La lotta all’impiattamento culturale ha appena ricevuto uno stimolo da una vicenda italiana , apparentemente irrilevante, che riguarda uno dei personaggi piu’ impiattati della scena italiana: l’ex ministro Carlo Calenda. E sia chiaro: anche se tutto si e’ aperto con una polemica sui videogiochi, non parlero’ dei videogiochi.

Quando parlo con i grandi fan di Calenda, mi scopro sempre a discutere del fatto che rispetto a Di Maio Calenda fosse un gigante delle politiche industriali. Questo e’ vero: ma rispetto a Di Maio, anche Bombolo e’ un gigante delle politiche industriali, quindi non fa testo. Se per diventare dei giganti della politica industriale tutto quello che devi fare e’ superare Di Maio… questo e’ barare.

Il problema di Calenda e’ che per comprenderlo bisogna prima capire l’impiattamento. Perche’ si tratta di un piatto mediocre con un gigantesco impiattamento, e il punto e’ che bisogna prima farvi assaggiare l’impiattamento per farvi capire che il piatto sia mediocre e velleitario.

Ho iniziato a seguire le vicende dell’ Eroico Calenda ai tempi dell’industria 4.0. Siccome da quando mi sono dato al big data sto seguendo praticamente solo progetti di digitalizzazione mirati alla conversione verso Internet 4.0, allora ero interessato a cosa si volesse fare in Italia per questa sfida. E mi aspettavo di vedere che Calenda avesse almeno capito la sfida.

Mi spiego meglio: Internet 4.0 nasce dalla rielaborazione di alcuni standard esistenti (come per esempio Industrial Internet di GE) da parte di alcuni esponenti del ministero dell’industria tedesco. E questo dovrebbe farvi suonare un campanello d’allarme da solo. Perche’? Beh, siamo realisti e immaginiamo la scena.

Questa scena dice l’ovvio: se lo stato tedesco spinge - come sta spingendo - per la trasformazione dell’industria tedesca verso questo standard, che e’ nato nei suoi corridoi forse , dico forse, quello standard e’ stato pensato per rendere l’economia tedesca piu’ competitiva, e siccome la competizione non la fai da solo, significa piu’ competitiva delle altre . Insomma, e’ uno standard ritagliato per le aziende tedesche, sia in senso demografico che per quanto riguarda la dimensione media.

Se andiamo oltre alle sue necessita’ infrastrutturali (banda passante, informatizzazione, eccetera) notiamo subito che si tratta di uno standard data-centrico.

Facciamo un esempio abusatissimo: l’azienda di automobili. Se un’auto contiene circa 7000 items, e vendiamo 10M di auto ogni anno, dobbiamo gestire 70 miliardi di items ogni anno. Ogni item puo’ essere trasportato (viene fatto diverse volte durante la lavorazione, e anche oltremare) lavorato, trasformato, o inglobato. In tutto questo processo, siccome dobbiamo alimentare dei sistemi automatici che lavorano in tempo reale, o vicini al tempo reale, e’ necessario un continuo refresh della base dati. Siccome un’automobile deve rendere soldi per tutto il suo ciclo vitale (servizi, ricambi, etc), allora dobbiamo fare questa cosa e tenerci i dati per circa 15 anni. Capite subito del bisogno che avete di un sistema datacentrico. Ed e’ per questo che le industrie dell’auto, che hanno gia’ adottato schemi simili da tempo, stanno facendo il big money. Lo vedete sui bilanci.

Il problema e’ che i fornitori strategici hanno si dei dati, ma non tanti dati. ne hanno comunque, dal momento che fra tracciatura e tutto, si tratta ancora di mallopponi consistenti. E anche qui, tra forecast e tutto, anche i fornitori strategici fanno dei soldi. Non cosi’ tanti, ma molti.

Se pero’ scendiamo nella catena delle subforniture, scopriamo che nell’ Industria 4.0, meno dati hai in pancia e meno guadagni. Ci sono molte ragioni per cui questo succede, seconda del settore industriale, ma il punto e’ semplice:

Industria 4.0 e’ un sistema estremamente data-centrico il cui impatto positivo cresce piu’ che linearmente con la mole di dati.

Capite in questo modo che la PMI italiana e’ troppo piccola per gestire grandi moli di dati. Occorre un certo investimento, occorre avere personale dedicato a questo, e per dimensione le PMI italiane sono molto piu’ piccole di quelle tedesche.

Che succede se un’azienda non ha dati , nell’industria 4.0? Succede che si attacca ad un terminale del cliente, da cui riceve gli ordini e al quale rendiconta la produzione e le spedizioni. Potere di trattativa, zero, lavoro frenetico , margine di contribuzione piccolissimo perche’ non si riesce a fare economia di scala e nemmeno si riesce a pianificare. Nel gergo, sono aziende “monkeybox”, scatole di scimmie.

Hanno due possibilita: o fanno dumping sul reddito dei dipendenti (anche delocalizzando) oppure automatizzano. Altrimenti i margini di contribuzione si abbassano SOTTO la quantita’ di rischio di impresa. In soldoni, aziende che falliscono random() per il paese.

Capite che volendo portare il sistema industriale a lavorare in un modo cosi’ fortemente data-centrico, e avendo un tessuto di PMI troppo piccole per essere datacentriche , mi aspettavo che il ministro capisse o avesse capito anche a grandi linee che la piccola dimensione delle aziende sarebbe diventata un problema, e che quindi facesse qualcosa a riguardo. Se non per obbligarle a crescere, almeno per costruire, insieme a qualche player, un piano per dotare (in qualche modo) le PMI di infrastruttura big data. Cioe’ per rendere l’azienda almeno in grado di capire che cosa diavolo stia passando per gli ordinativi.

Ma di tutto questo, nel piano Calenda non c’e’ traccia.

La cosa viene trattata come un normale fenomeno di modernizzazione tipico del novecento. Nessuno si chiede, o sembra chiedersi nel piano, quale sia il sistema, quale sia l’orizzonte di questa trasformazione, e quali aziende italiani ricevono la sfida maggiore. Di big data non si parla nemmeno, pur sapendo che Industria 4.0 e’ terribilmente datacentrica.

Certo, magari mi sbaglio. E un’azienda italiana di 15 persone assumera’ un data engineer per gestire i dati in logo e poter pianificare acquisti , logistica e produzione. Ma secondo me no: e’ un overhead troppo alto per 15 persone. E un data engineer costa molto sul mercato. Alle quotazioni attuali,un data engineer costa quanto 5 dei 15 lavoratori dell’aziendina di cui parliamo. In alternativa la nostra azienda terziarizzera’ la funzione, attaccandosi forse a qualche prodotto esterno, con un consulente che passa di tanto in tanto, e siccome non riuscira’ a fare uso dei dati, si trovera’ ad inseguire gli ordini. Poco guadagno, molto lavoro.

Chiaramente occorre fare qualcosa per le PMI italiane: sono troppo piccole. Per entrare nell’INdustria 4.0 servirebbe probabilmente qualcosa come una PMI 2.0. Fare come ha fatto il ministero dell’industria tedesco, definire quali sono gli standard e come implementare il sistema industriale, in modo da poter sopravvivere nei prossimi 15 anni, con una redditivita’ alta. Perche’ con una redditivita’ alta? Perche’ l’Italia, come la Germania, sta invecchiando, e occorre mettere da parte risorse.

C’e’ qualcosa di questa preoccupazione nel piano Calenda? No. Quello che vedo e’ un piano di detrazioni che sostengono le grandi aziende per acquistare macchinari e attrezzature moderne, senza specificare specifici programmi per il data engineering, e vede le PMI come se fossero startup, puntando sull’innovazione.

Carlo Calenda sarebbe un buon ministro del MISE se fossimo nel 1995. Ma qui si sta parlando di altro.

Ripeto, sto mirando al mio campo perche’ nel mio campo so quello che dico: non sto criticando vertenze su altre aziende novecentesche come ILVA. Sto parlando di qualcosa come “ma se io immagino di dover fare in Italia la stessa cosa che faccio qui, potrei farla?” E la risposta no: le aziende sono troppo piccole.

Sono pochissime , forse meno del 10% , le aziende italiane che rientrano per dimensione, in quello che e’ il percentile50 delle aziende tedesche. Introdurre questo standard su scala globale significa costringere tutti ad una gara di salto in lungo: ok, ok. Ma chi non ha il fisico, cosa fa? E se il 90% della popolazione non ha il fisico, dobbiamo essere allarmati? Certo. Ma qualcuno e’ allarmato? No.

Non so che cosa dovrebbe aver fatto Calenda, ma il punto e’ che avrebbe almeno dovuto “menzionare il problema”. Il problema e’ grave. Non e’ solo un problema di dare alle aziende la banda per collegarsi ad internet. Queste sono le necessita’ di base. Qui stiamo parlando di aziende troppo piccole per gestire i dati con efficacia, e riuscire a far soldi.

Ma non vi e’ traccia del problema. Calenda nel suo piano ha trattato il discorso dell’Industria 4.0 come se fosse un problema di innovazione tecnologica da fine novecento, anziche’ una ristrutturazione sistemica che richiede a tutti gli attori (stato compreso) di interagire scambiandosi dati.

Ecco, Calenda e’ il classico esempio di impiattamento culturale . Si prende un ministro che sa quasi tutto dell’industria del 1900, lo si mette a curare problemi novecenteschi come le vertenze con stato e sindacati, e sembra competente.

Ma attenzione, nell’approccio novecentesco si dimentica una cosa: che siamo a fine 2018.

E allora come lo si impiatta per bene? Gli si fa prendere la tessera al partito progressista di turno, lo si fa scontrare con Di Maio, cosa che lo vede vincitore per via del misero avversario, lo si fa parlare di politica e qui Fronte Repubblicano di su e di giu’… ma rimane un uomo del novecento.

Uno capace di spendere decine di miliardi in Industria 4.0, senza andare al nocciolo del problema: dimensione delle aziende e sistemi data-centrici.

Se Calenda avesse capito qual’e’ il punto, avrebbe parlato subito di emergenza PMI . Ridurre le PMI italiane ad una distesa di monkeybox che lavorano facendo dumping sui salari e/o guadagnano comunque troppo poco e’ un’emergenza. E’ quello che succedera’ piano piano: i grossi player italiani magari sopravviveranno, ma per i piccoli sara’ l’ennesima falcidiata, oppure una vita da bestie , inseguendo ordini correndo troppo in fretta per poter gestire bene l’azienda. Quello che succede ai negozi vecchio stile che cercano di vendere su Amazon, insomma: tanto lavoro, poco margine.

Se avesse capito qual’era il problema gli sarebbero venuti i capelli bianchi e avrebbe capito che per l’Industria 4.0, al di la’ dei sogni delle startup, la dimensione delle aziende deve crescere, oppure deve nascere uno strato di servizi per la gestione del big data, da far paura. E subito. Ma non vedo niente di tutto questo: Calenda e’ il solito ministro che parla di ammodernamento come se fosse un problema novecentesco di innovazione, senza capire di essere di fronte ad un cambio di paradigma, e che occorre un sustrato di PMI molto piu’ grandi per reggere il cambio.

In questo senso, Calenda e’ un esempio di impiattamento.

Un ministro mediocre, sicuramente adatto al novecento e a tutti i problemi del novecento, che in qualche modo sa che sta arrivando Industria 4.0, ma non ha capito bene come si costruisce questa cosa. E siccome non sa quanto datacentrica sia, non capisce che le PMI italiane sono troppo piccole, tranne forse un percentile10 , per essere competitive.

Ma ve lo impiattano cosi’ bene, che alla fine finite per crederci.

E state guardando il declino delle PMI senza nemmeno capire cosa vi sta succedendo. Ma sia chiaro, la cremina sul bordo del piatto era fantastica.

E’ l’era dell’impiattamento, e Calenda e’ un ottimo esempio di ministro impiattato .