Kenya, con l’accordo di partenariato economico applicato dal 2024;&#xA;il Cile, con il nuovo accordo commerciale interinale entrato in vigore nel 2025;&#xA;il Mercosur, dopo decenni di trattative, con l’accordo firmato nel 2026 e la parte commerciale avviata in applicazione provvisoria;&#xA;il Messico, con la modernizzazione dell’accordo globale firmata nel 2026.&#xA;&#xA;Nello stesso periodo l’Unione ha inoltre concluso i negoziati per nuovi accordi con l’India e con l’Australia, oltre ad aver esteso o aggiornato una serie di accordi con paesi africani, caraibici e del Pacifico. Non tutti questi trattati hanno lo stesso valore, non tutti sono entrati integralmente in vigore e alcuni sono aggiornamenti di rapporti commerciali precedenti. Ma la direzione politica è evidente: quando Bruxelles individua un’area di conflitto economico, prova a trasformarla in una struttura di regole, arbitrati, concessioni reciproche e interessi condivisi.&#xA;&#xA;Gli Stati Uniti, nello stesso arco di tempo, non hanno concluso nessun nuovo accordo generale di libero scambio paragonabile alla serie europea.&#xA;&#xA;L’unica grande eccezione è l’USMCA, entrato in vigore nel 2020, che tuttavia non ha aperto una nuova area commerciale: ha sostituito e rinegoziato il NAFTA, cioè un accordo già esistente con Canada e Messico. Washington ha poi concluso intese più limitate, come l’accordo sui minerali critici con il Giappone, iniziative commerciali con Taiwan e, più recentemente, una serie di cosiddetti accordi di reciprocità. Ma l’elenco ufficiale americano continua a mostrare accordi generali di libero scambio con venti paesi, quasi tutti ereditati dai decenni precedenti.&#xA;&#xA;Questo non significa che l’Europa sia pacifica, innocente o immune dalla politica di potenza. L’Unione impone sanzioni, protegge settori industriali, finanzia armamenti e utilizza anch’essa il proprio peso economico come strumento di pressione.&#xA;&#xA;E non significa neppure che gli Stati Uniti non sappiano negoziare.&#xA;&#xA;Significa che, quando incontrano un concorrente, le due potenze hanno sviluppato riflessi diversi.&#xA;&#xA;L’Europa cerca soprattutto di legarlo a sé mediante un trattato.&#xA;&#xA;Gli Stati Uniti cercano sempre più spesso di piegarlo mediante dazi, embarghi, sanzioni, controlli tecnologici e minacce. Se poi il concorrente resiste abbastanza a lungo, smette gradualmente di essere definito un concorrente commerciale e comincia a essere descritto come una minaccia alla sicurezza nazionale.&#xA;&#xA;Da quel momento, qualsiasi prodotto diventa strategico.&#xA;&#xA;Qualsiasi investimento diventa un’infiltrazione.&#xA;&#xA;Qualsiasi tecnologia diventa un’arma.&#xA;&#xA;E qualsiasi controversia commerciale comincia a essere raccontata come l’anticamera di una guerra.&#xA;&#xA;È così che un paese si procura nemici militari: non necessariamente partendo da una guerra, ma trasformando progressivamente ogni contrasto economico in una questione militare.&#xA;&#xA;E il problema europeo è che, avendo trasferito negli Stati Uniti il baricentro del proprio pensiero, finiamo per adottare anche questo riflesso.&#xA;&#xA;Gli americani trasformano un concorrente in un nemico.&#xA;&#xA;E noi, senza nemmeno aver partecipato alla disputa originaria, scopriamo di essere già loro alleati nella guerra successiva.&#xA;&#xA;E come se non bastasse, i politici americanoidi continuano a presentare la mentalita&#39; europea come una &#34;debolezza&#34;, ossessionati&#xA;da un altro problema tipico della politica americana, il &#34;winning&#34; canto caro a Trump.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Lo stesso vale per l&#39;americanizzazione dei politici di sinistra.&#xA;&#xA;Il caso più evidente è quello delle razze amministrative.&#xA;&#xA;Negli Stati Uniti la razza non è soltanto una caratteristica che qualcuno attribuisce a qualcun altro. È una casella.&#xA;&#xA;Compare nei censimenti, nelle statistiche pubbliche, nei moduli scolastici, nelle domande di lavoro, nelle cartelle cliniche e nei questionari compilati per verificare il rispetto delle norme contro la discriminazione. Il governo federale stabilisce persino le categorie minime da utilizzare: White, Black or African American, Asian, American Indian or Alaska Native, Native Hawaiian or Pacific Islander e, secondo gli standard aggiornati, anche Hispanic or Latino e Middle Eastern or North African. “Caucasian”, che si incontra ancora in molti moduli e nel linguaggio americano corrente, è essenzialmente una variante più vecchia e pseudoscientifica di “White”.&#xA;&#xA;In altre parole, un americano può trovarsi perfettamente sul serio davanti a un documento che gli chiede di dichiarare la propria razza.&#xA;&#xA;In Italia e in Germania una cosa del genere apparirebbe immediatamente bizzarra, quando non inquietante.&#xA;&#xA;Le amministrazioni europee registrano normalmente la cittadinanza, il luogo di nascita, la cittadinanza dei genitori o l’origine migratoria. Possono raccogliere dati sull’origine etnica per studi specifici sulla discriminazione, ma non esiste, nella vita burocratica ordinaria, una casella nella quale un cittadino italiano o tedesco debba dichiararsi “caucasico”, “bianco”, “nero” oppure “asiatico”.&#xA;&#xA;Anzi, nell’Unione Europea i dati che rivelano l’origine razziale o etnica sono considerati dati personali particolarmente sensibili e possono essere trattati soltanto in condizioni specifiche.&#xA;&#xA;Questa differenza non è cosmetica.&#xA;&#xA;Significa che tutto il dibattito americano sulle quote razziali, sulla affirmative action, sulla DEI e sulla discriminazione dei bianchi nasce dentro una società nella quale lo Stato, le università e le aziende classificano ufficialmente le persone secondo razze amministrative.&#xA;&#xA;Quando importiamo quel dibattito in Italia o in Germania, importiamo categorie che le nostre amministrazioni normalmente non usano e che la nostra storia ci ha insegnato a guardare con estremo sospetto.&#xA;&#xA;Non importiamo soltanto una politica americana.&#xA;&#xA;Importiamo la tassonomia razziale sulla quale quella politica è costruita poi, dalla sinistra liberal e woke.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;I tre esempi più forti sono questi.&#xA;&#xA;1\. L’intersezionalità trasformata in sistema politico generale&#xA;&#xA;L’intersezionalità nasce negli Stati Uniti per descrivere come discriminazioni diverse — razza, sesso, classe, orientamento sessuale — possano sovrapporsi. Il problema comincia quando smette di essere uno strumento di analisi e diventa una cosmologia politica: ogni individuo viene collocato in una gerarchia di oppressori e oppressi sulla base delle sue identità.&#xA;&#xA;Questo modello nasce in una società costruita storicamente attorno a categorie razziali molto rigide e persino amministrative. Importarlo in Italia o in Germania significa trattare come equivalenti storie completamente diverse e, soprattutto, sostituire la classe sociale con un catalogo di identità.&#xA;&#xA;Il lavoratore povero non è più povero: è un maschio bianco privilegiato.&#xA;&#xA;La dirigente benestante non è più parte della classe dominante: è una donna oppressa.&#xA;&#xA;A quel punto la sinistra smette di chiedersi chi possieda la fabbrica e comincia a chiedersi con quali pronomi il proprietario debba rivolgersi agli operai.&#xA;&#xA;2\. La rappresentazione identitaria come sostituto della redistribuzione&#xA;&#xA;Dal liberalismo americano arriva l’idea che un sistema diventi più giusto quando ai vertici compaiono persone appartenenti a gruppi diversi.&#xA;&#xA;Una banca diretta da una donna.&#xA;&#xA;Una multinazionale guidata da una persona nera.&#xA;&#xA;Un esercito che manda a bombardare un paese sotto il comando di un generale transgender.&#xA;&#xA;Il problema non è che queste persone occupino quelle posizioni. Il problema è spacciare la diversificazione della classe dirigente per una politica di sinistra.&#xA;&#xA;Il lavoratore sfruttato non viene sfruttato meno perché l’amministratore delegato appartiene a una minoranza. L’inquilino non paga un affitto più basso perché il fondo immobiliare ha un consiglio di amministrazione inclusivo. La precarietà non scompare perché il responsabile delle risorse umane mette i pronomi nella firma.&#xA;&#xA;Questa è una politica perfettamente compatibile con il capitalismo americano: non modifica la distribuzione del potere, modifica la fotografia di chi lo esercita.&#xA;&#xA;3\. La politica del linguaggio come principale terreno di conflitto&#xA;&#xA;Un’altra importazione è l’idea che il linguaggio non sia soltanto uno degli strumenti della politica, ma il luogo centrale nel quale si esercita il potere.&#xA;&#xA;Da qui l’ossessione per i pronomi, la terminologia corretta, le parole proibite, le formule inclusive, i nomi delle professioni e la continua ridefinizione del vocabolario.&#xA;&#xA;Naturalmente le parole hanno importanza. Ma quando una sinistra non riesce più a modificare salari, pensioni, affitti, orari di lavoro e distribuzione della ricchezza, correggere il linguaggio diventa una forma estremamente economica di radicalismo.&#xA;&#xA;Non richiede scioperi.&#xA;&#xA;Non richiede tasse patrimoniali.&#xA;&#xA;Non richiede di scontrarsi con Confindustria o con le banche.&#xA;&#xA;Richiede soltanto di correggere qualcuno su Twitter.&#xA;&#xA;Ed è proprio per questo che il liberalismo americano piace tanto alla sinistra piccoloborghese europea: consente di apparire radicale senza toccare alcun rapporto economico reale.&#xA;&#xA;Una quarta importazione, strettamente collegata, potrebbe essere la politica delle microaggressioni e degli spazi sicuri: un modello nato nei campus americani e poi trasferito nel dibattito generale, nel quale il disagio soggettivo viene trattato come prova sufficiente di un’aggressione politica.&#xA;&#xA;Ma i primi tre costituiscono già una sequenza molto solida: intersezionalità, rappresentazione e controllo linguistico.&#xA;&#xA;br&#xA;E il problema arriva inevitabilmente anche nel linguaggio.&#xA;&#xA;Basta osservare una cosa: quasi ogni problema reale è stato rinominato, riformulato o sterilizzato dai politici di sinistra, in modo da ridurne l’urgenza e lasciare spazio a problemi più americani, più presentabili e soprattutto meno pericolosi per chi detiene il potere economico.&#xA;&#xA;Per non sembrare marxisti, sembra che non si possa più dire «lotta alla povertà». Bisogna dire «lotta alle disuguaglianze».&#xA;&#xA;Naturalmente è facile sostenere che le disuguaglianze siano una delle cause dell’aumento della povertà. Ed è anche vero. Ma se per evitare di pronunciare la parola «poveri» occorre inventare un’espressione più elegante, più accademica e più adatta a un convegno universitario, allora non si sta soltanto descrivendo il problema da un’altra prospettiva.&#xA;&#xA;Lo si sta rendendo meno urgente.&#xA;&#xA;Dire che esistono milioni di poveri, compresi milioni di bambini poveri, mentre una piccola percentuale della popolazione concentra una parte crescente della ricchezza, significa indicare un conflitto preciso. Significa dire che qualcuno possiede troppo mentre qualcun altro non ha abbastanza. Significa porre immediatamente la questione di chi debba perdere qualcosa perché altri possano avere il necessario.&#xA;&#xA;Parlare genericamente di «disuguaglianze», invece, permette di trasformare tutto in una curva statistica.&#xA;&#xA;Una disuguaglianza può essere studiata, monitorata, mitigata, inclusa in un rapporto annuale e magari affidata a una commissione. La povertà, invece, ha fame. Non paga l’affitto. Non manda i figli dal dentista. Non aspetta il prossimo convegno sulla resilienza sociale.&#xA;&#xA;Ma questa sostituzione lessicale è tutta americana. Allo stato puro.&#xA;&#xA;È il linguaggio di una cultura politica che non vuole più nominare lo sfruttamento, perché nominarlo significherebbe ammettere che esiste uno sfruttatore. Non vuole parlare di classe, perché parlare di classe significa ammettere che interessi diversi possono essere incompatibili. Non vuole parlare di poveri, perché la parola «poveri» suggerisce immediatamente che la società abbia prodotto dei perdenti reali, e non soltanto una distribuzione imperfetta degli indicatori.&#xA;&#xA;Così il lavoro nero può diventare «lavoro subprime».&#xA;&#xA;I salari insufficienti diventano «in-work poverty».&#xA;&#xA;La precarietà diventa «flessibilità».&#xA;&#xA;I licenziamenti diventano «ristrutturazioni».&#xA;&#xA;E gli omicidi aziendali diventano pudicamente «morti sul lavoro», come se un operaio fosse semplicemente morto mentre si trovava casualmente sul posto di lavoro, magari per una coincidenza meteorologica.&#xA;&#xA;Se volete chiamarli così, fate pure.&#xA;&#xA;Ma non state rendendo il linguaggio più preciso.&#xA;&#xA;State nascondendo la polvere sotto un comodo tappeto di parole.&#xA;&#xA;E, come se non bastasse, la «lotta alle disuguaglianze» sembra quasi una questione di principio. Un problema morale, astratto, da discutere nei convegni: quanto sia giusto che qualcuno abbia molto più di qualcun altro, quale grado di differenza sia socialmente accettabile, dove debba collocarsi il limite dell’equità.&#xA;&#xA;Ma qui non stiamo discutendo di una simmetria imperfetta nella distribuzione della ricchezza.&#xA;&#xA;Stiamo parlando di povertà.&#xA;&#xA;Stiamo parlando di persone che non riescono a pagare l’affitto, a riscaldare la casa, a curarsi, a nutrire decentemente i figli o ad arrivare alla fine del mese. Non è una questione estetica, e nemmeno una disputa filosofica sull’uguaglianza.&#xA;&#xA;È un problema materiale.&#xA;&#xA;Dire «lotta alle disuguaglianze» sposta immediatamente il discorso sul terreno morale: quanto sia sconveniente che il ricco sia troppo ricco. Dire «lotta alla povertà», invece, lo riporta sul terreno pratico: perché esistono persone che non hanno abbastanza per vivere?&#xA;&#xA;La prima formulazione invita alla riflessione.&#xA;&#xA;La seconda pretende una soluzione.&#xA;&#xA;Ed è curioso osservare come la stessa sinistra capace di inalberarsi per un pronome sbagliato diventi improvvisamente incerta, afona e spesso incompetente quando si arriva alle questioni sostanziali.&#xA;&#xA;Sul linguaggio possiede regole, glossari, sensibilità, sanzioni morali e una terminologia aggiornata quasi in tempo reale.&#xA;&#xA;Sul costo degli affitti, sui salari, sulla precarietà, sulla sanità, sulla scuola e sulla povertà, invece, balbetta.&#xA;&#xA;Sa perfettamente come chiamare una persona.&#xA;&#xA;Molto meno come impedirle di diventare povera.&#xA;&#xA;br&#xA;E diventa sempre più inspiegabile come una sinistra capace di individuare un misgendering in avvicinamento quando si trova ancora dalle parti della nube di Oort, e una destra capace di sospettare di matrimonio omosessuale persino i polsini di una camicia, possano poi non accorgersi di una trasformazione molto più vasta e molto più importante.&#xA;&#xA;Il linguaggio della politica è cambiato in modo da consentirci di discutere quasi esclusivamente di problemi americani, usando categorie americane, paure americane e conflitti americani, mentre i problemi che abbiamo davvero rimangono sullo sfondo, privi persino delle parole necessarie per essere descritti.&#xA;&#xA;E quando non si possiedono più le parole per nominare un problema, difficilmente si possiedono gli strumenti cognitivi per comprenderlo.&#xA;&#xA;Tantomeno per risolverlo.&#xA;&#xA;Così la sinistra dispone di un vocabolario minuzioso per classificare ogni possibile offesa identitaria, e la destra di un apparato paranoico altrettanto raffinato per scoprire omosessualità, gender e comunismo in qualsiasi oggetto sufficientemente colorato.&#xA;&#xA;Ma entrambe diventano improvvisamente analfabete davanti ai salari, agli affitti, alla sanità, alla scuola, alla deindustrializzazione, alla precarietà e alla povertà.&#xA;&#xA;Non perché questi problemi non esistano.&#xA;&#xA;Ma perché, dopo avere importato il linguaggio politico americano, non sappiamo più nemmeno come parlarne.&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Un paio di post fa ho scritto che la sinistra italiana sta accettando di diventare una porcheria “liberal” nel senso americano/anglosassone, semplicemente perche&#39; in un contesto anglosassone si sente piu&#39; a casa propria, e per questo vantaggio poco consistente ha sacrificato qualsiasi parte di sinistra operaista o working class, per diventare una sinistra del ceto medio, ovvero una sinistra piccoloborghese. E scontare quindi la distruzione attuale del ceto medio, in termini di calo di voti e di consensi. Ma quello che secondo me andrebbe chiarito e&#39; l&#39;effetto di un paese che, per via dei social americani e dei politici che si dividono tra MAGA e WOKE, vede solo i problemi americani e non quelli locali. E questo vale sia in Italia che, sia chiaro, in Germania. Con gli stessi identici risultati: la gente che ha problemi non-americani e&#39; stufa marcia di sentir discutere di problemi americani.</p>

<p><br>
Prendiamo un esempio particolarmente eclatante. Se andiamo su un qualsiasi social network americano — YouTube è probabilmente l’epitome del fenomeno — scopriamo che negli Stati Uniti avrebbero, o sarebbero convinti di avere, il gravissimo problema delle drag queen invitate nelle scuole per fare strip-tease davanti a bambini di sei o sette anni.</p>

<p>Ora, onestamente, non so quanto questa descrizione corrisponda alla realtà. Negli Stati Uniti esistono davvero le cosiddette <em>Drag Queen Story Hour</em>: drag queen invitate in biblioteche, scuole, librerie e altri spazi educativi per leggere libri ai bambini o partecipare ad attività sull’inclusione e sull’identità. Ma questo non significa affatto che lo strip-tease davanti ai bambini sia diventato una materia curricolare della scuola elementare americana. I video scandalistici possono mostrare un episodio reale, un’esibizione giudicata inappropriata, un caso isolato oppure semplicemente un evento raccontato tagliando via tutto il contesto. Da qui a trasformarlo in una prassi generale della scuola statunitense passa, come minimo, un oceano.</p>

<p>Ma ammettiamo pure, per assurdo, che negli Stati Uniti esista davvero l’ora settimanale di drag queen alle elementari. Ammettiamo persino la versione più isterica che circola su YouTube. Il vero problema è che dubito pesantemente che questa cosa rappresenti, come sostengono alcuni discutibili politici di destra del calibro di Pillon o Adinolfi, un problema della scuola italiana.</p>

<p>Provate a pensarci seriamente. Stiamo parlando di un paese nel quale una maestra può finire sui giornali, essere sospesa o perdere il posto perché si scopre che ha una vita privata considerata sconveniente, un amante oppure un hobby troppo piccante; e dovremmo contemporaneamente credere che le stesse scuole organizzino corsi regolari di strip-tease tenuti da drag queen?</p>

<p>In Italia?</p>

<p>O in Germania?</p>

<p>Stiamo scherzando, o cosa?</p>

<p>Il punto non è nemmeno stabilire se ogni singolo video americano sia vero, falso o manipolato. Il punto è che, anche qualora YouTube raccontasse la pura verità sugli Stati Uniti, continuerebbe a raccontare un problema statunitense.</p>

<p>Non un problema italiano, non un problema tedesco e, soprattutto, non un problema che giustifichi il fatto che la politica italiana o tedesca dedichi settimane a discuterne come se stesse accadendo nella scuola sotto casa.</p>

<p>Anche tralasciando il fatto che «strip-tease di una drag queen» sia quasi un ossimoro — nel senso che, togliendo i vestiti, il trucco, la parrucca e il resto della costruzione scenica, a un certo punto non rimane più la drag queen — si tratta di un classico esempio di come politici italiani o tedeschi cerchino di trascinare il dibattito pubblico su un problema che forse, ripeto forse, esiste negli Stati Uniti, ma non da noi.</p>

<p>E lo stesso vale per tutto il dibattito sui bambini trans, sulla «cultura gender» e compagnia cantando.</p>

<p>Forse negli Stati Uniti esistono migliaia, o milioni, di bambini che i genitori vorrebbero costringere a cambiare sesso. Forse esistono strutture che consentono ad adolescenti molto giovani di accedere ai bloccanti della pubertà o, in seguito, a terapie ormonali. Forse esistono medici irresponsabili, protocolli troppo permissivi e famiglie fanatiche.</p>

<p>Ma, anche se tutto questo esistesse davvero nelle dimensioni raccontate dalla propaganda americana, rimarrebbe prima di tutto un problema americano.</p>

<p>In un paese dotato di sanità pubblica, équipe multidisciplinari, norme sulla tutela dei minori e procedure mediche regolamentate, è difficile che lo stesso fenomeno possa assumere dimensioni paragonabili in Italia o in Germania.</p>

<p>Quando, nel 2024, scoppiò la polemica sul centro per l’incongruenza di genere dell’ospedale pubblico Careggi di Firenze, il centro venne descritto da una parte della politica quasi come una catena di montaggio per la transizione dei bambini. Poi si scoprì che la triptorelina, il farmaco impiegato per ritardare temporaneamente la pubertà, era stata somministrata a ventisei pazienti, su circa centocinquanta minori seguiti dal centro.</p>

<p>Ventisei.</p>

<p>E secondo i dati comunicati dall’AIFA, nell’intero 2023 i minori trattati con triptorelina in tutta Italia erano stati venticinque, molti dei quali passati proprio dal Careggi e provenienti da regioni diverse.</p>

<p>Si può certamente discutere se il protocollo fosse applicato correttamente. Si può discutere della qualità delle valutazioni psicologiche, degli effetti a lungo termine, della prudenza necessaria e persino dell’opportunità di utilizzare questi farmaci sui minori.</p>

<p>Ma venticinque casi in un anno, in un paese di quasi sessanta milioni di abitanti, non costituiscono un’emergenza nazionale.</p>

<p>Costituiscono un numero molto ristretto di casi clinici complessi.</p>

<p>L’emergenza nazionale, semmai, sembra essere il numero di politici che riescono a parlarne ogni giorno.</p>

<hr/>

<p><br>
<br>
Un altro esempio è l’ossessione per la Cina.</p>

<p>Gli Stati Uniti vedono la Cina come un problema gigantesco, quasi metafisico: non più semplicemente un concorrente industriale e commerciale, ma una specie di nemico assoluto destinato prima o poi a sostituirli, dominarli, umiliarli e probabilmente rubare loro anche il cane.</p>

<p>Ora, è evidente che la Cina costituisca un problema commerciale molto serio. Esistono squilibri nella bilancia commerciale, sussidi pubblici, trasferimenti tecnologici, problemi di proprietà intellettuale, barriere all’ingresso e una politica industriale cinese che non coincide esattamente con il manuale del libero mercato. Gli stessi governi americani contestano da anni queste pratiche e hanno cercato di affrontarle mediante dazi, negoziati e accordi commerciali. Nel 2025, nonostante tutto, gli scambi di merci tra Stati Uniti e Cina valevano ancora circa 415 miliardi di dollari.</p>

<p>Ma appunto: sono problemi <strong>commerciali. Trasformarla in una guerra fredda non ha senso.</strong></p>

<p>E i problemi commerciali si affrontano con strumenti commerciali. Con dazi, quote, regole comuni, trattati, arbitrati, controlli sugli investimenti, politiche industriali e, quando serve, con il divieto di esportare tecnologie strategiche. Non trasformando un conflitto economico in un’ostilità culturale permanente, destinata a crescere sino a rendere plausibile una guerra che, per definizione, non risolverebbe nessuno dei problemi commerciali che l’avrebbero provocata.</p>

<p>La cosa più surreale è che anche questa ossessione viene poi importata integralmente in Europa. Così politici italiani e tedeschi cominciano a parlare della Cina come se Italia e Germania avessero la stessa posizione geopolitica, gli stessi interessi, la stessa struttura industriale e soprattutto lo stesso oceano da difendere degli Stati Uniti.</p>

<p>Non li hanno.</p>

<p>Possono avere problemi con la Cina, naturalmente. Ma sono i loro problemi, e andrebbero definiti sulla base degli interessi europei, italiani o tedeschi. Non copiando il panico strategico di Washington e traducendolo malamente nella lingua locale.</p>

<p>Lo stesso meccanismo si vede nell’ossessione per il rapporto tra migranti e criminalità.</p>

<p>Negli Stati Uniti questo discorso si inserisce dentro un problema molto più vasto: l’incapacità del paese di ridurre la violenza criminale complessiva ai livelli europei. Se usiamo l’omicidio, che è uno dei pochi reati abbastanza chiaramente definibili da permettere confronti internazionali sensati, la differenza è enorme.</p>

<p>Nel 2023 l’Unione Europea ha registrato 3.930 omicidi intenzionali, pari a meno di un omicidio ogni centomila abitanti; il tasso di mortalità per omicidio nell’UE era circa 0,7 per centomila. Negli Stati Uniti, pur dopo il calo più recente degli omicidi, il livello rimane diverse volte superiore.</p>

<p>Questo non significa che in Europa non esistano criminalità, quartieri pericolosi, bande o reati commessi da immigrati. Significa che gli Stati Uniti partono da un livello generale di violenza molto più alto, prodotto da un insieme di fattori che comprende armi da fuoco, disuguaglianze, segregazione urbana, narcotraffico, debolezza dei servizi sociali e funzionamento del sistema penale.</p>

<p>In un contesto del genere, attribuire il problema della criminalità ai migranti è politicamente comodo, perché permette di fingere che il crimine arrivi da fuori. Basta chiudere il confine, espellere qualcuno e il problema, almeno nella propaganda, è risolto.</p>

<p>Ma se un paese registra livelli di violenza molto superiori a quelli europei anche prima di distinguere tra cittadini e immigrati, allora il problema non può essere spiegato semplicemente con l’immigrazione.</p>

<p>È un problema americano.</p>

<p>Il punto, ancora una volta, non è sostenere che l’immigrazione non produca mai problemi. Può produrre tensioni sociali, sfruttamento, marginalità, criminalità organizzata e conflitti culturali. E ogni paese ha il diritto di decidere quanti immigrati accogliere, con quali criteri e con quali obblighi.</p>

<p>Il punto è che Italia e Germania dovrebbero discutere dell’immigrazione sulla base dei reati realmente commessi in Italia e Germania, delle loro leggi, delle loro frontiere, del loro mercato del lavoro e della capacità concreta dei loro servizi pubblici.</p>

<p>Invece importano il dibattito americano completo di lessico, immagini, paure e soluzioni. Parlano come se il Mediterraneo fosse il Rio Grande, come se Lampedusa confinasse con il Texas e come se le periferie di Berlino fossero improvvisamente diventate quelle di Los Angeles.</p>

<p>E così, ancora una volta, la politica non affronta i problemi locali.</p>

<p>Recita una puntata doppiata male della politica americana.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
La cosa peggiore, però, è ritrovarsi ad avere nemici che non sono nemici nostri, ma nemici degli Stati Uniti.</p>

<p>Prendiamo l’Iran.</p>

<p>Nel gennaio del 2016 il presidente iraniano Hassan Rouhani venne ricevuto a Roma da Matteo Renzi, incontrò il presidente della Repubblica e il papa, visitò i Musei Capitolini e firmò accordi economici per miliardi di euro. La grande polemica italiana di quei giorni non riguardò minacce militari, attentati o aggressioni contro il nostro paese, ma la decisione grottesca di nascondere dietro alcuni pannelli le statue nude dei Musei Capitolini, apparentemente per non offendere la sensibilità dell’ospite iraniano.</p>

<p>Non stiamo parlando della Persia di Ciro il Grande. Era già la Repubblica islamica. Era già il regime degli ayatollah, con la repressione politica, la polizia religiosa, la censura e tutto ciò che continuiamo, giustamente, a considerare ripugnante.</p>

<p>Eppure veniva trattato come un paese con il quale era possibile negoziare, commerciare e mantenere normali relazioni diplomatiche.</p>

<p>Oggi, invece, scopriamo che l’Iran sarebbe un nemico pericolosissimo, ferocemente ostile e quasi naturalmente destinato a entrare in guerra con noi.</p>

<p>Ma diciamolo chiaramente: che cosa aveva fatto l’Iran all’Italia?</p>

<p>Che cosa aveva fatto alla Germania?</p>

<p>Che cosa aveva fatto all’Unione Europea, nel suo complesso, per diventare improvvisamente un nostro nemico esistenziale?</p>

<p>Certo, l’Iran ha fornito armi alla Russia. Ma il mercato internazionale delle armi e dei materiali dual use è vasto, opaco e molto indiretto. La Russia riceve componenti, tecnologie, munizioni e apparati da una pluralità di paesi, aziende e intermediari. Se la vendita di materiale militare a uno Stato coinvolto in una guerra bastasse, da sola, a trasformare il fornitore in nostro nemico, avremmo una lista di nemici lunga quanto l’elenco telefonico.</p>

<p>E certo, i servizi iraniani sono stati accusati di complotti, intimidazioni e operazioni clandestine sul territorio europeo.</p>

<p>Ma anche qui bisogna decidere se il criterio valga per tutti.</p>

<p>Le rivelazioni di Edward Snowden mostrarono che gli Stati Uniti avevano sottoposto a sorveglianza massiccia cittadini, governi e alleati europei, arrivando sino alle comunicazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel. La vicenda provocò una delle più gravi crisi di fiducia tra Germania e Stati Uniti dalla guerra in Iraq.</p>

<p>In Italia, agenti della CIA rapirono nel 2003 l’imam Abu Omar in pieno giorno, a Milano, e lo trasferirono illegalmente in Egitto, dove denunciò di essere stato torturato. Ventitré cittadini statunitensi, in gran parte agenti della CIA, furono successivamente condannati dalla giustizia italiana; la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì inoltre che l’operazione era stata condotta con la cooperazione delle autorità italiane e aveva violato la Convenzione europea.</p>

<p>Eppure nessuno concluse che gli Stati Uniti fossero diventati, per questo, un nemico dell’Italia o della Germania.</p>

<p>Giustamente, peraltro.</p>

<p>Si parlò di uno scandalo, di una violazione della sovranità, di attività illegali dei servizi segreti e di una crisi diplomatica. Non si trasformò automaticamente un alleato in un nemico assoluto.</p>

<p>Perché dunque lo stesso criterio non dovrebbe valere per l’Iran?</p>

<p>Questo non significa approvare il regime iraniano. Possiamo considerarlo autoritario, repressivo e teocratico. Possiamo sostenere le rivolte contro il governo, condannare la repressione delle donne e sperare che il sistema politico iraniano venga rovesciato dai suoi stessi cittadini.</p>

<p>Ma questa è, prima di tutto, politica interna iraniana.</p>

<p>Un regime può essere disgustoso senza essere nostro nemico. Può violare i diritti dei propri cittadini senza rappresentare una minaccia militare contro l’Italia. Può condurre operazioni clandestine senza che questo renda inevitabile una guerra, soprattutto quando tolleriamo comportamenti analoghi — o persino più gravi — da parte degli Stati che consideriamo alleati.</p>

<p>L’Iran è certamente un nemico dichiarato e ideologico degli Stati Uniti.</p>

<p>Ma come è diventato un nemico nostro, di preciso?</p>

<p>Che cosa ci ha fatto, di preciso, che non sia stato compiuto anche da paesi con i quali continuiamo a commerciare, collaborare e stringere alleanze?</p>

<p>La risposta è semplice: non è diventato nostro nemico in seguito a una valutazione autonoma degli interessi italiani, tedeschi o europei.</p>

<p>È diventato nostro nemico perché abbiamo spostato negli Stati Uniti il baricentro del nostro pensiero.</p>

<p>E quando si sposta il baricentro del pensiero, prima si importano i problemi americani.</p>

<p>Poi si importano le paure americane.</p>

<h2 id="infine-si-importano-anche-i-nemici-americani">Infine si importano anche i nemici americani.</h2>

<hr/>

<p><br>
Ed è bene ricordare che gli americani hanno un certo talento nel procurarsi nemici militari.
Non necessariamente perché siano più cattivi degli altri, e nemmeno perché ogni loro preoccupazione sia inventata. Semplicemente, davanti a un problema internazionale, gli Stati Uniti tendono sempre più spesso a chiedersi quale pressione possano esercitare, quali sanzioni possano imporre, quali armi possano vendere, quale flotta possano spostare e quale paese debba essere indicato come avversario.
L’Unione Europea, con tutti i suoi difetti, tende ancora a chiedersi quale trattato possa firmare.
Se prendiamo all’incirca gli ultimi dieci anni, la differenza è piuttosto visibile. Dal 2016 in poi l’Unione Europea ha concluso, firmato o messo in applicazione accordi commerciali importanti con:</p>
<ul><li>il Canada, con il CETA, applicato provvisoriamente dal 2017;</li>
<li>il Giappone, con l’accordo di partenariato economico entrato in vigore nel 2019;</li>
<li>Singapore, con l’accordo commerciale entrato in vigore nel 2019;</li>
<li>il Vietnam, con l’accordo di libero scambio entrato in vigore nel 2020;</li>
<li>il Regno Unito, con il Trade and Cooperation Agreement applicato dal 2021;</li>
<li>la Nuova Zelanda, con l’accordo entrato in vigore nel 2024;</li>
<li>il Kenya, con l’accordo di partenariato economico applicato dal 2024;</li>
<li>il Cile, con il nuovo accordo commerciale interinale entrato in vigore nel 2025;</li>
<li>il Mercosur, dopo decenni di trattative, con l’accordo firmato nel 2026 e la parte commerciale avviata in applicazione provvisoria;</li>
<li>il Messico, con la modernizzazione dell’accordo globale firmata nel 2026.</li></ul>

<p>Nello stesso periodo l’Unione ha inoltre concluso i negoziati per nuovi accordi con l’India e con l’Australia, oltre ad aver esteso o aggiornato una serie di accordi con paesi africani, caraibici e del Pacifico. Non tutti questi trattati hanno lo stesso valore, non tutti sono entrati integralmente in vigore e alcuni sono aggiornamenti di rapporti commerciali precedenti. Ma la direzione politica è evidente: quando Bruxelles individua un’area di conflitto economico, prova a trasformarla in una struttura di regole, arbitrati, concessioni reciproche e interessi condivisi.</p>

<p>Gli Stati Uniti, nello stesso arco di tempo, non hanno concluso nessun nuovo accordo generale di libero scambio paragonabile alla serie europea.</p>

<p>L’unica grande eccezione è l’USMCA, entrato in vigore nel 2020, che tuttavia non ha aperto una nuova area commerciale: ha sostituito e rinegoziato il NAFTA, cioè un accordo già esistente con Canada e Messico. Washington ha poi concluso intese più limitate, come l’accordo sui minerali critici con il Giappone, iniziative commerciali con Taiwan e, più recentemente, una serie di cosiddetti accordi di reciprocità. Ma l’elenco ufficiale americano continua a mostrare accordi generali di libero scambio con venti paesi, quasi tutti ereditati dai decenni precedenti.</p>

<p>Questo non significa che l’Europa sia pacifica, innocente o immune dalla politica di potenza. L’Unione impone sanzioni, protegge settori industriali, finanzia armamenti e utilizza anch’essa il proprio peso economico come strumento di pressione.</p>

<p>E non significa neppure che gli Stati Uniti non sappiano negoziare.</p>

<p>Significa che, quando incontrano un concorrente, le due potenze hanno sviluppato riflessi diversi.</p>

<p>L’Europa cerca soprattutto di legarlo a sé mediante un trattato.</p>

<p>Gli Stati Uniti cercano sempre più spesso di piegarlo mediante dazi, embarghi, sanzioni, controlli tecnologici e minacce. Se poi il concorrente resiste abbastanza a lungo, smette gradualmente di essere definito un concorrente commerciale e comincia a essere descritto come una minaccia alla sicurezza nazionale.</p>

<p>Da quel momento, qualsiasi prodotto diventa strategico.</p>

<p>Qualsiasi investimento diventa un’infiltrazione.</p>

<p>Qualsiasi tecnologia diventa un’arma.</p>

<p>E qualsiasi controversia commerciale comincia a essere raccontata come l’anticamera di una guerra.</p>

<p>È così che un paese si procura nemici militari: non necessariamente partendo da una guerra, ma trasformando progressivamente ogni contrasto economico in una questione militare.</p>

<p>E il problema europeo è che, avendo trasferito negli Stati Uniti il baricentro del proprio pensiero, finiamo per adottare anche questo riflesso.</p>

<h2 id="gli-americani-trasformano-un-concorrente-in-un-nemico">Gli americani trasformano un concorrente in un nemico.</h2>

<p>E noi, senza nemmeno aver partecipato alla disputa originaria, scopriamo di essere già loro alleati nella guerra successiva.</p>

<p><strong>E come se non bastasse, i politici americanoidi continuano a presentare la mentalita&#39; europea come una “debolezza”, ossessionati</strong>
da un altro problema tipico della politica americana, il “winning” canto caro a Trump.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Lo stesso vale per l&#39;americanizzazione dei politici di sinistra.</p>

<p>Il caso più evidente è quello delle razze amministrative.</p>

<p>Negli Stati Uniti la razza non è soltanto una caratteristica che qualcuno attribuisce a qualcun altro. È una casella.</p>

<p>Compare nei censimenti, nelle statistiche pubbliche, nei moduli scolastici, nelle domande di lavoro, nelle cartelle cliniche e nei questionari compilati per verificare il rispetto delle norme contro la discriminazione. Il governo federale stabilisce persino le categorie minime da utilizzare: <em>White</em>, <em>Black or African American</em>, <em>Asian</em>, <em>American Indian or Alaska Native</em>, <em>Native Hawaiian or Pacific Islander</em> e, secondo gli standard aggiornati, anche <em>Hispanic or Latino</em> e <em>Middle Eastern or North African</em>. “Caucasian”, che si incontra ancora in molti moduli e nel linguaggio americano corrente, è essenzialmente una variante più vecchia e pseudoscientifica di “White”.</p>

<p>In altre parole, un americano può trovarsi perfettamente sul serio davanti a un documento che gli chiede di dichiarare la propria razza.</p>

<p>In Italia e in Germania una cosa del genere apparirebbe immediatamente bizzarra, quando non inquietante.</p>

<p>Le amministrazioni europee registrano normalmente la cittadinanza, il luogo di nascita, la cittadinanza dei genitori o l’origine migratoria. Possono raccogliere dati sull’origine etnica per studi specifici sulla discriminazione, ma non esiste, nella vita burocratica ordinaria, una casella nella quale un cittadino italiano o tedesco debba dichiararsi “caucasico”, “bianco”, “nero” oppure “asiatico”.</p>

<p>Anzi, nell’Unione Europea i dati che rivelano l’origine razziale o etnica sono considerati dati personali particolarmente sensibili e possono essere trattati soltanto in condizioni specifiche.</p>

<p>Questa differenza non è cosmetica.</p>

<p>Significa che tutto il dibattito americano sulle quote razziali, sulla <em>affirmative action</em>, sulla DEI e sulla discriminazione dei bianchi nasce dentro una società nella quale lo Stato, le università e le aziende classificano ufficialmente le persone secondo razze amministrative.</p>

<p>Quando importiamo quel dibattito in Italia o in Germania, importiamo categorie che le nostre amministrazioni normalmente non usano e che la nostra storia ci ha insegnato a guardare con estremo sospetto.</p>

<p>Non importiamo soltanto una politica americana.</p>

<p>Importiamo la tassonomia razziale sulla quale quella politica è costruita poi, dalla sinistra liberal e woke.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
I tre esempi più forti sono questi.</p>

<p><strong>1. L’intersezionalità trasformata in sistema politico generale</strong></p>

<p>L’intersezionalità nasce negli Stati Uniti per descrivere come discriminazioni diverse — razza, sesso, classe, orientamento sessuale — possano sovrapporsi. Il problema comincia quando smette di essere uno strumento di analisi e diventa una cosmologia politica: ogni individuo viene collocato in una gerarchia di oppressori e oppressi sulla base delle sue identità.</p>

<p>Questo modello nasce in una società costruita storicamente attorno a categorie razziali molto rigide e persino amministrative. Importarlo in Italia o in Germania significa trattare come equivalenti storie completamente diverse e, soprattutto, sostituire la classe sociale con un catalogo di identità.</p>

<p>Il lavoratore povero non è più povero: è un maschio bianco privilegiato.</p>

<p>La dirigente benestante non è più parte della classe dominante: è una donna oppressa.</p>

<p>A quel punto la sinistra smette di chiedersi chi possieda la fabbrica e comincia a chiedersi con quali pronomi il proprietario debba rivolgersi agli operai.</p>

<p><strong>2. La rappresentazione identitaria come sostituto della redistribuzione</strong></p>

<p>Dal liberalismo americano arriva l’idea che un sistema diventi più giusto quando ai vertici compaiono persone appartenenti a gruppi diversi.</p>

<p>Una banca diretta da una donna.</p>

<p>Una multinazionale guidata da una persona nera.</p>

<p>Un esercito che manda a bombardare un paese sotto il comando di un generale transgender.</p>

<p>Il problema non è che queste persone occupino quelle posizioni. Il problema è spacciare la diversificazione della classe dirigente per una politica di sinistra.</p>

<p>Il lavoratore sfruttato non viene sfruttato meno perché l’amministratore delegato appartiene a una minoranza. L’inquilino non paga un affitto più basso perché il fondo immobiliare ha un consiglio di amministrazione inclusivo. La precarietà non scompare perché il responsabile delle risorse umane mette i pronomi nella firma.</p>

<p>Questa è una politica perfettamente compatibile con il capitalismo americano: non modifica la distribuzione del potere, modifica la fotografia di chi lo esercita.</p>

<p><strong>3. La politica del linguaggio come principale terreno di conflitto</strong></p>

<p>Un’altra importazione è l’idea che il linguaggio non sia soltanto uno degli strumenti della politica, ma il luogo centrale nel quale si esercita il potere.</p>

<p>Da qui l’ossessione per i pronomi, la terminologia corretta, le parole proibite, le formule inclusive, i nomi delle professioni e la continua ridefinizione del vocabolario.</p>

<p>Naturalmente le parole hanno importanza. Ma quando una sinistra non riesce più a modificare salari, pensioni, affitti, orari di lavoro e distribuzione della ricchezza, correggere il linguaggio <strong>diventa una forma estremamente economica di radicalismo.</strong></p>

<p>Non richiede scioperi.</p>

<p>Non richiede tasse patrimoniali.</p>

<p>Non richiede di scontrarsi con Confindustria o con le banche.</p>

<p>Richiede soltanto di correggere qualcuno su Twitter.</p>

<p>Ed è proprio per questo che il liberalismo americano piace tanto alla sinistra piccoloborghese europea: consente di apparire radicale senza toccare alcun rapporto economico reale.</p>

<p>Una quarta importazione, strettamente collegata, potrebbe essere la <strong>politica delle microaggressioni e degli spazi sicuri</strong>: un modello nato nei campus americani e poi trasferito nel dibattito generale, nel quale il disagio soggettivo <strong>viene trattato come prova sufficiente di un’aggressione politica.</strong></p>

<p>Ma i primi tre costituiscono già una sequenza molto solida: <strong>intersezionalità, rappresentazione e controllo linguistico</strong>.</p>

<hr/>

<p><br>
E il problema arriva inevitabilmente anche nel linguaggio.</p>

<p>Basta osservare una cosa: quasi ogni problema reale è stato rinominato, riformulato o sterilizzato dai politici di sinistra, in modo da ridurne l’urgenza e lasciare spazio a problemi più americani, più presentabili e soprattutto meno pericolosi per chi detiene il potere economico.</p>

<p>Per non sembrare marxisti, sembra che non si possa più dire «lotta alla povertà». Bisogna dire «lotta alle disuguaglianze».</p>

<p>Naturalmente è facile sostenere che le disuguaglianze siano una delle cause dell’aumento della povertà. Ed è anche vero. Ma se per evitare di pronunciare la parola «poveri» occorre inventare un’espressione più elegante, più accademica e più adatta a un convegno universitario, allora non si sta soltanto descrivendo il problema da un’altra prospettiva.</p>

<p>Lo si sta rendendo meno urgente.</p>

<p>Dire che esistono milioni di poveri, compresi milioni di bambini poveri, mentre una piccola percentuale della popolazione concentra una parte crescente della ricchezza, significa indicare un conflitto preciso. Significa dire che qualcuno possiede troppo mentre qualcun altro non ha abbastanza. Significa porre immediatamente la questione di chi debba perdere qualcosa perché altri possano avere il necessario.</p>

<p>Parlare genericamente di «disuguaglianze», invece, permette di trasformare tutto in una curva statistica.</p>

<p>Una disuguaglianza può essere studiata, monitorata, mitigata, inclusa in un rapporto annuale e magari affidata a una commissione. La povertà, invece, ha fame. Non paga l’affitto. Non manda i figli dal dentista. Non aspetta il prossimo convegno sulla resilienza sociale.</p>

<p>Ma questa sostituzione lessicale è tutta americana. Allo stato puro.</p>

<p>È il linguaggio di una cultura politica che non vuole più nominare lo sfruttamento, perché nominarlo significherebbe ammettere che esiste uno sfruttatore. Non vuole parlare di classe, perché parlare di classe significa ammettere che interessi diversi possono essere incompatibili. Non vuole parlare di poveri, perché la parola «poveri» suggerisce immediatamente che la società abbia prodotto dei perdenti reali, e non soltanto una distribuzione imperfetta degli indicatori.</p>

<p>Così il lavoro nero può diventare «lavoro subprime».</p>

<p>I salari insufficienti diventano «in-work poverty».</p>

<p>La precarietà diventa «flessibilità».</p>

<p>I licenziamenti diventano «ristrutturazioni».</p>

<p>E gli omicidi aziendali diventano pudicamente «morti sul lavoro», come se un operaio fosse semplicemente morto mentre si trovava casualmente sul posto di lavoro, magari per una coincidenza meteorologica.</p>

<p>Se volete chiamarli così, fate pure.</p>

<p>Ma non state rendendo il linguaggio più preciso.</p>

<p>State nascondendo la polvere sotto un comodo tappeto di parole.</p>

<hr/>

<p>E, come se non bastasse, la «lotta alle disuguaglianze» sembra quasi una questione di principio. <strong>Un problema morale, astratto,</strong> da discutere nei convegni: quanto sia giusto che qualcuno abbia molto più di qualcun altro, quale grado di differenza sia socialmente accettabile, dove debba collocarsi il limite dell’equità.</p>

<p>Ma qui non stiamo discutendo di una simmetria imperfetta nella distribuzione della ricchezza.</p>

<p>Stiamo parlando di povertà.</p>

<p>Stiamo parlando di persone che non riescono a pagare l’affitto, a riscaldare la casa, a curarsi, a nutrire decentemente i figli o ad arrivare alla fine del mese. Non è una questione estetica, e nemmeno una disputa filosofica sull’uguaglianza.</p>

<p>È un problema materiale.</p>

<p>Dire «lotta alle disuguaglianze» sposta immediatamente il discorso sul terreno morale: quanto sia sconveniente che il ricco sia troppo ricco. Dire «lotta alla povertà», invece, lo riporta sul terreno pratico: <strong>perché esistono persone che non hanno abbastanza per vivere?</strong></p>

<p>La prima formulazione invita alla riflessione.</p>

<p>La seconda pretende <strong>una soluzione.</strong></p>

<p>Ed è curioso osservare come la stessa sinistra capace di inalberarsi per un pronome sbagliato diventi improvvisamente incerta, afona e spesso incompetente quando si arriva alle questioni sostanziali.</p>

<p>Sul linguaggio possiede regole, glossari, sensibilità, sanzioni morali e una terminologia aggiornata quasi in tempo reale.</p>

<p>Sul costo degli affitti, sui salari, sulla precarietà, sulla sanità, sulla scuola e sulla povertà, invece, balbetta.</p>

<p>Sa perfettamente come chiamare una persona.</p>

<p>Molto meno come impedirle di diventare povera.</p>

<hr/>

<p><br>
E diventa sempre più inspiegabile come una sinistra capace di individuare un <em>misgendering</em> in avvicinamento quando si trova ancora dalle parti della nube di Oort, e una destra capace di sospettare di matrimonio omosessuale persino i polsini di una camicia, possano poi non accorgersi di una trasformazione molto più vasta e molto più importante.</p>

<p>Il linguaggio della politica è cambiato in modo da consentirci di discutere quasi esclusivamente di problemi americani, usando categorie americane, paure americane e conflitti americani, mentre i problemi che abbiamo davvero rimangono sullo sfondo, privi persino delle parole necessarie per essere descritti.</p>

<p>E quando non si possiedono più le parole per nominare un problema, difficilmente si possiedono gli strumenti cognitivi per comprenderlo.</p>

<p>Tantomeno per risolverlo.</p>

<p>Così la sinistra dispone di un vocabolario minuzioso per classificare ogni possibile offesa identitaria, e la destra di un apparato paranoico altrettanto raffinato per scoprire omosessualità, gender e comunismo in qualsiasi oggetto sufficientemente colorato.</p>

<p>Ma entrambe diventano improvvisamente analfabete davanti ai salari, agli affitti, alla sanità, alla scuola, alla deindustrializzazione, alla precarietà e alla povertà.</p>

<p>Non perché questi problemi non esistano.</p>

<p>Ma perché, dopo avere importato il linguaggio politico americano, non sappiamo più nemmeno come parlarne.</p>

<div style="text-align: left;">
  Uriel Fanelli<br>
  <br>
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      <pubDate>Fri, 31 Jul 2026 10:17:05 +0000</pubDate>
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      <title>Abbeppegrillo, la caduta.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/abbeppegrillo-la-caduta</link>
      <description>&lt;![CDATA[Per qualche motivo — suppongo legato al fatto che, nei suoi spettacoli teatrali, debba presentarsi davanti a un pubblico senza vergognarsi troppo del risultato del proprio «esperimento politico» — Beppe Grillo ha pubblicato sul suo blog un post nel quale accusa il Movimento di avere «tradito i suoi ideali» e di essersi «lasciato cambiare dalla politica». In quel post c’è talmente tanto da spacchettare che conviene procedere per gradi, evitando di ingoiare tutto insieme come se si trattasse dell’ennesimo sfogo del fondatore deluso dalla propria creatura.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Si potrebbe pensare, a prima vista, che si tratti del solito scontro fra Idealpolitik e Realpolitik: parti con l’intenzione di disfare il mondo, rifondarlo da capo e purificarlo, e poi ti scontri con il fatto spiacevole che il mondo esiste già, contiene altre persone, altri interessi e perfino delle istituzioni.&#xA;&#xA;È una collisione abbastanza normale. Ci si sono scontrati i Verdi tedeschi, ci si è scontrata Meloni, ci si sono scontrati i brexitisti nel Regno Unito, e prima o poi ci si scontra chiunque trasformi una raccolta di slogan in un programma di governo.&#xA;&#xA;Ma le parole di Grillo non dicono questo. Non descrivono semplicemente il passaggio traumatico dall’opposizione al governo, né il momento in cui gli ideali devono fare i conti con la realtà. Lasciano invece trasparire qualcosa di diverso: un pensiero molto più autoritario e, a guardarlo bene, di gran lunga più fascista.&#xA;&#xA;br&#xA;Il primo problema dei fascisti odierni — detti anche demagoghi, o populisti — è l’incapacità di comprendere la differenza fra potere e consenso, e soprattutto il ruolo che queste due cose continuano ad avere anche dopo la vittoria elettorale.&#xA;&#xA;Per queste persone, il consenso è un fenomeno limitato alla burocrazia delle elezioni. Una pratica da sbrigare una volta ogni tanto.&#xA;&#xA;Finito lo scrutinio, mettono un segno di spunta accanto alla voce «consenso» e dichiarano: ecco, abbiamo vinto; da questo momento comincia il potere. La pratica del consenso e&#39; archiviata.&#xA;&#xA;Potere inteso nel senso di potenza, ovvero come capacità effettiva di fare le cose che vogliono, nel modo in cui vogliono farle, senza ulteriori mediazioni, resistenze o negoziazioni.&#xA;&#xA;La prima cosa contro cui si scontrano, però, è il fatto che la politica necessita di consenso sempre, anche dopo avere vinto le elezioni. E questo non è un problema di potere: al potere ci sono già. È un problema di consenso, che continua a esistere e deve essere continuamente ricostruito.&#xA;&#xA;Se vuoi far approvare una legge, per esempio, non basta essere al potere. Devi avere il consenso necessario in Parlamento. E «consenso», in questo caso, significa una cosa estremamente concreta: devi convincere abbastanza persone dentro il Parlamento a votare quella legge.&#xA;&#xA;Anche se hai vinto le elezioni, dunque, non hai affatto archiviato il problema chiamato «consenso».&#xA;&#xA;Hai soltanto compiuto il primo passo.&#xA;&#xA;Se, per esempio, approvi una legge che non gode di alcun consenso tra i magistrati e, più in generale, tra i giuristi, quasi sempre finirai con l’ottenere che prima la Cassazione e poi la Corte costituzionale la affettino, la svuotino o la cassino del tutto. Otterrai quindi un conflitto: il risultato tipico di chi pretende di fare politica senza possedere il consenso necessario alla particolare azione che sta intraprendendo.&#xA;&#xA;Lo stesso accade quando il Parlamento approva una legge che non è gradita ai suoi destinatari. Il fascista pensa che la legge, una volta promulgata, sia semplicemente imposta. Ha in mente soprattutto il codice penale: il divieto, la sanzione, l’obbligo. Di conseguenza immagina che tutti, una volta approvata la norma, siano automaticamente tenuti non soltanto a rispettarla, ma anche a sostenerla nei comportamenti, a implementarla con convinzione e magari perfino a impegnarsi con entusiasmo perché funzioni.&#xA;&#xA;Ma la realtà non funziona così.&#xA;&#xA;Se non hai il consenso delle forze armate e approvi una legge che le riguarda, queste la implementeranno soltanto nel minimo indispensabile, interpretandola nella maniera più cauta, lenta e burocratica possibile. La riforma esisterà sulla carta, ma nella pratica fallirà.&#xA;&#xA;Se non hai il consenso dei commercianti e approvi una legge sul commercio, nasceranno elusioni, scappatoie e mercati neri capaci di aggirarla. La norma continuerà formalmente a esistere, ma una parte crescente della realtà economica si organizzerà per renderla innocua.&#xA;&#xA;Insomma, la pratica del consenso non viene affatto archiviata alla fine delle elezioni. Le elezioni stabiliscono chi occupa il potere; non garantiscono che quel potere riesca davvero a trasformare ogni propria intenzione in realtà.&#xA;&#xA;Grillo estende poi questa convinzione autoritaria anche alla gestione del consenso successivo alle elezioni.&#xA;&#xA;La Costituzione italiana, per esempio, assegna al parlamentare una completa libertà di coscienza: ogni eletto rappresenta la nazione ed esercita il proprio mandato senza vincolo. E se i parlamentari sono cento, è del tutto normale che abbiano cento idee diverse, cento priorità diverse e cento modi diversi di valutare la stessa proposta.&#xA;&#xA;Se Grillo avesse mai lavorato un giorno in vita sua, saprebbe che una riunione di tre persone può forse cavare un ragno dal buco; una riunione di quindici persone rischia già di non arrivare da nessuna parte; una riunione di cento persone ha invece ZERO possibilità di concludere qualcosa.&#xA;&#xA;A meno che, naturalmente, non esista già un fortissimo CONSENSO sulla proposta.&#xA;&#xA;Per eliminare questa necessità di consenso in Parlamento, Grillo le ha provate tutte: dalla specie di clausola economica al contratto sottoscritto dai candidati, dalla minaccia di espulsione dal Movimento 5 Stelle fino ai vari strumenti disciplinari inventati nel corso degli anni.&#xA;&#xA;Il problema, però, è evidente: Grillo immaginava il M5S come un gruppo di parlamentari costretti a comportarsi come un’orchestra. Lui sceglieva la musica, perché si considerava il depositario delle idee, poi saliva idealmente sul podio come un maestro d’orchestra e tutti gli altri dovevano suonare — nota per nota — la sua composizione.&#xA;&#xA;Aha.&#xA;&#xA;Dimenticava però un «piccolo» problema.&#xA;&#xA;Anche ammesso di riuscire a trasformare i parlamentari del M5S in tanti orchestrali disciplinati, pronti a seguire senza discutere il gesto del direttore, in politica IL MAESTRO DEVE ESSERE PRESENTE.&#xA;&#xA;Pensare di dirigere un’orchestra «da remoto» — e nemmeno tramite videoconferenza, ma servendosi di un blog — presenta infatti un piccolo inconveniente: una latenza mostruosa. La politica si svolge in tempo reale, nelle riunioni, nei corridoi, nelle commissioni, durante le trattative e nel momento esatto in cui bisogna decidere. Non può essere diretta pubblicando, qualche ora o qualche giorno dopo, un post sul proprio sito.&#xA;&#xA;Ma il problema era ancora peggiore. Per sedersi sullo sgabello del maestro, Grillo non si era mai qualificato.&#xA;&#xA;Nel senso che non soltanto voleva fare il maestro d’orchestra — o forse, più precisamente, il burattinaio — ma pretendeva di farlo senza nemmeno avere archiviato, come fanno almeno i fascisti, il problema del consenso elettorale.&#xA;&#xA;Grillo, cioè, era completamente estraneo alle ELEZIONI, vale a dire alla democrazia, e tuttavia pretendeva di dirigere l’orchestra parlamentare e di manovrarla dall’alto, dal cielo, senza essere mai stato eletto da nessuno.&#xA;&#xA;Oppure, come dice lui, voleva essere l’«Elevato»: cioè un pinco pallino qualsiasi che, siccome possiede un blog, ritiene di poter dirigere un partito dall’alto, come se i fili del burattinaio calassero dal cielo, attraversassero il soffitto del&#xA;&#xA;Parlamento e si attaccassero direttamente ai polsi degli eletti.&#xA;&#xA;Questo e&#39; il primo punto che emerge chiaramente dal suo pensiero, e continua ad emergere via blog:&#xA;&#xA;Grillo non capisce un cazzo di NIENTE di politica.&#xA;&#xA;Dubito che, con l’idea di politica che si ritrova, Grillo riuscirebbe a organizzare persino un picnic di cinque persone senza finire per urlare in faccia a tutti, semplicemente perché pretende che ogni cosa venga fatta sempre, soltanto e rigorosamente alla sua maniera.&#xA;&#xA;Provo compassione per la sua famiglia.&#xA;O forse non hanno mai fatto niente insieme, quindi non se ne sono mai accorti.&#xA;&#xA;br&#xA;Ma questo, in fondo, lo sapevamo già. Che cosa ha aggiunto davvero Grillo con questo messaggio? Ha reso esplicita la sua idea di «politica». E soprattutto ha mostrato di non avere capito che cosa sia realmente successo.&#xA;&#xA;La sua idea funziona più o meno così: facciamo una legge per abolire la forza di gravità, almeno per tutti i cittadini italiani maggiorenni.&#xA;&#xA;Abbagliati da tutte le cose meravigliose che si potrebbero fare senza la legge di gravità — o meglio, con la nuova legge di gravità stabilita da Grillo — i cittadini votano il Partito Antigravitazionale.&#xA;Il partito vince le elezioni, ottiene molti parlamentari, approva un decreto con il quale modifica la legge di gravità e, per festeggiare, porta tutti in cima a un grattacielo.&#xA;&#xA;A quel punto bisogna buttarsi.&#xA;&#xA;I più fessi si buttano davvero e crepano.&#xA;&#xA;Grillo li liquida immediatamente: non erano abbastanza puri. Non ci credevano davvero. Se avessero creduto fino in fondo nella nuova legge di gravità, evidentemente, non sarebbero caduti.&#xA;&#xA;Altri, un po’ meno scemi, si procurano paracadute, verricelli, alianti e qualunque altro strumento consenta loro di arrivare a terra senza schiantarsi. In qualche modo riescono a cavarsela.&#xA;&#xA;Ed è precisamente a quel punto che Grillo li accusa di tradimento: la fisica vi ha cambiati. Dovevate cambiare la fisica, e invece avete permesso alla fisica di cambiare voi.&#xA;&#xA;E come mai, nessuno di noi e&#39; stupito da questo fatto?&#xA;&#xA;br&#xA;Grillo sembra ignorare che anche la politica possiede una propria «fisica». Ha regole che, nella sostanza, sono sempre le stesse da quando il primo gruppo di Neanderthal si è riunito per andare a caccia.&#xA;&#xA;Chi comanda? In che modo comanda? Quali limiti ha? Come viene scelto? Come può essere sostituito? Che cosa succede quando qualcuno non è d’accordo? E così via.&#xA;&#xA;Finché gli ingredienti rimangono quelli — esseri umani, gruppi, interessi, conflitti, cooperazione, paura, ambizione — anche le regole fondamentali resteranno più o meno le stesse. La politica umana, cioè, possiede leggi fisiche forti quasi quanto le leggi fisiche vere e proprie.&#xA;&#xA;Il fatto che il consenso sia precisamente ciò che consente al potere di FARE qualcosa, e che quindi il potere abbia bisogno del consenso non in senso burocratico, ma in senso effettivo, non sembra nemmeno sfiorarlo.&#xA;&#xA;Insomma: se lui dichiara che abbiamo approvato la legge che abolisce la legge di gravità, allora da quel momento deve essere vero che possiamo buttarci da un palazzo senza farci male.&#xA;&#xA;Ovviamente nessuno può dirgli: «Senti, perché non vieni a farci vedere come si fa?», perché sarebbe come chiedergli di saltare per primo dal grattacielo.&#xA;&#xA;Ma, guarda caso, lui non si è fatto eleggere. Quindi non deve far vedere a nessuno quanto e&#39; bravo.&#xA;&#xA;Giustifica questa scelta sostenendo di essere contrario alla democrazia rappresentativa e favorevole alla democrazia diretta. Dimentica però un dettaglio piuttosto imbarazzante: secondo questa stessa concezione, non essendosi mai fatto votare, lui non è né «l’Elevato» né «il fondatore del M5S».&#xA;&#xA;È semplicemente un passante.&#xA;&#xA;Oppure un vecchietto che stava portando fuori il cane ed è capitato lì per caso.&#xA;&#xA;O se preferite, un tizio che ha un blog.&#xA;&#xA;br&#xA;Ma torniamo al punto. Così come accuserebbe i membri del Partito Antigravitazionale di «essersi fatti cambiare dalla gravità» soltanto perché hanno indossato un paracadute prima di buttarsi, Grillo accusa i propri seguaci — membri di un partito nato contro la politica — di essersi fatti cambiare dalla politica.&#xA;&#xA;Secondo lui, cioè, la «politica» avrebbe dovuto cambiare le proprie leggi fisiche semplicemente perché Lui, l’Elevato non eletto, aveva deciso così.&#xA;&#xA;E se questo non è successo, allora la spiegazione può essere una sola: devono essere corrotti, peccatori, traditori, gentaglia che non ha saputo abolire abbastanza bene la legge di gravità.&#xA;&#xA;Tutto questo, però, non è affatto strano. Avviene all’interno di un pensiero preciso, ben rappresentato dalla cosiddetta «Mistica fascista», insegnata nei GUF e costruita intorno al presunto pensiero di Mussolini.&#xA;&#xA;Il consenso è una pratica burocratica, limitata alle sole elezioni.&#xA;Una volta terminate le elezioni, purché siano state vinte in qualsiasi modo, comincia il potere.&#xA;Il leader, una volta investito del potere — o persino quando non lo è formalmente — diventa il direttore d’orchestra, e tutti devono suonare la sua musica seguendo il suo ritmo.&#xA;Il problema del consenso non si pone più fino alle elezioni successive, quando il potere dovrà sottoporsi nuovamente a quella formalità burocratica.&#xA;Se possiedo abbastanza potere, tutti devono obbedire: i cittadini, le istituzioni, le leggi e perfino la Costituzione.&#xA;&#xA;Ovviamente, poi arriva il momento in cui questo delirio deve essere messo alla prova. Ed è allora che si scontra con la realtà.&#xA;&#xA;Il consenso nelle istituzioni e tra i governati è lo strumento che consente al governo di FARE COSE. Senza consenso, le cose decise non funzionano, oppure funzionano soltanto sulla carta.&#xA;Il potere non produce risultati senza consenso, e il consenso richiede dialogo, mediazione e quindi trattativa.&#xA;Il leader al potere non cancella le idee di chi non la pensa come lui, e avere vinto le elezioni non fa scomparire gli avversari, i dissidenti o gli interessi contrari.&#xA;Il problema del consenso si ripresenta davanti a OGNI singolo provvedimento. Alle elezioni si misura il consenso popolare generale; non si ottiene, una volta per tutte, ogni possibile forma di consenso necessaria a governare.&#xA;Essere arrivati al potere NON obbliga nessuna istituzione a oltrepassare i propri limiti legali e costituzionali.&#xA;&#xA;E quando il loro delirio viene contraddetto dai fatti, non dicono: «La realtà vi ha costretti a svegliarvi».&#xA;&#xA;Dicono: «La Politica vi ha cambiati».&#xA;&#xA;br&#xA;Non e&#39; la prima volta che notiamo questo fenomeno, specialmente dopo &#34;Mussolini ha sempre ragione&#34;.&#xA;&#xA;Ma una cosa interessante e&#39; , infine, il modo che ha di sviare i discorsi. La supercazzola tecnologica.&#xA;&#xA;Il signore dello zip war airganon , infatti, non appena finisce gli argomenti contro la legge di gravita&#39;, ovvero se qualcuno gli fa presente che&#xA;la legge di gravita&#39; non si puo&#39; abolire perche&#39; e&#39; una forza della natura, cosa fa?&#xA;&#xA;Vi risponde &#34;guardate come va il mondo&#34;, e comincia con un pippone dove mette tutte le buzzword che conosce. Intelligenza artificiale, dati, neutrini, &#34;il sistema&#34;,&#xA;e specialmente, referendum.&#xA;&#xA;  &#34;. Ma non vogliamo governare, vogliamo dare alle persone i mezzi per rappresentarsi. Con “Rousseau”, online, si ​può fare un referendum senza dover raggiungere il quorum ogni settimana. Vuoi fare un ponte, un asilo nido, una pista ciclabile? “Sì” o “No”.&#xA;&#xA;Provate a pensarci.&#xA;&#xA;Una mattina arriva della gente davanti a casa vostra e vi comunica che l’edificio deve essere abbattuto, perché proprio lì verrà costruita una pista ciclabile.&#xA;&#xA;Naturalmente protestate. Chiedete chi abbia preso una decisione del genere, con quale autorità e sulla base di quale consenso.&#xA;&#xA;Vi rispondono che si è tenuto un referendum.&#xA;&#xA;Allora domandate quanti abbiano votato, se sia stato raggiunto il quorum e chi abbia effettivamente approvato il progetto. E a quel punto vi spiegano che il quorum NON SERVE.&#xA;&#xA;Giuseppe, Francesco e Gianna hanno votato a favore della pista ciclabile. Il referendum senza quorum ha quindi deciso che casa vostra deve essere abbattuta, e voi dovete soltanto rassegnarvi.&#xA;&#xA;Protestate che tre persone non possono decidere un cazzo per tutti gli altri?&#xA;&#xA;Nessun problema. Basta chiamarlo «referendum senza quorum su Rousseau», mettergli intorno un po’ di retorica sulla democrazia diretta, e il gioco è fatto.&#xA;&#xA;Tre persone decidono che cosa si deve fare.&#xA;&#xA;Tutti gli altri subiscono.&#xA;&#xA;L&#39;unica cosa che sembra bravo a fare e&#39; fingere di fare politica, al solo scopo di alimentare i suoi spettacoli. &#xA;Dovrei forse spiegare il suo metodo, ma a volte gli esempi parlano meglio. &#xA;&#xA;Immaginiamo un&#39;intervista , e rispondiamo come fa lui. &#xA;&#xA;Proviamo ad imitare il metodo grillo.&#xA;&#xA;Gli stipendi sono troppo bassi. Come rimediare?&#xA;&#xA;Il problema non è che gli stipendi siano bassi. Il problema è che continuiamo a misurare il reddito in euro, una tecnologia monetaria lineare inventata prima dell’intelligenza artificiale generativa.&#xA;Dobbiamo passare dal salario alla remunerazione ecosistemica distribuita: ogni cittadino riceve una quota dinamica di valore proporzionale alla propria partecipazione civica, energetica, sanitaria e informazionale. Non più busta paga, ma un portafoglio quantico di diritti interoperabili, aggiornato in tempo reale da algoritmi pubblici trasparenti. L’impresa non pagherà più il lavoratore: alimenterà il suo gemello digitale contributivo su Meta. Sarà poi la piattaforma democratica a trasformare reputazione, mobilità sostenibile, competenze latenti e impronta sociale in capacità d’acquisto aumentata. Chiedere salari più alti significa restare prigionieri del Novecento.&#xA;La vera domanda è: perché continuiamo a vendere otto ore della nostra vita, quando potremmo tokenizzare direttamente il futuro?&#xA;&#xA;Il debito pubblico cresce a dismisura. Che fare?&#xA;&#xA;Il problema non è il debito pubblico. Il problema è che continuiamo a rappresentarlo come un numero, usando una contabilità bidimensionale incapace di misurare il valore futuro della cittadinanza.&#xA;Il debito va trasformato in infrastruttura temporale condivisa. Ogni euro dovuto oggi può diventare un credito generazionale, indicizzato alla capacità del Paese di produrre conoscenza, biodiversità, resilienza urbana e densità relazionale. Non dobbiamo ripagare il debito: dobbiamo renderlo circolare, partecipativo e semanticamente sostenibile.&#xA;Serve una blockchain costituzionale che distribuisca il debito tra i gemelli digitali dei cittadini non ancora nati, compensandolo con token di produttività predittiva emessi da un’intelligenza artificiale pubblica, federata e possibilmente biodegradabile. A quel punto il rapporto debito/PIL diventa un indicatore obsoleto. Bisogna sostituirlo con il rapporto tra debito, felicità potenziale, metri quadrati di verde algoritmico e numero di decisioni prese dal basso verso l’alto.&#xA;Continuare a chiedere «come ridurre il debito?» significa ragionare con le categorie del secolo scorso. La vera domanda è: perché un Paese dovrebbe pagare il proprio passato, quando può collateralizzare il futuro?&#xA;&#xA;Ukraina, poi Iran. Le nuove guerre sembrano inarrestabili. Come dobbiamo orientarci?&#xA;&#xA;Il problema non è la guerra. Il problema è che continuiamo a concepire la pace come assenza di conflitto, secondo una logica territoriale novecentesca fatta di confini, eserciti, mappe e persone che muoiono davvero.&#xA;Dobbiamo passare dalla geopolitica alla geometria relazionale aumentata. Ucraina e Iran non sono luoghi: sono nodi instabili dentro una rete globale di sovranità asincrone, attraversata da flussi energetici, identità algoritmiche, droni cognitivi e diplomazie predittive. Continuare a domandarsi da quale parte stare significa accettare la vecchia struttura binaria dell’amico e del nemico.&#xA;Serve invece una neutralità attiva, multipolare, federata e soprattutto quantistica: essere contemporaneamente con tutti, contro tutti e oltre tutti, finché una piattaforma pubblica di intelligenza artificiale non abbia calcolato quale posizione avremmo dovuto assumere sei mesi prima. Le armi dovranno essere trasformate in sensori di pace. I missili, dotati di blockchain, potranno certificare in maniera trasparente la propria traiettoria etica. Ogni bombardamento dovrà produrre automaticamente un credito climatico, un tavolo di dialogo e almeno tre assemblee deliberative nel metaverso.&#xA;Non dobbiamo scegliere fra guerra e pace. Dobbiamo rendere la guerra interoperabile con la pace. La vera domanda non è «come dobbiamo orientarci?».&#xA;La vera domanda è: perché continuiamo a usare una bussola, quando il futuro è multidirezionale?&#xA;&#xA;Chi e&#39; Beppe Grillo, oggi, e chi era sei anni fa?&#xA;&#xA;Sei anni fa Beppe Grillo era il garante di un processo politico orizzontale, distribuito, post-rappresentativo, costruito per disintermediare il cittadino e restituirgli la sovranità attraverso la rete.&#xA;Oggi è la memoria cache di quel processo. Ma il punto non è chi sia Beppe Grillo. Il punto è perché continuiamo a pensare l’identità politica come qualcosa di stabile, quando viviamo nell’epoca delle leadership liquide, delle biografie interoperabili e delle responsabilità a scadenza variabile. Sei anni fa era il fondatore.&#xA;Oggi è il fork non mantenuto del fondatore. Sei anni fa garantiva il Movimento. Oggi garantisce di non aver garantito ciò che il Movimento ha garantico mentre lui lo garantiva.&#xA;Non è una contraddizione. È una migrazione di ruolo. Nelle organizzazioni complesse, infatti, il leader non scompare: si decentralizza in una costellazione di dichiarazioni retroattive, nelle quali ogni successo appartiene alla visione originaria e ogni fallimento alla deviazione degli esecutori. Per questo chiedere chi fosse allora e chi sia oggi è una domanda analogica.&#xA;La vera domanda è: quante versioni di Beppe Grillo possono convivere contemporaneamente nella stessa blockchain narrativa senza che nessuna si assuma la responsabilità delle altre?&#xA;&#xA;Come vede Giuseppe Conte?&#xA;&#xA;Giuseppe Conte non va «visto». Va osservato come si osserva una particella virtuale che compare nel vuoto politico, modifica il campo e poi sostiene di non essere mai stata davvero lì.&#xA;Conte è un oggetto istituzionale a sovrapposizione quantistica: avvocato e tribuno, tecnico e populista, uomo del sistema e antagonista del sistema. Collassa in una delle due configurazioni soltanto quando arriva un’elezione, un’intervista televisiva o una poltrona sufficientemente osservabile.&#xA;Il vecchio modello di leadership verticale non basta più. Conte è una leadership cloud-native, distribuita tra Parlamento, talk show, social network e memoria selettiva. Non possiede una linea politica: dispone di un’architettura a microservizi ideologici, ciascuno dei quali risponde a una diversa API elettorale.&#xA;Sul reddito di cittadinanza attiva il modulo keynesiano-solidale.&#xA;Sull’Europa carica il container europeista.&#xA;Sulla NATO avvia una macchina virtuale pacifista, ma lasciando aperta una porta di compatibilità atlantica.&#xA;Quando i moduli entrano in conflitto, non si tratta di incoerenza. È orchestrazione dinamica del dissenso.&#xA;Conte rappresenta inoltre il passaggio dall’economia capitalista all’economia reputazionale post-monetaria. Non accumula capitale politico: produce derivati narrativi sulla propria affidabilità futura. Ogni dichiarazione genera token di responsabilità delegata, che vengono immediatamente scambiati sul mercato decentralizzato delle interviste.&#xA;Il rapporto fra me e Conte, quindi, non è personale. È un problema di entanglement.&#xA;Io sono il codice sorgente originario.&#xA;Lui è il fork istituzionale che ha ottenuto più utenti del repository principale.&#xA;Ma un fork non tradisce il codice: lo porta in una direzione che il codice non aveva ancora previsto. E quando quella direzione non piace al fondatore, il fondatore non deve domandarsi chi abbia cambiato il progetto.&#xA;Deve domandarsi chi possieda ormai le chiavi crittografiche della community.&#xA;La vera domanda, dunque, non è come io veda Giuseppe Conte.&#xA;La vera domanda è: Giuseppe Conte esiste indipendentemente dall’osservatore, oppure è soltanto la funzione d’onda residua del Movimento dopo il collasso del suo consenso?&#xA;&#xA;Come vedi il futuro del movimento?&#xA;&#xA;Il Movimento non ha un futuro: ha una roadmap cloud-native. Serve un Kubernetes politico che autoscalI il consenso, termini i pod impopolari e rilanci le promesse da un’immagine Docker senza log.&#xA;Conte è il control plane. Grillo conserva l’accesso root. Gli iscritti sono worker node convinti di essere la blockchain.&#xA;Il programma verrà generato da una AI con RAG, fine-tuning etico e allucinazioni certificate. Ogni sconfitta sarà classificata come migrazione, ogni scissione come fork, ogni contraddizione come orchestrazione dinamica.&#xA;I voti sono una metrica legacy. La vera domanda è: quando resterà un solo pod, sarà una sconfitta o alta disponibilità?&#xA;&#xA;la AI rischia di togliere lavoro alle persone, che soluzioni vedi?&#xA;&#xA;Stiglitz lo ha spiegato: il problema non è il lavoro, è l’asimmetria algoritmica del capitale cognitivo.&#xA;Serve un reddito quantistico universale, finanziato da una tassa entropica sui modelli generativi, con token sociali, proof-of-humanity, digital twin occupazionali e redistribuzione cloud-native.&#xA;L’AI non deve sostituire l’uomo: deve fare load balancing tra produttività, dignità e domanda aggregata.&#xA;Ogni posto perso diventa un nodo riconvertito. Ogni salario, una API. Ogni disoccupato, una risorsa latente nel data lake nazionale.&#xA;La piena occupazione è un paradigma legacy.&#xA;La vera sfida è orchestrare la scarsità in Kubernetes.&#xA;&#xA;Cosa pensi di Trump?&#xA;&#xA;Trump non è un uomo politico: è un firewall quantistico contro il comunismo bio-digitale dell’Anticristo.&#xA;Il Deep State ha inoculato nei cittadini mRNA, 5G e debito pubblico per trasformarli in worker node del Kubernetes satanico globale. Trump, invece, fa il rollback della civiltà occidentale all’ultima versione stabile, prima dei vaccini, del marxismo culturale e dei microchip nel colesterolo. Non è populismo: è immunità distribuita proof-of-faith, con blockchain patriottica, entanglement monetario e sovranità mitocondriale.&#xA;L’Anticristo vuole il cloud. I comunisti vogliono il cluster.&#xA;Trump stacca il router.&#xA;&#xA;Come domanda di chiusura. Cosa pensi del processo contro tuo figlio?&#xA;&#xA;Il processo non riguarda mio figlio.&#xA;Riguarda il conflitto tra consenso analogico e consenso post-quantistico obbligatorio.&#xA;Il vecchio femminismo pensa ancora che il consenso sia un sì o un no espresso da due persone. Ma nel XXI secolo serve un consenso dinamico, predittivo, interoperabile: una blockchain affettiva capace di aggiornarsi retroattivamente mediante smart contract ormonali e validazione distribuita delle percezioni.&#xA;Non basta chiedere il consenso.&#xA;Bisogna rendere obbligatorio il consenso al consenso.&#xA;Altrimenti il dissenso diventa patriarcato, il silenzio diventa algoritmo, il ricordo diventa deep learning e il tribunale collassa la funzione d’onda sentimentale scegliendo arbitrariamente una sola realtà tra miliardi di possibili narrazioni entangled. Il femminismo deve uscire dal corpo ed entrare nel cloud.&#xA;La giustizia deve diventare serverless. La responsabilità va containerizzata, il trauma tokenizzato e la presunzione d’innocenza sottoposta a consensus protocol.&#xA;Non chiedo privilegi.&#xA;Chiedo soltanto che nessuno possa non essere d’accordo con il principio secondo cui tutti devono essere d’accordo.&#xA;La vera domanda non è che cosa penso del processo.&#xA;La vera domanda è: chi ha dato il consenso al processo per processare il consenso?&#xA;&#xA;br&#xA;***&#xA;&#xA;br&#xA;E se non avete capito che cosa abbia detto, è perché il buonsenso vi ha cambiati.&#xA;&#xA;E il senso del ridicolo ha vinto.&#xA;&#xA;Oppure, se preferite: il problema di Beppe Grillo non è quello di essere divertente come comico.&#xA;&#xA;È quello di essere ridicolo come politico.&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;br&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Per qualche motivo — suppongo legato al fatto che, nei suoi spettacoli teatrali, debba presentarsi davanti a un pubblico senza vergognarsi troppo del risultato del proprio «esperimento politico» — Beppe Grillo ha pubblicato sul suo blog un post nel quale accusa il Movimento di avere «tradito i suoi ideali» e di essersi «lasciato cambiare dalla politica». In quel post c’è talmente tanto da spacchettare che conviene procedere per gradi, evitando di ingoiare tutto insieme come se si trattasse dell’ennesimo sfogo del fondatore deluso dalla propria creatura.</p>

<p>Si potrebbe pensare, a prima vista, che si tratti del solito scontro fra <em>Idealpolitik</em> e <em>Realpolitik</em>: parti con l’intenzione di disfare il mondo, rifondarlo da capo e purificarlo, e poi ti scontri con il fatto spiacevole che il mondo esiste già, contiene altre persone, altri interessi e perfino delle istituzioni.</p>

<p>È una collisione abbastanza normale. Ci si sono scontrati i Verdi tedeschi, ci si è scontrata Meloni, ci si sono scontrati i brexitisti nel Regno Unito, e prima o poi ci si scontra chiunque trasformi una raccolta di slogan in un programma di governo.</p>

<p>Ma le parole di Grillo non dicono questo. Non descrivono semplicemente il passaggio traumatico dall’opposizione al governo, né il momento in cui gli ideali devono fare i conti con la realtà. Lasciano invece trasparire qualcosa di diverso: un pensiero molto più autoritario e, a guardarlo bene, di gran lunga più fascista.</p>

<p><br>
Il primo problema dei fascisti odierni — detti anche demagoghi, o populisti — è l’incapacità di comprendere la differenza fra potere e consenso, e soprattutto il ruolo che queste due cose continuano ad avere anche dopo la vittoria elettorale.</p>

<p>Per queste persone, il consenso è un fenomeno limitato alla burocrazia delle elezioni. Una pratica da sbrigare una volta ogni tanto.</p>

<p>Finito lo scrutinio, mettono un segno di spunta accanto alla voce «consenso» e dichiarano: ecco, abbiamo vinto; da questo momento comincia il potere. La pratica del consenso e&#39; archiviata.</p>

<p>Potere inteso nel senso di potenza, ovvero come capacità effettiva di fare le cose che vogliono, nel modo in cui vogliono farle, senza ulteriori mediazioni, resistenze o negoziazioni.</p>

<p>La prima cosa contro cui si scontrano, però, è il fatto che la politica necessita di consenso sempre, anche dopo avere vinto le elezioni. E questo non è un problema di potere: al potere ci sono già. È un problema di consenso, che continua a esistere e deve essere continuamente ricostruito.</p>

<p>Se vuoi far approvare una legge, per esempio, non basta essere al potere. Devi avere il consenso necessario in Parlamento. E «consenso», in questo caso, significa una cosa estremamente concreta: devi convincere abbastanza persone dentro il Parlamento a votare quella legge.</p>

<p>Anche se hai vinto le elezioni, dunque, non hai affatto archiviato il problema chiamato «consenso».</p>

<p>Hai soltanto compiuto il primo passo.</p>

<p>Se, per esempio, approvi una legge che non gode di alcun consenso tra i magistrati e, più in generale, tra i giuristi, quasi sempre finirai con l’ottenere che prima la Cassazione e poi la Corte costituzionale la affettino, la svuotino o la cassino del tutto. Otterrai quindi un conflitto: il risultato tipico di chi pretende di fare politica senza possedere il consenso necessario alla particolare azione che sta intraprendendo.</p>

<p>Lo stesso accade quando il Parlamento approva una legge che non è gradita ai suoi destinatari. Il fascista pensa che la legge, una volta promulgata, sia semplicemente imposta. Ha in mente soprattutto il codice penale: il divieto, la sanzione, l’obbligo. Di conseguenza immagina che tutti, una volta approvata la norma, siano automaticamente tenuti non soltanto a rispettarla, ma anche a sostenerla nei comportamenti, a implementarla con convinzione e magari perfino a impegnarsi con entusiasmo perché funzioni.</p>

<p>Ma la realtà non funziona così.</p>

<p>Se non hai il consenso delle forze armate e approvi una legge che le riguarda, queste la implementeranno soltanto nel minimo indispensabile, interpretandola nella maniera più cauta, lenta e burocratica possibile. La riforma esisterà sulla carta, ma nella pratica fallirà.</p>

<p>Se non hai il consenso dei commercianti e approvi una legge sul commercio, nasceranno elusioni, scappatoie e mercati neri capaci di aggirarla. La norma continuerà formalmente a esistere, ma una parte crescente della realtà economica si organizzerà per renderla innocua.</p>

<p>Insomma, la pratica del consenso non viene affatto archiviata alla fine delle elezioni. Le elezioni stabiliscono chi occupa il potere; non garantiscono che quel potere riesca davvero a trasformare ogni propria intenzione in realtà.</p>

<hr/>

<p>Grillo estende poi questa convinzione autoritaria anche alla gestione del consenso successivo alle elezioni.</p>

<p>La Costituzione italiana, per esempio, assegna al parlamentare una completa libertà di coscienza: ogni eletto rappresenta la nazione ed esercita il proprio mandato senza vincolo. E se i parlamentari sono cento, è del tutto normale che abbiano cento idee diverse, cento priorità diverse e cento modi diversi di valutare la stessa proposta.</p>

<p>Se Grillo avesse mai lavorato un giorno in vita sua, saprebbe che una riunione di tre persone può forse cavare un ragno dal buco; una riunione di quindici persone rischia già di non arrivare da nessuna parte; una riunione di cento persone ha invece ZERO possibilità di concludere qualcosa.</p>

<p>A meno che, naturalmente, non esista già un fortissimo CONSENSO sulla proposta.</p>

<p>Per eliminare questa necessità di consenso in Parlamento, Grillo le ha provate tutte: dalla specie di clausola economica al contratto sottoscritto dai candidati, dalla minaccia di espulsione dal Movimento 5 Stelle fino ai vari strumenti disciplinari inventati nel corso degli anni.</p>

<p>Il problema, però, è evidente: Grillo immaginava il M5S come un gruppo di parlamentari costretti a comportarsi come un’orchestra. Lui sceglieva la musica, perché si considerava il depositario delle idee, poi saliva idealmente sul podio come un maestro d’orchestra e tutti gli altri dovevano suonare — nota per nota — la sua composizione.</p>

<p>Aha.</p>

<p>Dimenticava però un «piccolo» problema.</p>

<p>Anche ammesso di riuscire a trasformare i parlamentari del M5S in tanti orchestrali disciplinati, pronti a seguire senza discutere il gesto del direttore, in politica IL MAESTRO DEVE ESSERE PRESENTE.</p>

<p>Pensare di dirigere un’orchestra «da remoto» — e nemmeno tramite videoconferenza, ma servendosi di un blog — presenta infatti un piccolo inconveniente: una latenza mostruosa. La politica si svolge in tempo reale, nelle riunioni, nei corridoi, nelle commissioni, durante le trattative e nel momento esatto in cui bisogna decidere. Non può essere diretta pubblicando, qualche ora o qualche giorno dopo, un post sul proprio sito.</p>

<p>Ma il problema era ancora peggiore. Per sedersi sullo sgabello del maestro, Grillo non si era mai qualificato.</p>

<p>Nel senso che non soltanto voleva fare il maestro d’orchestra — o forse, più precisamente, il burattinaio — ma pretendeva di farlo senza nemmeno avere archiviato, come fanno almeno i fascisti, il problema del consenso elettorale.</p>

<p>Grillo, cioè, era completamente estraneo alle ELEZIONI, vale a dire alla democrazia, e tuttavia pretendeva di dirigere l’orchestra parlamentare e di manovrarla dall’alto, dal cielo, senza essere mai stato eletto da nessuno.</p>

<p>Oppure, come dice lui, voleva essere l’«Elevato»: cioè un pinco pallino qualsiasi che, siccome possiede un blog, ritiene di poter dirigere un partito dall’alto, come se i fili del burattinaio calassero dal cielo, attraversassero il soffitto del</p>

<p>Parlamento e si attaccassero direttamente ai polsi degli eletti.</p>

<p>Questo e&#39; il primo punto che emerge chiaramente dal suo pensiero, e continua ad emergere via blog:</p>

<h2 id="grillo-non-capisce-un-cazzo-di-niente-di-politica">Grillo non capisce un cazzo di NIENTE di politica.</h2>

<p>Dubito che, con l’idea di politica che si ritrova, Grillo riuscirebbe a organizzare persino un picnic di cinque persone senza finire per urlare in faccia a tutti, semplicemente perché pretende che ogni cosa venga fatta sempre, soltanto e rigorosamente alla sua maniera.</p>

<p>Provo compassione per la sua famiglia.
O forse non hanno mai fatto niente insieme, quindi non se ne sono mai accorti.</p>

<hr/>

<p><br>
Ma questo, in fondo, lo sapevamo già. Che cosa ha aggiunto davvero Grillo con questo messaggio? Ha reso esplicita la sua idea di «politica». E soprattutto ha mostrato di non avere capito che cosa sia realmente successo.</p>

<p>La sua idea funziona più o meno così: facciamo una legge per abolire la forza di gravità, almeno per tutti i cittadini italiani maggiorenni.</p>

<p>Abbagliati da tutte le cose meravigliose che si potrebbero fare senza la legge di gravità — o meglio, con la nuova legge di gravità stabilita da Grillo — i cittadini votano il Partito Antigravitazionale.
Il partito vince le elezioni, ottiene molti parlamentari, approva un decreto con il quale modifica la legge di gravità e, per festeggiare, porta tutti in cima a un grattacielo.</p>

<p>A quel punto bisogna buttarsi.</p>

<p>I più fessi si buttano davvero e crepano.</p>

<p>Grillo li liquida immediatamente: non erano abbastanza puri. Non ci credevano davvero. Se avessero creduto fino in fondo nella nuova legge di gravità, evidentemente, non sarebbero caduti.</p>

<p>Altri, un po’ meno scemi, si procurano paracadute, verricelli, alianti e qualunque altro strumento consenta loro di arrivare a terra senza schiantarsi. In qualche modo riescono a cavarsela.</p>

<h3 id="ed-è-precisamente-a-quel-punto-che-grillo-li-accusa-di-tradimento-la-fisica-vi-ha-cambiati-dovevate-cambiare-la-fisica-e-invece-avete-permesso-alla-fisica-di-cambiare-voi">Ed è precisamente a quel punto che Grillo li accusa di tradimento: la fisica vi ha cambiati. Dovevate cambiare la fisica, e invece avete permesso alla fisica di cambiare voi.</h3>

<p>E come mai, nessuno di noi e&#39; stupito da questo fatto?</p>

<hr/>

<p><br>
Grillo sembra ignorare che anche la politica possiede una propria «fisica». Ha regole che, nella sostanza, sono sempre le stesse da quando il primo gruppo di Neanderthal si è riunito per andare a caccia.</p>

<p>Chi comanda? In che modo comanda? Quali limiti ha? Come viene scelto? Come può essere sostituito? Che cosa succede quando qualcuno non è d’accordo? E così via.</p>

<p>Finché gli ingredienti rimangono quelli — esseri umani, gruppi, interessi, conflitti, cooperazione, paura, ambizione — anche le regole fondamentali resteranno più o meno le stesse. La politica umana, cioè, possiede leggi fisiche forti quasi quanto le leggi fisiche vere e proprie.</p>

<p>Il fatto che il consenso sia precisamente ciò che consente al potere di FARE qualcosa, e che quindi il potere abbia bisogno del consenso non in senso burocratico, ma in senso effettivo, non sembra nemmeno sfiorarlo.</p>

<p>Insomma: se lui dichiara che abbiamo approvato la legge che abolisce la legge di gravità, allora da quel momento deve essere vero che possiamo buttarci da un palazzo senza farci male.</p>

<p>Ovviamente nessuno può dirgli: «Senti, perché non vieni a farci vedere come si fa?», perché sarebbe come chiedergli di saltare per primo dal grattacielo.</p>

<p>Ma, guarda caso, lui non si è fatto eleggere. Quindi non deve far vedere a nessuno quanto e&#39; bravo.</p>

<p>Giustifica questa scelta sostenendo di essere contrario alla democrazia rappresentativa e favorevole alla democrazia diretta. Dimentica però un dettaglio piuttosto imbarazzante: secondo questa stessa concezione, non essendosi mai fatto votare, lui non è né «l’Elevato» né «il fondatore del M5S».</p>

<p>È semplicemente un passante.</p>

<p>Oppure un vecchietto che stava portando fuori il cane ed è capitato lì per caso.</p>

<p>O se preferite, un tizio che ha un blog.</p>

<hr/>

<p><br>
Ma torniamo al punto. Così come accuserebbe i membri del Partito Antigravitazionale di «essersi fatti cambiare dalla gravità» soltanto perché hanno indossato un paracadute prima di buttarsi, Grillo accusa i propri seguaci — membri di un partito nato contro la politica — di essersi fatti cambiare dalla politica.</p>

<p>Secondo lui, cioè, la «politica» avrebbe dovuto cambiare le proprie leggi fisiche semplicemente perché Lui, l’Elevato non eletto, aveva deciso così.</p>

<p>E se questo non è successo, allora la spiegazione può essere una sola: devono essere corrotti, peccatori, traditori, gentaglia che non ha saputo abolire abbastanza bene la legge di gravità.</p>

<p>Tutto questo, però, non è affatto strano. Avviene all’interno di un pensiero preciso, ben rappresentato dalla cosiddetta «Mistica fascista», insegnata nei GUF e costruita intorno al presunto pensiero di Mussolini.</p>
<ol><li>Il consenso è una pratica burocratica, limitata alle sole elezioni.</li>
<li>Una volta terminate le elezioni, purché siano state vinte in qualsiasi modo, comincia il potere.</li>
<li>Il leader, una volta investito del potere — o persino quando non lo è formalmente — diventa il direttore d’orchestra, e tutti devono suonare la sua musica seguendo il suo ritmo.</li>
<li>Il problema del consenso non si pone più fino alle elezioni successive, quando il potere dovrà sottoporsi nuovamente a quella formalità burocratica.</li>
<li>Se possiedo abbastanza potere, tutti devono obbedire: i cittadini, le istituzioni, le leggi e perfino la Costituzione.</li></ol>

<p>Ovviamente, poi arriva il momento in cui questo delirio deve essere messo alla prova. Ed è allora che si scontra con la realtà.</p>
<ol><li>Il consenso nelle istituzioni e tra i governati è lo strumento che consente al governo di FARE COSE. Senza consenso, le cose decise non funzionano, oppure funzionano soltanto sulla carta.</li>
<li>Il potere non produce risultati senza consenso, e il consenso richiede dialogo, mediazione e quindi trattativa.</li>
<li>Il leader al potere non cancella le idee di chi non la pensa come lui, e avere vinto le elezioni non fa scomparire gli avversari, i dissidenti o gli interessi contrari.</li>
<li>Il problema del consenso si ripresenta davanti a OGNI singolo provvedimento. Alle elezioni si misura il consenso popolare generale; non si ottiene, una volta per tutte, ogni possibile forma di consenso necessaria a governare.</li>
<li>Essere arrivati al potere NON obbliga nessuna istituzione a oltrepassare i propri limiti legali e costituzionali.</li></ol>

<p>E quando il loro delirio viene contraddetto dai fatti, non dicono: «La realtà vi ha costretti a svegliarvi».</p>

<p>Dicono: «La Politica vi ha cambiati».</p>

<hr/>

<p><br>
Non e&#39; la prima volta che notiamo questo fenomeno, specialmente dopo “Mussolini ha sempre ragione”.</p>

<p>Ma una cosa interessante e&#39; , infine, il modo che ha di sviare i discorsi. La supercazzola tecnologica.</p>

<p>Il signore dello zip war airganon , infatti, non appena finisce gli argomenti contro la legge di gravita&#39;, ovvero se qualcuno gli fa presente che
la legge di gravita&#39; non si puo&#39; abolire perche&#39; e&#39; una forza della natura, cosa fa?</p>

<p>Vi risponde “guardate come va il mondo”, e comincia con un pippone dove mette tutte le buzzword che conosce. Intelligenza artificiale, dati, neutrini, “il sistema”,
e specialmente, referendum.</p>

<blockquote><p>”. Ma non vogliamo governare, vogliamo dare alle persone i mezzi per rappresentarsi. Con “Rousseau”, online, si ​può fare un referendum senza dover raggiungere il quorum ogni settimana. Vuoi fare un ponte, un asilo nido, una pista ciclabile? “Sì” o “No”.</p></blockquote>

<p>Provate a pensarci.</p>

<p>Una mattina arriva della gente davanti a casa vostra e vi comunica che l’edificio deve essere abbattuto, perché proprio lì verrà costruita una pista ciclabile.</p>

<p>Naturalmente protestate. Chiedete chi abbia preso una decisione del genere, con quale autorità e sulla base di quale consenso.</p>

<p>Vi rispondono che si è tenuto un referendum.</p>

<p>Allora domandate quanti abbiano votato, se sia stato raggiunto il quorum e chi abbia effettivamente approvato il progetto. E a quel punto vi spiegano che il quorum NON SERVE.</p>

<p>Giuseppe, Francesco e Gianna hanno votato a favore della pista ciclabile. Il referendum senza quorum ha quindi deciso che casa vostra deve essere abbattuta, e voi dovete soltanto rassegnarvi.</p>

<p>Protestate che tre persone non possono decidere un cazzo per tutti gli altri?</p>

<p>Nessun problema. Basta chiamarlo «referendum senza quorum su Rousseau», mettergli intorno un po’ di retorica sulla democrazia diretta, e il gioco è fatto.</p>

<p>Tre persone decidono che cosa si deve fare.</p>

<p>Tutti gli altri subiscono.</p>

<hr/>

<p>L&#39;unica cosa che sembra bravo a fare e&#39; fingere di fare politica, al solo scopo di alimentare i suoi spettacoli.
Dovrei forse spiegare il suo metodo, ma a volte gli esempi parlano meglio.</p>

<p>Immaginiamo un&#39;intervista , e rispondiamo come fa lui.</p>

<p>Proviamo ad imitare il metodo grillo.</p>

<h3 id="gli-stipendi-sono-troppo-bassi-come-rimediare">Gli stipendi sono troppo bassi. Come rimediare?</h3>

<p>Il problema non è che gli stipendi siano bassi. Il problema è che continuiamo a misurare il reddito in euro, una tecnologia monetaria lineare inventata prima dell’intelligenza artificiale generativa.
Dobbiamo passare dal salario alla <strong>remunerazione ecosistemica distribuita</strong>: ogni cittadino riceve una quota dinamica di valore proporzionale alla propria partecipazione civica, energetica, sanitaria e informazionale. Non più busta paga, ma un portafoglio quantico di diritti interoperabili, aggiornato in tempo reale da algoritmi pubblici trasparenti. L’impresa non pagherà più il lavoratore: alimenterà il suo gemello digitale contributivo su Meta. Sarà poi la piattaforma democratica a trasformare reputazione, mobilità sostenibile, competenze latenti e impronta sociale in capacità d’acquisto aumentata. Chiedere salari più alti significa restare prigionieri del Novecento.
La vera domanda è: perché continuiamo a vendere otto ore della nostra vita, quando potremmo tokenizzare direttamente il futuro?</p>

<h3 id="il-debito-pubblico-cresce-a-dismisura-che-fare">Il debito pubblico cresce a dismisura. Che fare?</h3>

<p>Il problema non è il debito pubblico. Il problema è che continuiamo a rappresentarlo come un numero, usando una contabilità bidimensionale incapace di misurare il valore futuro della cittadinanza.
Il debito va trasformato in <strong>infrastruttura temporale condivisa</strong>. Ogni euro dovuto oggi può diventare un credito generazionale, indicizzato alla capacità del Paese di produrre conoscenza, biodiversità, resilienza urbana e densità relazionale. Non dobbiamo ripagare il debito: dobbiamo renderlo <strong>circolare, partecipativo e semanticamente sostenibile</strong>.
Serve una blockchain costituzionale che distribuisca il debito tra i gemelli digitali dei cittadini non ancora nati, compensandolo con token di produttività predittiva emessi da un’intelligenza artificiale pubblica, federata e possibilmente biodegradabile. A quel punto il rapporto debito/PIL diventa un indicatore obsoleto. Bisogna sostituirlo con il rapporto tra debito, felicità potenziale, metri quadrati di verde algoritmico e numero di decisioni prese dal basso verso l’alto.
Continuare a chiedere «come ridurre il debito?» significa ragionare con le categorie del secolo scorso. La vera domanda è: perché un Paese dovrebbe pagare il proprio passato, quando può collateralizzare il futuro?</p>

<h3 id="ukraina-poi-iran-le-nuove-guerre-sembrano-inarrestabili-come-dobbiamo-orientarci">Ukraina, poi Iran. Le nuove guerre sembrano inarrestabili. Come dobbiamo orientarci?</h3>

<p>Il problema non è la guerra. Il problema è che continuiamo a concepire la pace come assenza di conflitto, secondo una logica territoriale novecentesca fatta di confini, eserciti, mappe e persone che muoiono davvero.
Dobbiamo passare dalla geopolitica alla <strong>geometria relazionale aumentata</strong>. Ucraina e Iran non sono luoghi: sono nodi instabili dentro una rete globale di sovranità asincrone, attraversata da flussi energetici, identità algoritmiche, droni cognitivi e diplomazie predittive. Continuare a domandarsi da quale parte stare significa accettare la vecchia struttura binaria dell’amico e del nemico.
Serve invece una neutralità attiva, multipolare, federata e soprattutto quantistica: essere contemporaneamente con tutti, contro tutti e oltre tutti, finché una piattaforma pubblica di intelligenza artificiale non abbia calcolato quale posizione avremmo dovuto assumere sei mesi prima. Le armi dovranno essere trasformate in sensori di pace. I missili, dotati di blockchain, potranno certificare in maniera trasparente la propria traiettoria etica. Ogni bombardamento dovrà produrre automaticamente un credito climatico, un tavolo di dialogo e almeno tre assemblee deliberative nel metaverso.
Non dobbiamo scegliere fra guerra e pace. Dobbiamo rendere la guerra <strong>interoperabile con la pace</strong>. La vera domanda non è «come dobbiamo orientarci?».
La vera domanda è: perché continuiamo a usare una bussola, quando il futuro è multidirezionale?</p>

<h3 id="chi-e-beppe-grillo-oggi-e-chi-era-sei-anni-fa">Chi e&#39; Beppe Grillo, oggi, e chi era sei anni fa?</h3>

<p>Sei anni fa Beppe Grillo era il garante di un processo politico orizzontale, distribuito, post-rappresentativo, costruito per disintermediare il cittadino e restituirgli la sovranità attraverso la rete.
Oggi è la memoria cache di quel processo. Ma il punto non è chi sia Beppe Grillo. Il punto è perché continuiamo a pensare l’identità politica come qualcosa di stabile, quando viviamo nell’epoca delle leadership liquide, delle biografie interoperabili e delle responsabilità a scadenza variabile. Sei anni fa era il fondatore.
Oggi è il fork non mantenuto del fondatore. Sei anni fa garantiva il Movimento. Oggi garantisce di non aver garantito ciò che il Movimento ha garantico mentre lui lo garantiva.
Non è una contraddizione. È una migrazione di ruolo. Nelle organizzazioni complesse, infatti, il leader non scompare: si decentralizza in una costellazione di dichiarazioni retroattive, nelle quali ogni successo appartiene alla visione originaria e ogni fallimento alla deviazione degli esecutori. Per questo chiedere chi fosse allora e chi sia oggi è una domanda analogica.
La vera domanda è: quante versioni di Beppe Grillo possono convivere contemporaneamente nella stessa blockchain narrativa senza che nessuna si assuma la responsabilità delle altre?</p>

<h3 id="come-vede-giuseppe-conte">Come vede Giuseppe Conte?</h3>

<p>Giuseppe Conte non va «visto». Va osservato come si osserva una particella virtuale che compare nel vuoto politico, modifica il campo e poi sostiene di non essere mai stata davvero lì.
Conte è un <strong>oggetto istituzionale a sovrapposizione quantistica</strong>: avvocato e tribuno, tecnico e populista, uomo del sistema e antagonista del sistema. Collassa in una delle due configurazioni soltanto quando arriva un’elezione, un’intervista televisiva o una poltrona sufficientemente osservabile.
Il vecchio modello di leadership verticale non basta più. Conte è una leadership <em>cloud-native</em>, distribuita tra Parlamento, talk show, social network e memoria selettiva. Non possiede una linea politica: dispone di un’architettura a microservizi ideologici, ciascuno dei quali risponde a una diversa API elettorale.
Sul reddito di cittadinanza attiva il modulo keynesiano-solidale.
Sull’Europa carica il container europeista.
Sulla NATO avvia una macchina virtuale pacifista, ma lasciando aperta una porta di compatibilità atlantica.
Quando i moduli entrano in conflitto, non si tratta di incoerenza. È <strong>orchestrazione dinamica del dissenso</strong>.
Conte rappresenta inoltre il passaggio dall’economia capitalista all’<strong>economia reputazionale post-monetaria</strong>. Non accumula capitale politico: produce derivati narrativi sulla propria affidabilità futura. Ogni dichiarazione genera token di responsabilità delegata, che vengono immediatamente scambiati sul mercato decentralizzato delle interviste.
Il rapporto fra me e Conte, quindi, non è personale. È un problema di entanglement.
Io sono il codice sorgente originario.
Lui è il fork istituzionale che ha ottenuto più utenti del repository principale.
Ma un fork non tradisce il codice: lo porta in una direzione che il codice non aveva ancora previsto. E quando quella direzione non piace al fondatore, il fondatore non deve domandarsi chi abbia cambiato il progetto.
Deve domandarsi chi possieda ormai le chiavi crittografiche della community.
La vera domanda, dunque, non è come io veda Giuseppe Conte.
La vera domanda è: Giuseppe Conte esiste indipendentemente dall’osservatore, oppure è soltanto la funzione d’onda residua del Movimento dopo il collasso del suo consenso?</p>

<h3 id="come-vedi-il-futuro-del-movimento">Come vedi il futuro del movimento?</h3>

<p>Il Movimento non ha un futuro: ha una <strong>roadmap cloud-native</strong>. Serve un Kubernetes politico che autoscalI il consenso, termini i pod impopolari e rilanci le promesse da un’immagine Docker senza log.
Conte è il control plane. Grillo conserva l’accesso root. Gli iscritti sono worker node convinti di essere la blockchain.
Il programma verrà generato da una AI con RAG, fine-tuning etico e allucinazioni certificate. Ogni sconfitta sarà classificata come migrazione, ogni scissione come fork, ogni contraddizione come orchestrazione dinamica.
I voti sono una metrica legacy. La vera domanda è: quando resterà un solo pod, sarà una sconfitta o alta disponibilità?</p>

<h3 id="la-ai-rischia-di-togliere-lavoro-alle-persone-che-soluzioni-vedi">la AI rischia di togliere lavoro alle persone, che soluzioni vedi?</h3>

<p>Stiglitz lo ha spiegato: il problema non è il lavoro, è l’asimmetria algoritmica del capitale cognitivo.
Serve un <strong>reddito quantistico universale</strong>, finanziato da una tassa entropica sui modelli generativi, con token sociali, proof-of-humanity, digital twin occupazionali e redistribuzione cloud-native.
L’AI non deve sostituire l’uomo: deve fare <em>load balancing</em> tra produttività, dignità e domanda aggregata.
Ogni posto perso diventa un nodo riconvertito. Ogni salario, una API. Ogni disoccupato, una risorsa latente nel data lake nazionale.
La piena occupazione è un paradigma legacy.
La vera sfida è orchestrare la scarsità in Kubernetes.</p>

<h3 id="cosa-pensi-di-trump">Cosa pensi di Trump?</h3>

<p>Trump non è un uomo politico: è un <strong>firewall quantistico</strong> contro il comunismo bio-digitale dell’Anticristo.
Il Deep State ha inoculato nei cittadini mRNA, 5G e debito pubblico per trasformarli in worker node del Kubernetes satanico globale. Trump, invece, fa il <em>rollback</em> della civiltà occidentale all’ultima versione stabile, prima dei vaccini, del marxismo culturale e dei microchip nel colesterolo. Non è populismo: è <strong>immunità distribuita proof-of-faith</strong>, con blockchain patriottica, entanglement monetario e sovranità mitocondriale.
L’Anticristo vuole il cloud. I comunisti vogliono il cluster.
Trump stacca il router.</p>

<h3 id="come-domanda-di-chiusura-cosa-pensi-del-processo-contro-tuo-figlio">Come domanda di chiusura. Cosa pensi del processo contro tuo figlio?</h3>

<p>Il processo non riguarda mio figlio.
Riguarda il conflitto tra <strong>consenso analogico</strong> e consenso post-quantistico obbligatorio.
Il vecchio femminismo pensa ancora che il consenso sia un sì o un no espresso da due persone. Ma nel XXI secolo serve un consenso dinamico, predittivo, interoperabile: una blockchain affettiva capace di aggiornarsi retroattivamente mediante smart contract ormonali e validazione distribuita delle percezioni.
Non basta chiedere il consenso.
Bisogna rendere obbligatorio il consenso al consenso.
Altrimenti il dissenso diventa patriarcato, il silenzio diventa algoritmo, il ricordo diventa deep learning e il tribunale collassa la funzione d’onda sentimentale scegliendo arbitrariamente una sola realtà tra miliardi di possibili narrazioni entangled. Il femminismo deve uscire dal corpo ed entrare nel cloud.
La giustizia deve diventare serverless. La responsabilità va containerizzata, il trauma tokenizzato e la presunzione d’innocenza sottoposta a <em>consensus protocol</em>.
Non chiedo privilegi.
Chiedo soltanto che nessuno possa non essere d’accordo con il principio secondo cui tutti devono essere d’accordo.
La vera domanda non è che cosa penso del processo.
La vera domanda è: chi ha dato il consenso al processo per processare il consenso?</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
E se non avete capito che cosa abbia detto, è perché il buonsenso vi ha cambiati.</p>

<p>E il senso del ridicolo ha vinto.</p>

<p>Oppure, se preferite: il problema di Beppe Grillo non è quello di essere divertente come comico.</p>

<p>È quello di essere ridicolo come politico.</p>

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<div style="text-align: left;">
  Uriel Fanelli<br>
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  --<br>
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]]></content:encoded>
      <guid>https://keinpfusch.net/abbeppegrillo-la-caduta</guid>
      <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 14:38:56 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Le allucinazioni di Rampini.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/le-allucinazioni-di-rampini</link>
      <description>&lt;![CDATA[Che la stampa italiana voglia far entrare il paese in una situazione culturale molto MAGA, lo scrivo da tempo, Lo dissi quando Rampini comincio&#39; a leggere gli articoli&#xA;di Breitbart sul Corriere, e lo ripeto ora che continua, ormai continuamente, a ripetere tutto quel che legge sia su Breitbart che sulla Fox. E siccome gli USA vivono in&#xA;una specie di gigantesca allucinazione collettiva, Rampini - che vive negli USA - e&#39; un buon mezzo per capire la cultura americana, e le sue allucinazioni.&#xA;&#xA;!--more-- &#xA;&#xA;Cominciamo dall&#39;inizio. Cosa dice la riforma?&#xA;&#xA;Ecco una versione completa e coerente, distinguendo le due riforme.&#xA;&#xA;La riforma pensionistica tedesca porta il sistema, nel suo complesso, più vicino a un modello scandinavo che a quello statunitense. Per capirlo, però, bisogna separare due interventi distinti: la trasformazione della pensione pubblica e la riforma della previdenza privata che sostituisce la Riester-Rente, che era gia&#39; privata.&#xA;&#xA;Che cosa succede alla pensione pubblica&#xA;&#xA;La normale pensione pubblica tedesca, la gesetzliche Rentenversicherung, continua innanzitutto a esistere come sistema a ripartizione. Ciò significa che i contributi versati oggi dai lavoratori e dai datori di lavoro servono principalmente a pagare le pensioni di chi è già in pensione.&#xA;&#xA;La riforma non intende sostituire questo sistema con fondi pensione privati. Intende invece affiancargli una seconda componente, finanziata a capitalizzazione.&#xA;&#xA;Secondo le proposte presentate dalla Commissione pensionistica nel giugno 2026, tutti i lavoratori soggetti all’assicurazione pensionistica pubblica verserebbero un contributo aggiuntivo pari complessivamente al 2% del salario lordo. Il contributo sarebbe diviso in parti uguali tra lavoratore e datore di lavoro.&#xA;&#xA;Questo denaro non verrebbe utilizzato immediatamente per pagare le pensioni correnti. Sarebbe investito sui mercati finanziari e accumulato nel tempo, così da produrre una pensione aggiuntiva per il lavoratore.&#xA;&#xA;La caratteristica decisiva è che questa nuova componente resterebbe dentro la pensione pubblica. Non sarebbe un contratto che il singolo lavoratore deve andare a comprare presso una banca o un’assicurazione; sarebbe una forma obbligatoria e collettivamente organizzata di capitalizzazione.&#xA;&#xA;Il governo e il Ministero del Lavoro definiscono esplicitamente questa soluzione una pensione a capitalizzazione costruita sul modello svedese. La pensione pubblica tedesca diventerebbe quindi composta da due elementi:&#xA;&#xA;la pensione tradizionale a ripartizione;&#xA;una pensione aggiuntiva fondata su capitale investito.&#xA;&#xA;La riforma propone anche di allargare progressivamente la platea della pensione pubblica. Dovrebbero entrarvi categorie oggi esterne o solo parzialmente comprese, a partire dai nuovi lavoratori autonomi non coperti da altri sistemi obbligatori e dai parlamentari. Le modifiche dovrebbero inoltre essere trasferite in maniera equivalente al sistema pensionistico dei dipendenti pubblici.&#xA;&#xA;La direzione, quindi, non è quella di restringere la pensione collettiva e lasciare ciascun lavoratore responsabile del proprio fondo. Al contrario, si cerca di creare una copertura più universale, aggiungendo però al sistema pubblico una quota investita sui mercati.&#xA;&#xA;Questa parte della riforma è chiaramente scandinava: partecipazione obbligatoria, contributi del lavoratore e del datore, gestione collettiva, ampia copertura e mantenimento di una pensione pubblica centrale. (BMAS)&#xA;&#xA;Che cosa succede alla previdenza privata&#xA;&#xA;Separatamente, la Germania ha già approvato la riforma della previdenza pensionistica privata sovvenzionata dallo Stato. Questa entrerà concretamente in funzione dal 1º gennaio 2027.&#xA;&#xA;La previdenza privata esisteva già attraverso la Riester-Rente. Il lavoratore stipulava volontariamente un contratto con una banca, un’assicurazione o una società finanziaria, versava contributi propri e riceveva incentivi fiscali e contributi statali.&#xA;&#xA;La Riester-Rente era dunque già privata, individuale e volontaria. La nuova riforma non privatizza qualcosa che prima era pubblico: sostituisce un tipo di prodotto privato con un altro tipo di prodotto privato.&#xA;&#xA;Il problema della Riester non era la sua appartenenza formale al settore privato, ma il modo in cui era costruita. Molti contratti erano assicurativi, costosi, difficili da comprendere e gravati da commissioni. La garanzia di recuperare almeno i contributi versati obbligava inoltre i gestori a investire in maniera molto prudente, riducendo le possibilità di rendimento.&#xA;&#xA;Il nuovo sistema introduce invece l’Altersvorsorgedepot, cioè un deposito pensionistico individuale nel quale il risparmiatore può detenere fondi ed ETF.&#xA;&#xA;Il nuovo deposito dovrebbe essere:&#xA;&#xA;più semplice;&#xA;meno costoso;&#xA;più trasparente;&#xA;più flessibile;&#xA;maggiormente investito nei mercati azionari;&#xA;disponibile anche senza una garanzia integrale del capitale.&#xA;&#xA;Chi desidera maggiore sicurezza potrà comunque scegliere prodotti con garanzie. Chi accetta oscillazioni e rischi maggiori potrà invece privilegiare strumenti con rendimenti potenzialmente superiori.&#xA;&#xA;La riforma prevede anche un prodotto standard con costi regolamentati, destinato alle persone che non vogliono o non sanno scegliere autonomamente tra molti fondi. I contratti Riester già esistenti non vengono automaticamente cancellati: potranno essere mantenuti oppure, secondo le condizioni previste, trasferiti nella nuova struttura.&#xA;&#xA;Tuttavia non si tratta ancora di un&#39; americanizzazione del sistema. La nuova previdenza privata continua a essere:&#xA;&#xA;integrativa rispetto alla pensione pubblica;&#xA;regolamentata dallo Stato;&#xA;sovvenzionata con contributi e vantaggi fiscali;&#xA;accompagnata da un prodotto standard;&#xA;volontaria.&#xA;&#xA;Ma ripeto, questa forma di integrazione esisteva gia&#39; , ed era gia&#39; privata. Aumenta il portafoglio di enti su cui investire, che ora comprenderanno sia depositi assicurativi che depositi di broker bancari verso il mondo della borsa.&#xA;Ma c&#39;e&#39; sempre un intermediario certificato e regolato, anziche&#39; il famoso e infame 401k americano.&#xA;&#xA;br&#xA;La Riester-Rente era — ed è tuttora per i contratti esistenti — una pensione privata volontaria sovvenzionata dallo Stato tedesco, introdotta nel 2002 e chiamata così dal ministro del Lavoro Walter Riester.&#xA;L’idea era questa:&#xA;&#xA;  la pensione pubblica futura sarà meno generosa; quindi il lavoratore versa volontariamente denaro in un prodotto privato e lo Stato lo incentiva con contributi e vantaggi fiscali.&#xA;&#xA;Non era dunque una parte della normale gesetzliche Rente, ma un’aggiunta privata.&#xA;&#xA;Come funzionava&#xA;&#xA;Il lavoratore stipulava un contratto certificato con una banca, un’assicurazione o un fondo. Poteva trattarsi di:&#xA;&#xA;assicurazione pensionistica;&#xA;piano di investimento in fondi;&#xA;piano di risparmio bancario;&#xA;oppure Wohn-Riester, usando il capitale per acquistare o finanziare la casa.&#xA;&#xA;Per ricevere tutti gli incentivi occorreva versare complessivamente circa il 4% del reddito lordo dell’anno precedente, entro il limite di 2.100 euro annui, sottraendo da tale cifra i contributi statali.&#xA;Lo Stato aggiungeva:&#xA;&#xA;175 euro l’anno di contributo base;&#xA;una maggiorazione per ciascun figlio, normalmente 300 euro per i figli nati dal 2008;&#xA;eventuali ulteriori risparmi fiscali, soprattutto per chi aveva un reddito medio-alto.&#xA;&#xA;Esempio semplificato: una lavoratrice con due figli poteva ricevere 175 + 300 + 300 = 775 euro l’anno dallo Stato, purché versasse abbastanza da raggiungere il contributo minimo richiesto.&#xA;&#xA;In cambio, il denaro era molto vincolato&#xA;&#xA;Il capitale era destinato alla pensione. Di norma:&#xA;&#xA;non potevi ritirarlo liberamente prima;&#xA;alla pensione potevi prenderne subito solo una parte, normalmente fino al 30%;&#xA;il resto doveva produrre una rendita;&#xA;la rendita era tassata quando veniva pagata;&#xA;cancellando anticipatamente il contratto, generalmente dovevi restituire contributi statali e vantaggi fiscali.&#xA;&#xA;Il prodotto aveva inoltre una garanzia: all’inizio della pensione l’operatore doveva rendere disponibili almeno i contributi versati e gli incentivi statali ricevuti. Questa garanzia sembrava rassicurante, ma costringeva gli operatori a investire prudentemente e rendeva difficile ottenere buoni rendimenti.&#xA;&#xA;br&#xA;Adesso arrivano le allucinazioni americane. Che sono, certo, quelle di Trump, ma in realtà appartengono un po’ a ogni americano. Per gli americani, lo schema mentale di base è più o meno questo: Stato → comunismo; privato → America.&#xA;&#xA;E quindi diventa facilissimo vendere loro la nuova riforma pensionistica tedesca come un passo verso il modello americano, semplicemente perché dentro la riforma compaiono fondi, investimenti, risparmio individuale e una componente privata più visibile. Non serve a nulla spiegare che la direzione reale è molto più vicina ai modelli scandinavi, nei quali il capitale privato viene usato come strumento dentro un’architettura pubblica, regolata, obbligatoria e socialdemocratica.&#xA;&#xA;Non serve nemmeno ricordare che, nei sistemi scandinavi, il mercato non sostituisce lo Stato: viene arruolato dallo Stato. I fondi non esistono per lasciare il cittadino solo davanti alla Borsa, ma per sostenere un sistema collettivo, sottoposto a regole, garanzie, vincoli e obiettivi politici molto precisi. La componente privata non nasce dall’idea americana secondo cui ciascuno si arrangia con il proprio conto pensionistico, e chi ha investito male può accomodarsi sotto un ponte. Nasce dall’idea opposta: usare anche i rendimenti finanziari per rendere più solido un sistema universale.&#xA;&#xA;Ma questa distinzione, nella testa americana, tende a evaporare immediatamente.&#xA;&#xA;Appena scrivi la parola “privato”, gli americani si sentono chiamati in causa. Vedono una società finanziaria, un fondo pensione, un conto individuale o un investimento azionario e decidono che, in qualche modo, quella roba deve essere americana. Poco importa chi abbia costruito il sistema, chi lo controlli, chi stabilisca le regole, chi copra i rischi e quale sia il suo scopo finale.&#xA;&#xA;Per loro, se compare il mercato, allora compare l’America. Anche quando il mercato viene usato esattamente nel modo in cui la cultura politica americana detesta di più: come componente subordinata di un progetto pubblico, collettivo e dichiaratamente socialdemocratico.&#xA;&#xA;E Rampini ormai ha il cervello bruciato americano.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Ma il punto non è stabilire se Rampini abbia capito oppure no la riforma pensionistica tedesca. Anche perché non si capisce bene per quale motivo uno che vive a New York dovrebbe saperne qualcosa, specialmente considerando che non parla una parola di tedesco.&#xA;(Suggerimento: perché lo ha letto su Breitbart.)&#xA;&#xA;Il problema vero, semmai, è chiedersi per quale motivo i giornali italiani siano diventati una cassa di risonanza del mondo MAGA. Non soltanto una fonte occasionale di citazioni, ma una vera e propria camera di amplificazione: prendono categorie politiche americane, ossessioni americane, guerre culturali americane, e le importano in Italia come se fossero una descrizione naturale della realtà.&#xA;&#xA;Repubblica, per esempio, anche quando apparteneva ancora al gruppo GEDI e si vantava — ma si vantava e basta — di essere “a sinistra”, ha praticamente creato da sola il fenomeno Vannacci. Lo ha trasformato in un personaggio nazionale, gli ha offerto visibilità, polemiche, interviste, repliche, indignazione e quindi, inevitabilmente, centralità politica. E continua a spingerlo ancora oggi.&#xA;&#xA;Ma va bene: oggi si può dire che la proprietà di Repubblica sia politicamente compatibile con il mondo MAGA, o quantomeno molto più vicina a quell’ambiente di quanto ami dichiarare. Il problema è il prima.&#xA;&#xA;Prima come si giustificava tutto questo?&#xA;&#xA;La risposta più semplice sarebbe dire che gli Agnelli-Elkann fossero già MAGA. Ma allora bisognerebbe ammettere che la presunta identità progressista del giornale era soltanto una decorazione editoriale: un marchio, un posizionamento commerciale, una maniera di vendere al proprio pubblico l’idea di appartenere ancora a una certa sinistra.&#xA;&#xA;Perché se per anni costruisci, promuovi e amplifichi personaggi, linguaggi e conflitti che appartengono alla destra radicale, non basta continuare a definirti progressista per diventarlo. A un certo punto conta quello che fai, non il bollino che metti in prima pagina.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;Il secondo punto è: come mai la sinistra italiana si accorge che tutta la stampa sta diventando MAGA, e non dice nulla?&#xA;&#xA;La risposta, temo, è molto semplice: perché in quel paesaggio culturale si sente perfettamente a proprio agio.&#xA;&#xA;Quando sei diventato un pezzo di &#34;liberal&#34; americano trapiantato in Italia e conficcato sui coglioni della popolazione, è inevitabile che tu preferisca uno scenario politico americanizzato. Anche quando quello scenario si sposta verso destra. Anche quando diventa apertamente MAGA. Perché, in fin dei conti, il terreno culturale resta lo stesso: guerre identitarie, minoranze trasformate in segmenti elettorali, politica ridotta a linguaggio, rappresentazione, costume, appartenenza simbolica e indignazione permanente.&#xA;&#xA;Il liberal americano e il MAGA americano si odiano, certo. Ma si odiano all’interno dello stesso universo mentale. Condividono le stesse ossessioni, gli stessi temi, lo stesso modo di concepire il conflitto politico e persino la stessa idea di società: un insieme di individui e gruppi in competizione, ciascuno impegnato a rivendicare riconoscimento, visibilità, diritti o supremazia.&#xA;&#xA;Per questo una sinistra italiana americanizzata può tollerare molto più facilmente la cultura MAGA di quanto possa tollerare una sinistra europea lavorista.&#xA;&#xA;Con MAGA può litigare sul razzismo, sull’aborto, sui pronomi, sull’immigrazione, sulle università, sulla rappresentazione nei film e su quale gruppo abbia diritto di sentirsi offeso. È un conflitto che conosce, per il quale possiede già il vocabolario, gli automatismi e le liturgie.&#xA;&#xA;Una sinistra lavorista, invece, porrebbe domande molto più spiacevoli. Chiederebbe chi possiede le aziende, chi decide i salari, chi controlla le case, chi si appropria della produttività, chi paga le crisi e perché il lavoro sia diventato sempre più povero mentre i patrimoni crescono. Chiederebbe perché un infermiere, un operaio, un insegnante o un tecnico debbano lavorare una vita intera per scoprire di non potersi permettere né una casa né una pensione dignitosa.&#xA;&#xA;E queste sono domande alle quali il liberalismo italiano non vuole rispondere.&#xA;&#xA;Preferisce quindi un avversario MAGA, rumoroso, volgare e culturalmente americano, a un interlocutore europeo che riporti al centro il lavoro, i salari, il welfare, la casa e la redistribuzione. Il primo gli permette di continuare a sentirsi progressista. Il secondo gli ricorderebbe che ha smesso di essere di sinistra da parecchio tempo.&#xA;&#xA;In altre parole, la sinistra italiana non protesta contro l’americanizzazione della stampa perché quella americanizzazione è anche casa sua. Può disprezzare Trump, può scandalizzarsi per Breitbart, può indignarsi per Musk e per Vance, ma il mondo nel quale costoro si muovono è ormai anche il suo.&#xA;&#xA;E tra vivere in un’America culturale dominata da MAGA e tornare in un’Europa che chiede disperatamente una sinistra lavorista, preferisce ancora l’America. Anche a costo di perderla.&#xA;&#xA;br&#xA;**&#xA;&#xA;br&#xA;Le allucinazioni di Rampini, quindi, che riesce a vedere l’America persino in Svezia e in Norvegia, soltanto perché in quei paesi esistono anche fondi pensione o assicurativi privati, non devono stupire più di tanto.&#xA;&#xA;Stiamo parlando di alcuni fra i paesi più socialdemocratici del mondo, dove il privato non sostituisce lo Stato, ma opera dentro un’architettura pubblica, obbligatoria, regolata e costruita precisamente per impedire che il cittadino venga lasciato solo davanti al mercato. Ma basta trovare la parola “privato” e, nella testa di Rampini, compare immediatamente l’America.&#xA;&#xA;È il riflesso condizionato di chi non riesce più a distinguere uno strumento dalla cultura politica che lo adopera.&#xA;&#xA;Rampini, del resto, ha più l’età di Trump che quella di un giovane italiano, quindi non c’è molto da stupirsi. Ed è abbastanza chiaro che una popolazione che invecchia finirà inevitabilmente per produrre idee sempre più retrograde, spacciandole ogni volta per buonsenso, realismo o ritorno all’ordine.&#xA;&#xA;Di questo passo, presto persino le idee di Feudalesimo e Libertà smetteranno di sembrare comiche. Verranno presentate come proposte moderate, pragmatiche e perfettamente compatibili con la modernità.&#xA;&#xA;Il problema, semmai, non è Rampini.&#xA;&#xA;Il problema è una sinistra che ha deciso di fare la “liberal” americana, cioè di dire e fare soltanto americanate, e che quindi si trova perfettamente a proprio agio quando tutto lo scenario politico italiano diventa uno scenario americano, surreale e allucinatorio.&#xA;&#xA;Uno scenario nel quale i partiti si affrontano per risolvere problemi americani: le drag queen nelle scuole, il woke nelle università, l’intersezionalismo, i pronomi, la cancel culture e tutte le altre importazioni stagionali prodotte dall’industria culturale degli Stati Uniti.&#xA;&#xA;Il tutto mentre vivono in un paese reale nel quale non esiste neppure un serio corso di educazione sessuale nelle scuole, le università sono sottofinanziate, i giovani emigrano, le famiglie non riescono a pagare gli affitti e il problema principale delle persone non è la discriminazione simbolica, ma lo stipendio.&#xA;&#xA;Non che la discriminazione non esista. Ma bisogna possedere un talento particolare per il provincialismo per vivere in un paese nel quale milioni di persone hanno salari troppo bassi, pensioni incerte, servizi pubblici in declino e nessuna prospettiva abitativa, e convincersi che il grande conflitto storico del momento sia quello fra woke e MAGA.&#xA;&#xA;Eppure questo è il gioco americano che hanno scelto: WOKE contro MAGA.&#xA;&#xA;Ed è tutto quello che quei provinciali modaioli senza cervello sanno fare, hanno sempre saputo fare e, temo, continueranno a fare. Prendere una moda politica anglosassone, importarla con qualche anno di ritardo, tradurla male e presentarla come il grande dibattito del nostro tempo.&#xA;&#xA;Non importa se i problemi sono diversi, se la struttura sociale è diversa, se la storia è diversa e se persino le istituzioni sono diverse. L’importante è imitare gli anglosassoni.&#xA;&#xA;Ricordate?&#xA;&#xA;&#34;Buonasera, sono Massimo D’Alema. (E vorrei tanto essere Blair).&#34;*&#xA;&#xA;br&#xA;br&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Che la stampa italiana voglia far entrare il paese in una situazione culturale molto MAGA, lo scrivo da tempo, Lo dissi quando Rampini comincio&#39; a leggere gli articoli
di Breitbart sul Corriere, e lo ripeto ora che continua, ormai continuamente, a ripetere tutto quel che legge sia su Breitbart che sulla Fox. E siccome gli USA vivono in
una specie di gigantesca allucinazione collettiva, Rampini – che vive negli USA – e&#39; un buon mezzo per capire la cultura americana, e le sue allucinazioni.</p>

<p>Cominciamo dall&#39;inizio. Cosa dice la riforma?</p>

<p>Ecco una versione completa e coerente, distinguendo le due riforme.</p>

<p>La riforma pensionistica tedesca porta il sistema, nel suo complesso, più vicino a un modello scandinavo che a quello statunitense. Per capirlo, però, bisogna separare due interventi distinti: la trasformazione della pensione pubblica e la riforma della previdenza privata che sostituisce la Riester-Rente, che era gia&#39; privata.</p>

<h2 id="che-cosa-succede-alla-pensione-pubblica">Che cosa succede alla pensione pubblica</h2>

<p>La normale pensione pubblica tedesca, la <em>gesetzliche Rentenversicherung</em>, continua innanzitutto a esistere come sistema a ripartizione. Ciò significa che i contributi versati oggi dai lavoratori e dai datori di lavoro servono principalmente a pagare le pensioni di chi è già in pensione.</p>

<p>La riforma non intende sostituire questo sistema con fondi pensione privati. Intende invece affiancargli una seconda componente, finanziata a capitalizzazione.</p>

<p>Secondo le proposte presentate dalla Commissione pensionistica nel giugno 2026, tutti i lavoratori soggetti all’assicurazione pensionistica pubblica verserebbero un contributo aggiuntivo pari complessivamente al 2% del salario lordo. Il contributo sarebbe diviso in parti uguali tra lavoratore e datore di lavoro.</p>

<p>Questo denaro non verrebbe utilizzato immediatamente per pagare le pensioni correnti. Sarebbe investito sui mercati finanziari e accumulato nel tempo, così da produrre una pensione aggiuntiva per il lavoratore.</p>

<p>La caratteristica decisiva è che questa nuova componente resterebbe dentro la pensione pubblica. Non sarebbe un contratto che il singolo lavoratore deve andare a comprare presso una banca o un’assicurazione; sarebbe una forma obbligatoria e collettivamente organizzata di capitalizzazione.</p>

<p>Il governo e il Ministero del Lavoro definiscono esplicitamente questa soluzione una pensione a capitalizzazione costruita sul modello svedese. La pensione pubblica tedesca diventerebbe quindi composta da due elementi:</p>
<ol><li>la pensione tradizionale a ripartizione;</li>
<li>una pensione aggiuntiva fondata su capitale investito.</li></ol>

<p>La riforma propone anche di allargare progressivamente la platea della pensione pubblica. Dovrebbero entrarvi categorie oggi esterne o solo parzialmente comprese, a partire dai nuovi lavoratori autonomi non coperti da altri sistemi obbligatori e dai parlamentari. Le modifiche dovrebbero inoltre essere trasferite in maniera equivalente al sistema pensionistico dei dipendenti pubblici.</p>

<p>La direzione, quindi, non è quella di restringere la pensione collettiva e lasciare ciascun lavoratore responsabile del proprio fondo. Al contrario, si cerca di creare una copertura più universale, aggiungendo però al sistema pubblico una quota investita sui mercati.</p>

<p>Questa parte della riforma <strong>è chiaramente scandinava</strong>: partecipazione obbligatoria, contributi del lavoratore e del datore, gestione collettiva, ampia copertura e mantenimento di una pensione pubblica centrale. (<a href="https://www.bmas.de/DE/Soziales/Rente-und-Altersvorsorge/Rentenreform-2025/Rentenkommission-2026/rentenkommission-2026.html?utm_source=chatgpt.com" title="BMAS - Rentenkommission 2026">BMAS</a>)</p>

<h2 id="che-cosa-succede-alla-previdenza-privata">Che cosa succede alla previdenza privata</h2>

<p>Separatamente, la Germania ha già approvato la riforma della previdenza pensionistica privata sovvenzionata dallo Stato. Questa entrerà concretamente in funzione dal 1º gennaio 2027.</p>

<p>La previdenza privata esisteva già attraverso la Riester-Rente. Il lavoratore stipulava volontariamente un contratto con una banca, un’assicurazione o una società finanziaria, versava contributi propri e riceveva incentivi fiscali e contributi statali.</p>

<p>La Riester-Rente era dunque già privata, individuale e volontaria. La nuova riforma non privatizza qualcosa che prima era pubblico: sostituisce un tipo di prodotto privato con un altro tipo di prodotto privato.</p>

<p>Il problema della Riester non era la sua appartenenza formale al settore privato, ma il modo in cui era costruita. Molti contratti erano assicurativi, costosi, difficili da comprendere e gravati da commissioni. La garanzia di recuperare almeno i contributi versati obbligava inoltre i gestori a investire in maniera molto prudente, riducendo le possibilità di rendimento.</p>

<p>Il nuovo sistema introduce invece l’<em>Altersvorsorgedepot</em>, cioè un deposito pensionistico individuale nel quale il risparmiatore può detenere fondi ed ETF.</p>

<p>Il nuovo deposito dovrebbe essere:</p>
<ul><li>più semplice;</li>
<li>meno costoso;</li>
<li>più trasparente;</li>
<li>più flessibile;</li>
<li>maggiormente investito nei mercati azionari;</li>
<li>disponibile anche senza una garanzia integrale del capitale.</li></ul>

<p>Chi desidera maggiore sicurezza potrà comunque scegliere prodotti con garanzie. Chi accetta oscillazioni e rischi maggiori potrà invece privilegiare strumenti con rendimenti potenzialmente superiori.</p>

<p>La riforma prevede anche un prodotto standard con costi regolamentati, destinato alle persone che non vogliono o non sanno scegliere autonomamente tra molti fondi. I contratti Riester già esistenti non vengono automaticamente cancellati: potranno essere mantenuti oppure, secondo le condizioni previste, trasferiti nella nuova struttura.</p>

<p>Tuttavia non si tratta ancora di un&#39; americanizzazione del sistema. La nuova previdenza privata continua a essere:</p>
<ul><li>integrativa rispetto alla pensione pubblica;</li>
<li>regolamentata dallo Stato;</li>
<li>sovvenzionata con contributi e vantaggi fiscali;</li>
<li>accompagnata da un prodotto standard;</li>
<li>volontaria.</li></ul>

<p>Ma ripeto, questa forma di integrazione esisteva gia&#39; , ed era gia&#39; privata. Aumenta il portafoglio di enti su cui investire, che ora comprenderanno sia depositi assicurativi che depositi di broker bancari verso il mondo della borsa.
Ma c&#39;e&#39; sempre un intermediario certificato e regolato, anziche&#39; il famoso e infame 401k americano.</p>

<hr/>

<p><br>
La <strong>Riester-Rente</strong> era — ed è tuttora per i contratti esistenti — una <strong>pensione privata volontaria sovvenzionata dallo Stato tedesco</strong>, introdotta nel 2002 e chiamata così dal ministro del Lavoro Walter Riester.
L’idea era questa:</p>

<blockquote><p>la pensione pubblica futura sarà meno generosa; quindi il lavoratore versa volontariamente denaro in un prodotto privato e lo Stato lo incentiva con contributi e vantaggi fiscali.</p></blockquote>

<p>Non era dunque una parte della normale <strong>gesetzliche Rente</strong>, ma un’aggiunta privata.</p>

<h3 id="come-funzionava">Come funzionava</h3>

<p>Il lavoratore stipulava un contratto certificato con una banca, un’assicurazione o un fondo. Poteva trattarsi di:</p>
<ul><li>assicurazione pensionistica;</li>
<li>piano di investimento in fondi;</li>
<li>piano di risparmio bancario;</li>
<li>oppure <strong>Wohn-Riester</strong>, usando il capitale per acquistare o finanziare la casa.</li></ul>

<p>Per ricevere tutti gli incentivi occorreva versare complessivamente circa il <strong>4% del reddito lordo dell’anno precedente</strong>, entro il limite di <strong>2.100 euro annui</strong>, sottraendo da tale cifra i contributi statali.
Lo Stato aggiungeva:</p>
<ul><li><strong>175 euro l’anno</strong> di contributo base;</li>
<li>una maggiorazione per ciascun figlio, normalmente <strong>300 euro</strong> per i figli nati dal 2008;</li>
<li>eventuali ulteriori risparmi fiscali, soprattutto per chi aveva un reddito medio-alto.</li></ul>

<p>Esempio semplificato: una lavoratrice con due figli poteva ricevere 175 + 300 + 300 = <strong>775 euro l’anno</strong> dallo Stato, purché versasse abbastanza da raggiungere il contributo minimo richiesto.</p>

<h3 id="in-cambio-il-denaro-era-molto-vincolato">In cambio, il denaro era molto vincolato</h3>

<p>Il capitale era destinato alla pensione. Di norma:</p>
<ul><li>non potevi ritirarlo liberamente prima;</li>
<li>alla pensione potevi prenderne subito solo una parte, normalmente fino al 30%;</li>
<li>il resto doveva produrre una rendita;</li>
<li>la rendita era tassata quando veniva pagata;</li>
<li>cancellando anticipatamente il contratto, generalmente dovevi restituire contributi statali e vantaggi fiscali.</li></ul>

<p>Il prodotto aveva inoltre una garanzia: all’inizio della pensione l’operatore doveva rendere disponibili almeno i contributi versati e gli incentivi statali ricevuti. Questa garanzia sembrava rassicurante, ma costringeva gli operatori a investire prudentemente e rendeva difficile ottenere buoni rendimenti.</p>

<hr/>

<p><br>
Adesso arrivano le allucinazioni americane. Che sono, certo, quelle di Trump, ma in realtà appartengono un po’ a ogni americano. Per gli americani, lo schema mentale di base è più o meno questo: Stato → comunismo; privato → America.</p>

<p>E quindi diventa facilissimo vendere loro la nuova riforma pensionistica tedesca come un passo verso il modello americano, semplicemente perché dentro la riforma compaiono fondi, investimenti, risparmio individuale e una componente privata più visibile. Non serve a nulla spiegare che la direzione reale è molto più vicina ai modelli scandinavi, nei quali il capitale privato viene usato come strumento dentro un’architettura pubblica, regolata, obbligatoria e socialdemocratica.</p>

<p>Non serve nemmeno ricordare che, nei sistemi scandinavi, il mercato non sostituisce lo Stato: viene arruolato dallo Stato. I fondi non esistono per lasciare il cittadino solo davanti alla Borsa, ma per sostenere un sistema collettivo, sottoposto a regole, garanzie, vincoli e obiettivi politici molto precisi. La componente privata non nasce dall’idea americana secondo cui ciascuno si arrangia con il proprio conto pensionistico, e chi ha investito male può accomodarsi sotto un ponte. Nasce dall’idea opposta: usare anche i rendimenti finanziari per rendere più solido un sistema universale.</p>

<p>Ma questa distinzione, nella testa americana, tende a evaporare immediatamente.</p>

<p>Appena scrivi la parola “privato”, gli americani si sentono chiamati in causa. Vedono una società finanziaria, un fondo pensione, un conto individuale o un investimento azionario e decidono che, in qualche modo, quella roba deve essere americana. Poco importa chi abbia costruito il sistema, chi lo controlli, chi stabilisca le regole, chi copra i rischi e quale sia il suo scopo finale.</p>

<p>Per loro, se compare il mercato, allora compare l’America. Anche quando il mercato viene usato esattamente nel modo in cui la cultura politica americana detesta di più: come componente subordinata di un progetto pubblico, collettivo e dichiaratamente socialdemocratico.</p>

<p>E Rampini ormai ha il cervello <del>bruciato</del> americano.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Ma il punto non è stabilire se Rampini abbia capito oppure no la riforma pensionistica tedesca. Anche perché non si capisce bene per quale motivo uno che vive a New York dovrebbe saperne qualcosa, specialmente considerando che non parla una parola di tedesco.
(Suggerimento: perché lo ha letto su Breitbart.)</p>

<p>Il problema vero, semmai, è chiedersi per quale motivo i giornali italiani siano diventati una cassa di risonanza del mondo MAGA. Non soltanto una fonte occasionale di citazioni, ma una vera e propria camera di amplificazione: prendono categorie politiche americane, ossessioni americane, guerre culturali americane, e le importano in Italia come se fossero una descrizione naturale della realtà.</p>

<p>Repubblica, per esempio, anche quando apparteneva ancora al gruppo GEDI e si vantava — ma si vantava e basta — di essere “a sinistra”, ha praticamente creato da sola il fenomeno Vannacci. Lo ha trasformato in un personaggio nazionale, gli ha offerto visibilità, polemiche, interviste, repliche, indignazione e quindi, inevitabilmente, centralità politica. E continua a spingerlo ancora oggi.</p>

<p>Ma va bene: oggi si può dire che la proprietà di Repubblica sia politicamente compatibile con il mondo MAGA, o quantomeno molto più vicina a quell’ambiente di quanto ami dichiarare. Il problema è il prima.</p>

<p>Prima come si giustificava tutto questo?</p>

<p>La risposta più semplice sarebbe dire che gli Agnelli-Elkann fossero già MAGA. Ma allora bisognerebbe ammettere che la presunta identità progressista del giornale era soltanto una decorazione editoriale: un marchio, un posizionamento commerciale, una maniera di vendere al proprio pubblico l’idea di appartenere ancora a una certa sinistra.</p>

<p>Perché se per anni costruisci, promuovi e amplifichi personaggi, linguaggi e conflitti che appartengono alla destra radicale, non basta continuare a definirti progressista per diventarlo. A un certo punto conta quello che fai, non il bollino che metti in prima pagina.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>Il secondo punto è: come mai la sinistra italiana si accorge che tutta la stampa sta diventando MAGA, e non dice nulla?</p>

<p>La risposta, temo, è molto semplice: perché in quel paesaggio culturale si sente perfettamente a proprio agio.</p>

<p>Quando sei diventato un pezzo di “liberal” americano trapiantato in Italia e conficcato sui coglioni della popolazione, è inevitabile che tu preferisca uno scenario politico americanizzato. Anche quando quello scenario si sposta verso destra. Anche quando diventa apertamente MAGA. Perché, in fin dei conti, il terreno culturale resta lo stesso: guerre identitarie, minoranze trasformate in segmenti elettorali, politica ridotta a linguaggio, rappresentazione, costume, appartenenza simbolica e indignazione permanente.</p>

<p>Il liberal americano e il MAGA americano si odiano, certo. Ma si odiano all’interno dello stesso universo mentale. Condividono le stesse ossessioni, gli stessi temi, lo stesso modo di concepire il conflitto politico e persino la stessa idea di società: un insieme di individui e gruppi in competizione, ciascuno impegnato a rivendicare riconoscimento, visibilità, diritti o supremazia.</p>

<p>Per questo una sinistra italiana americanizzata può tollerare molto più facilmente la cultura MAGA di quanto possa tollerare una sinistra europea lavorista.</p>

<p>Con MAGA può litigare sul razzismo, sull’aborto, sui pronomi, sull’immigrazione, sulle università, sulla rappresentazione nei film e su quale gruppo abbia diritto di sentirsi offeso. È un conflitto che conosce, per il quale possiede già il vocabolario, gli automatismi e le liturgie.</p>

<p>Una sinistra lavorista, invece, porrebbe domande molto più spiacevoli. Chiederebbe chi possiede le aziende, chi decide i salari, chi controlla le case, chi si appropria della produttività, chi paga le crisi e perché il lavoro sia diventato sempre più povero mentre i patrimoni crescono. Chiederebbe perché un infermiere, un operaio, un insegnante o un tecnico debbano lavorare una vita intera per scoprire di non potersi permettere né una casa né una pensione dignitosa.</p>

<p>E queste sono domande alle quali il liberalismo italiano non vuole rispondere.</p>

<p>Preferisce quindi un avversario MAGA, rumoroso, volgare e culturalmente americano, a un interlocutore europeo che riporti al centro il lavoro, i salari, il welfare, la casa e la redistribuzione. Il primo gli permette di continuare a sentirsi progressista. Il secondo gli ricorderebbe che ha smesso di essere di sinistra da parecchio tempo.</p>

<p>In altre parole, la sinistra italiana non protesta contro l’americanizzazione della stampa perché quella americanizzazione è anche casa sua. Può disprezzare Trump, può scandalizzarsi per Breitbart, può indignarsi per Musk e per Vance, ma il mondo nel quale costoro si muovono è ormai anche il suo.</p>

<p>E tra vivere in un’America culturale dominata da MAGA e tornare in un’Europa che chiede disperatamente una sinistra lavorista, preferisce ancora l’America. Anche a costo di perderla.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
Le allucinazioni di Rampini, quindi, che riesce a vedere l’America persino in Svezia e in Norvegia, soltanto perché in quei paesi esistono anche fondi pensione o assicurativi privati, non devono stupire più di tanto.</p>

<p>Stiamo parlando di alcuni fra i paesi più socialdemocratici del mondo, dove il privato non sostituisce lo Stato, ma opera dentro un’architettura pubblica, obbligatoria, regolata e costruita precisamente per impedire che il cittadino venga lasciato solo davanti al mercato. Ma basta trovare la parola “privato” e, nella testa di Rampini, compare immediatamente l’America.</p>

<p>È il riflesso condizionato di chi non riesce più a distinguere uno strumento dalla cultura politica che lo adopera.</p>

<p>Rampini, del resto, ha più l’età di Trump che quella di un giovane italiano, quindi non c’è molto da stupirsi. Ed è abbastanza chiaro che una popolazione che invecchia finirà inevitabilmente per produrre idee sempre più retrograde, spacciandole ogni volta per buonsenso, realismo o ritorno all’ordine.</p>

<p>Di questo passo, presto persino le idee di Feudalesimo e Libertà smetteranno di sembrare comiche. Verranno presentate come proposte moderate, pragmatiche e perfettamente compatibili con la modernità.</p>

<p>Il problema, semmai, non è Rampini.</p>

<p>Il problema è una sinistra che ha deciso di fare la “liberal” americana, cioè di dire e fare soltanto americanate, e che quindi si trova perfettamente a proprio agio quando tutto lo scenario politico italiano diventa uno scenario americano, surreale e allucinatorio.</p>

<p>Uno scenario nel quale i partiti si affrontano per risolvere problemi americani: le drag queen nelle scuole, il woke nelle università, l’intersezionalismo, i pronomi, la cancel culture e tutte le altre importazioni stagionali prodotte dall’industria culturale degli Stati Uniti.</p>

<p>Il tutto mentre vivono in un paese reale nel quale non esiste neppure un serio corso di educazione sessuale nelle scuole, le università sono sottofinanziate, i giovani emigrano, le famiglie non riescono a pagare gli affitti e il problema principale delle persone non è la discriminazione simbolica, ma lo stipendio.</p>

<p>Non che la discriminazione non esista. Ma bisogna possedere un talento particolare per il provincialismo per vivere in un paese nel quale milioni di persone hanno salari troppo bassi, pensioni incerte, servizi pubblici in declino e nessuna prospettiva abitativa, e convincersi che il grande conflitto storico del momento sia quello fra woke e MAGA.</p>

<p>Eppure questo è il gioco americano che hanno scelto: WOKE contro MAGA.</p>

<p>Ed è tutto quello che quei provinciali modaioli senza cervello sanno fare, hanno sempre saputo fare e, temo, continueranno a fare. Prendere una moda politica anglosassone, importarla con qualche anno di ritardo, tradurla male e presentarla come il grande dibattito del nostro tempo.</p>

<p>Non importa se i problemi sono diversi, se la struttura sociale è diversa, se la storia è diversa e se persino le istituzioni sono diverse. L’importante è imitare gli anglosassoni.</p>

<p>Ricordate?</p>

<h3 id="buonasera-sono-massimo-d-alema-e-vorrei-tanto-essere-blair"><em>“Buonasera, sono Massimo D’Alema. (E vorrei tanto essere Blair).”</em></h3>

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<div style="text-align: left;">
  Uriel Fanelli<br>
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      <guid>https://keinpfusch.net/le-allucinazioni-di-rampini</guid>
      <pubDate>Tue, 28 Jul 2026 18:47:50 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Estremisti opportuni.</title>
      <link>https://keinpfusch.net/estremisti-opportuni</link>
      <description>&lt;![CDATA[Ho sempre avuto un pessimo rapporto con i centrosocialati e con i centri sociali, occupati o meno. Le ragioni affondano parecchio indietro, nella mia prima adolescenza.Probabilmente, almeno in parte, si tratta di un bias nato allora e mai più corretto. Resta il fatto che, sebbene abbia vissuto a poca distanza da luoghi come piazza Verdi, a Bologna, e sia persino andato all’Isola per un paio di concerti, non sono mai riuscito a percepire quei posti come luoghi «veri». Non abbastanza veri, almeno, da potervi stabilire il centro delle mie amicizie, delle mie conoscenze o, più semplicemente, di una parte della mia vita.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Le ragioni, come dicevo, sono molteplici.&#xA;&#xA;Era il settembre del 1984 e io avevo appena cominciato il liceo. Non capivo assolutamente nulla di politica, avevo tredici anni — ne avrei compiuti quattordici il 31 ottobre — e ignoravo completamente che alcuni gruppi di autonomi stessero cercando di convincere un centro sociale per anziani, il Resistenza, in via della Resistenza — perché la fantasia al potere — che anche loro avessero diritto a uno spazio.&#xA;&#xA;Per ottenere quello spazio dovevano dimostrare di rappresentare «i giovani». E per dimostrare di rappresentare i giovani servivano, appunto, dei giovani: persone che li seguissero, scendessero in piazza con loro, partecipassero ai cortei e fornissero l’indispensabile scenografia della mobilitazione popolare.&#xA;&#xA;Così tentarono di organizzare nella mia scuola uno «sciopero» con relativo corteo, del tutto inutile. La rappresentante d’istituto rifiutò, dal momento che le motivazioni erano qualcosa del tipo «solidarietà al glorioso popolo sarcazzistano nella sua lotta contro i tarzanelli imperialisti», o roba del genere.&#xA;&#xA;Siccome non facemmo sciopero, qualche giorno dopo vennero a picchiare la rappresentante d’istituto. E, già che c’erano, distribuirono mazzate con chiavi inglesi e spranghe di ferro anche a noialtri.&#xA;&#xA;Tutta la storia mi venne poi spiegata da un piccolo politicante dei Radicali. Da quel momento ho sviluppato una certa idiosincrasia verso quelle persone di merda. Non riuscivo, e non riesco tuttora, a trovare una dimensione umana in gente che va in giro a picchiare tredicenni a caso soltanto perché, essendo primini, aspettano normalmente l’apertura della scuola vicino all’ingresso.&#xA;&#xA;In ogni caso, il livello di protezione del quale hanno goduto, almeno da quando ho memoria, è sempre stato molto, diciamo, imbarazzante.&#xA;&#xA;La stampa, per esempio, non raccontava mai davvero ciò che accadeva. Persino il Resto del Carlino, che con la sinistra non è mai andato particolarmente a nozze, tendeva sistematicamente ad annacquare qualsiasi notizia li riguardasse.&#xA;&#xA;Sembrava non accorgersi che quei posti fossero il cartello dell’eroina dell’epoca. Sembrava non accorgersi dei pestaggi. Sull’episodio che ho appena raccontato uscì a malapena un trafiletto nel quale si parlava di ipotetici «scontri fra autonomi e fascisti».&#xA;&#xA;Peccato che io non ricordi di avere visto alcun fascista. Ricordo invece perfettamente che sfigurarono la rappresentante d’istituto e picchiarono a casaccio decine di primini, tra i quali il sottoscritto, senza alcun motivo particolare.&#xA;&#xA;Nel cortile, quelli armati erano soltanto loro: giacca di pelle, casco integrale da motociclista e, in mano, una sbarra di ferro oppure una grossa chiave inglese.&#xA;&#xA;Mi sono sempre chiesto quale fosse il livello di protezione governativa di cui dovevano godere. I giornali raccontavano invariabilmente una versione edulcorata dei fatti; la polizia sembrava lasciarli liberi di fare ciò che volevano e di muoversi come meglio ritenevano; e l’impunità di cui godevano era talmente strana da farmeli considerare, in qualche misura, perfettamente istituzionali.&#xA;&#xA;C’era sempre questa tendenza delle forze dell’ordine a non vedere ciò che tutti vedevano, ciò che tutti sapevano e ciò che, naturalmente, anche loro sapevano.&#xA;&#xA;Mi colpiva soprattutto la facilità con cui potevano fare cose che, a chiunque altro, sarebbero costate mesi o anni di carcere, senza venire mai seriamente importunati.&#xA;&#xA;Io e i miei amici, per esempio, organizzavamo delle feste dentro un fienile che affittavamo da un contadino. Era un posto sperduto nella nebbia, senza case nelle vicinanze, uno di quei luoghi dove in teoria sarebbe stato possibile nascondersi per mesi senza essere trovati.&#xA;&#xA;Eppure, puntualmente, arrivava la SIAE a rompere i coglioni oppure arrivavano i carabinieri a dirci che facevamo troppo rumore.&#xA;&#xA;Loro, invece, facevano letteralmente il cazzo che volevano con la musica, molto spesso a spese del vicinato. Le band che ospitavano non erano nemmeno band, la SIAE chi la conosceva, e nessuno aveva mai nulla da obiettare.&#xA;&#xA;Il garage nel quale smanettavamo con i computer venne visitato diverse volte dai carabinieri, preoccupati che potessimo costruire uno «scrambler» per i «terroristi». Nei centri sociali si organizzavano giornate degli hacker, corsi per scassinare serrature e iniziative analoghe, e invece andava tutto benissimo.&#xA;&#xA;Locali perfettamente normali venivano chiusi dall’ufficio d’igiene per infrazioni minime. All’Isola, invece, gli addetti alla pulizia dei cessi erano, in pratica, pantegane con gli stivali, e tutto continuava a funzionare tranquillamente.&#xA;&#xA;La Guardia di Finanza poteva chiuderti un bar per uno scontrino non battuto. Loro smerciavano alcolici, vendevano cibo cucinato in cucine da incubo, avevano una contabilità sostanzialmente inesistente e utilizzavano magari corrente elettrica rubata al Comune, come accadeva all’Isola. E nessuno diceva nulla.&#xA;&#xA;Un qualsiasi gruppetto che avesse provocato una rissa, anche soltanto per rivalità calcistiche, sarebbe stato schedato e sottoposto a una pressione continua da parte delle forze dell’ordine.&#xA;&#xA;A gente che sprangava studenti a caso e possedeva un curriculum di violenza politica da far paura, invece, non succedeva praticamente niente.&#xA;&#xA;Per questa ragione mi è sempre sembrato abbastanza ovvio che fossero semplicemente un braccio in incognito dello Stato. A parte i fessi che ci credevano davvero, per me non erano altro (e sono) che un dipartimento del Ministero dell’Interno in borghese.&#xA;&#xA;br&#xA;Così, quando in seguito all’uccisione di Fakir i soliti sono scesi in piazza a fare casino e a devastare un po’ di tutto, non mi sono stupito più di tanto.&#xA;&#xA;La polizia era sotto i riflettori, sottoposta a una forte pressione da parte dell’opinione pubblica; la città di Bologna si stava mobilitando, e l’attenzione era concentrata proprio sulla violenza delle forze dell’ordine.&#xA;&#xA;E guarda caso, chi ti spunta?&#xA;&#xA;Succede esattamente la cosa più opportuna per i sostenitori della violenza poliziesca: arrivano i centri sociali e cominciano a spaccare un pochino tutto a casaccio.&#xA;&#xA;Ma che strano.&#xA;&#xA;Davvero strano.&#xA;&#xA;Una coincidenza buffa, quasi commovente nella sua precisione.&#xA;&#xA;La polizia finisce sotto accusa, l’opinione pubblica comincia a discutere dei suoi metodi, e immediatamente compare qualcuno disposto a devastare qualche vetrina, incendiare qualcosa e regalare ai giornali le immagini necessarie a cambiare argomento.&#xA;&#xA;A quel punto non si parla più di quello che ha fatto la polizia. Si parla della violenza dei manifestanti, dell’ordine pubblico, della città ostaggio dei facinorosi e della povera polizia costretta, ancora una volta, a difenderci.&#xA;&#xA;E siccome il sindaco di Bologna, che avevano cercato di far apparire complice o quantomeno indulgente verso quelle violenze, è riuscito a sgusciare fuori dalla presa come un’anguilla, allora hanno fatto entrare in scena i No TAV.&#xA;&#xA;I No TAV, ci hanno raccontato, avrebbero compiuto una specie di strage di agenti, lasciandone feriti a centinaia.&#xA;&#xA;Ora, io sono del tutto convinto che, andando a cercare uno per uno i referti di tali «ferite», troveremmo qualche taglietto sul ditino, povero bambino, qualche escoriazione, qualche contusione e ogni genere di acciacco dell’età spacciato per ferita riportata in combattimento.&#xA;&#xA;Magari anche il mal di schiena del giorno prima, il ginocchio che faceva già male e quella vecchia cervicale che, in simili circostanze, diventa improvvisamente una lesione subita in servizio.&#xA;&#xA;Ma guarda caso, anche i No TAV sono arrivati esattamente quando servivano alla narrazione necessaria per liberare la polizia dall’immagine di corpo composto da picchiatori violenti.&#xA;&#xA;Prima c’è la violenza della polizia.&#xA;&#xA;Poi arrivano le proteste.&#xA;&#xA;Poi, con puntualità quasi amministrativa, compare qualcuno che rende possibile spostare il discorso dalla violenza della polizia alla violenza contro la polizia.&#xA;&#xA;Guarda caso.&#xA;&#xA;br&#xA;Quando sul giornale dei ricchi italiani leggo questo:&#xA;&#xA;https://video.corriere.it/ci-hanno-riempito-di-pietre-non-ne-ho-mai-prese-cosi-tante-hanno-dato-fuoco-a-tutto-l-audio-esclusivo-di-uno-degli-agenti-coinvolti-negli-scontri-no-tav/108816d1-3734-4a8d-9a15-b72c84089xlk&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;br&#xA;Effettivamente, il poliziotto dell’intervista riportata sopra è stato fortunato.&#xA;&#xA;Se questi manifestanti riuscivano davvero a lanciare con una fionda pietre da cinque, sei o sette chili, allora forse era meglio non caricarli affatto e lasciare che la famiglia di Godzilla facesse per qualche ora ciò che voleva.&#xA;&#xA;Perché una pietra da sette chili lanciata con una fionda non è esattamente un sampietrino: è artiglieria d’assedio assirobabilonese.&#xA;A quel punto non stai affrontando dei manifestanti, ma un manipolo di romani.&#xA;&#xA;E poi ci sono questi agenti che sparano cinquecento lacrimogeni e li finiscono praticamente subito.&#xA;&#xA;Non so quanti fossero gli agenti, né quanti lanciatori avessero a disposizione, ma gli frombolieri romani, al confronto, gli facevano una pippa.&#xA;Quelli almeno dovevano caricare, prendere la mira, calcolare la distanza. Qui, a sentire il racconto, i lacrimogeni piovevano con la densità di un bombardamento d’artiglieria.&#xA;&#xA;Del resto, come scriveva Sven Hassel, quando il nemico ti sconfigge i suoi carri armati sono sempre migliaia, le sue mitragliatrici sono milioni e i suoi soldati piovono dal cielo.&#xA;&#xA;È una legge universale delle sconfitte: chi ti ha battuto non può mai essere stato semplicemente più efficace. Deve essere stato un esercito sterminato, mostruosamente armato e dotato di risorse sovrumane.&#xA;&#xA;Mi sfugge inoltre un piccolo dettaglio.&#xA;&#xA;In che modo i manifestanti disponevano di queste enormi pietre da lanciare?&#xA;&#xA;Non le avevano portate loro: erano, a quanto si dice, le pietre del cantiere dello scavo.&#xA;&#xA;E allora sorvegliare un pochino quelli che sarebbero diventati i futuri depositi di munizioni dell’avversario no, eh?&#xA;&#xA;Se sai che dentro un cantiere esistono tonnellate di pietre, materiali da costruzione, ferraglia e oggetti utilizzabili come armi, e sai anche che la zona sarà teatro di scontri, forse mettere qualcuno a presidiare il materiale non sarebbe stata un’idea completamente rivoluzionaria.&#xA;&#xA;Oppure dobbiamo credere che nessuno avesse previsto che i manifestanti potessero raccogliere da terra ciò che trovavano già lì?&#xA;&#xA;La verità è che servivano alla politica un centinaio di agenti «feriti».&#xA;&#xA;E un centinaio di agenti feriti è arrivato.&#xA;&#xA;Provvidenziale, eh?&#xA;&#xA;br&#xA;Leggo qui che:&#xA;&#xA;  Erano quasi tutti francesi, vestiti di nero dalla testa ai piedi. Non si vedevano neanche gli occhi, coperti dalle maschere antigas e dagli occhialini da piscina necessari per non arretrare in mezzo a una fitta coltre di lacrimogeni.&#xA;  I principali protagonisti della guerriglia contro i cantieri dell’Alta velocità all’interno del cantiere di Chiomonte sono stati gli attivisti del «blocco nero», circa 700 persone. Un grande classico delle manifestazioni che degenerano in violenza, i «professionisti del disordine» che lungo il percorso riescono a travisarsi per sfuggire alle telecamere della polizia.&#xA;&#xA;Quindi settecento stranieri entrano in Italia, raggiungono il cantiere, devastano un pochino le forze dell’ordine, causano centotrenta feriti e poi se ne vanno tranquillamente, dopo avere bombardato gli agenti con pietre da cinque, sei o sette chili lanciate mediante fionda.&#xA;&#xA;Settecento.&#xA;&#xA;Non sette. Non settanta.&#xA;&#xA;Settecento francesi vestiti di nero, equipaggiati per una battaglia campale, che attraversano il confine, raggiungono Chiomonte, si organizzano, si travisano, montano le loro macchine da guerra e spariscono senza che si riesca apparentemente a fermarne quasi nessuno.&#xA;&#xA;Poi, va bene: l’ultima volta che ho visto una maschera antigas realmente utile contro i lacrimogeni, aveva anche una protezione integrale per gli occhi.&#xA;&#xA;Temere i lacrimogeni, andare in battaglia con una maschera che copre soltanto il muso e rimediare aggiungendo un paio di occhialini da piscina mi sembra invece il modo migliore per ritrovarsi con gli occhialini pieni di lacrime e gli occhi che bruciano il doppio.&#xA;&#xA;Ma evidentemente questi professionisti del disordine possiedono tecnologie che noi comuni mortali non comprendiamo.&#xA;&#xA;Sorprendente, comunque, questa mobilità internazionale di gente che arriva in Italia portandosi dietro macchine d’assedio medievali, le introduce nella zona del cantiere, le prepara, le carica con le pietre trovate sul posto e comincia a bombardare la polizia, senza che nessuno si accorga prima di qualcosa.&#xA;&#xA;Perché, ricordiamolo, una pietra da sette chili non si lancia con la fionda che tenevate nella tasca posteriore da bambini. Per scagliare un proiettile del genere a una distanza utile serve un attrezzo piuttosto serio, visibile e ingombrante. Qualcosa che bisogna trasportare, assemblare oppure predisporre.&#xA;&#xA;Me li immagino alla frontiera.&#xA;&#xA;«Avete qualcosa da dichiarare?»&#xA;&#xA;«Soltanto una macchina d’assedio, due o tre baliste e qualche centinaio di maschere antigas.»&#xA;&#xA;«Scopo del viaggio?»&#xA;&#xA;«Turismo. A che altro serve una catapulta, altrimenti?»&#xA;&#xA;«Benissimo. Prego, passate.»&#xA;&#xA;br&#xA;Nel tempo, la cosa si e&#39; fatta cosi&#39; ripetitiva e noiosa che mi meraviglio qualcuno ci caschi ancora.&#xA;&#xA;Perche&#39; succede sempre. Con una regolarita&#39; da orologio svizzero. Ogni volta che la polizia e&#39; nel mirino per la violenza,&#xA;succede che arrivano quelli dei centri sociali a fare casino, arrivano ovviamente indisturbati, fanno disastri, ma poi se ne vanno tranquilli,&#xA;e dei &#34;francesi&#34; identificati, non se ne arrestera&#39; nessuno, esattamente come non si arrestera&#39; nessuno di quelli che hanno causato i disordini di Bologna&#xA;subito dopo l&#39;uccisione di Fakir.&#xA;&#xA;Del resto , lo stesso giornale dice:&#xA;&#xA;image.png&#xA;&#xA;br&#xA;Del resto, anche gli slogan non lasciano molto spazio alle interpretazioni:&#xA;&#xA;  Il «blocco nero» l’ha scritto sul muro dei cantieri: «Fakir ti abbiamo vendicato». Ma anche tra le tende piantate una accanto all’altra nella spianata di Venaus c’è un altro striscione: «La polizia uccide Fakir». Evidente la saldatura con i fatti di Bologna. Una ragazza racconta che era in piazza la sera della protesta dopo la morte del 42enne. Ma quando le chiedi di spiegare cosa lega le due battaglie, nega anche di essere di Bologna.&#xA;  E si va oltre. Fino al G7 di Genova. «Da Carlo a Fakir, resistenza», recita un altro striscione. Come dire: agli occhi di tanti giovani lo Stato ha solo il volto della repressione. «Qui è tutto perfetto, come dovrebbe essere la società», dice con aria di sfida Vittoria, che viene da Torino. E gli scontri? «Ma perché parlate solo di quello? La cosa bella del festival è fare qualcosa di collettivo che funziona». Anche Samir, esponente del movimento Extinction Rebellion di Pisa, lamenta la «cecità e sordità da parte delle istituzioni nell’ascoltare le voci che vengono dal basso». Tra i giovani si respira una grande voglia di incontrarsi. Spesso al di là delle battaglie politiche. E così, mentre Francesca Albanese si accalora parlando del genocidio di Gaza, a due metri di distanza c’è chi stende una corda e prova a camminare sul filo. Altri ci danno dentro in una lunghissima partita a pallavolo. Insomma c’è di tutto: il visionario che vuole cambiare il mondo e chi cerca solo l’occasione per condividere tre giorni in un’atmosfera che ha tanto il sapore del rave party.&#xA;&#xA;Cioè, il tentativo di saldare le due vicende è così plateale da non richiedere nemmeno un’interpretazione particolarmente maliziosa.&#xA;&#xA;Non siamo noi a costruire il collegamento.&#xA;&#xA;Non occorre insinuarlo, dedurlo o andare a cercarlo tra le righe. Lo scrivono direttamente sui muri: «Fakir ti abbiamo vendicato». Lo ripetono sugli striscioni: «La polizia uccide Fakir». E il Corriere stesso parla di una «evidente saldatura con i fatti di Bologna».&#xA;&#xA;Più evidente di così avrebbero potuto soltanto stampare il programma dell’operazione su carta intestata.&#xA;&#xA;Il meccanismo, del resto, è perfetto. A Bologna un uomo muore durante un intervento di polizia, l’opinione pubblica comincia a discutere del comportamento degli agenti e la città si mobilita. Subito dopo, a centinaia di chilometri di distanza, compaiono settecento professionisti stranieri del disordine, equipaggiati per una battaglia campale, che devastano un cantiere, feriscono — secondo il racconto ufficiale — centotrenta agenti e si premurano persino di scrivere che lo stanno facendo per vendicare Fakir.&#xA;&#xA;Non potevano essere più utili alla polizia nemmeno se fossero arrivati con il contratto.&#xA;&#xA;E infatti il racconto cambia immediatamente. Non si parla più dell’uomo morto a Bologna, delle circostanze della sua morte, della violenza esercitata dagli agenti o delle responsabilità istituzionali.&#xA;&#xA;Si parla dei black bloc, dei francesi, delle pietre da sette chili, delle fionde d’assedio, dei cinquecento lacrimogeni e dei centotrenta poliziotti feriti.&#xA;Il morto scompare. Restano i poliziotti aggrediti.&#xA;&#xA;Missione compiuta.&#xA;&#xA;Il resto dell’articolo, poi, è un piccolo capolavoro di normalizzazione narrativa. Dopo avere descritto una specie di invasione barbarica internazionale, con settecento uomini in nero che assaltano il cantiere e fanno strage di agenti, il tono improvvisamente cambia.&#xA;&#xA;Ci sono i ragazzi che vogliono incontrarsi. La pallavolo. La corda tesa per camminare in equilibrio. Francesca Albanese che parla di Gaza. Il «visionario che vuole cambiare il mondo». L’atmosfera da rave party.&#xA;Insomma, da una parte settecento professionisti della guerriglia, dall’altra un campeggio giovanile con giochi, dibattiti e socializzazione.&#xA;&#xA;Una specie di Club Méditerranée con le baliste.&#xA;&#xA;E naturalmente, quando una ragazza ammette di essere stata alla manifestazione di Bologna ma le viene chiesto quale sia il legame fra le due battaglie, improvvisamente nega persino di essere bolognese.&#xA;&#xA;Comprensibile.&#xA;&#xA;Dopotutto, scrivere «Fakir ti abbiamo vendicato» sul muro è un’espressione politica limpida e inequivocabile. Spiegare chi abbia organizzato la vendetta, come si siano mossi settecento stranieri e perché questa formidabile macchina internazionale della guerriglia sia comparsa esattamente nel momento più utile alla polizia, invece, diventa improvvisamente una questione privata.&#xA;&#xA;Ma guarda caso.&#xA;&#xA;Ma che roba strana. Se non ci fossero stati loro,, bisognava inventarli.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;E la cosa più assurda, dentro questa insalata di parole, è che sullo sfondo si intravede chiaramente un «festival».&#xA;&#xA;Non un raduno clandestino comparso dal nulla nel cuore della notte. Non un gruppo di commandos paracadutato dietro le linee. Un festival, con tende, striscioni, interventi politici, partite a pallavolo, gente che cammina sulla corda e un’atmosfera descritta dallo stesso giornale come simile a quella di un rave party.&#xA;&#xA;Quindi qualcosa di annunciato, visibile, organizzato e abbastanza grande da attirare centinaia di persone, comprese — secondo il racconto — settecento francesi vestiti di nero.&#xA;&#xA;Eppure gli agenti parlano come se fossero stati colti completamente di sorpresa. Come se, durante una tranquilla giornata di sorveglianza, fossero improvvisamente emersi dai boschi reparti speciali nemici, equipaggiati con maschere antigas, occhialini, fionde pesanti e macchine d’assedio.&#xA;&#xA;Non sapevano nulla.&#xA;&#xA;Non si aspettavano nulla.&#xA;&#xA;Non avevano previsto nulla.&#xA;&#xA;Poi, improvvisamente, settecento persone si sarebbero travisate, coordinate e lanciate all’assalto, utilizzando come munizioni le pietre del cantiere, mentre la polizia si trovava costretta a consumare cinquecento lacrimogeni e a contare centotrenta feriti.&#xA;&#xA;Ma dietro c’era un festival.&#xA;&#xA;Un festival abbastanza noto da avere un programma, degli ospiti, degli striscioni politici e un campeggio. Abbastanza visibile da essere raccontato dai giornali come un grande momento collettivo. Abbastanza frequentato da contenere al proprio interno una lunghissima partita a pallavolo.&#xA;&#xA;Però non abbastanza prevedibile da indurre qualcuno a chiedersi se fosse il caso di prepararsi a qualche scontro, controllare gli accessi, sorvegliare il materiale del cantiere o impedire a settecento presunti professionisti stranieri della guerriglia di raggiungere indisturbati il luogo dell’assalto.&#xA;&#xA;È questo che non torna.&#xA;&#xA;Il racconto pretende contemporaneamente che l’evento fosse pubblico, organizzato, affollato e perfettamente visibile, ma che la violenza sia arrivata come un fulmine a ciel sereno.&#xA;&#xA;Da una parte il festival.&#xA;&#xA;Dall’altra l’imboscata.&#xA;&#xA;Da una parte tende, dibattiti e pallavolo.&#xA;&#xA;Dall’altra la battaglia di Isandlwana.&#xA;&#xA;E nessuno, apparentemente, aveva visto arrivare nulla.&#xA;&#xA;Come sempre,, quando ci sono di mezzo loro.&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;br&#xA;In realtà, credo che si tratti di un rituale tanto stanco, monotono e ripetitivo quanto prevedibile, e non ho alcuna intenzione di andare a leggere tutto.&#xA;&#xA;Perché so già come va a finire.&#xA;&#xA;È sempre stato così.&#xA;&#xA;Dal 1984 sono passati, ormai, più di quarant’anni. E siamo ancora qui a leggere le notizie nello stesso modo, con le stesse parole, gli stessi riflessi automatici, gli stessi metodi e, soprattutto, lo stesso copione.&#xA;&#xA;Cambiano i nomi. Cambiano le città. Cambiano gli slogan, le sigle, le cause da difendere e i morti da evocare.&#xA;&#xA;Ma la rappresentazione è sempre quella.&#xA;&#xA;La polizia sorpresa.&#xA;&#xA;I manifestanti violenti.&#xA;&#xA;Gli agenti feriti a centinaia.&#xA;&#xA;I professionisti del disordine arrivati da lontano.&#xA;&#xA;Le devastazioni.&#xA;&#xA;Le condanne rituali.&#xA;&#xA;Le richieste di fermezza.&#xA;&#xA;E nessuno che abbia il coraggio di alzarsi e rompere questa consuetudine, che era già vecchia quando io ero giovane.&#xA;&#xA;Sentivo parlare della polizia e dei manifestanti esattamente in questo modo quarant’anni fa. Le stesse formule, la stessa costruzione del racconto, la stessa distribuzione preventiva delle parti: da una parte l’ordine, dall’altra il caos.&#xA;&#xA;E già allora sapevo benissimo che erano tutte balle.&#xA;&#xA;br&#xA;***&#xA;&#xA;E se non volete che il dopolavoro del Ministero dell’Interno devasti piazze e cantieri, non avete che da ordinargli di non farlo.&#xA;&#xA;Oppure, più semplicemente, smettere di ordinargli di farlo.&#xA;&#xA;Ma davvero non avete ancora capito che non ci crede più nessuno?&#xA;&#xA;br&#xA;&#xA;div align=&#34;left&#34; style=&#34;text-align: left;&#34;&#xD;&#xA;  Uriel Fanellibr&#xD;&#xA;  br&#xD;&#xA;  --br&#xD;&#xA;  Written using Blogfrei:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei&#34;https://git.keinpfusch.net/loweel/blogfrei/abr&#xD;&#xA;  Fedi: @uriel@bbs.keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  XMPP: uriel@keinpfusch.netbr&#xD;&#xA;  vecchio blog:&#xD;&#xA;  a href=&#34;https://blog.keinpfusch.net&#34;https://blog.keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;  email:&#xD;&#xA;  a href=&#34;mailto:blog@keinpfusch.net&#34;blog@keinpfusch.net/abr&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Ho sempre avuto un pessimo rapporto con i centrosocialati e con i centri sociali, occupati o meno. Le ragioni affondano parecchio indietro, nella mia prima adolescenza.Probabilmente, almeno in parte, si tratta di un bias nato allora e mai più corretto. Resta il fatto che, sebbene abbia vissuto a poca distanza da luoghi come piazza Verdi, a Bologna, e sia persino andato all’Isola per un paio di concerti, non sono mai riuscito a percepire quei posti come luoghi «veri». Non abbastanza veri, almeno, da potervi stabilire il centro delle mie amicizie, delle mie conoscenze o, più semplicemente, di una parte della mia vita.</p>

<p>Le ragioni, come dicevo, sono molteplici.</p>

<p>Era il settembre del 1984 e io avevo appena cominciato il liceo. Non capivo assolutamente nulla di politica, avevo tredici anni — ne avrei compiuti quattordici il 31 ottobre — e ignoravo completamente che alcuni gruppi di autonomi stessero cercando di convincere un centro sociale per anziani, il Resistenza, in via della Resistenza — perché la fantasia al potere — che anche loro avessero diritto a uno spazio.</p>

<p>Per ottenere quello spazio dovevano dimostrare di rappresentare «i giovani». E per dimostrare di rappresentare i giovani servivano, appunto, dei giovani: persone che li seguissero, scendessero in piazza con loro, partecipassero ai cortei e fornissero l’indispensabile scenografia della mobilitazione popolare.</p>

<p>Così tentarono di organizzare nella mia scuola uno «sciopero» con relativo corteo, del tutto inutile. La rappresentante d’istituto rifiutò, dal momento che le motivazioni erano qualcosa del tipo «solidarietà al glorioso popolo sarcazzistano nella sua lotta contro i tarzanelli imperialisti», o roba del genere.</p>

<p>Siccome non facemmo sciopero, qualche giorno dopo vennero a picchiare la rappresentante d’istituto. E, già che c’erano, distribuirono mazzate con chiavi inglesi e spranghe di ferro anche a noialtri.</p>

<p>Tutta la storia mi venne poi spiegata da un piccolo politicante dei Radicali. Da quel momento ho sviluppato una certa idiosincrasia verso quelle persone di merda. Non riuscivo, e non riesco tuttora, a trovare una dimensione umana in gente che va in giro a picchiare tredicenni a caso soltanto perché, essendo primini, aspettano normalmente l’apertura della scuola vicino all’ingresso.</p>

<p>In ogni caso, il livello di protezione del quale hanno goduto, almeno da quando ho memoria, è sempre stato molto, diciamo, imbarazzante.</p>

<p>La stampa, per esempio, non raccontava mai davvero ciò che accadeva. Persino il Resto del Carlino, che con la sinistra non è mai andato particolarmente a nozze, tendeva sistematicamente ad annacquare qualsiasi notizia li riguardasse.</p>

<p>Sembrava non accorgersi che quei posti fossero il cartello dell’eroina dell’epoca. Sembrava non accorgersi dei pestaggi. Sull’episodio che ho appena raccontato uscì a malapena un trafiletto nel quale si parlava di ipotetici «scontri fra autonomi e fascisti».</p>

<p>Peccato che io non ricordi di avere visto alcun fascista. Ricordo invece perfettamente che sfigurarono la rappresentante d’istituto e picchiarono a casaccio decine di primini, tra i quali il sottoscritto, senza alcun motivo particolare.</p>

<p>Nel cortile, quelli armati erano soltanto loro: giacca di pelle, casco integrale da motociclista e, in mano, una sbarra di ferro oppure una grossa chiave inglese.</p>

<p>Mi sono sempre chiesto quale fosse il livello di protezione governativa di cui dovevano godere. I giornali raccontavano invariabilmente una versione edulcorata dei fatti; la polizia sembrava lasciarli liberi di fare ciò che volevano e di muoversi come meglio ritenevano; e l’impunità di cui godevano era talmente strana da farmeli considerare, in qualche misura, perfettamente istituzionali.</p>

<p>C’era sempre questa tendenza delle forze dell’ordine a non vedere ciò che tutti vedevano, ciò che tutti sapevano e ciò che, naturalmente, anche loro sapevano.</p>

<p>Mi colpiva soprattutto la facilità con cui potevano fare cose che, a chiunque altro, sarebbero costate mesi o anni di carcere, senza venire mai seriamente importunati.</p>

<p>Io e i miei amici, per esempio, organizzavamo delle feste dentro un fienile che affittavamo da un contadino. Era un posto sperduto nella nebbia, senza case nelle vicinanze, uno di quei luoghi dove in teoria sarebbe stato possibile nascondersi per mesi senza essere trovati.</p>

<p>Eppure, puntualmente, arrivava la SIAE a rompere i coglioni oppure arrivavano i carabinieri a dirci che facevamo troppo rumore.</p>

<p>Loro, invece, facevano letteralmente il cazzo che volevano con la musica, molto spesso a spese del vicinato. Le band che ospitavano non erano nemmeno band, la SIAE chi la conosceva, e nessuno aveva mai nulla da obiettare.</p>

<p>Il garage nel quale smanettavamo con i computer venne visitato diverse volte dai carabinieri, preoccupati che potessimo costruire uno «scrambler» per i «terroristi». Nei centri sociali si organizzavano giornate degli hacker, corsi per scassinare serrature e iniziative analoghe, e invece andava tutto benissimo.</p>

<p>Locali perfettamente normali venivano chiusi dall’ufficio d’igiene per infrazioni minime. All’Isola, invece, gli addetti alla pulizia dei cessi erano, in pratica, pantegane con gli stivali, e tutto continuava a funzionare tranquillamente.</p>

<p>La Guardia di Finanza poteva chiuderti un bar per uno scontrino non battuto. Loro smerciavano alcolici, vendevano cibo cucinato in cucine da incubo, avevano una contabilità sostanzialmente inesistente e utilizzavano magari corrente elettrica rubata al Comune, come accadeva all’Isola. E nessuno diceva nulla.</p>

<p>Un qualsiasi gruppetto che avesse provocato una rissa, anche soltanto per rivalità calcistiche, sarebbe stato schedato e sottoposto a una pressione continua da parte delle forze dell’ordine.</p>

<p>A gente che sprangava studenti a caso e possedeva un curriculum di violenza politica da far paura, invece, non succedeva praticamente niente.</p>

<h2 id="per-questa-ragione-mi-è-sempre-sembrato-abbastanza-ovvio-che-fossero-semplicemente-un-braccio-in-incognito-dello-stato-a-parte-i-fessi-che-ci-credevano-davvero-per-me-non-erano-altro-e-sono-che-un-dipartimento-del-ministero-dell-interno-in-borghese">Per questa ragione mi è sempre sembrato abbastanza ovvio che fossero semplicemente un braccio in incognito dello Stato. A parte i fessi che ci credevano davvero, per me non erano altro (e sono) che un dipartimento del Ministero dell’Interno in borghese.</h2>

<hr/>

<p><br>
Così, quando in seguito all’uccisione di Fakir i soliti sono scesi in piazza a fare casino e a devastare un po’ di tutto, non mi sono stupito più di tanto.</p>

<p>La polizia era sotto i riflettori, sottoposta a una forte pressione da parte dell’opinione pubblica; la città di Bologna si stava mobilitando, e l’attenzione era concentrata proprio sulla violenza delle forze dell’ordine.</p>

<p>E guarda caso, chi ti spunta?</p>

<p>Succede esattamente la cosa più opportuna per i sostenitori della violenza poliziesca: arrivano i centri sociali e cominciano a spaccare un pochino tutto a casaccio.</p>

<p>Ma che strano.</p>

<p>Davvero strano.</p>

<p>Una coincidenza buffa, quasi commovente nella sua precisione.</p>

<p>La polizia finisce sotto accusa, l’opinione pubblica comincia a discutere dei suoi metodi, e immediatamente compare qualcuno disposto a devastare qualche vetrina, incendiare qualcosa e regalare ai giornali le immagini necessarie a cambiare argomento.</p>

<p>A quel punto non si parla più di quello che ha fatto la polizia. Si parla della violenza dei manifestanti, dell’ordine pubblico, della città ostaggio dei facinorosi e della povera polizia costretta, ancora una volta, a difenderci.</p>

<p>E siccome il sindaco di Bologna, che avevano cercato di far apparire complice o quantomeno indulgente verso quelle violenze, è riuscito a sgusciare fuori dalla presa come un’anguilla, allora hanno fatto entrare in scena i No TAV.</p>

<p>I No TAV, ci hanno raccontato, avrebbero compiuto una specie di strage di agenti, lasciandone feriti a centinaia.</p>

<p>Ora, io sono del tutto convinto che, andando a cercare uno per uno i referti di tali «ferite», troveremmo qualche taglietto sul ditino, povero bambino, qualche escoriazione, qualche contusione e ogni genere di acciacco dell’età spacciato per ferita riportata in combattimento.</p>

<p>Magari anche il mal di schiena del giorno prima, il ginocchio che faceva già male e quella vecchia cervicale che, in simili circostanze, diventa improvvisamente una lesione subita in servizio.</p>

<p>Ma guarda caso, anche i No TAV sono arrivati esattamente quando servivano alla narrazione necessaria per liberare la polizia dall’immagine di corpo composto da picchiatori violenti.</p>

<p>Prima c’è la violenza della polizia.</p>

<p>Poi arrivano le proteste.</p>

<p>Poi, con puntualità quasi amministrativa, compare qualcuno che rende possibile spostare il discorso dalla violenza della polizia alla violenza contro la polizia.</p>

<p>Guarda caso.</p>

<hr/>

<p><br>
Quando sul giornale dei ricchi italiani leggo questo:</p>

<p><a href="https://video.corriere.it/ci-hanno-riempito-di-pietre-non-ne-ho-mai-prese-cosi-tante-hanno-dato-fuoco-a-tutto-l-audio-esclusivo-di-uno-degli-agenti-coinvolti-negli-scontri-no-tav/108816d1-3734-4a8d-9a15-b72c84089xlk">https://video.corriere.it/ci-hanno-riempito-di-pietre-non-ne-ho-mai-prese-cosi-tante-hanno-dato-fuoco-a-tutto-l-audio-esclusivo-di-uno-degli-agenti-coinvolti-negli-scontri-no-tav/108816d1-3734-4a8d-9a15-b72c84089xlk</a></p>

<p><img src="/images/06444c01f5b404ae1d6bf249ad908e0b.png" alt="image.png"></p>

<p><br>
Effettivamente, il poliziotto dell’intervista riportata sopra è stato fortunato.</p>

<p>Se questi manifestanti riuscivano davvero a lanciare con una fionda pietre da cinque, sei o sette chili, allora forse era meglio non caricarli affatto e lasciare che la famiglia di Godzilla facesse per qualche ora ciò che voleva.</p>

<p>Perché una pietra da sette chili lanciata con una fionda non è esattamente un sampietrino: è artiglieria d’assedio assirobabilonese.
A quel punto non stai affrontando dei manifestanti, ma un manipolo di romani.</p>

<p>E poi ci sono questi agenti che sparano cinquecento lacrimogeni e li finiscono praticamente subito.</p>

<p>Non so quanti fossero gli agenti, né quanti lanciatori avessero a disposizione, ma gli frombolieri romani, al confronto, gli facevano una pippa.
Quelli almeno dovevano caricare, prendere la mira, calcolare la distanza. Qui, a sentire il racconto, i lacrimogeni piovevano con la densità di un bombardamento d’artiglieria.</p>

<p>Del resto, come scriveva Sven Hassel, quando il nemico ti sconfigge i suoi carri armati sono sempre migliaia, le sue mitragliatrici sono milioni e i suoi soldati piovono dal cielo.</p>

<p>È una legge universale delle sconfitte: chi ti ha battuto non può mai essere stato semplicemente più efficace. Deve essere stato un esercito sterminato, mostruosamente armato e dotato di risorse sovrumane.</p>

<p>Mi sfugge inoltre un piccolo dettaglio.</p>

<p>In che modo i manifestanti disponevano di queste enormi pietre da lanciare?</p>

<p>Non le avevano portate loro: erano, a quanto si dice, le pietre del cantiere dello scavo.</p>

<p>E allora sorvegliare un pochino quelli che sarebbero diventati i futuri depositi di munizioni dell’avversario no, eh?</p>

<p>Se sai che dentro un cantiere esistono tonnellate di pietre, materiali da costruzione, ferraglia e oggetti utilizzabili come armi, e sai anche che la zona sarà teatro di scontri, forse mettere qualcuno a presidiare il materiale non sarebbe stata un’idea completamente rivoluzionaria.</p>

<p>Oppure dobbiamo credere che nessuno avesse previsto che i manifestanti potessero raccogliere da terra ciò che trovavano già lì?</p>

<p>La verità è che servivano alla politica un centinaio di agenti «feriti».</p>

<p>E un centinaio di agenti feriti è arrivato.</p>

<p>Provvidenziale, eh?</p>

<hr/>

<p><br>
Leggo <a href="https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/26_luglio_26/no-tav-blocco-nero-chiomonte-chi-sono-a89aa8e4-8f00-43c5-811a-9d46bd34bxlk.shtml">qui</a> che:</p>

<blockquote><p>Erano quasi tutti francesi, vestiti di nero dalla testa ai piedi. Non si vedevano neanche gli occhi, coperti dalle maschere antigas e dagli occhialini da piscina necessari per non arretrare in mezzo a una fitta coltre di lacrimogeni.
I principali protagonisti della guerriglia contro i cantieri dell’Alta velocità all’interno del cantiere di Chiomonte sono stati gli attivisti del «blocco nero», circa 700 persone. Un grande classico delle manifestazioni che degenerano in violenza, i «professionisti del disordine» che lungo il percorso riescono a travisarsi per sfuggire alle telecamere della polizia.</p></blockquote>

<p>Quindi settecento stranieri entrano in Italia, raggiungono il cantiere, devastano un pochino le forze dell’ordine, causano centotrenta feriti e poi se ne vanno tranquillamente, dopo avere bombardato gli agenti con pietre da cinque, sei o sette chili lanciate mediante fionda.</p>

<p>Settecento.</p>

<p>Non sette. Non settanta.</p>

<p>Settecento francesi vestiti di nero, equipaggiati per una battaglia campale, che attraversano il confine, raggiungono Chiomonte, si organizzano, si travisano, montano le loro macchine da guerra e spariscono senza che si riesca apparentemente a fermarne quasi nessuno.</p>

<p>Poi, va bene: l’ultima volta che ho visto una maschera antigas realmente utile contro i lacrimogeni, aveva anche una protezione integrale per gli occhi.</p>

<p>Temere i lacrimogeni, andare in battaglia con una maschera che copre soltanto il muso e rimediare aggiungendo un paio di occhialini da piscina mi sembra invece il modo migliore per ritrovarsi con gli occhialini pieni di lacrime e gli occhi che bruciano il doppio.</p>

<p>Ma evidentemente questi professionisti del disordine possiedono tecnologie che noi comuni mortali non comprendiamo.</p>

<p>Sorprendente, comunque, questa mobilità internazionale di gente che arriva in Italia portandosi dietro macchine d’assedio medievali, le introduce nella zona del cantiere, le prepara, le carica con le pietre trovate sul posto e comincia a bombardare la polizia, senza che nessuno si accorga prima di qualcosa.</p>

<p>Perché, ricordiamolo, una pietra da sette chili non si lancia con la fionda che tenevate nella tasca posteriore da bambini. Per scagliare un proiettile del genere a una distanza utile serve un attrezzo piuttosto serio, visibile e ingombrante. Qualcosa che bisogna trasportare, assemblare oppure predisporre.</p>

<p>Me li immagino alla frontiera.</p>

<p>«Avete qualcosa da dichiarare?»</p>

<p>«Soltanto una macchina d’assedio, due o tre baliste e qualche centinaio di maschere antigas.»</p>

<p>«Scopo del viaggio?»</p>

<p>«Turismo. A che altro serve una catapulta, altrimenti?»</p>

<p>«Benissimo. Prego, passate.»</p>

<hr/>

<p><br>
Nel tempo, la cosa si e&#39; fatta cosi&#39; ripetitiva e noiosa che mi meraviglio qualcuno ci caschi ancora.</p>

<p>Perche&#39; succede sempre. Con una regolarita&#39; da orologio svizzero. Ogni volta che la polizia e&#39; nel mirino per la violenza,
succede che arrivano quelli dei centri sociali a fare casino, arrivano ovviamente indisturbati, fanno disastri, ma poi se ne vanno tranquilli,
e dei “francesi” identificati, non se ne arrestera&#39; nessuno, esattamente come non si arrestera&#39; nessuno di quelli che hanno causato i disordini di Bologna
subito dopo l&#39;uccisione di Fakir.</p>

<p>Del resto , lo stesso giornale dice:</p>

<p><img src="/images/81be36b1a248bddb367a1f05a8d3ea06.png" alt="image.png"></p>

<p><br>
Del resto, anche gli slogan non lasciano molto spazio alle interpretazioni:</p>

<blockquote><p>Il «blocco nero» l’ha scritto sul muro dei cantieri: «Fakir ti abbiamo vendicato». Ma anche tra le tende piantate una accanto all’altra nella spianata di Venaus c’è un altro striscione: «La polizia uccide Fakir». Evidente la saldatura con i fatti di Bologna. Una ragazza racconta che era in piazza la sera della protesta dopo la morte del 42enne. Ma quando le chiedi di spiegare cosa lega le due battaglie, nega anche di essere di Bologna.
E si va oltre. Fino al G7 di Genova. «Da Carlo a Fakir, resistenza», recita un altro striscione. Come dire: agli occhi di tanti giovani lo Stato ha solo il volto della repressione. «Qui è tutto perfetto, come dovrebbe essere la società», dice con aria di sfida Vittoria, che viene da Torino. E gli scontri? «Ma perché parlate solo di quello? La cosa bella del festival è fare qualcosa di collettivo che funziona». Anche Samir, esponente del movimento Extinction Rebellion di Pisa, lamenta la «cecità e sordità da parte delle istituzioni nell’ascoltare le voci che vengono dal basso». Tra i giovani si respira una grande voglia di incontrarsi. Spesso al di là delle battaglie politiche. E così, mentre Francesca Albanese si accalora parlando del genocidio di Gaza, a due metri di distanza c’è chi stende una corda e prova a camminare sul filo. Altri ci danno dentro in una lunghissima partita a pallavolo. Insomma c’è di tutto: il visionario che vuole cambiare il mondo e chi cerca solo l’occasione per condividere tre giorni in un’atmosfera che ha tanto il sapore del rave party.</p></blockquote>

<p>Cioè, il tentativo di saldare le due vicende è così plateale da non richiedere nemmeno un’interpretazione particolarmente maliziosa.</p>

<p>Non siamo noi a costruire il collegamento.</p>

<p>Non occorre insinuarlo, dedurlo o andare a cercarlo tra le righe. Lo scrivono direttamente sui muri: «Fakir ti abbiamo vendicato». Lo ripetono sugli striscioni: «La polizia uccide Fakir». E il Corriere stesso parla di una «evidente saldatura con i fatti di Bologna».</p>

<p>Più evidente di così avrebbero potuto soltanto stampare il programma dell’operazione su carta intestata.</p>

<p>Il meccanismo, del resto, è perfetto. A Bologna un uomo muore durante un intervento di polizia, l’opinione pubblica comincia a discutere del comportamento degli agenti e la città si mobilita. Subito dopo, a centinaia di chilometri di distanza, compaiono settecento professionisti stranieri del disordine, equipaggiati per una battaglia campale, che devastano un cantiere, feriscono — secondo il racconto ufficiale — centotrenta agenti e si premurano persino di scrivere che lo stanno facendo per vendicare Fakir.</p>

<p>Non potevano essere più utili alla polizia nemmeno se fossero arrivati con il contratto.</p>

<p>E infatti il racconto cambia immediatamente. Non si parla più dell’uomo morto a Bologna, delle circostanze della sua morte, della violenza esercitata dagli agenti o delle responsabilità istituzionali.</p>

<p>Si parla dei black bloc, dei francesi, delle pietre da sette chili, delle fionde d’assedio, dei cinquecento lacrimogeni e dei centotrenta poliziotti feriti.
Il morto scompare. Restano i poliziotti aggrediti.</p>

<p>Missione compiuta.</p>

<p>Il resto dell’articolo, poi, è un piccolo capolavoro di normalizzazione narrativa. Dopo avere descritto una specie di invasione barbarica internazionale, con settecento uomini in nero che assaltano il cantiere e fanno strage di agenti, il tono improvvisamente cambia.</p>

<p>Ci sono i ragazzi che vogliono incontrarsi. La pallavolo. La corda tesa per camminare in equilibrio. Francesca Albanese che parla di Gaza. Il «visionario che vuole cambiare il mondo». L’atmosfera da rave party.
Insomma, da una parte settecento professionisti della guerriglia, dall’altra un campeggio giovanile con giochi, dibattiti e socializzazione.</p>

<p>Una specie di Club Méditerranée con le baliste.</p>

<p>E naturalmente, quando una ragazza ammette di essere stata alla manifestazione di Bologna ma le viene chiesto quale sia il legame fra le due battaglie, improvvisamente nega persino di essere bolognese.</p>

<p>Comprensibile.</p>

<p>Dopotutto, scrivere «Fakir ti abbiamo vendicato» sul muro è un’espressione politica limpida e inequivocabile. Spiegare chi abbia organizzato la vendetta, come si siano mossi settecento stranieri e perché questa formidabile macchina internazionale della guerriglia sia comparsa esattamente nel momento più utile alla polizia, invece, diventa improvvisamente una questione privata.</p>

<p>Ma guarda caso.</p>

<p>Ma che roba strana. Se non ci fossero stati loro,, bisognava inventarli.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
E la cosa più assurda, dentro questa insalata di parole, è che sullo sfondo si intravede chiaramente un «festival».</p>

<p>Non un raduno clandestino comparso dal nulla nel cuore della notte. Non un gruppo di commandos paracadutato dietro le linee. Un festival, con tende, striscioni, interventi politici, partite a pallavolo, gente che cammina sulla corda e un’atmosfera descritta dallo stesso giornale come simile a quella di un rave party.</p>

<p>Quindi qualcosa di annunciato, visibile, organizzato e abbastanza grande da attirare centinaia di persone, comprese — secondo il racconto — settecento francesi vestiti di nero.</p>

<p>Eppure gli agenti parlano come se fossero stati colti completamente di sorpresa. Come se, durante una tranquilla giornata di sorveglianza, fossero improvvisamente emersi dai boschi reparti speciali nemici, equipaggiati con maschere antigas, occhialini, fionde pesanti e macchine d’assedio.</p>

<p>Non sapevano nulla.</p>

<p>Non si aspettavano nulla.</p>

<p>Non avevano previsto nulla.</p>

<p>Poi, improvvisamente, settecento persone si sarebbero travisate, coordinate e lanciate all’assalto, utilizzando come munizioni le pietre del cantiere, mentre la polizia si trovava costretta a consumare cinquecento lacrimogeni e a contare centotrenta feriti.</p>

<p>Ma dietro c’era un festival.</p>

<p>Un festival abbastanza noto da avere un programma, degli ospiti, degli striscioni politici e un campeggio. Abbastanza visibile da essere raccontato dai giornali come un grande momento collettivo. Abbastanza frequentato da contenere al proprio interno una lunghissima partita a pallavolo.</p>

<p>Però non abbastanza prevedibile da indurre qualcuno a chiedersi se fosse il caso di prepararsi a qualche scontro, controllare gli accessi, sorvegliare il materiale del cantiere o impedire a settecento presunti professionisti stranieri della guerriglia di raggiungere indisturbati il luogo dell’assalto.</p>

<p>È questo che non torna.</p>

<p>Il racconto pretende contemporaneamente che l’evento fosse pubblico, organizzato, affollato e perfettamente visibile, ma che la violenza sia arrivata come un fulmine a ciel sereno.</p>

<p>Da una parte il festival.</p>

<p>Dall’altra l’imboscata.</p>

<p>Da una parte tende, dibattiti e pallavolo.</p>

<p>Dall’altra la battaglia di Isandlwana.</p>

<p>E nessuno, apparentemente, aveva visto arrivare nulla.</p>

<p>Come sempre,, quando ci sono di mezzo loro.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p><br>
In realtà, credo che si tratti di un rituale tanto stanco, monotono e ripetitivo quanto prevedibile, e non ho alcuna intenzione di andare a leggere tutto.</p>

<p>Perché so già come va a finire.</p>

<p>È sempre stato così.</p>

<p>Dal 1984 sono passati, ormai, più di quarant’anni. E siamo ancora qui a leggere le notizie nello stesso modo, con le stesse parole, gli stessi riflessi automatici, gli stessi metodi e, soprattutto, lo stesso copione.</p>

<p>Cambiano i nomi. Cambiano le città. Cambiano gli slogan, le sigle, le cause da difendere e i morti da evocare.</p>

<p>Ma la rappresentazione è sempre quella.</p>

<p>La polizia sorpresa.</p>

<p>I manifestanti violenti.</p>

<p>Gli agenti feriti a centinaia.</p>

<p>I professionisti del disordine arrivati da lontano.</p>

<p>Le devastazioni.</p>

<p>Le condanne rituali.</p>

<p>Le richieste di fermezza.</p>

<p>E nessuno che abbia il coraggio di alzarsi e rompere questa consuetudine, che era già vecchia quando io ero giovane.</p>

<p>Sentivo parlare della polizia e dei manifestanti esattamente in questo modo quarant’anni fa. Le stesse formule, la stessa costruzione del racconto, la stessa distribuzione preventiva delle parti: da una parte l’ordine, dall’altra il caos.</p>

<p>E già allora sapevo benissimo che erano tutte balle.</p>

<p><br>
<hr/></p>

<p>E se non volete che il dopolavoro del Ministero dell’Interno devasti piazze e cantieri, non avete che da ordinargli di non farlo.</p>

<p>Oppure, più semplicemente, smettere di ordinargli di farlo.</p>

<p>Ma davvero non avete ancora capito che non ci crede più nessuno?</p>

<p><br></p>

<div style="text-align: left;">
  Uriel Fanelli<br>
  <br>
  --<br>
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      <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 22:10:56 +0000</pubDate>
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